JOHN VIGNOLA

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Miles Davis, l’artista che portò la musica altrove

In “Esercizi di metamorfosi”, edito da Rai Libri, il giornalista, critico musicale e conduttore di “La nota del giorno dopo” su Radio 1, racconta un gigante capace di attraversare cool jazz, jazz modale, rock, elettronica e pop senza perdere la propria identità sonora. Un viaggio divulgativo e appassionato dentro le svolte decisive di Davis, arricchito dalle testimonianze di Enrico Rava e Fabrizio Bosso, per mostrare quanto il suo insegnamento resti ancora oggi radicalmente contemporaneo

 

Quando è nato il suo incontro personale con Miles Davis? C’è stato un disco, un brano, un momento preciso in cui ha capito che quella musica avrebbe continuato ad accompagnarla?

C’è stato un concerto nel 1987, a Umbria Jazz, in cui mi è capitato di vederlo dal vivo. Davis era ormai nella fase finale della carriera e, nello stesso ambito, suonava anche Gil Evans, musicista che aveva collaborato a lungo con lui. Era il periodo in cui Miles aveva virato verso il pop, almeno secondo i puristi del jazz: aveva realizzato una cover di un brano di Michael Jackson e una di Cyndi Lauper. La sua salute era certamente precaria, ma dal palco emanava un magnetismo incredibile. Era Miles in purezza. Poi, da ragazzino, ho ascoltato parecchio jazz, un po’ per via della mia famiglia e un po’ perché in edicola uscivano dei fascicoli settimanali con disco allegato, monografie dedicate ai grandi del jazz. Tra queste ce n’era anche una su Miles Davis. Mi interessò subito il fatto che non fosse soltanto un jazzista, ma un artista capace di allargare i confini del genere. Il punto di partenza, per me, è stato proprio quel fascicolo dei “Giganti del jazz” e poi quel concerto del 1987.

Il titolo del libro parla di “metamorfosi”. Perché Miles Davis può essere considerato uno degli artisti che più di altri ha fatto della trasformazione una forma di identità musicale?

Perché, di decennio in decennio, Miles Davis ha cambiato orizzonti. Non lo ha mai fatto in maniera traumatica rispetto a se stesso, ma rispetto all’ambito musicale che attraversava sì. Non è stato un avanguardista in senso puro, eppure ha cambiato tutto. La tromba, per lui, non era uno strumento con cui esibire virtuosismo, ma un mezzo per cercare il suono, la nota giusta, un’identità sonora precisa. Questa ricerca lo porta verso linguaggi che prima non esistevano: il cool jazz, più rarefatto e compassato, il ritorno a certe radici del jazz con i grandi quintetti, fino agli anni Settanta, quando incontra il rock e arriva ad amplificare la tromba con un pedale usato per la chitarra elettrica. Sono metamorfosi continue, ma il suono resta sempre quello di Miles: riconoscibile, essenziale, più concentrato sulla nota che sul virtuosismo.

Che tipo di racconto ha scelto per avvicinare il lettore alle molte vite musicali di Davis?

Ho scelto la strada della divulgazione. L’idea è spiegare al lettore che magari non mastica jazz, anzi soprattutto a lui, che Miles Davis è un artista trasversale, capace di attraversare la musica grazie alla sua forza creativa. Per certi aspetti, anche per lo stile di vita e per il modo in cui suona, Davis può essere considerato una rock star prima ancora che il rock esista come grande fenomeno discografico. Fu il primo ad avere un contratto milionario con una grande casa discografica. Era un uomo nero proveniente da una famiglia benestante, incontrò il jazz per passione e costruì una figura fuori dai canoni: le relazioni tumultuose, la passione per le auto sportive, per la boxe, per un certo modo di stare nel mondo. Il tentativo del libro è raccontare un Miles Davis assolutamente contemporaneo, capace di parlare anche a chi pensa di non amare il jazz.

A completare il racconto ci sono le testimonianze di Enrico Rava e Fabrizio Bosso. Che cosa aggiungono due grandi trombettisti italiani alla lettura di un gigante come Davis?

Aggiungono quello che conta: il punto di vista di due grandi musicisti. Nel caso di Fabrizio Bosso c’è lo sguardo di un trombettista che, come Miles Davis, non ha paura di attraversare anche il mondo del pop e di fare della tromba uno strumento aperto, libero, contemporaneo. Nel caso di Enrico Rava, forse il nostro trombettista più importante nella storia del jazz italiano, c’è invece il racconto di un amore profondo nei confronti di Miles Davis. È una testimonianza preziosa, perché aiuta a capire quanto Davis non sia stato semplicemente un musicista jazz, ma un artista in senso pieno.

Oggi, in un tempo in cui la musica mescola continuamente linguaggi e generi, quanto è ancora contemporaneo il suo insegnamento?

È contemporaneo in maniera impressionante. Miles Davis usa la tecnologia con la tromba: pensiamo al wah-wah, ma anche al lavoro in studio con un produttore come Teo Macero. Alcuni suoi dischi sono il risultato di un lavoro di montaggio, di taglio e cucitura di momenti diversi, qualcosa che poi diventerà centrale anche in altri linguaggi musicali, dall’hip hop alla musica elettronica. Sono sicuro che Miles sarebbe stato molto curioso anche oggi rispetto all’uso della tecnologia. Non so se avrebbe usato l’autotune, ma credo che gli sarebbe appartenuta questa relazione con tutto ciò che è tecnologico come strumento per portare la musica altrove. Anche per questo resta estremamente contemporaneo.

Su Radio 1 conduce “La nota del giorno dopo”, un titolo che suggerisce ascolto, riflessione, tempo per capire. Quanto è importante, oggi, tornare sulla musica dopo il primo impatto, per coglierne davvero il senso e il valore?

È fondamentale. La storia di Miles Davis, come quella di altri grandi artisti, dimostra che la musica non finisce nel momento in cui viene ascoltata, pubblicata o consumata nell’arco di pochi mesi. Ricordo sempre che quando uscì “Bohemian Rhapsody” dei Queen molti critici la stroncarono, scrivendo su una famosa rivista musicale inglese che quella canzone non avrebbe avuto futuro. Decenni dopo, “Bohemian Rhapsody” è ancora lì a farci compagnia. Lo stesso accade con la musica di Miles Davis. La musica ha una longevità essenziale per il suo valore, ed è proprio quella longevità che va considerata. Nel mio programma cerco di raccontare queste storie lasciando però il giudizio finale su ciò che si ascolta al vero editore della musica: gli ascoltatori.

Lei racconta la musica da anni attraverso la radio, la critica e la scrittura. Che cosa significa oggi fare divulgazione musicale in un tempo in cui l’ascolto è sempre più veloce e frammentato?

Significa tornare, in qualche modo, a quelle che una volta erano le note di copertina degli album, dove si spiegava chi suonava, che cosa suonava, dove era stato registrato un brano. Più che formulare una critica intesa come giudizio, credo sia importante offrire a chi ascolta la possibilità di capire da dove arriva una canzone, una storia, un artista, e dove vorrebbe andare. Divulgare significa dare strumenti. Non soltanto rallentare il ritmo, perché quella è una scelta personale di chi ascolta musica, ma aiutare a capire meglio la filiera: perché un artista si esprime in un certo modo, con chi suona, quali sono le sue intenzioni artistiche. Secondo me, oggi, se si fa critica musicale, è questo il lavoro da fare.

PEPPONE CALABRESE

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Nell’Italia delle osterie

Su Rai 1, dal lunedì al venerdì alle 12.00, il viaggio di Peppone Calabrese racconta l’Italia delle province e delle comunità locali: luoghi dove il cibo diventa memoria, accoglienza, economia di vicinanza e gesto d’amore verso il territorio

Che Italia state raccontando in questa stagione?

Raccontiamo l’Italia della provincia, che passa attraverso la cucina italiana come patrimonio culturale dell’umanità, attraverso le sue osterie e quello che le osterie rappresentano dentro un territorio. C’è la loro economia, che è un’economia circolare, di vicinanza verso chi produce, verso gli artigiani, e poi resta l’Italia della vacanza, con i servizi che raccontiamo. L’osteria è interessante perché noi le abbiamo portate in studio, ma con i nostri quattro inviati siamo andati anche nei territori, a conoscere quello che fanno, la loro comunità. È un racconto olistico della cucina nell’osteria, dei produttori e dei viaggi legati alla vacanza degli italiani.

