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ORIGINAL RAIPLAY
Scomode – In 5 sul divano
La convivenza e il racconto senza filtri tra ironia, follie e fragilità dell’universo femminile. Dal 20 ottobre su RaiPlay
Il caos domestico diventa il palcoscenico di un racconto ironico e senza filtri sull’universo femminile contemporaneo, dove si mescolano comicità pura, fragilità autentiche e lampi di follia quotidiana. Su RaiPlay dal 20 ottobre arrivano i primi sei episodi di “Scomode – In 5 sul Divano” una short comedy corale che racconta la convivenza di Mery Esposito, Giulia Cavallo, Serena D’Alessio, Martina Villamajna e Taghera, cinque donne tra i 22 e i 38 anni, molto diverse tra loro, alle prese con relazioni complicate, ambizioni, crisi personali e piccoli disastri quotidiani. A tenere insieme le loro storie c’è “Scomode, il blog collettivo” che le coinquiline alimentano con esperienze, sfoghi e riflessioni: una voce comune, libera e pungente, che trasforma la vita di casa in racconto condiviso. Ogni episodio si apre e si chiude con un post del blog, creando un ponte tra ciò che le protagoniste vivono e il modo in cui scelgono di raccontarsi. Tra convivenza, identità digitale e vita reale, la serie alterna ironia e introspezione, restituendo con leggerezza forza, contraddizioni e vulnerabilità delle sue protagoniste. Il 27 ottobre sempre su RaiPlay saranno disponibili i successivi sei episodi della serie. “Scomode – in 5 sul divano” è un original della direzione Rai Contenuti Digitali e Transmediali. Autore: Mario Esposito; Actor coaching e direzione degli attori: Lello Arena. Regia: Silvia Letizia Piscopo.
FULVIO PAGLIALUNGA
Una fede che resiste alle sconfitte
Dagli stadi come templi ai campioni che diventano simboli, fino alla passione tramandata da padre a figlio. In “Nel nome del pallone”, edito da Rai Libri, l’autore racconta il calcio come un credo collettivo, tra riti, memoria e appartenenza. «È uno dei pochi “per sempre” che possiamo permetterci nella vita»
Da dove nasce l’idea di raccontare il calcio come una religione?
Frequento abitualmente gli stadi e questo mi permette di capire che cosa provano le persone che vivono il calcio. Lo stadio è proprio questo: tante persone che guardano nella stessa direzione, che non si conoscono ma si riconoscono come fratelli perché indossano la stessa sciarpa, tifano per la stessa squadra e hanno lo stesso obiettivo. Io lo vivo così, ma non sono solo: chi segue il calcio con trasporto sente un’appartenenza fortissima.
Che cosa rende il legame con una squadra uno dei pochi “per sempre” della nostra vita?
È un’appartenenza che ci accompagna e coinvolge la nostra quotidianità. Il risultato di una partita può condizionare il nostro umore, la nostra giornata. Poi, al massimo entro una settimana, arriva un’altra partita. Sostanzialmente non ho creato un’idea: me la sono vista sbattere in faccia entrando regolarmente allo stadio, come amo fare perché amo il calcio.
Nel libro gli stadi diventano templi: quanto conta il luogo in cui si vive il tifo?
Praticamente tutto. Già entrare allo stadio ha una sua prassi, una successione di riti: la macchina parcheggiata nello stesso posto, la vestizione, la sciarpa, il posto occupato. È lì che si svolge il rito, quindi quella è la chiesa. È lì che capisci di essere dentro una storia molto più grande di te: una storia collettiva, anche se le altre persone che ne fanno parte potresti non conoscerle affatto.
Lo stadio è anche il luogo in cui si trasmette una passione da padre a figlio…
Quel luogo è probabilmente quello in cui sei andato con tuo padre e in cui hai portato tuo figlio. È dove si passa il testimone, si consegna anche un’eredità di sofferenza, perché il tifo è una forma estrema di sofferenza.
Come si diventa “santi” del pallone? Bastano i risultati o serve qualcosa che vada oltre il talento?
Si diventa santi quando la propria storia, il proprio carisma e il proprio impatto nel mondo del calcio superano l’appartenenza a una squadra. Non basta l’adorazione della propria tifoseria: quella è una forma di fanatismo che racconto anche nel libro. Gaetano Scirea è stato sicuramente il libero storico della Juventus, ma è anche il libero della Nazionale, il libero di tutti. Tommaso Maestrelli non è stato soltanto l’allenatore della Lazio: è stato di tutti. Oppure si diventa santi attraverso il mistero, che caratterizza anche le religioni canoniche. Penso a Carlovich, “El Trinche”, un calciatore argentino che quasi nessuno ha visto giocare, ma intorno al quale si è costruita un’aura mistica: forse era il giocatore più forte del mondo, eppure pochissimi l’hanno visto. Queste figure appartengono a chi nel calcio vede storie, persone, uomini. In quei casi si dimentica l’appartenenza, perché appartengono al calcio prima ancora che a una tifoseria, che naturalmente ha tutto il diritto di rivendicarle.
Quale storia incontrata durante la scrittura del libro l’ha colpita di più, e perché?
Ce ne sono tantissime. Le ho scelte, raccolte e sono particolarmente affezionato a tutte. Naturalmente c’è anche la mia storia, perché il libro nasce da uno stato d’animo personale che è poi quello di molti. È la storia di un ex ragazzo che tifa per una squadra che non ha mai vinto niente: il Taranto. Per molto tempo Taranto è stata la città più grande d’Italia a non aver mai visto la Serie A. La mia squadra ha un suo santo patrono: Erasmo Iacovone. Era l’attaccante che stava portando il Taranto verso la Serie A quando, nel febbraio del 1978, morì in un incidente: la sua auto fu travolta da quella di un ladro in fuga dalla polizia.
Che cosa rappresenta ancora oggi Iacovone per la città e per le nuove generazioni di tifosi?
È la nostra grande tragedia, che però compie anche un miracolo. Taranto è una città che tende a dividersi su tutto, ma il 6 febbraio di ogni anno si ritrova unita in un lutto che coinvolge tutte le generazioni. Chi lo ha visto giocare, come mio padre, che era al suo funerale; chi non ha fatto in tempo a conoscerlo, come me, che avevo poco meno di un anno quando morì; e chi non l’ha mai visto, come mio figlio, che attraverso il racconto ha capito quale eredità e quali storie gli stessi consegnando.
Il tifo può unire, ma anche creare divisioni profonde. Dove passa il confine tra appartenenza e fanatismo?
