NUOVA EDIZIONE

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Ulisse riparte da New York

 

 

Dopo il successo dello speciale “Versailles in piano sequenza”, Alberto Angela torna su Rai1 con la nuova serie del fortunato programma. A partire da lunedì 4 maggio in prima serata, Rai Cultura propone quattro nuovi episodi dedicati a grandi personaggi del passato, ai viaggi, alla cultura e alla storia

 

 

La nuova stagione si apre all’insegna della musica. Dopo il grande successo fatto registrare lo scorso anno con “Sulle note di Londra”, quest’anno Alberto Angela attraverserà l’Atlantico per raccontarci un’altra città che ha un legame profondo con la musica: andremo infatti nella Grande Mela, con “Sulle note di New York”.  Un viaggio sonoro per la città dove ogni set sarà abbinato a una canzone o a un artista statunitense. Nella seconda puntata “Dai Samurai ai Manga” visiteremo il Giappone: un viaggio in un paese così lontano ma capace di esercitare un fascino crescente su moltissimi italiani. La leggendaria tradizione dei samurai, gli eroi dei manga e dei cartoni animati con cui sono cresciute generazioni di giovani, la cucina ricercatissima, la tecnologia all’avanguardia, la delicatezza dei fiori di ciliegio, l’orrore dei kamikaze e del seppuku, le catastrofi naturali da cui difendersi. Un racconto dei tanti aspetti di una civiltà complessa e millenaria, dove gli opposti si incontrano e danno vita ad una cultura unica al mondo. Lucrezia Borgia è la protagonista del terzo appuntamento di questa stagione di “Ulisse, il piacere della scoperta”. Assassina, avvelenatrice, figlia e sorella incestuosa. Tante le accuse che danno corpo alla sua leggenda nera. Nata dal cardinale Rodrigo, divenuto poi papa Alessandro VI, sorella di Cesare Borgia, Lucrezia è stata una grande protagonista del Rinascimento. Cosa c’è di vero nelle tante vicende che l’hanno messa in cattiva luce? È la domanda alla quale Alberto Angela cercherà di rispondere ripercorrendo la vicenda tormentata di una donna in realtà forte, intraprendente, padrona del proprio destino al di là delle apparenze. Non si finisce mai di scoprire Parigi. Non bastano i tre giorni che molti turisti di solito trascorrono in città e proprio per questo l’ultima puntata della serie, intitolata “Parigi nascosta”, sarà un viaggio tra le meraviglie meno conosciute della capitale francese per scoprirne luoghi alternativi e indimenticabili.

 

 

#1M2026 

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Concertone del Primo Maggio 2026

 

 

Da Piazza San Giovanni in Laterano a Roma in diretta su Rai 3, Rai Radio 2, RaiPlay e Rai Italia

 

 

L’edizione 2026 del Concerto del Primo Maggio di Roma, promossa da CGIL, CISL e UIL e organizzata da iCompany, è dedicata al tema “Lavoro dignitoso: contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti per l’Italia che cambia nell’era dell’intelligenza artificiale”. L’evento, come sempre a libero accesso, sarà trasmesso in diretta su Rai 3 e Rai Radio 2 e in onda su RaiPlay e Rai Italia. Sul grande palco si alterneranno Angelica Bove, Birthh, Casadilego, Chiello, Delia, Ditonellapiaga, Dolcenera, Eddie Brock, Emma Nolde, Ermal Meta, Frah Quintale, Geolier, I Ministri, Irama, La Niña, Lea Gavino, Litfiba, Maria Antonietta E Colombre, Mobrici, Okgiorgio, Primogenito, Riccardo Cocciante, Roshelle, Santamarea, Sayf, Sissi. A presentarsi al pubblico di Piazza San Giovanni saranno anche le tre vincitrici del contest dedicato ai progetti emergenti 1MNEXT: BambinaCainero e Cristianaverardo. Anche quest’anno il Concertone mette al centro le performance, rigorosamente live, come strumento di racconto, rappresentando una festa e un momento di riflessione per immaginare il domani attraverso le voci di chi, con la propria musica, lo sta già costruendo. “Il domani è ancora nostro” è infatti il focus scelto dalla direzione artistica guidata da Massimo Bonelli per dare voce alla contemporaneità attraverso la musica con un cast ampio e trasversale, capace di rappresentare sensibilità e percorsi artistici differenti, mettendo insieme nomi affermati e nuove voci della scena musicale italiana che guardano a un futuro pieno di possibilità. Un mosaico sonoro e generazionale che il Primo Maggio di Roma, anno dopo anno, interpreta con un’identità riconoscibile e coerente, valorizzando la qualità delle proposte, l’attenzione ai linguaggi del presente e la capacità di intercettare i temi più urgenti della società contemporanea. Rai Radio2, la radio ufficiale del Primo Maggio e di 1MNext, seguirà il Primo Maggio in diretta radiofonica dal pomeriggio a tarda notte con interviste a caldo agli artisti dal backstage di Piazza San Giovanni. Realizzerà inoltre contenuti extra per le pagine social del canale e trasmetterà anche in visual radio sul canale 202.

