VIRGINIA BOCELLI

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Stella, una ferita da ascoltare

L’interprete di Stella racconta l’ingresso in “Mare Fuori” attraverso un personaggio fragile, riservato e segnato da un fatto grave. Nel percorso dentro l’IPM, il carcere diventa uno strumento di redenzione: uno spazio duro, ma anche capace di aprire una possibilità nuova, dove il pubblico è chiamato a guardare oltre la colpa e a riconoscere la persona

 

Interpreta un personaggio complesso come Stella: cosa l’ha colpita subito di lei?

La prima cosa che ho sentito, leggendo la sceneggiatura, è stata un senso di protezione nei suoi confronti: Stella porta dentro di sé esperienze durissime e, insieme, conserva una parte molto vera, molto sensibile, molto “pulita”. Ho capito subito che per avvicinarmi a lei non avrei dovuto giudicarla per quanto ha fatto ma provare a capire come si sente e quanto sia ferita dentro.

Stella entra in IPM da un contesto completamente diverso: quanto è stato difficile entrare nella sua storia?

Per fortuna Stella viene da un contesto fatto di ombre e di scelte incomparabilmente più dure. Però ho cercato di partire da qualcosa che sento mia. Potrei definirla “riservatezza”. Stella non si racconta subito, trattiene molto. Da lì ho cominciato a capirla davvero, a pensare come lei, a immaginare cosa stesse attraversando in ogni scena. Una volta dentro il suo mondo, le situazioni cominciano ad avere un senso diverso.

Il suo personaggio si macchia di un crimine ed è molto solo: come hai lavorato su questa fragilità?

Cercando di essere sincera, soprattutto nelle scene più dure. Quando un personaggio soffre così tanto, il rischio è di forzare l’emozione, di mostrare la sofferenza invece di sentirla davvero. Ho cercato di lasciare spazio a quello che Stella stava vivendo, senza aggiungere niente di mio che non c’entrasse. Non è stato semplice, ma avere un set sereno mi ha aiutata tanto.

Viene dal mondo della musica: recitare in una serie così intensa è stato davvero “un salto nel vuoto”?

Non proprio nel vuoto, ma è stato un salto grande. La musica la conosco da sempre, ci sono cresciuta dentro. Il set ha tempi completamente diversi: c’è l’attesa, il silenzio, e soprattutto ogni scena si costruisce pezzo per pezzo. All’inizio ero molto in soggezione: la paura più grande era non riuscire a piangere quando la scena lo richiedeva, non saper trasmettere emozioni a comando. È un modo di esprimersi diverso, e non sapevo se ne fossi capace. Però mi hanno accolta subito, mi hanno messo a mio agio, e questo ha fatto la differenza.

In questa stagione canta anche: si è sentita più sicura con la musica accanto alla recitazione?

In un certo senso sì. Quando Stella canta ho trovato qualcosa di familiare, un punto fermo dentro una storia molto intensa. E poi crescere nella musica mi ha insegnato ad ascoltare, a non avere fretta nemmeno delle pause. Sul set ho scoperto che serve la stessa cosa: anche una scena ha il suo respiro, i suoi tempi.

Racconta di essere cresciuta guardando “Mare Fuori”: che effetto le fa passare da spettatrice a protagonista?

È strano da spiegare. La guardavo con mia mamma fin dall’inizio, era di casa, seguivamo la serie insieme appena uscivano gli episodi. Poi mi sono trovata lì, in mezzo a quei corridoi, con le telecamere a poca distanza dal viso. La cosa più difficile non è stato il set in sé, ma sentire quell’obiettivo vicinissimo che aspetta la tua reazione, il tuo sguardo. Però è stato anche molto bello, proprio perché la conoscevo e ci tenevo davvero.

Lei è una grande fan del personaggio di Rosa Ricci: com’è stato trovarsi sul set con lei e con gli altri attori?

Rosa Ricci è un personaggio che cambia, che si mette in discussione. Ha strati che si scoprono uno alla volta. Quando sono arrivata sul set ero l’ultima entrata, gli altri si conoscevano già tutti, e mi sentivo un po’ in soggezione. Poi l’attrice che la interpreta mi ha chiamata al tavolo: “Tu sei Stella? Vieni a sederti con noi!” Non me lo aspettavo, ed è stato il momento in cui ho tirato un bel respiro.

Ha iniziato prestissimo tra musica, danza e studio: come riesce a tenere insieme tutto?

Ho imparato che se ti impegni seriamente in una cosa, poi quell’abitudine la ritrovi anche nelle altre. La danza e lo sport mi allenano a concentrarmi: quando sei in pedana o in sala prove, non puoi avere la testa altrove, e alla fine questo vale anche nello studio e sul set. Per la scuola cerco di restare in pari: faccio i compiti anche quando sono fuori, li mando ai professori. Quest’anno ho iniziato le superiori, ho anche il latino, che richiede una certa pazienza.

Dopo esperienze come “Doc – Nelle tue mani” e ora “Mare Fuori”, sente che la recitazione sarà parte del tuo futuro?

Lo sto ancora scoprendo e mi piace che sia così. La musica c’è sempre stata, è una presenza quotidiana. La recitazione mi ha aperto un modo diverso di esprimermi: entrare in una storia, attraversarla cercando di renderla vera. Ma non sento il bisogno di scegliere adesso. Adesso la priorità è studiare e crescere con calma, lasciando che le scelte arrivino quando sarà il momento giusto.

Cosa spera arrivi al pubblico di Stella, al di là della sua storia?

Spero che chi guarda riesca a non chiuderla subito in un’etichetta, non ridurla a “quella che ha sbagliato”. Stella ha fatto qualcosa di grave, e questo resta. Ma dietro certi gesti c’è spesso qualcosa che non è stato ascoltato in tempo. Se riuscissi a trasmettere anche solo questo, sarei molto contenta: l’idea che guardare le persone con più attenzione, senza fermarsi all’errore, possa fare davvero la differenza.

Tv Movie Un futuro aprile

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Dolore, giustizia e rinascita

Liberamente ispirato al libro “Sola con te in un futuro aprile” di Margherita Asta e Michela Gargiulo (Fandango Libri), il tv movie diretto da Graziano Diana, in onda giovedì 21 maggio in prima serata Rai 1, porta in scena una delle più drammatiche stragi di mafia della storia italiana – la strage di Pizzolungo -, ponendo però l’attenzione sull’incontro umano tra due persone unite da una tragedia impossibile da dimenticare

 

Una delle più drammatiche stragi di mafia della storia italiana diventa il cuore di un racconto intenso e profondamente umano: quello dell’incontro, atteso per anni, tra due persone unite da una tragedia impossibile da dimenticare. Da una parte il dolore della memoria, dall’altra il difficile conforto dell’oblio. È la storia di Margherita Asta e del giudice Carlo Palermo, protagonisti del tv movie “Un futuro aprile”, diretto da Graziano Diana e coprodotto da Rai Fiction ed Elysia Film. Cosa può unire per sempre una ragazzina di undici anni di Trapani e un magistrato severo, trasferito da Trento per continuare le indagini del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, assassinato dalla mafia? Apparentemente nulla. In realtà, il destino. Il 2 aprile 1985, sulla strada che collega Pizzolungo a Trapani, due auto percorrono lo stesso tratto a pochi metri di distanza. In una viaggiano Barbara Asta con i suoi due figli gemelli di sette anni; nell’altra il giudice Carlo Palermo, arrivato a Trapani solo da pochi giorni. Per un istante le due vetture si affiancano. È in quel momento che esplode un’autobomba parcheggiata lungo la strada. L’attentato, destinato al magistrato, si trasforma in una strage: il giudice Palermo rimane ferito, mentre Barbara Asta e i suoi due bambini perdono la vita. Margherita Asta si salva soltanto perché in quel momento si trova a scuola. Ma da quel giorno la sua esistenza cambia per sempre. Negli anni successivi, il padre Nunzio segue senza sosta indagini e processi, mentre i veri responsabili della strage sembrano restare nell’ombra. Margherita cresce attraversando rabbia, dolore e il bisogno di una giustizia che tarda ad arrivare. Per molto tempo considera il giudice Palermo responsabile della tragedia che ha distrutto la sua famiglia. Solo dopo la morte del padre decide di costituirsi parte civile in un nuovo processo, che porterà infine alla condanna dei mandanti dell’attentato. Ed è allora che sceglie di incontrare Carlo Palermo: un uomo sopravvissuto alla strage, ma segnato per anni da un devastante senso di colpa. Da quell’incontro nasce un momento di profonda umanità, capace di trasformare il dolore in riconciliazione e speranza. “Un futuro aprile” è liberamente ispirato al libro “Sola con te in un futuro aprile”, scritto da Margherita Asta e Michela Gargiulo, pubblicato da Fandango Libri.