Il fanatismo porta alle conseguenze estreme. Quello per un calciatore può far sì che la sua immagine superi quella della squadra: si finisce quasi per tifare più per lui che per la squadra. È un aspetto che affronto nel libro. Poi esistono forme estreme di fanatismo dei tifosi che superano l’appartenenza e, purtroppo, generano quelli che nel libro definisco i “martiri del calcio”.
Chi sono i “martiri del calcio” e perché ha scelto di raccontarli?
Sono persone morte per una partita di calcio senza averne la responsabilità, mentre andavano a vivere la propria passione. Penso a Gabriele Sandri, Antonio De Falchi, Vincenzo Paparelli e alle due ragazze vittime del rogo del treno a San Benedetto del Tronto. Non erano persone violente, non vivevano la partita come uno scontro. La vivevano come appartenenza e, andando incontro a quell’appartenenza, hanno incontrato la morte. Esiste quindi un confine che non va oltrepassato. Nel libro ricostruisco una sorta di dieci comandamenti in chiave calcistica. Per “non uccidere” non c’è spazio per reinterpretazioni: nel calcio resta un comandamento vero e proprio.
Tra interessi economici e nuove abitudini del pubblico, sta cambiando questa “religione” collettiva?
Secondo me la religione non sta cambiando. Il calcio naturalmente si adegua ai tempi: non è uno sport che si svolge su un altro pianeta. Quello che oggi chiamiamo “calcio moderno”, usando quasi un’espressione dispregiativa, è ciò che il calcio della nostra giovinezza rappresentava per i nostri genitori. Si evolve insieme al mondo. A garantire la sopravvivenza di questa religione sono l’appartenenza e la fede. Quando dodici squadre europee hanno cercato di creare la Superlega, un campionato internazionale riservato alle più ricche, i primi a ribellarsi sono stati i tifosi, anche quelli delle società coinvolte. Volevano che il calcio restasse uno sport nel quale è sempre più difficile che Davide batta Golia, ma dove Davide possa almeno sfidarlo e, ogni tanto, vincere. È questa imprevedibilità che tutti desiderano.
Nel libro racconta anche la vittoria dell’Argentina ai Mondiali del 2022. Che cosa rappresenta quella festa collettiva?
Messi solleva la Coppa del Mondo, la prima vinta dall’Argentina senza Maradona, ripetendo il gesto che l’ultima volta aveva compiuto proprio Maradona. Lo fa indossando un abito tipico del Qatar: per me è l’immagine del potere politico che cerca di vestire il calcio. Intanto, in Argentina, milioni di persone sono in strada e cantano la stessa canzone, adottata come una preghiera. Festeggiano, pur vivendo in un Paese che in quel momento non aveva molti altri motivi per essere felice. Ma il calcio basta. Finché ci sono quelle persone in piazza, finché c’è qualcuno che canta e sogna, neppure un abito estraneo al calcio, che a mio giudizio ha imbrattato una fotografia storica, può far finire questa religione.
Che cosa vorrebbe che le nuove generazioni custodissero di questo mondo?
Quello che abbiamo custodito noi. Il calcio è uno straordinario strumento di trasmissione di un’eredità. È anche crudele, perché quando facciamo appassionare i figli alla nostra squadra portiamo loro in dote una grande sofferenza: il tifo è anche questo. Ma è una grande condivisione. Quando un padre porta suo figlio allo stadio e gli racconta del centravanti che giocava quando aveva la sua età, gli sta raccontando un pezzo della propria biografia. Sta condividendo la propria storia semplicemente portandolo a vedere una partita. È ciò che potranno fare anche i figli, se avranno ereditato i giusti valori. Significa riconoscere nelle persone che tifano per la tua squadra dei fratelli, fedeli e devoti come te. Significa sapere che quel calciatore storico è il tuo simbolo e che i colori che indossi sono i tuoi colori. La promessa fatta da bambino, spesso inconsapevolmente, magari già nella prima fotografia nella culla con la maglia della squadra, è una promessa che non tradisci a prescindere dal risultato. Anche quando la tua squadra perde, quello resta un patrimonio personale.
Cinema
Je so’ pazzo
Nelle sale italiane dal 15 ottobre, il film su Pino Daniele, diretto da Nicola Prosatore, che ne firma anche la sceneggiatura insieme a Edoardo Puma e Carlo Salsa, sarà presentato
in anteprima mondiale alla 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione “Grand Public”. La pellicola vede Massimiliano Caiazzo nei panni del grande bluesman partenopeo.
Liberamente tratto dal libro “Pino Daniele. «Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce» di Alessandro Daniele, il film è un’opera che valica la dimensione del mito per far rivivere al cinema la storia e l’anima del cantautore. Un omaggio sentito a un artista che ha segnato la cultura musicale italiana, capace di partire dalle sue radici per parlare al mondo intero. Un ritratto intenso di Pino Daniele, anima ribelle nata nei vicoli di Napoli, che ha rivoluzionato la musica italiana fondendo blues, jazz e tradizione partenopea. Il film racconta la sua ascesa, dagli anni difficili dell’infanzia segnata dall’abbandono, fino al leggendario concerto del 1981 davanti a 200.000 persone. Tra conflitti familiari, fragilità personali e amori profondi, Pino trova nella musica un linguaggio per esprimere ciò che non riesce a dire. Ma il successo porta con sé nuove sfide: il rapporto irrisolto con il padre, il peso delle aspettative, e il rischio di ripetere gli stessi errori. Non è solo la storia di un musicista straordinario, ma quella di un uomo in lotta con se stesso, in cerca di riconciliazione con le sue radici e con l’amore di una città che non ha mai smesso di aspettarlo.
I personaggi
PINO DANIELE (Massimiliano Caiazzo)
Un’anima in perenne lotta tra le sue radici e il desiderio di andare oltre. Nato nei vicoli di Napoli, è un ragazzo che trasforma la sua ribellione e il suo dolore in musica, cercando attraverso le note un senso di appartenenza e liberazione.
DORINA GIANGRANDE (Mariasole Pollio)
Compagna di Pino e voce femminile nella sua vita, Dorina è un rifugio e un confronto costante. Forte e passionale, riesce a comprendere l’anima tormentata di Pino e lo accompagna nel suo viaggio, pur non perdendo mai la propria identità.
