FEDERICO RUFFO

Posted on

C’è chi dice di no

Con il libro “Mare nero. Storia criminale di Ostia”, edito da Rai Libri, il giornalista investigativo, autore di inchieste sotto copertura e conduttore di “Mi manda Raitre”, torna nel luogo in cui è nato e cresciuto per raccontare sangue, soldi e potere sul litorale romano. Un libro che unisce cronaca giudiziaria, memoria personale e impegno civile, scritto da chi ha conosciuto la città da dentro e oggi, presidente dell’Osservatorio della legalità e dell’antimafia sociale, continua a difendere il valore della parola, della denuncia e della responsabilità

“Mare nero” nasce da un’inchiesta, ma anche da un legame personale con Ostia. Cosa ha significato per te raccontare un territorio che è anche parte della tua vita?

È stato soprattutto un lavoro di autoanalisi, quasi un bilancio di vita che, sinceramente, non avevo intenzione di fare. Per anni ho vissuto due vite diverse: quella legata all’essere nato e cresciuto a Ostia, con i suoi rapporti, i suoi volti e le sue strade, e quella del giornalista, che spesso mi ha messo in contrapposizione con la prima. Ho cercato a lungo di tenerle separate, perché sapevo che dal loro incontro non sarebbe nato nulla di semplice. Poi è arrivato questo libro e ho capito che il racconto più vero non poteva limitarsi alla storia criminale di Ostia negli ultimi cinquant’anni: dovevo raccontare che cosa era successo a Ostia mentre io ci stavo dentro.

Nel libro Ostia non è soltanto uno scenario. Che cosa rappresenta davvero quella striscia di terra tra Roma e il mare?

Per me Ostia resta il posto più bello del mondo. Non è un quartiere, è una città nella città: quasi duecentomila abitanti, trenta chilometri da Roma, un’identità propria. Come ogni città ha zone splendide e zone difficili. Scrivere questo libro mi ha aiutato a capire che voler bene a Ostia non significa parlarne soltanto bene, ma riconoscerne i problemi. Volere bene a Ostia significa anche permetterle di non volere bene a te. È come un padre complicato, che non ti dice mai che ti vuole bene: puoi allontanarti, puoi cercare altrove quell’amore, ma alla fine continui a considerarlo casa.

Nel sottotitolo parli di sangue, soldi e potere. Qual è stato il meccanismo che ha permesso alla criminalità di radicarsi così profondamente sul litorale romano?

L’abitudine. L’abitudine e il progressivo venir meno delle istituzioni. Ostia è parte di Roma, ma è lontanissima da Roma, e per anni nessuno è stato davvero il sindaco, l’amministratore, il questore di Ostia. È stata concepita come un quartiere dormitorio: ci vivi, ci dormi, ci passi il fine settimana, ma spesso lavori altrove. A questo si sono aggiunti disagio sociale, mancanza di strumenti adeguati e una posizione strategica: vicino all’aeroporto, collegata a Roma, affacciata sul mare. Non è un caso che nel tempo a Ostia abbiano agito mafia, camorra, ’ndrangheta, Banda della Magliana. Poi, tra gli anni Novanta e i primi Duemila, il mare è diventato una fonte enorme di ricchezza: stabilimenti, ristoranti, discoteche. Quella ricchezza era lì, pronta per essere presa, gestita, estorta. La criminalità ha capito che poteva diventare imprenditoriale.

Nel tuo racconto ci sono famiglie criminali, traffici, interessi economici e politici. Quanto è importante capire che la criminalità organizzata non vive solo di violenza, ma anche di relazioni e consenso?

È fondamentale. La forza di certi sistemi criminali sta anche nella capacità di costruire consenso. Penso alla figura di Carmine Fasciani, che non apparteneva alle mafie tradizionali, ma è riuscito a prendersi Ostia un pezzo alla volta. Era considerato da molti un boss “intelligente”, perché aveva capito che troppo rumore, troppo sangue, troppi spari sono nemici degli affari. Bisogna gestire tutto in silenzio e fare in modo che il quartiere ti voglia bene. Pubblicamente si mostrava generoso, aiutava alcune famiglie, pagava cure, funerali, si costruiva un’immagine. Intanto, dietro le quinte, gestiva soldi, potere, usura, controllo del territorio. Quando un quartiere comincia a vedere il boss come qualcuno che “in fondo fa anche del bene”, la criminalità ha già vinto una parte della battaglia.

Chi denuncia, in contesti così complessi, spesso resta esposto e solo. Che cosa significa oggi proteggere davvero chi sceglie di ribellarsi all’illegalità?

A Ostia, fortunatamente, quelli che dicono no non sono mai mancati. Il vero problema non è soltanto proteggerli fisicamente, ma difenderli da un altro rischio: l’idea che denunciare significhi danneggiare il territorio. Per anni, quando provavo a raccontare che la gestione del mare non era democratica e che questo aveva creato sacche di penetrazione criminale, mi sentivo rispondere che parlare male degli stabilimenti significava parlare male dell’imprenditoria e fare un danno a Ostia. È da questa mentalità che bisogna proteggere chi si ribella. Raccontare un problema non vuol dire fare male a Ostia, ma volerle bene e volerla diversa.

Questo libro ha la forza di un reportage investigativo, ma si legge anche con l’intensità di un romanzo. Quanto hai lavorato sul linguaggio per tenere insieme verità, ritmo narrativo ed emozione?

Ho pensato che fare il solito racconto giudiziario non avesse molto senso. Dovevo provare a renderlo una sorta di diario di quegli anni, raccontare le cose come le avevo viste con i miei occhi e poi mostrarne l’evoluzione. Se vuoi fare un racconto personale, devi parlare come parleresti a un amico. Se vuoi renderlo vero, deve essere vero anche nel linguaggio. Ho raccontato quei fatti con le parole che avevo allora, con la sorpresa, l’indignazione e il turbamento con cui li ho vissuti. Per restituirli al lettore non potevo usare un tono freddo: dovevo far capire prima di tutto che io stesso, davanti a certe cose, ero rimasto sorpreso e indignato.

Nel 2025 sei stato nominato presidente dell’Osservatorio della legalità e dell’antimafia sociale a Ostia. Che valore ha per te questo ruolo, proprio nel luogo da cui tutto parte?

È un’occasione per restituire qualcosa. Ostia mi ha insegnato tantissimo: non sarei stato il cronista che sono stato se non fossi cresciuto lì. Mi ha insegnato a stare al mondo, a parlare con tutti, a capire che esiste un modo diverso di rivolgersi a ogni persona: al criminale di strada, al mafioso, all’imprenditore, al politico. È stata una grande palestra. Accettare questo incarico significa provare a ridare qualcosa a un luogo che oggi vedo più povero rispetto a quello che avevo lasciato. Naturalmente l’Osservatorio osserva, analizza, suggerisce, ma non ha potere politico o amministrativo. Posso indicare strade, non imporle.

Dopo anni di inchieste, minacce, lavoro sul campo e racconto pubblico della criminalità, che cosa ti ha insegnato Ostia sulla legalità, sul coraggio e sulla responsabilità del giornalismo?

