PILAR FOGLIATI

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Qualcosa di scritto…

 

Tra scienza e immaginazione, il racconto di donne e uomini che osano sognare. L’attrice racconta la nuova stagione di “Cuori”, tra sfide professionali, rivoluzioni culturali e storie d’amore predestinate

 

 

Cuori racconta di medici che hanno immaginato il futuro quando ancora non esistevano né strumenti né certezze. Cosa l’ha colpito di più di questo racconto di coraggio e visione?

Negli anni Sessanta c’era una voglia di immaginare qualcosa di grande, anche solo generare il desiderio di andare sulla luna, fa comprendere quale fosse lo spirito del tempo. Tutto sembrava possibile e l’Italia era un hub di ricerca importante a livello mondiale. Raccontare questa equipe medica alle prese con grandi scoperte scientifiche, nuove sfide, ricerche mediche all’avanguardia, è sempre affascinante. Come quello dell’insegnante, anche quello del medico credo sia un mestiere necessario, e mi ha colpito molto la capacità di questi professionisti di unire scienza ed emozioni. Comunicare ai parenti come sta un paziente richieda molta empatia, non solo competenza.

Come attrice, ma anche come persona, si sente più vicina alla razionalità della scienza o alla follia dell’immaginazione?

Bella domanda! Direi la seconda, è un augurio che faccio prima di tutto a me stessa. Se siamo vivi in terra, vale la pena vivere un po’ così, condizionati dalla follia dell’immaginazione.

Quindi anche nel lavoro si concedi la libertà di osare?

È qualcosa a cui do un gran valore e su cui sto lavorando. Imparare a osare, a essere più coraggiosi, mi sembrano dei buoni propositi per l’anno. Siamo ancora a gennaio, ancora si può (ride)!

In questa nuova stagione arriva un nuovo primario che sposterà gli equilibri alle Molinette. Come si pone Delia nei confronti di questo nuovo assetto?

Delia ha fatto molta fatica ad affermarsi in un ambiente maschile, poco incline ad accettare a una donna di potere. Quando il nuovo primario si rende conto che all’interno dell’ospedale ha una voce autorevole, che tutti l’ascoltano, si chiede, stupito, chi sia questa Delia Brunello. Con Luciano La Rosa (il nuovo primario interpretato da Fausto Maria Sciarappa) deve ricominciare daccapo, lui le taglia inizialmente i fondi della ricerca, ma lei non molla e, alla fine, lo aiuterà nella cura di una malattia rara che ha colpito suo figlio, conquistandosi rispetto e fiducia con competenza e diagnosi azzeccate. Delia non cerca uno spazio femminile dentro un ambiente maschile, ma uno spazio professionale basato sulla qualità del suo lavoro, senza distinzioni di genere. Il suo è un ragionamento molto rigoroso, in linea con la sua personalità.

E riguardo alla rivoluzione culturale degli anni ‘70, come la attraversa il personaggio?

Ogni stagione ha un grande evento storico, in questa stagione si parte dal 1974, l’anno del diritto al divorzio. Delia è una donna moderna, si specializzata negli Stati Uniti; torna in un Paese un po’ più indietro, ma ha una visione chiara del futuro. Affronta tutto con determinazione, dall’ostacolo di pazienti che non vogliono essere visitati da una dottoressa, fino alla conciliazione tra lavoro e maternità.

Quello che ancora accade…

Incredibile! Io immagino la dottoressa Brunello che accende la tv e vede dei servizi sulle lotte femministe, sulla fatica di essere donna, e poi penso a me stessa guardare un telegiornale e sentire, oggi, più o meno le stesse cose.

Secondo lei Delia potrebbe aver mai pensato di tornare negli Stati Uniti?

Probabilmente no. Delia è nata con la missione della medicina e, anche se l’Italia va male, il suo romanticismo e patriottismo la farebbero restare. È triste quando i nostri cervelli migliori fuggono all’estero. Esistono grandi competenze e genialità, ma manca un vero sostegno da parte dello Stato, che probabilmente non crede fino in fondo al valore della ricerca, dell’innovazione, del progresso.

Delia e Alberto, sempre divisi tra amore e responsabilità. Secondo lei, è più difficile rinunciare a un sogno o a una persona?

Il sogno senza qualcuno con cui condividerlo non ha lo stesso senso. Rinunciare a una persona che dà senso ai tuoi sogni è più doloroso, credo. Alla fine, come dicevano i Greci, siamo tutti animali egoisti, pensiamo esclusivamente alla nostra costruzione personale.

In questa stagione entra anche un sensitivo che fa vacillare la fede cieca nella scienza di Delia…

Sì, è un paziente ispirato a Gustavo Rol, che riuscirà a diventare amico della Brunello, pur essendo due personalità opposte. Lui le mostra un punto di vista diverso sulle cose umane, quelle del cuore, che non possono essere dimostrate.

C’è un interrogativo che condividi con Delia?

Forse se esistono amori predestinati, quanto sia scritto in amore. Credere nel destino quando si ha a che fare con i sentimenti mi piace molto, una sorta di “serendipity”. Va oltre il romanticismo, è bello abbandonarsi all’idea che ci sia qualcosa di scritto per noi, perché è una coccola per la mente piena di ansie. È molto tematico per Delia e Alberto, due che provano da una vita a stare insieme, tutto è contro di loro, eppure resistono. Perché è scritto (ride).

D’altra parta per la serie potremmo dire “Cuori e batticuori”…

Sarebbe un titolo perfetto! Pensa che inizialmente la serie si sarebbe dovuta chiamare “Cuori coraggiosi”.

Cosa le fa battere il cuore, al di là dell’amore?

Mia sorella piccola che a diciott’anni mi chiede consigli. È un momento concreto che mi rende felice.

Che cosa rimane in lei delle donne della sua vita?

Mia madre è un esempio di resilienza: ha avuto tre figli a 23 anni, quando aveva appena iniziato la sua carriera da giornalista. Quando siamo cresciuti, a quarant’anni ha ricominciato tutto, si è laureata in Bioetica con 110 e lode, lavorando con grande determinazione.

Come si trova a lavorare tra televisione, cinema e teatro?

