ANTEPRIMA CINEMA

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Tornatore racconta Amadeo Peter Giannini

 

Il regista Premio Oscar al lavoro sulla storia straordinaria del grande banchiere americano d’origine italiana

 

 

Rai Cinema e Kavac Film annunciano il nuovo film del Premio Oscar Giuseppe Tornatore, “The First Dollar (Il Primo Dollaro)” dedicato alla figura di Amadeo Peter Giannini, fondatore della Bank of Italy – poi divenuta Bank of America – e protagonista di una delle storie più straordinarie del Novecento. Il regista Giuseppe Tornatore sta ultimando in queste settimane la scrittura della sceneggiatura. Il film sarà girato interamente in inglese con un cast di attori italiani e internazionali. Amadeo Peter Giannini, figlio di emigrati liguri, nato in California nel 1870, ha dimostrato come sia possibile costruire un’impresa destinata a cambiare la storia, restando fedeli a un’idea profondamente umana di progresso. Seppe rivoluzionare il sistema bancario mettendo il credito al servizio delle persone comuni: immigrati, lavoratori, donne, famiglie fino a quel momento escluse. Amava ripetere che non si può diventare mai così grandi da dimenticarsi della gente comune, un principio che ha guidato ogni sua scelta. La sua vita attraversò diversi momenti simbolici della storia americana e mondiale: la ricostruzione di San Francisco dopo il terremoto del 1906, quando riaprì la banca tra le macerie per restituire fiducia a una città ferita; il sostegno decisivo alla nascita della grande industria cinematografica, finanziando opere di Charlie Chaplin, Walt Disney e Frank Capra; la costruzione del Golden Gate. Finanziò inoltre sia il New Deal che il piano Marshall e contribuì alla ricostruzione dell’Europa e dell’Italia nel secondo dopoguerra. “Ho accolto con entusiasmo la proposta dei produttori di riprendere in mano un progetto a cui avevo lavorato qualche anno fa – dice Giuseppe Tornatore – la storia di Amadeo Peter Giannini, l’italiano che rivoluzionò il sistema bancario americano. Una vicenda quasi leggendaria che sembra nata proprio per essere raccontata dal cinema. Sono felice di intraprendere questa nuova avventura al fianco di Simone Gattoni, Marco Bellocchio e Paolo Del Brocco.” Per Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, “affidare questo racconto a Giuseppe Tornatore significa puntare su uno sguardo capace di unire memoria, emozione e respiro epico, restituendo la coerenza morale di un uomo che ha dimostrato come il successo economico possa andare di pari passo con la responsabilità sociale.” Per Simone Gattoni, produttore per Kavac Film, “portare in sala questa opera è un atto che contribuisce a conservare la memoria, ma che rappresenta anche un messaggio per il presente: la storia di un italo-americano che ha cambiato il mondo senza mai perdere di vista le persone, guardando a un capitalismo etico”.

 

ALESSANDRO TEDESCHI

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L’altro? Un altro te stesso

 

Nella serie “La Preside”, il lunedì in prima serata su Rai 1, è il professore di italiano convinto che la scuola debba rappresentare per i ragazzi un’occasione di riscatto, salvezza e futuro. L’attore genovese al RadiocorriereTv: «Tra i banchi ci si avvicina, piano piano, alla propria identità»

 

 

Cosa ha pensato quando le è stato proposto di fare parte de “La Preside” con un ruolo così importante?

Ho pensato di essere molto fortunato, perché ogni tanto ci sono dei ruoli di cui c’è bisogno, per la gente che ti guarda ma anche per te come attore, perché ci sono personaggi che in qualche modo ti puliscono un po’ l’anima, ti svegliano, ti aprono dei punti di vista che magari non fanno parte della tua vita. Secondo me Vittorio è uno di quelli. La sua tenacia, la sua caparbietà, mai in qualche modo coercitiva coi ragazzi, ma sempre volta a stimolarli in un modo costruttivo, creativo, sono una cosa molto bella da indagare.

