Trovo pace nel movimento

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BEPPE CONVERTINI

Il conduttore di “Linea Verde”, la domenica su Rai 1, racconta al RadiocorriereTv il suo rapporto con il viaggio e la scoperta, e presenta “Paesi miei”, volume edito da Rai Libri

Negli ultimi anni la sua vita professionale è stata un viaggio senza sosta, cosa significa viaggiare?

Trovare la pace nel movimento. Tutto ciò che è viaggio è qualcosa di speciale. Viaggiare significa confrontarsi con altre culture, conoscersi, scoprire luoghi, tradizioni, usi e costumi nuovi.  Vivo il viaggio, che si tratti di quelli che faccio per lavoro con “Linea verde” o per passione nel tempo libero, come occasioni uniche per conoscere i gioielli della nostra Italia, a partire dai piccoli borghi che non rientrano negli itinerari turistici classici. Penso anche all’opportunità straordinaria di incontrare le persone e ascoltare le loro storie, le loro esperienze.

Cosa le ha lasciato, negli anni, l’esperienza di “Linea verde”?

Sono al quarto anno di conduzione, con quasi 200 puntate alle spalle e oltre 250 mila chilometri percorsi. Un viaggio speciale nella provincia italiana, autentica, generosa, ospitale. Questa esperienza ha accresciuto il mio bagaglio personale, culturale, mi ha dato l’opportunità di conoscere luoghi che non conoscevo. L’Italia è davvero il paese più bello al mondo e ogni abitante della Terra vorrebbe, almeno una volta nella vita, visitarla. Sono davvero fortunato a condurre questo  programma, che mi ha fatto anche conoscere storie di grandi donne e grandi uomini che fanno sì che la nostra agricoltura, l’allevamento, l’artigianato, siano apprezzati ovunque all’estero, che il nostro made in Italy sia apprezzato e desiderato nel mondo. Ho anche capito quanto sia grande il cuore degli italiani, di quanto siamo unici. Io che vengo dalla provincia sono andato ancor di più alla scoperta dei valori fondamentali della mia vita, della mia famiglia, della mia terra, Martina Franca in Puglia

Che viaggio è quello di “Paesi miei”?

È il mio terzo libro e nasce dai miei appunti di viaggio, da un’agenda che raccoglie le suggestioni e le emozioni di tanti anni di vita, personale e professionale. Quello proposto dal libro è un viaggio che tocca tutta la nostra penisola e che mette in evidenza anche l’impegno della gente a preservare le tradizioni, quello che siamo. Racconto dai viticoltori delle Langhe ai centenari della Barbagia in una sorta di diario di bordo.

Dove ci porta?

In quelli che sono i borghi più belli d’Italia, una sorta di miniera di tesori artistici, paesaggistici, gastronomici. Una guida turistica, da Nord a Sud, che racconta gli incontri meravigliosi che ho fatto negli anni alla guida di “Linea Verde”, così come dei profumi e dei sapori, perché la cucina italiana è una delle più apprezzate al mondo. Spero di poter trasferire al lettore tutte le mie emozioni, il mio punto di vista, anche se per poter raccontare tutto il nostro Paese di volumi ne servirebbero tantissimi. Il libro parla dei colori, degli odori e dei sapori del Belpaese.

Come organizza i suoi viaggi?

Ho sempre la valigia aperta e sono continuamente in viaggio. Prenotare un treno, un bus o un aereo non è mai un problema, sono un’ottima agenzia di viaggio di me stesso (sorride). In valigia sono sempre presenti un buon libro, i jeans, una T-Shirt, un giubbotto. D’estate c’è anche il costume. E ovviamente non mancano il rasoio elettrico, spazzolino da denti e dentifricio.

Punta all’essenziale…

Viaggio da oltre trent’anni, da quando diciottenne lasciai Martina Franca per andare a studiare a Torino. In Italia o nei viaggi intercontinentali ho sempre puntato all’essenziale, uso una valigia, un trolley, che posso riporre nella cappelliera dell’aereo evitando il bagaglio in stiva.

A chi dedica questo lavoro?

A mia madre Grazia e alla memoria di papà Donato, le persone più importanti della mia vita. Papà lo persi nel 1990, circa 33 anni fa. Mamma è la persona più importante, capace di essere madre e padre allo stesso tempo, è una donna straordinaria. Oggi è bisnonna di cinque pronipoti.

La sua mamma ha letto “Paesi miei”?

Ha assistito alla presentazione del libro nel mio paese, ma anche a Locorotondo e a Ceglie Messapica. Durante le vacanze di Pasqua sono stato io a leggerle alcuni capitoli.

Mamma Grazia è spesso anche una sua compagna di viaggio…

La porto in vacanza da 25 anni, lei ha fatto moltissimo per me ed è giusto che un figlio restituisca almeno parte di ciò che un genitore ha fatto. In estate andiamo alle Cale d’Otranto e ha anche viaggiato molto con me.

Tra i suoi viaggi anche numerose missioni umanitarie…

In passato ho visitato la Siria, il Myanmar. La popolarità di un personaggio deve essere al servizio degli altri, penso sia doveroso che chi fa questo mestiere si dedichi a chi ha più bisogno.     

Paesi miei

Una dichiarazione d’amore all’Italia, un diario di viaggio attraverso paesaggi, arte, tradizioni ed enogastronomia. Con “Paesi miei” Beppe Convertini accompagna i lettori lungo le strade del Belpaese alla scoperta di ciò che rende la nostra penisola un luogo straordinario. Le aspre montagne e la transumanza delle greggi in Abruzzo, l’arte della falconeria in Basilicata, i limoni di Procida, e ancora le abbazie cistercensi nelle Marche, le imprese vitivinicole delle Langhe, i centenari di Seulo in Barbagia. Incontri e racconti di un viaggiatore appassionato e curioso, un invito a scoprire l’Italia meno raccontata dalle guide turistiche.