Il film andrà in onda in prima serata su Rai 1 giovedì 21 maggio, disponibile contemporaneamente anche su RaiPlay. Nel cast, Francesco Montanari interpreta il giudice Carlo Palermo, mentre Ludovica Ciaschetti veste i panni di Margherita Asta. Accanto a loro anche Peppino Mazzotta, Anna Ferruzzo, Denise Sardisco e Federica De Cola. Soggetto e sceneggiatura portano la firma di Graziano Diana, Stefano Marcocci e Domenico Tomassetti, con la collaborazione di Fabrizio Coniglio.

 

Il regista Graziano Diana racconta…

«Leggendo il libro “Sola con te in un futuro aprile” di Margherita Asta e Michela Gargiulo, mi ha colpito l’intensità del punto di vista: la visione di una bambina di 11 anni, a cui la mafia toglie la mamma e i fratellini. Un dolore inenarrabile, profondo, crudo. Margherita cresce e con lei anche la consapevolezza che lottare contro la mafia si può, raccontando la propria vita e la propria testimonianza. Quello che mi ha colpito fin dalla prima volta in cui ho conosciuto la drammatica storia della famiglia Asta, sono stati i contrasti. Il contrasto fra l’inaudita ferocia del gesto criminale – l’auto-bomba esplosa contro il giudice Palermo – e il candore delle innocenti vittime, la signora Barbara Asta ed i suoi gemellini. Il contrasto fra i piccoli sogni della sorellina superstite, Margherita, e l’enorme vischiosa rete di malaffare e di collusioni contro cui questi sogni si erano infranti. Lavorando al progetto, altri contrasti si sono imposti in modo indelebile. Il contrasto tra una famiglia retta ancora, malgrado il dolore e i torti subìti, dall’amore e dalla comprensione reciproca, e la “famiglia” mafiosa, retta dalla violenza. Il contrasto fra la lucente bellezza della costa a Pizzolungo, e la nera nube di orrore scaturita da quella tragica mattina del 2 aprile 1985. Per la famiglia quel tragitto in macchina significava andare verso la luce, la vita. Era un inganno. Non stavano andando verso la vita, ma verso la morte. Sono questi i contrasti che ho voluto rendere raccontando questa storia. C’è il mondo della famiglia Asta, dove vediamo Margherita cercare di ritrovare una parvenza di vita insieme a suo padre, e il mondo del giudice Palermo, sopravvissuto proprio attraverso il sacrificio di quella famiglia inerme. Dal giorno della tragedia, però, il mondo di Margherita e quello del giudice attraversano delle similitudini esistenziali: una stessa solitudine li rabbuia, una stessa solitudine circonda la famiglia di Margherita, così simile all’isolamento, all’ostracismo e all’emarginazione di cui comincia a soffrire il giudice. Emerge lo struggente contrasto tra padre e figlia, divisi dalla maniera di vivere il lutto e di cercare di sopportare quel dolore insopportabile. Ma emerge anche il contrasto fra il giudice sopravvissuto, servitore dello stato, e uno Stato che sembra essere incapace di trovare giustizia. Il drammatico percorso di Margherita e del giudice Palermo per riannodare i fili della loro esistenza, ritrovare il senso della vita lottando per trovare la verità sulla morte di Barbara Asta e dei gemellini, diventano così il percorso di due anime che il dolore allontana per molto tempo, ma che infine fa ritrovare. La tenerezza e l’intensità del loro incontro finale sono la sintesi narrativa ed esistenziale dei protagonisti e della storia.»

La parola ai protagonisti

Una storia resiliente

Francesco Montanari

 

Una storia di sopravvivenza vissuta da due punti di vista diversi: quello del giudice Carlo Palermo, scampato alla strage, e quello di Margherita Asta, figlia delle vittime dell’attentato…

Il mio Carlo Palermo non è stato costruito necessariamente a partire dalla storia vera di quest’uomo, perché io interpreto un personaggio cinematografico tratto da eventi di cronaca. Ho provato a mettere in scena un uomo pronto a tutto, anche a sopravvivere alla mafia, tranne a ciò che gli è effettivamente accaduto. Gli succede qualcosa di devastante, un “incidente di percorso” che genera un senso di colpa terrificante. Scegliendo la strada della magistratura e dell’antimafia aveva previsto di poter essere lui una vittima, ma a morire non è stato lui a morire, ma dei civili: una donna, una madre con due bambini. Di questa famiglia resteranno solo un’altra figlia e il marito. Questo senso di impotenza lavora piano piano dentro di lui e lo distrugge al punto da portarlo a ritirarsi dalla magistratura, pur continuando la lotta alla mafia in un altro modo, da studioso. È forse un uomo inusuale rispetto alle figure di magistrati che siamo abituati a vedere e raccontare: magistrati combattenti, uomini di strada, di grande temperamento. Lui invece è un uomo normale, e per “normale” intendo un uomo che cerca di vincere, involontariamente, la propria fragilità.

Che tipo di relazione viene raccontata con Margherita Asta?

Con la Margherita “fittizia”, interpretata da Ludovica Ciaschetti, abbiamo costruito un rapporto di assenza. Fondamentalmente c’è solo una scena verso la fine del film, quando Margherita è ormai adulta, in cui avviene questo confronto e una sorta di liberazione. Io ho lavorato su questo fantasma che, come un demone, arriva non solo nella notte, ma anche nel giorno, quando meno se l’aspetta, dentro il cuore di Carlo. Prende il sopravvento e lo fa sentire colpevole. Colpevole di cosa? Di una scelta civile che ha fatto. Pur sapendo che non è stato lui a premere il detonatore, pur sapendo di non essere il “cattivo sociale”, questo demone continua a lavorare dentro di lui. E non è un caso che questo demone sia rappresentato da una bambina, perché quella bambina è il simbolo massimo dell’innocenza, della fragilità che dovrebbe essere tutelata e protetta. Lui però non riesce ad andare avanti.

Ha avuto l’occasione di incontrare la vera Margherita?

Purtroppo, no, ma ho letto molto di lei, ho ascoltato le sue testimonianze, ho visto interviste e materiali che la riguardano, ma non ci siamo incontrati per motivi di tempi e impegni. Tutta la troupe, però, era molto entusiasta e curiosa di conoscere questa persona, perché nella mia idea Margherita è diventata l’emblema del coraggio.

Il dovere della memoria è fondamentale, perché facciamo così fatica ad ancorarci ai valori della memoria?

Viviamo in una società che da molto tempo allena quotidianamente l’essere umano a dimenticare. Più che dimenticare, però, credo che la dimenticanza sia una conseguenza dell’appiattimento delle capacità analitiche e critiche rispetto a ciò che accade. Con lo scorrere di un dito sul telefono hai tutto sullo stesso piano: la tragedia, la pubblicità, il divo o la diva che segui, la musica che ascolti, la cronaca. Tutto ha lo stesso valore. Quello che cerco di fare io, forse anche per deformazione professionale, è soffermarmi sempre su ciò che stiamo guardando davvero. La lettura, per esempio, implica un lavoro apparentemente faticoso, soprattutto se non si è abituati a leggere. Questo perché la letteratura è attiva, mentre ciò che guardiamo spesso è passivo. Stiamo però allenando esseri umani sempre più individualisti, meno abituati al confronto reale, allo sguardo negli occhi, all’ascolto autentico. Più che ascoltare davvero, sentiamo dei suoni. È un nuovo essere umano. Io non ho sicuramente gli strumenti per definirlo fino in fondo, perché sono nato in un mondo analogico e mi sono ritrovato in un mondo di monitor. Le nuove generazioni, cresciute dentro questo mondo digitale, avranno inevitabilmente altri schemi mentali. Credo, però, che storie come questa possano aiutare. Al di là dell’informazione storica, che è sacrosanta e necessaria, possono restituirci un po’ di confidenza con la sensibilità dell’essere umano.

 

Ludovica Ciaschetti

 

Qual è stato il suo approccio alla storia e al personaggio?