GENNARO DANIELE (Giovanni Ludeno)
Padre taciturno e distante, Gennaro incarna il peso di un’eredità che Pino non riesce a scrollarsi di dosso. Figura dura, radicata nel passato, è il fantasma di un tempo che sembra soffocare Pino, ma che dovrà affrontare per riconciliarsi con la propria storia e con Napoli.
CARMINE DANIELE (Mirko della Vecchia)
Fratello minore di Pino, Carmine è il volto della strada. È il legame con il mondo reale e popolare da cui Pino tenta di allontanarsi, ma che non può mai del tutto dimenticare. Un riflesso dell’infanzia e del passato condiviso. Non ha mai chiesto nulla, nonostante i continui inviti, al suo fratello più fortunato.
ROSARIO JERMANO (Giuseppe Brunetti)
Compagno di viaggio e di musica, Rosario è il fratello che Pino sceglie lungo il suo cammino. Con lui la musica diventa rifugio, gioco e ribellione. È la rappresentazione di un’amicizia che sfida il tempo, ma anche della crescita inesorabile che alla fine li separa.
WILLY DAVID (Leonardo Bianconi)
Manager carismatico e opportunista, Willy rappresenta il mondo della musica professionale che attrae e consuma. È il mentore che intravede in Pino un potenziale commerciale, ma che lo spinge a fare scelte difficili, forzando il suo cammino verso il successo.
CLAUDIO POGGI (Giampiero De Concilio)
Produttore musicale che riconosce il fuoco nascosto in Pino, Claudio diventa il primo a credere nel suo potenziale. Figura paterna alternativa, accende la scintilla che dà il via al percorso artistico di Pino.
ZIA LIA & ZIA BIANCA (Monica Nappo & Antonia Truppo)
Le zie sono il calore familiare che conforta e soffoca al tempo stesso. Con le loro premure e le loro aspettative, rappresentano quel mondo sicuro ma chiuso, da cui Pino si allontana per trovare la sua strada.
Roberto Inciocchi
“Patù” siamo tutti noi
Dal greco “pathos”, emozioni, passioni, ma anche sacrifici, quelli di tutti gli italiani. È poi il nome di un piccolo comune salentino, è molto evocativo e, nel nostro racconto, rappresenta quasi 8.000 comuni italiani: «La passione che intendiamo noi è quella del racconto» afferma il conduttore, impegnato nella prima serata del mercoledì su Rai 2
Arriva “Patù – La passione delle idee”. Perché questo titolo?
Cercavo un titolo televisivo e, alla fine, ci è venuto in mente “Patù”: una parola che deriva dal greco “pathos”, le emozioni, le passioni, ma anche i sacrifici, in questo caso quelli di tutti gli italiani. È poi il nome di un piccolo comune salentino, è molto evocativo e, nel nostro racconto, rappresenta quasi 8.000 comuni italiani. Insomma, “Patù” siamo tutti noi.
Quali sono le novità che cercate di proporre attraverso questo programma?
La prima cosa che abbiamo pensato, quando abbiamo deciso di lavorare a questo programma, era di allontanarci dai modelli “tradizionali” e, in una trasmissione di tre ore e mezza, dalle 21.30 all’una, dove c’è veramente molto, provare, almeno in alcuni tratti, a realizzare un prodotto un po’ diverso. Tutte le puntate apriranno con un piccolo film di un quarto d’ora, un viaggio attraverso il nostro Paese, in cui al centro c’è il racconto di una storia italiana. Nella prima puntata abbiamo parlato dei circa 22 milioni di ulivi salentini annientati dalla Xylella, soprattutto per capire come sarà il nuovo Salento, la sua economia, il nuovo skyline di questo territorio. Nella prossima, invece, saremo nelle zone terremotate del Centro Italia, nella terza a Milano, a raccontare San Siro e così via. Insomma, da nord a sud, il nostro focus sono le piccole o grandi storie nelle quali tutti potranno immedesimarsi. La nostra attenzione è rivolta anche alla tecnologia, perché, in modo molto didattico, racconteremo l’intelligenza artificiale. Io mi trasformo in un avatar, con la voce sintetica, che intervista personaggi del passato, anche loro degli avatar, ma che si legheranno alla nostra cronaca. Centrale sarà anche la politica, sempre più calda in questo periodo con l’avvicinarsi delle elezioni. Poi spazio alla cronaca nera e, verso la fine del programma, tra mezzanotte e l’una, chiuderemo sempre con una grande storia italiana. La prima è stata quella, emozionante, di Borsellino; probabilmente, nella seconda, torneremo sulla vicenda della Achille Lauro. Ho voluto che “Patù” fosse, il più possibile, una trasmissione di storie, perché è vero che, con i talk, in questo momento complicato, la gente ha voglia di capire cosa stia succedendo e quindi ha bisogno di tante parole, ma credo fortemente che il successo della televisione si leghi a un prodotto televisivo fatto bene.
Il titolo del programma contiene due parole bellissime e molto complesse: “passione”, “idee”…
La passione che intendiamo noi è quella del racconto. Ai miei inviati ho detto di non preoccuparsi di nulla, nemmeno del minutaggio. Quello che conta è che, se la storia è bella, ben raccontata, ha del contenuto e chi la racconta la sente nel profondo, da tre minuti si può passare tranquillamente a otto. Cerchiamo storie che possano interessare tutti, che riescano a incollare i telespettatori alla tv. Speriamo che le nostre idee siano dunque abbastanza intelligenti (ride). È stato faticoso mettere in piedi tutta la trasmissione, perché, come sempre, i tempi erano abbastanza stretti, ma tutta la squadra ha aderito al progetto con passione e noi siamo soddisfatti.
E invece, che cosa ti regala pathos, emozione profonda, nella vita e nel lavoro?
Io mi diverto molto di fronte alle sfide e questa è una bella sfida, forse la più importante nella mia carriera. Ogni giorno tento di vedere questo lavoro sempre in maniera diversa: nulla deve essere mai uguale. Io sono un creativo impaziente, devo cambiare, devo fare, devo creare con la mia squadra.
A proposito di passione, perché gli italiani hanno perso quella per la politica?
