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Attenzione… c’è Uno sbirro in Appennino!


Una serie poliziesca “alla nostra maniera”, come racconta il regista Renato De Maria, che intreccia il poliziesco, il comico, la storia d’amore, la saga familiare. Al centro lo “sbirro” Claudio Bisio, volto e anima del nuovo racconto Rai che, per la prima volta, ci porta nel cuore dell’Appennino, la spina dorsale dell’Italia. Dal 7 aprile in anteprima su RaiPlay, e dal 9, per quattro giovedì, in prima serata Rai 1

 

 

Un poliziesco che combina mistero, dramma e relazioni, ambientata nel suggestivo scenario di Muntagò, un paese immaginario che rappresenta l’intero Appennino, con la sua bellezza, le tradizioni, l’anima popolare e il fenomeno dello spopolamento. Dopo aver risolto brillantemente un caso in modi non proprio ortodossi, il commissario Vasco Benassi viene trasferito nel suo paesino d’origine nell’Appennino bolognese. Il trasferimento diventa l’occasione per affrontare ferite dolorose, recuperare vecchi rapporti e costruirne di nuovi, mentre si destreggia tra casi di omicidio che lo mettono di fronte a difficili scelte etiche.

La storia

Il commissario Vasco Benassi, conosciuto a Bologna come “il miglior sbirro”, viene trasferito a Muntagò in seguito a un errore. Il ritorno nel paese natale, che aveva lasciato anni prima, riapre ferite mai davvero rimarginate. Le indagini lo condurranno a confrontarsi con il proprio passato e a riscoprire le sue radici, in un percorso di lenta “riapertura del cuore” che lo renderà meno solitario e più disposto a creare legami. Intorno a lui si muove una rete di relazioni complesse: la cugina Gaetana, ispettore di polizia; suo marito Bruno, un tempo suo rivale; e il giovane agente Fosco, che lo affianca con sincera ammirazione. Determinante è anche il ritorno di Nicole Poli, amore platonico della sua giovinezza, oggi sindaca di Bologna. Parallelamente si sviluppa la vicenda dei più giovani: Macchio, figlio di Gaetana, e Magico, figlio di Nicole, entrambi innamorati della nuova agente Amaranta. Proprio Amaranta diventa una figura centrale anche per Benassi: tra loro nasce un rapporto profondo e sfumato, sospeso tra mentorship e una sorta di intensa, inattesa “genitorialità dell’anima”.

I personaggi

Vasco Benassi (Claudio Bisio)

Commissario sessantenne, esperto ma impulsivo, poco incline alle regole. Il ritorno a Muntagò lo costringe a confrontarsi con il proprio passato.

Amaranta Palomba (Chiara Celotto)

Giovane agente ambiziosa e determinata. Nonostante l’inesperienza, dimostra grande intuito e coraggio.

Nicole Poli (Valentina Lodovini)

Sindaca di Bologna, forte ma vulnerabile. Madre preoccupata, spesso in conflitto con Benassi.

Il Magico (Lorenzo Minutillo)

Figlio di Nicole, idealista e inquieto. Sogna un Appennino sostenibile ma si avvicina ad attività illegali.

Gaetana (Elisa D’Eusanio)

Cugina di Benassi e collega. Pragmatica e diretta, è una figura di sostegno ma anche critica.

Fosco (Michele Savoia)

Agente giovane e timido, ma preciso e affidabile. Cresce molto nel corso della serie.

Bruno (Ivan Zerbinati)

Marito di Gaetana. Gestisce un bar, punto nevralgico della vita del paese e osservatorio privilegiato.

Macchio (Jacopo Dei)

Figlio di Gaetana e Bruno. Sensibile e curioso, alla ricerca della propria identità.

 

La storia inizia così…

Episodio 1 – Delitto o pregiudizio?

Benassi arriva a Muntagò, vivendo il trasferimento come una punizione, che riaccende ricordi dolorosi. Indaga sulla morte sospetta di Renato Pinardi, anziano trovato morto nella sua casa. La principale sospettata è la badante Karina, donna bielorussa dal passato oscuro. Nel frattempo, si riavvicina a Nicole, che lo coinvolge nei problemi del figlio Magico.

I segreti del pozzo

Amaranta si avvicina a Magico fingendo interesse e scopre una piantagione di marijuana nei boschi. Lo arresta, creando tensioni tra Benassi e Nicole. Le indagini sulla morte di Renato prendono una piega inaspettata.

 

Il regista Renato De Maria racconta…

«”Uno sbirro in Appennino” è una serie poliziesca interpretata da Claudio Bisio. Lo sbirro è Claudio di cui ho cercato di sfruttare e possibilmente ampliare le doti di attore empatico, sincero, emotivo, imprevedibile e un po’ folle. Ho usato il carisma e la sapienza recitativa costruita in anni di cinema, tv e palcoscenico per ridefinire in chiave pop una figura atipica di poliziotto. Poliziotto sì, ma alla nostra maniera. E quindi, anche “Uno sbirro in Appennino” va letta come una serie poliziesca certo, ma “alla nostra maniera”. La sceneggiatura di Bonifacci offre una scrittura a strati che include diversi generi: il poliziesco, il comico, la storia d’amore, la saga familiare. Ma quello che mi ha sorpreso di più e mi ha affascinato è l’amore e la conoscenza profonda per una terra cinematograficamente sconosciuta: l’Appennino. Non a caso è la parola che completa il titolo e dà un significato e un tono preciso al nostro lavoro. L’Appennino è un territorio ricco di storia e miracolosamente intatto. La civiltà lo ha graziato scegliendo di devastare le pianure. In Appennino esiste una spettacolare e incredibile bellezza intatta, dove lo sguardo può correre verso l’infinito incontrando solo boschi, laghi, fiumi e creste che lambiscono il cielo. Piccoli paesini punteggiano le valli senza mai disturbare lo sguardo, tutto è immerso in un’armonia naturale e spettacolare. Abitato dai tempi degli etruschi, territorio di passaggio, le tradizioni qui non sono svanite e resistono al tempo. La mia regia ha cercato di rispettare i miei due protagonisti allo stesso modo. Lo sbirro e l’Appennino. L’uomo e lo scenario naturale. Trattandosi di un poliziesco con momenti comedy è chiaro che intorno a Claudio andava costruita una squadra di attori bravi, empatici, con i tempi naturali per competere con Claudio. Sono molto orgoglioso del cast: in ogni ruolo c’è un attore credibile e un personaggio forte, vero, umano. Anche in quei ruoli minori che devono raccontare il territorio, ho avuto la fortuna di incontrare e scegliere attori locali di ottimo livello. Insomma, il cast prima di tutto, ma poi è stato importante anche il lavoro visivo: la fotografia con viste ampie, colori caldi, e capace di cogliere il racconto delle facce e del territorio come un unico quadro. Le musiche di Pivio e De Scalzi hanno seguito questo andamento tra il western e il folk, declinato con ironia in una chiave stile “Appennino”. Ho cercato ispirazione nel racconto popolare proprio della tradizione dei cantastorie e nel cinema ambientato in territori di frontiera, come il nostro Appennino.»