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Marina, la bussola di Rocco

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MIRIAM DALMAZIO

Quinta stagione della serie “Rocco Schiavone” in onda il mercoledì su Rai 2. L’attrice siciliana interpreta la moglie defunta del burbero e tormentato vicequestore di Aosta: «Lei è la sua voce interiore, la sua bussola. Interpretare un fantasma è stato molto interessante, un’esperienza particolare perché tutto parlava del mio essere non di carne, bensì eterea: il costume, le battute, il modo di stare in scena, il rapporto con Rocco»

Rocco Schiavone è un uomo brusco. Solo sua moglie Marina, seppur morta, riesce a entrare nella sua vita più intima. Cosa significa interpretare una donna che vive solo nella fantasia?

É stata un’esperienza fisica che non ho mai avuto su un set, mi sono totalmente abbandonata al potere delle battute di un fantasma. É stato molto interessante, particolare, perché tutto parlava del mio essere non di carne, bensì eterea: il costume, il modo di stare in scena, il rapporto con Rocco. Girando una scena di notte, mi è capitato di ripetere tante volte delle battute sul trascorrere del tempo, e credo di essere entrata in una strana trance, una meditazione in cui davvero il tempo si è dilatato, tanto da non sentirmi più sul set con Marco e con tutta la troupe, ma da qualche altra parte dentro di me, completamente smaterializzata. Ricordo di aver fatto fatica a concentrarmi quella notte.

Marina sarà l’unica a rendere sopportabile la vita, ad Aosta, di Rocco Schiavone?

In realtà credo che anche altre cose rendano la vita sopportabile a Rocco: il lavoro, la sua squadra che in qualche modo diventa come una famiglia, il suo cane, le sue donne, il bambino vicino di casa. Marina rappresenta la sua voce interiore, la sua bussola.

Cosa le ha lasciato la Valle D’Aosta?

Purtroppo, durante le riprese, ho visto poco della bellezza della Valle D’Aosta, ma quel poco mi è servito a capire che devo assolutamente tornarci in vacanza. Sono siciliana, ho visto la neve forse una volta, e non scherzo, e osservavo tutto con lo stupore di una bambina. Ci sono paesaggi completamente diversi da quelli a cui sono abituata, e per di più non frequento la montagna d’inverno. Abbiamo girato una scena a 3 mila metri d’altezza, ammetto che è stato un piccolo shock vedere quella distesa di neve davanti ai miei occhi. Ero in paradiso sul serio!

La scrittura umana e raffinata di Antonio Manzini, cambierà qualcosa nel suo personaggio?

Marina è la proiezione di un uomo che non cambia mai, che non ha intenzione di cambiare perché soffre di un male di vivere incredibile. Credo che Marina non cambierà.

Ha interpretato altri personaggi di successo in film e serie Tv. Come ha si è avvicinata alla recitazione?

Dopo una stagione di “Agrodolce”, l’acting coach della serie, Consuelo Lupo, mi spinse a provare a entrare al Centro Sperimentale di Roma. Feci i provini e mi presero. Per me fu un miracolo, un chiaro segno che quella poteva essere la mia strada. In realtà credo sia cominciato tutto dopo il liceo, quando non avendo la più pallida idea di cosa volessi fare nella vita, portai il mio curriculum, vuoto, a un teatro di Palermo in cui cercavano delle maschere di sala. Mi presero e ogni volta che trovavo la galleria vuota andavo a sedermi di nascosto e guardavo le repliche ripetendo a bassa voce le battute, che ovviamente, dopo un po’, sapevo a memoria. Qualcosa stava già succedendo.

Ricorda il primo provino?

Cominciai accompagnando un’amica. Era la soap opera siciliana “Agrodolce”, che andava in onda su Rai3. Il casting director mi vide e chiese anche a me di partecipare ai casting. A mio parere fu un disastro, ma videro in me qualcosa e anche una capacità di ascoltare e seguire le indicazioni.

Un genere o un ruolo a lei congeniali?

Amo interpretare i personaggi che hanno qualcosa da nascondere, una crepa  nel cuore che non dichiarano mai, che si portano sempre appresso. La vedi nelle piccole cose, in un gesto, nella malinconia improvvisa, in una parola. Questo ti dona umanità e ti permette di empatizzare con lo spettatore. Per adesso sto riguardando un po’ di vecchi film muti e sto riflettendo su quanto noi attori ci appoggiamo sulle battute. Un tempo non era così, le star del cinema muto puntavano tutto sulla loro espressività. Ecco, se un regista volesse fare un film muto mi candiderei per qualche ruolo, per cercare di scoprire altro, di uscire dalle mie certezze.

Oltre alla recitazione quali sono le sue passioni?

Mi piace molto la ricerca spirituale, passo molto del mio tempo libero frequentando persone che parlano di anima, di eternità, di sciamanesimo, femminile sacro, canali percettivi, campi uniformati. É qualcosa che prendo come un gioco, un’integrazione al mio lavoro, perché crescendo sto capendo che la recitazione ha a che fare con la percezione di un’altra realtà che si crea nel cerchio magico della scena. Amo anche viaggiare con il mio compagno e mio figlio, scegliere un posto, arrivarci in aereo, poi prendere una macchina e girare senza una meta prestabilita, ma individuando un’area da raggiungere e lasciandoci stupire da ciò che troviamo lungo la via. Penso sia il miglior modo per scoprire cose interessanti che non si trovano sulle guide, gustandosi il sapore più autentico del luogo.