Mi ha insegnato che la parola ha un valore ed è l’unica cosa che devi onorare sempre. La parola data a una fonte, a un informatore, a qualcuno a cui chiedi di raccontarti la sua storia perché forse, insieme, si può provare a risolvere qualcosa. Se non onori quella parola, è tutto perso: restano solo chiacchiere. Viviamo in una fase in cui sembra che i giornalisti minacciati siano supereroi e che il valore del loro lavoro si misuri dalle minacce ricevute. Io ne ho ricevute tante, ma non credo sia questo il punto. Il giornalismo consiste nel raccontare cose che qualcuno non vuole vengano raccontate. Il coraggio non sta nella minaccia subita, ma nella responsabilità con cui continui a usare le parole.

Docufiction

Posted on

La classe del Campione

Tra memoria e racconto, la docufiction “Dino Zoff – Volevo solo fare bene il mio lavoro” ripercorre la vita di uno dei più grandi campioni italiani che ha fatto la storia del calcio restituendone la sobrietà, la coerenza e la forza silenziosa. Il commento del regista: «Non c’è retorica in questa storia. Non c’è nostalgia forzata. C’è piuttosto il desiderio di fermare il tempo, di attraversarlo al contrario per scoprire cosa resta davvero. E quello che resta – alla fine del viaggio – è l’eleganza della compostezza, la forza tranquilla dell’essere sé stessi, sempre». Mercoledì 10 giugno in prima serata Rai 1

Un ragazzo di tredici anni sogna di diventare portiere in una squadra giovanile, ma si sente troppo basso e troppo insicuro per riuscirci. Dopo una sconfitta che lo segna profondamente, arriva persino a pensare di abbandonare il calcio. Per aiutarlo, il suo allenatore gli propone un percorso di scoperta che ruota attorno alla figura di Dino Zoff, esempio di determinazione, disciplina e coerenza. Il viaggio prende avvio da un incontro all’Auditorium di Roma tra Zoff e Francesco De Gregori, un’occasione in cui calcio e musica si intrecciano in una riflessione sui valori dello sport e della crescita personale. Le parole e le suggestioni della canzone “La leva calcistica della classe ’68” diventano la chiave interpretativa del racconto. Attraverso un ampio utilizzo di immagini d’archivio e testimonianze, la docufiction ripercorre le tappe fondamentali della carriera di Dino Zoff: dagli inizi difficili all’affermazione con la Juventus, fino ai successi con la Nazionale, dagli Europei del 1968 al trionfo ai Mondiali del 1982. Le testimonianze di protagonisti come Marco Tardelli e Bruno Conti, insieme al ricordo della dimensione umana e sportiva di Enzo Bearzot e Gaetano Scirea, restituiscono il ritratto di una generazione e di un’idea di calcio fondata sulla lealtà e sullo spirito di squadra. La narrazione si estende poi alla fase successiva alla carriera agonistica, includendo l’esperienza di Zoff come allenatore e dirigente, fino a momenti complessi come la finale degli Europei del 2000 e le dimissioni che seguirono. In parallelo si sviluppa il percorso del giovane portiere, che culmina nell’incontro con Zoff. Sul campo, tra i pali, il campione gli trasmette una lezione semplice ma profonda: il talento conta, ma sono l’impegno, la costanza e la perseveranza a fare davvero la differenza.

Il regista Giovanni Filippetto racconta

«Ci sono figure che sembrano appartenere a un tempo diverso, più lento, più silenzioso. Dino Zoff è una di quelle. Per me, raccontare la sua storia non è stato un atto celebrativo, ma una ricerca. Un inseguimento paziente di qualcosa che sfugge alle urla e alla fretta: la sostanza discreta di un uomo che ha fatto della misura una forma di grandezza. Questa docufiction è nata da una lunga serie di incontri, ma soprattutto da un ascolto profondo. Ascoltare Dino Zoff – la sua voce bassa, essenziale, le sue pause che dicono più delle parole – è stato come entrare in una casa dove tutto è al proprio posto, dove ogni oggetto ha un significato, ma nessuno si mette in mostra. Ho scelto di seguirlo in un viaggio a ritroso, come se tornare indietro fosse l’unico modo per capire davvero. Mariano del Friuli, il paese natale, è molto più che un punto di partenza: è una radice che non ha mai smesso di tenerlo ancorato a terra, anche quando volava tra i pali. Napoli, con il suo calore e la sua passione, e Torino, con la sua disciplina, non sono solo città di calcio, ma tappe interiori. Luoghi che parlano, nel silenzio di Zoff, della formazione di un carattere. In questo percorso la scelta del punto di vista narrativo della fiction è stato fondamentale e fortemente identitario: la storia cioè di Luca – Javier Leoni –, un ragazzo di tredici anni che gioca in porta e si sente in crisi e il rapporto con il suo allenatore – Marco Bocci – che per aiutarlo nel suo percorso di crescita non solo sportivo gli racconta la storia di Dino Zoff, del portiere ma anche dell’uomo. Percorso che porterà il tredicenne a incontrare di persona Zoff e a seguire i suoi consigli diretti. La ricerca di repertorio è stata un capitolo a parte. Straordinaria per quantità, qualità e profondità. Non si è trattato solo di trovare immagini, ma di farle risuonare con ciò che Zoff racconta, come specchi della memoria. Immagini spesso rare che hanno ritrovato qui una nuova vita, intrecciandosi alla narrazione come fili silenziosi. La macchina da presa è sempre stata vicina, quasi discreta ma presente. Attaccata al volto di Zoff, così come a quelli dei suoi compagni, degli amici, degli intervistati che – più che parlare di lui – parlano con lui, con l’uomo prima che con il campione. L’intimità visiva è stata per me una forma di rispetto: nessuna distanza, ma nemmeno invasione. Solo prossimità, ascolto, verità. Ho incontrato tanti testimoni: ex compagni, giornalisti, scrittori, amici. E tra tutti, Francesco De Gregori, che ha saputo cantare l’Italia e i suoi eroi con la stessa sobrietà che ho cercato in questa docu fiction. Le loro voci non servono a spiegare, ma a illuminare. Sono echi che aiutano a capire un uomo che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Non c’è retorica in questa storia. Non c’è nostalgia forzata. C’è piuttosto il desiderio di fermare il tempo, di attraversarlo al contrario per scoprire cosa resta davvero. E quello che resta – alla fine del viaggio – è l’eleganza della compostezza, la forza tranquilla dell’essere sé stessi, sempre.»

KIRK WISE

Posted on

L’animazione ha bisogno di nuove storie

A “Cartoons on the Bay” il regista de “La Bella e la Bestia” racconta l’emozione del lavoro con Angela Lansbury, il successo del capolavoro Disney, il rapporto con l’intelligenza artificiale e la fiducia nei giovani artisti, tra disegno tradizionale, stop motion e nuove sfide creative

 

A “Cartoons on the Bay” lei incontra il pubblico e tanti professionisti dell’animazione internazionale. Che effetto le fa essere qui?

È straordinario incontrare così tante persone coinvolte nel mondo dell’animazione internazionale. Sono molto orgoglioso del fatto che i miei film vengano ricordati e celebrati qui. Davvero una bella esperienza.