In generale, la comunicazione social ha cambiato e cambierà sempre di più tutto. È fisiologico, perché ogni tempo ha il suo modo di comunicare. Credo, però, che gli italiani non abbiano affatto perso la passione per la politica, ma abbiano perso la passione per il racconto noioso della politica, sia da parte dei mezzi di comunicazione, sia da parte di alcuni suoi interpreti. La politica è l’esercizio più alto che un uomo può svolgere nel corso della sua vita, se decide di farlo. Se la si racconta con chiarezza e con passione, ma soprattutto con idee, la gente capisce quando qualcosa è artefatto e allora ha voglia di partecipare. Ci stiamo avvicinando alle elezioni e il clima diventerà sempre più caldo. Ci accorgeremo di quanto, invece, la gente abbia ancora bisogno della politica, delle idee, del confronto. Quando conducevo “Agorà”, fino all’anno scorso, che è stata una stagione bella, di ottimi ascolti, preferivo spiegare, senza urlare, far capire le cose. La gente ha voglia di ascoltare cose intelligenti, ha voglia di passione, di idee.
Nella tua storia professionale c’è una predilezione per il racconto, il confronto. Da dove nasce questo interesse?
Ho cominciato con la radio e qui si deve raccontare con la voce, senza l’ausilio delle immagini. È un interesse che è nato più o meno da qui. Poi, venticinque anni fa, ho iniziato con la televisione e ho capito la straordinaria forza delle immagini. Talvolta si fa un errore: si parla molto sulle immagini, ma questa è la televisione, non è la radio. Spesso le immagini parlano da sole e i rumori della televisione li abbiamo dimenticati, togliamo l’audio di fondo, ma quelle immagini devono vivere. Ho girato tanti documentari in giro per il Paese e mi è rimasta questa forte propensione al racconto, anche ad “Agorà” facevo dei piccoli raccontini di sette minuti e vedevo che la curva degli ascolti schizzava. Mi sono convinto che questo modo di raccontare dentro la comunicazione moderna, un pochino più lento per lasciare il tempo di capire, sia apprezzato dal pubblico e ho perciò deciso di farlo in apertura anche a “Patù”.
In questo viaggio tra le storie italiane, tra i luoghi italiani, qual è il “rumore di fondo” che avete percepito?
Il film di apertura lo giro io, conduco e ogni settimana, con i miei colleghi, mi sposto, parlo. Credo che il rumore di fondo sia una grande voglia, da parte di tutti, che questo Paese possa, come dire, tornare grande. In mezzo a mille difficoltà, alle guerre, tutti sono convinti, anche se poi lo disprezziamo a parole, che questo sia un luogo straordinario e che gli italiani siano migliori di quello che spesso viene raccontato, anche da noi media. L’Italia è tra i Paesi più belli del mondo, ma intendo di anime. Quando giro, le persone si avvicinano, hanno voglia di parlare, di partecipare. È vero che siamo anche un popolo di arruffoni, belli anche per questo (ride), però è palese il desiderio di sentirsi parte di qualcosa, e questo discorso si lega anche alla voglia della buona politica.
Qual è il tuo luogo del cuore?
Il Salento e la Puglia tutta, perché trent’anni fa ci sono arrivato e mi sono sentito bene, ho messo radici, ho tanti amici. È il riparo dove mi rifugio quando le cose non vanno. E poi c’è la Sardegna, Carloforte, quando devo staccare un po’ la spina: un posto tranquillo dove rilassarmi, più calmo rispetto ad altre zone più gettonate.
Sei un giornalista del servizio pubblico: come ci si muove dentro questo senso di responsabilità?
Per natura sono una persona responsabile, ma fin dal primo giorno, quando sono arrivato in Rai, ho avvertito il peso. La Rai è la Rai, non c’è niente da fare. Ogni giorno è come indossare la maglia della Nazionale e giocare la finale di Coppa del Mondo. Cosa più bella non poteva capitarmi, non potevo chiedere di più. È ovviamente anche difficile, perché il carico di responsabilità è grande, ma si deve sempre dimostrare di essere fieri di quella maglia e che gli altri siano fieri del fatto che tu giochi. Io venivo da Sky, un altro modo di fare televisione, subito ho capito che dovevo imparare in fretta a fare la tv generalista e penso di essermela cavata.
Viviamo in un mondo che cerca di fare sintesi su tutto. Non c’è il rischio di perdere il gusto, invece, dell’approfondimento?
Esattamente! Io sono un conduttore che va per sottrazione: devo far girare la palla in studio e tutti devono sapere che so tutto, perché devo intervenire ogni volta che qualcuno esce dal seminato. Diciamo che il mondo va per sottrazione, spesso nel modo sbagliato, basta vedere i social. C’è una cosa che mi fa impazzire: i video social traducono le parole con programmi automatici e sono sempre pieni di errori grammaticali, e nessuno ci fa più attenzione. Va bene scrivere “a” senza acca, per esempio. Un’aberrazione che viene ormai accettata. Gianni Agnelli una volta disse una cosa molto intelligente: “Non mi disturba un errore di grammatica dentro un pensiero sviluppato, perché l’errore di grammatica si può correggere, un idiota no”. Mi è sempre rimasta in mente questa frase, però di errori di grammatica ce ne sono troppi (ride). Anche a “Patù” si va per sottrazione, ma ci prendiamo il tempo per guardare e ragionare insieme. Il film d’apertura è un po’ questo.
Quale spazio occupa nella tua vita la leggerezza?
Io ho una conduzione molto “british”: basta un’occhiata, una faccia, quando mi viene una battuta, la faccio senza problemi. Nella vita privata vivo di ironia. E, in un momento difficile della mia vita, dissi a un’altra persona: “Ricordati che si esce da questa situazione solamente sorridendo”. Lo faccio anche al lavoro, anche nei momenti più difficili. Sono quello che fa la battuta, fa ridere la gente, perché questo atteggiamento fa gruppo, ma soprattutto mette le persone in condizione di lavorare meglio.