Quanto conta entrare nelle case degli italiani proprio nel momento in cui si pensa al pranzo, alla convivialità, alla pausa?

Il cibo è convivio, è stare insieme, è condivisione. È anche il desiderio di compiere un gesto d’amore verso chi si siede a tavola. Cucinare è un gesto d’amore anche rispetto al territorio, perché quando cucini e quando fai la spesa decidi se una persona può restarci o meno, in maniera felice. Fare la spesa è un atto politico, non partitico: significa decidere se alimentare o meno l’economia di un territorio.

Cosa rappresenta per lei l’osteria italiana?

Io sono un oste, ho un’osteria. Per me l’osteria è una finestra su un territorio. È un modo per raccontare un luogo, perché la prima domanda che fanno i visitatori e i turisti quando arrivano è: dove posso mangiare qualcosa di tipico? L’osteria è una finestra, ma dentro ci sono anche le persone che devono raccontare quel territorio. È un modo per vederlo davvero. Nell’osteria ci sono le persone che si incontrano e lì si racconta anche uno stile: il linguaggio, il dialetto, il paraverbale, la cultura. Quando si parla di cibo e di osteria non si parla soltanto dell’atto del mangiare, ma di una narrazione. La provincia italiana è anche questo. È un’arte e, come tale, deve essere celebrata, come la letteratura, la musica, la storia.

Che cosa la emoziona di più quando incontra queste realtà?

Riuscire ad ascoltare e a far parlare quelle persone che normalmente non hanno voce, perché sono impegnate a far parlare le loro mani. Questo è ciò che mi interessa di più. Hanno desiderio di raccontarsi ma sono troppo impegnate a lavorare. Quando arriviamo noi, se riusciamo a fare un passo indietro per far raccontare loro quello che fanno, restituiamo valore a un sapere che viene tramandato di padre in figlio. Loro sono i padri del territorio: con il loro lavoro hanno disegnato quei paesaggi, li hanno coccolati, li conoscono, li preservano e li tutelano. Sono veri testimonial, oltre che custodi. Conoscono i fatti, i soprannomi, quello che succede e perché succede. Bisogna affidarsi a loro per raccontare davvero un luogo.

In un tempo in cui si parla tanto di turismo esperienziale, quanto può essere potente una tavola apparecchiata per far conoscere davvero un borgo, una costa, una comunità, una valle?

Per fare turismo esperienziale bisogna conoscere il territorio. Per farlo in maniera autentica, senza spettacolarizzare, serve una conoscenza profonda. Serve anche la capacità di raccontarlo senza edulcorare, perché l’autenticità viene sempre a galla. Se provi a costruire qualcosa ad arte, ci si accorge subito che è finto. Bisogna essere orgogliosi e consapevoli. Per costruire orgoglio e consapevolezza bisogna essere felici sul proprio territorio, e per esserlo serve sostenibilità: culturale, ambientale, ma soprattutto economica. L’intento deve essere questo: essere autentici, evitare la spettacolarizzazione e portare valore, economia e giusto prezzo.

C’è una storia incontrata in questi viaggi che le è rimasta particolarmente addosso?

Ce ne sono tante, alcune le ho raccontate anche nel mio libro (“L’Italia che ho visto”, Rai Libri). Quella che mi viene in mente adesso è la storia di alcuni ragazzi di Tramonti, in Costiera Amalfitana, che stanno portando avanti la musica popolare. Nella musica popolare c’è tanto racconto: c’è quello che siamo e come siamo. C’è, per esempio, questa tammurriata che è sostanzialmente un inno alla difesa del territorio. Arrivavano le navi e loro battevano sui tamburi, cantando per intimidire e per far sentire questo messaggio: stiamo arrivando, stiamo difendendo il territorio. Immaginate che scena evocativa.

Che cosa vorrebbe che restasse agli spettatori dopo questo viaggio quotidiano dentro l’Italia delle osterie?

Vorrei che restasse l’idea che si può viaggiare in maniera consapevole. La bellezza dei territori passa anche dai racconti e dalle mani delle persone che quel territorio lo vivono. C’è il viaggio di chi resta: un viaggio di chi non subisce il territorio in maniera passiva, ma inverte il paradigma e lo vive in modo proattivo. È un’attitudine al voler bene al proprio territorio.

Musicultura 2026

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I vincitori della 37esima edizione

Dal 16 al 20 giugno a Macerata il Festival della Canzone Popolare e d’Autore, il 19 e il 20 giugno le finali allo Sferisterio

La fase finale della 37esima edizione di Musicultura si svolgerà a Macerata dal 16 al 20 giugno. Main media partner della prestigiosa manifestazione è la RAI, che seguirà l’evento attraverso Rai 1, Rai Radio1, TgR, Rainews24, Rainews.it, Rai Italia, RaiPlay, RaiPlay Sound, Rai Pubblica Utilità. La conduzione delle due serate conclusive di spettacolo, in scena il 19 e 20 giugno, è affidata per il secondo anno consecutivo a Carolina Di Domenico e a Fabrizio Biggio.

Rosita Brucoli, Milano – “Agente!”; Claudio Covato, Siracusa – “Chiddu ca ma resta”; 
DDUMA, Lecce – “Fimmine de guerra”;
MEZZANERA, Bologna – “Piume”; Narratore Urbano, Torino – “Il mio coinquilino vuole uccidermi”; Isabella Privitera, Bologna – “Eya”;
Giovanni Toscano, Pisa – “Emma”; Giulia Trovò, Treviso – “Se non dovessi più tornare”.

Ospiti sul palco dello Sferisterio saranno Brunori Sas, Tosca, Planet Funk, Le Vibrazioni, Maria Antonietta & Colombre, Riccardo Rossi, Santamarea, Giampaolo Morelli, Alan Sorrenti.

I vincitori e le vincitrici di Musicultura escono da una lunga selezione cominciata nel novembre scorso con il vaglio delle 2.656 canzoni (record assoluto) iscritte al Concorso. Gli ascolti hanno richiesto oltre tre mesi di tempo, le 60 proposte apparse più meritevoli sono state convocate per esibirsi dal vivo di fronte al pubblico nel corso delle Audizioni Live: 10 serate sold out al Teatro Lauro Rossi di Macerata (5.000 spettatori), con oltre 2 milioni di visualizzazioni degli streaming. Al termine la direzione artistica di Musicultura ha proclamato e presentato ufficialmente i 16 artisti finalisti nell’ambito di due concerti al Teatro Persiani di Recanati, trasmessi in diretta da Rai Radio1 e in streaming da Rainews.it. La compilation dei brani finalisti è ora disponibile su tutte le principali piattaforme digitali.

ANTONINO MONTELEONE & ADELE GROSSI

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I fatti prima di tutto

Dal mondo a casa nostra, un viaggio in diretta che lega politica, cronaca, economia. Torna “Filorosso”, l’approfondimento del lunedì di Rai 3. «Un programma dinamico che si plasmerà sull’attualità» dice Adele Grossi. Antonino Monteleone promette «un confronto tra idee, tutte tranne quelle violente, che invece negano il dibattito»

 

Quella che stiamo per vivere sarà sotto molti aspetti l’estate più calda e difficile degli ultimi anni. Dove ci porterà “Filorosso”?

ADELE: Racconteremo l’attualità, stiamo lavorando alla costruzione delle prime puntate, pronti a rivedere le scalette fino all’ultimo istante, per poter raccontare tutto ciò che accade. Siamo in un momento difficilissimo, soprattutto sul piano internazionale, ma anche sulla cronaca, sulla politica interna. Stiamo preparando un programma dinamico che si plasmerà sui fatti.

