OFFERTA RADIO

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Palinsesti Rai Radio 2026-2027, il futuro è già in onda

Dodici emittenti e una piattaforma digitale per un’offerta che integra informazione, cultura, musica, intrattenimento, mobilità e territorio. Alla presentazione della nuova stagione Rai Radio conferma la propria missione di servizio pubblico e guarda alle nuove abitudini di ascolto attraverso DAB, visual radio, podcast, contenuti on demand e RaiPlay Sound

La radio continua a vivere nella forza irripetibile della diretta, ma si lascia raggiungere anche dopo la messa in onda; accompagna chi viaggia in automobile, entra nelle case attraverso la visual radio, diventa podcast, clip e contenuto social, per poi tornare a essere ascoltata, senza vincoli di orario, su RaiPlay Sound. È questa la cornice nella quale, negli studi Rai di via Asiago a Roma, è stata presentata l’offerta radiofonica per la stagione 2026/2027. Un ecosistema composto da dodici emittenti, generaliste e specializzate, e da una piattaforma digitale che riunisce dirette, produzioni originali, audiolibri, contenuti d’archivio e playlist musicali. Non una semplice successione di titoli e orari, dunque, ma un progetto editoriale che prova a tenere insieme continuità e trasformazione. Al centro restano i valori del servizio pubblico. Autorevolezza, pluralismo, inclusione, accessibilità, partecipazione e vicinanza ai cittadini, tradotti nei linguaggi e nelle modalità di fruizione di un pubblico che si muove ormai con naturalezza tra FM, DAB, applicazioni, televisione connessa, social media e ascolto on demand. L’obiettivo è raggiungere le persone ovunque si trovino, senza chiedere loro di rinunciare alle nuove abitudini e senza perdere la cura editoriale e la responsabilità che caratterizzano l’offerta Rai. La radio lineare rimane il luogo della contemporaneità, della compagnia e dell’immediatezza; il digitale ne amplia la durata, moltiplica gli accessi e permette a ogni contenuto di incontrare pubblici differenti. La crescita dell’ascolto digitale indica con chiarezza la direzione. Secondo la Digital Audio Survey 2025 di Ipsos, il 41 per cento degli italiani tra i 16 e i 60 anni ha ascoltato almeno un podcast nell’ultimo mese, pari a circa 12,8 milioni di persone, contro il 39 per cento dell’anno precedente. Un aumento che conferma come il podcast non rappresenti più un’estensione marginale della radio, ma una componente strutturale dello scenario audio e uno strumento particolarmente efficace per intercettare le fasce più giovani e rispondere alle nuove modalità di consumo. Per Rai Radio questo significa ampliare la produzione originale, sperimentare linguaggi e percorsi narrativi, rafforzare il dialogo con gli ascoltatori e valorizzare un patrimonio editoriale e sonoro senza eguali. Significa anche superare la tradizionale contrapposizione tra diretta e contenuti on demand: non due mondi separati, ma due dimensioni complementari di una stessa offerta. Nel suo intervento, l’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi ha rivolto un ringraziamento alle donne e agli uomini della radio pubblica, sottolineando la capacità del mezzo di attraversare la storia e raccontare la contemporaneità: “Con la radio continuiamo ad attraversare la storia del nostro tempo e la sua contemporaneità, dentro un racconto nel quale oggi la parola e il suono si uniscono alle immagini e a nuovi modelli di linguaggio e di fruizione. In questi anni Rai Radio si è impegnata in un grande lavoro di innovazione tecnologica, quasi unico in Europa. Pensiamo, ad esempio, alla straordinaria estensione del DAB o all’innovazione della visual radio”.

Un cambiamento che non cancella la natura originaria della radio, ma la rafforza. Il mezzo conserva immediatezza, prossimità, autorevolezza e capacità di stabilire un rapporto personale con chi ascolta, distribuendo però la propria creatività su più canali e aprendosi a pubblici, formati e occasioni di fruizione differenti.  A ricondurre le diverse proposte a una visione comune è stato il direttore di Rai Radio Marco Caputo. La forza della radio pubblica risiede proprio nell’ampiezza e nell’articolazione della sua offerta. Informazione, sport, cultura, musica, intrattenimento, mobilità e pubblica utilità convivono all’interno di un sistema capace di rispondere a interessi differenti e a consumi sempre meno lineari: “Rai Radio conferma la propria vocazione di servizio pubblico e proprio per questo guarda al futuro con una strategia che coniuga innovazione, qualità editoriale e vicinanza ai cittadini. In un contesto mediatico in continua trasformazione, l’obiettivo è rafforzare la capacità della radio pubblica di raggiungere gli ascoltatori ovunque si trovino, integrando, con la forza e le specificità di un’offerta di servizio pubblico, le più tradizionali forme di consumo con le opportunità offerte dal digitale, dai social media, dalle piattaforme streaming e dai nuovi modelli di fruizione dei contenuti”.

L’ascoltatore può seguire una diretta, recuperare successivamente un contenuto, scoprire un podcast attraverso un social e continuare la propria esperienza su RaiPlay Sound. Non esiste più un unico ingresso, ma deve rimanere riconoscibile un’unica qualità editoriale. La strategia punta quindi a integrare la radio tradizionale con il digitale, le piattaforme streaming e i social media, facendo evolvere un linguaggio che per sua natura è già veloce, diretto e immediato. Parallelamente procede la trasformazione tecnologica, necessaria per costruire un sistema moderno, accessibile e connesso e per rendere disponibili contenuti di qualità in ogni momento e su ogni dispositivo. La tecnologia, tuttavia, non viene considerata un fine, ma uno strumento che apre nuove possibilità creative e moltiplica le occasioni di servizio. Centrale è anche la presenza sul territorio. Il servizio pubblico non può limitarsi a descrivere il Paese da lontano: deve viverne le esperienze, incontrare le comunità e presidiare gli eventi musicali, sportivi e culturali più importanti. Le attività sul campo, le collaborazioni con le istituzioni e il dialogo con il Terzo Settore diventano così parte integrante del progetto editoriale. La stessa attenzione riguarda la sostenibilità, assunta come responsabilità quotidiana e tradotta in iniziative, partnership e contenuti capaci di produrre valore collettivo. “La sfida dei prossimi anni sarà quella di costruire una radio sempre più aperta, un unico grande spazio di condivisione a disposizione di tutti, partecipato e accessibile, e di saper trasformare l’innovazione in una nuova opportunità di servizio pubblico. Il futuro non passa attraverso la sostituzione della radio tradizionale con quella digitale. È l’incontro tra la forza insostituibile della diretta e tutte le nuove possibilità offerte dalla tecnologia. È una radio che non smette di essere radio, non perde la propria identità, ma la sviluppa e la rafforza, moltiplicando le occasioni per farsi ascoltare”, ha concluso Caputo.

RADIO1: Informazione trasversale

Nel nuovo disegno editoriale ogni rete conserva una propria identità, ma partecipa alla costruzione di un progetto comune. Radio1 mantiene al centro informazione e approfondimento, seguendo l’attualità nazionale e internazionale attraverso un presidio capillare che accompagna l’intera giornata. Nei giorni feriali vengono proposte ventiquattro edizioni nazionali del giornale radio, una ogni ora, alle quali si aggiungono i notiziari regionali, l’informazione politica e istituzionale e il racconto sportivo, con una presenza diretta nei principali eventi. Per Nicola Rao, direttore di Rai Radio1, la linea della nuova stagione è rinnovarsi senza snaturarsi. “L’idea che abbiamo cominciato ad approfondire fin dall’insediamento della nuova direzione è quella di ampliare la nostra base di riferimento, abbassando l’età media e rivolgendoci anche a un pubblico più giovane, che tradizionalmente non ci ascolta. Abbiamo intrapreso due strade parallele: differenziare l’offerta e potenziare la sinergia tra i contenuti di Radio1 e i nostri profili social”. L’età media degli ascoltatori della rete, nella precedente rilevazione, si attestava sui 63 anni. Da qui la scelta di ampliare i territori del racconto, senza ridurre lo spazio riservato alla missione informativa. Accanto alla cronaca, alla politica, all’economia e agli esteri, l’offerta si apre maggiormente al Made in Italy, all’alfabetizzazione digitale, all’intelligenza artificiale, al benessere fisico e psicologico, alla famiglia, alla scuola, alle dipendenze giovanili, alla musica, alla cultura, al cibo, alla moda, all’ambiente, agli animali, alla storia, alla geopolitica e al crime. È una proposta più articolata e trasversale, costruita per ampliare la base di ascolto e rafforzare il rapporto con generazioni differenti. In questa prospettiva assumono un ruolo strategico anche i social media, non come semplice vetrina promozionale, ma come ambienti nei quali intercettare nuovi pubblici, sviluppare linguaggi più immediati e prolungare la relazione oltre la messa in onda.