 

NUOVA EDIZIONE

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Fin che la barca va

 

 

Un battello che naviga il fiume Tevere a Roma, il fluire dell’acqua come metafora del tempo che scorre, dove tutto passa veloce come l’attualità. A capitanare l’imbarcazione, Piero Chiambretti. In onda da sabato 2 maggio alle 20 su Rai 3, con una veste “allungata” e tutta nuova

 

 

 

Piero Chiambretti è chiamato a guidare ospiti, analisti e firme autorevoli in un viaggio che unisce informazione, memoria televisiva e ironia. Il programma è articolato in due grandi “movimenti”, ciascuno con una precisa identità narrativa. Si salpa “Col vento in poppa” e si giunge a destinazione “Controcorrente” coniugando approfondimento, racconto, analisi e intrattenimento culturale in una cornice visiva spettacolare. “Col vento in poppa”, navigando verso l’isola Tiberina, ospita uno dei protagonisti della settimana, un rappresentante della politica, della cultura, dell’informazione, del costume e della società. Nella parte “Controcorrente” sale a bordo un ospite fuori dagli schemi, capace di offrire uno sguardo inatteso sul presente. In questo spazio rubriche, classifiche, incursioni giornalistiche, memorie televisive, collegamenti e presenze speciali. In questo viaggio Chiambretti è accompagnato, tra ponti, bellezze naturali, monumenti mozzafiato, da un equipaggio composto da Alessandra Ghisleri, esperta di sondaggi e delle tendenze, Patrick Facciolo, osservatore dei linguaggi della comunicazione e del dibattito pubblico e dai giornalisti Giorgio Dell’Arti e Claudio Sabelli Fioretti. Insieme a loro, Michele Masneri e Marco Gregoretti che curano, rispettivamente, le rubriche “Fuori bordo” e “Macchianera”. “Fin che la barca va” è anche online su RaiPlay.

 

CARTISIA SOMMA

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Senza scrupoli per salvarsi: il lato più duro di Sharon

 

Nella sesta stagione di “Mare Fuori” l’attrice dà volto a una delle new entry più intense: una ragazza che lotta senza regole per trovare la propria strada. Il carcere diventa uno strumento di redenzione. Tra ambizione, conflitti familiari e fragilità nascoste, emerge un personaggio complesso che racconta i giovani senza filtri

 

 

 

Il personaggio che interpreta entra in scena e porta subito scompiglio. Che energia ha?

Sharon è sicuramente un personaggio senza scrupoli, che non le manda a dire. Crea subito delle forti tensioni all’interno dell’IPM. Ha un carattere molto determinato, grintoso, e ostenta questa sua apparente mancanza di paura. Proprio questa attitudine la porta spesso a fare scelte sbagliate, che però, dal suo punto di vista, rappresentano l’unico modo per salvarsi da una vita che sente non appartenerle: quella legata alle sue origini, alla famiglia, al lavoro da pescivendola. È un personaggio complesso, impegnativo, che inevitabilmente crea molti equilibri instabili all’interno della storia.

Cosa le somiglia davvero di Sharon e cosa invece sente distante?

Mi somiglia sicuramente nella determinazione e nella grinta. Siamo entrambe molto forti, molto determinate, con tanta voglia di fare. Quello che invece ci allontana è il modo di pensare e di agire. Sharon è poco empatica, poco sensibile, o almeno è quello che mostra. Io invece sono l’opposto: molto empatica, mi piace mettermi nei panni degli altri, sono molto sensibile. Quindi da un lato mi ritrovo nella sua forza, dall’altro mi sento lontana dal suo modo di vivere le relazioni.

È una ragazza ambiziosa, disposta a tutto. Quanto è stato difficile entrare nella sua parte più dura?

È stata una vera sfida, perché la maggior parte delle scelte del personaggio non le condivido. La cosa più difficile è stata entrare nella testa di una persona disposta davvero a tutto, anche a trascinare nel baratro le sue stesse sorelle. Parliamo di legami di sangue, eppure vediamo Sharon avere con Marika un rapporto molto conflittuale, a tratti anche violento. Mi chiedevo spesso: com’è possibile trattare una sorella in quel modo? Poi ho capito che dovevo accettare fino in fondo la sua logica, entrare nella sua psicologia. Sharon è davvero pronta a tutto, e io dovevo interpretarla con verità.

Come vive, Sharon, il rapporto con le sorelle?

Con Annarella, la più piccola, ha un rapporto quasi materno. Sharon si sente una figura di riferimento per lei, e proprio per questo Annarella rappresenta il suo punto debole. Nei momenti più estremi, probabilmente si fermerebbe per non metterla in pericolo. È l’unico vero limite che ha, perché l’amore che prova per lei è profondo. Con Marika, invece, il rapporto è molto conflittuale, duro, quasi violento. C’è anche una forma di rivalità. Sharon, secondo me, prova una sorta di gelosia nei confronti di Marika, che ha un sogno sano e un vero talento. Sharon non ha né un sogno né una direzione chiara, e questo la destabilizza. Allo stesso tempo ha paura che Marika possa allontanarsi dalla famiglia inseguendo quel sogno, e quindi cerca, anche inconsciamente, di tenerla vicino. È un rapporto fatto di tensione continua, in equilibrio tra ambizione e amore. E a un certo punto ci si chiede fino a che punto si è disposti a spingersi per trattenere qualcuno, anche rischiando di ferirlo.

Entrando a far parte una serie amatissima che atmosfera ha trovato sul set?

Un’atmosfera davvero familiare. Entrare in una sesta stagione di un progetto così forte poteva far pensare a qualcosa di più rigido, più chiuso. Invece è stato tutto molto naturale, molto accogliente. Il cast è composto da ragazzi giovani, e si è creata subito una bellissima sintonia. Siamo diventati davvero un gruppo, quasi una famiglia. Anche la regia e la produzione sono state molto attente e disponibili. Non è scontato trovare un ambiente così, quindi è stato un ingresso davvero speciale.