 

Come è stato l’incontro, tra le pagine della sceneggiatura, con il suo Vittorio Leoni?

Ho pensato che avesse un filo molto semplice da trovare perché è scritto molto bene e quando un personaggio è scritto bene non ci sono lati oscuri, è molto semplice calarcisi dentro. Oltre a essermi divertito leggendo, ho pensato di trovarmi di fronte a un uomo che aveva bisogno, per se stesso, di aiutare. E ci sono anche delle battute che ce lo dicono: l’unico modo per rendersi felici è l’azione. Anche gli analisti, se sei depresso, ti spingono ad agire, a fare qualcosa. E secondo me è quello che un po’ fa Vittorio quando arriva a Caivano.

 

Cosa ha dato a Vittorio della sua esperienza di uomo e di padre?

Il fatto di non arrendersi mai quando non vedi dei miglioramenti immediati, e questo a volte da padre è difficile, vorremmo sempre che i nostri figli fossero all’altezza delle nostre aspettative. Non fare sentire questo peso è una gran cosa per loro, in modo da permettergli di vivere la loro infanzia, la loro adolescenza, con più serenità.

 

Nella serie la scuola viene definita quasi un luogo sacro. Perché questa sacralità è così importante?

La scuola è un luogo dove un ragazzo, soprattutto nella fascia di età che indaghiamo nella serie, ma anche un bambino, inizia ad avvicinarsi, ad accarezzare, quella che sarà la sua identità: è un luogo dove piano piano ci si scopre. Spesso in famiglia sono i nostri genitori ad attribuirci un’identità, la scuola è un posto di passaggio dove i ragazzi, i bambini, iniziano a conoscersi, a capire che tipo di “animali” sono. Lo fanno in mezzo agli altri, con quello che studiano, con il rapporto con adulti che non sono i propri genitori. La scuola è un luogo dove ci si avvicina piano piano alla propria identità.

 

Tra i suoi professori ce n’è stato uno che in qualche modo le ricorda Vittorio?

È stato un professore di lettere in un liceo a Milano, scuola che frequentai per sei mesi una volta trasferitomi da Genova, era un ex giornalista e diceva una sorta di aforisma da lui stesso creato che secondo me sta benissimo a Vittorio: “Quando insegno sogno”.

 

Cosa cercano i ragazzi oggi?

Credo che cerchino l’immediatezza, tutto confluisce in quello. E penso che non sia così solo per i ragazzi, ma per tutto il genere umano. Tutto è cambiato, a partire dalle lunghe distanze che ci volevano per raggiungere un posto, dagli iter di studi necessari per raggiungere un posizionamento. L’uomo cerca il massimo rendimento con il minimo sforzo…

 

L’uomo ha “perso” la pazienza…

Abbiamo costruito una tecnica che ci facesse soddisfare i nostri desideri per arrivare prima alle cose. E tutto, in qualche modo, sta andando in questa direzione. Senza troppo giudizio, si stanno riducendo i tempi dell’attesa per ottenere le cose. Penso che ragazzi vogliano immediatamente e siano poco disposti a cedere a compromessi. Ma non è colpa loro, è la società in cui noi li abbiamo traghettati.

 

Quale tassello rappresenta “La Preside” nella sua carriera d’attore?

Una cosa molto bella. Andare a lavorare circondato da tanti bravi artisti, dal punto di vista tecnico, attoriale, registico, una squadra di livello altissimo, quindi una grande deresponsabilizzazione della recitazione. La fatica è stata quella di essere arrivato a fare, e a vincere, quel provino, poi, quando lavori in contesti meravigliosi fatti da professionisti che parlano la tua lingua, basta abbandonarsi. Mi sono abbandonato al contesto in cui ero perché mi sentivo protetto.