RADIO2: Intrattenimento consapevole

Per Radio2, musica e intrattenimento restano strumenti attraverso i quali costruire comunità, superare le distanze e generare dialogo. In un tempo attraversato da guerre, tensioni e profonde trasformazioni sociali, la radio può diffondere messaggi di pace e convivenza civile mantenendo la propria capacità di sorridere, sorprendere e coinvolgere. “Radio2 è una radio di intrattenimento e vuole continuare a esserlo. Vogliamo far sorridere, divertire e sorprendere, ma intrattenere non significa distrarre dalla realtà. Una grande radio di servizio pubblico deve saper fare entrambe le cose: intrattenere e far riflettere, essere leggera senza essere superficiale”, ha affermato il direttore Giovanni Alibrandi. La nuova stagione consolida la dimensione musicale, il racconto dell’attualità, la comicità, l’interazione con il pubblico e la presenza di ospiti dal mondo dello spettacolo, della cultura e della società. Particolare attenzione viene riservata alle fasce quotidiane di maggiore mobilità, con l’obiettivo di accompagnare il pubblico attraverso un linguaggio contemporaneo e riconoscibile. I dati della stagione precedente hanno registrato una crescita di circa 330 mila ascoltatori in una delle fasce pomeridiane maggiormente strategiche. Un risultato dal quale ripartire per consolidare il rapporto con il pubblico e rafforzare un modello nel quale la musica non è un semplice sottofondo, ma una componente editoriale e narrativa. La rete conferma anche la propria attenzione al Paese reale, all’associazionismo, all’ambiente, ai diritti civili e alle persone che provano concretamente a cambiare le cose. Lo studio radiofonico si apre alle piazze, agli eventi e agli incontri con gli ascoltatori, mentre social, community digitali, podcast e visual radio prolungano la relazione e trasformano la programmazione in un’esperienza distribuita su più ambienti.

RADIO3: Tempo ritrovato

Radio3 continua invece a difendere il tempo della cultura, del pensiero e dell’ascolto. “Respira, sei su Radio3” è la frase scelta dalla direttrice Simona Sala per riassumere l’identità della rete. “I nostri ascoltatori ci dicono che Radio3 restituisce loro il tempo che non hanno. Nel mondo sempre più frenetico dei social, ascoltando Radio3 può arrivare quella sinfonia che spunta in mezzo al traffico, quella poesia che non ti aspetti, ma anche quell’attenzione e quel ragionamento capaci, almeno per un momento, di spegnere il rumore delle notifiche incessanti. Questa per noi è una grande vittoria”. Attualità, cultura e musica restano i tre pilastri della proposta. Informazione internazionale, divulgazione scientifica, libri, cinema, teatro, filosofia, storia, religioni, arti e grandi repertori musicali compongono un’offerta che rivendica il valore del tempo lungo, dell’approfondimento e della complessità resa accessibile. Una delle novità più significative riguarda la disponibilità immediata su RaiPlay Sound delle rassegne stampa italiana, internazionale e culturale. “È un modo per andare incontro a ciò che ci chiedono gli ascoltatori. Radio3 ha alcuni dei contenuti più scaricati da RaiPlay Sound e dalle piattaforme: sono contenuti che restano e che vengono fruiti anche da persone molto più giovani”. È un passaggio che dimostra come l’identità culturale della rete possa trovare nuova forza nell’ascolto digitale. La durata dei contenuti oltre la diretta permette infatti di raggiungere pubblici più giovani rispetto a quelli della tradizionale fruizione lineare e di costruire nel tempo una biblioteca sonora accessibile e consultabile. L’attenzione agli under 35 entra anche nella produzione e nella scelta delle voci, mentre resta centrale la presenza nei luoghi della cultura, nei festival, nelle università, nei conservatori e nelle grandi istituzioni musicali. La radio esce così dagli studi, incontra la propria comunità e costruisce occasioni di partecipazione nelle quali il servizio pubblico diventa presenza viva.

ISORADIO: Viaggio continuo

“Dalla cultura al viaggio, una delle esperienze più belle della nostra vita”. È partita da qui Alessandra Ferraro per raccontare la nuova stagione di Rai Isoradio, definita dalla direttrice “la radio on the road del servizio pubblico”. “Noi viaggiamo sempre, ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, in diretta con i nostri ascoltatori. La novità del palinsesto di Rai Isoradio per quest’anno sarà innanzitutto rafforzare e rinnovare la propria missione di servizio pubblico. Accompagniamo ogni giorno milioni di cittadini lungo le strade italiane, nei loro spostamenti e nei loro viaggi, che talvolta sono viaggi di lavoro e di business, ma anche di piacere, divertimento e svago. Lo facciamo attraverso gli asset fondamentali della nostra offerta editoriale: l’informazione, il servizio, la musica e soprattutto il viaggio nel racconto del territorio”. Nella stagione 2026/2027 Isoradio rinnova anche la struttura della propria programmazione. “Quest’anno il nostro palinsesto cambia un po’ veste e un po’ forma. Isoradio punta su contenitori di flusso, perché Isoradio è una radio di flusso. Questi contenitori avranno la capacità di integrare insieme l’informazione di servizio, l’intrattenimento e la musica”. Una formula coerente con la natura della rete, nella quale gli aggiornamenti su traffico, viabilità, sicurezza e mobilità accompagnano senza interruzioni il racconto della giornata. I programmisti multimediali continuano a garantire notizie e informazioni utili in tutte le fasce orarie, mettendo al centro la valorizzazione delle professionalità interne. Isoradio consolida le collaborazioni con Polizia di Stato, Anas, Protezione Civile e Autostrade per l’Italia e sviluppa nuove sinergie con Guardia di Finanza e Arma dei Carabinieri. Sicurezza stradale, legalità, pubblica utilità e prossimità ai cittadini diventano parti di un presidio informativo ancora più articolato. La nuova convenzione con Autostrade per l’Italia rafforza ulteriormente la capacità di seguire la mobilità nazionale, insieme alla collaborazione strategica con Anas. Viabilità e infomobilità restano il cuore della missione, ma intorno a questo nucleo cresce il racconto dell’Italia, dei suoi paesaggi, dei grandi eventi e delle comunità. Il viaggio viene interpretato non soltanto come spostamento, ma come occasione di conoscenza. L’attenzione si estende alla mobilità sostenibile, alla transizione ecologica, all’autotrasporto, alla cultura, alla salute, agli animali, alla spiritualità, ai cammini e alle ciclovie. Il presidio del territorio si completa con la partecipazione ai principali appuntamenti nazionali e con progetti capaci di intrecciare radio, televisione, digitale e presenza sul campo. Isoradio resta così un punto di riferimento per chi viaggia e, nello stesso tempo, una radio che vive i territori, dialoga con le comunità e traduce la prossimità in un servizio concreto.

RADIO DIGITALI SPECIALIZZATE: Ascolto evoluto

La trasformazione delle abitudini di ascolto è al centro anche della strategia delle Radio Digitali Specializzate e dei Podcast. Il direttore Gianfranco Zinzilli è partito proprio dal nuovo ruolo assunto dall’utente. “È cambiato il modo di fruire la radio. Prima era l’utente a adeguarsi al palinsesto, adesso l’utente sceglie il proprio contenuto e decide quando ascoltarlo. In macchina segue la radio in diretta, ma quando ha tempo scarica il suo contenuto e lo ascolta mentre va in bicicletta, fa attività fisica o cammina. Attraverso l’app RaiPlay Sound, inoltre, la nostra offerta arriva in tutto il mondo”. La sfida non è contrapporre lineare e on demand, radio e podcast, tradizione e innovazione, ma costruire un unico ecosistema audio Rai. Le cinque radio digitali hanno identità differenti e si rivolgono a comunità, passioni e generazioni precise. Dalla musica italiana alla tradizione partenopea, dalla memoria sonora custodita negli archivi ai contenuti per bambini e famiglie, fino all’offerta rivolta ai più giovani, i canali specializzati diventano laboratori di linguaggi e luoghi nei quali sperimentare nuove forme di produzione e conduzione. Un ruolo decisivo è affidato alle Teche Rai, il più grande archivio della storia della radio italiana. Non soltanto un patrimonio da conservare, ma una risorsa editoriale da riportare nel presente, capace di raccontare l’evoluzione del Paese, dei suoi linguaggi, della musica, della cultura e della società. Accanto alle emittenti specializzate si sviluppa il grande spazio dei Podcast Originali Rai. Il podcast consente di approfondire i temi, conservare la memoria, costruire narrazioni articolate e raggiungere l’ascoltatore nel momento da lui scelto. Le nuove produzioni attraversano cronaca, letteratura, scienza, geopolitica, tecnologia, storia, sport e trasformazioni sociali, coinvolgendo le reti radiofoniche e le diverse testate dell’azienda. La linea indicata da Zinzilli è “audio first” e multipiattaforma nella distribuzione e nella promozione. Un contenuto nato per la radio può continuare on demand; un podcast può trovare nuovo pubblico attraverso la programmazione lineare; entrambi possono essere raccontati sui social, generare comunità e vivere sul territorio. Il compito del servizio pubblico non è semplicemente produrre di più, ma scegliere e curare meglio: garantire qualità e autorevolezza, raccontare il Paese, dare spazio alle nuove generazioni, valorizzare gli archivi e sperimentare.