PAOLA SEVERINI MELOGRANI

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Con responsabilità e sorriso

 

Un viaggio di oltre quattrocento puntate per raccontare la disabilità, nel segno della solidarietà, dell’inclusione e del Servizio Pubblico. L’ideatrice e conduttrice di “O anche no!” al RadiocorriereTv: «Lo facciamo usando il buon senso e bandendo il sensazionalismo, sempre pronti ad abbassare il microfono e a spegnere le telecamere di fronte al dolore». L’appuntamento con la trasmissione è la domenica alle 10.15 su Rai 3  

 

 

 

Il racconto della disabilità in Tv è un viaggio che parte da lontano…

Questo lavoro la Rai lo ha cominciato negli anni Sessanta, la nostra azienda è stata la battistrada. È un percorso di inclusione, di conoscenza, a partire dai termini, che la televisione pubblica ha largamente anticipato. Quello che facciamo ogni giorno è un lavoro impegnativo e gratificante, nel quale è indispensabile avere le giuste competenze, oltre alla sensibilità di un giornalista che fa bene il proprio mestiere.

Come e quando nasce “O anche no!”?

Nasciamo a settembre del 2019 grazie a una scelta coraggiosa di Carlo Freccero, allora alla guida di Rai 2. Fu lui a decidere di scommettere su di me e sui miei collaboratori con “O anche no!”. Ed è proprio il caso di dire che il nome racchiude il senso del programma stesso. Ti aspetti che una persona sia in un certo modo, o anche no. Da allora abbiamo realizzato circa 400 puntate, praticamente senza mai fermarci. Nessuna televisione in Europa ha mai fatto uno sforzo di questo genere.

Dalla trasmissione madre sono nati numerosi spin-off…

Come i talk in occasione delle Paralimpiadi (Tokyo 2021, Parigi 2024, Milano Cortina 2026) e gli spazi di “Stravinco per la vita” all’interno di “Uno Mattina”, in questo caso per fornire a chi ci seguiva gli strumenti necessari per affrontare i problemi dati dalla disabilità, che è un grande imbuto nel quale prima o poi finiamo tutti. Ci siamo occupati di caregiver, di badanti, di diritti e difficoltà, sempre con un forte senso di responsabilità. Tra i tanti speciali che abbiamo realizzato ci sono quelli sulla Giornata mondiale dell’handicap, sulla Giornata nazionale dell’autismo e su quella delle persone con trisomia 21 (sindrome di Down). Siamo stati oltre confine per raccontare cosa fanno gli italiani all’estero per il sociale, la disabilità, i diritti, le persone fragili. Siamo andati in Kosovo, nel Kurdistan iracheno con Emergency, e in Senegal dove abbiamo costruito una scuola per bimbi disabili, siamo stati in Palestina, in Ucraina. Abbiamo anche valorizzato il lavoro del nostro esercito di pace, dei nostri ETS (Enti terzo settore), delle ONG (Organizzazioni non governative), dei soldati, dei carabinieri. Tra gli spin-off c’è anche il Festival del Calcio Comunità Educante, con tutto il mondo dello sport sociale, dagli oratori alla Lega di Serie A, partito nel 2024 e quest’anno in programma a settembre. Lo sport, il calcio in particolare, è grande strumento di inclusione.

Il suo incontro con il mondo del sociale ha radici profonde e lontane…

Risale agli anni Ottanta, tutto è partito dalla radio, con Adriano Mazzoletti, poi è arrivata la televisione, dove i miei maestri sono stati Sergio Zavoli, Luciano Rispoli, Gianfranco Funari. “O anche no!” è il punto d’arrivo di un lungo percorso.

Sociale e disabilità sono temi sempre più attuali…

I disabili, se li volessimo contare, sarebbero la terza nazione del mondo, dopo la Cina e l’India. L’talia è il paese più vecchio d’Europa. I nostri vecchi diventano dei grandi disabili, persone che hanno bisogno di aiuto.

Qual è il linguaggio più giusto per raccontarli?

Dobbiamo evitare le iperboli, non creare supereroi, stigmatizzando al tempo stesso l’ipocrisia. Il linguaggio si adegua alla realtà, alle diverse situazioni che ti trovi ad affrontare e a raccontare. Regola della nostra squadra è bandire sempre il sensazionalismo, senza mai rincorrere lo share, agire invece nel segno del rispetto, del buon senso. Siamo sempre pronti ad abbassare il microfono e a spegnere le telecamere di fronte al dolore.

La disabilità è una materia che prevede preparazione, competenza. Un presidio da difendere?

Lo studio e il lavoro sul campo ti forniscono le chiavi per affrontare con equilibrio e rispetto una materia complessa e delicata, le tematiche sociali, la disabilità, i diritti fondamentali. L’improvvisazione è un errore grave, ed è sempre estremamente pericolosa: capita di vedere talk-show con opinionisti che credono di sapere tutto, ma che in realtà non sono preparati e fanno danni incommensurabili. Su questi temi servono regole rigide e immensa cautela. Anche questo significa fare Servizio Pubblico.

Uno sguardo che non si ferma alla disabilità quello di “O anche no!”. È di novembre scorso lo speciale sulle cure palliative, su cosa significa accompagnare una persona nella fase più fragile, quella della malattia e del fine vita…

Quello speciale, che è ancora oggi disponibile su RaiPlay, è motivo di grande soddisfazione per tutto il nostro gruppo di lavoro. Si tratta di un racconto che dà voce a chi ogni giorno tutela la dignità delle persone, rendendo più umano il percorso della malattia. Dopo la messa in onda il programma è stato utilizzato come strumento di tutoraggio per i formatori degli hospice. Abbiamo ricevuto il ringraziamento di medici e infermieri e questo ci dà gioia.