Ha lavorato anche sul napoletano: è stata una sfida? Si è divertita?

Mi sono divertita tantissimo, anche perché è stata una vera sfida. Non parlavo nemmeno una parola di napoletano. Mi sono preparata con una coach e ho studiato molto: ho visto film, commedie, ho cercato di assorbire il più possibile da ogni fonte. E ho continuato a lavorarci anche durante le riprese, perché non si trattava solo di imparare le battute, ma anche di curare la pronuncia, l’accento, ogni sfumatura. È stato impegnativo, ma anche molto stimolante.

“Mare Fuori” racconta molto bene le fragilità dei giovani. Cosa l’ha colpita di più di questa stagione?

“Mare Fuori” è un progetto importante perché racconta i ragazzi per quello che sono davvero: non eroi, ma persone che sbagliano, tradiscono, amano, hanno paura. In questa stagione emergono tante fragilità, alcune più evidenti, altre più nascoste. Fragilità che a volte faticano a venire fuori, altre che si scontrano con l’ambizione, come accade nel personaggio di Sharon. È proprio questa autenticità la forza della serie: raccontare i giovani in modo vero, senza filtri. Ed è questo, secondo me, l’aspetto più bello del progetto.

NOVITÀ

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Con Buonvino Villa Borghese si tinge di giallo

 

Un errore rallenta la carriera di Giovanni Buonvino, relegato a un incarico burocratico, noioso e frustrante nel cuore verde di Roma. Inutile perdersi d’animo, meglio rimboccarsi le maniche e dare spazio alle seconde possibilità. Con Giorgio Marchesi e Serena Iansiti, “Buonvino. Misteri a Villa Borghese”, miniserie tratta dai romanzi di Walter Veltroni, giovedì 7 e 14 maggio su Rai 1

 

 

Fin da piccolo a Giovanni Buonvino è stato insegnato che la giustizia trionfa sempre, che il bene vince sul male. Per questo, da grande, ha deciso di entrare in polizia. Per realizzare il suo sogno ha rotto anche con la famiglia, che gli aveva inculcato quei principi di giustizia e pulizia morale, ma non certo perché diventasse uno sbirro. Giovanni ha fatto una bella carriera, arrivando al grado di vicequestore, ma durante un blitz per catturare un importante latitante commette un errore grave: per punizione viene relegato a un incarico burocratico, noioso e frustrante. Quando inizia la nostra storia, la vita sembra dargli una seconda possibilità: in maniera del tutto inaspettata viene trasferito dal polveroso ufficio in questura al comando di un commissariato. Ma quando scopre che la struttura che è chiamato a dirigere è quella di Villa Borghese, Buonvino capisce che non si tratta di una promozione, ma di un’ennesima punizione, anzi di un vero e proprio scherzo: nel commissariato che sorge nel grande cuore verde di Roma non accade mai nulla. Il commissario però non si perde d’animo e si rimbocca subito le maniche, convinto che questa sia davvero la sua opportunità per rimettersi in gioco. Inaspettatamente, anche per lui, l’enorme parco si rivela essere non solo un luogo immerso nella natura e dedicato allo svago, ma anche un microcosmo ricco di enigmi, misteri e segreti inconfessabili. A Villa Borghese Buonvino si ritrova a dirigere una squadra di colleghi che non brilla per efficienza e professionalità. Nessuno scommetterebbe su di loro, ma grazie al suo talento investigativo e alla sua forte umanità, riuscirà a guidarli, trasformandoli in una vera squadra. Con il nuovo incarico, Buonvino troverà – o ritroverà – anche l’amore, grazie alla sua vice Veronica Viganò. Con il suo arrivo, scopriremo che Villa Borghese non è affatto un luogo dove non accade mai niente: semplicemente, ora i misteri nascosti tra palme, pini e abeti sono destinati a essere risolti.

PRIMA PUNTATA

Buonvino e il caso del bambino scomparso

Giovanni Buonvino viene nominato primo dirigente del commissariato di Villa Borghese, il cuore verde di Roma dove non accade mai nulla. Dopo un errore commesso anni prima durante un blitz, la sua carriera sembrava essersi fermata, ma ora ha una seconda possibilità. Nel nuovo commissariato trova una squadra di colleghi poco esperti, poco operativi e poco consapevoli del proprio talento. Tra loro c’è anche Veronica Viganò, un tempo collega e oggi sua vice. Il primo caso è complesso: Girolamo Nodari sembrerebbe essersi suicidato nel laghetto di Villa Borghese. Ma Buonvino non crede al suicidio. Indagando, scopre un legame con un mistero del passato: la scomparsa del figlio di Nodari, avvenuta dieci anni prima nello stesso luogo. Grazie alla sua umanità e competenza, Buonvino riuscirà a risolvere il caso e a riscoprire i sentimenti per Veronica.

SECONDA PUNTATA
C’è un cadavere al Bioparco

Buonvino e Veronica non riescono più a parlarsi per l’imbarazzo nato tra loro: amicizia o qualcosa di più? Nel frattempo emerge un nuovo caso: un cadavere viene ritrovato al Bioparco, nella teca dell’anaconda. L’uomo è senza vestiti e senza testa. Il caso è intricato: bisogna prima identificare la vittima e poi indagare sui dipendenti del Bioparco, tutti potenzialmente sospettati. Parallelamente, Veronica decide di aprirsi a un nuovo amore dopo la morte del marito. Quando lei e Buonvino decidono di ufficializzare la loro relazione, un colpo di scena sconvolgente cambia tutto.