RAI PUBBLICITA’: Storia e innovazione

La presentazione ha offerto l’occasione per ripercorrere i cento anni di Rai Pubblicità. “Quest’anno abbiamo una ricorrenza molto speciale, perché compiamo cento anni. Rai Pubblicità, un tempo SIPRA, Società Italiana Pubblicità Radiofonica Anonima, nasce nel 1926 proprio dalla radio. Siamo la più longeva concessionaria radiotelevisiva di pubblicità in Europa. Studiare la storia della SIPRA e di Rai Pubblicità significa studiare la storia del mercato pubblicitario italiano”. La radio rappresentò il punto di partenza di un percorso che avrebbe successivamente attraversato la stampa, il cinema e la televisione, accompagnando l’evoluzione dei linguaggi, dei consumi e della società. Tra le tappe più significative, Carosello occupa un posto particolare. Dal 1957 seppe unire racconto e comunicazione commerciale. “Carosello non era soltanto un prodotto pubblicitario, ma il primo esempio di branded content nella storia. Questo mondo è nato dalla Rai e noi oggi operiamo nelle diverse dimensioni del mercato per offrire il televisivo, il digitale e quel total audio di cui parliamo”. Quella storia non rimane chiusa negli archivi, ma diventa la base dalla quale affrontare un mercato nel quale audio lineare, podcast e contenuti digitali possono essere proposti in modo integrato. Il concetto centrale è quello del total audio: valorizzare insieme la forza delle reti, le possibilità offerte dal digitale, l’ascolto on demand e la relazione costruita con le differenti comunità. In un panorama sempre più frammentato, Rai Pubblicità può offrire agli investitori un sistema ampio e riconoscibile, sostenuto dall’autorevolezza del servizio pubblico e dalla capacità di accompagnare l’ascoltatore nei diversi momenti della giornata, mettendo in relazione copertura, qualità editoriale e innovazione.

Salvo Sottile

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Uno sguardo oltre

«Il racconto dei protagonisti, la Procura e la cronaca in tempo reale mi aiutano a immaginare un programma che vive in diretta, ma che poi guarda anche un po’ più avanti» afferma il conduttore, dal lunedì al venerdì alla guida di “Ore 14”. A partire dal 24 settembre ritorna in prima serata “Ore 14 Sera”, il giovedì alle 21.20

TESTO

Come ti sei sentito nel prendere le redini di “Ore 14”?

È stata, ovviamente, una grande emozione, perché comunque è un programma importante della Rai, un marchio storico. È stato un po’ come tornare indietro nel tempo, perché ho già condotto in passato programmi di cronaca, ma tornare in Rai, avere questo incarico e avere sulle spalle il peso di “Ore 14” è una bella responsabilità. Non c’è solo il programma delle due, ma anche quello della sera, che partirà dal 24 settembre.

Hai detto più volte che “dove succedono cose, c’è il giornalista di razza”. Come volete esserci, tu e la tua squadra? Che tipo di luogo volete costruire quando succedono le cose?

Io sto cercando soprattutto di fare un programma in cui non si urla. Non voglio il pollaio, voglio che ci sia rispetto delle opinioni altrui e che gli esperti possano confrontarsi tutti quanti con tranquillità. Ho voluto dare una cifra di garbo e di pacatezza a questa nuova edizione, cercando di portare non solo facce riconoscibili dal pubblico o autorevoli, ma soprattutto persone che abbiano la possibilità di offrire un contenuto in più a una storia che si racconta.

La società, e con lei anche la televisione, è sempre più veloce e polarizzata. Tu sei sul campo: quanto è difficile mantenere l’equilibrio tra i fatti e le opinioni?

Il tema è sempre quello… spesso c’è la tendenza a presentare le opinioni senza conoscere i fatti. Io invece vorrei ribaltare questo principio, vorrei che la gente conoscesse i fatti e poi, magari, si facesse un’opinione, si facesse un pensiero autonomo. Oggi viviamo in un mondo molto veloce, dove i social divorano tutto. Non c’è più il momento dell’approfondimento, magari anche solo per cercare di capire una cosa. C’è la velocità con cui fruisci sul cellulare di una notizia e poi magari sei attirato da quella successiva e lasci perdere una serie di approfondimenti. In “Ore 14”, invece, tutte le storie che esaminiamo vengono sezionate e soprattutto approfondite, ma sempre con un occhio alle vittime e con grandissimo garbo.

Dopo tanti anni di cronaca, e soprattutto di cronaca nera, che cosa ti ha insegnato il racconto delle storie? Che cosa racconta davvero un Paese attraverso i suoi casi di cronaca?

Il racconto della cronaca è anche un pezzo del Paese, perché il Paese è un po’ lo specchio di quello che succede. Se ci sono storie di giovani che magari usano la violenza, forse questo ci racconta molto delle loro storie, delle loro famiglie, anche del loro uso del cellulare, della loro mancanza di rispetto verso l’altro sesso, della mancata educazione sessuale. Noi ovviamente raccontiamo delle storie, ma raccontiamo anche degli spaccati sociali del Paese, magari che non vengono approfonditi da quel punto di vista. Perché ogni storia ti racconta qualcosa. C’è una prima lettura, che magari è quella di un giallo da risolvere, ma c’è anche una seconda lettura che parla delle famiglie, degli amici di queste persone, del loro contesto, del loro vissuto. E questo è importante per capire il Paese in cui viviamo.

Cosa cambia tra “Ore 14” e l’appuntamento della sera?

Cambia moltissimo. Innanzitutto “Ore 14” è un orario di mezzo, l’ora di pranzo, in cui hai tutto quello che è successo la sera prima, quello che è successo la mattina e poi tutto quello che magari potrebbe succedere nel pomeriggio. La mia impostazione è quella di stare sui fatti nel momento in cui succedono e, nello stesso tempo, avere la voglia di raccontare una cronaca in tempo reale, che evolve. Molte delle storie che raccontiamo, infatti, poi si evolvono anche nel primo pomeriggio. Magari c’è un interrogatorio particolare, magari c’è l’assunzione di un piccolo giallo. Oggi, per esempio, abbiamo dato la notizia del piccolo Domenico Caliendo (il bambino di due anni e mezzo di Napoli deceduto il 21 febbraio 2026 all’ospedale Monaldi). Il bambino è morto e abbiamo scoperto oggi di essere stato “ucciso”, perché nessuno ha pensato di dargli un cuore artificiale. Ecco, tutte queste cose, attraverso il racconto dei protagonisti, la Procura e la cronaca in tempo reale, mi aiutano a immaginare un programma che vive in diretta, ma che poi guarda anche un po’ più avanti.

Hai alle spalle una carriera molto lunga, ancora in costruzione. Hai iniziato presto e hai fatto esperienze molto diverse. Quanto del Salvo degli inizi c’è ancora nel professionista di oggi?

Tantissimo. Oggi conduco un programma, ma sono rimasto il giornalista che andava in giro da ragazzino a cercare notizie. La curiosità è quella che avevo quando, a 19 anni, ho cominciato a fare questo mestiere. Io credo che ogni telespettatore si affezioni alla voglia di capire le cose, alla curiosità di sapere, un particolare che magari può essere rivelatore di qualcosa. La cronaca, a volte, la guardi perché ti senti migliore della persona di cui stai parlando oppure perché è come se osservassi un temporale da dietro una finestra: hai la voglia di guardare, ma sentendoti nello stesso tempo al sicuro. La stessa cosa succede a me nel momento in cui mi avvicino a un caso, cerco sempre di essere distaccato, di non entrare troppo dentro, di guardarlo in maniera asettica, perché cerco di raccontarlo nel migliore dei modi ai telespettatori.

Ci sono storie che ti sono rimaste addosso?

Sono tante, sicuramente. Le più drammatiche sono ancora quelle della morte di Falcone, degli agenti di scorta, e di Borsellino e dei suoi agenti di scorta. Avevo 19 anni, ero veramente un ragazzino. Quello fu un pezzo di storia che ancora oggi è un giallo irrisolto: non sappiamo ancora chi siano i mandanti e tutti gli esecutori materiali. Quella storia l’ho vissuta sulla mia pelle, nel senso che io sono palermitano e sono andato lì a raccontare questa cosa. Mi rivedo ancora nella mente le immagini di quando arrivai e trovai quella devastazione, come se fosse Beirut.

Esiste uno stile “Sottile”?

Non so se sono un modello, ma ciascuno ha il proprio stile di racconto. Io penso che ognuno di noi, quando si approccia a questo mestiere, abbia il suo mondo, il suo modo di parlare al pubblico, il suo modo di essere e di approcciarsi alle cose. Non so se esiste uno stile Sottile, però so che ho cercato sempre di essere, nel bene e nel male, riconoscibile. A chi mi ascolta è chiaro il mio modo di raccontare le cose.

Guardando al domani, senti il desiderio di esplorare territori professionali completamente lontani da te?

Io sono una persona curiosa, quindi tutto ciò che è lontano da me mi attrae. Oggi sto facendo questo perché mi diverte farlo e perché è il mio mestiere e cerco di farlo al meglio. Domani, ovviamente, questa professione avrà mille sfumature. Alcune le ho già battute nel corso degli anni, cercando di fare cose un po’ più leggere e altre no. Però mai dire mai.

E pensi che queste sfumature, questo modo personale di raccontare, riusciranno a sopravvivere all’intelligenza artificiale?

Questo è un problema. L’intelligenza artificiale adesso noi la conosciamo forse per un millesimo di quello che potrebbe diventare. Chissà se domani avremo un’intelligenza artificiale che non avrà più bisogno di conduttori televisivi che abbiano uno stile, ma sarà l’utente a scegliere lo stile del conduttore, piuttosto che il modo in cui parla o il modo in cui gesticola. È ovvio che l’intelligenza artificiale sia una grande opportunità, però poi la differenza passa per l’uomo.