Quali sono i ricordi più belli legati alla lavorazione de “La Bella e la Bestia”?

Ero molto giovane. Era la mia prima esperienza come regista di un lungometraggio animato, quindi fu molto emozionante lavorare con una squadra così grande e incontrare tanti animatori. Uno dei ricordi più belli riguarda Angela Lansbury, che prestava la voce a Mrs. Potts, la teiera.

Era la sua prima volta alla direzione di una grande attrice?

Sì, era la prima volta che mi trovavo a dirigere un’attrice così famosa in una sessione di doppiaggio. Ero molto nervoso. Angela Lansbury lo capì e mi mise subito a mio agio. Prima della sessione mi disse che era assolutamente disponibile a ricevere indicazioni, che sarebbe stata felice di provare una battuta in modi diversi e che non dovevo sentirmi intimidito solo perché davanti a me c’era Angela Lansbury.

Un gesto di professionalità.

Sì, la sua gentilezza e la sua professionalità mi colpirono molto. Mi permisero di fare meglio il mio lavoro e di sentirmi più tranquillo.

Durante la lavorazione avevate già la sensazione che stavate realizzando qualcosa di così importante?

Mentre lavoravamo al film sentivamo che stavamo facendo qualcosa di speciale, ma allo stesso tempo ogni giorno era una sfida. C’erano giornate in cui pensavo che tutto stesse andando bene e altre in cui ero disperato, convinto che niente funzionasse e che il film non sarebbe piaciuto a nessuno.

Quando avete capito che il pubblico lo stava accogliendo in modo diverso?

Quando fu presentato al Festival del Cinema di New York. La reazione del pubblico fu fortissima. Le persone applaudivano alla fine di ogni numero musicale. Non avevo mai visto una cosa del genere per un film d’animazione. Io e Gary Trousdale, il mio co-regista, ci guardammo e pensammo: forse funziona davvero. E alla fine ha funzionato.

Le è piaciuta la versione live-action de “La Bella e la Bestia”?

Io sono un animatore, quindi il mio primo amore resta sempre l’animazione. Preferisco la versione animata, perché è quella più vicina al mio cuore. Però sono felice che il pubblico ami anche altre forme e altri adattamenti.

Quindi considera queste nuove versioni come estensioni del film originale?

Sì, un po’ come le attrazioni nei parchi a tema, i personaggi nei parchi, gli spettacoli e tutte le altre forme che permettono al pubblico di continuare a vivere quella storia. Se il lavoro è fatto bene e il pubblico si emoziona, è bello vedere un film trovare nuove strade. Anche se, personalmente, resto legato alla versione animata.

Oggi però molti spettatori hanno la sensazione che i grandi studi puntino troppo sui sequel, su rifacimenti e idee già conosciute. È così?

È nella natura degli studi di Hollywood essere prudenti rispetto al rischio. Per questo cercano film che il pubblico conosca già, con personaggi e mondi già riconoscibili. Capisco la necessità economica di puntare su progetti che sembrano più sicuri, ma non si può continuare a riciclare sempre le stesse idee. Il pubblico vuole anche essere sorpreso. Ha bisogno di incontrare nuove storie. Penso che sarebbe importante investire di più nei film originali, perché senza nuove idee non si costruisce il futuro dell’animazione.

Durante la sua carriera ha visto cambiare molte tecnologie. Come vive questa trasformazione?

Quando ho iniziato, nell’animazione si lavorava ancora in modo molto simile agli anni Trenta: i disegni venivano ripassati e dipinti sui rodovetri. Poi ho visto il passaggio al digitale, alla computer grafica e ora all’intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale la preoccupa?

Non ho paura dei cambiamenti tecnologici. Credo però che l’artista debba restare al centro. Credo nel potere degli artisti e dei narratori. Non esiste un pulsante magico che puoi premere e che ti restituisce “La Bella e la Bestia”. Non succederà. L’arte, la storia e i personaggi devono venire prima.

Quindi la tecnologia può entrare nel processo, ma non sostituire l’artista?

Esatto. Posso immaginare un futuro in cui l’intelligenza artificiale venga incorporata nel processo produttivo, ma l’elemento umano resta fondamentale. L’arte creata dall’uomo, quella in cui senti la mano dell’artista, è ciò che crea il legame più profondo con il pubblico.

Molti pensano che le nuove generazioni arrivino all’animazione soprattutto attraverso la tecnologia. Lei che cosa vede nei giovani artisti?

In realtà ho trovato vero il contrario. I giovani artisti che ho incontrato, sia attraverso Instagram sia di persona, hanno una grande passione per il lavoro manuale e per le tecniche tradizionali. Hanno fame di imparare. Spero ci siano sempre più occasioni per insegnare a questa generazione l’arte dell’animazione tradizionale, così come io ho avuto la fortuna di impararla. Vedo un grande interesse.

Oggi molti maestri dell’animazione insegnano anche attraverso il web. È una risorsa importante?

Sì. Ci sono artisti straordinari, come Aaron Blaise e John Pomeroy, con cui ho lavorato alla Disney, che offrono percorsi e lezioni online. Sono solo due esempi, ma sono maestri del loro mestiere. Vedere giovani artisti seguire quelle lezioni e avvicinarsi alla tecnica tradizionale è molto incoraggiante.

Guarda con fiducia alla nuova generazione?

Sì. So che la tecnologia moderna, compresa l’intelligenza artificiale, entrerà in qualche modo nel lavoro dell’animazione, anche se ancora non sappiamo esattamente come. Ma sono molto curioso ed entusiasta di vedere cosa creerà la prossima generazione, proprio perché è così appassionata anche alle tecniche tradizionali.

Sta lavorando a un nuovo progetto?

Sì, sto sviluppando un film in stop motion con un gruppo molto giovane di animatori indipendenti a Los Angeles. Mi hanno invitato a partecipare al progetto e per me è molto interessante.

La stop motion è forse il linguaggio più lontano dall’intelligenza artificiale.

Sì, infatti loro sono molto contrari all’uso dell’intelligenza artificiale. La stop motion celebra le cose fatte a mano, dove la presenza dell’artista è visibile al pubblico. Mi piace molto imparare da loro e portare la mia esperienza dentro il loro processo creativo.

C’è un film d’animazione recente che avrebbe voluto realizzare lei?

Ogni tanto vedo un’idea in un film e penso: avrei voluto pensarci io. Un film Disney che amo molto è “Zootopia”. È intelligente, divertente e mentre lo guardavo pensavo: questa è davvero una grande idea.

Oggi è difficile proporre un’idea originale nell’animazione?

È molto difficile. I grandi studi sono molto concentrati su proprietà già esistenti, su personaggi e marchi già conosciuti, come “Mario” o “Sonic”. Questo rende più complicato ottenere finanziamenti per un’idea originale.

Però non è impossibile.

No, non è impossibile. Gli studi stanno iniziando a capire che, per mantenere vivo il sistema produttivo, devono continuare a investire anche in idee nuove. Senza storie originali, prima o poi il meccanismo si ferma.

Che rapporto ha con l’Italia?