Il confronto con la storia, e quindi anche l’approccio al personaggio, è avvenuto nel momento in cui ho saputo di prendere parte a questo progetto. Io sono molto giovane, sono nata nel 2002, per cui conoscevo questa vicenda soltanto in parte. Quando ho capito che avrei potuto partecipare a questo lavoro, ho iniziato a documentarmi e a studiare ciò che era realmente accaduto. Il mio approccio a questa storia così importante è stato, quindi, prima di tutto umano e di conoscenza, perché si tratta di eventi che costruiscono le basi del nostro futuro come società. Ci dice molto rispetto alle persone che siamo e rispetto a ciò che è necessario fare oggi per ottenere giustizia di fronte a quello che succede nel mondo. Mi ha colpito profondamente la lotta di Margherita Asta e ciò che ha fatto per cercare di garantire che vicende come la sua venissero limitate, o addirittura non accadessero più. Per me è stato un incontro incredibile, una crescita umana gigantesca.

Cosa le ha insegnato questo personaggio?

Non mi ero mai dovuta confrontare con dolori così grandi, per fortuna, e quindi Margherita mi ha insegnato tantissimo rispetto alla parte attiva del gestire il dolore: come possiamo fare in modo che ciò che ci accade possa trasformarsi in qualcosa di positivo per gli altri, per la società e per il futuro. Alla fine, fare memoria significa anche questo: far sì che nel presente queste storie esistano e vengano conosciute, per garantirci un futuro migliore e per evitare che certe cose accadano di nuovo.

Quanto il racconto del film è aderente alla realtà dei fatti?

Rispetto alla storia che abbiamo raccontato, il rapporto con la realtà è stato molto fedele. Abbiamo cercato di attenerci il più possibile ai fatti reali e a come sono andate davvero le cose, soprattutto nel rapporto tra Margherita e il giudice Carlo Palermo. Purtroppo, fino a un certo punto della loro storia, il rapporto tra i due è stato molto limitato, almeno fino al grande confronto finale, un momento importante, quasi necessario, per mettere un punto al grande dolore che sia Margherita sia il giudice Palermo hanno vissuto, ciascuno a modo proprio. Credo che la cosa più bella, rispetto ai percorsi paralleli di questi due dolori, sia stato il grande rispetto che Margherita ha avuto per il viaggio che il dolore ha compiuto dentro questa persona, ma anche dentro una figura come quella del padre di Margherita. Il dolore ci coglie sempre impreparati e non possiamo pretendere di decidere quale percorso farà dentro le nostre vite. Per me è stato molto bello osservare, anche da spettatrice, il rispetto che lei ha avuto per questo processo interiore. È proprio questo che abbiamo cercato di raccontare. E chiaramente il momento in cui quel confronto finalmente arriva è estremamente emozionante e importante. Si crea quasi un’aspettativa verso questa grande conversazione che avrebbe dovuto avvenire da anni e che, fortunatamente, è arrivata nel momento in cui Margherita era cresciuta e aveva avuto il tempo di collocare il dolore e la vicenda all’interno della propria vita, dando loro uno spazio preciso.

Se dovesse definire questa storia con poche parole?

È difficile racchiudere questa storia in una sola parola, perché ha tantissime sfaccettature e ha attraversato molte fasi nella vita sia di Margherita sia del giudice Carlo Palermo. Però sicuramente Margherita è una delle donne più resilienti che io abbia avuto la fortuna di incontrare. Quindi direi che è una storia resiliente. Una storia che ha resistito a tanti momenti bui, nei quali faceva fatica a emergere all’interno della nostra società. Nonostante tutto, però, la storia ha resistito. Margherita ha resistito. Il giudice Carlo Palermo ha resistito. E hanno resistito affinché, a un certo punto, questa verità potesse venire fuori. Una storia resiliente.

ELENA RADONICICH

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Con Marta racconto la forza di essere fuori dagli schemi

Nel film tv “Purché finisca bene – Cercasi Tata disperatamente”, in onda domenica 24 maggio su Rai 1, l’attrice interpreta una donna in cerca della propria strada, divisa tra vita reale, comicità e una sorprendente identità da tata. L’intervista del RadiocorriereTv

Che cosa l’ha colpita subito del suo personaggio?

Marta mi ha offerto molte chiavi. È un personaggio che si traveste e che, in qualche modo, fa quello che faccio io: c’è una specie di specchio nella finzione. La vediamo nella sua vita reale, poi quando si trasforma in tata e infine quando sale sul palco come comica di stand-up. Sono tre zone diverse della sua identità. Quando ci si mostra al pubblico, come accade nella stand-up, si cerca un personaggio, anche se più si è vicini a se stessi e più si crea un legame vero con chi ascolta. È qualcosa che Marta scopre nel corso della storia. Quando invece indossa i panni della tata, vive la libertà che ti può dare una maschera. Paradossalmente diventa più libera proprio perché non usa le sue abitudini espressive. Questo mi ha permesso di giocare moltissimo. Probabilmente, per la prima volta, ho avuto tra le mani un personaggio così libero, inusuale, giocoso, con un lato infantile molto spiccato. Mi ha entusiasmata e mi ha permesso di fare cose nuove.

Quanto è importante raccontare oggi donne che non hanno tutto sotto controllo ma trovano comunque una strada?

È importantissimo, anche perché donne che hanno tutto sotto controllo, o uomini che hanno tutto sotto controllo, io non ne ho ancora incontrati. Esiste questa aspettativa sociale, questa pressione, ma non corrisponde e non può corrispondere alla vita di nessuno. Più vengono raccontati esempi di normalità, più si può mostrare quanto questa pressione sia sbagliata quando ci porta lontano dall’autenticità. Le storie possono aiutare anche a sciogliere dentro di noi alcune convinzioni. Io, personalmente, vivo nel caos da sempre. Anche se ho una figlia e quindi sono madre, non ho mai sentito fortissima questa pressione, probabilmente anche per il tipo di lavoro che faccio. Credo però che sia molto importante raccontare che il caos non è necessariamente un problema. Anzi, può portare a scoprire cose nuove di sé stessi. Può diventare anche uno strumento di curiosità, naturalmente se non si viene schiacciati: è sempre una questione di misura.

Marta inventa un personaggio per farsi assumere come tata. Quanto si è divertita a giocare con questa doppia identità?

Tantissimo. Abbiamo costruito un personaggio buffo, in cui però Marta finisce sempre per uscire fuori. Siamo partiti da uno stereotipo, quello di Mary Poppins, della tata perfetta, con una nota tedesca da signorina Rottermeier, che in qualche modo dovrebbe garantire la disciplina. Naturalmente è un preconcetto. Poi lo abbiamo portato un po’ oltre, lo abbiamo reso umano, ed è stato divertentissimo. In scena ho avuto davvero la possibilità di giocare. Questa volta il verbo “giocare” è reale: ho giocato con i bambini, abbiamo improvvisato, creato situazioni partendo dalla scrittura e poi ci siamo evoluti cercando strade per costruire una comicità peculiare, non generica. Ci abbiamo provato.

Come avete lavorato sulla dimensione comica del personaggio?

La ricerca della comicità è un esercizio quasi matematico. Da una parte c’è qualcosa di profondamente istintivo, dall’altra c’è un calcolo molto preciso di montaggio, inquadrature e tempi, oltre naturalmente all’efficacia delle battute e alla scrittura. Anche interpretare le parti di stand-up è stato un esercizio molto interessante. Non mi era mai capitato di lavorare in maniera così analitica su questo aspetto e credo che abbia portato risultati positivi, almeno per me che l’ho fatto. Mi sono anche distanziata dall’idea che avevo di me e questo è sempre molto positivo. Quando si pensa di sapere qualcosa di sé, è bello scoprire che non era esattamente così. Soprattutto se la scoperta è positiva. In questo caso lo è stata, e ne sono particolarmente felice.

Il film è ambientato e girato in Trentino. Quanto i luoghi hanno inciso sull’atmosfera della storia?

Trento è una città bellissima, come tutto il Trentino. Mi era già capitato di girare anni fa anche in Alto Adige. La natura lì incombe, sovrana e splendida. Abbiamo girato in autunno, che è una stagione perfetta. Il luogo partecipa alla storia con una meravigliosa pulizia delle immagini e delle linee. C’è un’atmosfera salubre, quasi fiabesca, che si sposa bene con il film, perché in qualche modo anche questa storia è una fiaba. Io ho trovato Trento incantevole

“Purché finisca bene” è una collana molto amata dal pubblico di Rai 1. Secondo lei qual è la forza di questo racconto?