BYD MUSIC AWARDS

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I campioni della musica

All’Arena di Verona torna l’appuntamento con Carlo Conti, Vanessa Incontrada e i più grandi protagonisti dello scenario musicale, in onda in diretta venerdì 18 e sabato 19 settembre in prima serata su Rai 1

 

Dal 2007 i Music Awards celebrano i protagonisti della musica italiana attraverso riconoscimenti assegnati sulla base delle certificazioni FIMI/NIQ e SIAE, riferimento del successo nel mercato musicale. Alla conduzione, in diretta dall’Arena di Verona, Carlo Conti e Vanessa Incontrada, coppia che accompagna lo show dal 2012. In vent’anni i BYD Music Awards hanno accolto oltre 600 artisti e consegnato più di 1.000 premi. Un format unico che premia risultati concreti: ogni edizione assegna riconoscimenti agli album certificati Oro, Platino e Multiplatino FIMI/NIQ, ai singoli Platino e Multiplatino e ai tour che hanno superato le 100.000, 200.000 e 300.000 presenze certificate da SIAE. Sono anche previsti Premi Speciali. Un percorso che ha accompagnato l’evoluzione dell’industria musicale, ampliando negli anni le diverse categorie e valorizzando, oltre alla discografia, anche il mondo dei live e riconoscimenti alla carriera.
BYD affianca la ventesima edizione della manifestazione in qualità di naming partner, dando vita ai “BYD Music Awards”. La partnership interpreta il valore di “Build Your Dreams”, celebrando gli artisti che hanno trasformato talento, passione e determinazione in successi capaci di coinvolgere milioni di persone. “BYD Music Awards” è prodotto da FriendsTv per Rai – Direzione Intrattenimento Prime Time. Rai Radio 2 e Radio Italia Solomusicaitaliana sono le radio ufficiali dei BYD Music Awards.

 

«Tornare all’Arena di Verona per i BYD Music Awards è sempre una grande gioia, soprattutto al fianco di Vanessa, con la quale condivido da tanti anni questa bellissima avventura» dice

«Questa sarà un’edizione davvero speciale, perché festeggeremo vent’anni di musica, successi e grandi emozioni. Sul palco ritroveremo gli artisti che hanno fatto cantare milioni di persone e tanti protagonisti dell’ultimo Festival di Sanremo. I BYD Music Awards 2026 sono prima di tutto una festa: una festa per la musica italiana, per chi la crea e per il pubblico che continua a seguirci con tanto affetto. Saranno due serate ricche di canzoni, incontri e sorprese, nella cornice unica dell’Arena di Verona. Non vediamo l’ora di accendere le luci e dare il via allo spettacolo».

Carlo Conti

 

«I Music Awards sono una tradizione che si rinnova ogni anno che ci rende sempre molto felici. La musica fa parte di noi e iniziare la stagione celebrandola, soprattutto attraverso i premi che vengono assegnati agli artisti per i loro successi, per i dischi d’oro, di platino e multiplatino, e per i live è sempre una grande emozione.  È bellissimo vedere tanti artisti venire da noi e, soprattutto, sapere che ancora oggi così tante persone hanno voglia di condividere con noi, all’Arena di Verona, la musica e i loro artisti preferiti. Vedere il pubblico emozionarsi, cantare insieme a noi e ballare è una sensazione davvero speciale. Con Carlo, poi, c’è ormai un rapporto consolidato. Siamo prima di tutto amici, oltre che colleghi, e quando ci ritroviamo è come se riprendessimo un meccanismo che conosciamo molto bene».

Vanessa Incontrada

Carlo Lucarelli

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Vittime dimenticate

“Ciò che raccontiamo non è un romanzo giallo” perché, come afferma lo scrittore, la realtà ha tempi diversi. Da sabato 19 settembre torna in prima serata su Rai 3 “Misteri dimenticati. Blu notte”, Sei puntate che affrontano “cold case” accaduti dalla fine degli anni Settanta fino agli anni Duemila

Dal 19 settembre ritorna in tv. Che stagione sarà?

Speriamo molto interessante. Per noi si tratta di un ritorno, in cui ci è piaciuto sperimentare un modo diverso di raccontare le nostre storie, prendendo spunto anche da tutto quello che avevamo già fatto in passato. Dal mio punto di vista, però, sentivo che mancava qualcosa e poi avevo molto altro materiale che mi sarebbe piaciuto continuare a raccontare. Mi ero dimenticato della fatica che si fa (ride), ma è stato un lavoro ben risolto, che spero sia appassionante anche per il pubblico, che possa creare emozioni rispetto alle storie e alle vittime. Se poi riuscissimo a suscitare l’interesse anche di qualcuno che ha voglia di ripetere le indagini, saremmo molto contenti.

Una missione da servizio pubblico…

Sì.

Come si racconta un crimine attraverso la televisione?

Esistono diverse possibilità, il nostro si basa sul porre l’attenzione su un personaggio in particolare, che non è tanto l’assassino, sul quale ci sarà, come sappiamo, un punto interrogativo. Per noi non è lui il centro della storia, lo è la vittima, il suo vissuto, il perché si sia ritrovata in quella situazione. Bisogna mettere in scena tutto quello che c’è a disposizione e farsi continuamente delle domande: “Come faccio a dire questo? Perché lo dico? Chi me l’ha detto? Su che basi?”. Può sembrare un atteggiamento esagerato, ma questo modo di procedere è sempre stato la nostra chiave di racconto. Se ho bisogno di sapere quante coltellate ha ricevuto una ragazza, dove le ha ricevute, devo guardare anche io l’autopsia, contare i buchi. Perché? Non certo perché l’horror attiri di più, ma per capire la dinamica di ciò che è avvenuto. Non mi basta che qualcuno me la racconti, devo vederla, sentirla, comprendere esattamente se una persona si è difesa o no. E se si è difesa, immaginare che cosa può aver pensato. Solo dopo posso raccontarla con un coinvolgimento emotivo. Questo è, in realtà, un lavoro da scrittore, i giornalisti fanno un altro lavoro, giustamente, che io non saprei fare. Il mio è creare un coinvolgimento emotivo, partendo dalle emozioni che io ho sentito.

È un po’ come un romanzo visivo?

Esattamente. Io sono un romanziere e anche quello che faccio in televisione è sempre raccontare una storia, come farei con un libro.

Perché il crimine, il crime, affascinano così tanto il pubblico?

Ci sono diversi motivi. Il primo è che si tratta di “gialli”, nel senso che sono storie misteriose, avvincenti, che hanno il ritmo e l’attrattiva dei romanzi gialli e, proprio per questo, ci catturano. Se comincio a raccontare una storia, qualunque storia, abbasso la voce, rallento la narrazione e inevitabilmente scatta una domanda: «Adesso cosa succede?”. Molte volte, inoltre, sono storie popolate da “personaggi” che sembrano uscite da un giallo, ma non dobbiamo mai dimenticare che stiamo parlando di persone reali. Eppure, spesso, finiamo per guardarle come se fossero protagonisti di una storia: c’è la giovane donna uccisa, il presunto assassino misterioso… e così via. Nasce inevitabilmente il desiderio di sapere che cosa sia successo dopo. Al di là di questo, però, sono storie che ci fanno paura, e la paura non ci lascia mai indifferenti. Sono vicende realmente accadute, in luoghi reali, a persone che avrebbero potuto essere noi o qualcuno che conosciamo. Di fronte alla paura possiamo fare due cose: scappare, chiuderci, oppure andare a vedere. Ecco, noi siamo quelli che scelgono di andare a vedere. Il problema, secondo me, nasce quando i meccanismi del giallo prendono il sopravvento sulla storia e, soprattutto, sulle persone che quella storia racconta.

Letteratura e vita…

Ciò che raccontiamo non è un “romanzo giallo”, ha tempi diversi. In un libro io trovo un elemento a pagina 30, un altro a pagina 60 e a pagina 120 arriva la soluzione. Non possiamo trattare e raccontare la realtà in questo modo, come si farebbe in un crime, perché se cominciamo a pensare ai casi di cronaca in questo modo, finiamo per sbagliare. Per ottenere un DNA, per esempio, ci vuole molto tempo, anche un anno. Per non parlare della verità giudiziaria, che magari arriva dopo cinque anni.

Qual è il legame tra i casi che avete scelto di raccontare in questa nuova stagione?

Ne avevamo tanti a disposizione. Il primo criterio è stato scegliere casi che raccontassero le diverse declinazioni del giallo: omicidi molto classici, quelli avvenuti in una stanza o comunque in un ambito ristretto, ma anche storie di gangster, di noir, di spionaggio e di serial killer. All’inizio volevamo raccontare delle storie facendo in modo che stessero dentro il contenitore, cioè esplorare in ogni puntata un certo mondo di raccontare le storie di questo genere. Poi c’è un elemento che li accomuna tutti: sono cold case, cioè casi chiusi da un po’ di tempo, anche se magari sono ancora un po’ raccontati. Ma come dico spesso, noi non raccontiamo “Garlasco”, non per snobismo o perché lo raccontano tutti, ma semplicemente perché non è un caso dimenticato: è aperto, è cronaca. Quello lo raccontano i giornalisti, nei talk show e molti lo fanno benissimo. Noi ci concentriamo sulle vecchie storie, sui casi dimenticati, in un certo senso.

Che cosa dicono di noi questi casi?

Raccontano storie che potrebbero accadere a ciascuno di noi e che mettono in evidenza i meccanismi di quella metà oscura che, purtroppo, ci circonda ovunque: l’avidità, il senso di possesso, la “cattiveria”, la ferocia, la violenza. Sono cose che esistono da qualche parte e raccontano anche un certo modo di affrontarle. L’invito è quello di affrontare sempre tutte queste storie con serietà. Raccontiamo vicende avvenute anche negli anni Ottanta o Novanta, quando c’era una concezione diversa dell’indagine. Per esempio, prima sulla scena del delitto trovavi tutti, non era come adesso, le cose sono cambiate. L’invito, allora, è questo: bene, possiamo riprendere quelle storie e rivederle con gli occhi di oggi, per capire se c’è qualcosa che adesso possiamo dire.