Questa è la mia terza volta in Italia. Ero già venuto molti anni fa per promuovere “La Bella e la Bestia” e “Il gobbo di Notre Dame”. In passato ho visitato Firenze, Venezia e Milano. Questa volta, invece, è stata la mia prima volta a Roma, dove ho trascorso qualche giorno prima di arrivare a Pescara.

Che impressione le fa il nostro Paese?

Mi piace molto. Mi piacciono le persone, la storia, l’arte e naturalmente il cibo.

C’è un animatore italiano che ricorda con particolare affetto?

Quando ero giovane ero un grande ammiratore di Bruno Bozzetto. Quando “Allegro non troppo” uscì nelle sale negli Stati Uniti, io ero ancora studente e quel film mi colpì molto. Mi ha influenzato.

Che cosa la influenzava da ragazzo?

Amavo i film Disney, ma ero anche un grande appassionato dei cartoni Warner Bros. e MGM. Ero inoltre un grande lettore di fumetti. Per anni il mio sogno era disegnare fumetti. Amavo Charles Schulz, il creatore dei “Peanuts”. Poi, con il tempo, il mio interesse si è spostato verso l’animazione.

Continua a guardare animazione oggi?

Sì, continuo a guardarla, anche se non riesco a vedere tutto. Cerco comunque di restare aggiornato, soprattutto attraverso i festival, dove ho l’occasione di scoprire produzioni diverse, anche europee.

NOVITA’

Posted on

Storie al bivio di sera

Da martedì 9 giugno, in prima serata su Rai 2, conduce Monica Setta

Su Rai 2 arriva “Storie al bivio di sera”, il nuovo programma in prima serata condotto da Monica Setta, un racconto intenso ed emozionante che porterà il pubblico dentro le vite di alcuni tra i protagonisti più amati, discussi e seguiti del nostro Paese. Donne e uomini del mondo dello spettacolo, della politica, della musica, dello sport, del giornalismo e della cronaca si racconteranno senza filtri attraverso interviste intime e profonde, ripercorrendo i momenti più delicati e decisivi della propria esistenza: dagli affetti alle cadute, dai successi alle delusioni, dagli errori alle rinascite. Da confessioni inedite a ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, fino alle persone che hanno cambiato il loro percorso umano e professionale, ogni ospite affronterà il proprio “bivio” tra vita privata e carriera. Nel corso delle puntate, le interviste saranno arricchite da immagini di repertorio, contributi video e momenti musicali, in un intreccio di emozioni, memoria e spettacolo. “Storie al bivio di sera” sarà per il pubblico un viaggio autentico dentro le storie e le fragilità di personaggi molto conosciuti, con lo stile diretto, empatico e coinvolgente di Monica Setta. In onda tutti i martedì dal 9 giugno fino al 4 agosto, in prima serata su Rai 2.

 

Pino Insegno

Posted on

Dal sogno alla realtà…

«Il cuore del programma è il gioco: le persone partecipano, si mettono alla prova e imparano divertendosi» racconta il conduttore romano che, a vent’anni dalla nascita di “Reazione a Catena”, ripercorre i momenti più significativi del game show, ogni giorno alle 18.40 su Rai 1

Dopo questi ascolti eccezionali, che effetto le fa celebrare i vent’anni di “Reazione a Catena”?

Mi fa molto piacere per un motivo semplice: sento questo programma anche un po’ mio, come un figlio. Ho condotto la seconda, la terza, la quarta e la quinta stagione. Dopo il primo anno con Pupo, il programma cambiò veste, si trasferì a Cinecittà e iniziò una nuova era di “Reazione a Catena”, con ascolti che superarono anche il 30%. Ricordo che facemmo persino una scommessa: se avessimo raggiunto il 30% di share mi sarei spogliato nei camerini, pezzo dopo pezzo. Alla fine arrivammo al 31%, quindi la scommessa fu vinta davvero.

E qual è stata la “reazione a catena” di chi ha visto questa scena?

Hanno chiuso tutte le porte (ride).

Qual è il ricordo più bello legato a questi vent’anni?

Sono felice di essere testimone di questi anni, di rincontrare tutte le persone che ho conosciuto allora: i concorrenti, i campioni, quelli a cui il programma ha cambiato la vita. Ci sono state persone che hanno vinto somme importanti, altre che magari non erano nemmeno fidanzate e oggi sono sposate e hanno figli. Sarebbe bello sapere come è andata la loro vita dopo il programma. Questo è ciò che conta davvero: vedere come il gioco si sia intrecciato con le loro storie personali.

Secondo lei qual è il vero segreto del successo di “Reazione a Catena”?

Il segreto è che il programma è scritto benissimo, ma soprattutto permette di giocare non solo in studio, ma anche da casa. La gente si appassiona perché partecipa. Certo, il montepremi ha la sua importanza, ma il cuore del programma è il gioco. Le persone si mettono alla prova davanti alla televisione, cercano le parole, costruiscono collegamenti. Inoltre, parliamo della lingua italiana in tutte le sue sfumature, che non smettiamo mai di imparare. È un gioco che insegna senza far pesare l’insegnamento. Dico spesso che dovrebbe essere usato anche a scuola: è il modo migliore per imparare. Quando si riesce a insegnare divertendo, si è già vinto. È un po’ come una metafora: la vita nascosta sotto una bella menzogna. Io ricordo ancora le parole del mio professore di italiano: “Imparate le poesie a memoria perché così si rimorchia” (ride). A una ragazza scrissi i versi “amor ch’a nullo amato amar perdona”, lei rimase folgorata e alla domanda su come avessi pensato quelle parole risposi: “Mi è venuta di getto”. Erano gli anni Settanta e non c’era internet (ride).

Quanto è importante il rapporto con il pubblico?

Fondamentale. Io vivo costantemente in mezzo alla gente. Faccio foto, firmo autografi, parlo con tutti. Non mi sono mai sentito superiore al pubblico. Questo mi permette di capire cosa la gente si aspetta da me e dal mio lavoro. È il mio termometro quotidiano. Quando salgo sul palco o entro in studio so cosa posso dare alle persone. Credo che il pubblico mi percepisca come uno di loro, e questa è una cosa che mi rende felice.

Esiste uno “stile Insegno” nella conduzione?

Credo di sì. Lavoro con la voce da sempre: come attore, doppiatore, conduttore e formatore. Insegno comunicazione verbale e non verbale da molti anni. Quando conduco utilizzo tutte queste competenze: a volte sono presentatore, a volte attore, altre ancora doppiatore o comico. So cosa offrire alla gente che mi segue. Cerco di usare ogni sfumatura nel momento giusto. Penso molto anche alla voce: accompagno il pubblico, cambio ritmo, tono e intensità. È quasi come raccontare una storia. Gli ascolti più alti spesso arrivano nei momenti in cui non si vede il mio volto, ma si sente soltanto la mia voce accompagnare il gioco.

Quanto conta il lavoro degli autori?

Moltissimo. C’è una squadra straordinaria, guidata da Tonino Quinti, che segue il programma da vent’anni. Quando un gruppo di autori funziona, si vede. Naturalmente c’è spazio per l’improvvisazione, ma il testo è così ben costruito che diventa una base perfetta su cui lavorare. L’importante è ricordare sempre che i protagonisti sono i concorrenti, non il conduttore. Io devo valorizzarli, aiutarli a emergere e permettere al pubblico di affezionarsi a loro.