Credo che sia un racconto capace di rasserenare e di dare calore a chi lo guarda. Facendo parte di questa collana, ha lo scopo di accompagnare gli spettatori in una serata piacevole, senza obbligarli a grandi riflessioni. L’idea è lasciare un sorriso sulle labbra e, allo stesso tempo, permettere qualche riflessione in modo dolce, senza chiedere uno sforzo eccessivo. La cosa che mi piace molto del nostro film è che quello che accade non è scontato. Lo svolgimento è sorprendente, ci sono molti argomenti e vengono sviluppati in maniera piuttosto originale. L’arco narrativo è evidentemente rassicurante, e quindi lo spettatore sa che, in qualche modo, finirà bene e che non accadrà nulla di terribile ai protagonisti. Però, allo stesso tempo, il film è costruito in modo da incuriosire e divertire il pubblico in maniera, secondo me, inaspettata. Abbiamo cercato di renderlo un po’ più croccante. Credo che Laura Chiossone ci sia riuscita e sono particolarmente felice della misura trovata all’interno di questa collana.

Che cosa le piacerebbe arrivasse al pubblico attraverso Marta?

Marta è una donna, certamente non più una ragazzina, che però si sta ancora confrontando con la vita. Non ha seguito le tappe che spesso la pressione sociale impone: a una certa età, intorno ai trent’anni, dovresti avere le idee chiare su chi sei e su cosa vuoi. Lei non le ha. Nessuno dovrebbe essere costretto a capire chi è entro certi limiti di tempo, con il rischio, altrimenti, di sentirsi ai margini della società. Non dovrebbe essere così e credo sia importante dirselo. Marta è ancora in un percorso, anche se apparentemente sembra tardi. In realtà non lo è. È bella perché cerca di essere profondamente sé stessa, al di là dei canoni. Non significa che non soffra, ma prova a liberarsi da ciò che le viene richiesto. Uno dei messaggi del film, nemmeno troppo nascosto, è che Marta inizia davvero a trovare se stessa quando fa cadere le sue maschere.

SABRINA GIANNINI

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Oltre l’apparenza

Sono tornate le inchieste di “Indovina chi viene a cena”, il martedì in prima serata su Rai 3. La biodiversità, gli stili di vita, i sistemi socio-economici e la nostra alimentazione, un viaggio che ha al centro i diritti fondamentali delle persone

 

Martedì 19 maggio in prima serata, Rai 3 trasmette la seconda puntata della nuova stagione, il filo conduttore sembra essere ben presente in una domanda: “un capitalismo etico è possibile?”. Quali risposte possiamo azzardare?

La puntata si allontana in parte da ciò che un telespettatore si può aspettare da noi, da un programma che indaga sui consumi, sull’origine delle materie prime, che siano tessuti e alimenti, soffermandosi sempre sui diritti fondamentali. Ma non deve sorprendere se approfondiremo il tema dei diritti, un tema estremamente attuale, facendo particolare attenzione al mondo dei giovani. Siamo andati negli Stati Uniti e abbiamo portato a casa un’inchiesta notevole, con interviste esclusive a insider di aziende social che raccontano come i proprietari non tutelino le persone dai truffatori e i bambini da contenuti pericolosi. Anche le inserzioni veicolate incessantemente dalle piattaforme social possono diventarlo, e così mostreremo di come il mondo della cosmetica non pone regole, banali, a protezione della pelle e quindi della salute dei minori, pur sapendo che alcune sostanze contenute nei prodotti possono essere per loro più aggressive e pericolose.

“Indovina chi viene a cena” è da sempre un osservatorio sociale. Oggi che fotografia emerge su larga scala?

Se un extraterrestre guardasse la nostra specie in questo momento storico penso si chiederebbe se siamo veramente intelligenti come pensiamo di essere. A ottant’anni dalla Seconda guerra mondiale alcuni miliardi di persone del pianeta Terra non mangiano a sufficienza, al tempo stesso altri miliardi mangiano troppo e prendono un farmaco per dimagrire dopo essere diventati in sovrappeso, nel caso degli americani due su tre. Nella nostra prima puntata (disponibile su RaiPlay) abbiamo raccontato come è nata l’epidemia di obesità in America, ma abbiamo anche parlato delle cliniche della longevità, dei sistemi della purificazione del sangue, e quindi di come le lobby dei farmaci stanno facendo paura a quelle del cibo processato, perché 20 milioni di americani non mangiano più il loro cibo ultraprocessato. Sta succedendo qualcosa di epocale e su questo ci siamo soffermati. Lobby contro lobby si stanno facendo la guerra, e i nostri corpi come sempre al centro dei loro interessi, eppure sarebbe così semplice mangiare naturale, cibi integrali, semi e proteine soprattutto vegetali, senza esagerare, evitando i cibi ultraprocessati, come suggerisce il nostro ospite, l’epidemiologo Franco Berrino.

Parte delle vostre inchieste è anche il racconto di esperienze virtuose. 

Vado sempre alla ricerca di buoni esempi. Nella seconda puntata siamo andati in una scuola dello stato di New York, unico negli USA ad avere finanziato le custodie ermetiche in cui i giovani inseriscono gli smartphone prima dell’inizio delle lezioni. Una scelta coraggiosa e rivoluzionaria che sottrae per otto ore gli studenti alla dipendenza da smartphone.

Il tuo impegno nel giornalismo televisivo d’inchiesta ha radici lontane nel tempo, quando lavoravi a “Report”.

Feci la prima inchiesta del programma di Milena Gabanelli, quella sull’amalgama dei denti, quasi trent’anni fa, e con quell’inchiesta rivoluzionammo il sistema dell’odontoiatria in Italia. Quando penso a quante persone non si sono intossicate di mercurio grazie al mio pezzo mi sento gratificata. Tra le altre inchieste che lasciarono il segno ci furono quelle sulle mense scolastiche, che oggi sono fatte bene e servono cibo sano. Sento che anche il nostro pubblico ci segue perché qualcosa, negli anni, abbiamo seminato.

Che cosa significa fare inchiesta nell’ambito dei consumi?

Essere dalla parte dei cittadini. Un programma come il mio non può essere fuori dal Servizio Pubblico, le televisioni commerciali vivono di pubblicità, non sento mai una critica al sistema economico e a mio parere i giornalisti dovrebbero avere il coraggio di farlo, lo impone la deontologia. Quando parli di consumi vai contro poteri ben più forti di quelli della politica.

Come ti poni nei confronti delle situazioni più spinose e divisive?

Noi giornalisti, anche se siamo convinti di avere ragione, dobbiamo fare cento verifiche, perché dietro a ogni singola parola che diciamo ci sono le persone, le aziende. Poi, a un certo punto, c’è la discriminante: sono più importanti le migliaia di posti di lavoro di una multinazionale o i miliardi di persone che, ad esempio, subiscono gli effetti del glifosato, di un cosmetico, di un cibo? La risposta è chiara. Anche con tutte le tutele che cerco di avere nei confronti delle aziende, il principio è sempre quello di tutelare i diritti fondamentali delle persone: alla salute, alla trasparenza, alla tutela dei più fragili, e questo a partire dai bambini. Aggiungo anche gli animali, che a mio parere devono avere diritti e quindi tutele che al momento non esistono. È l’evoluzione della civiltà che ancora manca alla nostra specie.

Da “grillo parlante” televisivo e digitale, qual è il fulcro della vostra divulgazione?

Cerchiamo di risvegliare la coscienza delle persone su un principio fondamentale, ossia che tutto ciò che è sul mercato non è detto che sia sicuro. Questo accade perché i prodotti, siano cosmetici, additivi, cibo, pesticidi, tabacco, vengono introdotti sul mercato senza tenere conto del principio di precauzione, sapendo bene che soltanto dopo anni emergeranno le evidenze, gli studi a lungo termine. È il loro metodo, collaudato.

I telespettatori continuano a chiedervi di scavare a fondo…  

Abbiamo a disposizione cento minuti e questo può consentirci di scendere nei meandri, per comprendere ciò che spesso non vediamo in superficie. Da un po’ di tempo siamo passati a un diverso livello di approfondimento e di interpretazione della realtà, per capire come stanno cambiando in fretta i nostri comportamenti, strettamente legati al consumo dei beni e a questo sistema economico dove pochi ricchi posseggono la gran parte dei soldi predando le risorse che non solo loro. C’è una iniqua distribuzione delle risorse, ma i loro soldi servono per pagare le campagne elettorali dei politici che poi li agevolano, e l’inchiesta di martedì confermerà questa evidenza. Il proprietario di Meta, Facebook e Instagram, Mark Zuckerberg ha finanziato Trump.

Affrontare tematiche complesse senza perdere l’attenzione dello spettatore. Qual è il tuo punto di equilibrio?

In trasmissione arrivo subito al dunque senza mai dilungarmi, con l’obiettivo di non annoiare. Se necessario tralascio qualcosa, è una questione di costi e benefici. Questo comporta che io debba avere molto più materiale da mandare in onda e quindi lavorare di più nella preparazione delle puntate. Solo nella prima, quella della scorsa settimana, avevamo almeno cinque situazioni diverse. Diluire eccessivamente il racconto significherebbe perdere l’attenzione di chi ci segue.