PRIMA SERATA
Alberto Angela racconta Giulio Cesare
Domenica 18 ottobre in prima serata su Rai 1 Alberto Angela conduce l’appuntamento-evento di Rai Cultura, trasmesso dalla prestigiosa cornice del Colosseo per raccontare la vita, le imprese, gli amori e l’eredità di Giulio Cesare, uno dei grandi protagonisti della storia
Il Colosseo ai tempi di Cesare ancora non esisteva: sarà inaugurato più di un secolo dopo la sua morte. Ma è uno dei simboli più potenti di quella Roma imperiale che proprio nelle conquiste e nelle trasformazioni politiche avviate da Cesare affonda alcune delle sue fondamenta. Da qui prende vita un viaggio che parte dalle Idi di Marzo e torna indietro nel tempo, agli anni decisivi che trasformarono un ambizioso uomo politico nel conquistatore della Gallia e nell’uomo più potente di Roma. Ad accompagnare gli spettatori, domenica 18 ottobre settein prima serata su Rai1, in questo affascinante viaggio nel tempo, sarà Alberto Angela, che dal Colosseo, di fronte a un pubblico di giovani e con il commento musicale di un’orchestra dal vivo, ripercorrerà la straordinaria vicenda umana e politica di Cesare. Battaglie, intrighi politici, amori, alleanze e tradimenti compongono il ritratto di una personalità complessa, affascinante e controversa. Il Colosseo diventerà parte integrante dello spettacolo e si trasformerà, grazie alla realtà aumentata e alle ricostruzioni immersive, nei luoghi in cui si svolsero gli eventi narrati. Il racconto di Angela, accompagnato da immagini e sequenze, permetterà di incontrare i protagonisti dell’epoca e di entrare nel mondo delle legioni, della Roma repubblicana, dei popoli della Gallia e tra le monumentali vestigia dell’Egitto dei faraoni. Dalla conquista dell’Europa occidentale allo scontro con Pompeo, dal passaggio del Rubicone alla guerra civile, fino al viaggio sul Nilo e alla storia d’amore con Cleopatra, la vicenda personale di Cesare si intreccia con la crisi della Repubblica. Fino a quando la sua irresistibile ascesa viene spezzata dal suo brutale assassinio ad opera dei congiurati, alle Idi di Marzo del 44 a.C. Un grande racconto televisivo, spettacolare ma rigorosamente storico, che prova a comprendere perché, a più di duemila anni dalla sua morte, il nome di Cesare continui a essere sinonimo di successo e vittoria. Una serata realizzata in collaborazione con il Ministero della Cultura, il Ministero del Turismo e il Parco Archeologico del Colosseo. “Alberto Angela racconta Giulio Cesare” è una produzione realizzata da Rai Cultura e dalla Direzione Produzione Tv – Centro di produzione TV di Roma, diretta da Fabrizio Guttuso Alaimo.
NUOVA EDIZIONE
Nuove storie di musica e di vita
Torna “The Voice Senior”, il talent show condotto da Antonella Clerici con i coach Arisa, Clementino e Rocco Hunt, Nek e la new entry Fiorella Mannoia. Da venerdì 9 ottobre in prima serata su Rai 1
Dopo il successo delle precedenti edizioni, dal 9 ottobre torna su Rai1 il talent show che premia le più belle voci over 60 del Paese. Anche quest’anno alla guida del talent show, diventato negli anni l’appuntamento cult del venerdì sera, c’è Antonella Clerici, impareggiabile padrona di casa che ci guiderà alla scoperta delle nuove storie di musica e vita di questa edizione. Grandi novità in giuria: accanto ad Arisa, Clementino con Rocco Hunt, e Nek, fa il suo ingresso come coach di “The Voice Senior” una delle voci più amate della musica italiana: Fiorella Mannoia. Invariata la formula che ha decretato il successo del programma. Si inizia con le avvincenti “Blind Auditions”, le tradizionali “audizioni al buio” dove i giudici, di spalle, ascoltano i concorrenti senza poterli vedere. Al termine della quarta ed ultima puntata, i quattro coach dovranno selezionare i 24 concorrenti prescelti – 6 per team – che passeranno al “Knock Out”, la “Semifinale”, in cui i talenti di ciascuna squadra si sfideranno con un brano assegnato dai rispettivi coach. Saranno sempre i coach a decidere, in questa puntata, chi far andare avanti nella gara e solo 3 concorrenti per team accederanno alla spettacolare “Finale” dove sarà il pubblico da casa, tramite il televoto, a decretare chi vincerà la settima edizione di “The Voice Senior”. Una nuova edizione che mette ancora una volta al centro la musica, le emozioni, le passioni e i percorsi di vita dei suoi protagonisti. Le esibizioni dei talenti, che spazieranno tra il grande repertorio italiano e internazionale, si alterneranno alle “guest star” di puntata e agli attesi duetti tra coach e concorrenti, che quest’anno potranno contare anche sull’inconfondibile personalità artistica di Fiorella Mannoia. Il suo arrivo arricchisce una squadra di coach capace di unire generazioni, stili e sensibilità diverse e contribuisce a fare del palco del programma una grande festa della musica, dove ogni voce racconta una storia e ogni esibizione può diventare l’occasione per riscoprire un talento. Un racconto che ricorda, puntata dopo puntata, che non è mai troppo tardi per mettersi in gioco e dare voce a ciò che si ama. “The Voice Senior” sarà sempre disponibile on demand su RaiPlay e visibile all’estero su Rai Italia.
Serie Tv
Figlia della cenere
Torna in prima serata Rai 1 la serie di successo con Elena Sofia Ricci nei panni della profiler Teresa Battaglia. Una terza stagione che fa brillare ancora di più le caratteristiche umane e professionali di una donna alle prese con nuovi serial killer da scovare e con i “mostri” interiori dai quali fatica a liberarsi: «Per Teresa Battaglia sarà una stagione piuttosto dura, perché dovrà fare i conti con molte novità e con un dolore profondo che torna a farsi sentire, proprio nell’anima» commenta l’attrice
Sono passati cinque mesi dal caso della “Ninfa Dormiente”, quando il commissario Teresa Battaglia e i suoi fidati ispettori Massimo Marini e Giacomo Parisi vengono chiamati a indagare su un nuovo, macabro crimine. Il corpo di un uomo è stato ritrovato con le falangi distali delle dita delle mani recise post mortem e lo sterno sfondato con un oggetto contundente. Un omicidio già di per sé raccapricciante, a cui presto ne seguono altri, tutti caratterizzati dallo stesso modus operandi. A Teresa basta poco per capire che la squadra si trova di fronte a un serial killer. Se inizialmente le vittime sembrano non avere alcun legame tra loro, nel corso delle indagini si rende conto di trovarsi davanti a una mente lucida e intelligente, che uccide seguendo un preciso codice. Tutte le vittime, infatti, nascondevano un oscuro segreto, un peccato di cui si erano macchiate e che, secondo la contorta logica dell’assassino, le rendeva meritevoli di morte. A tormentare Teresa, però, non è soltanto il caso. Il commissario deve fare i conti anche con l’inaspettato ritorno di Sebastiano, l’ex marito che in passato l’aveva quasi uccisa, lasciandola inoltre incapace di avere figli. Teresa non vuole avere nulla a che fare con lui, ma è costretta a confrontarsi nuovamente con il suo passato quando l’uomo la accusa di essere responsabile di una serie di minacce ricevute da lui e dalla sua nuova compagna dopo il loro ritorno a Udine.