 

ANTONINO: Se poi vuoi vederla sul piano filosofico, perché la trasmissione si chiama “Filorosso”, proviamo a tenere insieme piani apparentemente scollegati tra loro, che vanno dagli eventi esteri alla politica economica interna, toccando il mondo della cronaca nera, la giustizia, proponendo l’approfondimento su temi che stanno molto a cuore all’opinione pubblica. Ci occuperemo di Garlasco come di altre storie strettamente legate alla cronaca, che aiutano anche a sentire la temperatura del Paese sui temi della giustizia, sul modo in cui si svolge la vita di tutti i giorni. Penso al caso di Pierina Paganelli, una storia molto forte, con un unico indiziato: io ero convinto che ci fosse un pregiudizio negativo su Louis Dassilva, non voglio dire a sfondo razziale, ma è stato dipinto come latin lover, traditore seriale, e da questo suo comportamento, chiamiamolo così, poco commendevole, si faceva discendere la possibilità, l’elevata probabilità, che fosse anche un assassino. Questa è una cosa che il pubblico oggi vuole capire, c’è una fetta importante di persone che non ci sta a questo gioco, per cui un aspetto della personalità viene utilizzato, viene scagliato addosso, per dimostrare che sei anche altro. Vorremmo dimostrare che un conto è ciò che si è, altra cosa è ciò che si fa. La giustizia deve essere il luogo in cui si giudica quello che si fa.

 

ADELE: Poi vogliamo raccontare una realtà internazionale estremamente incandescente, e per quanto si possa dire che il pubblico della Tv italiana non è appassionato di esteri, gli italiani vogliono sapere in che modo la nostra politica interna si relazioni agli eventi esteri, quanto questi siano distanti geograficamente e quanto siano invece vicini al portafoglio delle persone.

 

ANTONINO: Fino a qualche settimana fa non sapevamo se saremmo andati in vacanza, se avremmo potuto imbarcarci su un aereo ad agosto perché il carburante era a rischio. Ora c’è un timido segnale di ripresa, per cui forse viene scongiurato il blocco delle forniture e così gli italiani potranno partire. Quello che indaghiamo è un filo sottile, si spezza e si paralizza il mondo.

 

Volgendo lo sguardo a casa nostra, cosa ci dobbiamo aspettare sul fronte politico dai prossimi due mesi?

ANTONINO: Ci sono due fenomeni. Uno molto importante a destra che si chiama Roberto Vannacci, che ha dalla sua il vento in poppa di chi si presenta come duro e puro verso quella fetta di elettorato. Vannacci potrebbe anche essere l’uomo che farà perdere le elezioni a una coalizione che fino all’altro ieri era convinta, malgrado il referendum, di potersi presentare all’appuntamento elettorale molto compatta e molto centrata sugli obiettivi conseguiti. Nemmeno a sinistra manca il subbuglio, anche il Partito Democratico sta vivendo le sue piccole scosse di terremoto. L’uscita di Pina Picerno è un tentativo, l’ennesimo, di una fetta importante del centro che guarda a sinistra, che ci dice che nel 2027 nulla è scontato. Chi era dato per perdente potrebbe recuperare e chi veniva messo in discussione non è detto che non mantenga un feeling con l’elettorato. Destra o sinistra, c’è un tema che sta sopra tutti gli altri, sono i soldi.

 

ADELE: Abbiamo l’esigenza di fare crescere l’economia del Paese perché solo se cresce paghi gli interessi sul debito, aumenti l’occupazione, puoi aumentare i salari e stare su un mercato che oggi è spietato. L’Italia ha una serie di vantaggi e beneficia di alcune rendite di posizione anche per la propria posizione geografica.

 

La politica riesce ancora a intercettare le esigenze dei cittadini?

ANTONINO: C’è un segnale molto positivo che è arrivato dall’ultimo referendum che dimostra che quando la domanda politica è chiara allora l’elettorato risponde. E te lo dice uno che ha votato sì, e poi ha vinto il no. Le persone vanno a votare quando la partecipazione si traduce in un fatto politico concreto e apprezzabile. Quando invece l’offerta politica è deludente, l’elettore è scoraggiato in partenza. Penso che la politica debba comunicare come partecipare sia il primo passo necessario per il cambiamento.

 

ADELE: Anche noi dovremmo fare uno sforzo nel racconto del Paese per accendere i riflettori sulle cose che non vanno, sulle ingiustizie, sulle diseguaglianze, ma anche su come si intende agire, facendo capire che contano le soluzioni.

 

ANTONINO: È importante che ai problemi si contrappongano le soluzioni, siano queste di destra o di sinistra, ma la gente deve sapere che ci sono. Puoi scegliere il colore, la temperatura e il tipo di soluzione.

 

Cosa significa raccontare i fatti nella loro complessità e farlo in televisione?

ANTONINO: Personalmente sono contrario alla demonizzazione della semplificazione. La sfida di spiegare le cose complesse si vince attraverso la scelta del linguaggio, credo si debba smettere di avere la puzzetta sotto il naso e di voler spiegare le cose a chi già le sa. Dobbiamo invece avere l’umiltà, la voglia e l’entusiasmo di spiegarle a chi non le sa e farlo in modo semplice, assumendoci la responsabilità di eliminare il superfluo da una discussione, da un racconto, e resistere alla tentazione di imporre, a chi ci guarda, la nostra visione delle cose. Al pubblico non interessa la mia interpretazione delle cose, o quella di Adele, e quando sente le lezioncine cambia canale.

 

ADELE: In un’epoca in cui tutto è disintermediato, in cui il leader politico non va più a fare l’intervista ma apre una diretta sui social e parla direttamente al suo elettorato, il lavoro del giornalista è sempre più quello dell’artigiano. Tu vai a ficcare il naso in un fatto, in una cosa che sta succedendo, e ti incarichi di semplificarla e di proporla a una platea che sia la più ampia possibile. Nel nostro “Filorosso” l’esigenza di semplificazione di cui parla Antonino si sposa con l’approfondimento e quindi con i servizi, con il racconto degli inviati.

 

Quale può essere il valore aggiunto di una conduzione a due?

ADELE: La doppia conduzione è un valore aggiunto, ci sono due sguardi e nessuno dei due nega l’altro. Se su alcune cose siamo in sintonia, su altre siamo su posizioni completamente diverse.

 

ANTONINO: Serve un confronto tra idee, tutte tranne quelle violente, che negano il dibattito. Ognuno ha il diritto di esprimersi, siamo in onda su Rai 3, e la Rai è uno spazio aperto a tutti. Ma questo a una sola condizione, che si accetti la sfida di mettere a confronto la propria idea con quella dell’altro. Lo scambio aiuta il lettore a comprendere la complessità.

 

Strettissima attualità a parte, cosa prevede la prima scaletta?

ADELE: Ci occuperemo di quello che è accaduto in questi giorni nel Regno Unito, dove sono aumentate le tensioni sul tema della convivenza. C’è un governo che è sotto fortissima pressione, noi cercheremo di capire perché.  Sul fronte interno parleremo anche delle polemiche aperte dopo le dichiarazioni di Erri De Luca: in bilico fra la libertà d’espressione e l’esigenza di prese di posizione nette davanti a quanto accade a Gaza o in Libano.

 

ANTONINO: Torneremo anche ad occuparci della strage di braccianti ad Amendolara, che ci insegna come per avere abbassato il costo della manodopera siamo oggi chiamati a una sfida di legalità, di rispetto delle regole. In assenza di una cornice di regole presidiate dalle autorità questi lavoratori finiscono nelle mani dei caporali e poi, per avere chiesto il riconoscimento di un diritto, che può essere non dormire in una topaia o ricevere lo stipendio, vengono arsi vivi dentro una macchina.

 

DON DAGLOW

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Il pioniere che ha dato umanità al videogioco

A Cartoons on the Bay, dove ha ricevuto il Pulcinella Career Award, il famoso creator ha raccontato la nascita di un’industria oggi globale, il rapporto con il cinema, il valore dell’innovazione e la responsabilità creativa di chi costruisce mondi digitali

 

Ha attraversato da protagonista la storia dei videogiochi ed è considerato uno dei grandi pionieri di questo mondo. Guardandosi indietro, di che cosa è più orgoglioso?

Prima di tutto dei miei figli. Prima ancora di essere artisti, siamo persone. Anche nel lavoro creativo credo sia fondamentale non perdere mai il senso della propria umanità e ricordare che tipo di persona si vuole essere. Poi, se penso alla carriera, mi sento molto fortunato. Mi considero un insegnante che amava creare giochi e che, quasi per caso, ha avuto la possibilità di trasformare quella passione in un mestiere. È qualcosa che ancora oggi mi sorprende e per cui cerco di dire grazie ogni mattina.