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Mario Lavezzi, una storia infinita

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È una delle firme più celebri della musica italiana d’autore, il suo album si intitola “Capolavori nascosti” e contiene il nuovo singolo “Una storia infinita”, scritto a quattro mani con Mogol: «Questo titolo potremmo dedicarlo l’uno all’altro, dato che abbiamo iniziato la prima collaborazione nel 1968. L’album contiene anche canzoni che meritavano di avere più successo, disseminate in vari lavori. Credo che Dalla, Cocciante, Mango, Raf, Carboni, Antonacci, se questi brani non avessero avuto spessore, non avrebbero accettato di cantarle. Abbiamo voluto raccoglierle tutte»

È appena uscito “Una storia infinita” il suo ultimo inedito. Il titolo ben racconta la sua carriera…

Le nostre carriere! Perché l’abbiamo scritta io e Mogol. Sicuramente potremmo dedicarla l’uno all’altro dato che abbiamo iniziato la prima collaborazione nel 1968 (ride). Invece l’abbiamo dedicata a una coppia. L’abbiamo scritta durante il primo lockdown, era giugno-luglio del 2020 e abbiamo immaginato in una storia d’amore, i cui protagonisti, nonostante le vicissitudini, restano insieme, in una storia infinita.

L’album che contiene il suo nuovo singolo è “Capolavori nascosti”. Quattordici canzoni che meritavano di avere più successo?

Certamente. Erano disseminate in vari album che abbiamo fatto e per i quali erano state scelte canzoni, come singoli, che avevano più popolarità. Questi brani, forse non l’avevano, ma hanno un grande spessore, sono di notevole qualità. Io credo che Dalla, Cocciante, Mango, Raf, Carboni, Antonacci, se non avessero avuto spessore, non avrebbero accettato di cantarle. Abbiamo voluto raccoglierle in un unico album.

Mogol-Lavezzi è una “rinomata ditta”. Ci racconta com’è iniziata la vostra collaborazione?

Con la prima canzone che ho scritto. Avevo conosciuto Mogol quando ero nei Camaleonti per una canzone. Sono poi uscito dal gruppo perché dovevo affrontare il servizio militare. Vi ero entrato a 18 anni pensando di restarci per sempre, ma ho dovuto abbandonare. La vita ci dà e ci toglie, su questo ho anche scritto un libro “E la vita bussò” perché viviamo gioie e dolori. Lasciare il gruppo fu molto doloroso, ma poi ho capito che non dovevo viverla così, perché in fondo la vita mi stava dicendo che non era quella la mia strada. Poi, nel 1968, ho scritto una canzone, e per l’ingenuità dell’età la chiamammo “Giovedì 19”. La feci vedere a Mogol e insieme la passammo ai Dik Dik di cui lui era produttore. Cambiammo il titolo in “Il primo giorno di primavera”, cambiammo qualche strofa e Mogol diede un senso alla canzone. Da lì partimmo con una collaborazione con lui e Battisti.

A legarvi è anche una profonda amicizia…

Certo, perché da allora mi ha sempre coinvolto in tutte le sue avventure. Mi telefonava la mattina per andare a scrivere una canzone, più che altro perché aveva bisogno di qualcuno che avesse la macchina. Era un opportunista! (ride) Mogol ha voluto che andassi anche con lui e suo padre a caccia nel Kosovo, ma ho odiato la caccia sin da subito ed è stato un  bene. Quando ha fatto il viaggio a cavallo con Battisti, Milano-Roma, ha voluto che io prendessi la sua macchina per fare da apripista e trovare i luoghi dove poter fare tappa.

Lei è un compositore,  un produttore, un musicista, un cantautore, un arrangiatore, anche un talent-scout e un promotore. Cosa le riesce meglio?

Io cerco di fare il meglio in tutti i ruoli. Nel 1983  mi hanno dato un Telegatto come Music Maker, che racchiude un po’ tutto. Io faccio musica in tutti i sensi ed è quello che mi piace fare.

La sua è una delle carriere più ricche nella musica leggera, di qualità in ogni campo. Cos’è che continuamente la ispira nella sua vita artistica?

Il punto di ispirazione è quello di sentire qualche cosa, come ad esempio una bella canzone in radio. Allora nasce uno stimolo, non è che la copio. Però mi viene la voglia di creare. Ad esempio “Alto mare” della Bertè, con la quale tra l’altro ho avuto un passato sentimentale burrascoso, è nata mentre ero in discoteca dove ho sentito un pezzo di Barry White. Tornato a casa, ho scritto la mia canzone, che non c’entrava niente con quella, ma la sensazione di piacere provata, mi aveva sollecitato l’ispirazione. Quando senti qualcosa che artisticamente ha un valore, se hai una componente, ti viene spontaneo lo stimolo a creare qualcos’altro.

Cosa pensa della musica dei ragazzi di oggi?

Una musica che purtroppo si consuma con estrema velocità rispetto ai nostri tempi. Ad esempio: un mio pezzo uscì a marzo e andò primo in classifica a settembre. Quando mai oggi può accadere una cosa del genere? Esce una canzone da Sanremo e dopo due mesi già ne esce un’altra. Ad aprile già escono i tormentoni estivi. Ci sono eccezioni, certo, come ad esempio “L’essenziale” di Mengoni, è talmente bella che è rimasta. Però, purtroppo, si consuma tutto troppo velocemente. E poi, con lo streaming, l’autore non guadagna più quasi niente.

Dopo la pubblicazione dei suoi lavori, di un nuovo disco, ha mai vissuto l’ansia delle classifiche?

No, forse è un difetto, ma comunque tutti i colleghi, compresi gli artisti che ho prodotto, sentivano quest’ansia di cui poi avvertivo la responsabilità. Ad esempio la canzone di Fiorella Mannoia, “Come si cambia”, mi sembrò un brano forte e infatti facemmo bingo. Così è accaduto con Ornella Vanoni, Anna Oxa e altri. Sentivo che alcune canzoni avrebbero avuto successo. Ma mai ho avuto l’ansia delle classifiche.

Nella sua carriera ha collaborato alla realizzazione di vere e proprie hit. Quali le hanno lasciato un segno?