 

All’uomo Alessandro, invece, cosa resta alla fine di questa esperienza?

Una sensazione di benessere che c’è nell’aiutare gli altri, ma non parlo dei componenti della tua famiglia, perché quello è un dovere, parlo delle persone che non si conoscono. Considerare l’altro come te stesso, come un tuo simile, come un tuo figlio. Questa visione più ampia è quella che mi vorrei portare dietro di Vittorio.

 

 

 

SANREMO

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Vi aspettiamo al Festival

 

Laura Pausini affiancherà Carlo Conti nella conduzione delle cinque serate

 

 

Laura Pausini torna a Sanremo, sul palco che la vide esordire e vincere trentatré anni fa con “La Solitudine”. Sarà l’artista italiana più premiata nel mondo a condurre insieme a Carlo Conti, direttore artistico del Festival, le cinque serate della manifestazione in onda in diretta su Rai 1, RaiPlay e Rai Radio2 dal 24 al 28 febbraio. Dopo la vittoria tra i giovani del 1993, il terzo posto tra i big nel 1994 con “Strani amori” e sei presenze da superospite, l’artista romagnola è al Festival in una veste nuova.

“Ringrazio Laura per aver accettato subito con entusiasmo il mio invito” dice Carlo Conti. “È un grande onore ed una gioia condividere la conduzione del festival con un’artista ed una donna così forte, così carismatica e divertente come Laura. Con noi poi si alterneranno ogni sera vari co-conduttori e co-conduttrici con i quali animeremo il palco dell’Ariston”.

“Sanremo è il mio destino. Il mio sorriso. La mia tentazione. La mia paura” commenta Laura Pausini.  “A Sanremo sono nata artisticamente nel 1993 e quest’anno torno orgogliosa e commossa perché con tutto l’onore e la gioia del mondo condurrò con Carlo Conti la 76° edizione del Festival. Le prime volte non si scordano mai e come quando si dà il primo bacio mi sento emozionata. Ho passato tutti gli anni della mia vita vedendo Sanremo e mai avrei pensato di trovarmi ora in questo ruolo. Ringrazio Carlo, la stima che provo per lui da sempre è diventata anche fiducia, è riuscito a sbloccare la mia paura nell’immaginarmi conduttrice.  Non vedo l’ora di divertirmi e commuovermi con lui al mio fianco. Farò davvero tutto il possibile per essere all’altezza di questo palcoscenico che rimane il più importante per me”.

Icona pop a livello globale, più di 75 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, più di 6 miliardi di streamings, prima e unica italiana a vincere 1 Grammy Award e ad entrare nella Billboard Hot 100, Laura Pausini ha conquistato 4 Latin Grammy Awards, è stata celebrata dalla Latin Recording Academy come “Person of the Year 2023” (prima in assoluto non madrelingua spagnola a ricevere questo riconoscimento). Nel suo palmarès vanta anche un Golden Globe, una candidatura agli Oscar e agli Emmy Awards. Vanta inoltre la co-conduzione internazionale dell’edizione 2022 di Eurovision Song Contest, a Torino, con Mika e Alessandro Cattelan.

MUSICA

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Corpi celesti e una voce che attraversa il tempo

 

Giorgia apre il 2026 con un nuovo singolo estratto dall’album “G”, dopo un anno da numeri impressionanti tra classifiche, radio, streaming e palasport sempre pieni, confermando una stagione artistica che unisce pop, intensità e una rara fedeltà del pubblico

 

 