A Cartoons on the Bay ha ricevuto il Pulcinella Career Award. Che valore ha per lei un riconoscimento che celebra una carriera così importante?

È bello guardare al passato e ricevere un riconoscimento per il lavoro fatto. Sono momenti preziosi, perché ti permettono di fermarti e capire quanta strada è stata percorsa. Allo stesso tempo, però, credo che un artista debba concentrare il proprio orgoglio soprattutto sul presente, sul lavoro che sta facendo adesso. È lì che bisogna mettere energia, desiderio e attenzione.

Le è capitato di capire subito quando un progetto sarebbe diventato importante?

Non sempre, anzi, spesso accade il contrario. Quando finisci un lavoro hai un’idea, ma poi la risposta del pubblico può sorprenderti. Puoi pensare che un progetto sia piccolo, divertente, destinato a vendere poche copie, e invece diventa qualcosa di molto più grande. Oppure puoi essere convinto che un altro progetto sarà enorme e poi scoprire che non funziona come immaginavi.

Oggi qual è il progetto che sente più vicino?

Il gioco di cui sono più orgoglioso è quello a cui sto lavorando adesso. Siamo una piccola squadra di quattro persone impegnata in un progetto indipendente. Lo sto vivendo giorno per giorno, con momenti belli e momenti difficili, come accade sempre nei processi creativi. Per me il presente conta quanto il passato, forse anche di più.

Lei appartiene a una generazione che ha aperto strade nuove. Quanto è difficile restare in contatto con i tempi presenti e con i giovani creatori?

Ogni generazione vive esperienze molto diverse ed è formata da ciò che accade intorno. È come trovarsi dentro una grande tempesta: alcune cose cambiano, altre vengono spazzate via, e il punto è capire cosa accade dopo. Oggi un giovane che vuole entrare nell’industria dei videogiochi si trova davanti un settore vastissimo, più grande di cinema, televisione e musica messi insieme.

Questo rende più difficile innovare?

Sì, perché molte grandi aziende sono quotate in Borsa e i loro dirigenti vengono giudicati ogni tre mesi sui risultati economici. Le grandi compagnie hanno bisogno di prevedibilità, ma l’innovazione non è prevedibile. Anzi, l’innovazione più interessante spesso nasce proprio dall’imprevisto. Per questo le grandi aziende tendono a rischiare meno.

Quanto è cambiato il settore rispetto agli inizi?

Moltissimo. Negli anni Novanta molte aziende entrarono nei mercati finanziari e da quel momento l’industria cambiò profondamente. Prima la comunità era più piccola, ci si conosceva, alcuni accordi nascevano anche con una stretta di mano. Quando lavorammo a “Neverwinter Nights”, l’accordo iniziale con Steve Case nacque proprio così: ci stringemmo la mano e poi formalizzammo tutto in seguito. Oggi sarebbe molto più difficile.

Lei lavora anche con studenti e giovani autori. Che cosa cerca di trasmettere loro?

Considero un privilegio poterli aiutare e consigliare. Cerco di incoraggiarli a trovare la propria voce. Quando qualcuno sente dentro di sé una storia, una passione, qualcosa che chiede di essere espresso, quella forza va sostenuta. Anche se all’inizio nessuno la vede, anche se non porta subito risultati.

Il rapporto tra videogiochi e cinema è sempre stato molto forte. Come legge questo dialogo tra i due mondi?

Le compagnie di videogiochi hanno sempre desiderato essere anche compagnie cinematografiche. Come industria, spesso abbiamo sentito di non avere lo stesso riconoscimento del cinema. Ho lavorato a diversi progetti legati al cinema, fin dai tempi di “Tron”, quando ero direttore del game design per Intellivision alla Mattel. Ho visto spesso quello che chiamo l’effetto della “polvere magica di Hollywood”: il fascino del cinema spinge alcune persone, anche dentro le aziende di videogiochi, a voler diventare qualcosa che non sono.

Che cosa può dare l’Europa all’industria globale del videogioco?

Una grande ricchezza culturale. Ogni cultura possiede elementi che non possono essere tradotti perfettamente in un’altra. È come accade con le lingue: alcune parole non hanno un equivalente preciso. Allo stesso modo, ogni cultura porta con sé esperienze, sensibilità e modi di raccontare unici.

Come ci si sente a essere Don Daglow, una delle persone che hanno contribuito a definire le regole del videogioco?

Quando ero un ragazzo che lavorava quasi da solo non mi sentivo speciale. Non pensavo a me stesso in questi termini. Credo che spesso non percepiamo davvero ciò che stiamo costruendo mentre lo stiamo facendo. Oggi mi sento molto fortunato, perché ho potuto fare ciò che amo. Mi sono trovato nel momento giusto, con le persone giuste e con buoni insegnamenti alle spalle.

Il cambiamento è stato una costante della sua carriera?

Sì. Nei momenti in cui tutto cambia intorno a te, ci sono sempre due possibilità: cercare di trattenere le cose così come sono oppure capire che qualcosa sta andando via e provare a creare qualcosa di nuovo. All’inizio degli anni Novanta, con l’arrivo del 3D, avevamo CD, processori più veloci e computer più potenti. Si iniziava a intravedere un mondo nuovo, anche se non eravamo ancora completamente pronti.

In quel passaggio le fu utile anche lo studio dell’animazione classica?

Moltissimo. Avevo studiato Disney, Max Fleischer e le tecniche dell’animazione classica. Quando lavorammo a “Stronghold”, cercavamo di ottenere un effetto tridimensionale usando ancora tecnologie bidimensionali. Pensai agli sfondi a parallasse usati dagli animatori fin dagli anni Trenta. In pratica, non creammo un vero gioco in 3D, ma un gioco che sembrava in 3D, simulando la profondità con il movimento degli sfondi. Ancora oggi molte persone lo ricordano.

Poi però il 3D è diventato inevitabile. Come affrontò quel cambiamento con la sua squadra?

A un certo punto tutti i produttori cominciarono a dire che ogni cosa doveva essere in 3D. Avevamo circa trentacinque artisti, tutti formati in modo tradizionale. Dissi loro che dovevamo essere onesti: se volevamo continuare a lavorare dovevamo imparare il 3D. Ma dissi anche un’altra cosa: non volevo sostituirli con nuovi artisti, volevo loro. Così organizzammo un programma di formazione interno. Non tutti riuscirono a fare quel passaggio, ma la maggior parte sì. Quell’esperienza mi ha insegnato che il cambiamento non è solo un atto creativo individuale: può essere anche un atto collettivo, qualcosa che si fa insieme, proteggendo il lavoro ma anche le persone.

I videogiochi sono stati spesso accusati di alimentare la violenza. Possono avere anche una funzione educativa o sono soltanto intrattenimento?

Come ogni forma di espressione creativa, anche i videogiochi possono andare in direzioni diverse. Possono sostenere valori positivi, ma possono anche raccontare aspetti negativi o distruttivi. Dipende dalle scelte degli autori. Nel mio studio sono arrivati progetti che non ho voluto associare al nostro lavoro, perché non mi riconoscevo in quel tipo di contenuto.

Dunque il problema non è il mezzo, ma l’uso che se ne fa?

Esattamente. I film possono essere violenti, i libri possono esserlo, la televisione può esserlo, e lo stesso vale per i videogiochi. Il punto non è il mezzo in sé, ma la responsabilità di chi crea e di ciò che decide di mettere nel mondo. Il mio rapporto con l’educazione nasce prima dei videogiochi: quando andavo a scuola, l’industria dei videogiochi non esisteva. Mi ero formato per insegnare e ho sempre avuto un forte interesse per l’educazione. Per questo, nel corso della mia carriera, ho realizzato anche molti programmi educativi.