“Il primo giorno di primavera”, per la quale ho avuto ansia. Quando è uscita ho sofferto per sei mesi, in attesa del successo, perché volevo un riscatto per aver lasciato i Camaleonti. Ma anche tante altre mi hanno lasciato un segno, come ad esempio “Vita”, una canzone che Dalla aveva scelto per un evento straordinario che fu l’album Dalla-Morandi. Toccai il cielo con un dito.

Ha un sogno che artisticamente non ha ancora realizzato?

Una cosa che sogno è che i miei figli trovino una strada della quale siano appassionati. Un desidero più familiare che artistico. Spero che trovino un mestiere che gli piace, perché solo così potranno farlo nel miglior modo possibile. Nell’ambito della mia professione, della musica, mi muovo tranquillamente ancora con lo stesso entusiasmo di sempre. Io e Mogol abbiamo scritto alcune canzoni che ancora non sono uscite e attendiamo di darle all’interprete giusto, nel posto giusto. Ad esempio “Vita” l’avevo proposta a Fiorella Mannoia cinque anni prima che la cantasse Dalla. A lei non piaceva per sé. Stessa cosa Mina. Viviamo di giorno in giorno, il sogno vero quindi resta quello legato ai miei figli.

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La gioia della Musica

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SECONDA STAGIONE

Al via il 17 aprile, in access prime time su Rai 3, la nuova edizione del programma con Corrado Augias in collaborazione con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

Torna su Rai3, da lunedì 17 aprile alle 20.15, il programma evento della scorsa stagione, firmato Corrado Augias: “La Gioia della Musica”, un viaggio alla scoperta dei segreti, la magia, le regole, le invenzioni e i geni della musica classica, lirica e sinfonica.

Con la guida di Corrado Augias e grazie alla preziosa collaborazione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, ascolteremo celebri arie, con le loro magnifiche melodie, ma solo dopo aver afferrato un po’ di quel linguaggio che ci fa godere appieno la gioia della musica. E ancora: scopriremo che cosa significa cantare, ma cantare davvero, mettendoci dentro tutte le note, e i tempi, che ci vogliono.

Tante le novità dell’edizione di quest’anno: la partecipazione coinvolgente del coro del Teatro Regio di Torino, il racconto dei più celebri inni nazionali che riflettono la storia e l’identità di grandi nazioni e la voce unica di Malika Ayane.

In ognuno dei 30 appuntamenti, in onda in access prime time dal lunedì al venerdì, “La Gioia della Musica” racconterà la vita, gli amori, i dolori, le passioni di un genio della musica per poi soffermarsi su una delle sue più celebri creazioni musicali. Una sorta di lezione, leggera e appassionante, tra narrazione e note musicali.

La puntata inizierà con Corrado Augias che interromperà le prove dell’Orchestra nell’Auditorium “Arturo Toscanini” della Rai di Torino, per curiosare, chiedere notizie e raccontare i vari strumenti musicali che compongono l’orchestra. Farà domande, scherzerà, ascolterà accordi e melodie. Poi, una volta in studio, alternerà la sua capacità di grande narratore a quella di curioso e appassionato di musica interrogando i due Maestri, Speranza Scappucci e Aurelio Canonici, per capire cosa si cela dietro le invenzioni dei più grandi compositori. Infine, tornerà nell’Auditorium Rai per assistere all’esecuzione finale del brano musicale protagonista della puntata.

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‘O Mar For, con 35 milioni di streaming è Platino

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Nuovo record per “Mare fuori”. La sigla della serie Tv prodotta dalla Rai, composta da Stefano Lentini, Lorenzo Gennaro e Matteo Paolillo per le Edizioni musicali Rai Com, ha ottenuto l’ambito riconoscimento

Con oltre 35 milioni di streaming il brano “’O Mar For” è Disco di platino. Distribuito da Believe così come tutta la colonna sonora della serie, è stato inserito in 19 playlist, ha conquistato due copertine ed è entrato nella Top 100 singoli e nella Top 50 Italia. A consegnare il riconoscimento ad Angelo Teodoli, amministratore delegato di Rai Com, durante un evento nella sede della consociata Rai, è stato Luca Daher, amministratore delegato di Believe Italia. «Pubblichiamo tantissima musica, ma “Mare fuori” ha dato una visibilità enorme alla nostra attività – ha dichiarato Teodoli – il Disco di platino è un riconoscimento non indifferente, siamo molto orgogliosi. La musica è uno dei vettori culturali più forti in assoluto». Per il compositore Stefano Lentini «“Mare Fuori” più che una serie sta diventando un’esperienza su diversi livelli: musicale, emotivo e culturale. Mi auguro si possa fare ancora di più, come sostenere il miglioramento delle condizioni di chi si trova dentro un IPM. Spero che questa grande esperienza possa arrivare anche nella concretezza delle cose».  Tra i premiati il giovane autore e producer Lorenzo Gennaro (Lolloflow), «è il mio primo vero lavoro importante, “Mare fuori” ha segnato in me una grande crescita artistica, devo tantissimo alla serie e all’esperienza che mi sta facendo fare», e il cantautore e attore Raiz, tra le voci di “’O Mar For” e interprete nella terza stagione della serie. «È un lavoro stimolante, all’inizio la strada era in salita, poi le storie sono arrivate al cuore della gente – afferma l’artista – “Mare fuori” ha dato la dimostrazione che un brano, anche se parla di cose importanti, e anche se cantato in una lingua non familiare, può appassionare ugualmente il grande pubblico». Gli stream complessivi delle colonne sonore delle tre stagioni hanno superato quota 54 milioni. Il progetto “Mare fuori”, con Rai Com in prima linea, vedrà anche la pubblicazione di un libro dedicato alla serie.