Arriva in radio “Corpi celesti” e sembra quasi il naturale proseguimento di un viaggio che non si è mai fermato. Dopo un 2025 costruito su risultati fuori scala, Giorgia inaugura il nuovo anno con un brano che mette al centro il coraggio di sentirsi parte di qualcosa di più grande, un invito ad allargare lo sguardo e a riconoscere quanto le nostre vite siano intrecciate, come corpi che orbitano nello stesso spazio emotivo. Scritto da Federica Abbate, Cripo e Raige e prodotto da Cripo ed Enrico Brun, il singolo aggiunge un nuovo capitolo a un album che ha già lasciato un segno profondo. “G”, il suo ultimo lavoro di inediti, ha debuttato direttamente al numero uno delle classifiche FIMI, sia per gli album sia per i formati fisici, diventando il fulcro di un anno che ha visto Giorgia dominare le classifiche e la radio. “La cura per me”, certificato doppio platino, è rimasto per dodici settimane consecutive ai vertici delle vendite ed è stato il secondo singolo più venduto del 2025, superando i 160 milioni di stream globali, mentre il videoclip ha chiuso l’anno al secondo posto tra i più visti su Vevo. In un panorama sempre più affollato, Giorgia è stata anche l’unica artista donna presente nella Top30 degli italiani più ascoltati nel mondo nel primo semestre 2025. Il suo impatto si è sentito forte anche in radio, dove tutti e tre i singoli tratti da “G” hanno conquistato la Top100 annuale di Earone. “Golpe” ha raggiunto il primo posto nell’airplay generale ed è stato uno dei debutti più potenti dell’anno, mentre “La cura per me”, presentato a Sanremo 2025, ha chiuso la stagione come il brano sanremese più trasmesso in radio tra quelli interpretati da un’artista donna. Dal vivo, il pubblico ha risposto con lo stesso entusiasmo. Dopo il “Come Saprei Live” nelle location più suggestive d’Italia e un tour nei palasport completamente sold out, per un totale di oltre centomila biglietti venduti, Giorgia tornerà sul palco da marzo 2026 per un nuovo ciclo di diciotto date nei palasport. Più di due ore di concerto in cui i nuovi brani di “G” si intrecciano ai successi che hanno segnato la sua carriera, in uno spettacolo costruito per emozionare, sorprendere e far cantare dall’inizio alla fine. Ad accompagnarla sul palco una band di altissimo livello, con Sonny Thompson al basso e chitarra, Mike Scott alla chitarra, William Mylious Johnson alla batteria, Gian Luca Ballarin e Fabio Visocchi alle tastiere, Diana Frodella e Andrea Faustini ai cori, e una sezione d’archi guidata da Valentina Sgarbossa al violoncello con Caterina Coco e Alessio Cavalazzi ai violini e Matteo Lipari alla viola. Una squadra che trasforma ogni concerto in un vero paesaggio sonoro, all’altezza di una voce che da anni non smette di orbitare tra tecnica, anima e pubblico.

ANDREW HOWE

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La metamorfosi del campione

 

Dal salto in lungo alla macchina da presa, il grande campione si racconta tra sport e recitazione. L’ingresso nella “famiglia” di “Don Matteo”, la sfida di mettersi in gioco senza protezioni e il valore del lavoro di squadra. Appuntamento ogni giovedì in prima serata su Rai 1

 

 

 

Da sportivo abituato alle grandi competizioni, si è allenato tutta la vita alle sfide. Qual è stata quella più grande entrando nel mondo di “Don Matteo”?

Sicuramente mettermi completamente in gioco senza protezioni. Nello sport sei abituato a confrontarti con numeri, misure, cronometri, qui, invece, ti misuri con te stesso, con le tue emozioni, con la capacità di essere credibile. È stato come tornare all’inizio di tutto, con l’umiltà di chi sa di dover imparare.

Da atleta ad attore, un salto in lungo importante, questa volta davanti alla macchina da presa! Come si sente in questa nuova veste e cosa l’ha sorpresa di più della recitazione?

Mi sento curioso, vivo. Quello che mi ha sorpreso di più è quanto la recitazione sia fisica e mentale allo stesso tempo. Non è solo dire una battuta, è ascolto, presenza, controllo del corpo, gestione dell’energia. In questo mi sono sentito a casa.