Come si avvicina il pubblico giovane?

La Tv è per le persone più grandi. L’unico modo per portare i nostri contenuti a chi ha modalità di fruizione diverse, quindi ai ragazzi, è dividerli in tanti piccoli contribuiti da fare passare in rete, sui social. Cosa che facciamo con la massima attenzione ma che non è certamente il racconto complessivo, quello capace di mostrarti anche uno spiraglio di speranza.

Una speranza che quando percepita può indurre cambiamenti.

Quando non c’è l’etica il capitalismo diventa avidità, e questo oggi è dominante. Con il nostro giornalismo dobbiamo essere le sentinelle contro la deriva. Ho un approccio protettivo nei confronti dell’economia sana e non significa essere comunisti. Parlo di capitalismo etico perché credo che al momento non ci siano sistemi migliori. Bisogna andare oltre le etichette e pensare alle generazioni future. Cerchiamo un sistema che rispetti i diritti fondamentali dell’uomo, a partire dai bambini, dalle fragilità, dalle biodiversità.

 

Francesca Fialdini

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La forza delle fragilità

Una stagione intensa, da “Ballando” a “Canzonissima”, fino alla domenica di “Da noi a ruota libera”: «Esperienze molto diverse per linguaggi e ritmi, ma accomunate dal desiderio di entrare in relazione con il pubblico in modo autentico. Mi hanno insegnato che si può fare televisione popolare senza rinunciare alla profondità», racconta la conduttrice, oggi al timone di “Fame d’amore”, il programma che «prova ad accendere una luce senza giudicare, mettendo al centro l’ascolto e la possibilità di una rinascita». L’appuntamento è la domenica in seconda serata su Rai 3

 

Proprio in questi giorni sei tornata in onda con “Fame d’amore”, che viaggio affronti in questa settima edizione del programma?

Quest’anno è un viaggio ancora più delicato del solito, perché in questa settima edizione raccontiamo anche storie di ragazzi che stanno male, ma che non hanno ancora iniziato un percorso di cura. È una fase molto fragile, spesso silenziosa, in cui si fa fatica perfino a chiedere aiuto. “Fame d’amore” prova ad accendere una luce senza giudicare, mettendo al centro l’ascolto e la possibilità di una rinascita.

Come è cambiato, stagione dopo stagione, il tuo vivere e affrontare le tematiche del disagio giovanile legato ai disturbi del comportamento alimentare?

Mi ha cambiata profondamente. All’inizio avevo soprattutto il desiderio di capire, oggi sento anche una grande responsabilità. Ho imparato che dietro un disturbo alimentare c’è quasi sempre un dolore invisibile, una richiesta d’amore, di attenzione, di riconoscimento. E ho capito quanto gli adulti debbano tornare ad ascoltare davvero i ragazzi.

Il desiderio e il piacere di essere amati e di amare. Cosa hai capito, dell’amore, in questo ormai lungo viaggio?

Che l’amore vero non ti chiede di essere perfetto. Ti permette di essere fragile senza sentirti sbagliato. Molti ragazzi che incontriamo vivono una distanza enorme tra ciò che sentono e ciò che credono di dover essere. Credo che amare significhi prima di tutto fare spazio all’altro, senza volerlo cambiare.

Siamo ormai agli sgoccioli di una stagione televisiva che ti ha vista e ti vede impegnata su più fronti. La domenica pomeriggio, il sabato sera, ora “Fame d’amore”, cosa ti lascia e cosa ti ha insegnato questo lungo anno televisivo?

Mi lascia gratitudine. È stata una stagione intensa, molto diversa nei linguaggi e nei ritmi, ma sempre guidata dal desiderio di entrare in relazione con il pubblico in modo autentico. Mi ha insegnato che si può fare televisione popolare senza rinunciare alla profondità.

Con “Ballando con le Stelle” il pubblico Tv ha incontrato una Francesca Fialdini che ha dimostrato coraggio e determinazione, aspetti del tuo carattere prima meno conosciuti. Come ti senti oggi, dopo esserti svelata un po’ di più, e cosa abbiamo ancora da scoprire di ciò che sei?

“Ballando” mi ha ‘costretta’ a lasciare il controllo, e per una persona come me non è stato sempre semplice. Però è stato liberatorio. Mi sono divertita moltissimo. Mi ha fatto bene mostrare anche la fatica, l’imperfezione, ho perfino superato certe paure. Di me forse c’è ancora da scoprire la parte più ironica e leggera, quella che nella vita privata conoscono bene i miei amici.

Dopo “Ballando” sei tornata qualche volta in pista?

Qualche volta sì, ma senza telecamere è molto più divertente! Continuo a pensare che ballare faccia bene all’anima, perché ti obbliga a stare nel presente

Il sabato sera ti è ormai familiare, hai dimostrato come anche l’intrattenimento sia perfettamente nelle tue corde. E ora?

Ora continuo a lasciarmi sorprendere. Non ho mai inseguito un’etichetta precisa, un programma o un settore. Mi interessa fare cose che abbiano un senso, che emozionino o che lascino qualcosa. Poi il linguaggio può cambiare.

Dopo sei edizioni “Da noi a ruota libera” è un pilastro della domenica Tv, c’è un personaggio “impossibile” che vorresti intervistare? Qual è la prima domanda che gli faresti?

Mi sarebbe piaciuto intervistare Papa Francesco. Credo gli avrei chiesto: “Come si fa a non perdere la speranza davanti alla sofferenza del mondo?”.

Immaginati ospite, per una volta, di “Da noi a ruota libera” c’è qualcosa che ti piacerebbe raccontare di te al tuo pubblico?

Forse la mia parte più semplice. Io sono molto più quotidiana di come qualcuno immagina. Mi piacciono le cose normali, la famiglia, gli amici, i silenzi, il mare. E credo che la felicità, spesso, stia proprio lì.

Tempo di ricaricare le batterie, stai già pensando all’estate?

Sì, anche se faccio fatica a fermarmi davvero. L’estate per me è il momento in cui provo a recuperare tempo lento, letture, affetti, natura. Ho bisogno della mia famiglia, del mare per rimettere in ordine i pensieri e delle mie montagne.

Hai voglia di dedicare un pensiero a Francesca?

Le direi di continuare ad avere fiducia nella gentilezza. In un mondo che spesso premia chi alza la voce, scegliere la delicatezza resta un atto rivoluzionario.

Se ti chiedessi di dare un titolo a questa nostra intervista, che titolo sceglieresti?

“La forza delle fragilità”, perché credo che la vera forza nasca proprio dal coraggio di mostrarsi per ciò che si è, nel bene e nel male.

ESC 2026

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Nuovo record d’ascolti per l’Eurovision

La bulgara Dara vince la 70esima edizione con “Bangaranga”, quinto Sal Da Vinci. Trentasei per cento di share e oltre 5 milioni di telespettatori per la serata finale, andata in onda su Rai 1 dalle 21.00 con il commento di Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini

Un nuovo record, anno dopo anno, conferma la crescita dell’Eurovision Song Contest in Italia. In numeri: 36% di share e oltre 5 milioni di telespettatori per la serata finale, andata in onda su Rai 1 dalle 21.00 con il commento di Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini in diretta dalla Stadthalle di Vienna. Rispetto alla finale dell’edizione 2025 la crescita è stata di oltre +277 mila ascoltatori e di oltre 2 punti percentuali di share. Il risultato della fascia oraria 21.48-25.10 (dalla fine di ESC START a fine programma) è stato di 5,1 milioni con il 39,2 per cento. Alla proclamazione di Dara come vincitrice, in gara per la Bulgaria con “Bangaranga”, si è arrivati a toccare il 60 per cento. La performance di Sal Da Vinci il momento più seguito, con un picco di quasi 6,7 milioni di telespettatori alle 23.01. Quinta in classifica, la sua “Per sempre sì” è stata protagonista per il pubblico di tutta Europa durante la settimana austriaca, con ovazioni in arena e grande accoglienza agli eventi nella città. I voti delle giurie nazionali hanno premiato il suo cuore napoletano e la sua dichiarata italianità con 134 punti, posizionandola al sesto posto. I 147 punti del televoto, sommati, per un totale di 281, hanno permesso di scalare una posizione conquistando il primo posto tra le Big 4. Per il nono anno consecutivo, inoltre, l’Italia si è classificata in Top 10.
La crescita di ascolti è sostenuta soprattutto dal pubblico più giovane: tra i 4-14enni è stato registrato il 43,5 per cento di share con un aumento del +3,5 per cento; tra i 15-34enni si è registrato il 47,3 per cento share con un +1%. E, ancora una volta, l’evento conferma di essere un grande richiamo per giovani 15-24enni, con il 53,2 per cento share. Le performance Social hanno generato 30 milioni di action e 364 milioni di Video View con più di 10 mila contenuti pubblicati sulle varie piattaforme. Tutti gli account Rai coinvolti nell’evento da RaiNews a RaiPlay a RaiRadio2 hanno registrato ottime performance durante tutte le serate totalizzando 2 milioni di action e oltre 10 milioni di video view.
«Un record di ascolti – ha commentato il direttore Intrattenimento Prime Time William Di Liberatore –, che conferma e corona l’ottima stagione televisiva dei programmi di intrattenimento prime time, dove la musica è stata protagonista. Musica che racconta storie, radici, territorio e culture diverse. Ringrazio Sal Da Vinci per la tenacia, la professionalità e l’incredibile umanità che lo contraddistingue. Allo stesso modo ringrazio Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini per aver apportato un vero valore aggiunto con il loro commento ironico e in linea con il mood della manifestazione, senza dimenticare Mariasole Pollio per il suo intervento da Roma». Ogni edizione, l’Eurovision Song Contest raggiunge in tutto il mondo circa 170 milioni di spettatori, numeri che ne fanno il più grande evento musicale dal vivo del pianeta. Anche la sua presenza digitale continua a crescere, con oltre 9 miliardi di visualizzazioni totali su YouTube e milioni di follower su TikTok, Instagram e altre piattaforme. Un successo che racconta di generazioni, bandiere e lingue diverse (mai tanto, nei testi delle canzoni, quanto quest’anno) unite da una musica comune.

La classifica finale

  1. Bulgaria Dara – Bangaranga – 516 voti
  2. Israele Noam Bettan – Michelle – 343 voti
  3. Romania Alexandra Căpitănescu – Choke me – 296 voti
  4. Australia Delta Goodrem – Eclipse – 287 voti
  5. Italia Sal Da Vinci – Per sempre sì – 281 voti
  6. Finlandia Linda Lampenius x Pete Parkkonen – Liekinheitin – 279 voti
  7. Danimarca Søren Torpegaard Lund – Før Vi Går Hjem – 243 voti
  8. Moldavia Satoshi – Viva, Moldova! – 226 voti
  9. Ucraina Leléka – Ridnym – 221 voti
  10. Grecia Akylas – Ferto – 220 voti
  11. Francia Monroe – Regarde! – 158 voti
  12. Polonia Alicja – Pray – 150 voti
  13. Albania Alis – Nân – 145 voti
  14. Norvegia Jonas Lovv – Ya ya ya – 134 voti
  15. Croazia Lelek – Andromeda – 124 voti
  16. Repubblica Ceca Daniel Zizka –Crossroads –113 voti
  17. Serbia Lavina – Kraj Mene – 90 voti
  18. Malta Aidan – Bella – 89 voti
  19. Cipro Antigoni – Jalla – 75 voti
  20. Svezia Felicia – My System – 51 voti
  21. Belgio Essyla – Dancing on the ice – 36 voti
  22. Lituania Lion Ceccah – Sólo quiero más – 22 voti
  23. Germania Sarah Engels – Fire – 12 voti
  24. Austria Cosmò – Tanzschein – 6 voti
  25. Gran Bretagna Look mum no computer – Eins, Zwei, Drei – 1 voto

Film tv

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Lapponia I love iù

Quando una rapina andata male cambia per sempre una vita. E perfino la geografia dell’esistenza. È quello che accade a Carmine Esposito, nato e cresciuto a Napoli in una famiglia molto vicina alla criminalità… Il film tv diretto da Ken-Are Bongo e interpretato da Erasmo Genzini, Nicolò Galasso, Gennaro Lucci e Sissi Jomppanen, domenica 17 maggio in prima serata su Rai 1

Carmine Esposito, 25 anni, nato e cresciuto a Napoli in una famiglia da sempre vicina alla criminalità. Fin da bambino, immerso in un ambiente malavitoso, Carmine si ritrova a compiere piccoli furti insieme agli inseparabili amici Enzo e Antonio. La loro vita cambia improvvisamente quando una rapina finisce nel peggiore dei modi: i tre hanno derubato un potente boss mafioso e, per salvarsi la vita, devono restituire il denaro sottratto. Un problema non da poco, visto che quei soldi non li hanno più. L’unica speranza arriva da una notizia inattesa: Salvatore, il fratello maggiore di Carmine, morto in Finlandia, gli ha lasciato in eredità una villa. Salvatore era stato rinnegato dalla famiglia anni prima, dopo aver denunciato il padre e averne causato l’arresto. Per Carmine, quella casa rappresenta una possibilità concreta di riscatto: venderla significherebbe saldare il debito e tornare a casa vivo. Così Carmine, Enzo e Antonio partono alla volta della Finlandia. Ma una volta arrivati scoprono che la villa si trova in una remota zona del territorio Sami e che il testamento impone una clausola inattesa: per ottenere l’eredità dovranno restare lì per due mesi. I tre ragazzi si trovano catapultati in una realtà completamente diversa dalla loro, fatta di isolamento, sole di mezzanotte, freddo estivo e tradizioni sconosciute. Lo scontro culturale genera situazioni esilaranti, ma anche profonde trasformazioni personali. Grazie a Sunnà, compagna di Salvatore, Carmine inizia a ricostruire il passato del fratello e scopre verità che mettono in discussione tutto ciò che aveva sempre creduto sulla propria famiglia. Anche la morte di Salvatore appare sempre meno chiara. Nel frattempo, Carmine si innamora di Maren Elle, giovane allevatrice di renne della comunità Sami. Un sentimento che lo porterà a confrontarsi con Mihkkal, uomo deciso a sposarla, ma soprattutto con sé stesso e con il mondo da cui proviene.

 

Personaggi

Carmine Esposito — Erasmo Genzini

Carmine è cresciuto nei quartieri popolari di Napoli, segnato dall’arresto del padre e dall’assenza del fratello Salvatore, considerato un traditore dalla famiglia. Nonostante il passato difficile, conserva un carattere solare, impulsivo e curioso. L’arrivo in Finlandia lo costringerà a confrontarsi con una cultura lontanissima dalla sua e a rimettere in discussione le proprie certezze. L’incontro con Maren Elle segnerà profondamente il suo percorso di crescita.

Maren Elle — Sissi Jomppanen

Maren Elle è una giovane donna Sami che ha dovuto assumersi troppo presto grandi responsabilità. Da quando il padre si è ammalato di Alzheimer, gestisce da sola l’allevamento di renne di famiglia. Pragmatica e determinata, ha sacrificato la leggerezza della giovinezza per il senso del dovere. L’incontro con Carmine la porterà lentamente a riscoprire una parte di sé che credeva perduta.

Antonio — Nicolò Galasso

Antonio vive di impulsività e bravate, nascondendo dietro un atteggiamento spavaldo profonde fragilità personali. È fortemente condizionato da una madre iperprotettiva che controlla ogni aspetto della sua vita. L’incontro con il misterioso Ovlla e il contatto con la cultura Sami lo aiuteranno a emanciparsi e a trovare finalmente la propria indipendenza.

Sunnà — Ánne Mággá Wigelius

Sunnà è una donna forte e combattiva. Ha accolto Salvatore in Finlandia quando l’uomo era in fuga dal proprio passato e, nonostante le differenze culturali e l’ostilità della sua famiglia, ha scelto di costruire con lui una vita insieme. Con l’arrivo di Carmine, Sunnà diventa una figura di riferimento: una guida capace di accompagnarlo nella scoperta della verità sul fratello e sul proprio passato.

Enzo — Gennaro Lucci

Enzo è il classico ragazzo di periferia: spaccone, istintivo e amante dei piaceri della vita. Tra cibo, feste e divertimento, affronta ogni situazione con leggerezza apparente. Dietro la sua ironia si nasconde però un forte attaccamento alle proprie radici. In Finlandia troverà inaspettatamente l’amore nella fredda e razionale notaia finlandese Aleksandra.

Mihkkal — Sammeli Valle

Mihkkal è cresciuto insieme a Maren Elle e sogna di sposarla. Dietro l’apparenza tranquilla, però, nasconde un debito con il criminale locale Asllat e un piano per liberarsene. Il suo destino finirà inevitabilmente per intrecciarsi con quello di Carmine, dando vita a un conflitto che coinvolgerà sentimenti, identità e desiderio di riscatto.