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Una vita per la democrazia

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“Se vuoi cambiare il mondo devi esserci”, diceva Tina Anselmi, partigiana a 16 anni, sindacalista in difesa delle operaie, prima donna ministra in Italia, nel 1976, presidente della Commissione di inchiesta sulla loggia massonica P2. Spesso unica donna in un mondo di uomini, la vita di Tina Anselmi è stata quella della nostra democrazia. Il 25 aprile, in prima serata su Rai 1, il film diretto da Luciano Manuzzi con Sarah Felderbaum

“La storia di Tina Anselmi è la storia di colei che ha aperto la strada all’emancipazione femminile (peraltro non ancora totalmente raggiunta) durante tutto l’arco del Novecento. È stata un personaggio fantastico, romanzesco, a cui tutti dovremmo poter assomigliare, uomini e donne. Per tutta la vita ha lottato contro i soprusi, le ingiustizie, gli sprechi e la mancanza di tutele che considerava come insulti insopportabili” afferma Luciano Manuzzi, il regista di “Tina Anselmi. Una vita per la democrazia”, in onda su Rai 1 il 25 aprile, il giorno in cui l’Italia celebra la Liberazione dall’occupazione nazifascista.
Nel 1944 Tina Anselmi ha solo sedici anni e con gli studenti di Bassano è costretta ad assistere all’impiccagione di trentuno uomini da parte dei tedeschi. Quel giorno capisce che, per cambiare il mondo, non si può restare a guardare, bisogna agire. È il momento di entrare nella Resistenza, rischiare la vita, la prigionia, la tortura. Con l’incoscienza dell’età, diventa staffetta partigiana e pedala senza sosta tra Castelfranco e Treviso portando documenti e informazioni. La Liberazione dell’Italia arriva nella primavera del 1945 e, quella ragazza appena adolescente che aveva rischiato la vita per la democrazia, non è più la stessa di qualche mese prima. Che senso ha la libertà, se c’è ancora l’ingiustizia? È la domanda che si pone di fronte allo sfruttamento delle “filandere”, lavoratrici spesso minorenni impiegate nelle filande, le più povere, tra le povere, attanagliate da un lavoro faticoso, malsano e sottopagato. La battaglia per i diritti porta la Anselmi verso l’attività sindacale e politica, diventando responsabile dei giovani Dc in un momento in cui non erano molte le donne che arrivavano a ruoli dirigenziali. Comincia a maturare in lei l’idea di quella che sarà la Commissione per le Pari Opportunità. Il primo a credere in lei è il deputato Aldo Moro e, durante il Governo Andreotti, nel 1976 la Anselmi diventa ministra del Lavoro, la prima volta che in Italia una donna ricopre questo ruolo. Grazie a lei, le differenze salariali tra uomini e donne vengono abolite. “Ha aperto la strada alle donne in politica in ruoli di responsabilità, diventando una figura centrale, di riferimento, per molte colleghe nel corso di tutta la Prima Repubblica” continua il regista, sulle capacità politiche di Tina Anselmi, afferma: “Si può senz’altro affermare che, assieme a Nilde Iotti di cui era sincera amica, Tina ha sempre inteso la politica come servizio e attraverso le sue battaglie civili. “La democrazia va vissuta e partecipata” diceva, ha come cercato di rodare la Costituzione, provandone la tenuta e l’efficacia dei suoi valori”. Nel 1978 è ministra della Salute, sul suo tavolo ci sono leggi e riforme importanti: la legge sull’aborto, la riforma Basaglia, l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Ma il giorno in cui dovrebbe nascere il nuovo Governo, il sequestro di Aldo Moro stravolge l’Italia e qualsiasi agenda politica. Tina non si ferma, va avanti nel suo lavoro e sceglie, in sintonia con il suo partito, la linea della fermezza. Le certezze che avevano animato la sua vita oscillano. C’è qualcosa nella democrazia, che ha perseguito con tenacia e sognato fin da quando era ragazzina, che improvvisamente le sfugge. Qualche anno dopo, nel 1981, diventa Presidente della Commissione di indagine sulla loggia massonica P2, di nuovo unica donna in un mondo di uomini. Audizione dopo audizione, Tina scopre gli interessi di un gruppo di potere che ha cercato di governare il Paese in modo occulto e capisce che il mondo in cui aveva creduto di vivere e combattere le sue battaglie a viso aperto è molto diverso da come lo aveva immaginato. Non si arrende e, nonostante le pressioni e le minacce, porta a termine una relazione lucida e dettagliata sull’azione delle logge deviate in Italia e riesce a farla approvare con una larghissima maggioranza. Ciò che oggi continua ad affascinare di Tina Anselmi, è il modo in cui ha preteso di mettere alla prova molti di quei valori che l’Italia democratica non sempre è riuscita a incarnare. A lei, insieme a molti altri, dobbiamo la nostra libertà, un valore che ha sempre difeso e sostenuto per tutta vita. Chi non vorrebbe assomigliare a una donna così?

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Shake

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Shakerare Shakespeare

Dalla Venezia del XVII secolo alla Roma contemporanea senza re, regine, castelli e guerre, un gruppo di ragazzi di oggi che come il Moro, Desdemona, Cassio, Iago e gli altri sono alle prese con l’identità che cambia e con la perdita dell’innocenza. Dal 14 aprile in esclusiva su RaiPlay

Raccontare l’adolescenza, periodo della vita di un essere umano a metà tra tragedia e commedia, affidandosi alle parole del Bardo. Chi meglio di Shakespeare, il più grande drammaturgo di tutti i tempi, può offrire spunti di riflessione per un teendrama che trasforma dei ragazzi di un liceo nei protagonisti dell'”Otello”?

«Interpretare Shakespeare in chiave televisiva, contemporanea e farne un coming of age è una sfida emozionante. Per quanto il testo originario sia di altri tempi, i temi rimangono universali: gelosia, amore, tradimento. L’adolescenza non fa altro che rafforzarli, raccontando una storia di scoperta, formazione, crescita» afferma la regista, anche lei molto giovane, Giulia Gandini.

Dalla Venezia del XVII secolo alla Roma contemporanea senza re, regine, castelli e guerre, un gruppo di ragazzi di oggi che come il Moro, Desdemona, Cassio, Iago e gli altri sono alle prese con l’identità che cambia e con la perdita dell’innocenza.