Qual è la parola italiana che preferisce?

Una parola che mi diverte moltissimo è “onomatopea”. Mi piace il suono che ha, la sua musicalità. È una parola che mi fa sorridere ogni volta che la sento. Ma la verità è che amo tutta la lingua italiana. È una lingua meravigliosa: può essere dolce o dura, poetica o ironica. Basta cambiare l’intonazione e il significato cambia completamente.

Qual è stato l’anello fondamentale della sua “catena” professionale?

La voglia di fare e l’ambizione, sempre accompagnate dall’umiltà. Ho sempre cercato di fissarmi un obiettivo e, quando stavo per raggiungerlo, spostarlo un po’ più avanti. Non mi è mai piaciuto sentirmi arrivato. Ogni giorno bisogna aprire gli occhi e avere ancora qualcosa da imparare, qualcosa da conquistare.

Si dice spesso che la televisione sia in crisi. È d’accordo?

La televisione è cambiata, questo sì. Quando ho iniziato, negli anni Ottanta, era diversa. Il sabato sera la famiglia si riuniva davanti allo schermo. C’erano appuntamenti che coinvolgevano tutti. Oggi il panorama è molto più frammentato e spesso si cercano scorciatoie per il successo. È questo che mi preoccupa di più: l’idea che basti partecipare a un reality per costruirsi una carriera. Io credo invece che servano studio, esperienza e tempo.

“Reazione a Catena” esisterà ancora tra vent’anni?

Io credo di sì. I programmi che hanno un’idea forte e autentica resistono nel tempo. Quando il pubblico percepisce sincerità e riconosce qualcosa di vero, continua a seguirti. Per questo penso che “Reazione a Catena” abbia ancora molta strada davanti a sé.

Se dovesse costruire una “catena” che racconti la sua vita e il programma, quale sarebbe?

Pino.
Pino→Albero
Albero→Sogno
Sogno→Realtà
Realtà → Reazione a Catena.

Perché in fondo è questo il percorso della mia vita: partire da un sogno e trasformarlo, passo dopo passo, in realtà.

GIULIA DI STEFANO

Posted on

Vi aspetto sulla nostra piazza globale

Parte la nuova edizione di “Agorà Estate” in diretta dall’8 giugno su Rai 3 dal lunedì al venerdì alle 8. «Insieme per discutere dei grandi fatti del mondo, della politica di casa nostra, dell’estate degli italiani» dice la giornalista alla guida del programma per la seconda stagione consecutiva. Ad affiancarla il collega Marco Carrara

 

Le grandi crisi internazionali e le ripercussioni sull’economia, i fronti di guerra ancora drammaticamente insanguinati. Un’estate, quella che sta per arrivare, che non consente, a chi fa informazione, di abbassare la guardia: da dove riparte “Agorà Estate” e da dove riparte la tua osservazione dei fatti?

L’estate scorsa iniziammo poco dopo il primo attacco degli Stati Uniti all’Iran. Adesso ci ritroviamo con una guerra aperta in Iran e in tutto il Golfo di Hormuz, con le gravissime conseguenze sull’economia mondiale, senza dimenticare gli altri fronti caldi, a partire da quello tra Russia e Ucraina. Lo scenario internazionale sarà sicuramente in primo piano, cercheremo di declinarlo in tutte le sue sfaccettature, ripercussioni sulla vita dei cittadini comprese.  Racconteremo anche l’estate di chi parte e di chi resta a casa, lo faremo con servizi, collegamenti, ospiti in studio, e naturalmente continueremo a occuparci con attenzione delle questioni di casa nostra.

A proposito della scena interna, il prossimo anno l’Italia sarà chiamata al voto politico, che estate ti aspetti?

In un certo senso la politica è già entrata in una pre-campagna elettorale, anche il comportamento della stessa Premier è cambiato negli ultimi mesi. Dal referendum sulla giustizia si è fatto un po’ un balzo in avanti. Da una parte c’è il campo largo che cerca di cementarsi, di trovare una quadra, dall’altra c’è il centro-destra che cerca di non perdere voti, cosa anche fisiologica considerando che ci troviamo di fronte a un governo longevo. È uno scenario al quale non eravamo più abituati. Sicuramente il dibattito politico si potrà accendere anche intorno ai fatti di cronaca che lo stimoleranno, proprio come sta accadendo in questi giorni con la questione migranti-caporalato.

Una scaletta, quella di “Agorà Estate” che può cambiare anche all’ultimo istante o nel corso della stessa messa in onda…

Siamo una grande piazza delle notizie, e proprio come accade nelle piazze reali di ogni paese e città, la gente si incontra e discute di quelli che sono i fatti del giorno. Siamo il primo programma di informazione di attualità politica della Rai in onda al mattino, per cui siamo sempre pronti a stravolgere la scaletta in base a ciò che accade in Italia e nel mondo anche nelle ore notturne.

In diretta dalle 8, ci racconti le tue prime ore del mattino?

Lo scorso anno trasmettevamo dagli studi Rai di via Teulada a Roma, poco distanti da casa mia, e la sveglia suonava alle 5, quest’anno andremo in onda dagli studi di Saxa Rubra, che distano qualche chilometro in più, e dovrò anticipare la sveglia. Arrivo in redazione verso le 5.30, mi dedico alla lettura dei quotidiani, al controllo delle agenzie di stampa, facciamo la riunione di scaletta con gli autori e il regista e il punto sugli ospiti, e, a pochi minuti dalle 7, è già ora di andare al trucco. Quando mancano pochi istanti alle 8 sono già in studio per essere microfonata e andare in onda in diretta.

Che cosa ti affascina, e che cosa invece ti spaventa, dei tempi che stiamo vivendo?

È forse più facile dire quello che mi spaventa. Anche se potrebbe sembrare banale penso sicuramente alle guerre, alle grandi crisi economiche, e poi, da mamma di due bimbi, anche ad atteggiamenti che vedo molto diffusi nella società, a partire dal bombardamento dei social, di internet, all’uso eccessivo del cellulare tra i giovanissimi. Mi spaventa vedere le famiglie che al ristorante, invece di parlarsi, scrollano lo smartphone. A sorprendermi e ad affascinarmi è invece vedere come le persone, anche grazie alla tecnologia, trovino il modo di reinventarsi dopo le cadute.

Rendere comprensibile la complessità dei fatti, da dove si parte?

Dal linguaggio, che deve essere il più possibile accessibile. Purtroppo, la soglia dell’attenzione sta calando drasticamente e non solo tra le nuove generazioni, per questo il compito di chi fa informazione è quello di catturare lo spettatore, con un tono colloquiale e familiare, e di farsi comprendere.

Cosa porti con te della prima stagione di “Agorà Estate” e quali sono le frontiere che ti proponi di esplorare in questa tua nuova avventura?

Porto con me il rapporto con i colleghi, con la squadra di lavoro, con Marco Carrara, che sarà con me in studio. Il segreto della riuscita di un prodotto editoriale sta anche nella coesione e nella determinazione della squadra. Cercheremo di essere ancora più vicini al nostro pubblico, composto per lo più da persone mature, aprendo finestre sul passato e proponendo proiezioni sul futuro. Per quanto riguarda il mio stile di conduzione continuerò a essere semplicemente me stessa, certa che il pubblico apprezzi sempre la spontaneità.