È possibile raccontare la disabilità anche attraverso l’arte, cosa accaduta a Sanremo con il maestro Ezio Bosso…

… che portai al Festival grazie a Carlo Conti, facendolo incontrare con la grande platea Tv, cambiando in quel modo il paradigma. L’anno successivo tornammo al festival di Carlo con i Ladri di carrozzelle, nella certezza che il sorriso e la musica possono essere grandi alleati nella comunicazione di messaggi importanti.

Cosa chiede il sociale a “O anche no!”?

Le persone ci scrivono oltre duecento mail a settimana, ci fermano per strada. Ci chiedono risposte e ci sottopongono emergenze. Siamo diventati un po’ uno sportello del cittadino, ma con tutta la buona volontà non ci possiamo sostituire allo Stato, alle amministrazioni. Noi siamo pochi, vorremmo essere molti di più, e per questo motivo cerchiamo di stimolare la crescita di reti e di associazioni di famiglie. Ci diamo da fare anche attraverso la nostra rete territoriale e gli “Amici di O anche no!” che ci supportano sui social. Siamo una grande famiglia.

SERIE TV

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Roberta Valente Notaio in Sorrento

 

Roberta, giovane notaia segnata da un trauma, cerca di controllare ogni aspetto della sua vita. A Sorrento, tra lavoro complesso e incontri inattesi, dovrà affrontare sorprese che metteranno in discussione le sue certezze e la costringeranno a confrontarsi con i propri fantasmi. Con Maria Vera Ratti e Alessio Lapice da domenica 12 aprile su Rai 1

 

 

 

Roberta, profondamente segnata da una tragedia in giovane età, vive un’ansia da controllo che la porta a pianificare ogni aspetto della propria vita, nell’illusione di mettersi al riparo dalle brutte sorprese. Ha sempre primeggiato a scuola e all’università ed è stata la prima anche nel concorso notarile, potendo così scegliere come destinazione Sorrento, dove è nata e dove vive Stefano, il fidanzato storico che sogna di sposare. Arrivata nell’incantevole cornice di Sorrento, tra limoneti profumati e scorci mozzafiato, Roberta incontrerà delle persone che segneranno la sua vita: fra tutti, Leda, la radiosa cameriera di un bar, e il suo ex fidanzato Vito, un giovane pescatore dai modi apparentemente bruschi. La giovane notaia dovrà misurarsi con una serie di casi notarili molto particolari, intriganti e appassionanti, che sgretoleranno il falso luogo comune per cui il lavoro del notaio sarebbe privo di imprevisti e che porranno di frequente Roberta in situazioni scomode, dalle quali verrà fuori solo grazie alla sua invidiabile professionalità. Ma la vita non va mai come ci si aspetta e così Roberta dovrà confrontarsi con delle scoperte destabilizzanti che metteranno a dura prova le sue certezze e i suoi progetti per il futuro costringendola ad affrontare i propri fantasmi.

 

La storia inizia così…

Torna a Surriento

Roberta, brillante e ambiziosa, è arrivata tra i primi al concorso notarile e ha scelto di tornare nella sua Sorrento, dove l’attendono le zie che l’hanno cresciuta e il fidanzato storico, Stefano. Nello studio del notaio Carrano, che la accoglie come associata, Roberta muove i primi passi tra nuovi colleghi e un’assistente inflessibile. Fuori dallo studio incontra Leda, barista solare e irriverente, e Vito, giovane pescatore con mille lavori sulle spalle. Il suo primo incarico riguarda una misteriosa eredità: una figlia illegittima di cui non si conosce l’identità. Per Roberta, è l’inizio di una nuova vita e di una sfida professionale.

48, Morto che parla

Mentre Roberta è immersa nei preparativi per il suo imminente matrimonio con Stefano, una scoperta inaspettata sconvolge il fragile equilibrio della sua vita. Divisa tra il desiderio di costruire un futuro e la necessità di fare i conti con il passato, Roberta si trova anche a sostenere il suo fidanzato, deciso a lasciarsi alle spalle le attività della sua famiglia per avviare un’attività con Massimo, suo caro amico d’infanzia. Ma dietro l’entusiasmo per il nuovo progetto, si cela una realtà ben diversa da quella che Stefano immagina.

 

PERSONAGGI

ROBERTA (Maria Vera Ratti)

Determinata, Roberta non ama le incertezze, è metodica e pianificatrice. Il suo carattere spigoloso non è che una forma di autodifesa dopo la perdita dei genitori, avvenuta quando aveva solo 5 anni. Tutti i suoi progetti così accuratamente preparati, tra cui il matrimonio con Stefano, sono destinati a traballare quando scoprirà alcuni sconvolgenti segreti di famiglia.

STEFANO (Alessio Lapice)

Fidanzato con Roberta praticamente da sempre, è il classico ragazzo benestante ingabbiato dalla famiglia. Sogna di costruirsi un’attività propria, ma lavora nell’agenzia assicurativa del padre. Nutre un grandissimo affetto per il fratello minore Enrico, per il quale vorrebbe una vita più libera e spensierata della sua. È affascinante, simpatico e socievole, ama il ballo e la bella vita, ma di fronte al carattere predominante di Roberta è fatalmente soccombente. L’avvicinarsi del matrimonio, da lui percepito come una trappola, e l’incontro con Leda, avranno un impatto dirompente su di lui. Che sia giunto il momento di prendere in mano le redini della propria vita?

LEDA (Flavia Gatti)

Leda non ha mai conosciuto i propri genitori ed è stata sballottata tra varie famiglie affidatarie. È bellissima, seducente, solare, altruista, comunicativa e ama ballare più di ogni cosa. Non sopporta le ingiustizie e, forse a causa della sua infanzia travagliata, non ha ancora trovato il proprio baricentro esistenziale. Si barcamena tra lavori e situazioni sentimentali precarie, dopo aver lasciato Vito senza avergli mai dato una spiegazione.