Mi piace moltissimo essere un volto televisivo, lavorare in Rai, avere una parte “nazional popolare”, perché, come Delia, anche io ho uno spirito romantico, amo lavorare nel mio Paese. Nel cinema ho avuto la fortuna di incontrare Giovanni Veronesi, con cui ho scritto la mia opera prima, che mi ha reso veramente felice. Il cinema italiano ha delle difficoltà economiche e di riconoscimento, ma il genio e il talento non mancano. Bisogna solo crederci e valorizzarlo, pensando che anche questo sia un settore industriale fondamentale, capace di produrre valore. Bisogna prendersene cura.

E come si prendi cura di se stessa?

Sono molto disciplinata e rigorosa, questo è il modo in cui mi prendo cura della mia professione e di me stessa. È un modo per rispettare me stessa, il lavoro e le persone con cui condivido un pezzo di vita.

A quali progetti si sta dedicando ora?

Ho appena iniziato a girare una serie per la Rai, tratta dal libro di Alessia Gazzola, “Una piccola formalità”. Nel cast ci sono anche Lorenzo Richelmi, Alessio Boni, Stefano Rossi Giordani.

GIULIA VECCHIO

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Peperoncino, sorrisi e ironia

 

Al timone della seconda stagione di “Hot Ones Italia” su RaiPlay, l’attrice si racconta al RadiocorriereTv: «Sono curiosa, fare domande è parte del mio modo di essere. Gli ospiti? Cerco di condividere le energie e di trasmettere loro accoglienza»

 

 

Cosa ha pensato quando le è stato proposto di condurre “Hot Ones Italia”?

La proposta mi ha molto gasata da subito… parlo già in maniera giovanile vedendo che andiamo su RaiPlay (sorride). Il programma in America è seguitissimo, e poi il mio predecessore in Italia è Alessandro Cattelan, un conduttore che stimo tantissimo e che ha coltivato bene il terreno. Fare delle interviste con grossi ospiti per me è una novità, il mio riferimento è Francesca Fagnani con il suo “Belve”. Mi chiedo, riuscirò ad essere così piccante?

Come si pone di fronte a un ospite pronto ad assaporare alette e domande?

In ascolto, cerco di coglierne l’energia. Sono un’attrice e non voglio assolutamente snaturarmi, sostituirmi a chi conduce da giornalista o a chi fa conduzione pura.  A prescindere dalla piccantezza delle domande e delle alette, se l’ospite che ho di fronte è a disagio o ha paura, cerco di trasmettergli accoglienza.

E se si accorge che in qualche modo il suo interlocutore “svicola” per non rispondere?

Ne ho avuto uno che era molto bravo, bravo a fare show, ed è stato il suo forte (sorride). In questi casi la cosa importante è tenere il punto su ogni domanda.

Quanto ha deciso di affondare il coltello nel privato dei suoi ospiti?

Il nostro non è un programma di gossip, e proprio per questo cerco sempre di capire quanta disponibilità ci sia dall’altra parte. Ci sono delle cose private che possono anche fare male, deve sempre essere l’intervistato a decidere cosa condividere con il pubblico della propria vita.

Le capita di pensarsi nei panni dell’intervistato, alle prese con risposte da dare e alette da assaggiare?

Quando prepariamo le interviste mi chiedo sempre come risponderei se fossi al posto degli ospiti. Sono una grande curiosona e fare domande è parte del mio modo di essere. Mi succede anche con gli amici a casa, spesso, dopo qualche minuto, mi chiedono: “ma è partito il quiz”? (sorride). Lo faccio sempre con simpatia e ironia.

A Giulia piace più intervistare o rispondere a un’intervista?  

Mi piace molto aprirmi, parlare, sviscerare i sentimenti, ma credo che sia nel ruolo dell’intervistata, che in quello dell’intervistatrice, l’elemento centrale sia l’ascolto. Da intervistata apprezzo che chi sta dall’altra parte sia in reale sintonia con me e segua per davvero quello che sto dicendo.

Peperoncino americano o italiano? Cosa c’è di diverso nelle due versioni del programma?

Le direi peperoncino italiano, ma solo per una questione di gusto. Nella vita non sono una grande fan delle salse, prediligo i sapori caserecci. Per quanto riguarda il programma, credo che quello americano sia molto più strong, i loro ospiti, nonostante l’intervistatore sia abbastanza sulle sue, hanno il senso della performance e reagiscono al piccante in maniera molto esasperata… “oh.. wow… amazing…” (sorride), cosa che in Italia accade più raramente. Aspetto molto positivo della nostra edizione è invece che gli italiani parlano tanto e hanno qualcosa da dire anche quando assaggiano l’aletta più piccante… Non li ferma proprio niente.

Quanto peperoncino c’è nella sua vita?

Tantissimo, infatti ho costantemente la gastrite…. sono la persona meno indicata a fare questo programma (sorride). A dire il vero la mia gastrite non deriva dal cibo piccante, ma dal tanto peperoncino che devo combattere ogni giorno.

Che cosa significa per lei lavorare nel Servizio Pubblico?

Vengo da una famiglia che ha sempre tenuto acceso la televisione su Rai 1 (sorride). Insieme a mia mamma, da bambina, guardavo “Carramba che sorpresa” di Raffaella Carrà e i programmi dei grandi della tv che sono passati dalla Rai. I miei primi lavori li ho fatti qui, e anche oggi, lavorare in un’azienda che mi ha insegnato tanto, è gratificante.

Tv o piattaforme, da spettatrice cosa preferisce?

Sono più una da tv perché sulle piattaforme rischio di perdermi. Amo la televisione anche per la compagnia che fa, certo, facendo questo mestiere e sapendo come si fanno i programmi, la guardo con senso critico.

Un programma che non può perdere?

“I Simpson”, li seguo sempre all’ora di pranzo quando mi metto a tavola. Mi divertono le loro contraddizioni, le loro storie, il senso di libertà.

Giulia e le imitazioni, cosa deve avere un personaggio perché lei decida “di farlo suo”?

Deve avere tridimensionalità, devo poterlo immaginare ovunque, come va a fare la spesa, cosa fa a casa, e poi deve avere una forma di grottesco, qualcosa per cui non si rende conto di essere veramente molto buffo.

Perché non perdere una puntata di “Hot Ones Italia”?

Perché tutti gli ospiti si sono veramente aperti e il piccante li ha fatti entrare in uno stato parallelo di libertà e di scioglimento. Ci saranno dichiarazioni molto belle.