NUOVA STAGIONE

Posted on

Uno Mattina Weekly

Torna il programma in onda dal 6 giugno, il sabato alle ore 8.35 e la domenica alle 8.20. Conducono Lorella Boccia, Fabio Gallo e Giulia Bonaudi

Dal 6 giugno ritorna “Uno Mattina Weekly”, il weekend estivo di Rai 1, per dare il buon giorno all’Italia ogni sabato e domenica, con Lorella Boccia, Fabio Gallo e Giulia Bonaudi. Per la quinta stagione consecutiva “Uno Mattina Weekly” sarà una finestra aperta sull’estate degli italiani, fra vacanze, turismo, costume e società. L’appuntamento è il sabato mattina dalle ore 08.35 alle ore 10.30 e la domenica dalle ore 08.20 alle ore 09.25, fino al 6 settembre. In uno studio rinnovato, Lorella Boccia e Fabio Gallo condurranno il pubblico nei luoghi più suggestivi del nostro Paese supportati degli inviati: Fabrizio D’Alessio e Bianca Santoro, che racconteranno l’Italia, una delle mete più ambite dai turisti di tutto il mondo. Non mancheranno le pagine di attualità, affidate alla conduzione di Giulia Bonaudi, con collegamenti e servizi di approfondimento delle notizie più rilevanti della settimana. Interviste a personaggi dello spettacolo ma anche talk su temi legati all’estate. Un nuovo gioco a sfondo musicale permetterà di riascoltare le più belle canzoni delle passate estati italiane, raccontate con l’aiuto di Federica Gentile e Simon and the stars. Tutto questo accompagnato dai “Neena” la “morning band” che in studio proporrà dal vivo la colonna sonora della prossima stagione estiva.

FIFA 2026

Posted on

Su il sipario, si comincia

Un Mondiale diffuso e senza l’Italia, ma che tra Canada, Messico e Stati Uniti d’America, dall’11 giugno al 19 luglio, vedrà schierata al suo completo la grande squadra Rai, pronta a raccontare, in esclusiva free-to-air minuto per minuto

Gianpaolo Rossi, AD Rai

«Questi Mondiali sconteranno per noi italiani l’assenza della Nazionale, ma siamo estremamente fiduciosi e forti dell’esperienza dei Mondiali del 2022, dove anche lì la Nazionale non ci fu. I risultati di ascolto per la Rai furono comunque altissimi fin dalle partite dei gironi preliminari. Nel 2022 sono stati superati i numeri del Festival di Sanremo, questo significa che i Mondiali di calcio sono un appuntamento importante per il Servizio Pubblico, ed è il motivo per cui abbiamo deciso di investire con un grande sforzo economico sui Mondiali di calcio, sapendo che questo racconto riempirà le case degli italiani, non solo degli appassionati, ma anche di tutti coloro che vogliono vedere il grande calcio, lo spettacolo sportivo e soprattutto la capacità editoriale e tecnica della Rai, unica in Italia e tra le poche in Europa a raccontare tutto questo»

Marcello Ciannamea, Direttore Distribuzione e Responsabile ad interim della Direzione Contenuti Digitali e Transmediali

«Siamo molto fiduciosi, solo l’attesa per un evento enorme come quello dei Mondiali ha generato con la promozione televisiva 700 milioni di contatti, un risultato leggermente superiore a quello sviluppato per il Festival. Un’offerta ampia e continuativa, multipiattaforma, declinata in maniera crossdaytime, con investimenti editoriali sulla prima serata e un racconto esteso e inclusivo. Stiamo costruendo questo racconto puntando soprattutto sulla piattaforma.»

Marco Lollobrigida, direttore Rai Sport

«Siamo l’azienda di servizio pubblico che fa più sport in assoluto e che c’è sempre nei grandi eventi. È un mondiale diffuso, in un continente enorme e un territorio che esprime culture e storie diverse. Con il calcio racconteremo il tessuto sociale, saremo inclusi in questo grande gioco. Faremo bene come struttura, inizieremo presto»

Nicola Rao, direttore Giornale Radio e Rai Radio

«La storia d’amore tra la radio e il calcio, che si avvia verso il centenario, viene da lontano, Nicolò Carosio fu il primo a raccontare agli italiani il Mondiale del ’34. Rai Radio1, la radio degli eventi sportivi, ha ridisegnato il suo palinsesto modellandolo intorno al più grande spettacolo del mondo. Il suo quartier generale sarà a Dallas e la squadra sarà guidata dal caporedattore Nico Folletta. Racconteremo ben cinquantasei partite in diretta, dai gironi alla finale, con Giuseppe Bisantis incaricato sia della gara inaugurale sia dell’ultimo atto. A tutti un buon Mondiale americano.»

Tiziana Alla, prima telecronista donna a commentare i Mondiali di calcio per la Rai

«La mia presenza ai Mondiali è l’apertura di un varco, di questo soffitto di cristallo per le donne, di una barriera invisibile ma resistentissima. Un varco che si era aperto già qualche anno fa sul bordo campo della Nazionale maschile e oggi si apre su una postazione cronaca di un Mondiale. Credo, però, che sia in fondo anche normale che una persona che ha speso tutta la sua vita professionale sul calcio possa aspirare a ricoprire qualsiasi ruolo, indipendentemente dal genere. Mi auguro che fra quattro anni, al prossimo Mondiale, questo concetto sia diventato patrimonio acquisito, normalità nell’immaginario collettivo.»

 

La Rai accompagnerà il pubblico italiano nel grande viaggio della Coppa del Mondo FIFA 2026, il primo Mondiale della storia ospitato contemporaneamente da tre Paesi — Canada, Messico e Stati Uniti d’America — con una copertura multipiattaforma ampia e capillare che coinvolgerà televisione, radio, web e social. La Rai ha acquisito, in esclusiva free per il territorio, italiano i diritti multipiattaforma (TV, internet e mobile) di 35 partite della manifestazione, che saranno trasmesse in diretta nella fascia oraria compresa tra le 18.40 e le 2.00, principalmente su Rai 1, con ampie finestre pre e post partita. A queste si aggiungeranno gli highlights di tutte le altre 69 gare del torneo. Le dirette Rai racconteranno i match più importanti della competizione: 17 partite della fase a gironi, 6 dei sedicesimi di finale, 4 ottavi, 4 quarti di finale, le 2 semifinali e le 2 finali.