Lorella Boccia

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Sul palcoscenico delle emozioni

Tra televisione, musica e nuovi progetti, la conduttrice napoletana racconta un’estate intensa e ricca di emozioni: «Voglio vivere quello che faccio, far arrivare chi sono davvero, senza troppe sovrastrutture. Il successo più grande è continuare a fare questo mestiere con curiosità ed entusiasmo». Protagonista del sabato di Rai 1 in diretta con “UnoMattina Weekly” alle 8.35, condotto con Marco Gallo e Giulia Bonaudi, e con “Musica Mia” insieme a Marco Conidi alle 17.05

 

Possiamo affermare con certezza che la sua estate non sarà all’insegna dell’ozio… come sta andando?

Bene, sono molto contenta. C’è tanto da fare e, a proposito di ozio, devo dire che l’estremo relax non fa per me, perché ho sempre bisogno di fare, di avere qualcosa che mi stimoli. Non sono mai ferma, ho sempre questa voglia di mettermi in gioco. Quindi questo periodo è molto in linea con la mia personalità e con il mio modo di vivere. Mi piace questo mestiere, quando arrivano momenti così intensi sono felice, sia per come stanno andando i programmi (Musica Mia e UnoMattina Weekly), sia per il rapporto che si è creato con i miei colleghi.

A proposito di colleghi: che squadra siete?

Quello della squadra è per me un tema estremamente importante, che arriva sicuramente anche dal mio passato professionale. Nasco come ballerina e ho lavorato tanto in gruppo, per questo la squadra viene ancora prima del contenuto che portiamo. È una cosa in cui ho sempre creduto e devo dire che lavoro con due squadre meravigliose, sia con “Musica Mia”, sia con “UnoMattina Weekly”. I miei colleghi sono persone con cui ho creato un legame forte, ci ritroviamo, lavoriamo insieme per ore, siamo in diretta il sabato e la domenica, viviamo gli stessi momenti. Magari finiamo tardi, poi si continua a parlare, nasce un’idea da un’altra idea. Tra noi c’è tanto rispetto, ma soprattutto tanto lavoro di gruppo. Secondo me questa unione poi arriva anche sul palcoscenico, perché il pubblico la percepisce.

A proposito di “Musica Mia”, attraverso la musica raccontate tante storie e ripercorrete grandi momenti della nostra musica. Che cosa racconta invece di lei la musica che ascolta in questo periodo?

In realtà è più la musica che mi chiede di essere ascoltata in questo periodo. Viaggiando con “Musica Mia” abbiamo incontrato tanti artisti, siamo andati nei luoghi in cui sono nati, cresciuti, abbiamo cercato di capire da dove arrivassero quelle canzoni e quelle storie. Quelle canzoni sono diventate un po’ la colonna sonora del programma, ma la cosa bella è entrare nella vita di un artista e capire perché ha scritto determinate cose. La musica, alla fine, fa proprio questo: i grandi autori raccontano la loro storia, ma quella storia diventa anche la nostra. Siamo miliardi di persone nel mondo, eppure viviamo emozioni simili. Puoi essere chi vuoi, fare qualsiasi lavoro, avere qualsiasi vita, ma alcune emozioni ci uniscono tutti. È un filo che annoda gli esseri umani, e andrebbe ricordato spesso, perché ci renderebbe più vicini.

Dopo tanti viaggi e tanti incontri, che cosa resta davvero delle persone che ha conosciuto?

Restano sensazioni difficili da replicare. Ho incontrato tante persone che non conoscevo e con cui, dopo pochi minuti, sembrava di parlare con qualcuno che conoscevo da sempre. Quando senti la passione di una persona, quando percepisci il suo entusiasmo e la sua voglia di raccontarsi, nasce qualcosa di speciale. Sono sensazioni che porti con te a casa, custodisci con cura e ricordi con piacere perché ha lasciato un segno importante.

Il sabato, invece, c’è l’emozione della diretta… come gestisce il momento in cui si accende la lucina rossa?

Prima di iniziare ho sempre un mio piccolo rituale, soprattutto in esterna, che non confesserò per scaramanzia (ride). Faccio dei vocalizzi, cerco di concentrarmi. La diretta ha sempre quella parte di adrenalina che mi piace.

La televisione ha tanta scrittura, il lavoro degli autori è fondamentale, però poi arriva quel momento in cui tutto prende vita. Quanto spazio concede all’improvvisazione, anche nella vita?

Tanto direi, però per me è fondamentale la preparazione, sapere bene cosa fare e di cosa sto parlando. Io sono una persona che si informa molto, mi piace conoscere la storia di chi ho davanti, capirne il percorso, anche se alla fine il rapporto umano trasforma tutto. Quelle informazioni servono per capire chi hai davanti, il suo vissuto, serve a preparare il dialogo, poi, però, anche se il terreno è stato preparato, insieme decidiamo dove andare, lasciando aperta la possibilità di cambiare percorso.

La televisione crea un legame con il pubblico. Qual è l’immagine di se stessa che vorresti lasciare?

Vorrei semplicemente arrivasse quello che sono, non penso troppo alla telecamera o a costruire un’immagine perfetta. Ho bisogno di godermi quello che faccio, se non vivo un momento, se non lo sento, si vede immediatamente. Io desidero vivere il presente, far arrivare chi sono davvero, senza troppe sovrastrutture. Ci sono anche le imperfezioni, certo, ma fanno parte di me.

C’è stato un momento in cui ha capito che il suo percorso sarebbe andato in questa direzione?

In realtà continuo sempre a mettermi in discussione. Non penso mai “sono arrivata, questa è la mia strada”. Cerco ogni volta di conquistarmi quello che faccio. Credo molto nella gavetta, nel fare ogni passo necessario, nel concentrarmi sul presente e dare il massimo.

La RAI custodisce un patrimonio enorme nelle sue Teche. Guardando alla televisione del passato, c’è qualcuno che considera un modello?

Probabilmente Raffaella Carrà, per il suo modo di raccontarsi e di porsi. Era già avanti su tante cose. Essendo il mio passato legato alla danza, lei era una persona completa: riusciva a unire tante forme artistiche. Però è anche vero che il tempo cambia e bisogna avere il coraggio di sperimentare e, per esempio, “Musica Mia” è un programma coraggioso perché mette al centro la musica pura, senza sovrastrutture. È qualcosa di cui sono molto fiera.

Ha un sogno artistico o un obiettivo che si è prefissata?

Non me lo fisso, sono sincera, perché cambio continuamente. Penso sia un po’ la natura dell’essere umano, magari tra un mese farei questa intervista in modo diverso, perché anche io nel lavoro continuo a cambiare. Quello che posso dire è che voglio migliorarmi sempre, rimanendo però fedele a me stessa. Una cosa che amo molto nel mio lavoro sono le interviste, dei momenti preziosi in cui incontri una persona che non conosci: ci si siede e inizia il racconto, il confronto. È un atteggiamento molto umano, come sedersi su una panchina al parco e iniziare una conversazione. In un periodo in cui forse manca un po’ di empatia, ascoltare davvero qualcuno secondo me è una cosa bellissima.

Chi è Lorella lontano dalle telecamere?

Più o meno la stessa persona. Mi piace vivere ogni momento della giornata. Ho bisogno della famiglia, degli amici, dell’aria aperta, di parlare con le persone, mi piace stare in mezzo alla gente, vivere le giornate. Poi certo, ci sono anche momenti miei, in cui ho bisogno di stare da sola, pensare e godermi i miei pensieri.

Quando una persona ha davvero successo?

Dipende da cosa significa successo per ognuno di noi. Questa parola ha tante sfumature, per me il successo è poter fare quello che mi piace, lavorare a programmi che mi stimolano, che mi insegnano qualcosa. Se esco da un’esperienza con qualcosa in più, allora significa che quella cosa mi ha lasciato qualcosa. “Musica Mia” mi ha insegnato tanto: sulla musica, sugli autori, sulle storie delle persone. Mi ha insegnato anche il rapporto con gli altri, l’ascolto e la condivisione. Secondo me il successo più grande è continuare a fare questo mestiere con curiosità ed entusiasmo.

Chiudo con la danza, il primo linguaggio artistico che le ha messo le ali. Che posto occupa nella sua vita oggi?

La danza avrà sempre un posto speciale, mi ha formata e mi ha resa la persona che sono. Prima comunicavo soprattutto con il corpo, poi è arrivata la parola, è arrivata la voce. Forse oggi sto imparando anche a lasciarmi andare un po’ di più, sono sempre stata molto precisa, alla ricerca della perfezione, ma sto imparando a vivere di più il momento. Spero un giorno non troppo lontano di riuscire a unire tutte queste cose: la voce, il corpo, il racconto. Un po’ come si faceva una volta, quando lo spettacolo era davvero un insieme di linguaggi.

