ALESSANDRO TERSIGNI
Il coraggio di essere padre
Un racconto intenso e necessario che affronta il tema dei disturbi alimentari e il difficile equilibrio tra amore, paura e responsabilità genitoriale. L’attore romano racconta al RadiocorriereTv la sua esperienza in “Qualcosa di lilla”, giovedì 2 aprile su Rai 1
Un tema delicato che speriamo induca una riflessione profonda nello spettatore… da dove è partito per affrontare questa figura di padre?
Sono partito da me stesso. Essendo padre, ho portato sul set la mia esperienza personale, che in questo caso è stata fondamentale. Qui parliamo di una figlia di quindici anni, un’età in cui il rapporto cambia: non è più solo genitore-figlio, ma diventa qualcosa di più complesso e profondo. Nel film i genitori sono separati e Nicole ha un rapporto molto stretto con il padre, quasi da amici. Cristiano gioca questa carta, anche se a un certo punto sarà costretto a cambiare atteggiamento, perché la paura prende il sopravvento. La madre, Veronica, interpretata da Raffaella Rea, è invece più severa e meno presente. Ho portato quindi il mio vissuto: l’amore per i figli, il senso di responsabilità e tutte le paure che inevitabilmente emergono quando una famiglia è investita da problemi importanti.
Avete avuto modo di confrontarvi con esperti o con persone che hanno vissuto situazioni simili?
È stato fondamentale il confronto con Maruska Albertazzi, sceneggiatrice del film e autrice del libro da cui è tratto il racconto. Ha condiviso con noi la sua esperienza personale e ciò che ha vissuto affrontando il dramma dei disturbi alimentari. Abbiamo inoltre ascoltato storie di ragazzi che hanno vissuto questa malattia, la bulimia nervosa, di cui si parla ancora troppo poco. A differenza dell’anoressia, è meno visibile: chi ne soffre spesso non mostra segni evidenti, e questo la rende ancora più subdola.
Tra l’altro le malattie legate ai disturbi alimentari sono tra le principali cause di morte tra i giovani, soprattutto tra i 15 e i 25 anni…
Sono una vera piaga sociale, di cui si parla poco e che molti non comprendono davvero. Per questo film come “Qualcosa di lilla” sono necessari.
Lei è padre: si è mai chiesto come non perdere di vista il proprio figlio senza cadere nell’eccesso del controllo?
Non si tratta di controllo maniacale, ma di attenzione. Io dico sempre a mio figlio: “Tu sei figlio da otto anni, io sono padre da otto anni. Cresciamo insieme”. I figli hanno bisogno dei loro spazi, ma, come ripeto spesso a me stesso come un mantra: “nel dubbio, agisci”. Quando non fai nulla, rischi di pentirtene quando è troppo tardi. Essere informati è fondamentale: non si tratta di invadere, ma di esserci.
Come evolve il suo personaggio nel racconto?
Cristiano è un poliziotto, separato, con una figlia adolescente di cui è profondamente innamorato. All’inizio il loro rapporto è leggero e giocoso: fanno cose insieme, condividono hobby, si divertono. Quando scopre la malattia della figlia, tutto cambia: si spaventa, non conosce la bulimia e cerca di intervenire in modo deciso. Inevitabilmente si arriva allo scontro e Nicole inizia a considerarlo un ostacolo. Il loro rapporto si trasforma completamente.
Come gestisce il senso di impotenza?
In modo pragmatico. Cerca subito di capire e di agire, ma è anche profondamente spaventato. Ci sono momenti in cui lui e la madre non sanno cosa fare e devono affidarsi ai medici, ma l’amore per la loro figlia non viene mai meno. È un percorso che porterà tutti a cambiare: ci sono ferite che non si rimarginano facilmente.
Come viene raccontata la fragilità dei ragazzi?
Non esiste una regola. La fragilità dei ragazzi può avere origini e conseguenze diverse. Non è detto che una separazione familiare porti necessariamente a un disagio, ma nel film è uno degli elementi che incidono. Nicole subisce anche l’influenza di un’amica che soffre dello stesso disturbo. Tra loro, all’inizio, sembra quasi un gioco, ma si trasforma presto in qualcosa di molto grave. La chiave è la comunicazione. I ragazzi oggi parlano poco, hanno bisogno di essere stimolati. Lo vedo con mio figlio: se non parlo io, lui non parla. Sono specchi, spugne. Anche quando siamo stanchi, dobbiamo trovare il modo di comunicare.
Qual è stata la sfida più grande di questo progetto?
Interpretare un padre di una ragazza più grande dei miei figli e affrontare il tema della malattia. Ho vissuto personalmente un momento molto difficile alla nascita della mia seconda figlia: ci avevano prospettato una sindrome importante. Abbiamo avuto paura, abbiamo cercato informazioni – anche sbagliando, su internet – e vissuto settimane di angoscia. Alla fine, non c’era nulla, ma quella paura, quella responsabilità, le ho portate nel film. Quando ti dicono che tuo figlio potrebbe avere una malattia, inizi a farti mille domande: guarirà? starà bene? che vita avrà? È un’esperienza che ti segna profondamente.
Avete scelto di non spettacolarizzare la malattia. Come l’avete raccontata?
Con semplicità. Io e Raffaella Rea abbiamo portato il nostro vissuto da genitori. Non abbiamo calcato sulla malattia, ma sul senso di responsabilità e sull’amore verso una figlia.
Cosa la spaventa per il futuro dei suoi figli?
Che non riescano a trovare il loro posto nel mondo. Vorrei solo che fossero felici e in salute, e che imparassero a comprendere le persone e l’ambiente che li circonda.
Cosa spera arrivi al pubblico?
Che esiste un problema reale, ma anche che il rapporto tra genitori e figli è fondamentale. I genitori devono fare i genitori, non gli amici. E i figli devono poter fare i figli.
Che rapporto ha costruito con la giovane attrice che interpreta sua figlia?
Ci siamo conosciuti prima delle riprese e abbiamo legato subito. È una ragazza brillante e ironica, e questa sintonia si percepisce anche nel film. All’inizio il rapporto è leggero e divertente, poi cambia con l’arrivo della malattia. Abbiamo costruito tutto partendo proprio da quella naturalezza.
A cosa sta lavorando ora?
Sto lavorando a nuovi progetti per Rai 1, tra cui una serie diretta da Fabrizio Costa. È un progetto che mescola passato e presente, molto interessante.
Cosa la affascina ancora del suo lavoro?
Oggi mi diverto molto di più. All’inizio c’era l’ansia della prestazione, ora c’è più consapevolezza. Mi concentro sui personaggi, sui loro background, e il lavoro è diventato più condiviso con registi e colleghi.
La preoccupa l’uso dell’AI nel suo mestiere?
Sì, abbastanza. Il rischio è perdere l’umanità di questo lavoro. Recitare è fatto di emozioni, imperfezioni, contraddizioni: sarebbe un peccato sostituire tutto questo con qualcosa di artificiale.