Bruno Vespa
Semplicità, trasparenza, passione
Dal 1996 alle grandi svolte della politica e della cronaca, il conduttore ripercorre la nascita e l’evoluzione di “Porta a Porta”: le emozioni degli inizi, la costruzione di una squadra solida, il rapporto con la politica italiana e i momenti che hanno segnato la storia del Paese e del mondo. Un racconto fatto di semplicità, trasparenza e passione, che spiega come il programma sia diventato un punto di riferimento della televisione italiana
Il debutto il 22 gennaio 1996, “Porta a Porta” di Bruno Vespa ha rivoluzionato la seconda serata televisiva e, dopo trent’anni continua a essere un punto di riferimento della televisione italiana. In onda il martedì, mercoledì e giovedì in seconda serata su Rai 1
Il 22 gennaio 1996 debuttava il programma di Bruno Vespa che ha cambiato la seconda serata televisiva. Non solo politica, in quella che venne subito ribattezzata la Terza Camera del Parlamento, ma anche il racconto dell’attualità, della cronaca, delle guerre e dei grandi fatti internazionali di questi anni, garantendo tempestività ed equilibrio. Diciassette Governi, undici Presidenti del Consiglio (tutti ospiti della trasmissione, con l’eccezione di Mario Draghi), quattro Papi, tre Conclavi, cinque elezioni presidenziali e tre Presidenti della Repubblica — Ciampi, Napolitano (entrambi ospiti del programma) e Mattarella.
Il segreto del successo? Rendere comprensibile a tutti la complessità degli avvenimenti, grazie a servizi, approfondimenti, esperti autorevoli e al contributo degli ormai celebri plastici. Tante le “prime volte”, a cominciare dalla telefonata in diretta di un Papa che sarebbe poi diventato Santo. È “Porta a Porta” il programma scelto da Beppe Grillo per il suo ritorno in Rai dopo 21 anni. In onda per 3.566 puntate, il programma di Bruno Vespa ha raccontato tutto: i piccoli fatti di costume e le grandi crisi mondiali, dall’11 settembre all’epidemia di Covid. Ma è stato anche il palcoscenico dello spettacolo italiano e internazionale: da Pavarotti a Bocelli, da Claudio Abbado a Riccardo Muti, da Mike Bongiorno a Stefano De Martino, da Alberto Sordi a Gigi Proietti, da Franco Zeffirelli a Vittorio Gassman, da Raffaella Carrà a Fiorello. Sulle celebri poltrone bianche si sono seduti Gianni Agnelli, Valentino, Farah Diba, Liza Minnelli, Michael Schumacher.
Martedì 9 settembre prende il via l’edizione del trentennale che accompagnerà, anche quest’anno, le serate degli italiani dal martedì al giovedì, fino al 28 maggio 2026. Una puntata speciale celebrerà le trenta candeline il prossimo 21 gennaio.
Una lunga storia, accompagnata dall’inconfondibile musica di “Via col Vento”, che ha ancora molte sorprese in serbo. Perché, come insegna il suo tema musicale, “domani è un altro giorno”.
Ventidue gennaio 1996, parte l’avventura di “Porta a Porta”. Ricorda le emozioni di quella prima volta?
Ricordo ancora l’emozione di vedere Romano Prodi seduto sulla poltrona di “Porta a Porta” durante la sigla del programma, mentre io dovevo fare il mio ingresso in studio. È stato in quel momento che ho realizzato che stava davvero iniziando una nuova avventura. Ero stato direttore del Tg1 per tre anni, ma quando nel 1996 è cominciato tutto capii che avrei dovuto imparare un altro mestiere. La televisione non è tutta uguale: fare il conduttore di un telegiornale è una cosa, fare il direttore del telegiornale o l’inviato è un’altra, condurre un programma di rete segue regole diverse. Ho dovuto imparare tutto da capo. Allora non sapevamo nemmeno se saremmo durati oltre il mese di giugno e invece, dopo trent’anni, sono ancora qua.
Come nacque l’idea del programma?
Avrei dovuto fare un programma di prima serata, che però non mi fecero fare, e fu una fortuna. Su Rai 1 un programma politico non può ottenere grandi ascolti in prima serata, è meglio collocarlo in seconda serata. Così, mentre ero a Palermo per il processo Andreotti, vidi per caso uno spot in televisione: “Seconda serata con Carmen Lasorella, da lunedì al venerdì”. Quando rientrai andai da Letizia Moratti, allora Presidente della Rai e di fatto capo azienda, e le chiesi: “Che devo fare, me ne vado?”. Alla fine, diedero tre serate a Carmen e due a me. Cominciammo così: io il lunedì e il mercoledì, lei gli altri giorni.
Trent’anni fa avrebbe mai scommesso su un successo di proporzioni così grandi?
Non ci avrebbe scommesso nessuno. In una presentazione dissi che la politica veniva fatta con la spada, con l’ascia. In televisione c’era Michele Santoro con “Samarcanda” e la politica era molto agguerrita, dura. Noi invece giocavamo di fioretto. “Porta a Porta” ha avuto successo perché ha puntato tutto sulla semplicità e sulla trasparenza. Può piacere o no, ma non abbiamo mai imbrogliato nessuno: nessuno può dire “mi hanno teso una trappola, un agguato”.
