PERA TOONS
Il sorriso che fa centro
A Pescara, nel corso dell’ultima edizione di “Cartoons on the Bay”, l’artista ha ricevuto il Pulcinella Digital Award e ha raccontato il successo della sua serie su RaiPlay: dalle battute nate sui social al rapporto con il pubblico, dalla possibile seconda stagione alla forza dell’animazione italiana, fino al valore di una comicità leggera, accessibile e capace di parlare anche ai più piccoli
Ha ricevuto a Pescara il Pulcinella Digital Award. Che valore ha per lei un riconoscimento arrivato proprio nel momento in cui il suo mondo digitale incontra la televisione?
Ha un valore importante, perché racconta proprio questo passaggio. Io arrivo dal digitale, dai social, da un rapporto molto diretto con il pubblico. Vedere quel linguaggio riconosciuto anche dentro un contesto televisivo e professionale significa che quel percorso ha trovato una sua strada. È una soddisfazione, ma anche uno stimolo a continuare.
Quando la serie è arrivata su RaiPlay, in pochissimo tempo è diventata uno dei titoli più visti. Se lo aspettava?
No, una partenza così non me l’aspettavo. Anche perché non mi rendo sempre conto dei numeri della televisione e del rapporto con gli altri contenuti. Però ho capito subito che stava andando bene, perché il mio pubblico l’aveva apprezzata. Per me quello era già tantissimo: il riscontro reale delle persone, i commenti, più ancora dei numeri. Poi Roberto e tanti addetti ai lavori mi hanno confermato che i risultati erano molto buoni. Ho visto anche le classifiche su RaiPlay, accanto a programmi famosissimi, e questa cosa mi ha fatto davvero piacere.
Il successo nasce anche da un mondo che il pubblico conosce già: i libri, i social, le battute, i personaggi. Questo le dava una certa sicurezza?
Sì, perché quello che abbiamo portato su RaiPlay era un terreno che conoscevo bene. Vengo da anni di libri, social, rapporto diretto con le persone. Questo è il mio mondo: battute, giochi di parole, freddure, riviste e adattate per un altro mezzo. Da quel punto di vista ero abbastanza tranquillo, perché sapevo che il pubblico riconosceva quel linguaggio.
Questi numeri fanno già pensare a una seconda stagione?
Stiamo ragionando in questo senso. Non prima, perché sono anche un po’ scaramantico e bisogna prendersi il tempo giusto, però dopo una settimana eravamo tutti contenti: noi, la produzione e soprattutto le persone. In un progetto devono vincere tutti, anche lo spettatore, che trova un contenuto gratuito e accessibile. Per questo io adoro la Rai. È un successo vero quando il contenuto funziona e arriva davvero alle persone.
Se dovesse immaginare una possibile evoluzione, che cosa non dovrebbe mancare mai?
Il meccanismo delle battute va mantenuto. Come nei libri, alterniamo storie più lunghe a contenuti più diretti, più secchi. Lo zoccolo duro vuole tante battute, tante freddure. Nei social hanno un certo ritmo, in televisione bisogna trovare un equilibrio diverso, ma l’idea di fondo deve restare: battute incalzanti, una dietro l’altra. Una sfida potrebbe essere quella di fare episodi un po’ più lunghi, magari mono-conclusivi, ma inseriti dentro una storia più orizzontale. Però le battute devono esserci sempre. L’importante era capire se questo passaggio piacesse: una volta che sai che funziona, hai la scintilla per rimetterti al lavoro con amore e divertimento.
In mezzo a questo successo le viene voglia di provare qualcosa di completamente diverso, magari una storia lunga, più narrativa, senza battute?
Sinceramente no. Ho sempre seguito anche il gusto del pubblico. Posso fare piccole sperimentazioni: se funzionano, le inserisco come nuovo formato. Però, per ora, non sento la necessità di raccontare storie senza battute. Anche quando faccio qualcosa di più personale, dentro devono esserci comunque le battute. È una cosa che cerco anch’io da spettatore e da lettore. Per ora va bene così.
La comicità può diventare anche un modo per fare divulgazione?
Sì, è una parte che mi interessa molto. Mi piace l’idea di raccontare qualcosa di importante a livello divulgativo, mettendoci dentro anche qualche battuta. Un giorno, per esempio, sono rimasto affascinato da due pagine del libro di storia di mia figlia: spiegavano come nell’antichità si estraevano rame e stagno per ottenere il bronzo. Ho pensato: qui c’è una storia bellissima. Lo stagno, il rame… vengono subito in mente giochi di parole. La realtà, spesso, è più interessante dell’immaginazione. Raccontarla con il linguaggio dell’intrattenimento può essere molto potente.
Sua figlia è anche una lettrice delle sue storie?
Sì. Le piacciono le cose minime, le battute, alcuni personaggi. Sul diario, per esempio, tra i libri preferiti ha scritto prima “Pera Toons”, poi “Diario di una schiappa”, “One Piece”… quindi sì, in qualche modo ci sono anch’io.
L’identità italiana può diventare un punto di forza anche nell’animazione?
Assolutamente sì. Pensiamo a Zerocalcare: racconta i Cavalieri dello Zodiaco, i coin-op, le sale giochi, la provincia, certe atmosfere che appartengono alla nostra esperienza. Magari dal punto di vista tecnico non sempre si hanno i mezzi di un grande colosso internazionale, però si ha un immaginario fortissimo. E l’idea, in questo campo, vale tantissimo. Secondo me c’è tanto pubblico possibile. Serve fiducia, soprattutto da parte di chi produce, perché magari non sempre ci si rende conto di quante persone siano pronte ad apprezzare queste storie.
Far ridere oggi è più difficile?
È difficile soprattutto far ridere una persona che non vuole ridere. A volte, semplicemente, non abbiamo voglia di ridere. I bambini, invece, si predispongono molto di più alla risata: la cercano, la vogliono. Per questo con loro è un po’ più facile. Le freddure poi hanno un vantaggio: non devi avere grandi informazioni precedenti per capirle, devi solo conoscere un po’ l’italiano e lasciarti sorprendere. Molti dicono che è più facile far piangere che far ridere; per me, in realtà, è più facile far ridere. Però sì, oggi è difficile. E proprio per questo diventa anche una missione, uno stimolo. C’è bisogno di leggerezza, quasi come il pane.
Quando il pubblico la incontra e le chiede una battuta al volo, cosa succede?
Succede che non ci riesco. La battuta te la devi subire, non me la devi chiedere. Devo essere io a fartela, perché la battuta è anche un piccolo scherzo: voglio vedere la reazione. Più la freddura è brutta, meglio è. Se me la chiedono, mi sento un jukebox, e io non sono un jukebox. Non è snobismo, è che mi spengo proprio. Mi vengono le battute più brutte, quelle più scontate.
Pera Toons e Alessandro Perugini ormai si stanno unendo sempre di più?
Sì, si stanno unendo. Io e Pera, Alessandro e Pera, ormai siamo sempre più vicini. Da quando l’ho disegnato ho anche comprato la felpa rossa: è come se l’immagine stesse modificando la realtà. Però ci sono ancora cose di Alessandro che voglio tenere.