Il protagonista non è più il valoroso condottiero dell’esercito veneziano, bensì Thomas, il leader imperturbabile di una crew di parkour. Accanto a lui il simpatico Michele (Cassio) e l’arguta Gaia (Iago). Un equilibrio apparentemente solido fino a quando non compare sulla scena Beatrice (Desdemona), la più bella ragazza del liceo, di cui sia Thomas sia Gaia si invaghiscono. Mentre tra Beatrice e Thomas nasce una profonda storia d’amore, Gaia, colpita dall’invidia nei confronti del suo amico, ordirà un meticoloso piano atto a separare i due innamorati. L’infima opera di persuasione di Gaia avrà i suoi effetti, e le insicurezze di Thomas scoppieranno in una gelosia cieca che distruggerà l’amore per Beatrice e l’amicizia con Michele.

In un finale senza vincitori, la vera tragedia per i protagonisti sarà la consapevolezza del sopraggiungere dell’età adulta e con essa del disincanto perso, ma i ragazzi avranno modo di indagare le loro fragilità, elaborare i loro errori o, più semplicemente, crescere. Ogni episodio segue la prospettiva di un singolo personaggio, rivelando man mano nuove sfumature in scene già viste dagli occhi non solo di Thomas, ma anche di Bea e Gaia.

Non serve quindi conoscere Shakespeare per capire “Shake”, anche se «per chi è familiare con l’Otello le easter eggs sono moltissime» continua la regista che, dal punto di vista della realizzazione filmica dice: «I piani sequenza si rifanno senza dubbio al linguaggio teatrale. L’amore tra i protagonisti è il primo, liceale, ma è anche l’amore tra Otello e Desdemona, Romeo e Giulietta, Amleto e Ofelia. I protagonisti non sono solo innamorati, sono destinati l’uno all’altra».

L’amore è dunque una fiaba, ma per quanto forte e romantico, purtroppo il destino Shakespeariano è crudele. È una fiaba senza lieto fine, o comunque con un finale dolceamaro. Perché in fondo l’adolescenza è proprio questo: la fine della fiaba che è l’infanzia, e il passaggio necessario all’età adulta.

Ispirazioni…

Le reference sono altre serie teen, ma anche film come Skate Kitchen di Crystal Moselle, Water Lilies di Céline Sciamma, American Honey di Andrea Arnold.

La musica

La maggior parte della musica è elettronica soft della nostra composer Ginevra Nervi, con il fine di tingere anche le situazioni più mondane con un senso di sospensione, riflessione, introspezione. Non mancano poi le tracce musicali di vari artisti moderni come Fred Again, Ditonellapiaga e Cmqmartina, giovanissima cantautrice che ha firmato la canzone originale della serie, “Il silenzio”.

JASON PREMPEH  
Thomas

Da Shakespeare a Shake…

Quello che speriamo è che ci sia una scossa dal punto di vista emotivo. È una serie che si concentra sulle emozioni dei personaggi, ci saranno molti intrighi amorosi che cattureranno l’attenzione del pubblico. “Shake” è un mix di generi, si passa dalla storia di Otello, il Moro di Venezia, a Thomas, un vero leader che pratica parkour e si ritrova a combattere i “demoni” dell’adolescenza, i primi amori, passioni e gelosie.

Il parkour come metafora della vita…

Come per il parkour che spinge chi lo pratica a trovare una soluzione, ogni volta diversa, per affrontare e superare gli ostacoli, anche nella vita nessuno può dirti come gestire la tua esistenza, è sempre un lancio nel vuoto capire se stessi, gli amori e le amicizie.

Quali sono i punti di forza del suo personaggio?

Sicuramente il suo grande senso dell’onore e della fedeltà. È una persona molto ingenua e passionale e per questo, i suoi pregi possono diventare anche le sue più grandi debolezze. È questa sua forte passione che lo spinge verso la cieca gelosia, una ingenuità che lo rende vittima delle voci che altri insinuano.

Un racconto di e per ragazzi… e gli adulti?

È una storia che può rivolgersi anche a un pubblico di adulti, perché rappresenta bene quella che è l’adolescenza. In realtà, più che parlare agli adulti, speriamo possa spingerli ad ascoltare ciò che le nuove generazioni hanno da dire.

GIULIA FAZZINI
Beatrice

Il Bardo per una storia contemporanea…

L’obiettivo di “Shake” è prendere i temi universali dell’“Otello” di Shakespeare, la gelosia, l’amore e l’inganno, e trasporli in qualcosa di fruibile e comprensibile per il pubblico di oggi. Molto spesso si è intimoriti davanti all’intensità di Shakespeare, in realtà, la sua forza consiste proprio nell’essere riuscito a raccontare con semplicità temi tanto infiniti da includere l’intero umano. Nel nostro piccolo, abbiamo cercato di rendere omaggio a questa grandezza, prendendo l’opera di Shakespeare, traducendola in un frammento contemporaneo, comprensibile ai più. Abbiamo shakerato circostanze diverse, ma i temi sono rimasti gli stessi.

Quanto rimane di Desdemona nel suo personaggio?

Abbiamo mantenuto quella fame di autenticità presente nell’opera originale. Non appena Desdemona riesce a rispecchiarsi nelle pene dell’Otello, lei le vede riflesse nei suoi occhi e se ne innamora perdutamente. È una donna disposta ad abbandonare la famiglia, il suo status quo, le certezze per inseguire quel sogno d’amore infinito. Se vogliamo, rappresenta il simbolo per eccellenza della fedeltà in amore. Tutto questo c’è anche in Beatrice, alla quale abbiamo donato uno spigolo in più, un chiaroscuro maggiore. Se nel personaggio della tragedia i moti interiori erano un pochino più nascosti e interiorizzati, in Beatrice è chiara la sua vulnerabilità, che coinvolge l’ambito familiare e amicale. Ci lasciamo connettere alla sua sensibilità in maniera più diretta.