#Esc2026

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Una forza incredibile

Tre appuntamenti in diretta da Vienna con Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini alla conduzione italiana: il 12 e il 14 maggio su Rai 2, mentre la finale del 16 maggio andrà in onda su Rai 1. Tutti gli appuntamenti saranno trasmessi anche in simulcast su Rai Radio2 e in streaming su RaiPlay e RaiPlay Sound

«Voglio ringraziare il direttore artistico Carlo Conti, che mi ha dato la possibilità di salire su quel magico palco del Festival di Sanremo, e la Rai tutta che, con tutto l’amore che mette nei suoi progetti, riesce a trasmettere una vicinanza disarmante, una forza incredibile e una grande voglia di fare bene. Il mio grazie va anche a tutti i direttori e alla delegazione che mi stanno accompagnando in questo viaggio. Per me è davvero miracoloso poter salire su quel palco pazzesco: un luogo che ti toglie il fiato, che ti fa tremare dalla testa ai piedi. È immenso, forse cinque volte più grande di quello di Sanremo. Tutto questo per me ha qualcosa di straordinario. Ancora faccio fatica a credere che sia successo davvero, dopo tanti anni di questo mio personale percorso di vita, sempre accompagnato dalla musica. Trovare le parole giuste per spiegare quello che provo non è semplice. Sono profondamente grato a tutte le persone che mi sono accanto in questo momento: al mio gruppo di lavoro, alla mia casa discografica, la Warner Music Group. Quando gli italiani fanno gli italiani, quando riusciamo a essere uniti, viene fuori una forza incredibile»

Sal da Vinci

 

L’Eurovision Song Contest torna a Vienna per la sua 70ª edizione, dopo la vittoria dell’Austria con JJ a Basilea 2025. L’evento televisivo non sportivo più seguito al mondo celebra così un anniversario speciale nella capitale austriaca, che ospita la manifestazione per la terza volta dopo le edizioni del 1967 e del 2015. Alla Wiener Stadthalle saranno 35 i Paesi in gara: due semifinali, in programma martedì 12 e giovedì 14 maggio, e la grande finale di sabato 16 maggio. La dimensione internazionale dell’evento sarà confermata anche dal pubblico atteso a Vienna. Sono già stati venduti 95 mila biglietti a fan provenienti da 75 Paesi: il 42% è stato acquistato da spettatori internazionali. La città si prepara così ad accogliere il più grande pubblico live dell’Eurovision degli ultimi anni, con arrivi non solo dall’Europa ma anche da Stati Uniti, Australia, Canada, Brasile, Messico, Giappone, Sudafrica, Emirati Arabi Uniti, Hong Kong e Nuova Zelanda. Per tutta la settimana Vienna si trasformerà in un grande punto d’incontro per appassionati e delegazioni, tra Eurovision Village a Rathausplatz, eventi culturali, fan zone, proiezioni pubbliche e iniziative diffuse in tutta la capitale austriaca. A rappresentare l’Italia sarà quest’anno Sal Da Vinci con “Per sempre sì”. Figlio d’arte, nato a New York durante una tournée del padre Mario Da Vinci, cantante e attore napoletano, Sal Da Vinci arriva all’Eurovision dopo una carriera costruita tra musica, teatro e racconto popolare, mantenendo sempre un forte legame con la tradizione partenopea e la canzone italiana. Il brano “Per sempre sì”, vincitore della 76ª edizione del Festival di Sanremo, è anche il più ascoltato tra quelli in gara: con oltre 24,2 milioni di stream ha raggiunto la vetta della classifica globale, staccando nettamente gli altri concorrenti. L’Italia si presenta inoltre a questa edizione forte di una lunga serie positiva: dopo otto piazzamenti consecutivi nella Top 10, Sal Da Vinci proverà a conquistare il nono risultato utile di fila per il nostro Paese. La presenza italiana a Vienna sarà però molto più ampia. In gara per San Marino ci sarà Senhit con “Superstar”: nata e cresciuta a Bologna da famiglia eritrea, e già protagonista eurovisiva per il Titano, tornerà sul palco dell’Eurovision dopo la vittoria al San Marino Song Contest. Ad accompagnarla ci sarà Boy George, in una delle collaborazioni più attese dell’edizione. Tra gli artisti legati all’Italia figurano anche Sarah Engels, in gara per la Germania e di origini siciliane; Veronica Fusaro, svizzera ma italiana da parte di padre; e Leléka, rappresentante dell’Ucraina, che ha collaborato con il compositore italiano Stefano Lentini. Tra gli appuntamenti più attesi, oltre alla finale, c’è la prima semifinale di martedì 12 maggio. In quell’occasione Sal Da Vinci si esibirà fuori concorso, così come la Germania, già qualificata di diritto alla finale insieme all’Austria, Paese ospitante e campione in carica. Francia e Regno Unito, anch’essi qualificati automaticamente, si esibiranno invece nella semifinale di giovedì 14 maggio. Nella prima semifinale del 12 maggio sarà protagonista anche San Marino con Senhit.

 

I conduttori

Et voilà Elettra e Gabriele

Tre, due, uno… Elettra Lamborghini e Gabriele Corsi: una coppia esplosiva per questa settantesima edizione

Elettra: Ancora non sappiamo esattamente che coppia saremo durante l’Eurovision, ci stiamo lavorando giorno dopo giorno. Ma una cosa posso già dirla: con Gabriele mi trovo davvero da Dio, siamo partiti con un’energia pazzesca, e io mi sento fortunatissima.

Gabriele: Siamo un duo costruito alla perfezione: entusiasmo, competenza musicale, vivacità. E poi questa ragazza ama la manifestazione quanto me. Direi che gli ingredienti ci sono tutti (ride).

Elettra, a Vienna andrà in scena una grandissima festa della musica, un evento capace di unire milioni di persone. Cosa si aspetta?

Elettra: Sono sicura che sarà uno spettacolo incredibile, non vedo l’ora che inizi perché sono curiosissima! Quando sono stata a Rotterdam per i Måneskin il livello era altissimo, ma ogni anno l’Eurovision riesce a superarsi: cresce la qualità delle esibizioni, cresce lo show, cresce tutto. E soprattutto sono certa che ci divertiremo tantissimo.

Gabriele come si prepara un veterano come lei?

Studio molto, e con largo anticipo, perché lo faccio con gioia e passione. Mi piace arrivare preparato a Eurovision, un fenomeno seguito da persone che lo vivono da tantissimi anni. E poi, visto che ci sarà Elettra, aspettatevi dei “festini sesquipedali”: a Vienna serviranno due megafoni, non uno”, scherza Gabriele Corsi. Ci saranno anche dirette social dal titolo “From Vienna with Love, per raccontare la vita degli italiani presenti lì… e non dimentichiamo che…non risuccede, ma se risuccede…

Commentatori a bordo campo, ma con l’Italia nel cuore…

Gabriele: Il nostro tifo va tutto a Sal Da Vinci e speriamo che, grazie a Rai Italia, anche gli italiani all’estero possano sostenere il nostro rappresentante. Quindi fatevi sentire: contattate amici e parenti che non hanno un numero italiano e scatenatevi con il televoto! Però voglio aggiungere una cosa che ha detto Elettra in conferenza stampa e che condivido pienamente: quando parlo dell’Eurovision mi vengono gli occhi a cuoricino. È davvero così. Amo questa manifestazione e sono convinto che anche lei resterà travolta da questa atmosfera, perché dal vivo si vive qualcosa di unico e irripetibile.

Lei ha “vissuto” Sal Da Vinci anche dietro le quinte del Festival di Sanremo…

Elettra: E ho scoperto una persona meravigliosa, umile, simpatica, autentica, sempre alla mano. Siamo davvero un bellissimo trio e la sua canzone funziona, eccome se funziona. Sono convinta che farà breccia anche a Vienna. Il pubblico italiano non potrà votarlo, ma io e Gabriele faremo di tutto per sostenerlo: io spingerò tantissimo anche attraverso i miei social. E poi spero davvero che anche San Marino faccia bene, perché “Superstar”, la canzone di Senhit, merita tanto.

 

Ad annunciare i voti per l’Italia: Maria Sole Pollio

Come vivrà questa esperienza?

La vivrò con una gioia doppia, anche perché Sal Da Vinci è napoletano come me. Per questo sento ancora di più il cuore e la vicinanza verso chi rappresenterà l’Italia. L’Eurovision è un incontro di talenti, culture, musiche e melodie diverse: una vera occasione per scoprire l’arte a 360 gradi. Sono davvero entusiasta e felicissima. Avere il privilegio, alla mia giovane età, di prendere parte a uno show così importante e internazionale, capace di parlare a tutti, è qualcosa di straordinario.