Ti ringrazio Lorella, è stato davvero piacevole parlare con lei. Si percepisce una cosa: il sorriso racconta molto…

Grazie, questo è un bellissimo complimento. Credo che alla fine sia proprio questo: essere presenti, vivere quello che si fa e condividere qualcosa di vero con gli altri.

FEDERICO RUFFO

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C’è chi dice di no

Con il libro “Mare nero. Storia criminale di Ostia”, edito da Rai Libri, il giornalista investigativo, autore di inchieste sotto copertura e conduttore di “Mi manda Raitre”, torna nel luogo in cui è nato e cresciuto per raccontare sangue, soldi e potere sul litorale romano. Un libro che unisce cronaca giudiziaria, memoria personale e impegno civile, scritto da chi ha conosciuto la città da dentro e oggi, presidente dell’Osservatorio della legalità e dell’antimafia sociale, continua a difendere il valore della parola, della denuncia e della responsabilità

“Mare nero” nasce da un’inchiesta, ma anche da un legame personale con Ostia. Cosa ha significato per te raccontare un territorio che è anche parte della tua vita?

È stato soprattutto un lavoro di autoanalisi, quasi un bilancio di vita che, sinceramente, non avevo intenzione di fare. Per anni ho vissuto due vite diverse: quella legata all’essere nato e cresciuto a Ostia, con i suoi rapporti, i suoi volti e le sue strade, e quella del giornalista, che spesso mi ha messo in contrapposizione con la prima. Ho cercato a lungo di tenerle separate, perché sapevo che dal loro incontro non sarebbe nato nulla di semplice. Poi è arrivato questo libro e ho capito che il racconto più vero non poteva limitarsi alla storia criminale di Ostia negli ultimi cinquant’anni: dovevo raccontare che cosa era successo a Ostia mentre io ci stavo dentro.

Nel libro Ostia non è soltanto uno scenario. Che cosa rappresenta davvero quella striscia di terra tra Roma e il mare?

Per me Ostia resta il posto più bello del mondo. Non è un quartiere, è una città nella città: quasi duecentomila abitanti, trenta chilometri da Roma, un’identità propria. Come ogni città ha zone splendide e zone difficili. Scrivere questo libro mi ha aiutato a capire che voler bene a Ostia non significa parlarne soltanto bene, ma riconoscerne i problemi. Volere bene a Ostia significa anche permetterle di non volere bene a te. È come un padre complicato, che non ti dice mai che ti vuole bene: puoi allontanarti, puoi cercare altrove quell’amore, ma alla fine continui a considerarlo casa.

Nel sottotitolo parli di sangue, soldi e potere. Qual è stato il meccanismo che ha permesso alla criminalità di radicarsi così profondamente sul litorale romano?

L’abitudine. L’abitudine e il progressivo venir meno delle istituzioni. Ostia è parte di Roma, ma è lontanissima da Roma, e per anni nessuno è stato davvero il sindaco, l’amministratore, il questore di Ostia. È stata concepita come un quartiere dormitorio: ci vivi, ci dormi, ci passi il fine settimana, ma spesso lavori altrove. A questo si sono aggiunti disagio sociale, mancanza di strumenti adeguati e una posizione strategica: vicino all’aeroporto, collegata a Roma, affacciata sul mare. Non è un caso che nel tempo a Ostia abbiano agito mafia, camorra, ’ndrangheta, Banda della Magliana. Poi, tra gli anni Novanta e i primi Duemila, il mare è diventato una fonte enorme di ricchezza: stabilimenti, ristoranti, discoteche. Quella ricchezza era lì, pronta per essere presa, gestita, estorta. La criminalità ha capito che poteva diventare imprenditoriale.

Nel tuo racconto ci sono famiglie criminali, traffici, interessi economici e politici. Quanto è importante capire che la criminalità organizzata non vive solo di violenza, ma anche di relazioni e consenso?

È fondamentale. La forza di certi sistemi criminali sta anche nella capacità di costruire consenso. Penso alla figura di Carmine Fasciani, che non apparteneva alle mafie tradizionali, ma è riuscito a prendersi Ostia un pezzo alla volta. Era considerato da molti un boss “intelligente”, perché aveva capito che troppo rumore, troppo sangue, troppi spari sono nemici degli affari. Bisogna gestire tutto in silenzio e fare in modo che il quartiere ti voglia bene. Pubblicamente si mostrava generoso, aiutava alcune famiglie, pagava cure, funerali, si costruiva un’immagine. Intanto, dietro le quinte, gestiva soldi, potere, usura, controllo del territorio. Quando un quartiere comincia a vedere il boss come qualcuno che “in fondo fa anche del bene”, la criminalità ha già vinto una parte della battaglia.

Chi denuncia, in contesti così complessi, spesso resta esposto e solo. Che cosa significa oggi proteggere davvero chi sceglie di ribellarsi all’illegalità?

A Ostia, fortunatamente, quelli che dicono no non sono mai mancati. Il vero problema non è soltanto proteggerli fisicamente, ma difenderli da un altro rischio: l’idea che denunciare significhi danneggiare il territorio. Per anni, quando provavo a raccontare che la gestione del mare non era democratica e che questo aveva creato sacche di penetrazione criminale, mi sentivo rispondere che parlare male degli stabilimenti significava parlare male dell’imprenditoria e fare un danno a Ostia. È da questa mentalità che bisogna proteggere chi si ribella. Raccontare un problema non vuol dire fare male a Ostia, ma volerle bene e volerla diversa.

Questo libro ha la forza di un reportage investigativo, ma si legge anche con l’intensità di un romanzo. Quanto hai lavorato sul linguaggio per tenere insieme verità, ritmo narrativo ed emozione?

Ho pensato che fare il solito racconto giudiziario non avesse molto senso. Dovevo provare a renderlo una sorta di diario di quegli anni, raccontare le cose come le avevo viste con i miei occhi e poi mostrarne l’evoluzione. Se vuoi fare un racconto personale, devi parlare come parleresti a un amico. Se vuoi renderlo vero, deve essere vero anche nel linguaggio. Ho raccontato quei fatti con le parole che avevo allora, con la sorpresa, l’indignazione e il turbamento con cui li ho vissuti. Per restituirli al lettore non potevo usare un tono freddo: dovevo far capire prima di tutto che io stesso, davanti a certe cose, ero rimasto sorpreso e indignato.

Nel 2025 sei stato nominato presidente dell’Osservatorio della legalità e dell’antimafia sociale a Ostia. Che valore ha per te questo ruolo, proprio nel luogo da cui tutto parte?

È un’occasione per restituire qualcosa. Ostia mi ha insegnato tantissimo: non sarei stato il cronista che sono stato se non fossi cresciuto lì. Mi ha insegnato a stare al mondo, a parlare con tutti, a capire che esiste un modo diverso di rivolgersi a ogni persona: al criminale di strada, al mafioso, all’imprenditore, al politico. È stata una grande palestra. Accettare questo incarico significa provare a ridare qualcosa a un luogo che oggi vedo più povero rispetto a quello che avevo lasciato. Naturalmente l’Osservatorio osserva, analizza, suggerisce, ma non ha potere politico o amministrativo. Posso indicare strade, non imporle.

Dopo anni di inchieste, minacce, lavoro sul campo e racconto pubblico della criminalità, che cosa ti ha insegnato Ostia sulla legalità, sul coraggio e sulla responsabilità del giornalismo?

Mi ha insegnato che la parola ha un valore ed è l’unica cosa che devi onorare sempre. La parola data a una fonte, a un informatore, a qualcuno a cui chiedi di raccontarti la sua storia perché forse, insieme, si può provare a risolvere qualcosa. Se non onori quella parola, è tutto perso: restano solo chiacchiere. Viviamo in una fase in cui sembra che i giornalisti minacciati siano supereroi e che il valore del loro lavoro si misuri dalle minacce ricevute. Io ne ho ricevute tante, ma non credo sia questo il punto. Il giornalismo consiste nel raccontare cose che qualcuno non vuole vengano raccontate. Il coraggio non sta nella minaccia subita, ma nella responsabilità con cui continui a usare le parole.