Un messaggio per il pubblico adulto…

Spero che gli adulti che avranno la fortuna di guardare “Shake” siano portati a empatizzare con i sentimenti dei ragazzi, troppo spesso interpretati come sciocche manifestazioni giovanili. I nostri amori giovanili significano tanto per noi, sono veramente ciò che ci fa andare avanti, le gelosie, le passioni così forti sono qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno, solo che il mondo dei grandi spesso tende a dimenticarlo.

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StraMorgan, lezioni di musica in show

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NOVITA’

Dal 10 al 13 aprile su Rai 2, in seconda serata, con Morgan e Pino Strabioli, quattro appuntamenti per raccontare storia, percorso, curiosità, contaminazioni internazionali di Domenico Modugno, Lucio Battisti, Franco Battiato e Umberto Bindi

«Un tuffo, una nuotata nella visione, nella rilettura, nella prospettiva di Morgan rispetto a quattro colossi: Domenico Modugno, Lucio Battisti, Franco Battiato, Umberto Bindi. Avremo un’orchestra di giovani di vari conservatori, una band, ospiti. Sarà una festa della musica e una riflessione sulla musica». È Pino Strabioli a descrivere con entusiasmo il debutto del nuovo programma sulla musica di Rai 2 che vedrà il cantautore-poeta Morgan impegnato in quattro “lezioni di musica in show”. Dal 10 al 14 aprile in seconda serata, dal Centro di Produzione Tv di Torino, il programma avrà per protagonisti quattro grandi nomi della musica: Modugno, Bindi, Battiato e Battisti, dei quali racconterà storia, percorso, curiosità, contaminazioni con la musica internazionale. «Si comincia. Finalmente sono riuscito a portare in scena questi grandi cantautori italiani di cui vado molto fiero. Sono certo che siano il grande patrimonio della nostra terra, l’Italia – afferma Morgan – queste canzoni italiane sono qualcosa di prezioso, sono dei grandi gioielli di cui nutrirci e da metterci addosso. Da sfoggiare, sono una grande eredità da non dimenticare». Nei quattro viaggi musicali, eclettici e unici alla maniera di Morgan e del suo pianoforte, un ruolo fondamentale avranno la sua band e I’orchestra, composta da giovani talenti provenienti dai Conservatori italiani, diretti dal Maestro Angelo Valori, Direttore d’Orchestra del Conservatorio di Pescara. «Che la Rai mi consenta di raccontarli, non solo di interpretarli, è un grande inizio – prosegue Morgan – se il pubblico accoglierà questo appuntamento, ci saranno delle belle prospettive per far ritornare qualcosa che spesso sembra dimenticato. Può ritornare non sotto forma di passato ma di insegnamento, per fare qualcosa di nuovo». Tanti gli ospiti, tra i quali spiccano Vinicio Capossela, Paolo Rossi, Gino Paoli. Morgan mattatore e cantante, al suo fianco Pino Strabioli che lo incalzerà con domande e lo accompagnerà nel racconto, ricordando aneddoti e conducendo il pubblico tra note e narrazione con garbo ed eleganza. Prodotto dalla Direzione Intrattenimento Prime Time, “Stramorgan” nasce da un’idea creativa di Morgan. La regia è di Luca Alcini.

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Il mio cuore tra Web e Tv

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DOMENICO RESTUCCIA

Dai reel alle challenge, dalle storie a un utilizzo consapevole della Rete. Il RadiocorriereTv intervista il dottor Web, lo specialista di Internet in “BellaMa’”, il programma di Pierluigi Diaco in onda nel pomeriggio di Rai 2: «Sono mondi che talvolta spaventano le persone con qualche anno in più, perché spesso visti in modo negativo»

Una sfida importante, quella di “BellaMa’”, conquistata giorno dopo giorno…

Il programma è una bellissima famiglia. Siamo tantissimi, c’è un bel capitale umano. Ci sono le storie, i racconti che ci hanno consentito di conoscerci puntata dopo puntata. E poi c’è il direttore d’orchestra, Pierluigi Diaco, che è, gli rubo l’espressione, un vero e proprio amplificatore di talenti. Nel momento in cui percepisce una scintilla, un input, da parte di ognuno di noi, è pronto ad amplificarlo, creando i momenti più forti del programma.

Nel corso dei mesi abbiamo visto il programma cambiare pelle…

Tutti i nuovi programmi aggiustano il tiro confrontandosi giorno dopo giorno con la realtà. È stato così anche per “BellaMa’”, per il suo cast. Nel corso delle settimane Diaco ha affinato il racconto, anche grazie alle indicazioni ricevute dal pubblico. Evviva il cambiamento.

Quanto riesce a essere franco e costruttivo il confronto tra generazioni?

È la prima volta che mi capita di assistere, in un programma, a una mancanza di brief iniziale, proprio perché Pierluigi cerca la spontaneità reale di quello che succede. Certo, ognuno di noi sa chi saranno gli ospiti, conosce gli argomenti, ma

tutto ciò che avviene in diretta deve essere vero. È certamente anche un rischio, ma la bellezza di essere sorpresi da quello che si dice vince su tutto. La meraviglia è veramente tale, così come la risata.

Come nasce il dottor Web?

Il dottor Web è entrato in scena quando “BellaMa’” era già pronto per andare in onda. Ero stato chiamato dalla struttura Digital della Rai per creare il piano di comunicazione social, non conoscevo gli autori, il gruppo di lavoro. Quando spiegai alla redazione come avrei voluto raccontare il programma attraverso i social network, Pierluigi mi chiese se volessi farlo direttamente, confrontandomi con il pubblico televisivo. Mi sono bastati due secondi e ho accettato (sorride) e così è nato il mio ruolo davanti alle telecamere. Sto cercando di umanizzare la Rete e i social, mondi che talvolta spaventano le persone con qualche anno in più, perché spesso visti in modo negativo. Il mio ruolo è anche quello di far capire che il Web può semplificare la nostra vita, può rappresentare un valore aggiunto.