VITO (Erasmo Genzini)

All’attività di pescatore affianca mille lavoretti per supportare la famiglia da quando il padre è rimasto invalido, in particolare per sostenere gli studi della sorella Lucia. Ha un carattere schietto e burbero, ma un gran cuore. Da quando Leda lo ha lasciato, sembra non riuscire a rassegnarsi e tenterà di riconquistarla ma l’incontro con Roberta, dapprima nemica, poi alleata nel tentativo di riconquistare Leda, potrebbe cambiare qualcosa.

ACCORDO

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Rai e Disney+ una nuova collaborazione

 

Firmato un accordo innovativo tra Rai e Disney+ che porterà agli abbonati Disney+ alcuni tra i più iconici titoli Rai

 

 

Rai e Disney+ hanno firmato un accordo che porterà agli abbonati Disney+ alcuni tra i più iconici titoli Rai. Questo accordo innovativo tra uno dei più importanti broadcaster pubblici in Europa, attraverso la controllata Rai Com, braccio commerciale della TV pubblica, e uno dei principali servizi di streaming globali amplia il pubblico Rai ed espande il catalogo di Disney+, rafforzando il rapporto di lunga data tra le due società. Nell’ambito di questa iniziativa, “Belve”, il celebre e coinvolgente talk show condotto da Francesca Fagnani, e “The Floor – Ne rimarrà solo uno”, l’avvincente game show che quest’anno sarà condotto da Paola Perego e Gabriele Vagnato, saranno disponibili in streaming per gli abbonati Disney+ dal giorno successivo alla messa in onda su Rai 2. Inoltre, Disney+ amplierà l’offerta di contenuti locali di alta qualità con una selezione di imperdibili titoli Rai tra i più recenti, come le amate fiction “Braccialetti rossi”, “Mina Settembre”, “L’amica geniale”, “Un passo dal cielo” e “Màkari”, oltre al docu-reality diventato un vero e proprio cult generazionale “Il Collegio” che saranno raccolti prossimamente in una collezione dedicata su Disney+. Questi titoli si aggiungeranno a quelli Rai già presenti su Disney+ (“Don Matteo”, “I Bastardi Di Pizzofalcone”, “Un Medico In Famiglia”, “Doc – Nelle Tue Mani”, “Il Commissario Ricciardi”, “Le Indagini di Lolita Lobosco”), integrando l’offerta di produzioni italiane firmate Disney+ come “I Leoni di Sicilia”, “Le Fate Ignoranti”, “Avetrana – Qui non è Hollywood”e “Boris 4”. Rai, attraverso Rai Com, entra a far parte di un prestigioso gruppo di emittenti free-to-air con cui Disney+ collabora in tutta Europa, da Atresmedia e RTVE in Spagna, a ITVX nel Regno Unito, ARD e ZDF in Germania e SIC in Portogallo, a testimonianza di un impegno comune nel promuovere e sostenere la narrativa locale. Giampaolo Rossi, Amministratore Delegato Rai: “Per la Rai, Disney è un partner strategico di lungo corso. Con questa intesa, il Servizio Pubblico entra a far parte di un prestigioso network europeo caratterizzato da una visione comune orientata alla valorizzazione della narrativa locale all’interno di ecosistemi digitali internazionali. In questi anni RaiPlay ha rappresentato il punto di riferimento della trasformazione in Digital Media Company di Rai: i quasi 23 milioni di account attivi (53% della digital total audience italiana), gli oltre 7000 titoli di cataloghi (superiori alla BBC), le quasi 800 milioni di ore di tempo speso nel 2025 nella fruizione dei contenuti live e on demand, rappresentano una case history internazionale quasi unica. Abbiamo ritenuto di affiancare allo straordinario ruolo di RaiPlay una ulteriore opportunità coerente con la funzione di Servizio Pubblico: accompagnare contenuti iconici della Rai verso pubblici e modalità di fruizione differenti, amplificandone la visibilità e rafforzando in modo strutturale la presenza digitale dell’Azienda e la riconoscibilità del brand Rai, in uno scenario sempre più competitivo e interconnesso”. Karl Holmes, General Manager, Disney+ EMEA: “Questa collaborazione con Rai porterà agli abbonati Disney+ in Italia una selezione ancora più ampia di contenuti locali incredibilmente iconici. Rai vanta una profonda connessione con il pubblico e un’eredità pluridecennale di narrazioni di alta qualità, e siamo orgogliosi di poterle proporre al nostro pubblico su Disney+. Forte di oltre 40 anni di collaborazione tra Disney e Rai in Italia, questa iniziativa si allinea anche al nostro approccio globale di collaborazione con le emittenti free-to-air in tutta Europa, aiutandole a portare le loro storie a un pubblico più ampio e più giovane, offrendo al contempo agli abbonati Disney+ un intrattenimento locale ancora più straordinario e nuovi modi per godersi i loro show più amati”.

PAOLA PEREGO

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Fedele a me stessa

 

Il debutto in Tv a soli sedici anni, una carriera piena di successi, tanta voglia di sperimentare nel segno della sincerità e dell’ironia. A pochi giorni dal suo sessantesimo compleanno, il Radiocorriere Tv incontra la popolare conduttrice in onda su Rai 2 con due programmi molto amati dal pubblico, “Citofonare Rai 2” e “The Floor” in prima serata dal 6 aprile

 

 

Come si sta preparando a questa intensa primavera in video?

Con grande entusiasmo e tanto lavoro. Sono felice del raddoppio di “Citofonare”, che va in onda anche il sabato mattina, ma in una versione un po’ diversa da quella domenicale, e per la nuova esperienza di “The Floor”, programma molto divertente e che il pubblico di Rai 2 conosce già bene, in onda il lunedì in prima serata.

 

Cento concorrenti in gara, un grande tabellone da conquistare casella dopo casella, un montepremi da vincere. Ma “The Floor” è una sfida anche per Paola Perego…

Una sfida divertentissima, ti consente di giocare mentre lo conduci, rendendoti davvero partecipe, e poi professionalmente ho sempre bisogno di mettermi in gioco, di vivere nuove esperienze. Sono terrorizzata dalla noia e dalla ripetitività, condurre “The Floor” mi dà grande energia.

 

A proposito di tabelloni, che rapporto ha con quelli cartacei, con i giochi di società?