PERSONAGGI

Giovanni Buonvino | Giorgio Marchesi

Poliziotto brillante ma segnato da un errore passato, trova nel commissariato di Villa Borghese la sua occasione di riscatto. È intuitivo, disciplinato, rigoroso ma anche profondamente umano ed empatico. Sa valorizzare chi gli sta accanto.

Veronica Viganò | Serena Iansiti

Vedova da due anni, si trasferisce a Villa Borghese per ricominciare. È solare, empatica e capace di porre le domande giuste. Con Buonvino capirà di essere pronta ad amare di nuovo.

Pierluigi Portanova | Francesco Colella

Ispettore esperto di informatica, ha scelto Villa Borghese per stare vicino alla figlia. Ha messo da parte il suo talento investigativo mentre affronta difficoltà personali.

Daniele Cecconi | Matteo Olivetti

Agente impulsivo e diretto, “esiliato” a Villa Borghese dopo contrasti con un superiore. Leale e genuino, crede profondamente nella giustizia.

Ginevra Robotti | Daniela Scattolin

Laureata in Economia, desidera lavorare nei crimini finanziari. Determinata ma sensibile, affronta pregiudizi e cerca il proprio posto nel mondo.

 

La regista Milena Cocozza racconta

«Villa Borghese è un’anima verde, uno spazio che serba ricordi, manifesta bellezza, custodisce storie e fa respirare, letteralmente, una città meravigliosa e caotica come Roma. Ed è questa fin dal principio, la particolarità del concept di questa serie, l’ambientazione in questo luogo amatissimo dai romani che cinema e televisione non hanno mai realmente sfruttato. I gialli nati dalla penna di Walter Veltroni con protagonista Giovanni Buonvino hanno il loro fulcro in un commissariato situato all’interno di questo luogo idilliaco, apparentemente scevro dal male, dove il contrasto tra la bellezza della cornice e l’efferatezza dei delitti che vi vengono commessi crea un affascinante cortocircuito che ci dà modo di indagare la profondità dell’animo umano, in cui convivono costantemente meraviglia e orrore. Lavorare a Villa Borghese è stata una sfida registica entusiasmante: cercare di restituire la bellezza di questo luogo e del quartiere che lo circonda, di presentare la varietà di panorami, la ricchezza di vegetazione, il Bioparco e gli specchi d’acqua, le opere d’arte, raccontandola come una vera e propria isola a cui si fa sempre ritorno, è stata da subito la mia intenzione. L’intreccio di giallo e commedia umana in cui il protagonista – romano di adozione, nostalgico e colto, non in linea con i poliziotti sempre spezzati che siamo abituati a vedere in televisione – si trova a barcamenarsi, si snoda attraverso le storie, svelando segreti e misteri, attraverso l’uso della sua arma segreta, la profonda empatia che lo contraddistingue. Buonvino ama Roma, e la ama perché la cultura è la sua forza, il cinema il suo nutrimento, ed è attraverso il cinema che ci racconta questo suo amore. Il suo arrivo nel Commissariato di Villa Borghese rimette in discussione la natura del commissariato stesso e la vita dei suoi componenti. Lo fa perché questa serie parla soprattutto di seconda possibilità. Parla degli errori e della possibilità di ripararli. Parla del fatto che i difetti non sono altro che caratteristiche uniche che appartengono a ognuno di noi e che, se sfruttate appieno, possono trasformarsi in opportunità. Parla di sensibilità e capacità di valorizzare, parla di speranza e di amore. Ed è questo che ho cercato di fare, orchestrare al meglio quello che si è rivelato un gruppo profondamente affiatato. Un gruppo di interpreti favolosi e una crew che si è confermata ancora una volta una famiglia.

PAOLA BARALE

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La Tv che mi piace

 

 

La popolare conduttrice e show-girl torna alla sua grande passione, il varietà. Da inizio aprile è con Paola Perego a “Citofonare Rai 2”, in onda il sabato e la domenica alle 11.10. «Mi sembra di essere tornata un po’ alla televisione di una volta – dice al nostro giornale – quella non urlata, in cui le persone si esprimono, si divertono e non litigano. E questo per me è un bellissimo regalo»

 

 

Da poche settimane ha debuttato a “Citofonare Rai 2” nel week end della Rai, come sta andando?

Ci stiamo divertendo. Il programma è un varietà leggero e credo che in questo momento ci sia tanto bisogno di un po’ di leggerezza, di ironia: c’è voglia di ridere, di distrarsi, cosa che non significa nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi di fronte ai problemi. A capitanare il nostro gruppo scatenatissimo è Paola (Perego), io sono una new entry insieme ai Gemelli di Guidonia. Ci occupiamo di spettacolo, di gossip, di cultura, ci sono gli ospiti, e grazie al patrimonio delle Teche Rai riusciamo a rivivere momenti televisivi bellissimi del passato.

 

Il varietà è da sempre una sua passione…

… mi è sempre piaciuto, con “Citofonare Rai 2” mi sembra di essere tornata un po’ alla televisione di una volta, quella non urlata, in cui le persone si esprimono, si divertono e non litigano. E questo per me è un bellissimo regalo.

 

Che Paola porta al pubblico del daytime?

Porto sempre me stessa, non sono molto diversa dalla sera alla mattina (sorride). Questa collocazione mi riporta al varietà della domenica (con Maurizio Costanzo), allora si incominciava subito dopo pranzo, ora andiamo in onda al mattino. Ma è sempre quella Paola là, solo con qualche anno in più (sorride).