I protagonisti
TERESA BATTAGLIA
«Per Teresa Battaglia sarà una stagione piuttosto dura, perché dovrà fare i conti con molte novità e con un dolore profondo che torna a farsi sentire, proprio nell’anima. Ci sarà un nuovo killer da scovare, al centro di una serie di omicidi molto particolari, che metteranno alla prova ancora una volta questa straordinaria profiler. Ed è forse questo l’aspetto più affascinante: Teresa ha come unica arma la sua mente, una mente che però comincia lentamente a perdere colpi a causa dell’Alzheimer. Fa più fatica a concentrarsi, a comprendere cosa si nasconde dietro i comportamenti dell’assassino, a individuare quelle ferite che, in qualche modo, sente anche sulla propria pelle e che possono condurla alla soluzione dei casi. Poi la vedremo confrontarsi con una serie di sentimenti contrastanti e con diverse forme d’amore. È proprio il tema dell’amore, declinato in tanti modi, uno degli aspetti che trovo più belli e affascinanti di questa serie. Non si tratta soltanto di amore romantico, questa donna prova un sentimento profondo per Marini, che considera quasi come un figlio, e si confronterà con nuove figure femminili e con nuovi legami. Il tutto con la consapevolezza che la sua condizione è destinata a peggiorare, mentre la malattia continua ad avanzare.»
Elena Sofia Ricci
Donna dall’acume sorprendente, una profiler specializzata nell’indagare la mente e il cuore dei serial killer. Sarcastica e sempre pronta a mettere a disagio chiunque abbia davanti, conserva però una grande dolcezza e una sensibilità che emergono all’improvviso e, proprio per questo, sorprendono ancora di più. Nel suo passato c’è un trauma che ha creduto di aver seppellito per sempre, ma che nel corso di questa stagione tornerà a travolgerla. Teresa non deve combattere soltanto contro esseri umani, ma anche contro un nemico molto più insidioso: l’Alzheimer. La sua battaglia con la malattia continua, perché Teresa, nomen omen, non ha mai smesso di combattere e non è disposta ad arrendersi.
MASSIMO MARINI (Giuseppe Spata)
Giovane ispettore di origini siciliane, è l’ultimo arrivato nella Squadra Mobile di Udine. Ambizioso ma ancora ingenuo, è spesso vittima delle provocazioni e delle vessazioni di Teresa che, nonostante lo metta quotidianamente alla prova, è la prima a riconoscerne il coraggio e il talento, così come la fragilità che nasconde. Le continue angherie a cui lo sottopone sono, in realtà, il modo che Teresa ha scelto per metterlo alla prova, spingerlo a superare i propri limiti e trasmettergli tutto ciò che ha imparato in anni di esperienza. In questa stagione Marini deve fare i conti con una grande novità: Elena Privitera, la sua compagna, lo ha raggiunto dalla Sicilia e insieme stanno per diventare genitori. Una prospettiva che, proprio per la sua storia familiare, Massimo non avrebbe mai immaginato per sé.
GIACOMO PARISI (Gianluca Gobbi)
Ispettore capo, è l’ombra di Teresa da diciotto anni. Ovunque lei abbia prestato servizio, lui l’ha seguita. La conosce meglio di chiunque altro e, dietro quel guscio coriaceo, sa riconoscere le ferite e le fragilità che l’hanno resa la donna che è. Dal carattere fermo ma al tempo stesso comprensivo, è l’unico che sappia davvero tenerle testa. Sembra capirla e anticiparla, riuscendo a comunicare con lei anche soltanto attraverso uno sguardo. Finora lo abbiamo conosciuto soprattutto come il fedele scudiero di Teresa Battaglia. La nuova stagione ci permetterà però di scoprire anche il suo lato affettivo, rimasto fino a oggi del tutto inesplorato.
ALBERT LONA (Fausto Maria Sciarappa)
Dirigente della Squadra Mobile di Udine, è l’opposto di Teresa sotto ogni aspetto: tanto lei è impulsiva e incline a seguire l’istinto, quanto lui è rigido e rispettoso delle regole. All’apparenza è un uomo duro, che ha messo la carriera al primo posto e si aspetta che tutti seguano i suoi ordini senza fare domande. Nonostante i contrasti che continuano a caratterizzare il suo rapporto con Teresa, però, non può fare a meno di esserne affascinato. Riconoscerlo prima con sé stesso e poi con lei avrà, tuttavia, un prezzo.
ALICE (Marial Bajma-Riva)
Ultimo elemento a essersi unito alla squadra di Teresa Battaglia, sicuramente, il più anomalo. È un’esperta del ritrovamento di resti umani e tracce biologiche (Human Remains Detection). Insieme al suo fedele cane Smoky è tra le migliori sul campo, mantiene però un profilo basso, perché la HRD non è ancora riconosciuta dalla legge italiana. Le sue capacità professionali si riveleranno fondamentali, ma ancora più importante sarà ciò che, quasi involontariamente, le accadrà nella vita privata.
ELENA PRIVITERA (Giulia Petrungaro)
Laureata in Storia dell’Arte, ha raggiunto Massimo Marini a Udine dalla Sicilia per costruire insieme a lui una nuova vita, in attesa della nascita della loro bambina. Volitiva e tenace, Elena non si immagina soltanto nel ruolo di madre e cerca di conquistare una propria indipendenza anche attraverso il lavoro. Le sue conoscenze nel campo dell’arte paleocristiana, in particolare quelle legate alle figure presenti nella Basilica di Aquileia, si riveleranno determinanti nel corso della stagione.
SERENA GIORGI (Sara Drago)
È il nuovo capo della Scientifica, arrivata a Udine per sostituire Giulio Nistri. Raccogliere la sua eredità non è stato semplice, soprattutto per il rapporto di lunga data che legava Nistri a Teresa. Sarà proprio la Battaglia, però, la prima a riconoscerne le qualità professionali e umane…
MAURO DEGANO (Massimo Poggio)
Giornalista d’inchiesta vecchio stile, in passato si è bruciato seguendo una pista di cui non è riuscito a trovare le prove necessarie. Dopo un lungo peregrinare, è tornato a Udine e il caso di questa stagione rappresenta per lui l’occasione per tornare in scena e contribuire alla ricerca della verità e alla costruzione di una società migliore. È un uomo d’altri tempi, legato a valori solidi che non tutti, però, sono capaci di riconoscere.