Lei ha posto l’attenzione sulla vittima. Non le è mai capitato, però, di essere particolarmente colpito dai meccanismi psicologici o dalle scelte di un assassino?

Sì, tutte le volte. L’assassino non è la persona più importante, ma è una persona che ci interessa, ovviamente, e raccontiamo anche la sua storia. Penso a due casi di serial killer, o presunti tali, perché non sono mai stati indagati fino in fondo: una serie di ragazze uccise a Udine e una serie di ragazze uccise a Modena. Lì, ovviamente, hai a che fare con una mente che vorresti capire: perché succedono certe cose? Diventa importante anche perché si tratta di vittime dimenticate, quando sono state uccise c’era una sensibilità diversa. Forse una serie di prostitute che morivano in un certo posto veniva attribuita al fatto che, se sei una prostituta, prima o poi può capitarti. Ecco, questo ovviamente è sbagliato. In tutte le situazioni, alla fine, le domande che mi pongo sono sempre le stesse: Perché è successo? Qual è il movente? Va bene, volevi i soldi? Ma perché sei arrivato fino a quel punto? Perché hai esercitato la violenza in quel modo?

Come si diventa maestri del giallo? Quando questa passione è diventata una professione?

Non sono un “maestro”, il giallo è riconosciuto da tutti, non è una cosa mia (ride). Da ragazzo sono diventato un lettore di gialli perché mia madre mi proponeva i romanzi che leggeva senza dirmi mai: “È un giallo”, “è un romanzo storico o d’amore”. Dopo un po’ mi sono accorto che mi piacevano di più i romanzi che avevano a che fare con qualcosa di misterioso all’inizio, non necessariamente un omicidio, ma qualcosa di inquietante, che mi facesse un po’ paura e, soprattutto, che non mi venisse raccontato subito. Questa è la chiave di questo genere: raccontare storie misteriose, ma non subito. Quel “non subito” è importante. Poi l’ho imparato e l’ho studiato. Alla fine, è diventato quasi un istinto: c’è un modo di fare le cose e, soprattutto, leggendo e osservando come le facevano gli altri, mi chiedevo: “Perché in questo momento ho paura al cinema?”. Oppure, leggendo un libro: “Che cosa mi stai facendo provare?”. Si impara, ma la componente istintiva deve essere presenti. Quando le mie figlie erano piccole, le portavo a letto e, quando toccava a me, raccontavo loro una storia. Non era mai una mia storia, ci mancherebbe, erano bambine piccole, non volevo che crescessero come serial killer (ride), ma se anche era quella di un cagnolino che incontrava un gattino, a volte mi fermavano e mi dicevano: “Basta, babbo, perché ci fai paura?”. “Come paura?”, rispondevo. Mi chiedevano il perché, nel raccontare, facessi “quella voce”… Istintivamente, dicevo: “Un cane incontra un gattino, apre una porta… trova…” (Lucarelli racconta con voce profonda). Non è una cosa razionale, è un meccanismo emotivo. E alla fine ho capito che il mio punto di forza nel raccontare era proprio quello: riuscire a far avere paura.

Lei è stato, tra l’altro, il primo a portare in Italia questo tipo di narrazione…

Non sono stato io, non ho inventato nulla. Nel 1998, mi sembra, mi hanno chiamato dalla Rai. Il direttore Carlo Freccero mi disse: “Vuoi venire a raccontare casi di cronaca come fossero romanzi gialli?”. Ho provato. All’inizio ha funzionato, e così ho continuato. Avevo due modelli: “Telefono Giallo” (condotto da Corrado Augias e Donatella Raffai), in cui il pubblico poteva intervenire in diretta, “Totem” di Alessandro Baricco. In questo caso, uno scrittore arrivava in scena e cominciava: “C’è un uomo, attraversa la strada…”. Da questi modelli abbiamo sviluppato le nostre idee, fatto la nostra strada e tanti altri hanno realizzato percorsi paralleli. Adesso è un genere molto di moda.

Lei, tra l’altro, è presidente della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime di reato. Come vive questo ruolo?

È una cosa bellissima. Ho la fortuna di fare tante cose, mi piacciono tutte, ma questa è una delle più belle, perché mi dà proprio l’impressione di fare concretamente qualcosa di utile per gli altri. Per uno scrittore, molte volte, non è così automatico. Attraverso la Fondazione stanziamo fondi per le vittime dei reati in Emilia-Romagna, o per gli emiliano-romagnoli dovunque si trovino, anche all’estero. Ogni tre mesi ci riuniamo, esaminiamo i casi proposti dai sindaci, che ci spiegano cosa sia successo, chi è la vittima, di quale aiuto hanno bisogno i parenti. Anche un piccolo contributo a una persona che in quel momento sta male è un po’ come quando perdi un caro e arriva un parente che ti dice: “Guarda, a questa cosa ci penso io”. È un sollievo, ti fa sentire meno solo. Ecco, noi siamo quelli che dicono: “Guardate, a quella cosa ci pensiamo noi”. Personalmente, questo ruolo mi aiuta a vedere e provare a capire cosa succede nel mondo. Non siamo un osservatorio privilegiato, però vedo, sento, e siccome l’80% dei casi di cui ci occupiamo, per i quali stanziamo i fondi, ha a che fare con la violenza sulle donne e la violenza sui minori, è un gran brutto mondo quello che vediamo.

Che mondo si osserva, quindi, da questo “spioncino”?

È un mondo curioso da questo punto di vista. Lo sappiamo ormai, per carità, però quel tipo di criminalità a cui ogni tanto ci sentiamo immuni non riguarda soltanto qualcun altro. Non è una cosa che succede ogni tanto, è un fenomeno molto più ampio. Noi ne vediamo tante e ce ne sono tante. Ci ricordiamo soprattutto il femminicidio: muoiono tante donne, una ogni tre-quattro giorni, uccise da uomini. Succede in tutta Italia, anche in Emilia-Romagna. Ma non è solo quello. Ci sono anche i casi che non vanno sui giornali: violenze, abusi, riduzione in schiavitù e così via. Tutto questo ci fa pensare che ci sia un buco da qualche parte nella testa del maschio, e parlo da rappresentante della categoria, quindi da essere umano di sesso maschile. C’è un buco nella nostra testa da qualche parte, anche in quelli come me, che per carità mai e poi mai farebbero certe cose, ma faccio parte di quella categoria. Evidentemente c’è qualcosa che, culturalmente, ci spinge a essere, se vogliamo, portatori sani di un virus che fa male alle donne. E delle donne non parliamo abbastanza.

Qual è, allora, la sfida che le manca ancora?

Ce ne sono tante. Io sono soprattutto uno scrittore di romanzi, quindi è lì che mi viene in mente la prima idea. Da quel punto di vista, vorrei riuscire ad andare ancora più a fondo. Ho raccontato sempre storie piuttosto pesanti, nell’ultimo libro (“Almeno tu”, Einaudi), ho provato a spingermi ancora più in profondità. L’obiettivo è scrivere libri capaci di disturbarmi abbastanza.

La sfida è andare sempre più a fondo…

… e anche andare avanti con questi programmi e scoprire sempre nuovi modi per perfezionare il nostro lavoro. Mi piacerebbe fare una seconda serie e dire: cominciamo a evolverci anche noi.

MASSIMO GILETTI

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Il coraggio del racconto

Da lunedì 14 settembre in prima serata su Rai 3 torna, per la terza stagione, “Lo stato delle cose”. «Ci ritroviamo con la stessa passione nell’andare a cercare storie e verità che devono essere raccontate» dice il popolare giornalista al RadiocorriereTv

 

Il lunedì sera per capire, insieme ai tuoi ospiti e ai protagonisti della politica e dell’attualità, quale sia lo stato delle cose. Se dovessi scattare al volo una fotografia, cosa vedresti?

Ho sempre amato l’arcobaleno perché mi dà un senso di speranza, ma mi sembra, purtroppo, che il sistema sia al tramonto. È evidente che stiamo perdendo i valori con i quali la mia generazione è cresciuta, il rispetto degli altri, un peso specifico alla parola morale, il concetto di solidarietà. Quella che viviamo è una società sempre più chiusa, arida, egoista. Vedo dunque un tramonto, non più l’arcobaleno. Oggi faccio fatica.

 

Se osservi questo scatto scendendo nel dettaglio cosa emerge?

Sono solito andare al di là delle verità apparenti. Mi sono sempre definito un eretico, uno che cerca la verità, che va oltre l’immagine che la fotografia ci pone. Io già la metto a fuoco la fotografia della nostra società, ed è proprio questo a preoccuparmi, a partire dall’odio continuo che si scatena anche nei comportamenti delle persone, qualcosa che mi sembra difficile da frenare. Ho paura che siamo di fronte a un punto di non ritorno che riguarda tutto il sistema.

 

Anche alla luce dei recenti risultati elettorali tedeschi, cosa sta succedendo in Europa? 