 

GIACOMO GIORGIO

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Il coraggio della scelta

 

Nella serie ispirata a una storia vera, ambientata durante il rastrellamento del ghetto ebraico di Roma, l’attore interpreta un giovane medico coinvolto nel salvataggio di centinaia di famiglie grazie all’invenzione del “Morbo K”. Un racconto di memoria, responsabilità e scelte estreme che riafferma il valore del servizio pubblico. «Raccontare questa storia oggi significa assumersi una responsabilità: tenere viva la memoria e ricordare che scegliere il bene è sempre possibile»

 

 

 

Ci presenta il suo personaggio?

Nella serie interpreto il dottor Pietro Prestifilippo, un giovane medico che entra a far parte dell’équipe del professor Prati, interpretato da Vincenzo Ferrera. La storia che raccontiamo prende spunto da fatti realmente accaduti e ripercorre la vicenda umana e professionale di due medici del Fatebenefratelli di Roma che, durante il rastrellamento del ghetto ebraico del 1943, riuscirono a salvare centinaia di famiglie ebree grazie a un inganno geniale: l’invenzione di una malattia altamente contagiosa e letale, il cosiddetto “Morbo K”.

Raccontare storie come questa rientra pienamente nella missione del servizio pubblico: farlo oggi ha un valore fondamentale per tenere viva la memoria collettiva. Cosa rappresenta per lei tornare indietro nel tempo e rivivere quei fatti?

È una delle caratteristiche più profonde del mestiere dell’attore: attraversare epoche lontane o dare voce a chi ci ha preceduto. Un po’ come accade a teatro, quando si riportano in scena testi del passato, classici o meno. In questo caso, oltre a essere un gioco meraviglioso, il lavoro assume un significato ancora più forte: raccontare una storia vera, trasmettere emozioni e farsi carico di una responsabilità sociale importante.

Al di là della tematica, quale atmosfera avete voluto ricreare sul set?

Il set ci ha aiutato enormemente, perché abbiamo girato nei luoghi reali. Le scene ambientate sull’Isola Tiberina sono state girate proprio al Fatebenefratelli originale, così come l’ingresso dell’ospedale che si vede nella serie è il vero cortile dove entrarono i nazisti guidati da Kappler. L’entrata attuale dell’ospedale, infatti, è stata spostata solo successivamente. Essere fisicamente nei luoghi in cui la storia si è svolta ha reso tutto più autentico e ci ha permesso di restituire al pubblico una verità palpabile. Un altro elemento fondamentale è stato il grande affiatamento tra i membri del cast: molti di noi si conoscevano già e con alcuni esiste un legame di amicizia profondo, come con Vincenzo Ferrera o Francesco Patierno. Questo clima di fiducia ci ha permesso di lavorare con serenità, divertendoci anche, ma sempre alla ricerca di qualcosa di vero.

I medici protagonisti di questa vicenda ebbero il coraggio di prendere posizione, rischiando la propria vita. Che valore ha per lei questo gesto?

Per me questo ruolo è stato uno dei più complessi dal punto di vista interpretativo. Ho dedicato moltissimo tempo allo studio del personaggio, concentrandomi soprattutto sulla straordinaria capacità di questi uomini di scegliere ciò che è giusto, anche a costo della propria vita. Oggi non è affatto scontato: spesso l’egoismo prende il sopravvento. Proprio per questo credo che l’amore sia l’unica forza davvero capace di smuovere le persone, quella che ti fa “lanciare il cuore oltre la staccionata” e compiere scelte che vanno oltre te stesso.

AL CINEMA

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Le cose non dette

 

Dal 29 gennaio nelle sale il nuovo film di Gabriele Muccino con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini

 

 

Carlo ed Elisa, coppia affermata e brillante, vivono a Roma tra successi, abitudini e un amore che, forse, non è più quello di una volta. Lui è un professore universitario e scrittore in crisi creativa, lei una giornalista brillante e stimata anche all’estero. In cerca di nuovi stimoli, partono per il Marocco insieme ai loro amici di sempre, Anna e Paolo, e alla loro figlia adolescente, Vittoria. Tra dinamiche irrisolte, segreti e sguardi che confondono i confini e mettono in discussione certezze acquisite, il gruppo si trova a fare i conti con ciò che nessuno avrebbe mai voluto affrontare. E poi arriva Blu, giovane studentessa di filosofia di Carlo, misteriosa presenza che accende interrogativi e tensioni. In un paesaggio lontano, caldo e immobile, i rapporti si tendono, si rivelano, si trasformano. Perché a volte basta una crepa minuscola per far crollare tutto ciò che sembrava stabile. E perché forse non conosciamo mai davvero chi ci sta accanto.  Il film è diretto da Gabriele Muccino ed è tratto dal romanzo “Siracusa” di Delia Ephron, autrice della sceneggiatura insieme allo stesso Muccino. Accanto ai protagonisti Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini, completano il cast Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo. Il direttore della fotografia è Fabio Zamarion, il montaggio è di Claudio di Mauro. La scenografia è curata da Massimiliano Sturiale e i costumi da Angelica Russo. La colonna sonora è composta, prodotta e diretta da Paolo Buonvino; la canzone originale “le cose non dette” vanta la firma di Mahmood, uno degli artisti più influenti della scena contemporanea. “Le cose non dette” è prodotto da Lotus Production, una società Leone Film Group, con Rai Cinema in associazione con Asa Nisi Masa. Il film uscirà nei cinema il 29 gennaio distribuito da 01 Distribution.

VINCENZO FERRERA

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Diverso da me

 

«Mio padre mi voleva medico, ma ho scelto di fare l’attore. A quasi 53 anni mi godo l’affetto del pubblico e un ruolo da protagonista». L’attore siciliano, che in “Morbo K” su Rai 1 veste i panni del professor Matteo Prati, si racconta al RadiocorriereTv: «Ho avuto la fortuna di incontrare ruoli bellissimi»

 

 

Come è stato il suo incontro con questa storia vera?

Sono rimasto stupito, quella che portiamo sullo schermo è una storia realmente accaduta che non conoscevo e che in pochi conoscono. Nessun libro di storia ne ha mai parlato. Insieme allo stupore, ho provato grande gioia perché si tratta di un fatto assolutamente incredibile. Quando guardiamo i film sull’Olocausto sappiamo che il finale, purtroppo, sarà tragico. Quello raccontato da “Morbo K” è un unicum, in cui i protagonisti riescono a salvare un centinaio di vite.