Che cosa significa per lei rappresentare l’Italia all’Eurovision?

Non credo esista una parola più adatta di “privilegio”. Sono profondamente consapevole della bellezza culturale e artistica del nostro Paese, e poter essere presente, in qualche modo portavoce dell’Italia durante la votazione, mi emoziona e mi rende estremamente orgogliosa.

L’Italia vola a Vienna. Secondo lei, come accoglieranno gli austriaci Sal Da Vinci?

Mi auguro con tutto il calore che merita, ma sono certa che saprà portarci in alto e farsi amare anche lì, proprio come è successo in Italia. Sal Da Vinci è un artista che, ancora prima di Sanremo, aveva già conquistato il pubblico e collezionato grandi successi. Con Sanremo, però, si è aperta una finestra ancora più ampia sul suo cuore, sulla sua napoletanità e sul suo enorme talento. Spero che a Vienna riesca a trasmettere lo stesso spirito, perché — come dice lui — “accussì sarà pe’ sempre sì”.

MARCO LOLLOBRIGIDA

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Al centro della passione

Con il “Giro” ha preso il via la grande stagione di eventi che accompagnerà il pubblico della Rai fino al cuore dell’estate. Il RadiocorriereTv incontra il direttore di Rai Sport

Giro d’Italia, Mondiali, Coppa America, una stagione che parte alla grande…

La stagione è partita con il “Giro d’Italia” e proseguirà, a fine maggio, con il “Giro donne”, per la prima volta trasmesso in chiaro su Rai 2. Un evento al quale teniamo particolarmente e a cui riserveremo le stesse attenzioni che dedichiamo al “Giro”. Il 22, 23, 24 maggio trasmetteremo le regate preliminari dell’”America’s Cup” dal Golfo degli Angeli a Cagliari, una grande acquisizione di Rai Sport in vista del 2027 a Napoli, pronti a raccontare le speranze di Luna Rossa di vincere la Coppa in casa. Il ciclismo ritornerà a luglio con il “Tour de France”, in agosto vivremo gli europei di pallavolo maschili e femminili, gli europei di nuoto e quelli di atletica leggera. Un’offerta vasta che rappresenta tutti gli sport, a partire dal calcio e dai Mondiali che inizieranno l’11 giugno.

Come li racconterete?

Con le stesse forze che avremmo messo in campo se l’Italia avesse partecipato, e di questo siamo grati all’Azienda Rai. Avremo degli spazi nel daytime di Rai 1 dentro a “Unomattina” in cui parleremo delle partite giocate nella notte, su Rai 2 avremo “Dribbling”, che racconterà le storie dei protagonisti dei Mondiali, le città che ospiteranno le partite, la bellezza e le differenze culturali di un continente così vasto. Alle 18.30 ci sarà “Italia chiama America”, con i nostri inviati in Canada, Stati Uniti e Messico, quindi la partita, con pre e post, e poi “Notti Mondiali”, con un grande parterre e, bella sorpresa che non possiamo ancora svelare, il ritorno di un grande campione che sarà ogni sera con noi.

Il 3 e il 7 giugno la Rai trasmetterà le amichevoli dell’Italia contro Lussemburgo e Grecia. Cosa deve fare la Nazionale per ritrovare se stessa e tornare ad appassionare i tifosi?

Curare i settori giovanili che devono essere la priorità. Questo ha fatto la Francia con l’accademia di Clairfontaine, questo è accaduto in Germania, quando nel 2006 i tedeschi persero con noi in casa, o in Spagna, dove i settori giovanili spesso utilizzano lo stesso sistema di gioco della prima squadra e dove non hanno paura di fare giocare i ragazzi, anche a 16 o 17 anni. Ammesso e non concesso che esista un Musiala, se noi abbiamo paura di fare giocare i giovani, se pensiamo soltanto ai club e non alla nostra identità, non lo scopriremo e saremo sempre perdenti. Per quanto riguarda le due amichevoli le seguiremo con lo stesso impegno con il quale raccontiamo sempre l’Italia, a partire dallo studio sul posto. Personalmente sono contento che sia il Silvio Baldini a seguire l’Italia maggiore per queste due partite. Il signor Baldini è un uomo di valori e di valore. L’uomo giusto messo all’Under 21, che sa riconoscere il talento e sa dare uno schema educativo a questi ragazzi. Un uomo straordinario, non distante dalle persone.

Torniamo al “Giro”, che dopo la partenza in Bulgaria risalirà lo Stivale, da Catanzaro alle Alpi per poi chiudere a Roma…

Un “Giro” che speriamo porti alla vittoria di qualche bella speranza, magari italiana. Nelle sue ventuno tappe lo spettacolo della corsa unisce la sfida sportiva dei ciclisti al racconto del territorio che attraversa. Dalle nostre immagini, dalle voci dei telecronisti, emerge certamente giorno dopo giorno l’impresa dei campioni, ma non meno la narrazione di un’Italia che custodisce un patrimonio culturale e artistico unico. Raccontare il “Giro” significa sconfinare i perimetri dello sport per portare lo spettatore dentro al Paese. Lo facciamo nel corso di tutta la giornata, a partire da “Giro Mattina”, proseguendo con la tappa, con il “Processo alla tappa”, trasmissione che ci avvolge al suo romanticismo, invenzione bellissima di colui che è stato il più grande giornalista di tutti i tempi, Sergio Zavoli.

Cosa rende il ciclismo ancora tanto popolare?

La sua stessa natura, il fatto che le persone, oggi come ieri, si riversino lungo le strade per seguire il passaggio della carovana, la possibilità di osservare da vicino la fatica dei campioni, la sfida. È lo sport che fa sentire le persone vicine.

Cosa significa raccontare lo sport dai microfoni del Servizio Pubblico?

Da telecronista, ma anche da conduttore, e oggi da direttore di una testata nei confronti della quale sento una responsabilità enorme, penso che il giornalista non debba mai essere tentato di sostituirsi all’evento, che deve essere raccontato per quello che rappresenta in quel preciso momento. Se il telecronista cede al protagonismo corre il rischio di diventare una macchietta.

NOVITA’

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Prova a non ridere

Il fenomeno Pera Toons diventa una serie tv animata prodotta dalla casa editrice Tunué in collaborazione con Rai Kids. Dal 18 maggio su Rai Gulp e RaiPlay

Un concentrato di freddure e umorismo del fumettista dei record, che ha conquistato 7 milioni di follower sui social e venduto oltre 3 milioni di copie tra tutti i suoi libri. Alessandro Perugini, in arte Pera Toons, rappresenta un unicum nel panorama culturale italiano. Idolo di bambini e famiglie, capace di conquistare ogni fascia d’età con il suo irresistibile spirito e la sua ironia leggera e surreale, il suo ultimo libro “Il gioco delle risate” è stato per due settimane al primo posto nella classifica generale dei libri più venduti in Italia. Composta da 46 episodi autoconclusivi della durata di 6 minuti, la serie rappresenta l’evoluzione naturale di un percorso creativo nato e cresciuto tra Instagram, TikTok e YouTube. La scrittura rapida, il ritmo serrato e lo stile grafico distintivo di Pera Toons trovano nella dimensione televisiva un terreno ideale per amplificare il loro impatto. Ogni episodio è concepito come una stanza diversa di un originale “laboratorio comico”, ricco di sorprese visive, giochi linguistici e trovate esilaranti, pensate per stimolare continuamente la curiosità e il divertimento. Non solo intrattenimento, ma anche un’esperienza condivisa: un piccolo rituale quotidiano capace di riunire davanti allo schermo bambini, fratelli, genitori e nonni, dove la risata diventa un linguaggio comune, uno strumento di unione e complicità tra generazioni. “Siamo entusiasti di annunciare una nuova serie che rappresenta un passo importante per la Direzione di Rai Kids, un tassello della nuova linea editoriale tesa alle novità del mondo dell’animazione, del fumetto e dell’intrattenimento per i più giovani”, afferma Roberto Genovesi Direttore di Rai Kids. “La serie “Prova a non ridere” di Pera Toons è un progetto comico, frizzante e pensato per tutta la famiglia, ispirato al linguaggio immediato e colorato del fumetto. Una novità assoluta per Rai, che apre la strada a un modo diverso di raccontare, più vicino alle sensibilità contemporanee e al dialogo con il mondo dei social, oggi sempre più connessi alla vita quotidiana del nostro pubblico. Con questa produzione vogliamo dare nuova linfa creativa al panorama nazionale, sostenendo talenti e storie capaci di parlare a tutte le generazioni”.