La domanda che ci dobbiamo porre è perché in Germania quasi il 50 per cento della popolazione della Sassonia-Anhalt ha votato l’estremismo. Si tratta di un land abbastanza piccolo, forse a Berlino non andrà così, ma bisogna capire il perché. Quel che è certo è che la politica di potere non dà più risposte alla popolazione, che da un lato non va più a votare e dall’alto vota gli estremi, tutto ciò che non è potere. E questo è un rischio enorme per la democrazia. È evidente che le nostre democrazie sono malate. Se non ci si rende conto che il male è dovuto all’incapacità di dare risposte concrete a quello che sta succedendo, la gente sceglierà l’estremismo. Non perché è nazista o fascista, ma perché non crede più al potere e vota chiunque sia contro il potere.

 

Cosa provi di fronte al ricordo della Prima Repubblica?

Quei politici erano dei giganti, ma sono anche quelli che hanno creato il nostro debito miliardario. Quel buco nero oggi lo abbiamo sul groppone e le giovani generazioni non sanno se potranno avere la pensione. Da un lato vedo quei decenni come tempi straordinari, ma è da lì che è nato il fallimento che siamo oggi. Perché anche lì non si è data risposta.

 

Che cosa ti affascina, e anche che cosa ti fa paura, dei tempi moderni, di questa tecnologia che sta forse già dettando regole alla nostra vita?

Mi fa capire come la fantasia dei fumettisti o dei romanzieri di fine Ottocento e inizi Novecento fosse perfetta. Quella che era sono un’utopia, un’illusione, una follia, oggi è reale. E quando una follia diventa reale mi fa paura. Che la macchina prenda il sopravvento sull’uomo non è un pericolo così lontano. Il problema è che l’intelligenza artificiale sostituirà l’uomo, il lavoro avrà dei buchi neri enormi. Si creeranno certamente molti problemi ma il mondo non lo puoi fermare. La scienza e l’evoluzione sono sempre andate avanti. Forse questa volta è l’uomo a essere a rischio. Quello che mi preoccupa è che il vero potere sia nelle mani di cinque o sei uomini multimiliardari che determinano la politica.

 

Una politica che risponde sempre di più a pochi…

Tutti i grandi nomi del potere economico erano in prima fila all’elezione di Donald Trump, c’erano anche i suoi nemici, perché sanno che gli affari si fanno con il potere. Ma sono loro poi che determinano gli investimenti dopo avere sostenuto campagne elettorali che hanno costi sempre più esorbitanti. È chi paga che diventa uomo di potere. La politica rischia di diventare il burattino di burattinai potenti economicamente.

 

Cosa chiederesti a Trump e a Putin se li avessi di fronte a te nel tuo studio?

Di sedersi con Xi Jinping e di trovare sul serio una nuova Jalta, prima che sia troppo tardi e che il mondo sfugga di mano a qualche ayatollah di turno, nel senso laico del termine, che sono ovunque, a destra e a sinistra.

 

Come è il tuo essere giornalista oggi?

È sapere di dover rischiare per poter raccontare determinati fatti. C’è una bellissima canzone di Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola intitolata “Una storia sbagliata” che dice “È una storia da dimenticare, è una storia da non raccontare…”. Bene, per me quella è la storia da raccontare, con il coraggio che si ha quando sai che rischi nell’affrontare determinate cose. Il contenuto di quella canzone mi rappresenta molto. Raccontare è il mio modo di vivere questo lavoro.

 

Una missione che condividi con la tua squadra…

Ci ritroviamo con la stessa passione nell’andare a cercare storie e verità che devono essere raccontate. È la passione a rendere forte e credibile il programma, che non è ideologico. Ho sempre lottato per non diventare strumento di qualcosa o di qualcuno, per un’indipendenza e un’onestà intellettuale nel racconto. Questa è la mia qualità vera.

 

Che cosa ti senti di dire ai telespettatori che ti seguono da tanto tempo…

A loro dico grazie, perché mi hanno tenuto vivo nei momenti in cui le tempeste che ho attraversato sembrava prendessero il sopravvento nella mia vita. Avere avuto milioni di persone che sono sempre state con me è stato determinante, mi ha permesso di continuare a raccontare.

 

PRIMA TV

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Non muoio neanche se mi ammazzano

Allo scrittore Giovannino Guareschi, creatore di personaggi memorabili come Don Camillo e Peppone, è dedicato il film Tv con Giuseppe Zeno diretto da Andrea Porporati, in onda su Rai 1 domenica 20 settembre

Il film, primo sulla vita del celebre scrittore emiliano, prodotta da Anele in collaborazione con Rai Fiction e con il sostegno della Regione Emilia-Romagna con la regia di Andrea Porporati, vede protagonista Giuseppe Zeno nel ruolo di Giovannino Guareschi, figura cardine della cultura e della letteratura italiana e tra i più venduti nel mondo con oltre 20 milioni di copie in 142 lingue.  Il film racconta gli alti e bassi della vita dello scrittore, che ha saputo catturare la realtà che lo circondava dando vita, in pagine piene di disegni e parole, a personaggi memorabili, tra cui i famosissimi Don Camillo e Peppone, e che, per lo spiccato atteggiamento ironico e irriverente, si è spesso scontrato con le istituzioni e non solo. Uomo volitivo, coerente, libero, poco incline al compromesso, Giovannino Guareschi si rifiutò di combattere con i nazisti e nella Repubblica Sociale, venendo per questo deportato in un campo di prigionia tedesco. Fu avversario irriducibile del comunismo e della dittatura sovietica, ma anche critico con il consumismo capitalista americano, restando sempre fedele ai suoi ideali.  “Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano” porta al grande pubblico anche il lato più intimo dell’uomo, legato a valori genuini e semplici. Nella sua vita due costanti: l’amore per la moglie Ennia – interpretata da Benedetta Cimatti – e per i figli Alberto e Carlotta, e quello per la sua terra natìa, la Bassa Padana, che Guareschi trasformerà nel fortunato Mondo Piccolo, il suo capolavoro. “Quando mi è stato proposto di realizzare un film su Giovannino Guareschi ho esitato – afferma il regista Andrea Porporati – GG è stato moltissime cose nella sua vita, scrittore, giornalista, sceneggiatore, disegnatore. È uno degli autori italiani più letti al mondo e i film tratti dai suoi libri sono ancora parte dell’immaginario di due o tre generazioni. Come trovare una chiave per raccontare, nel tempo limitato di un film, una vita ed una persona così complessa?  Alla fine, ho scelto, insieme a Marco Ferrazzoli, che ringrazio per avermi supportato con la sua conoscenza profonda del mondo di GG e con la sua passione, di cercare di usare lo stesso immaginario guareschiano come guida. Di farci accompagnare nella narrazione del loro creatore dai suoi due personaggi più famosi, Don Camillo e Peppone, che, come diceva GG, erano due parti della sua anima”. Un microcosmo rassicurante nel quale si sono rispecchiati gli italiani, divisi da contrapposizioni politiche e ideologiche, e il cui straordinario successo editoriale condusse Guareschi all’avventurosa trasposizione cinematografica di Don Camillo e Peppone, che si rivelò un indiscutibile trionfo in Italia e nel mondo.   Sono proprio i territori della Bassa a fare da sfondo alle riprese del film, interamente girato in Emilia-Romagna toccando numerosi Comuni e località – Bagnolo in Piano, Brescello, Castelfranco Emilia, Colorno, Coltaro, Guastalla, Luzzara, Mezzano Rondani, Novellara, Polesine Zibello, Poviglio, Reggio Emilia, Sissa Trecasali e Sorbolo Mezzani – per restituire, attraverso i luoghi reali che hanno ispirato l’autore, parte del suo spirito e del carattere identitario dei piccoli paesini lungo il fiume Po, rappresentativi del senso di italianità di quel periodo.  Nel cast anche Andrea Roncato nei panni del padre Primo Augusto Guareschi, Maurizio Donadoni nel ruolo di Angelo Rizzoli e Salvatore Striano a interpretare il produttore cinematografico Peppino Amato. Scritto da Andrea Porporati con la collaborazione di Marco Ferrazzoli, da un soggetto di Andrea Porporati, Gloria Giorgianni, Simone Ortolani, Emiliano Procucci e Roberto Vecchi, il film si avvale della consulenza in esclusiva di Alberto Guareschi – figlio di Giovannino – ed è liberamente ispirato al libro “Chi sogna nuovi gerani?”, autobiografia a cura degli stessi figli Alberto e Carlotta, edita da Rizzoli.

 

 

FEDERICO RUFFO

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Mi manda Rai Tre in prima serata

Due appuntamenti speciali di uno dei programmi più amati del Servizio Pubblico, martedì 8 e mercoledì 15 settembre, dedicati al cibo e alle truffe. Il conduttore al RadiocorriereTv: «Il nostro compito non è mai quello di dire a chi ci segue cosa comprare o non comprare, di sindacare sul portafogli delle persone, ma di fornire tutte le informazioni e dare l’opportunità di una scelta consapevole»

Forte di un successo sempre crescente, “Mi manda Rai Tre” arriva in prima serata con due appuntamenti speciali, l’8 e il 16 settembre. Cosa vedremo?

Abbiamo concepito le due prime serate come appuntamenti che raccontano quello che è stato il nostro viaggio recente. Ci siamo concentrati sulle inchieste, che sono il cuore di “Mi manda Rai Tre”, e abbiamo creato due puntate monografiche: la prima è dedicata al cibo, uno dei temi che più riscuotono l’interesse del pubblico…

Cosa scopriremo?