Rai Sport

Per tutta la durata della manifestazione, Rai Sport metterà in campo una programmazione speciale dedicata al Mondiale 2026. Su Rai 1, all’interno di “Uno Mattina News”, andrà in onda dal 12 giugno al 19 luglio, dal lunedì al venerdì, uno spazio quotidiano di circa 15 minuti con “UnoMattina Mondiali” e “Tg1 Mondiali”, condotti da Stefano Orsini, Giovanna Carollo e Paolo Maggioni. La fase di avvicinamento al torneo sarà raccontata da “Dribbling”, su Rai 2, con uno speciale magazine preview FIFA in onda dal 1° al 10 giugno. Dall’11 giugno al 19 luglio spazio invece a “Dribbling Mondiali”, appuntamento quotidiano di 40 minuti in onda alle 14 con Paolo Paganini e Simona Cantoni. Sempre su Rai 2, ogni giorno alle 18.35, andrà in onda “Italia chiama America”, condotto da Francesca Spaziani Testa, mentre il pre e post partita serale sarà affidato a Paola Ferrari e Simona Rolandi insieme a Marco Tardelli e Roberto Falcao. In seconda serata su Rai 1 tornerà inoltre “Notti Mondiali”, il tradizionale programma di approfondimento dedicato al torneo, condotto da Alessandro Antinelli per un totale di 34 puntate. La supervisione editoriale dell’intero progetto sarà affidata a Massimo Proietto e Marco Mazzocchi.

Il racconto delle partite vedrà impegnati Tiziana Alla — prima telecronista donna della Rai ai Mondiali — insieme ad Alberto Rimedio, Stefano Bizzotto, Luca De Capitani, Dario Di Gennaro, Giuseppe Galati e Gianluigi Zamponi. I commenti tecnici saranno invece affidati a Lele Adani, Andrea Stramaccioni, German Denis e Stefano Sorrentino.

Rai Radio1

Anche Rai Radio1 seguirà il Mondiale 2026 con una copertura straordinaria in diretta. Saranno trasmesse 56 partite su 104 complessive: 32 della fase a gironi, 10 sedicesimi di finale, 6 ottavi, 4 quarti, le 2 semifinali e le 2 finali. Oltre 130 ore di radiocronaca accompagneranno gli ascoltatori italiani, con uno studio centrale allestito a Dallas presso l’International Broadcaster Center e continui aggiornamenti nei GR1, GR2, GR3 e nella programmazione quotidiana della rete. Tra gli inviati oltreoceano ci saranno Giuseppe Bisantis — al quale saranno affidate sia la gara inaugurale sia la finale — Daniele Fortuna, Diego Carmignani e Manuel Codignoni. Da Dallas andrà inoltre in onda “Tutto il Mondiale minuto per minuto”, condotto da Guido Ardone, con la regia da Roma affidata a Ombretta Conti.

RaiNews24

RaiNews24 seguirà l’avvicinamento al Mondiale con rubriche e approfondimenti quotidiani all’interno di “Mattina24”, “Sport24”, “Inside24” e “Sera24”. L’offerta editoriale sarà dedicata non solo all’attualità sportiva, ma anche ai grandi racconti legati alla storia dei Mondiali, alle edizioni precedenti e al ventesimo anniversario dell’ultimo titolo conquistato dall’Italia nel 2006 in Germania. Servizi d’archivio provenienti da RaiTeche, monografie dedicate ai protagonisti del calcio internazionale e approfondimenti sui luoghi simbolo dell’evento accompagneranno il pubblico verso l’inizio della competizione. Dall’1 all’11 giugno, il giornalista Emilio Fuccillo realizzerà reportage dai luoghi più significativi di Canada, Stati Uniti e Messico.

RaiNews.it

Il Mondiale 2026 sarà raccontato a 360 gradi anche da RaiNews.it, che garantirà una copertura digitale completa e costantemente aggiornata. Il portale offrirà: la diretta streaming delle 35 partite trasmesse dalla Rai; risultati in tempo reale nella homepage; cronache testuali e highlights di tutte le partite; una sezione speciale dedicata con calendari, statistiche, video e approfondimenti; contenuti originali dagli inviati; articoli multimediali e aggiornamenti live; il rilancio e la valorizzazione dei contenuti prodotti da Rai Sport, RaiNews24 e dalle altre testate Rai. Grande attenzione sarà dedicata anche al racconto delle storie, delle culture e dei temi sociali legati all’evento, con un approccio complementare rispetto alla copertura strettamente sportiva.

Mondiali Social

La copertura social del Mondiale 2026 coinvolgerà tutte le piattaforme Rai con highlights, contenuti premium e format originali. Tra i contenuti previsti: caroselli e photogallery dedicati a luoghi, protagonisti e curiosità; sintesi quotidiane dei momenti più importanti; clip delle interviste ai protagonisti; puntate speciali di “Cloud – Idee e persone in rete”, con giornalisti e creator digitali coinvolti in approfondimenti e commenti sul torneo. Anche YouTube e WhatsApp avranno un ruolo centrale nella distribuzione dei contenuti originali e degli aggiornamenti in tempo reale.

Un racconto corale del Mondiale 2026

Con televisioni, radio, web, social e inviati sul campo, la Rai si prepara a offrire una narrazione completa e trasversale della Coppa del Mondo FIFA 2026, trasformando il torneo in un grande evento editoriale capace di unire sport, informazione, intrattenimento e racconto del territorio.

SPECIALE

Posted on

Mussolini – Le verità nascoste

Tra documentario e inchiesta, appuntamento condotto da Massimo Giletti e dedicato a Benito Mussolini, in onda lunedì 8 giugno in prima serata su Rai 3

Sulla morte di Benito Mussolini conosciamo tutta la verità? Secondo alcuni studiosi, sulla fine del Duce si allungherebbe l’ombra del primo ministro britannico Winston Churchill. Ma perché lo statista inglese avrebbe voluto eliminare Mussolini? Voleva forse metterlo a tacere? Il Duce cosa avrebbe potuto rivelare di così compromettente per il Governo britannico? Forse il contenuto della corrispondenza epistolare che i due uomini di Stato si sarebbero scambiati per anni e che avrebbe contenuto, tra le altre cose, alcune verità scomode sulla Seconda guerra mondiale? Sappiamo che Churchill nel settembre del 1945, dopo aver vinto la guerra ma perso le elezioni, fece una vacanza in Italia, sul lago di Como, proprio nei luoghi dove Mussolini trascorse gli ultimi giorni della sua vita. Forse l’ex premier inglese cercava, ammesso che sia esistito, il famoso carteggio?  Ancora oggi, a ottanta anni di distanza nessuno l’ha mai trovato. Questa e altre domande sono alla base dello speciale, tra documentario e inchiesta, condotto da Massimo Giletti e dedicato alle “verità nascoste” di Benito Mussolini, in onda lunedì 8 giugno in prima serata su Rai 3 alle 21.20. L’intento è quello di restituire la verità storica degli eventi presi in esame nella loro complessità: non solo alla luce di quanto raccontato dagli studiosi e dai testimoni di quei fatti fino ad oggi, ma anche attraverso le analisi di esperti, storici e giornalisti, che hanno partecipato ad allargare il campo dell’indagine. Lo storico Gianni Oliva, il giornalista Bruno Vespa, la saggista Mirella Serri, il saggista Roberto Festorazzi, il Prof. Vittorio Fineschi, medico legale dell’Università “La Sapienza” di Roma, la ricercatrice Valentina Chiani, il Prof. Richard Toye, della “University of Exeter”.  E ancora: la nipote del Duce Edda Negri Mussolini, Carlo Alberto Biggini, nipote di Carlo Alberto Biggini, ministro dell’educazione della Repubblica Sociale Italiana.