Li ho sempre adorati: Risiko, il Monopoli, il Gioco dell’oca. Oggi ci gioco con i miei nipoti, basta lanciare i dadi e la partita ha inizio. Servono strategia e fortuna e sono davvero molto divertenti. Sono giochi che uniscono le famiglie proprio come fa “The Floor”, programma che possono guardare insieme, davanti al video, sia la nonna che il nipote, magari sfidandosi tra loro da casa. Quando riesci a fare una trasmissione che è trasversale alle diverse generazioni, proprio come la nostra, puoi essere soddisfatto.

 

A giocare con i 100 concorrenti non sarà sola…

C’è Gabriele Vagnato, un ragazzo veramente molto talentuoso che io ho scoperto in questa esperienza. A dire il vero lui mi tratta un po’ da anziana signora, da boomer (sorride), ma ha l’età dei miei figli ed è giusto che sia così: insieme ridiamo veramente tanto.

 

Veniamo a “Citofonare Rai 2”, cosa la lega al programma?

Intanto un affetto immenso per Ludovico Di Meo, l’allora direttore, che purtroppo non c’è più, e che ho stimato tantissimo. Fu Ludovico a chiamarmi durante il lockdown e a chiedermi di scrivere un programma per la domenica mattina. Lo feci con Serena Costantini, che è la mia autrice, ci mettemmo al lavoro a distanza ed è nato “Citofonare Rai 2”. Il programma lo sento un po’ come una mia creatura, nel tempo siamo arrivati a toccare il 7-8 per cento di share. La soddisfazione è tanta, con il gruppo di lavoro siamo diventati una grande famiglia.

 

Che ruolo sociale ha per lei la televisione?

Per tante persone è sinonimo di compagnia. Ci sono gli anziani, c’è chi è solo. Al tempo stesso la tv è svago, un’occasione di evadere dalla quotidianità, proprio per questo con “Citofonare Rai 2” abbiamo voluto fare una sorta di varietà della mattina con l’intento di strappare una risata a chi ci segue.

 

Quanto c’è del suo percorso professionale e di vita nella donna che è oggi?

Tutto, nella vita di tutti i giorni sono come mi si vede in tv (sorride). Sono come sono, attraverso le mie esperienze di dolore e di rinascita, di sofferenza e di gioia, di vita. La vita ha tante sfaccettature.

 

Si è mai chiesta come sarebbe stata la tua vita se non avesse incontrato lo spettacolo?

Sì, perché io vengo dalla provincia, da una famiglia molto umile e probabilmente avrei fatto la segretaria a Brugherio. Ho ottenuto molto di più di quello che avrei potuto sognare da ragazza.

 

Che cosa sognava?

All’inizio di fare la parrucchiera, l’estetista, di avere un lavoro sicuro. Papà faceva il falegname, noi eravamo in quattro e mamma doveva essere a casa per noi. Quindi già trovare un posto fisso e portare a casa uno stipendio sarebbe stata una cosa straordinaria. Per un certo periodo pensai di studiare architettura ma poi arrivò la moda. Mi proposero un lavoro che accettai nell’intento di guadagnare qualche soldo. Da lì a poco arrivarono le prime esperienze in televisione.

 

Tv e non solo, di lei si dice che instancabile…

Diciamo che ho molti interessi. A partire dal mio podcast che si intitola “Poteva andare peggio”… Siamo abituati, e in certi periodi della mia vita l’ho fatto anch’io, a guardare ciò che poteva andare diversamente, a ulteriori obiettivi che avremmo potuto raggiungere, quindi a lamentarci. Ecco, oggi che sto per compiere sessant’anni (17 aprile), sono più orientata a vedere il bicchiere mezzo pieno, ad essere grata per ciò che ho. Di questo parlo con i miei intervistati, cercando di andare oltre il personaggio e di raccontare la persona. E quando si è tra persone bere, allora ci si riesce. Il mio podcast è uno spazio in cui si può e si deve essere se stessi.

 

Ad aprile sarà anche in libreria…

Con “A modo mio” (Sperling & Kupfer) nel quale ho raccolto 60 lezioni che ho imparato dalla vita. Non voglio dare consigli, non amando per di più chi li dà quando non sono richiesti, ma condivido le mie cadute, le mie fragilità, mi confronto su temi ritenuti tabù, dei quali spesso si preferisce non parlare. Lo faccio con sincerità e ironia. Quando arrivi alla mia età hai ancor di più l’esigenza di essere te stessa.

 

Paola è una donna felice?

La felicità è fatta di momenti, io sono molto serena. Con alti e bassi, come tutti.

 

Nella vita ha sempre fatto tutto a modo suo?

Sì, rimanendo sempre fedele a me stessa, e imparando anche a rimettermi in piedi dopo i momenti difficili. Se non ti poni delle domande vai avanti per inerzia. Se ti interroghi invece su chi sei, su cosa avresti potuto fare in maniera diversa, su cosa ti manca, ti metti in discussione e non ti annoi (sorride).

 

NUOVA STAGIONE

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Belve + Belve crime

 

Al via dal 7 aprile la settima stagione del programma cult della televisione italiana ideato e condotto da Francesca Fagnani. Ogni martedì in prima serata su Rai 2.

 

 

Tornano gli iconici faccia a faccia di Francesca Fagnani in cui la giornalista si confronta, senza sconti, con personaggi del mondo dello spettacolo, del costume e della cronaca. Ogni puntata, ospiti diversi saranno disposti a mettersi in gioco e a rispondere alle domande chiare, dirette e spesso irriverenti della conduttrice.

Oltre alle consuete interviste, si conferma anche per questa edizione “Belve Crime”. Fagnani intervista colpevoli, testimoni o protagonisti di crimini per esplorare il lato oscuro dell’animo umano. Da quest’anno in onda i provini di Belve: persone comuni siederanno sullo sgabello intervistate dalla conduttrice. Non mancherà come di consueto la sigla di chiusura con tutti i fuori onda degli ospiti, diventato nel corso degli anni uno dei momenti più attesi dal pubblico. L’appuntamento con Belve è per il 7 aprile in prima serata su Rai 2 e on demand su RaiPlay.