Ad esempio come in alcuni mercati rionali, all’alba, quando nessuno guarda, viene gestita la merce che poi è venduta sui banchi. Ci siamo appostati sui tetti dei palazzi che li circondano per vedere come a volte viene trattata la carne: scopri che è macellata direttamente sul camion, che cade sull’asfalto e poi viene raccolta, che viene lasciata per ore fuori dalla catena del freddo in attesa di essere messa in vendita, con i piccioni che entrano ed escono dai camion dove sono custoditi quarti di manzo. Abbiamo scoperto anche come la carne prossima alla scadenza venga talvolta tolta dalla confezione e nuovamente etichettata e impacchettata.

È possibile riconoscere questa carne?

Un segnale è l’asterisco che potremmo trovare accanto al numero di lotto, inserito per poter manomettere la macchina etichettatrice. E poi c’è il colore dovuto all’ossidazione, perché più ore la carne rimane a contatto con l’aria, più diventa marrone. Per non farla percepire vecchia, le luci del reparto macelleria sono spesso rosse, colore che copre, almeno al banco, l’effetto marrone.

Telecamere puntate anche sugli “all you can eat”…

Ci chiediamo come sia possibile mangiare pesce di qualità a 15,90 euro. La risposta è una, barando. Siamo stati nelle cucine, trovando esattamente la situazione che immaginavamo: pesce di pessima qualità non abbattuto, cosa che ti espone a rischi enormi, perché niente ti può uccidere più velocemente e con più dolore. Abbiamo trovato celle frigorifere con escrementi di topi, blatte che giravano nei magazzini della carne. Mostriamo il peggio per fornire tutti gli elementi a chi ci segue. Il nostro compito non è mai quello di dire a chi ci segue cosa comprare o cosa non comprare, di sindacare sul portafogli delle persone, ma di fornire tutte le informazioni e dare l’opportunità di una scelta consapevole.

Cosa accadrà invece nel secondo appuntamento?

Abbiamo deciso di occuparci dei furbetti d’Italia partendo da un’inchiesta di cui siamo particolarmente orgogliosi dedicata a tutti quei concorsi universitari che in queste stagioni abbiamo scoperto essere quantomeno sospetti, se non in alcuni casi accertati come alterati. E la cosa peggiore che si possa fare è alterare il merito. Torneremo poi sui parcheggi truffa, a Roma come a Napoli e a Taranto, negli aeroporti come nei centri storici. Vedremo anche come siamo pronti a indignarci di fronte alle irregolarità altrui e ad autoassolverci per le nostre. Ci occuperemo quindi dell’esplosione degli affitti: trovare casa è complicatissimo e se hai necessità di farlo diventi una preda facilissima. Anche una sistemazione, che un tempo non avresti considerato nemmeno come garage, all’improvviso arriva a essere papabile. Scopriremo come vengono proposte soluzioni surreali che sono ben oltre il codice penale. Le nostre inchieste mostrano come di fronte a uno stato di necessità, ci sia sempre qualcuno pronto ad approfittarsene.

Che cosa significa fare inchiesta rimanendo sempre dalla parte della gente?

Andare a casa la sera sapendo di aver fatto la cosa che percepisci come giusta. E salvo rare eccezioni sappiamo sempre qual è la parte giusta di una storia. Questo anche quando il codice penale o quello civile non ti darebbero ragione del tutto. Nel tempo ci siamo strutturati, mantenendoci leali e fedeli al racconto, senza forzare la mano: non emettiamo sentenze ma documentiamo quello che c’è.  Ci sono volte in cui il cattivo di una storia è piuttosto palese, e così gli andiamo a chiedere conto di quello che ha fatto. Il pubblico ha imparato ad apprezzare anche il nostro essere terzi nel raccontare.

Da sei anni sei alla guida del programma. Come sono cambiate, nel tempo, le emergenze che riguardano i consumatori?

Oggi c’è una consapevolezza di gran lunga maggiore di quanto invece non accadeva un tempo, e così anche “Mi manda Rai Tre” ha dovuto cambiare la propria narrazione giornalistica. Il cittadino, anche grazie all’evoluzione tecnologica, conosce meglio i propri diritti. Truffe come quella, notissima, delle bollette pazze, non sarebbero più possibili. Puoi fare la lettura da remoto, controllare, chiamare il servizio clienti. D’altro canto, quella stessa tecnologia che rende oggi impossibili truffe e raggiri, ne ha generati altri. Il consumatore, oggi, percepisce come un diritto anche sapere come vengono spesi i soldi delle tasse che paga. La consapevolezza è aumentata anche in materia di pubblicità e marketing. Chi acquista è diventato, come dire, un animale da laboratorio e quando lo avverte si pone alcune domande. Entrando nei supermercati vediamo che hanno quasi tutti la stessa struttura: la sequenza delle categorie merceologiche esposte non è casuale. Frutta e verdura sono all’inizio: sono coloratissime e danno un senso di salute quando il carrello è ancora vuoto. Il reparto vino ha pavimento e pareti di colori differenti dal resto, un color legno che ricrea l’effetto cantina. Quello delle birre e delle bibite gassate è sempre accanto alle patatine. Alla cassa, al termine di un percorso molto lungo tra gli scaffali, trovi mille prodotti con i quali “premiarti”, con i dolciumi all’altezza degli occhi dei bambini. Tutto è studiato alla perfezione. L’importante è esserne consapevoli.

Come te la cavi tra le corsie del supermercato?

Ormai i miei riflessi sono allenati, ma non riesco ad arrivare alla cassa senza essere fermato da almeno trenta persone che vogliono sapere se un acquisto è giusto oppure sbagliato. Non posso assumermi la responsabilità di dirti di mangiare una cosa piuttosto che un’altra, ma solo di prestare sempre attenzione, perché fare la spesa è cosa particolarmente delicata. C’è sempre la corresponsabilità di chi produce, distribuisce e vende il prodotto, insieme a quella di chi lo acquista. Il prodotto, infatti, funziona solo quando viene richiesto dal mercato.

Da fine settembre la nuova stagione del programma, il sabato e la domenica mattina, cosa bolle in pentola?

In realtà, visti i risultati della scorsa stagione, abbiamo pensato che non fosse il caso di rivoluzionare nulla. E soprattutto, una cosa che ho imparato da quelli più bravi e con più esperienza, è che i cambiamenti non si fanno mai da una stagione all’altra, ma nel corso dell’annata, perché la televisione è anche abitudine e affezione. Se i risultati sono stati buoni, quindi la gente è affezionata, stravolgere tutto non serve.

 

NUOVA STAGIONE

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Il Paradiso delle Signore

Torna l’atteso appuntamento quotidiano. Da lunedì 7 settembre alle ore 16.05 su Rai 1

Appuntamento con “Il Paradiso delle Signore”, la fortunata serie daily di Rai 1, che inaugura la sua nona stagione con 160 nuovi episodi in prima visione, in onda da lunedì 7 settembre alle 16.05. La serie, prodotta da Rai Fiction, Rai Com e Aurora TV, si apre alla vigilia del Sessantotto, in un’Italia attraversata da una profonda trasformazione culturale e sociale. Questo spirito entra anche nel mondo de Il Paradiso delle Signore”, dove una nuova generazione di protagonisti porta con sé sogni, inquietudini e aspirazioni, diventando il volto di un Paese che sta cambiando e il motore delle storie della serie. A interpretare questa svolta sono sette nuovi personaggi, affidati a sette attori, in gran parte al loro esordio. Le loro storie si intrecciano con quelle dei protagonisti storici, sullo sfondo di eventi che hanno segnato un’epoca, come i movimenti studenteschi, la trasformazione dei rapporti tra genitori e figli e la crescente consapevolezza, da parte delle donne, del proprio ruolo nella società. Carla Corsi, interpretata da Lavinia Longhi, è una donna ambiziosa e determinata, che dopo essere rimasta vedova, conduce brillantemente gli affari di famiglia ed è pronta a sfidare apertamente la Contessa Adelaide, con cui ha più di un conto in sospeso. Al suo fianco, il figlio Iacopo (Alessio D’Ortenzi), stilista talentuoso e visionario legatissimo alla madre e la figlia Diana (Ksenia Borzak), giovane inquieta e anticonformista, insofferente ai rigidi schemi della borghesia e determinata a trovare una propria strada. Il loro arrivo non rappresenta soltanto una nuova rivalità imprenditoriale, ma spezza gli equilibri all’interno della famiglia Guarnieri. Dopo la partenza di Irene, la nuova capoc ommessa Elisa Croce, interpretata da Agnese Lorenzini, dal carattere rigoroso, preciso e inflessibile, è chiamata a guidare le Veneri in una fase di profondo rinnovamento. Insieme a lei entra Valter (Antonio Ferrante), il nuovo magazziniere: un ragazzo gentile, affascinante e animato da un forte senso della giustizia sociale, che nasconde un passato ancora poco chiaro, destinato a riemergere. Anche le Veneri si rinnovano con l’arrivo di Lia Mandalà (Anita Lucenti), siciliana, brillante e istintiva che dietro al sorriso è pronta a sfidare ogni regola e Simona Galbiati (Francesca Masini) riservata, educata e disciplinata che cercherà di recuperare il suo sogno di diventare ballerina. Alla guida del grande magazzino ritroviamo Marcello Barbieri, Roberto Landi e Marta Guarnieri, affiancati da Matteo Portelli. Delia, invece, oltre a prepararsi al matrimonio con Gianlorenzo Botteri, potrà dedicarsi all’attività di parrucchiera mentre, dopo un’estate avventurosa, Irene e Johnny tornano a Milano, pronti a costruire un futuro insieme senza rinunciare al desiderio di libertà che caratterizza la loro generazione. Alla Galleria Milano Moda, Odile deve ripartire con un nuovo stilista e affrontare le difficoltà finanziarie legate alla Banca Guarnieri. In Villa Guarnieri, gli equilibri sono sempre molto delicati e un’improvvisa rivelazione aprirà la strada ad un ritorno inaspettato: quello di Riccardo Guarnieri (Enrico Oetiker), che rientra a Milano dopo una lunga assenza. Cosa lo ha riportato a casa? E, soprattutto, da cosa sta cercando di fuggire? A oltre dieci anni dal debutto in prima serata, “Il Paradiso delle Signore” si conferma uno degli appuntamenti più amati dal pubblico e una delle serie italiane più esportate nel mondo. Nel corso degli anni si è affermata anche come una vera fucina di talenti, contribuendo a lanciare una nuova generazione di attori, tra cui Giusy Buscemi, Cristiano Caccamo, Giulia Vecchio, Giancarlo Commare, che proprio sul set della serie hanno mosso i primi passi della loro carriera.