Ci racconti il suo personaggio: cosa l’ha affascinata e in cosa, se c’è, le somiglia?

Mi ha affascinato il suo lato umano, il suo non essere “perfetto”. Mi somiglia nella determinazione e nel bisogno di trovare un equilibrio tra ambizione e valori personali. È un uomo che cerca il suo posto, e questo lo rende molto vero.

Come è stato accolto nella “famiglia” di “Don Matteo”, una serie così amata e con una lunga storia alle spalle?

Con grande rispetto e calore. Mi sono sentito subito parte di un gruppo che lavora con passione e professionalità, ma anche con leggerezza. È una vera famiglia, e questo rende tutto più naturale, soprattutto per chi arriva da fuori.

Cosa la incuriosisce e l’attrae di più del mondo dello spettacolo rispetto a quello dello sport?

La possibilità di raccontare storie. Nello sport racconti te stesso attraverso la prestazione, nello spettacolo porti in scena tante vite diverse, esplori emozioni e punti di vista che vanno oltre la tua esperienza personale.

Lo sport insegna disciplina, sacrificio, lavoro di squadra. Quanto le sono stati utili sul set?

Totalmente. Il set è un lavoro di squadra come una staffetta o una finale importante. Arrivare preparato, rispettare i tempi, saper ascoltare e adattarsi: sono tutte cose che lo sport ti imprime dentro e che qui fanno davvero la differenza.

Tra atletica e recitazione: cosa le dà più adrenalina oggi?

Sono due adrenaline diverse. L’atletica è esplosiva, immediata, la recitazione è più sottile, cresce piano e poi ti colpisce all’improvviso. Oggi le vivo entrambe con gratitudine, senza fare confronti.

Il pubblico la conosce come campione sportivo. Che effetto le fa farsi scoprire in una veste completamente nuova?

È emozionante e anche un po’ vulnerabile. Ma è bello mostrarsi per quello che si è davvero, non solo per un ruolo. Credo che la vita sia fatta di evoluzione, e io non ho paura di cambiare.

Pensa che la recitazione possa diventare una seconda carriera o la vive come una nuova sfida personale?

La vivo come una grande opportunità e una sfida personale. Non faccio programmi rigidi: mi interessa crescere, imparare e fare le cose con serietà. Poi sarà il percorso a dire dove può arrivare.

Che messaggio le piacerebbe arrivasse ai giovani che la seguono, sia come sportivo che come attore?

Di non avere paura di reinventarsi e di restare fedeli a sé stessi. Il successo non è solo vincere, ma trovare un senso a quello che fai. Per me questo senso oggi passa anche dalla mia compagna Ilaria e da mia figlia Anna: loro mi hanno cambiato la vita, mi hanno insegnato cosa conta davvero e mi ricordano ogni giorno perché vale la pena dare il massimo, in qualunque campo.

Film Tv

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Una famiglia, un uomo, un poeta

 

“Zvanì – Il Romanzo Famigliare di Giovanni Pascoli” di Giuseppe Piccioni, con Federico Cesari (Giovanni Pascoli), Benedetta Porcaroli (Mariù), Liliana Bottone (Ida), Luca Maria Vannuccini (Raffaele Pascoli) e con la partecipazione straordinaria di Riccardo Scamarcio (Pietro Cacciaguerra, il presunto mandante dell’omicidio di Ruggero Pascoli, padre del poeta) e di Margherita Buy (Emma Corcos), in onda martedì 13 gennaio in prima serata su Rai 1

 

 

La storia prende il via nel 1912: Giovanni Pascoli è morto e un treno parte da Bologna per le sue esequie con studenti, autorità e parenti, tra i quali la sorella Maria, chiamata Mariù. Il viaggio riflette il lutto del paese, dove persone di tutte le classi sociali rendono omaggio al poeta del quale – attraverso i ricordi di Mariù – viene ripercorsa la vita: l’assassinio del padre, la giovinezza segnata dalla povertà, l’impegno politico e il rapporto complicato con Giosuè Carducci. Ma, nonostante le difficoltà personali e politiche, Pascoli si laurea e, dopo anni, riabbraccia le sorelle. Vivono insieme, ma le dinamiche familiari sono tese: Ida, più indipendente, lascia il fratello per cercare una vita propria. Giovanni, famoso ma infelice, si ritira con Mariù a Castelvecchio, dove il treno che lo porta alla sepoltura attraversa uno spazio surreale, con apparizioni misteriose, come nelle sue poesie.