 

 

 

ALESSANDRO TERSIGNI

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Il coraggio di essere padre

 

Un racconto intenso e necessario che affronta il tema dei disturbi alimentari e il difficile equilibrio tra amore, paura e responsabilità genitoriale. L’attore romano racconta al RadiocorriereTv la sua esperienza in “Qualcosa di lilla”, giovedì 2 aprile su Rai 1

 

 

 

Un tema delicato che speriamo induca una riflessione profonda nello spettatore… da dove è partito per affrontare questa figura di padre?

Sono partito da me stesso. Essendo padre, ho portato sul set la mia esperienza personale, che in questo caso è stata fondamentale. Qui parliamo di una figlia di quindici anni, un’età in cui il rapporto cambia: non è più solo genitore-figlio, ma diventa qualcosa di più complesso e profondo. Nel film i genitori sono separati e Nicole ha un rapporto molto stretto con il padre, quasi da amici. Cristiano gioca questa carta, anche se a un certo punto sarà costretto a cambiare atteggiamento, perché la paura prende il sopravvento. La madre, Veronica, interpretata da Raffaella Rea, è invece più severa e meno presente. Ho portato quindi il mio vissuto: l’amore per i figli, il senso di responsabilità e tutte le paure che inevitabilmente emergono quando una famiglia è investita da problemi importanti.

Avete avuto modo di confrontarvi con esperti o con persone che hanno vissuto situazioni simili?

È stato fondamentale il confronto con Maruska Albertazzi, sceneggiatrice del film e autrice del libro da cui è tratto il racconto. Ha condiviso con noi la sua esperienza personale e ciò che ha vissuto affrontando il dramma dei disturbi alimentari. Abbiamo inoltre ascoltato storie di ragazzi che hanno vissuto questa malattia, la bulimia nervosa, di cui si parla ancora troppo poco. A differenza dell’anoressia, è meno visibile: chi ne soffre spesso non mostra segni evidenti, e questo la rende ancora più subdola.

Tra l’altro le malattie legate ai disturbi alimentari sono tra le principali cause di morte tra i giovani, soprattutto tra i 15 e i 25 anni…

Sono una vera piaga sociale, di cui si parla poco e che molti non comprendono davvero. Per questo film come “Qualcosa di lilla” sono necessari.

Lei è padre: si è mai chiesto come non perdere di vista il proprio figlio senza cadere nell’eccesso del controllo?

Non si tratta di controllo maniacale, ma di attenzione. Io dico sempre a mio figlio: “Tu sei figlio da otto anni, io sono padre da otto anni. Cresciamo insieme”. I figli hanno bisogno dei loro spazi, ma, come ripeto spesso a me stesso come un mantra: “nel dubbio, agisci”. Quando non fai nulla, rischi di pentirtene quando è troppo tardi. Essere informati è fondamentale: non si tratta di invadere, ma di esserci.

Come evolve il suo personaggio nel racconto?

Cristiano è un poliziotto, separato, con una figlia adolescente di cui è profondamente innamorato. All’inizio il loro rapporto è leggero e giocoso: fanno cose insieme, condividono hobby, si divertono. Quando scopre la malattia della figlia, tutto cambia: si spaventa, non conosce la bulimia e cerca di intervenire in modo deciso. Inevitabilmente si arriva allo scontro e Nicole inizia a considerarlo un ostacolo. Il loro rapporto si trasforma completamente.

Come gestisce il senso di impotenza?

In modo pragmatico. Cerca subito di capire e di agire, ma è anche profondamente spaventato. Ci sono momenti in cui lui e la madre non sanno cosa fare e devono affidarsi ai medici, ma l’amore per la loro figlia non viene mai meno. È un percorso che porterà tutti a cambiare: ci sono ferite che non si rimarginano facilmente.

Come viene raccontata la fragilità dei ragazzi?

Non esiste una regola. La fragilità dei ragazzi può avere origini e conseguenze diverse. Non è detto che una separazione familiare porti necessariamente a un disagio, ma nel film è uno degli elementi che incidono. Nicole subisce anche l’influenza di un’amica che soffre dello stesso disturbo. Tra loro, all’inizio, sembra quasi un gioco, ma si trasforma presto in qualcosa di molto grave. La chiave è la comunicazione. I ragazzi oggi parlano poco, hanno bisogno di essere stimolati. Lo vedo con mio figlio: se non parlo io, lui non parla. Sono specchi, spugne. Anche quando siamo stanchi, dobbiamo trovare il modo di comunicare.

Qual è stata la sfida più grande di questo progetto?

Interpretare un padre di una ragazza più grande dei miei figli e affrontare il tema della malattia. Ho vissuto personalmente un momento molto difficile alla nascita della mia seconda figlia: ci avevano prospettato una sindrome importante. Abbiamo avuto paura, abbiamo cercato informazioni – anche sbagliando, su internet – e vissuto settimane di angoscia. Alla fine, non c’era nulla, ma quella paura, quella responsabilità, le ho portate nel film. Quando ti dicono che tuo figlio potrebbe avere una malattia, inizi a farti mille domande: guarirà? starà bene? che vita avrà? È un’esperienza che ti segna profondamente.

Avete scelto di non spettacolarizzare la malattia. Come l’avete raccontata?

Con semplicità. Io e Raffaella Rea abbiamo portato il nostro vissuto da genitori. Non abbiamo calcato sulla malattia, ma sul senso di responsabilità e sull’amore verso una figlia.

Cosa la spaventa per il futuro dei suoi figli?

Che non riescano a trovare il loro posto nel mondo. Vorrei solo che fossero felici e in salute, e che imparassero a comprendere le persone e l’ambiente che li circonda.

Cosa spera arrivi al pubblico?

Che esiste un problema reale, ma anche che il rapporto tra genitori e figli è fondamentale. I genitori devono fare i genitori, non gli amici. E i figli devono poter fare i figli.

Che rapporto ha costruito con la giovane attrice che interpreta sua figlia?

Ci siamo conosciuti prima delle riprese e abbiamo legato subito. È una ragazza brillante e ironica, e questa sintonia si percepisce anche nel film. All’inizio il rapporto è leggero e divertente, poi cambia con l’arrivo della malattia. Abbiamo costruito tutto partendo proprio da quella naturalezza.

A cosa sta lavorando ora?