Ore 14 con Salvo Sottile

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Ritorna da lunedì 7 settembre l’appuntamento con il popolare programma di Rai 2. E a partire da giovedì 24 ritorna in prima serata “Ore 14 Sera”

“Ore 14” torna così in onda nel solco di un’identità incancellabile, da lunedì 7 settembre. Il doppio appuntamento, giorno e sera, seppur con due linguaggi diversi, mantiene la stessa idea di fondo: raccontare i fatti e approfondirli. Alla guida, Salvo Sottile. “Ore 14” giorno arriverà ovunque ci sia una notizia in tempo reale, dato che la grande forza della Rai è il racconto di quello che succede nel momento in cui succede. Se la cronaca irrompe da sempre nelle nostre vite e ne scandisce il tempo, “Ore 14” quel tempo lo racconterà in presa diretta. Senza mai perdere il senso dell’imprevisto che appartiene alla cronaca.
Da questa nuova edizione il programma sarà ancora più fuori dallo studio per andare nei luoghi in cui tutto avviene. Ogni giorno ci saranno collegamenti, inviati sul posto, testimonianze in diretta, documenti, il racconto dei processi, delle indagini in corso. E in studio spazio alle domande che rimangono in sospeso e cercano una risposta. Nel serale arriva il tempo dell’approfondimento. Tra gli ospiti ci saranno giornalisti, magistrati, avvocati, investigatori, esperti, ma soprattutto le persone che quella storia l’hanno vissuta. Meno salotto e più strada, le storie prima delle opinioni: è lo stile di Salvo Sottile anche al giovedì sera. “I programmi dal fascino consolidato sono, per loro natura, dinamici, capaci di evolvere e trasformarsi continuamente – afferma Paolo Corsini, direttore dell’Approfondimento Rai – Il nostro compito, il compito di un editore, è accompagnare questo cambiamento senza perdere di vista ciò che rende un programma riconoscibile e autentico: la sua identità, la sua storia e il rapporto di fiducia costruito nel tempo con il telespettatore. È proprio nell’equilibrio tra continuità e cambiamento che si misura la capacità di un programma di rimanere contemporaneo, vivo e capace di parlare al proprio pubblico”. La squadra di “Ore 14” è in campo. “La cronaca è il racconto del Paese – dice Salvo Sottile – noi cercheremo, attraverso la cronaca, di raccontare anche un pezzo della nostra società. Molti programmi di approfondimento si occupano di cronaca nera. La nostra differenza sarà nello stile e nella cifra del racconto, la mia, quella degli autori, degli inviati e di chi lavora sul posto. Quello che vorremmo fare è non anticipare le opinioni rispetto ai fatti. Spesso si parla dei fatti senza conoscerli e si esprimono immediatamente delle opinioni. Noi vorremmo compiere il percorso inverso: prima conoscere i fatti e poi esprimere le opinioni. Non vogliamo costruire tribunali televisivi, perché il rischio, in programmi come questi, è sempre presente. Vogliamo offrire al telespettatore delle chiavi di lettura e cercare di portare un contributo in più”. Con “Ore 14 Sera”, dal 24 settembre in prima serata, spazio all’approfondimento, alle inchieste, ai grandi casi di cronaca, ai gialli irrisolti – con la ricostruzione dettagliata dei delitti e dei casi giudiziari – e anche alle storie di chi viene dimenticato e combatte per avere giustizia.

ELEONORA DANIELE

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“Le cose che non sai”, le radici familiari diventano racconto televisivo

La conduttrice approda alla divulgazione storica e genealogica con la nuova prima serata di Rai 3, al via giovedì 10 settembre alle 21.20. Ospiti della prima puntata Claudia Gerini e Massimo Giletti. Un debutto che si affianca al ritorno di “Storie Italiane” dal 7 settembre su Rai 1 e alla conferma autunnale di “Storie di sera”

“Le cose che non sai” segna il suo esordio in un nuovo genere televisivo. Come nasce questo progetto e che cosa l’ha conquistata fin dall’inizio?

Mi ha conquistato tutto quello che stiamo scoprendo. Mi ha incuriosita la possibilità di entrare nelle storie familiari attraverso gli alberi genealogici, i documenti, le lettere e le fotografie. È un viaggio che permette di riportare alla luce vicende spesso rimaste nascoste per molto tempo.

Alberi genealogici, documenti, lettere e fotografie richiedono un lavoro di ricerca molto accurato. Quanto è stato impegnativo ricostruire queste storie?

È un lavoro immenso, che richiede grande attenzione e responsabilità. Quello che ricostruiamo riguarda anche ciò che abbiamo il dovere di trasmettere ai nostri figli. Mi piaceva inoltre l’idea di attraversare una parte della storia contemporanea con le donne, i genitori e le famiglie di personaggi molto conosciuti. Sono storie che mi hanno coinvolta e, in alcuni casi, anche profondamente colpita.

Come dialogano scienza, memoria e racconto televisivo?

 

Il racconto televisivo passa attraverso diversi elementi. Grazie alle Teche della Rai sono stati trovati filmati incredibili, legati anche all’infanzia dei genitori o dei nonni dei protagonisti. Ci sono poi immagini e materiali inediti che permettono di ricostruire le storie delle famiglie. È un lavoro realizzato attraverso gli inviati, i filmmaker, i giornalisti, i registi e i ricercatori di immagini. Tutte queste professionalità continuano ad avere un ruolo fondamentale nella costruzione del racconto televisivo. Mi fa paura pensare che un giorno un lavoro così importante possa essere sostituito da macchine senz’anima.

Attraverso quali criteri sono stati scelti i protagonisti delle diverse puntate?

Si è lavorato molto sulla scelta dei personaggi. Alcuni avevano storie familiari significative da riportare alla luce, altri desideravano da tempo approfondire le proprie origini e conoscere meglio il percorso della loro famiglia. Per partecipare a un progetto del genere bisogna donarsi molto. Non è facile, perché significa parlare di sé, dei propri genitori, dei nonni, della propria storia e anche delle difficoltà che la famiglia ha dovuto affrontare.

È emersa qualche scoperta capace di cambiare o arricchire l’immagine pubblica che avevamo di uno dei protagonisti?

Alcune storie mi hanno davvero sorpresa. Con alcuni dei protagonisti mi sono lasciata andare e anche io e ho vissuto almeno due momenti di grandissima emozione. Ho visto lacrime, ascoltato racconti intensi e condiviso emozioni profonde. È stata un’esperienza molto bella, soprattutto dal punto di vista umano. Mi sono affezionata ad alcuni dei percorsi che abbiamo compiuto insieme.

Che cosa vorrebbe restasse al pubblico al termine di ogni puntata?

Vorrei che restassero soprattutto il senso del superamento e la possibilità di identificarsi nelle storie raccontate. Quando guardiamo un film, una sitcom o qualsiasi prodotto audiovisivo, spesso ci riconosciamo nei personaggi. In questo programma l’identificazione assume anche un valore storico. Il pubblico può ritrovare qualcosa di sé nella vicenda di un nonno, di un genitore, di un trisavolo o di un cugino. Accanto all’identificazione c’è il superamento. Le storie mostrano come sia possibile attraversare un avvenimento doloroso o una tragedia e andare oltre. Il tempo aiuta a superare ciò che è accaduto, ma andare oltre non significa dimenticare. Significa conservare la memoria storica e riconoscerne il valore per il nostro presente e per la nostra democrazia.

Per lei si annuncia un autunno particolarmente intenso, con il ritorno di “Storie Italiane” e “Storie di sera” accanto a questa nuova prima serata. Come si prepara a conciliare impegni, linguaggi e registri televisivi così diversi?

In realtà utilizzo sempre la stessa modalità di conduzione, anche se cambiano le storie, gli orari e i programmi. Naturalmente si tratta di linguaggi e registri televisivi molto diversi e può cambiare il tono con cui si affronta un argomento. Rispetto alla cronaca, per esempio, in alcuni racconti può esserci un differente tipo di leggerezza. Credo però che il segreto stia nello scandire i ritmi e, soprattutto, nel comprendere davvero ciò che si sta ascoltando. Non si può affrontare tutto con leggerezza, così come non si può affrontare tutto con pesantezza. Bisogna riconoscere i chiaroscuri e dipingere il proprio quadro. È quel quadro che poi mostriamo al pubblico attraverso tutte le sue sfumature.