Lei interpreta il professor Prati, un medico coraggioso e dal grande cuore…

La storia ci porta ai giorni, drammatici, del rastrellamento del Ghetto di Roma nel 1943. Gli ebrei si trovano a scappare alla deportazione cercando rifugio anche al Fatebenefratelli, ospedale sull’Isola Tiberina a poca distanza dalle loro case. Lì trovano un gruppo di medici che, guidati dal mio personaggio, il professor Matteo Prati, pur di difenderli decide di inventare una malattia, una sorta di covid ante litteram, chiamato morbo k. È un nome di fantasia, forse una provocazione ai gerarchi nazisti di stanza a Roma, generale Herbert Kappler in primis. I fatti, come la nostra storia, ben raccontano il grande coraggio di medici che anche in un momento tragico riescono a prendere in giro i tedeschi. Con l’aiuto dei loro assistenti, convincono gli ebrei a fingersi malati, affetti da gravi problemi gastrointestinali e respiratori. Nel timore di rimanere contagiati, i nazisti non si avvicinarono al Fatebenefratelli.

Cosa prova di fronte ai medici protagonisti della vicenda?

Li guardo con grande umiltà e rispetto. Raramente nascono persone che possono diventare dei santi e degli eroi. Quegli uomini hanno messo a rischio la propria vita pur di salvarne altre, per fare del bene al prossimo. Mi sono chiesto come avrei reagito al loro posto e credo che non avrei avuto il loro stesso coraggio.

Quale tassello rappresenta questo progetto nella sua carriera?

La possibilità e la responsabilità di interpretare un ruolo da protagonista: spero di avere dimostrato di poterlo fare. Beppe di “Mare fuori” è senza alcun dubbio un personaggio tremendamente importante per me, mi ha cambiato la vita, ma è un personaggio corale all’interno di un contesto in cui ci sono più persone che hanno la responsabilità della narrazione.

L’educatore Beppe o il professor Prati sono personaggi che trasudano umanità. Cosa deve avere un ruolo perché lei decida di farlo suo?

Sarei veramente poco obiettivo se le dicessi che mi offrono migliaia di sceneggiature e di ruoli, e che io decido in maniera oculata a quale prendere parte. Posso però dire di avere avuto, sino a ora, la fortuna di incontrare personaggi bellissimi. Penso anche alla serie “Per Elisa – Il Caso Claps”. Quello di papà Antonio è stato un ruolo estremamente silenzioso, lui aveva poche battute, ma ho capito che anche in quel silenzio avrei potuto dire la mia. Paradossalmente, è uno dei personaggi che più fanno rumore all’interno di quella storia. Penso anche al maestro Crescenzi in “Belcanto”. Sono un musicista e mi divertiva essere, sulla scena, un professore cattivo. Ho avuto la fortuna di vestire pelli molto diverse tra loro, cambiare è un privilegio. Mi diverte moltissimo anche il fatto di poter essere diverso da me.

Cosa c’è nell’attore che lei è oggi del ragazzo che tanti anni fa, a Palermo frequentava la scuola del Teatro Biondo…

La voglia, la vocazione, la scelta di questo mestiere, perché ero convinto di saperlo fare e di poterlo fare. Una “vittoria” anche sui miei genitori che non credevano che questa potesse essere la strada giusta. Mio padre era un medico e voleva che seguissi la sua. Porto con me l’orgoglio di avercela fatta con le mie forze, con i miei sacrifici. Ho trent’anni di teatro alle spalle, sono diventato medio-popolare quando ne avevo quarantotto.

Com’è cambiato, negli anni, il suo essere attore?

Sono quello di sempre, a essere cambiata è la mia consapevolezza. So di essere un bravo attore, ma sono soprattutto orgoglioso del modo con cui ho fatto questo percorso, della purezza con cui ho affrontato il mestiere.

C’è un complimento del pubblico che le fa particolarmente piacere?

Quando mi dicono che i miei occhi esprimono verità, che sono credibile nei ruoli che interpreto. Accade spesso con il personaggio di Beppe, un educatore. Pensi che in passato mi chiamavano nei dibattiti nelle carceri per parlare proprio di quella importante professione e che molte persone erano convinte che lo facessi per mestiere. Ma il mio mestiere è quello dell’attore (sorride).

Teatro, tv, cinema, che spettatore è?

Il teatro preferisco farlo sul palco. Sono invece uno spettatore assiduo di serie televisive. Amo il crime, i documentari crime, in questo caso sono molto esterofilo.

Chi è Vincenzo Ferrara fuori dal set?

Una persona normalissima (sorride), umile e simpatica, nonostante oggi, a quasi 53 anni, cominci ad appropriarmi un po’ di quella presunzione che avrei dovuto avere già prima. Non amo gli attori che si prendono sul serio, che credono che questo mestiere sia incredibilmente trascendentale, quando invece è un mestiere come un altro. Insomma, vivo il mio lavoro come un lavoro.

Cosa la rende felice?

Sapere che mio figlio è in salute e che non starò, non sarò, mai solo.

Cosa dice suo figlio del papà attore?

Penso sia orgoglioso. I ragazzi non dicono mai niente, anche per timidezza, ma la scuola intera sa che suo padre è Beppe di “Mare fuori” (sorride). Detto questo l’unica cosa positiva è che non vuole fare l’attore: probabilmente farà il medico come il nonno. Insomma, tutto torna.

GIORGIO CALCARA

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Nell’universo di Franco Battiato

 

“Battiato svelato” racconto un artista che ha attraversato musica, filosofia e sperimentazione senza mai fermarsi a una sola definizione. Edito da Rai Libri, il volume mette insieme ricordi, visioni ed episodi di musicisti, intellettuali e amici che hanno condiviso con il maestro siciliano pezzi di strada: da Vincenzo Zitello e Gianfranco D’Adda, da Simone Cristicchi a Vittorio Sgarbi, Marco Travaglio, Michele Lobaccaro, Pietrangelo Buttafuoco, Syusy Blady e altri ancora.

 

 

Qual è stata la domanda che si è posto prima di curare un libro su Franco Battiato?