Sto lavorando a nuovi progetti per Rai 1, tra cui una serie diretta da Fabrizio Costa. È un progetto che mescola passato e presente, molto interessante.

Cosa la affascina ancora del suo lavoro?

Oggi mi diverto molto di più. All’inizio c’era l’ansia della prestazione, ora c’è più consapevolezza. Mi concentro sui personaggi, sui loro background, e il lavoro è diventato più condiviso con registi e colleghi.

La preoccupa l’uso dell’AI nel suo mestiere?

Sì, abbastanza. Il rischio è perdere l’umanità di questo lavoro. Recitare è fatto di emozioni, imperfezioni, contraddizioni: sarebbe un peccato sostituire tutto questo con qualcosa di artificiale.

PREMI MORRIONE E LAGANÀ

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I finalisti del 2026

 

A servizio delle nuove generazioni del giornalismo d’inchiesta

 

 

Sono stati presentati le finaliste, i finalisti e tutor della 15esima edizione del Premio Roberto Morrione per il giornalismo investigativo e i vincitori e tutor della terza edizione del Premio Riccardo Laganà Biodiversity, Sustainability & Animal Welfare. Promossi dall’associazione Amici di Roberto Morrione in collaborazione con la Rai, i due Premi sono riservati a under30 ai quali vengono dati tutti gli strumenti per realizzare un’inchiesta giornalistica su temi rilevanti per la vita politica, sociale, economica, culturale dell’Italia e dell’Europa, quali l’ambiente, la legalità, i diritti umani e civili, lo sviluppo tecnologico e le attività economiche. La conferenza stampa ha dato l’avvio ufficiale alla fase di produzione delle inchieste che resteranno sotto riserbo fino alle Giornate di chiusura e premiazione dell’edizione in programma a fine ottobre a Torino.
Tra i 102 progetti di inchiesta candidati, la giuria del Premio Morrione presieduta da Giuseppe Giulietti, dopo una fase di analisi e una di pitch in presenza, ne ha scelti quattro proposti da 11 autrici e autori selezionati tra i 161 partecipanti a questa edizione.  Il progetto di inchiesta vincitore della terza edizione del Premio Laganà è stato selezionato tra le proposte a tema ambientale candidate al Premio Morrione. La giuria del Premio Laganà è presieduta da Sabrina Giannini. A ciascun progetto finalista viene assegnato un contributo in denaro di 5.000 euro da impiegare nella produzione dell’inchiesta. Le quattro inchieste finaliste del Premio Roberto Morrione concorrono inoltre ad un premio finale di 2.000 euro, attribuito dalla giuria alla migliore inchiesta realizzata.  Il Premio offre l’opportunità della diffusione delle inchieste su Rai News 24, Rai Radio 1 e Rai Play Sound e di partecipare a festival e incontri in Italia e all’estero.

LORELLA BOCCIA

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Storie che cambiano la vita

 

Un viaggio nel legame sempre più profondo tra gli esseri umani e i loro compagni di vita al centro di “Pets – Animali del cuore”, il nuovo programma del sabato mattina di Rai 2

 

 

Porta in televisione il rapporto tra esseri umani e animali: che tipo di racconto ha voluto costruire?

Tutto nasce dal legame che si crea tra noi e i nostri animali, un rapporto profondo fatto di affetto ma anche di fiducia, qualcosa che si costruisce insieme e che non va mai dato per scontato. Nel programma raccontiamo storie vere che mostrano quanto questo legame possa incidere nella vita quotidiana. Penso ai cani allerta diabete: in studio abbiamo simulato una situazione reale e ho visto in diretta come il cane riconosce il problema e attiva i soccorsi. Lo stesso accade con i cani molecolari, capaci di individuare una persona anche in condizioni difficili. Sono esempi concreti, come quelli degli anziani aiutati nella quotidianità, che raccontano quanto questi animali possano fare la differenza. È un racconto a 360 gradi, tra aspetti pratici ed emotivi, che include anche la pet therapy e storie più leggere e sorprendenti, come quella di Becco di Rame o di chi ritrova gatti smarriti anche a chilometri di distanza. Storie diverse, ma tutte piene di vita.

Nel programma emergono insieme emozione e competenza: quanto è importante trovare questo equilibrio?

Per me è fondamentale. In studio sono presenti moltissimi animali, non solo cani e gatti, ma anche gufi, aquile, insetti, serpenti, alpaca, pesci. Tutti i protagonisti delle storie sono lì, ma sempre trattati con il massimo rispetto. Sono loro il centro di tutto. L’atmosfera che si crea è davvero particolare: una serenità che nasce proprio dal contatto con gli animali, ma accompagnata da un grande senso di responsabilità. Al di là dei professionisti, dall’istruttore al veterinario, mi ha colpito l’atteggiamento delle persone, anche del pubblico. Abbiamo ospitato animali con vissuti difficili e in quei casi abbiamo evitato applausi, abbassato la musica, adattato i tempi. Ci sono animali che reagiscono in modo diverso ai rumori, ai movimenti, alle telecamere. Tutto è pensato per tutelarli.

Parla di rispetto e responsabilità: quali sono gli errori più comuni che vede nel rapporto con gli animali?

È fondamentale fare chiarezza. Al di là dei casi di maltrattamento, che purtroppo esistono e che affronteremo, c’è un aspetto molto concreto che spesso viene sottovalutato: la scelta dell’animale. Molte persone vogliono fare una cosa bella, adottare, ma non sempre sanno come orientarsi. È importante capire che tipo di animale si sta scegliendo: il carattere, il vissuto, le esigenze. Se è adatto a una famiglia, se può vivere in appartamento, ma soprattutto quale comportamento ha. Bisogna essere consapevoli che non esiste un animale “giusto” in assoluto, ma esiste quello giusto per quella persona.

Oggi gli animali sono sempre più presenti nella vita quotidiana: secondo lei cosa racconta questo cambiamento?

Racconta qualcosa di molto bello. In studio ho visto una purezza e una verità che raramente si incontrano. Gli animali ti spingono a diventare una persona diversa. È un rapporto reciproco, una storia che cresce nel tempo: non è solo l’animale a cambiare la persona, è anche la persona che cambia l’animale. Si costruisce un percorso insieme, si impara a convivere nel rispetto reciproco. Una cosa che mi ha colpito molto è che spesso chi adotta racconta di essere arrivato senza sapere cosa aspettarsi, ma di aver sentito che fosse l’animale a scegliere lui. È una sensazione immediata, quasi istintiva, che ritorna in tante storie.