 

Oltre la polvere

Il regista – Giuseppe Piciconi – racconta il suo Pascoli

«Ho letto la bella sceneggiatura di Sandro Petraglia e ho deciso di fare questo film, senza preoccuparmi di collocarlo nella forma rituale del biopic. Ho cercato di fare un film personale, assecondando il mio istinto, che spesso ha le sue ragioni, una sua logica. Grazie al lavoro e alla complicità di Sandro Petraglia e alla sua disponibilità ho cercato di mettere a fuoco alcuni aspetti di molte poesie di Pascoli in cui il poeta e i defunti si parlano, arricchendo la cornice del racconto – il treno speciale che porta il feretro di Giovanni da Bologna a Barga dopo la sua morte – con intrusioni, apparizioni, un clima da dormiveglia, accantonando il realismo stretto, dove qualcosa di “pascoliano” si affianca ai personaggi presenti in treno. Qualche critico qualificato ha detto, a ragione, che alcune poesie che possiamo definire famigliari di Pascoli, sono sedute spiritiche. Così il viaggio si dilata, il treno non è più cronaca o funzione ma è in stretta relazione con il passato, le ellissi del racconto, i salti e il presente abitato da ricordi, visioni così come nel racconto del passato si intravede l’ombra del viaggio in treno, di un destino che si compie. Poi mi sono dedicato agli attori, soprattutto ai giovani attori del film, con la dedizione e la soddisfazione di sempre, e ho potuto sceglierli liberamente, senza pressioni o richieste particolari. Con passione uguale alla mia, si sono buttati con generosità in questa avventura. Abbiamo scelto di amare Pascoli, fino in fondo, e anche le sue sorelle e tutti i personaggi secondari, non trascurando alcune ombre e ambiguità, ma senza indulgere nel gossip, senza assecondare alcune morbose e facili interpretazioni della sua vita famigliare. Ho sempre amato Pascoli e ho approfittato di questa occasione per approfondire la conoscenza della sua biografia e dell’opera. Ho approfondito la conoscenza di Pascoli leggendo tutto quello che potevo, compresi gli scritti di Cesare Garboli e di altri critici del tempo e non, compresa la monumentale biografia scritta da Mariù, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”, preziosissima, i numerosi e altrettanto preziosi consigli, contributi, libri e pubblicazioni di Rosita Boschetti, direttrice del Museo Casa Pascoli di San Mauro. Ringrazio anche Sara Moscardini per il sostegno e la vigile collaborazione nella Casa Pascoli di Barga. In tutti ho trovato, spunti, avvertenze, una mappa ragionata in cui orientarmi. Ho letto anche alcuni suoi poemi in latino, con l’aiuto del testo originale e della traduzione. Inevitabile omettere qualcosa, e operare qualche piccola forzatura così sterminata è la sua produzione poetica insieme a saggi, componimenti in latino, poemi e poemetti, canti, gli studi su Dante e tutto ciò che sua sorella Maria, ha raccolto negli anni, e che con la stessa meticolosità è stato sapientemente schedato e catalogato nel Museo Casa Pascoli di San Mauro e nella Casa Barga di Castelvecchio Pascoli. Cosa abbiamo cercato di fare? Beh, sicuramente mettere al riparo il poeta da facili semplificazioni che riguardano la sua vita, per altro smentite da una nuova ricca documentazione di lettere e testimonianze raccolte nel tempo. Poi dichiaro candidamente che il mio amore per Pascoli è senza riserve e che è tutto da rivedere il modo in cui gli studenti della mia generazione lo hanno studiato. Un modo riduttivo, spesso polveroso, solo come un poeta delicato e tragico, quello delle piccole cose, sottolineato dalla sventura che ha accompagnato la sua vita nel corso dell’infanzia e della giovinezza. In questo sono stato aiutato dal copione che circoscrive il racconto alle sue vicende famigliari, con il corrispettivo poetico di quelle vicende, in particolare al rapporto intenso, felice e insieme ambiguo, con le sorelle. Per semplificare abbiamo raccontato un periodo della sua vita che va dalla prima giovinezza fino ai suoi quarant’anni. Fino al suo arrivo, con Mariù, nella nuova casa di Barga dopo che l’altra sorella, la maggiore, Ida, aveva rotto il patto che legava i tre fratelli, il tentativo di Giovanni di ricreare IL NIDO, quella famiglia perduta e dispersa dopo la tragica morte del padre. Non ci sono tutti i luoghi vissuti e abitati dal poeta, i suoi amici lucchesi, il felice periodo di Messina, e poi Livorno, Firenze, e molto, molto altro. Sarebbe stato impossibile avendo solo 5 settimane a disposizione per girare.»