La prima cosa che mi sono chiesto è stata se servisse davvero un altro libro su Battiato. Ci sono già biografie, saggi, interviste, materiali televisivi e online. Io non avevo autorizzazioni per una biografia ufficiale e non volevo farne un’altra. Allora mi sono chiesto che tipo di libro potesse avere davvero senso. La risposta è arrivata pensando a tutte le persone che con lui avevano lavorato, studiato, vissuto esperienze: musicisti, collaboratori, amici. Ho pensato che forse, invece di raccontarlo “da fuori”, fosse più interessante lasciare che fossero loro a raccontarlo, senza mediazioni, senza filtri.

C’è stato un confine che ha scelto consapevolmente di non attraversare in questo libro?

Non ho voluto imporre una mia interpretazione. Ho lasciato liberi tutti gli intervenuti di parlare attraverso il cuore. Senza forzarli in una direzione, senza guidarli. Ed è stato sorprendente scoprire che, pur arrivando da mondi diversi, tutti restituivano più o meno la stessa immagine: quella di una persona profondamente generosa, curiosa, attenta alla vita, all’esistenza, agli altri. Questo mi ha molto colpito, perché da tante voci emergeva un’unica figura.

Qual è il tratto umano che l’ha sorpresa di più raccogliendo queste testimonianze?

Mi ha colpito la molteplicità delle sue vite. Battiato non era solo un autore o un cantante: era poeta, musicista, sperimentatore, cineasta. Nel libro emergono anche aspetti meno noti: per esempio il fatto che disegnasse, che fosse stato illustratore, che cantasse in dialetto salentino, che avesse attraversato linguaggi e territori culturali molto diversi. Tutto questo compone un universo creativo molto più ampio di quello che normalmente si conosce.

Ed era anche un grande sperimentatore…

All’inizio degli anni Settanta portò in Italia strumenti elettronici come il sintetizzatore VCS3, prima ancora di artisti come Brian Eno. Le sue ricerche sonore, i collage musicali, le strutture sperimentali lo collocano pienamente dentro l’avanguardia. Ma la cosa più interessante è che ha sperimentato non solo i generi, ma se stesso. Per decenni ha messo in discussione la propria identità artistica, cercando continuamente la bellezza in forme nuove. Ed è questo, forse, il vero significato della parola “maestro”.

Qual è l’aspetto meno noto che nel libro può sorprendere il lettore?

Ci sono moltissimi racconti personali, viaggi, episodi umani e ironici. Emergono lati molto quotidiani, a volte teneri, a volte spiazzanti. C’è anche un ricco apparato iconografico che mostra un Battiato diverso, più intimo, più domestico, lontano dall’immagine pubblica. È un’occasione, per chi lo conosce già, di scoprirlo di nuovo. E per chi non lo conosce, di avvicinarsi a un uomo prima ancora che a un’icona.

È stato spesso percepito come misterioso, criptico. Secondo lei lo era davvero?

Aveva un grande progetto: proteggere la propria anima. Usava linguaggi complessi, simboli, riferimenti filosofici e spirituali non per confondere, ma per custodire la sua intimità. Portava temi profondi e talvolta “occulti” dentro la canzone popolare. E così facendo ha alzato enormemente il livello della cultura musicale italiana.

Dopo aver lavorato a questo libro, sente di conoscere meglio Battiato o di percepirne ancora di più l’insondabilità?

Entrambe le cose. Più lo racconti, più ti avvicini, ma resta sempre qualcosa che non si lascia afferrare. E forse è giusto così. Questo libro mostra alcuni aspetti che lui avrebbe forse voluto tenere nascosti, ma sempre con rispetto.

Cosa cambia quando un artista smette di appartenere solo a una biografia e inizia ad appartenere a una comunità?

Ritengo che oggi, più che mai, l’esempio e l’opera di Franco Battiato sono da considerare come un bene culturale italiano, da custodire, difendere e promuovere con amore, verità e giustizia, e credo che questo bene appartenga definitivamente al mondo ed essendo quindi di tutti non è esclusiva di nessuno.

Se questo volume dovesse essere letto da chi scopre oggi Battiato per la prima volta, cosa spera resti al lettore dopo l’ultima pagina?

Il senso del sacro, della profondità. La percezione che Battiato non è stato solo un artista, ma una presenza che ha avuto un impatto reale sulla vita delle persone.

 

Bruno Vespa

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Semplicità, trasparenza, passione

 

Dal 1996 alle grandi svolte della politica e della cronaca, il conduttore ripercorre la nascita e l’evoluzione di “Porta a Porta”: le emozioni degli inizi, la costruzione di una squadra solida, il rapporto con la politica italiana e i momenti che hanno segnato la storia del Paese e del mondo. Un racconto fatto di semplicità, trasparenza e passione, che spiega come il programma sia diventato un punto di riferimento della televisione italiana

 

Il debutto il 22 gennaio 1996, “Porta a Porta” di Bruno Vespa ha rivoluzionato la seconda serata televisiva e, dopo trent’anni continua a essere un punto di riferimento della televisione italiana. In onda il martedì, mercoledì e giovedì in seconda serata su Rai 1

 

 

Il 22 gennaio 1996 debuttava il programma di Bruno Vespa che ha cambiato la seconda serata televisiva. Non solo politica, in quella che venne subito ribattezzata la Terza Camera del Parlamento, ma anche il racconto dell’attualità, della cronaca, delle guerre e dei grandi fatti internazionali di questi anni, garantendo tempestività ed equilibrio. Diciassette Governi, undici Presidenti del Consiglio (tutti ospiti della trasmissione, con l’eccezione di Mario Draghi), quattro Papi, tre Conclavi, cinque elezioni presidenziali e tre Presidenti della Repubblica — Ciampi, Napolitano (entrambi ospiti del programma) e Mattarella.

Il segreto del successo? Rendere comprensibile a tutti la complessità degli avvenimenti, grazie a servizi, approfondimenti, esperti autorevoli e al contributo degli ormai celebri plastici. Tante le “prime volte”, a cominciare dalla telefonata in diretta di un Papa che sarebbe poi diventato Santo. È “Porta a Porta” il programma scelto da Beppe Grillo per il suo ritorno in Rai dopo 21 anni. In onda per 3.566 puntate, il programma di Bruno Vespa ha raccontato tutto: i piccoli fatti di costume e le grandi crisi mondiali, dall’11 settembre all’epidemia di Covid. Ma è stato anche il palcoscenico dello spettacolo italiano e internazionale: da Pavarotti a Bocelli, da Claudio Abbado a Riccardo Muti, da Mike Bongiorno a Stefano De Martino, da Alberto Sordi a Gigi Proietti, da Franco Zeffirelli a Vittorio Gassman, da Raffaella Carrà a Fiorello. Sulle celebri poltrone bianche si sono seduti Gianni Agnelli, Valentino, Farah Diba, Liza Minnelli, Michael Schumacher.