 

Come è cambiato, nel tempo, il suo vivere la luce rossa della telecamera?

La luce della telecamera è sempre quella, a essere cambiati sono invece la televisione e il pubblico che la guarda. Un tempo se seguivi un programma e non ti piaceva cambiavi semplicemente canale, oggi, invece, il pubblico è decisamente più attivo, partecipa, commenta, giudica. Anche per questo motivo chi sta davanti alla telecamera sente maggiore responsabilità, si pone più domande.

 

Il grande pubblico della Tv la conobbe a fine anni Ottanta come sosia di Madonna…

Iniziai così ma non amavo molto essere la sosia di qualcuno, perché non mi è mai piaciuto imitare le altre persone, per di più una cantante, cosa non proprio semplice. Nonostante ciò, quella somiglianza fece sì che mi notassero nel mondo dello spettacolo, lo stesso Mike Bongiorno mi volle con sé per questo motivo.

 

Con Mike lavorò per sette anni a “La ruota della fortuna”, ci regala un ricordo di quella collaborazione?

Mike era il maestro, e un maestro anche abbastanza severo. Nei suoi confronti provavo gratitudine e rispetto e mi ponevo sempre con un certo timore, anche per la grande differenza d’età che c’era tra noi e per ciò che lui rappresentava per me e per tutti.

 

C’è un consiglio di Mike che si è portata dietro nel tempo?

Mike non dava consigli ma vederlo lavorare era ogni volta una lezione. Mi fece capire come funzionava la televisione di allora, vidi da subito la serietà che metteva in ogni cosa che faceva, a partire dal rispetto della puntualità. Gli sono ancora grata, così come sono grata a Maurizio Costanzo con cui ho lavorato negli anni successivi. Mike e Maurizio erano persone tra loro molto diverse ma entrambe con uno spessore meraviglioso.

 

Tre anni fa l’abbiamo vista in pista a “Ballando con le stelle”, che esperienza è stata?

È stata una bellissima esperienza anche se non è andata proprio come avrei voluto. Mi sarebbe piaciuto andare più avanti nella gara, ma la pressione che sentivo su di me non mi ha agevolata. Amo ballare, il ballo ti migliora, ti dà energia, ti fa sentire una ragazzina, almeno fino a quando non ti “rompi” (sorride). Io mi ruppi due vertebre e non fu facile, ma a distanza di tre anni posso dire che grazie al ballo ho trovato finalmente una disciplina che non mi annoia e che anche oggi mi fa stare bene.

 

Che spettatrice è oggi davanti alla Tv?

Amo la televisione capace di stupire e di fare sognare. Quella delle storie che raccontano il bene, l’arte, la bellezza, insieme alla speranza. Mi emoziono facilmente, mi è capitato recentemente guardando “Dalla strada al palco”, uno spettacolo meraviglioso dedicato agli artisti di strada. È un mondo che apprezzo e che mi appassiona, quello di chi dedica la propria vita all’arte esibendosi su una via, in una piazza, sul quale ho anche scritto un mio format Tv.

 

Che cosa c’è nella Paola di oggi della ragazzina cresciuta a Fossano?

Sono sempre io ma con un po’ di esperienza in più. insieme agli anni ci sono le nostre esperienze, ci sono i successi e gli “errori”, le cose che ti hanno dato soddisfazione e quelle che non sono andate come volevi. Tutto ti insegna qualcosa, sbagli compresi.

 

Ballo a parte, come ricarica le batterie?

Facendo le cose che mi piacciono e trascorrendo del tempo con le persone a cui tengo, con i miei amici. Non mi faccio più andare bene tutte le cose per forza. Scelgo di più. Spesso amo anche stare da sola, dedicarmi del tempo, prendermi i miei spazi.

 

Come sarebbe stata la sua vita se non ci fosse stato lo spettacolo?

Ero iscritta all’ISEF e credo che avrei fatto l’insegnante di ginnastica. L’idea mi piaceva molto.

 

Che cosa prova quando pensa al futuro?

Ho imparato a pensare di più al presente, a godermi ogni attimo. Certo, sono una persona positiva e spero che per me ci sia un futuro meraviglioso, ma cerco di non fare troppi programmi, anche perché spesso, in passato, non sono andati esattamente come avevo previsto. E così mi godo la giornata, quello che ho. Questo è per me il raggiungimento di un grande traguardo.

 

 

EDOARDO SYLOS LABINI

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Quattro vite fuori dall’ordinario nel racconto del Novecento

 

Su Rai 3 è partita la nuova stagione di “Inimitabili” programma che intreccia memoria, teatro e documentario per rileggere quattro protagonisti della cultura italiana tra identità, contraddizioni e attualità

 

 

“Inimitabili” è tornato con una nuova stagione dedicata a quattro figure centrali del Novecento: da dove nasce oggi l’esigenza di raccontare proprio queste personalità?

Siamo alla terza stagione, quindi il format è ormai consolidato: raccontare personaggi del Novecento che hanno lasciato un segno profondo nella cultura italiana. In questa serie partiamo anche da due anniversari importanti. Il primo è quello dei vent’anni dalla scomparsa di Alida Valli, a cui mi lega anche un rapporto personale: ho debuttato a teatro proprio con lei, trentun anni fa, nel suo ultimo spettacolo, e da lì è nata anche un’amicizia. Parliamo di una delle più grandi attrici italiane di sempre. Il secondo anniversario è quello dei venticinque anni dalla morte di Indro Montanelli, una firma controcorrente del giornalismo italiano. A questi si aggiungono Pier Paolo Pasolini ed Ettore Petrolini. Pasolini è stato raccontato molte volte, ma noi lo affrontiamo da una prospettiva diversa, legata al recupero dell’identità culturale: il poeta eretico che si oppone al mondo globalizzato. Petrolini, invece, è colui che rivoluziona il linguaggio teatrale, anticipando i futuristi e, in un certo senso, il teatro dell’assurdo.