Uno dei grandi successi di “Porta a Porta” è anche quello di aver creato nel tempo una squadra solida…
Ci sono persone che lavorano con me fin dal primo numero e il grosso della squadra è con noi da almeno venti, venticinque anni. È un gruppo di lavoro fidelizzato, inoltre, chi è uscito dal programma è poi andato a lavorare al Tg 1, al Tg 2 o in altri programmi di successo.
Cosa ha dato la politica italiana a “Porta a Porta” e, viceversa, cosa ha dato “Porta a Porta” alla politica?
La politica italiana ha dato a questo programma la sua ragione di vita, perché anche se ci siamo occupati di spettacolo, cronaca e costume, l’atto di nascita di “Porta a Porta” è la politica. Noi, secondo me, abbiamo aiutato la politica a farsi capire, costringendo i politici a esprimersi con semplicità e soprattutto mettendoli a confronto, permettendo allo spettatore di farsi un’idea propria.
È così anche adesso?
La politica italiana è cambiata e di conseguenza anche “Porta a Porta”. All’inizio, per parecchi anni, abbiamo fatto numeri monografici, in un’ora e mezzo di programma ci dedicavamo a un solo tema, di politica o di costume. A un certo punto, però, dalla sera alla mattina dissi alla redazione che questa formula non reggeva più, perché troppo lunga. Abbiamo quindi deciso di spezzare il programma e affrontare due temi. Spesso iniziamo con la politica, ma anche con altro. A volte capita che la cronaca abbia la prevalenza sulla politica, negli ultimi tempi, per esempio, ci siamo dedicati molto al caso di Garlasco e a Trans-Montana (l’incendio del locale in Svizzera durante i festeggiamenti di Capodanno).
Le sfide elettorali e i grandi fatti di cronaca, dall’omicidio di Cogne alle Torri Gemelle, dalla Concordia al Covid. Quali fatti restano più vivi in lei di queste tre decadi di racconto italiano e internazionale?
Io ho avuto professionalmente due vite. La prima dal 1969, quando sono entrato al telegiornale, fino al 1996: quasi ventisette anni in cui ho attraversato un pezzo importante della storia italiana, dal caso Moro a Piazza Fontana, dall’annuncio dell’elezione di Papa Wojtyla nel 1978 alla morte di Pertini, fino a Tangentopoli. Nel trentennio di “Porta a Porta” posso citare l’attentato alle Torri Gemelle, ventisette anni dopo ho dato l’annuncio della morte di Wojtyla, un Papa al quale sono stato personalmente molto legato. Ma anche la telefonata di Giovanni Paolo II nel 1998, quando volle ringraziarmi per aver ricordato il ventennale della sua elezione, e poi ancora l’attentato di Nassiriya, il terremoto de L’Aquila, la mia città, dove sto andando proprio ora perché si inaugura l’anno della Capitale della Cultura. Ci sono stati tantissimi momenti di grande coinvolgimento, senza dimenticare i grandi casi di cronaca, da Cogne a Garlasco, che restano ancora in parte inesplorati, grandi misteri.
In trent’anni il Paese e il mondo sono cambiati…
Mai avremmo pensato di avere un Presidente degli Stati Uniti così imprevedibile e spiazzante.
Immagini Donald Trump nel suo salotto: cosa gli chiederebbe?
Gli chiederei, in termini garbati, di usare un linguaggio più educato, perché a volte, anche sulle cose in cui ha ragione, si esprime in modo talmente forte da mettere a disagio l’interlocutore.
Che emozioni prova nei confronti dei tempi che viviamo e cosa la incuriosisce di quelli che verranno?
Se alla mia età, dopo oltre sessant’anni di mestiere, sono ancora qui appassionato, è perché la mattina non so cosa farò la sera. Il futuro è imprevedibile e in questo sta la bellezza di questo mestiere: raccontare le cose mentre succedono, senza avere la più pallida idea di ciò che avverrà dopo.
È possibile sorprendere Bruno Vespa?
Assolutamente sì, perché le sorprese arrivano anche dalle piccole cose. A volte ci sono personaggi che si rivelano all’ultimo momento, in modo imprevedibile. Le sorprese possono essere positive o negative: ci sono persone, politici per esempio, molto preparate che in televisione rendono poco, e altre più modeste che invece sembrano Churchill. È un grande classico. Reagan è stato un grande Presidente degli Stati Uniti e possedeva una capacità comunicativa straordinaria: anche quando diceva cose banali sembrava stesse leggendo la Bibbia.
Che cosa insegna Bruno Vespa con “Porta a Porta” alla televisione?
Bruno Vespa non insegna niente, perché il ruolo della televisione è informare, non insegnare. Quello che cerco di dire è che semplicità e trasparenza sono la chiave di tutto. Ciò di cui sono da sempre più orgoglioso è che, come ho detto spesso, noi venivamo guardati da Agnelli e dal suo cameriere, nel senso che siamo leader sia nella fascia più alta per livello di istruzione sia in quella più bassa. Ci capiscono tutti e questo, per chi fa televisione in una rete generalista come Rai 1, è un grandissimo orgoglio.