SEBASTIANO CORSI (Maurizio Donadoni)
Ex marito di Teresa, è il principale responsabile del trauma che lei ha subito in passato. Si ripresenta inaspettatamente a Udine per ragioni personali, ma la sua strada finirà per incrociarsi più volte con quella dell’ex moglie, con conseguenze inquietanti.
La parola al regista Kiko Rosati
«Tornare a dirigere questa serie è stato come ritrovare una famiglia. I personaggi che avevo lasciato l’anno scorso mi hanno accolto di nuovo, vivi e maturati, come se nel frattempo avessero continuato a respirare da soli. È un privilegio raro per un regista poterli guardare crescere, e ancora di più poterli accompagnare in una nuova avventura. Elena Sofia Ricci, con la sua sensibilità e la sua profondità, ha dato al personaggio un’anima complessa e autentica. Lavorare con lei è sempre un dialogo costruttivo e intenso: c’è fiducia, curiosità reciproca e la capacità di far nascere sfumature nuove ad ogni scena. Tutto il cast ha mostrato una confidenza straordinaria con i propri ruoli. Hanno portato in scena i loro personaggi con naturalezza e verità, come se ciascuno di loro sapesse esattamente da dove viene e dove sta andando. Girare a Udine d’estate, dopo stagioni immerse nella neve e nell’inverno, è stata una sfida enorme. Cambiare la luce, l’atmosfera e il ritmo naturale dei luoghi senza perdere la coerenza estetica e narrativa è stato un lavoro delicato, ma superato con grande impegno da tutti. Il calore, la luce diversa, il respiro estivo della città hanno offerto una dimensione nuova, pur mantenendo intatta l’identità della serie. Devo molto alla squadra che mi ha accompagnato: una troupe affiatata, professionale, appassionata. Il direttore della fotografia Davide Sondelli ha fatto un lavoro straordinario, riuscendo a restituire la poesia dei luoghi e la tensione emotiva dei personaggi con una cura quasi pittorica. Questa nuova stagione di Figlia della cenere è per me un viaggio di ritorno e di scoperta insieme: un abbraccio ai volti, ai silenzi e alle emozioni che, ancora una volta, hanno trovato casa davanti alla macchina da presa.»
Il commento di Ilaria Tuti, l’autrice
«Sono entusiasta e grata per la terza stagione de I casi di Teresa Battaglia – Figlia della cenere. Felice che i personaggi, i luoghi e il cuore della storia siano stati accompagnati con cura e rispetto in questa nuova trasposizione che interpreta il romanzo con uno sguardo e un linguaggio propri. Mi sono affezionata alla Teresa televisiva e a tutta la sua meravigliosa squadra. Ringrazierò sempre chi ha reso tutto ciò possibile.»
CENTRO PRODUZIONE TV ROMA
A Saxa Rubra lo Studio Pippo Baudo
La Rai rende omaggio a uno dei protagonisti più importanti della propria storia inaugurando il nuovo studio televisivo intitolato al conduttore e talent scout figura simbolo del Servizio Pubblico e della televisione italiana
Intitolato a Pippo Baudo il nuovo studio 6 di Saxa Rubra, insediamento nevralgico del Centro di Produzione Tv della Rai a Roma. La cerimonia di inaugurazione si è svolta il 3 ottobre alla presenza dei vertici aziendali e dei familiari del celebre conduttore protagonista di oltre quarant’anni di televisione italiana. Per l’occasione, la facciata dell’edificio è stata personalizzata con una veste celebrativa permanente, a testimonianza del legame profondo e indissolubile tra il conduttore e l’Azienda che ha rappresentato per gran parte della sua carriera. In linea con il nuovo piano di evoluzione e valorizzazione del patrimonio immobiliare aziendale, lo studio Pippo Baudo trasmette la nuova edizione di “Ballando con le Stelle”, in prima serata su Rai 1, rappresentando così un passaggio significativo nel percorso di sviluppo del Centro Rai di Saxa Rubra, tradizionalmente cuore dell’informazione del Servizio Pubblico. «Con il suo talento, la sua autorevolezza e una capacità unica di interpretare il sentimento della Nazione, Baudo ha accompagnato generazioni di italiani, trasformando la televisione in uno spazio di incontro, condivisione e crescita culturale – dichiara l’Amministratore Delegato della Rai, Giampaolo Rossi – La sua eredità professionale e umana continua a rappresentare un punto di riferimento per chi opera nel Servizio Pubblico e per tutti coloro che credono nel valore di una televisione capace di parlare a tutti e di unire. Con questo progetto, Saxa Rubra amplia la propria missione produttiva ed editoriale, diventando un polo sempre più integrato e moderno, capace di ospitare anche produzioni di intrattenimento. Un’evoluzione che guarda al futuro senza dimenticare le personalità che hanno contribuito a costruire la storia della Rai».
Il nuovo studio Pippo Baudo è inoltre pensato guardando alla sostenibilità e all’efficientamento energetico: sulle coperture sono stati installati impianti fotovoltaici e gli impianti di illuminazione sono gestiti da un sistema che consente di ottimizzare e regolare il flusso luminoso.