Il programma intreccia documentario storico e interpretazione teatrale: come si costruisce questo equilibrio tra rigore e narrazione?

È una cifra stilistica che mi appartiene. In programmi come “Inimitabili” e “Radix” porto avanti un modo diverso di raccontare: conduco recitando. Sono contemporaneamente giornalista, divulgatore e interprete, perché do voce direttamente alle parole dei protagonisti. È proprio questo equilibrio tra rigore e interpretazione a definire il linguaggio del programma.

La stagione si apre con Alida Valli: che ritratto emerge di una diva che ha attraversato epoche e contraddizioni, tra Italia e scena internazionale?

La sua vita attraversa la prima parte del Novecento. È la diva dei “telefoni bianchi” durante il fascismo, diventa famosissima giovanissima, soprannominata “la fidanzata d’Italia”. Poi va a Hollywood, dove lavora con Orson Welles, ma decide di lasciare quel mondo, arrivando a pagare una penale pur di svincolarsi dal contratto. Torna in Italia e diventa protagonista di film fondamentali, come “Senso” di Luchino Visconti. Ma la sua storia incrocia anche la cronaca: è coinvolta come testimone nel “Caso Montesi”, uno dei primi grandi casi di cronaca nera italiana. Raccontiamo quindi non solo la grande attrice, ma anche tre capitoli cruciali della storia del Paese.

Nel caso di Pier Paolo Pasolini, figura ancora oggi divisiva, come si restituisce la sua voce senza tradirne la radicalità?

Pasolini è un eretico, ma anche un autore che costruisce consapevolmente la propria immagine. Critica il mondo della televisione, ma allo stesso tempo ne diventa protagonista; è contro i salotti, ma li frequenta. È un personaggio straordinario anche per questa contraddizione. In qualche modo ricorda Andy Warhol: costruisce la propria poetica anche attraverso la propria immagine pubblica.

La puntata dedicata a Indro Montanelli attraversa un intero secolo: che tipo di giornalista emerge e quanto è attuale oggi il suo sguardo?

È attualissimo. In un contesto in cui spesso il giornalismo è condizionato da editori o da appartenenze politiche, Montanelli ha sempre rivendicato un unico padrone: i lettori. È arrivato a lasciare i giornali che aveva fondato o in cui lavorava quando non si riconosceva più nella linea editoriale. Oggi è più difficile trovare giornalisti davvero liberi: il suo esempio resta un punto di riferimento.

In che modo il linguaggio comico di Ettore Petrolini parla ancora al pubblico contemporaneo?

Il suo linguaggio è modernissimo: da lui derivano interpreti come Totò, Alberto Sordi e Gigi Proietti. Emergono, nel programma, anche aspetti biografici poco conosciuti: da ragazzo viene mandato in riformatorio dopo una rissa. Cresce nei vicoli di Roma ed è lì che costruisce il suo teatro. Il suo rapporto con il fascismo è ambiguo: vi aderisce, ma allo stesso tempo lo sbeffeggia, come nella celebre maschera di Nerone, che diventa una caricatura del potere.

Il racconto si arricchisce di materiali d’archivio e testimonianze: quanto è importante oggi il lavoro sulla memoria nella costruzione di un prodotto televisivo?

È fondamentale. Le Teche Rai rappresentano un patrimonio straordinario della storia del nostro Paese. Spesso gli autori riescono a recuperare materiali inediti, lettere, fotografie, documenti che non sono nemmeno conosciuti dagli studiosi. Nella puntata su Petrolini, ad esempio, emergono lettere tra lui e Mussolini mai viste prima.

Dopo aver attraversato queste quattro vite fuori dall’ordinario, cosa le resta, anche a livello personale e professionale?

È stato un viaggio importante. Sto lavorando sempre più su questo confine tra teatro e televisione, anche attraverso il mio giornale “Cultura e Identità”. Cerco di restituire la memoria di quei personaggi che hanno costruito l’immaginario culturale italiano. In un certo senso mi sento un tramite: vado a recuperare le loro voci e a riportarle nel presente.

 

MARIA VERA RATTI

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Un disordine sorprendente…


«Roberta si prende troppo sul serio, ma la vita la sorprende sempre» racconta l’attrice protagonista di “Roberta Valente. Notaio in Sorrento”, la domenica su Rai 1

 

 

Maria Vera, presenta la “tua” Roberta?

Roberta è un personaggio che, oltre ad avermi molto divertito, mi è stata simpatica fin da subito: le ho voluto bene immediatamente. È una donna con una grande umanità, ma anche con lati di sé che sceglie di non ascoltare. All’inizio non è davvero in ascolto con niente e con nessuno. Ignora se stessa, la persona di cui è innamorata, la vita che la circonda. Si fissa un obiettivo e lo rincorre con ostinazione; nemmeno l’imprevisto riesce a farle cambiare rotta. È determinata, forte — o almeno apparentemente tale — molto capace, e procede dritta per la sua strada. È il notaio più giovane d’Italia, precisa, rigorosa, quasi una “secchiona”. Si prende molto sul serio, non ha grilli per la testa.

Cosa succede quando torna a Sorrento?