Docufiction

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La classe del Campione

Tra memoria e racconto, la docufiction “Dino Zoff – Volevo solo fare bene il mio lavoro” ripercorre la vita di uno dei più grandi campioni italiani che ha fatto la storia del calcio restituendone la sobrietà, la coerenza e la forza silenziosa. Il commento del regista: «Non c’è retorica in questa storia. Non c’è nostalgia forzata. C’è piuttosto il desiderio di fermare il tempo, di attraversarlo al contrario per scoprire cosa resta davvero. E quello che resta – alla fine del viaggio – è l’eleganza della compostezza, la forza tranquilla dell’essere sé stessi, sempre». Mercoledì 10 giugno in prima serata Rai 1

Un ragazzo di tredici anni sogna di diventare portiere in una squadra giovanile, ma si sente troppo basso e troppo insicuro per riuscirci. Dopo una sconfitta che lo segna profondamente, arriva persino a pensare di abbandonare il calcio. Per aiutarlo, il suo allenatore gli propone un percorso di scoperta che ruota attorno alla figura di Dino Zoff, esempio di determinazione, disciplina e coerenza. Il viaggio prende avvio da un incontro all’Auditorium di Roma tra Zoff e Francesco De Gregori, un’occasione in cui calcio e musica si intrecciano in una riflessione sui valori dello sport e della crescita personale. Le parole e le suggestioni della canzone “La leva calcistica della classe ’68” diventano la chiave interpretativa del racconto. Attraverso un ampio utilizzo di immagini d’archivio e testimonianze, la docufiction ripercorre le tappe fondamentali della carriera di Dino Zoff: dagli inizi difficili all’affermazione con la Juventus, fino ai successi con la Nazionale, dagli Europei del 1968 al trionfo ai Mondiali del 1982. Le testimonianze di protagonisti come Marco Tardelli e Bruno Conti, insieme al ricordo della dimensione umana e sportiva di Enzo Bearzot e Gaetano Scirea, restituiscono il ritratto di una generazione e di un’idea di calcio fondata sulla lealtà e sullo spirito di squadra. La narrazione si estende poi alla fase successiva alla carriera agonistica, includendo l’esperienza di Zoff come allenatore e dirigente, fino a momenti complessi come la finale degli Europei del 2000 e le dimissioni che seguirono. In parallelo si sviluppa il percorso del giovane portiere, che culmina nell’incontro con Zoff. Sul campo, tra i pali, il campione gli trasmette una lezione semplice ma profonda: il talento conta, ma sono l’impegno, la costanza e la perseveranza a fare davvero la differenza.

Il regista Giovanni Filippetto racconta

«Ci sono figure che sembrano appartenere a un tempo diverso, più lento, più silenzioso. Dino Zoff è una di quelle. Per me, raccontare la sua storia non è stato un atto celebrativo, ma una ricerca. Un inseguimento paziente di qualcosa che sfugge alle urla e alla fretta: la sostanza discreta di un uomo che ha fatto della misura una forma di grandezza. Questa docufiction è nata da una lunga serie di incontri, ma soprattutto da un ascolto profondo. Ascoltare Dino Zoff – la sua voce bassa, essenziale, le sue pause che dicono più delle parole – è stato come entrare in una casa dove tutto è al proprio posto, dove ogni oggetto ha un significato, ma nessuno si mette in mostra. Ho scelto di seguirlo in un viaggio a ritroso, come se tornare indietro fosse l’unico modo per capire davvero. Mariano del Friuli, il paese natale, è molto più che un punto di partenza: è una radice che non ha mai smesso di tenerlo ancorato a terra, anche quando volava tra i pali. Napoli, con il suo calore e la sua passione, e Torino, con la sua disciplina, non sono solo città di calcio, ma tappe interiori. Luoghi che parlano, nel silenzio di Zoff, della formazione di un carattere. In questo percorso la scelta del punto di vista narrativo della fiction è stato fondamentale e fortemente identitario: la storia cioè di Luca – Javier Leoni –, un ragazzo di tredici anni che gioca in porta e si sente in crisi e il rapporto con il suo allenatore – Marco Bocci – che per aiutarlo nel suo percorso di crescita non solo sportivo gli racconta la storia di Dino Zoff, del portiere ma anche dell’uomo. Percorso che porterà il tredicenne a incontrare di persona Zoff e a seguire i suoi consigli diretti. La ricerca di repertorio è stata un capitolo a parte. Straordinaria per quantità, qualità e profondità. Non si è trattato solo di trovare immagini, ma di farle risuonare con ciò che Zoff racconta, come specchi della memoria. Immagini spesso rare che hanno ritrovato qui una nuova vita, intrecciandosi alla narrazione come fili silenziosi. La macchina da presa è sempre stata vicina, quasi discreta ma presente. Attaccata al volto di Zoff, così come a quelli dei suoi compagni, degli amici, degli intervistati che – più che parlare di lui – parlano con lui, con l’uomo prima che con il campione. L’intimità visiva è stata per me una forma di rispetto: nessuna distanza, ma nemmeno invasione. Solo prossimità, ascolto, verità. Ho incontrato tanti testimoni: ex compagni, giornalisti, scrittori, amici. E tra tutti, Francesco De Gregori, che ha saputo cantare l’Italia e i suoi eroi con la stessa sobrietà che ho cercato in questa docu fiction. Le loro voci non servono a spiegare, ma a illuminare. Sono echi che aiutano a capire un uomo che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Non c’è retorica in questa storia. Non c’è nostalgia forzata. C’è piuttosto il desiderio di fermare il tempo, di attraversarlo al contrario per scoprire cosa resta davvero. E quello che resta – alla fine del viaggio – è l’eleganza della compostezza, la forza tranquilla dell’essere sé stessi, sempre.»

KIRK WISE

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L’animazione ha bisogno di nuove storie

A “Cartoons on the Bay” il regista de “La Bella e la Bestia” racconta l’emozione del lavoro con Angela Lansbury, il successo del capolavoro Disney, il rapporto con l’intelligenza artificiale e la fiducia nei giovani artisti, tra disegno tradizionale, stop motion e nuove sfide creative

 

A “Cartoons on the Bay” lei incontra il pubblico e tanti professionisti dell’animazione internazionale. Che effetto le fa essere qui?

È straordinario incontrare così tante persone coinvolte nel mondo dell’animazione internazionale. Sono molto orgoglioso del fatto che i miei film vengano ricordati e celebrati qui. Davvero una bella esperienza.

Quali sono i ricordi più belli legati alla lavorazione de “La Bella e la Bestia”?

Ero molto giovane. Era la mia prima esperienza come regista di un lungometraggio animato, quindi fu molto emozionante lavorare con una squadra così grande e incontrare tanti animatori. Uno dei ricordi più belli riguarda Angela Lansbury, che prestava la voce a Mrs. Potts, la teiera.

Era la sua prima volta alla direzione di una grande attrice?

Sì, era la prima volta che mi trovavo a dirigere un’attrice così famosa in una sessione di doppiaggio. Ero molto nervoso. Angela Lansbury lo capì e mi mise subito a mio agio. Prima della sessione mi disse che era assolutamente disponibile a ricevere indicazioni, che sarebbe stata felice di provare una battuta in modi diversi e che non dovevo sentirmi intimidito solo perché davanti a me c’era Angela Lansbury.

Un gesto di professionalità.

Sì, la sua gentilezza e la sua professionalità mi colpirono molto. Mi permisero di fare meglio il mio lavoro e di sentirmi più tranquillo.

Durante la lavorazione avevate già la sensazione che stavate realizzando qualcosa di così importante?

Mentre lavoravamo al film sentivamo che stavamo facendo qualcosa di speciale, ma allo stesso tempo ogni giorno era una sfida. C’erano giornate in cui pensavo che tutto stesse andando bene e altre in cui ero disperato, convinto che niente funzionasse e che il film non sarebbe piaciuto a nessuno.

Quando avete capito che il pubblico lo stava accogliendo in modo diverso?