RAFFAELE DI PLACIDO

Posted on

Dentro le tribù d’Italia

Un viaggio tra comunità, passioni, riti e appartenenze, dai Camalli di Genova ai Sorcini, dagli scacchisti ai sommergibilisti, per scoprire quanto sia ancora forte il bisogno di riconoscersi negli altri. Nell’intervista al Radiocorriere Tv il conduttore racconta il nuovo programma factual in onda dal lunedì al venerdì alle 20.10 su Rai 3

Come nasce “Tribù”?

Era un format già pronto, bisognava solo trovare il modo giusto per portarlo in onda. Ho accettato molto volentieri perché ho capito subito che era nelle mie corde. Non è un programma giornalistico in senso stretto: io sono laureato in biologia marina e poi mi sono avvicinato alla televisione, alla regia, al lavoro autoriale, non sono giornalista. Dai programmi di natura sono passato a quelli più storici e antropologici. “Tribù” mi è sembrato un percorso molto vicino alla mia esperienza.

Che cosa avete cercato dentro queste comunità?

La parte più difficile è stata trovare comunità che rappresentassero davvero l’idea di “tribù” che avevamo in mente. Abbiamo cercato di evitare i gruppi legati soltanto al lavoro, perché è vero che anche in un ambiente professionale possono nascere amicizie forti e appartenenze profonde, ma lì si va prima di tutto per necessità. Non era quello il senso del programma. Volevamo raccontare comunità scelte, desiderate, vissute. Una volta chiarito questo, grazie a una redazione fantastica e a un reparto autoriale molto valido, abbiamo iniziato a immaginare mondi diversi. Il programma, alla fine, parla di tutti noi: del desiderio di non restare soli e di sentirci parte di una comunità concreta, più ampia, che riconosciamo come nostra.

Che cosa significa oggi sentirsi parte di una tribù?

Dopo venti puntate girate in tutta Italia, direi che significa soprattutto non sentirsi soli. Vuol dire sapere che esiste qualcuno che condivide con noi una passione, delle regole, un modo di stare al mondo. Nella puntata dedicata ai sommergibilisti, per esempio, c’è certamente la passione per il mare, ma c’è anche una tribù fondata sulla disciplina. Si sa che il proprio compagno condivide le stesse regole e le apprezza. Sentirsi parte di una tribù significa avere qualcuno dalla propria parte, qualcuno che capisce fino in fondo ciò che siamo e ciò che amiamo fare. Quando questa dimensione personale viene condivisa, diventa collettiva.

Quale comunità l’ha sorpresa di più?

Mi sono piaciute tutte, è difficile fare una classifica. Una comunità che volevo conoscere da tempo era quella dei Camalli di Genova. È vero, sono lavoratori, scaricatori di porto, ma rappresentano una realtà antichissima, nata prima del Medioevo, tramandata di generazione in generazione. Essere Camallo non significa soltanto svolgere un mestiere: significa appartenere a una comunità di uomini duri, forti, legati da una storia profonda. Se si fermano loro, si ferma il porto di Genova, uno dei più importanti d’Italia. Era un mondo che mi affascinava molto e grazie a questo programma ho avuto la possibilità di conoscerlo da vicino.

Ce n’è stata una che l’ha divertita in modo particolare?

Sì, quella degli scacchisti. Siamo stati in un circolo di scacchi a Roma ed è stato sorprendente. C’erano persone di tutte le età, dai bambini di sei o otto anni fino ad adulti di ottant’anni, e tutti giocavano contro tutti. È un mondo in cui non vale la regola che chi è più grande sa di più o vince. Ho visto un ragazzo di quattordici anni spiegare il gioco a persone molto più adulte di lui. È stato come entrare in un universo rovesciato, e mi ha divertito molto scoprirlo.

Che cosa hanno in comune tribù così diverse tra loro?

Hanno in comune un senso profondo di appartenenza. Cambiano le passioni, cambiano i linguaggi, cambiano i riti, ma il sentimento è lo stesso: la volontà di restare insieme, di aiutarsi, di riconoscersi, di apprezzarsi. È un senso universale di fratellanza. In tutte queste tribù si toccano sentimenti profondi: comunità, generosità, bisogno di relazione. C’è del bello in ognuna di loro, ed è un bello che appartiene anche a tutti noi.

Entrando nel mondo dei “Sorcini”, i fan di Renato Zero, che cosa ha scoperto?

Ho scoperto che per molte persone Renato Zero non è solo un cantante. È legato a ricordi, affetti, momenti decisivi della vita. Questa cosa mi ha colpito moltissimo. Parlando con le persone prima del concerto, molte si commuovevano appena iniziavano a raccontare il loro rapporto con lui. A qualcuno ricordava la madre, a qualcun altro un fratello, a qualcuno un momento felice. Una signora mi ha raccontato che, quando è arrivato il bambino che avevano adottato, in macchina c’era una canzone di Renato Zero: da quel momento quella musica è rimasta legata a uno dei momenti più importanti della sua vita. È una passione che va molto oltre il semplice rapporto con un artista. Ci sono persone che rinunciano alle vacanze per seguire una tournée, giovani che preferiscono comprare i biglietti di un concerto invece di organizzare una festa. È un’appartenenza molto forte, che non mi aspettavo in queste dimensioni.

Quanto è stato importante vivere ogni esperienza dall’interno, senza giudicare?

È stato fondamentale. Ce lo siamo imposti fin dall’inizio: non dovevamo giudicare, ma neanche fare un’apologia. Non volevamo dire semplicemente che era tutto bello. L’idea era andare a scavare, fare anche domande scomode, cercare di capire davvero. Con i culturisti, per esempio, la domanda era: perché dedicare tutta la vita al perfezionamento del corpo? Che cosa dà in più? Con i sommergibilisti: perché scegliere di vivere dentro una scatola di metallo a centinaia di metri di profondità, quando fuori c’è il mondo? Ho imparato che ciascuno sceglie il proprio modo di cercare la felicità. Alcune scelte possono sembrarci estreme, strane o lontane da noi, ma nessuno ha il diritto di giudicarle. Possiamo non condividerle, ma possiamo provare a capirle.

Che Italia viene fuori da questo viaggio?

Viene fuori un’Italia piena di mondi, di passioni, di comunità vive. Un Paese in cui le persone cercano ancora legami reali, esperienze concrete, appartenenze profonde. In un tempo in cui sembriamo sempre più individualisti, “Tribù” racconta invece che il bisogno di comunità è ancora fortissimo.

Lei è il volto del programma, ma dietro “Tribù” c’è anche una grande squadra. Quanto conta questa “tribù” di lavoro?

Conta moltissimo. Io sono soltanto la punta che si vede, ma dietro c’è una squadra ampia, numerosa e formidabile. Ci sono gli autori, il regista, la redazione, i produttori, i cameramen, il fonico: tutti fanno parte della “tribù di Tribù”. A un certo punto avevamo anche pensato di raccontare proprio la nostra comunità, quella dei lavoratori della televisione. Perché anche noi, in fondo, siamo una tribù: ognuno con il proprio ruolo, le proprie competenze, le proprie fatiche, ma tutti dentro lo stesso racconto.