Martedì 9 settembre prende il via l’edizione del trentennale che accompagnerà, anche quest’anno, le serate degli italiani dal martedì al giovedì, fino al 28 maggio 2026. Una puntata speciale celebrerà le trenta candeline il prossimo 21 gennaio.

Una lunga storia, accompagnata dall’inconfondibile musica di “Via col Vento”, che ha ancora molte sorprese in serbo. Perché, come insegna il suo tema musicale, “domani è un altro giorno”.

 

Ventidue gennaio 1996, parte l’avventura di “Porta a Porta”. Ricorda le emozioni di quella prima volta?

Ricordo ancora l’emozione di vedere Romano Prodi seduto sulla poltrona di “Porta a Porta” durante la sigla del programma, mentre io dovevo fare il mio ingresso in studio. È stato in quel momento che ho realizzato che stava davvero iniziando una nuova avventura. Ero stato direttore del Tg1 per tre anni, ma quando nel 1996 è cominciato tutto capii che avrei dovuto imparare un altro mestiere. La televisione non è tutta uguale: fare il conduttore di un telegiornale è una cosa, fare il direttore del telegiornale o l’inviato è un’altra, condurre un programma di rete segue regole diverse. Ho dovuto imparare tutto da capo. Allora non sapevamo nemmeno se saremmo durati oltre il mese di giugno e invece, dopo trent’anni, sono ancora qua.

Come nacque l’idea del programma?

Avrei dovuto fare un programma di prima serata, che però non mi fecero fare, e fu una fortuna. Su Rai 1 un programma politico non può ottenere grandi ascolti in prima serata, è meglio collocarlo in seconda serata. Così, mentre ero a Palermo per il processo Andreotti, vidi per caso uno spot in televisione: “Seconda serata con Carmen Lasorella, da lunedì al venerdì”. Quando rientrai andai da Letizia Moratti, allora Presidente della Rai e di fatto capo azienda, e le chiesi: “Che devo fare, me ne vado?”. Alla fine, diedero tre serate a Carmen e due a me. Cominciammo così: io il lunedì e il mercoledì, lei gli altri giorni.

Trent’anni fa avrebbe mai scommesso su un successo di proporzioni così grandi?

Non ci avrebbe scommesso nessuno. In una presentazione dissi che la politica veniva fatta con la spada, con l’ascia. In televisione c’era Michele Santoro con “Samarcanda” e la politica era molto agguerrita, dura. Noi invece giocavamo di fioretto. “Porta a Porta” ha avuto successo perché ha puntato tutto sulla semplicità e sulla trasparenza. Può piacere o no, ma non abbiamo mai imbrogliato nessuno: nessuno può dire “mi hanno teso una trappola, un agguato”.

Uno dei grandi successi di “Porta a Porta” è anche quello di aver creato nel tempo una squadra solida…

Ci sono persone che lavorano con me fin dal primo numero e il grosso della squadra è con noi da almeno venti, venticinque anni. È un gruppo di lavoro fidelizzato, inoltre, chi è uscito dal programma è poi andato a lavorare al Tg 1, al Tg 2 o in altri programmi di successo.

Cosa ha dato la politica italiana a “Porta a Porta” e, viceversa, cosa ha dato “Porta a Porta” alla politica?

La politica italiana ha dato a questo programma la sua ragione di vita, perché anche se ci siamo occupati di spettacolo, cronaca e costume, l’atto di nascita di “Porta a Porta” è la politica. Noi, secondo me, abbiamo aiutato la politica a farsi capire, costringendo i politici a esprimersi con semplicità e soprattutto mettendoli a confronto, permettendo allo spettatore di farsi un’idea propria.

È così anche adesso?

La politica italiana è cambiata e di conseguenza anche “Porta a Porta”. All’inizio, per parecchi anni, abbiamo fatto numeri monografici, in un’ora e mezzo di programma ci dedicavamo a un solo tema, di politica o di costume. A un certo punto, però, dalla sera alla mattina dissi alla redazione che questa formula non reggeva più, perché troppo lunga. Abbiamo quindi deciso di spezzare il programma e affrontare due temi. Spesso iniziamo con la politica, ma anche con altro. A volte capita che la cronaca abbia la prevalenza sulla politica, negli ultimi tempi, per esempio, ci siamo dedicati molto al caso di Garlasco e a Trans-Montana (l’incendio del locale in Svizzera durante i festeggiamenti di Capodanno).

Le sfide elettorali e i grandi fatti di cronaca, dall’omicidio di Cogne alle Torri Gemelle, dalla Concordia al Covid. Quali fatti restano più vivi in lei di queste tre decadi di racconto italiano e internazionale?

Io ho avuto professionalmente due vite. La prima dal 1969, quando sono entrato al telegiornale, fino al 1996: quasi ventisette anni in cui ho attraversato un pezzo importante della storia italiana, dal caso Moro a Piazza Fontana, dall’annuncio dell’elezione di Papa Wojtyla nel 1978 alla morte di Pertini, fino a Tangentopoli. Nel trentennio di “Porta a Porta” posso citare l’attentato alle Torri Gemelle, ventisette anni dopo ho dato l’annuncio della morte di Wojtyla, un Papa al quale sono stato personalmente molto legato. Ma anche la telefonata di Giovanni Paolo II nel 1998, quando volle ringraziarmi per aver ricordato il ventennale della sua elezione, e poi ancora l’attentato di Nassiriya, il terremoto de L’Aquila, la mia città, dove sto andando proprio ora perché si inaugura l’anno della Capitale della Cultura. Ci sono stati tantissimi momenti di grande coinvolgimento, senza dimenticare i grandi casi di cronaca, da Cogne a Garlasco, che restano ancora in parte inesplorati, grandi misteri.

In trent’anni il Paese e il mondo sono cambiati…

Mai avremmo pensato di avere un Presidente degli Stati Uniti così imprevedibile e spiazzante.