Anteprima
Celestino V – L’eremita che diventò Papa
Presentato in anteprima mondiale alla 78ª edizione del Prix Italia il film con Michele Placido, diretto da Edoardo Re, dedicato all’eremita della Maiella che nel 1924, all’età di ottant’anni, viene eletto Papa. Una figura lontana dalle logiche del potere che, in pochi mesi, compie due gesti destinati a lasciare un segno profondo nella storia della Chiesa: la Perdonanza e la scelta di rinunciare al pontificato: «L’avventura di Celestino è stata qualcosa che mi resterà addosso per sempre» commenta l’attore che dà voce, corpo e anima a Pietro da Morrone
Al Prix Italia il film tv con Michele Placido dedicato a Pietro da Morrone, l’eremita della Maiella che
nel 1294, all’età di oltre ottant’anni, viene eletto papa con il nome di Celestino V.Una figura lontana dalle logiche del potere che in pochi mesi compie due gesti destinati a lasciare un segno profondo nella storia della Chiesa. Il primo è la Perdonanza, concessa il 29 agosto 1294 con la Bolla del Perdono: un atto che anticipa di sei anni il Giubileo indetto da Bonifacio VIII e che ancora oggi è al centro della tradizione aquilana, riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Il secondo è la rinuncia al pontificato, un atto senza precedenti. La rinuncia di Celestino non è soltanto il gesto di un uomo incapace di adattarsi al potere: è la scelta di un uomo che rivendica la propria libertà di fronte alle pressioni politiche del suo tempo e, in particolare, al controllo di Carlo II d’Angiò, re di Napoli. Una vicenda lontana sette secoli che continua a interrogare il presente: la storia di un uomo che, arrivato al vertice del potere, sceglie di sottrarsi al potere. L’anno di partenza è il 1294: la Chiesa è attraversata da profonde divisioni. Le lotte tra Orsini e Colonna paralizzano il conclave, che da ormai due anni non riesce a eleggere un nuovo Papa. A Roma cresce il malcontento popolare e la protesta contro il cosiddetto “clero grasso”. In questo clima arriva la voce di Pietro da Morrone, un eremita ultraottantenne che vive sui monti d’Abruzzo. Pietro annuncia una profezia: se la Chiesa non troverà presto il proprio Pastore, arriveranno terribili castighi. La profezia raggiunge Carlo II d’Angiò, re di Napoli, che, comprendendo immediatamente la forza di Pietro, lo raggiunge e fa arrivare le sue parole al conclave. Dopo due anni di stallo, i cardinali scelgono proprio lui e Pietro da Morrone diventa Papa Celestino V. È un uomo estraneo alle logiche della politica e del potere: un eremita abituato alla solitudine, alla preghiera e alla vita aspra dei monti della Maiella. La sua elezione alimenta le speranze di un popolo che chiede alla Chiesa un pastore diverso e di una comunità ecclesiale che cerca una nuova guida spirituale. In pochi mesi Celestino V concede la Perdonanza, destinata a diventare il primo Giubileo della storia cristiana, e compie poi una scelta ancora più radicale: rinuncia al pontificato. Da quel momento la sua vita cambia ancora una volta. Dalla gloria del soglio pontificio all’isolamento, fino alla morte nel castello di Fumone nel 1296. La parabola di Celestino V diventa così il racconto di un uomo che attraversa uno dei momenti più drammatici del Medioevo senza mai smettere di cercare la propria strada: un viaggio tra fede e potere, solitudine e responsabilità, politica e libertà. Una storia reale, insieme avventurosa e spirituale, che conserva ancora oggi tutta la sua forza e il suo mistero.
INTERVISTE
Michele Placido racconta il suo “Celestino”
Milioni di peccati è un mondo che non può concedersi il perdono. Un messaggio potente…
La “Perdonanza” è ancora viva e attuale. Siamo stati cacciati dal Paradiso terrestre perché il Padre eterno ci ha puniti, ma sapeva che sarebbero venuti uomini come Celestino, capaci di dare un senso al proprio percorso e alle proprie scelte. Celestino ha fatto tutto questo in tempi davvero difficili. Ho cercato di fare mio tanto l’uomo Pietro da Morrone quanto il Papa Celestino V.
Cosa le resta di questo viaggio?
Di Celestino avevo già letto molto. A nove anni frequentavo il Collegio dei Padri Redentoristi a Scifelli, vicino a Frosinone, dove sono rimasto per quattro anni. In qualche modo, lì ho maturato una certa cultura cristiana. Volevo persino diventare missionario, dare un senso a questo viaggio. Così, quando mi hanno parlato di questo personaggio e mi è stato “presentato” Celestino, dopo aver incontrato il regista Edoardo Re, mi sono illuminato. Ho subito capito che, per me, che ho ottant’anni, sarebbe stato molto faticoso. Poi, però, mi sono detto: “Se Pietro da Morrone è riuscito a diventare Papa a ottantaquattro anni, compiendo una vera rivoluzione, perché io non avrei dovuto provare a mettermi in gioco anche a questa età?”. L’attore ha sempre bisogno di personaggi impegnativi, capaci di aprire le porte a una nuova avventura. E quella di Celestino, per me, è stata un’esperienza che resta profondamente addosso, per sempre.
Cosa l’ha emozionata di questo personaggio?
È stato un uomo raro, capace di dare valore al lavoro, uno spirito forte e gentile allo stesso tempo.
Edoardo Re, regista
La vita di Celestino V, una scelta di libertà
Da dove nasce la scelta di portare sul piccolo schermo la storia di Pietro da Morrone, poi Papa Celestino V?
Mi è stato proposto di realizzare questo progetto, ma la verità è che certe storie superano il tempo e alcune figure vanno oltre la leggenda: sono uomini capaci di parlarci ancora oggi. Non volevamo fare una lezione di storia, ma realizzare un film capace di emozionare. La storia di Celestino V è quella di un uomo che non ha mai abdicato alla propria umanità, una dimensione che passa anche attraverso la spiritualità e il rapporto con il sacro. Credo che questa sia la forza di quell’uomo, che non era affatto una persona fragile e manovrabile dal potere. La sua vicenda parla a tutti noi, credenti e non credenti, e porta con sé un messaggio ancora profondamente attuale.
Nel Medioevo la libertà era un concetto complesso, e lo è, in realtà, ancora oggi. Perché un uomo “libero” fa così paura?
Credo che essere liberi, e Celestino V lo era, significhi non disperdere la propria umanità, mantenere viva la fiamma che ciascun uomo porta dentro di sé e che non deve essere spenta né addomesticata. È proprio questa fiamma a mettere in comunicazione e in relazione gli esseri umani tra loro e con il mondo.
Giovanni Scifoni
Voce narrante che ci immerge nella storia
Questa opera non è una docufiction, ma un film con un giullare che accompagna il pubblico dentro la storia di Celestino V, un uomo libero, un Papa oltre il potere. È stato un uomo che ha scelto la libertà di spogliarsi di tutte le nostre catene, a partire da quelle del consenso degli altri, un uomo e un Papa capace di far arrabbiare tutti, di deludere i potenti, tradendo l’idea che gli altri si erano fatti di lui. Era stato scelto perché pensavano di poterlo governare, ma non avevano messo in conto che non si sarebbe fatto governare da nessuno, mandando all’aria i progetti che gli altri avevano costruito su di lui. Questa è la vera libertà. Ce l’hanno molti anziani, ma sarebbe bello che riuscissero a conquistarla anche i più giovani.
Il potere della “Perdonanza”
Nel Medioevo il perdono dei peccati si pagava profumatamente, ma Celestino, con un atto di coraggio rivoluzionario, decide di renderlo accessibile a tutti. Fu questo il più grande regalo fatto alla cristianità: rendere accessibile a tutti il perdono di Dio. È un tema su cui anche Papa Francesco ha insistito moltissimo.