Quando fu presentato al Festival del Cinema di New York. La reazione del pubblico fu fortissima. Le persone applaudivano alla fine di ogni numero musicale. Non avevo mai visto una cosa del genere per un film d’animazione. Io e Gary Trousdale, il mio co-regista, ci guardammo e pensammo: forse funziona davvero. E alla fine ha funzionato.

Le è piaciuta la versione live-action de “La Bella e la Bestia”?

Io sono un animatore, quindi il mio primo amore resta sempre l’animazione. Preferisco la versione animata, perché è quella più vicina al mio cuore. Però sono felice che il pubblico ami anche altre forme e altri adattamenti.

Quindi considera queste nuove versioni come estensioni del film originale?

Sì, un po’ come le attrazioni nei parchi a tema, i personaggi nei parchi, gli spettacoli e tutte le altre forme che permettono al pubblico di continuare a vivere quella storia. Se il lavoro è fatto bene e il pubblico si emoziona, è bello vedere un film trovare nuove strade. Anche se, personalmente, resto legato alla versione animata.

Oggi però molti spettatori hanno la sensazione che i grandi studi puntino troppo sui sequel, su rifacimenti e idee già conosciute. È così?

È nella natura degli studi di Hollywood essere prudenti rispetto al rischio. Per questo cercano film che il pubblico conosca già, con personaggi e mondi già riconoscibili. Capisco la necessità economica di puntare su progetti che sembrano più sicuri, ma non si può continuare a riciclare sempre le stesse idee. Il pubblico vuole anche essere sorpreso. Ha bisogno di incontrare nuove storie. Penso che sarebbe importante investire di più nei film originali, perché senza nuove idee non si costruisce il futuro dell’animazione.

Durante la sua carriera ha visto cambiare molte tecnologie. Come vive questa trasformazione?

Quando ho iniziato, nell’animazione si lavorava ancora in modo molto simile agli anni Trenta: i disegni venivano ripassati e dipinti sui rodovetri. Poi ho visto il passaggio al digitale, alla computer grafica e ora all’intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale la preoccupa?

Non ho paura dei cambiamenti tecnologici. Credo però che l’artista debba restare al centro. Credo nel potere degli artisti e dei narratori. Non esiste un pulsante magico che puoi premere e che ti restituisce “La Bella e la Bestia”. Non succederà. L’arte, la storia e i personaggi devono venire prima.

Quindi la tecnologia può entrare nel processo, ma non sostituire l’artista?

Esatto. Posso immaginare un futuro in cui l’intelligenza artificiale venga incorporata nel processo produttivo, ma l’elemento umano resta fondamentale. L’arte creata dall’uomo, quella in cui senti la mano dell’artista, è ciò che crea il legame più profondo con il pubblico.

Molti pensano che le nuove generazioni arrivino all’animazione soprattutto attraverso la tecnologia. Lei che cosa vede nei giovani artisti?

In realtà ho trovato vero il contrario. I giovani artisti che ho incontrato, sia attraverso Instagram sia di persona, hanno una grande passione per il lavoro manuale e per le tecniche tradizionali. Hanno fame di imparare. Spero ci siano sempre più occasioni per insegnare a questa generazione l’arte dell’animazione tradizionale, così come io ho avuto la fortuna di impararla. Vedo un grande interesse.

Oggi molti maestri dell’animazione insegnano anche attraverso il web. È una risorsa importante?

Sì. Ci sono artisti straordinari, come Aaron Blaise e John Pomeroy, con cui ho lavorato alla Disney, che offrono percorsi e lezioni online. Sono solo due esempi, ma sono maestri del loro mestiere. Vedere giovani artisti seguire quelle lezioni e avvicinarsi alla tecnica tradizionale è molto incoraggiante.

Guarda con fiducia alla nuova generazione?

Sì. So che la tecnologia moderna, compresa l’intelligenza artificiale, entrerà in qualche modo nel lavoro dell’animazione, anche se ancora non sappiamo esattamente come. Ma sono molto curioso ed entusiasta di vedere cosa creerà la prossima generazione, proprio perché è così appassionata anche alle tecniche tradizionali.

Sta lavorando a un nuovo progetto?

Sì, sto sviluppando un film in stop motion con un gruppo molto giovane di animatori indipendenti a Los Angeles. Mi hanno invitato a partecipare al progetto e per me è molto interessante.

La stop motion è forse il linguaggio più lontano dall’intelligenza artificiale.

Sì, infatti loro sono molto contrari all’uso dell’intelligenza artificiale. La stop motion celebra le cose fatte a mano, dove la presenza dell’artista è visibile al pubblico. Mi piace molto imparare da loro e portare la mia esperienza dentro il loro processo creativo.

C’è un film d’animazione recente che avrebbe voluto realizzare lei?

Ogni tanto vedo un’idea in un film e penso: avrei voluto pensarci io. Un film Disney che amo molto è “Zootopia”. È intelligente, divertente e mentre lo guardavo pensavo: questa è davvero una grande idea.

Oggi è difficile proporre un’idea originale nell’animazione?

È molto difficile. I grandi studi sono molto concentrati su proprietà già esistenti, su personaggi e marchi già conosciuti, come “Mario” o “Sonic”. Questo rende più complicato ottenere finanziamenti per un’idea originale.

Però non è impossibile.

No, non è impossibile. Gli studi stanno iniziando a capire che, per mantenere vivo il sistema produttivo, devono continuare a investire anche in idee nuove. Senza storie originali, prima o poi il meccanismo si ferma.

Che rapporto ha con l’Italia?

Questa è la mia terza volta in Italia. Ero già venuto molti anni fa per promuovere “La Bella e la Bestia” e “Il gobbo di Notre Dame”. In passato ho visitato Firenze, Venezia e Milano. Questa volta, invece, è stata la mia prima volta a Roma, dove ho trascorso qualche giorno prima di arrivare a Pescara.

Che impressione le fa il nostro Paese?

Mi piace molto. Mi piacciono le persone, la storia, l’arte e naturalmente il cibo.

C’è un animatore italiano che ricorda con particolare affetto?

Quando ero giovane ero un grande ammiratore di Bruno Bozzetto. Quando “Allegro non troppo” uscì nelle sale negli Stati Uniti, io ero ancora studente e quel film mi colpì molto. Mi ha influenzato.

Che cosa la influenzava da ragazzo?

Amavo i film Disney, ma ero anche un grande appassionato dei cartoni Warner Bros. e MGM. Ero inoltre un grande lettore di fumetti. Per anni il mio sogno era disegnare fumetti. Amavo Charles Schulz, il creatore dei “Peanuts”. Poi, con il tempo, il mio interesse si è spostato verso l’animazione.

Continua a guardare animazione oggi?

Sì, continuo a guardarla, anche se non riesco a vedere tutto. Cerco comunque di restare aggiornato, soprattutto attraverso i festival, dove ho l’occasione di scoprire produzioni diverse, anche europee.

NOVITA’

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Storie al bivio di sera

Da martedì 9 giugno, in prima serata su Rai 2, conduce Monica Setta

Su Rai 2 arriva “Storie al bivio di sera”, il nuovo programma in prima serata condotto da Monica Setta, un racconto intenso ed emozionante che porterà il pubblico dentro le vite di alcuni tra i protagonisti più amati, discussi e seguiti del nostro Paese. Donne e uomini del mondo dello spettacolo, della politica, della musica, dello sport, del giornalismo e della cronaca si racconteranno senza filtri attraverso interviste intime e profonde, ripercorrendo i momenti più delicati e decisivi della propria esistenza: dagli affetti alle cadute, dai successi alle delusioni, dagli errori alle rinascite. Da confessioni inedite a ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, fino alle persone che hanno cambiato il loro percorso umano e professionale, ogni ospite affronterà il proprio “bivio” tra vita privata e carriera. Nel corso delle puntate, le interviste saranno arricchite da immagini di repertorio, contributi video e momenti musicali, in un intreccio di emozioni, memoria e spettacolo. “Storie al bivio di sera” sarà per il pubblico un viaggio autentico dentro le storie e le fragilità di personaggi molto conosciuti, con lo stile diretto, empatico e coinvolgente di Monica Setta. In onda tutti i martedì dal 9 giugno fino al 4 agosto, in prima serata su Rai 2.