Immagini Donald Trump nel suo salotto: cosa gli chiederebbe?

Gli chiederei, in termini garbati, di usare un linguaggio più educato, perché a volte, anche sulle cose in cui ha ragione, si esprime in modo talmente forte da mettere a disagio l’interlocutore.

Che emozioni prova nei confronti dei tempi che viviamo e cosa la incuriosisce di quelli che verranno?

Se alla mia età, dopo oltre sessant’anni di mestiere, sono ancora qui appassionato, è perché la mattina non so cosa farò la sera. Il futuro è imprevedibile e in questo sta la bellezza di questo mestiere: raccontare le cose mentre succedono, senza avere la più pallida idea di ciò che avverrà dopo.

È possibile sorprendere Bruno Vespa?

Assolutamente sì, perché le sorprese arrivano anche dalle piccole cose. A volte ci sono personaggi che si rivelano all’ultimo momento, in modo imprevedibile. Le sorprese possono essere positive o negative: ci sono persone, politici per esempio, molto preparate che in televisione rendono poco, e altre più modeste che invece sembrano Churchill. È un grande classico. Reagan è stato un grande Presidente degli Stati Uniti e possedeva una capacità comunicativa straordinaria: anche quando diceva cose banali sembrava stesse leggendo la Bibbia.

Che cosa insegna Bruno Vespa con “Porta a Porta” alla televisione?

Bruno Vespa non insegna niente, perché il ruolo della televisione è informare, non insegnare. Quello che cerco di dire è che semplicità e trasparenza sono la chiave di tutto. Ciò di cui sono da sempre più orgoglioso è che, come ho detto spesso, noi venivamo guardati da Agnelli e dal suo cameriere, nel senso che siamo leader sia nella fascia più alta per livello di istruzione sia in quella più bassa. Ci capiscono tutti e questo, per chi fa televisione in una rete generalista come Rai 1, è un grandissimo orgoglio.

Anteprima Cinema

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Tornatore racconta Amadeo Peter Giannini

 

Il regista Premio Oscar al lavoro sulla storia straordinaria del grande banchiere americano d’origine italiana

 

 

Rai Cinema e Kavac Film annunciano il nuovo film del Premio Oscar Giuseppe Tornatore, “The First Dollar (Il Primo Dollaro)” dedicato alla figura di Amadeo Peter Giannini, fondatore della Bank of Italy – poi divenuta Bank of America – e protagonista di una delle storie più straordinarie del Novecento. Il regista Giuseppe Tornatore sta ultimando in queste settimane la scrittura della sceneggiatura. Il film sarà girato interamente in inglese con un cast di attori italiani e internazionali. Amadeo Peter Giannini, figlio di emigrati liguri, nato in California nel 1870, ha dimostrato come sia possibile costruire un’impresa destinata a cambiare la storia, restando fedeli a un’idea profondamente umana di progresso. Seppe rivoluzionare il sistema bancario mettendo il credito al servizio delle persone comuni: immigrati, lavoratori, donne, famiglie fino a quel momento escluse. Amava ripetere che non si può diventare mai così grandi da dimenticarsi della gente comune, un principio che ha guidato ogni sua scelta. La sua vita attraversò diversi momenti simbolici della storia americana e mondiale: la ricostruzione di San Francisco dopo il terremoto del 1906, quando riaprì la banca tra le macerie per restituire fiducia a una città ferita; il sostegno decisivo alla nascita della grande industria cinematografica, finanziando opere di Charlie Chaplin, Walt Disney e Frank Capra; la costruzione del Golden Gate. Finanziò inoltre sia il New Deal che il piano Marshall e contribuì alla ricostruzione dell’Europa e dell’Italia nel secondo dopoguerra. “Ho accolto con entusiasmo la proposta dei produttori di riprendere in mano un progetto a cui avevo lavorato qualche anno fa – dice Giuseppe Tornatore – la storia di Amadeo Peter Giannini, l’italiano che rivoluzionò il sistema bancario americano. Una vicenda quasi leggendaria che sembra nata proprio per essere raccontata dal cinema. Sono felice di intraprendere questa nuova avventura al fianco di Simone Gattoni, Marco Bellocchio e Paolo Del Brocco.” Per Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, “affidare questo racconto a Giuseppe Tornatore significa puntare su uno sguardo capace di unire memoria, emozione e respiro epico, restituendo la coerenza morale di un uomo che ha dimostrato come il successo economico possa andare di pari passo con la responsabilità sociale.” Per Simone Gattoni, produttore per Kavac Film, “portare in sala questa opera è un atto che contribuisce a conservare la memoria, ma che rappresenta anche un messaggio per il presente: la storia di un italo-americano che ha cambiato il mondo senza mai perdere di vista le persone, guardando a un capitalismo etico”.

 

Alessandro Tedeschi

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L’altro? Un altro te stesso

 

Nella serie “La Preside”, il lunedì in prima serata su Rai 1, è il professore di italiano convinto che la scuola debba rappresentare per i ragazzi un’occasione di riscatto, salvezza e futuro. L’attore genovese al RadiocorriereTv: «Tra i banchi ci si avvicina, piano piano, alla propria identità»

 

 

Cosa ha pensato quando le è stato proposto di fare parte de “La Preside” con un ruolo così importante?

Ho pensato di essere molto fortunato, perché ogni tanto ci sono dei ruoli di cui c’è bisogno, per la gente che ti guarda ma anche per te come attore, perché ci sono personaggi che in qualche modo ti puliscono un po’ l’anima, ti svegliano, ti aprono dei punti di vista che magari non fanno parte della tua vita. Secondo me Vittorio è uno di quelli. La sua tenacia, la sua caparbietà, mai in qualche modo coercitiva coi ragazzi, ma sempre volta a stimolarli in un modo costruttivo, creativo, sono una cosa molto bella da indagare.

 

Come è stato l’incontro, tra le pagine della sceneggiatura, con il suo Vittorio Leoni?

Ho pensato che avesse un filo molto semplice da trovare perché è scritto molto bene e quando un personaggio è scritto bene non ci sono lati oscuri, è molto semplice calarcisi dentro. Oltre a essermi divertito leggendo, ho pensato di trovarmi di fronte a un uomo che aveva bisogno, per se stesso, di aiutare. E ci sono anche delle battute che ce lo dicono: l’unico modo per rendersi felici è l’azione. Anche gli analisti, se sei depresso, ti spingono ad agire, a fare qualcosa. E secondo me è quello che un po’ fa Vittorio quando arriva a Caivano.

