Pino Insegno
Dal sogno alla realtà…
«Il cuore del programma è il gioco: le persone partecipano, si mettono alla prova e imparano divertendosi» racconta il conduttore romano che, a vent’anni dalla nascita di “Reazione a Catena”, ripercorre i momenti più significativi del game show, ogni giorno alle 18.40 su Rai 1
Dopo questi ascolti eccezionali, che effetto le fa celebrare i vent’anni di “Reazione a Catena”?
Mi fa molto piacere per un motivo semplice: sento questo programma anche un po’ mio, come un figlio. Ho condotto la seconda, la terza, la quarta e la quinta stagione. Dopo il primo anno con Pupo, il programma cambiò veste, si trasferì a Cinecittà e iniziò una nuova era di “Reazione a Catena”, con ascolti che superarono anche il 30%. Ricordo che facemmo persino una scommessa: se avessimo raggiunto il 30% di share mi sarei spogliato nei camerini, pezzo dopo pezzo. Alla fine arrivammo al 31%, quindi la scommessa fu vinta davvero.
E qual è stata la “reazione a catena” di chi ha visto questa scena?
Hanno chiuso tutte le porte (ride).
Qual è il ricordo più bello legato a questi vent’anni?
Sono felice di essere testimone di questi anni, di rincontrare tutte le persone che ho conosciuto allora: i concorrenti, i campioni, quelli a cui il programma ha cambiato la vita. Ci sono state persone che hanno vinto somme importanti, altre che magari non erano nemmeno fidanzate e oggi sono sposate e hanno figli. Sarebbe bello sapere come è andata la loro vita dopo il programma. Questo è ciò che conta davvero: vedere come il gioco si sia intrecciato con le loro storie personali.
Secondo lei qual è il vero segreto del successo di “Reazione a Catena”?
Il segreto è che il programma è scritto benissimo, ma soprattutto permette di giocare non solo in studio, ma anche da casa. La gente si appassiona perché partecipa. Certo, il montepremi ha la sua importanza, ma il cuore del programma è il gioco. Le persone si mettono alla prova davanti alla televisione, cercano le parole, costruiscono collegamenti. Inoltre, parliamo della lingua italiana in tutte le sue sfumature, che non smettiamo mai di imparare. È un gioco che insegna senza far pesare l’insegnamento. Dico spesso che dovrebbe essere usato anche a scuola: è il modo migliore per imparare. Quando si riesce a insegnare divertendo, si è già vinto. È un po’ come una metafora: la vita nascosta sotto una bella menzogna. Io ricordo ancora le parole del mio professore di italiano: “Imparate le poesie a memoria perché così si rimorchia” (ride). A una ragazza scrissi i versi “amor ch’a nullo amato amar perdona”, lei rimase folgorata e alla domanda su come avessi pensato quelle parole risposi: “Mi è venuta di getto”. Erano gli anni Settanta e non c’era internet (ride).
Quanto è importante il rapporto con il pubblico?
Fondamentale. Io vivo costantemente in mezzo alla gente. Faccio foto, firmo autografi, parlo con tutti. Non mi sono mai sentito superiore al pubblico. Questo mi permette di capire cosa la gente si aspetta da me e dal mio lavoro. È il mio termometro quotidiano. Quando salgo sul palco o entro in studio so cosa posso dare alle persone. Credo che il pubblico mi percepisca come uno di loro, e questa è una cosa che mi rende felice.
Esiste uno “stile Insegno” nella conduzione?
Credo di sì. Lavoro con la voce da sempre: come attore, doppiatore, conduttore e formatore. Insegno comunicazione verbale e non verbale da molti anni. Quando conduco utilizzo tutte queste competenze: a volte sono presentatore, a volte attore, altre ancora doppiatore o comico. So cosa offrire alla gente che mi segue. Cerco di usare ogni sfumatura nel momento giusto. Penso molto anche alla voce: accompagno il pubblico, cambio ritmo, tono e intensità. È quasi come raccontare una storia. Gli ascolti più alti spesso arrivano nei momenti in cui non si vede il mio volto, ma si sente soltanto la mia voce accompagnare il gioco.
Quanto conta il lavoro degli autori?
Moltissimo. C’è una squadra straordinaria, guidata da Tonino Quinti, che segue il programma da vent’anni. Quando un gruppo di autori funziona, si vede. Naturalmente c’è spazio per l’improvvisazione, ma il testo è così ben costruito che diventa una base perfetta su cui lavorare. L’importante è ricordare sempre che i protagonisti sono i concorrenti, non il conduttore. Io devo valorizzarli, aiutarli a emergere e permettere al pubblico di affezionarsi a loro.
Qual è la parola italiana che preferisce?
Una parola che mi diverte moltissimo è “onomatopea”. Mi piace il suono che ha, la sua musicalità. È una parola che mi fa sorridere ogni volta che la sento. Ma la verità è che amo tutta la lingua italiana. È una lingua meravigliosa: può essere dolce o dura, poetica o ironica. Basta cambiare l’intonazione e il significato cambia completamente.
Qual è stato l’anello fondamentale della sua “catena” professionale?
La voglia di fare e l’ambizione, sempre accompagnate dall’umiltà. Ho sempre cercato di fissarmi un obiettivo e, quando stavo per raggiungerlo, spostarlo un po’ più avanti. Non mi è mai piaciuto sentirmi arrivato. Ogni giorno bisogna aprire gli occhi e avere ancora qualcosa da imparare, qualcosa da conquistare.
Si dice spesso che la televisione sia in crisi. È d’accordo?
La televisione è cambiata, questo sì. Quando ho iniziato, negli anni Ottanta, era diversa. Il sabato sera la famiglia si riuniva davanti allo schermo. C’erano appuntamenti che coinvolgevano tutti. Oggi il panorama è molto più frammentato e spesso si cercano scorciatoie per il successo. È questo che mi preoccupa di più: l’idea che basti partecipare a un reality per costruirsi una carriera. Io credo invece che servano studio, esperienza e tempo.
“Reazione a Catena” esisterà ancora tra vent’anni?
Io credo di sì. I programmi che hanno un’idea forte e autentica resistono nel tempo. Quando il pubblico percepisce sincerità e riconosce qualcosa di vero, continua a seguirti. Per questo penso che “Reazione a Catena” abbia ancora molta strada davanti a sé.
Se dovesse costruire una “catena” che racconti la sua vita e il programma, quale sarebbe?
Pino.
Pino→Albero
Albero→Sogno
Sogno→Realtà
Realtà → Reazione a Catena.
Perché in fondo è questo il percorso della mia vita: partire da un sogno e trasformarlo, passo dopo passo, in realtà.