C’è una caratteristica che accomuna i boomer?

La grande curiosità, alla fine di ogni puntata capita che mi chiedano consigli, una mano per superare qualche dubbio sull’uso degli smartphone. A darmi grande soddisfazione è poi vederli impegnati nel realizzare i reel in trasmissione, nel postare i loro contenuti. A volte si ispirano ai giovani, ed è interessante vedere la contaminazione. Li aiuto proprio come faccio con i miei genitori (sorride).

L’equazione giovane = alfabetizzazione informatica è sempre vera?

Per una questione anagrafica i giovani sono delle spugne, capaci di intercettare le tendenze, e in più hanno facilità nell’utilizzo della tecnologia. I boomer, d’altro canto, hanno alle loro spalle l’esperienza. Saranno tecnicamente meno perfetti, ma in quello che fanno esprimono forti emozioni. Il ponte meraviglioso tra il nonno e lo smartphone è comunque il nipote: crea condivisione, l’unione di due linguaggi, un valore assoluto. 

Ha un consiglio da dare ai nonni che temono di relazionarsi con il Web?

Sui social, e più banalmente sulle chat di messaggistica, che sono più a portata di mano, arrivano messaggi di ogni tipo, con link che rimandano a cose che possono essere anche molto pericolose. Quando non si hanno gli strumenti per capire, il rischio c’è. Certo, parlando di Web in televisione si fa già una sorta di prevenzione, di alfabetizzazione. All’atto pratico è però importante affidarsi solo alle fonti autorevoli, come ad esempio i grandi giornali, e usare la massima cautela con tutto il resto. Buona regola per tutti è quella di condividere solo cose che sappiamo essere reali, certificate. Anche i giovani non devono farsi portatori di cose sbagliate.

La sua carriera in televisione nasce qualche anno fa con “Tv Talk”, poi proseguita con programmi come “Elisir”, “Estate in diretta”, come è cambiato, nel tempo, il suo rapporto con il piccolo schermo?

Quando varco i cancelli della Rai lo stupore e la meraviglia sono sempre gli stessi, la felicità è sempre tanta. A essere cambiata è invece l’esperienza, nella fattispecie sto vivendo l’evoluzione dei linguaggi televisivo e social, che col tempo si stanno avvicinando. Certamente la Tv può contare su una fidelizzazione che il Web fa ancora fatica ad avere. Un milione di follower sui social si trasforma raramente in un milione di telespettatori. La Tv deve strizzare l’occhio al mondo dei social solo quando questi rappresentino un valore.

A proposito di televisione, ci indica tre momenti da salvare della Tv degli ultimi 20 anni?

Sull’approfondimento direi i programmi di Piero e Alberto Angela, capaci di rendere pop la narrazione di contenuti importanti. Come intrattenimento è invece interessante osservare l’evoluzione che Sanremo ha avuto negli ultimi tempi. Il Festival ci rappresenta molto bene, è sufficiente vedere come i 28 cantanti in gara quest’anno abbiano risposto ai gusti musicali di diverse generazioni. Un solo programma è riuscito a parlare a tutta la famiglia. Per chiudere dico “Una pezza di Lundini”, programma surreale che ha saputo attrarre anche un pubblico molto giovane. Penso alle clip di Valerio, ai tormentoni della Fanelli, diventati cult anche tra chi la Tv la guarda raramente.

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“Due vite” per Liverpool 2023

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Marco Mengoni

A dieci anni dalla sua prima partecipazione all’Eurovision di Malmo nel 2013, dove arrivò settimo con “L’Essenziale”, l’artista porterà sul palco della città inglese la canzone con cui ha trionfato a Sanremo 2023. Obiettivo? «Divertirsi e fare musica tutti insieme»

SANREMO 09 FEBBRAIO 2023 3 SERATA DEL FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA DI SANREMO. NELLA FOTO MARCO MENGONI

L’Eurovision è un po’ il Mondiale della musica, qual è l’allenamento di Mengoni per questo evento?

Per arrivare pronto al prossimo Eurovision Song Contest di Liverpool, sto cercando di fare tantissime cose prima, tra cui piccole soste in giro per l’Europa, dei mini concerti. In generale cerco di fare le stesse cose di sempre: l’allenamento fisico per scaricare la tensione e la mia buona ora settimanale di terapia mentale.

“Due vite”, due universi che collidono ma che devono in qualche modo coesistere. Quanto è attuale la sua canzone? 

In “Due vite” si parla di equilibrio tra le due parti che fanno parte di ciascuno di noi. È una canzone che racconta della nostra parte diurna, nella quale la mente di una persona riesce a mettere da parte le follie, le frustrazioni, i dubbi, le perplessità… che alla fine escono all’esterno tramite i sogni, in una sorta di mondo fantastico, quasi felliniano. Queste paure, questi tormenti vengono sempre a bussare. Pensando ai tempi che stiamo vivendo, è una esortazione a trovare il giusto allineamento con la nostra società, con la Terra che ci ospita.

Dieci anni fa la prima volta a Sanremo e all’Eurovision. Cosa conserva di “essenziale” in questa nuova fase della sua vita?

Se dieci anni fa aveva portato l’essenzialità, quest’anno saranno protagoniste queste due diverse esistenze, un dualismo presente in ognuno di noi.

Tre minuti per abbracciare con la sua canzone tutti i Paesi presenti. Sente questa responsabilità? In realtà no, farò quello che ho fatto e che volevo fare a Sanremo: divertirmi e far parlare la musica. Sarà un bellissimo momento di condivisione e di festa. Credo che l’Europa, attraverso questa manifestazione, riesca, almeno in quei giorni, a riappacificarci, a farci sentire felici insieme grazie alla musica, “united by music”.

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