 

Cosa ha dato a Vittorio della sua esperienza di uomo e di padre?

Il fatto di non arrendersi mai quando non vedi dei miglioramenti immediati, e questo a volte da padre è difficile, vorremmo sempre che i nostri figli fossero all’altezza delle nostre aspettative. Non fare sentire questo peso è una gran cosa per loro, in modo da permettergli di vivere la loro infanzia, la loro adolescenza, con più serenità.

 

Nella serie la scuola viene definita quasi un luogo sacro. Perché questa sacralità è così importante?

La scuola è un luogo dove un ragazzo, soprattutto nella fascia di età che indaghiamo nella serie, ma anche un bambino, inizia ad avvicinarsi, ad accarezzare, quella che sarà la sua identità: è un luogo dove piano piano ci si scopre. Spesso in famiglia sono i nostri genitori ad attribuirci un’identità, la scuola è un posto di passaggio dove i ragazzi, i bambini, iniziano a conoscersi, a capire che tipo di “animali” sono. Lo fanno in mezzo agli altri, con quello che studiano, con il rapporto con adulti che non sono i propri genitori. La scuola è un luogo dove ci si avvicina piano piano alla propria identità.

 

Tra i suoi professori ce n’è stato uno che in qualche modo le ricorda Vittorio?

È stato un professore di lettere in un liceo a Milano, scuola che frequentai per sei mesi una volta trasferitomi da Genova, era un ex giornalista e diceva una sorta di aforisma da lui stesso creato che secondo me sta benissimo a Vittorio: “Quando insegno sogno”.

 

Cosa cercano i ragazzi oggi?

Credo che cerchino l’immediatezza, tutto confluisce in quello. E penso che non sia così solo per i ragazzi, ma per tutto il genere umano. Tutto è cambiato, a partire dalle lunghe distanze che ci volevano per raggiungere un posto, dagli iter di studi necessari per raggiungere un posizionamento. L’uomo cerca il massimo rendimento con il minimo sforzo…

 

L’uomo ha “perso” la pazienza…

Abbiamo costruito una tecnica che ci facesse soddisfare i nostri desideri per arrivare prima alle cose. E tutto, in qualche modo, sta andando in questa direzione. Senza troppo giudizio, si stanno riducendo i tempi dell’attesa per ottenere le cose. Penso che ragazzi vogliano immediatamente e siano poco disposti a cedere a compromessi. Ma non è colpa loro, è la società in cui noi li abbiamo traghettati.

 

Quale tassello rappresenta “La Preside” nella sua carriera d’attore?

Una cosa molto bella. Andare a lavorare circondato da tanti bravi artisti, dal punto di vista tecnico, attoriale, registico, una squadra di livello altissimo, quindi una grande deresponsabilizzazione della recitazione. La fatica è stata quella di essere arrivato a fare, e a vincere, quel provino, poi, quando lavori in contesti meravigliosi fatti da professionisti che parlano la tua lingua, basta abbandonarsi. Mi sono abbandonato al contesto in cui ero perché mi sentivo protetto.

 

All’uomo Alessandro, invece, cosa resta alla fine di questa esperienza?

Una sensazione di benessere che c’è nell’aiutare gli altri, ma non parlo dei componenti della tua famiglia, perché quello è un dovere, parlo delle persone che non si conoscono. Considerare l’altro come te stesso, come un tuo simile, come un tuo figlio. Questa visione più ampia è quella che mi vorrei portare dietro di Vittorio.

 

 

 

Sanremo

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Vi aspettiamo al Festival

 

Laura Pausini affiancherà Carlo Conti nella conduzione delle cinque serate

 

 

Laura Pausini torna a Sanremo, sul palco che la vide esordire e vincere trentatré anni fa con “La Solitudine”. Sarà l’artista italiana più premiata nel mondo a condurre insieme a Carlo Conti, direttore artistico del Festival, le cinque serate della manifestazione in onda in diretta su Rai 1, RaiPlay e Rai Radio2 dal 24 al 28 febbraio. Dopo la vittoria tra i giovani del 1993, il terzo posto tra i big nel 1994 con “Strani amori” e sei presenze da superospite, l’artista romagnola è al Festival in una veste nuova.

“Ringrazio Laura per aver accettato subito con entusiasmo il mio invito” dice Carlo Conti. “È un grande onore ed una gioia condividere la conduzione del festival con un’artista ed una donna così forte, così carismatica e divertente come Laura. Con noi poi si alterneranno ogni sera vari co-conduttori e co-conduttrici con i quali animeremo il palco dell’Ariston”.

“Sanremo è il mio destino. Il mio sorriso. La mia tentazione. La mia paura” commenta Laura Pausini.  “A Sanremo sono nata artisticamente nel 1993 e quest’anno torno orgogliosa e commossa perché con tutto l’onore e la gioia del mondo condurrò con Carlo Conti la 76° edizione del Festival. Le prime volte non si scordano mai e come quando si dà il primo bacio mi sento emozionata. Ho passato tutti gli anni della mia vita vedendo Sanremo e mai avrei pensato di trovarmi ora in questo ruolo. Ringrazio Carlo, la stima che provo per lui da sempre è diventata anche fiducia, è riuscito a sbloccare la mia paura nell’immaginarmi conduttrice.  Non vedo l’ora di divertirmi e commuovermi con lui al mio fianco. Farò davvero tutto il possibile per essere all’altezza di questo palcoscenico che rimane il più importante per me”.

Icona pop a livello globale, più di 75 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, più di 6 miliardi di streamings, prima e unica italiana a vincere 1 Grammy Award e ad entrare nella Billboard Hot 100, Laura Pausini ha conquistato 4 Latin Grammy Awards, è stata celebrata dalla Latin Recording Academy come “Person of the Year 2023” (prima in assoluto non madrelingua spagnola a ricevere questo riconoscimento). Nel suo palmarès vanta anche un Golden Globe, una candidatura agli Oscar e agli Emmy Awards. Vanta inoltre la co-conduzione internazionale dell’edizione 2022 di Eurovision Song Contest, a Torino, con Mika e Alessandro Cattelan.