Succede che fa incontri decisivi. Ritrova Stefano, il ragazzo di cui è innamorata, ma comincia a guardarlo con occhi diversi. Il suo disordine, il suo modo di essere, la portano gradualmente ad aprirsi a ciò che ha intorno. Poi ci sono Vito (il personaggio di Erasmo Gensini), che inizialmente crede di conoscere bene ma che invece ha molto da insegnarle, e Leda (interpretata da Flavia Gatti): l’incontro più emotivamente potente per Roberta, perché è proprio ciò di cui ha più bisogno. È lei a smuoverla, a cambiarla in profondità e ad avvicinarla a se stessa.

Quanto c’è di Maria Vera in questo personaggio?

Credo sia impossibile prescindere da me stessa quando interpreto un ruolo. Sono il tramite di questo personaggio, quindi inevitabilmente una parte di me c’è, anche se io e Roberta siamo molto diverse: io sono ordinata nel lavoro, ma decisamente disordinata nel resto (ride). Per quanto riguarda gli stati d’animo, ci sono arrivata per empatia: il nostro lavoro è raccontare l’esperienza umana. Raccontare la crescita di una persona che, attraverso gli imprevisti della vita, si avvicina a se stessa è un privilegio enorme. E farlo entrando nelle case di tutta Italia lo rende un privilegio doppio.

E cosa succede quando decide di tornare a casa, alle sue radici?

Incontra persone che la mettono in crisi. Ed è proprio questa crisi a costringerla a guardarsi dentro, a smettere di voler controllare tutto e a iniziare a lasciarsi portare, almeno in parte, da ciò che la vita le propone.

Rigida sì, ma anche piuttosto comica…

È il suo modo di stare al mondo. Interpretarla è stato anche molto istintivo: già dal primo provino le sue battute mi facevano ridere. La comicità nasce dal contrasto tra quanto lei si prenda sul serio e le situazioni, spesso quasi paradossali, in cui la vita la mette. Ed è qualcosa di molto vero: capita spesso di prendersi troppo sul serio, e la vita risponde con una certa ironia.

Cosa l’ha divertita di più interpretandola?

Proprio questo suo prendersi così sul serio. Interpretare un personaggio del genere può essere liberatorio e anche un po’ bizzarro, perché lei non contempla alternative, non lascia spazio all’imprevisto — eppure la vita riesce comunque a travolgerla. Portare in scena questo scarto è stato molto divertente.

Che ruolo ha Sorrento nella storia?

È fondamentale. Oltre alla sua bellezza mozzafiato, introduce un elemento di disordine nella vita di Roberta. Lei arriva da Milano, una città perfettamente in linea con il suo rigore, quasi con il suo stakanovismo. Sorrento, invece, è più caotica, più vitale, e proprio per questo accende in lei qualcosa di nuovo, una scintilla. Questo “disordine bellissimo” è il cuore del suo percorso.

Com’è stato lavorare con Alessio Lapice?

C’è stato molto dialogo: è un attore preparato e preciso, e confrontarsi con lui sulle scene è stato stimolante. Si è creato uno scambio molto bello, che ci ha aiutato ad arricchire ulteriormente la storia.

AL CINEMA

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Il figlio del deserto

 

Dal regista di “Mia e il leone bianco” e “Il lupo e il leone”, una nuova avventura che promette di emozionare il pubblico di ogni età. Nelle sale da giovedì 24 aprile

 

 

Diretto da Gilles de Maistre, “Il Figlio del Deserto”, racconta la storia di Sun (Neige de Maistre), una ragazzina di dodici anni cresciuta ascoltando dal nonno l’affascinante storia del “bambino struzzo perduto nel deserto”.  La memoria orale del nonno diventa così un libro e durante una serie di presentazioni Sun viene invitata a visitare il Sahara. Per lei è sempre stata una favola, un racconto magico da tramandare, finché nel cuore del deserto, ricostruisce l’incredibile vicenda di Hadara (Nahel Tran), un bambino nato in una famiglia nomade che, a soli due anni, si smarrì durante una violenta tempesta di sabbia. Destinato a una morte quasi certa, venne invece salvato da un gruppo di struzzi che lo accolsero come parte del loro branco. Per dieci anni, gli animali gli offrirono protezione e gli insegnarono a sopravvivere tra dune e sole implacabile, finché Hadara non fu finalmente ritrovato e riconsegnato alla sua famiglia.  Il viaggio di Sun nel Sahara diventa così un percorso di scoperta e identità: un ponte tra passato e presente che rivela quanto la storia di Hadara sia profondamente intrecciata a quella di suo nonno. Girato tra Belgio e Marocco, il regista francese ha girato con animali veri senza fare uso della tecnologia. Nel cast, insieme a Neige de Maistre e Nahel Tran, anche Kev Adams (Christian), Adriane Grzadziel (Mandy), Moun Ghazali (Kharouba).

ELISA DI EUSANIO

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Istinto e verità

 

Dalla nuova serie ambientata sull’Appennino al lavoro con i giovani attori, l’attrice amatissima di “Doc” racconta un percorso fatto di libertà, disciplina e continua ricerca interiore: «Se non sei a fuoco come essere umano, non sarai a fuoco come artista»

TESTO

Che avventura è stata sull’Appennino insieme allo “sbirro” Vasco Benassi?