Se dovesse sintetizzare in una frase il senso di questo programma, quale sarebbe?

Direi che il valore aggiunto è la purezza e la verità. In un mondo in cui tutto sembra costruito, questo è un racconto autentico, reale. Ed è proprio questo che lo rende speciale.

FEDERICA PALA

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Quella forza nascosta


«Nicole non guarisce completamente, ma riesce a cambiare mentalità» racconta la giovane attrice protagonista del film “Qualcosa di lilla”, che porta in scena su Rai 1 il percorso di crescita interiore e di consapevolezza di una ragazza nella sua battaglia contro un disturbo alimentari. Il 2 aprile in prima serata

 

 

Ci presenta Nicola, la protagonista del film?

Nicole è una ragazza di 15 anni che, nel pieno dell’adolescenza, si trova a vivere un periodo particolare. È molto introversa, non ha tanti amici, a scuola ha praticamente solo un’unica amica con cui condivide la passione per la matematica. A casa, invece, i suoi genitori sono divorziati, quindi l’ambiente familiare è abbastanza scomodo, perché Nicole non ha mai veramente accettato fino in fondo questa separazione. Ha un rapporto conflittuale con la mamma, mentre con il papà condivide ancora il gioco, come se fosse un po’ bambina, anche se, nel corso della storia, questi rapporti evolveranno e cambieranno molto. Sembra una giovane scontrosa, un po’ fredda, non sempre disposta ad aprirsi agli altri, ma in realtà nasconde una grandissima fragilità ed è, fondamentalmente, ancora molto infantile. È proprio per questo che con il papà trova una grande complicità. Questa fragilità emerge poi con l’evolversi del disturbo alimentare.

Cosa l’ha colpito di più di questa ragazza e della sua storia?

Mi ha colpito tanto la forza che la caratterizza, soprattutto nella parte del film in cui vive il suo momento più buio, quando tocca il fondo, e non è scontato. E invece affronterà la sua battaglia, contando sull’amore e sull’appoggio delle persone a lei vicine, ma soprattutto dentro se stessa. Lei non guarisce completamente, ma riesce a cambiare mentalità, a scegliere di affrontare la malattia invece di subirla.

Qual è stato l’aspetto più difficile da mettere in scena?

Io non ho mai vissuto un disturbo alimentare, non so cosa si possa provare in una situazione di questo genere. È una malattia importante e, pur avendo 18 anni, l’ho conosciuta solo attraverso esperienze vicine, per questo è stato quindi complicato rappresentare e dare credibilità a qualcosa che non mi apparteneva. Volevo farlo nel miglior modo possibile, con delicatezza. Per questo, la fragilità fi Nicole non è stata tanto difficile da interpretare, piuttosto da studiare. Poi, lavorando sul personaggio, ho trovato anche dei punti in comune tra me e il personaggio, ed è stato fondamentale.

Ha avuto modo di confrontarti con chi ha vissuto questa esperienza?

Ho avuto delle amiche che hanno affrontato questo percorso, ma è stato molto importante il confronto con Maruska Albertazzi, la sceneggiatrice del film, che ha raccontato la sua storia personale, un confronto che mi ha aiutato a comprendere meglio cosa provi una persona con un disturbo alimentare. Non è una scelta, spesso è un comportamento che viene frainteso, interpretato come un capriccio o una richiesta di attenzione, ma non è così. È una forza molto più potente della volontà della persona, è una vera malattia e serve tempo per affrontarla.

Come viene rappresentato il mondo degli adulti nel film?

Il mondo degli adulti viene mostrato nelle sue difficoltà pratiche, quasi come in un film di denuncia sociale. I genitori, come tutte le persone attorno a chi soffre di un disturbo alimentare, si sentono impotenti e anche colpevoli, quando in realtà non c’è una colpa. Nel film viene detto chiaramente: non è un tribunale. Si evidenziano anche problemi concreti, come le lunghe liste d’attesa per le visite o le difficoltà economiche, non tutte le famiglie possono permettersi cure adeguate, uno psicoterapeuta per esempio. I genitori si sentono impotenti, ma devono comunque essere un punto fermo per una ragazza che non sa dove andare.

Come ha lavorato con gli altri attori, in particolare con i “genitori” Tersigni e Rea?

Con loro ho avuto un rapporto bellissimo, si è subito creato un feeling forte, anche fuori dal set. Con Alessandro, che interpreta mio padre, non mi veniva difficile essere sua “figlia”, anche mio padre nella vita reale ha notato quanto fosse naturale questa relazione. Per me è importante osservare attori più esperti e imparare da loro, ed è stato così anche in questo caso.

E con la regista?

Mi ha affascinato molto il metodo di lavoro della regista Isabella Leoni, si è creata una forte sintonia. Abbiamo lavorato molto sull’ascolto reciproco, cercando di tirare fuori anche cose non scritte. Recitare significa ascoltare l’altro: se ci si concentra solo su se stessi, vengono fuori monologhi e si perde autenticità.

La sua famiglia come ha reagito vedendola in questo ruolo?

Sono rimasti molto colpiti e anche scossi, soprattutto dai numeri legati al disturbo alimentare. Si sono sensibilizzati molto, hanno iniziato a fare più attenzione ai dettagli, e allo stesso tempo si sono sentiti fortunati che non abbia colpito me o mia sorella.

Cosa si aspetta da questo mestiere?

Non so ancora se sarà il mio futuro, sto studiando psicologia all’università, perché credo sia importante costruirsi più strade. Certo, il mio sogno è continuare a recitare, ma ho solo 18 anni e non so cosa succederà domani. Quello del cinema è un mondo che mi affascina tantissimo, ti fa viaggiare, conoscere persone e crescere come individuo.

Cosa significa per lei mettersi alla prova con i provini?

All’inizio era difficile, soprattutto quando ero più piccola, perché sembrava sempre un giudizio su di me. Oggi ho capito che è un giudizio sul personaggio e non sulla persona, anche se resta sempre tanta agitazione: lo vivo come un esame. Allo stesso tempo è un’occasione per imparare, confrontarsi e crescere.