È stata un’esperienza incredibile, credo di non aver mai riso così tanto su un set. Claudio è davvero irresistibile, una scoperta umana oltre che artistica. Ogni scena diventava quasi un’impresa per noi “seri”, perché l’atmosfera era sempre piena di leggerezza. Si è creato un gruppo talmente affiatato che sembrava davvero una vacanza tra colleghi che si volevano bene. Abbiamo poi ricevuto un’accoglienza straordinaria da parte della gente del posto, è stato tutto all’insegna del divertimento.

Chi è Gaetana e cosa rappresenta per lei questo personaggio?

Gaetana è la cugina di Vasco, un’ispettrice di polizia profondamente legata al territorio, molto radicata nella realtà che la circonda. È una donna autentica, pratica, diretta, concreta, che si divide tra il lavoro in commissariato e la gestione del bar di famiglia, famoso per i suoi tortellini. Ama profondamente la sua famiglia, soprattutto il figlio – Macchio, interpretato in maniera perfetta dal bravissimo Jacopo Dei -, con cui ha un rapporto complesso.

Sul set tanti giovani attori: cosa rivede in loro rispetto ai suoi inizi?

Mi fanno una tenerezza incredibile. Oggi li vedo molto più centrati rispetto a come ero io alla loro età. Io ero confusa, incerta, mentre loro hanno spesso idee molto chiare. È bello accompagnarli anche nel percorso formativo, di cui mi occupo spesso quando non recito. Quando li incontro nei laboratori, nei workshop, magari arrivano con alcune domande, ma poi scoprono che le domande più importanti devono farsele da soli.

Cosa ha significato per lei confrontarsi con un cast “importante”?

È una grande occasione di crescita. Il confronto con attori di livello ti stimola a dare sempre il meglio e ti arricchisce continuamente. Quella di “Uno sbirro in Appennino” è stata un’esperienza molto formativa, anche perché, questa volta, sono entrata in questo progetto “dalla porta principale”, con un ruolo già forte.

Quanto c’è di lei in Gaetana?

Sicuramente la praticità e la schiettezza. Anche io sono una persona diretta, che va dritta al punto senza troppi filtri. In questo ci somigliamo molto.

Cosa spera arrivi al pubblico da questa storia?

Spero che arrivi l’energia che abbiamo vissuto sul set. C’era un’unione molto forte, un clima positivo e luminoso. Credo che quando un progetto nasce così, qualcosa arrivi sempre anche a chi guarda, poi è una serie ricca di elementi diversi, capace di parlare a tanti.

Nel suo lavoro di formazione, cosa chiedono oggi i giovani attori?

Spesso arrivano con il desiderio di diventare famosi, ma poi scoprono che il percorso è molto più profondo. Noi li aiutiamo a capire cosa vogliono davvero. Essere artisti significa scavare dentro se stessi: se non sei a fuoco come persona, non puoi esserlo nemmeno come attore.

Le regole aiutano o limitano un artista?

Le regole sono fondamentali, bisogna conoscerle perfettamente, ma proprio per questo, a un certo punto, vanno anche superate per difendere la propria unicità. Le personalità più interessanti sono spesso quelle meno “educate”, ma in senso costruttivo.

Con l’esperienza, l’emozione sul palco cambia?

Peggiora (ride)! Ho acquisito controllo, ma sento ancora più responsabilità verso il pubblico. Non riuscirò mai a entrare in scena con leggerezza, ogni volta è come ricominciare, con una grande tensione emotiva.

Ha ricevuto dei “no” importanti nella sua carriera?

Sì, uno in particolare molto recente. Ero arrivata in finale per un ruolo importante in un film significativo, e non essere scelta mi ha fatto male. Però è stato anche costruttivo, perché ho capito che stavo andando nella direzione giusta e che certe decisioni non dipendono solo da te. Inoltre, da quel momento sono arrivate altre opportunità importanti. I “no” vanno capiti e metabolizzati.

Come costruisce un personaggio?

All’inizio lo osservo da fuori, lo immagino, gli associo immagini e musiche. Poi arriva il confronto con il regista e si trova un punto comune e, a quel punto, lascio spazio all’istinto: sul set il personaggio prende vita davvero, cambia, cresce. È fondamentale restare aperti e non irrigidirsi su idee preconcette.

Riesce mai a “staccare” dal lavoro?

È difficile, la mente creativa lavora sempre, però sto imparando a fermarmi, soprattutto grazie ai miei cani. Con loro ho riscoperto il valore del presente, dell’ozio, della semplicità. È una forma di equilibrio molto importante per me.

Cosa può dirci del suo futuro prossimo?

Posso dire che ci saranno nuovi progetti, ma alcuni non sono ancora annunciabili. Posso anticipare che ci sarà una nuova serie e continuerò a portare in giro “Club 27”, uno spettacolo a cui tengo moltissimo, dedicato a grandi artisti come Janis Joplin, Amy Winehouse, Jim Morrison, Jimi Hendrix e Robert Johnson. È un progetto molto personale, che intreccia le loro storie con la mia.

Chi è Elisa fuori dal lavoro?

Una persona in divenire, come tutti. So cosa mi fa bene e cosa no, e cerco di prendermi cura del mio tempo e delle relazioni. Sono selettiva, amo la tranquillità, gli affetti veri. Non mi interessa apparire: preferisco una vita più autentica, lontana dal rumore.

Che ruolo hanno oggi gli artisti nella società?

Credo che possano ancora avere un ruolo importante. Gli artisti sono un ponte con il pubblico e possono contribuire al cambiamento. Esporsi è un rischio, ma a volte necessario. Viviamo un momento difficile, ma proprio da questi momenti può nascere qualcosa di nuovo. Io spero che ci siano sempre più voci coraggiose.