SECONDA SERATA

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Passaggio a Nord Ovest

 

 

Dal 12 gennaio il programma del sabato di Rai 1, ideato e condotto da Alberto Angela, andrà in onda anche il lunedì nella nuova collocazione oraria per raccontare le bellezze del nostro Paese e di località lontane insieme a incredibili storie di popoli e luoghi

 

 

Leonardo da Vinci lo definì “un capolavoro della natura”: è il gatto, l’animale domestico più presente nelle case degli italiani. Intelligente, autonomo, misterioso, estremamente agile, ma con una sublime grazia nei movimenti. Proprio al gatto sarà dedicata l’apertura del primo appuntamento in seconda serata di “Passaggio a Nord Ovest”, in onda da lunedì 12 gennaio su Rai 1. Il programma di Alberto Angela si sposterà poi in Sardegna per visitare la Necropoli neolitica di Sant’Andrea Priu, dove si trovano una ventina di tombe scavate nella roccia: sono le domus de janas. La parola Domus fa capire che le tombe riproducevano le fattezze di una bellissima casa, come se fossero la dimora per l’aldilà dei defunti. Invece Janas significa Fata o Strega: infatti secondo la tradizione popolare, all’interno di questi luoghi vivevano delle fate che tessevano con fili d’oro o d’argento ai telai, rimanendo di giorno all’interno e uscendo di notte. Il viaggio di “Passaggio a Nord Ovest” continua in Nepal, dove si trovano 8 delle 10 montagne più alte del mondo, terra che per questo motivo si presenta come un luogo inaccessibile. Nonostante sia stato avviato un programma di infrastrutture viarie, le regioni più remote restano raggiungibili solo affrontando grandi rischi: la puntata racconterà le storie e il coraggio di alcuni abitanti che percorrono le “strade” disponibili per l’approvvigionamento dei beni necessari. Nervi saldi, perseveranza e spirito di adattamento sono quindi fondamentali.

 

SECONDA SERATA

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Gli occhi del musicista

 

 

I suoni, le parole, la grande canzone italiana. Da martedì 13 gennaio torna su Rai 2 il programma condotto da Enrico Ruggeri

 

 

Dopo due stagioni che hanno offerto al pubblico musica di qualità e buone riflessioni sul passato e sul presente, torna in seconda serata su Rai 2, da martedì 13 gennaio, “Gli occhi del musicista”, il programma di Enrico Ruggeri scritto insieme a Ermanno Labianca. “Gli occhi del musicista” è un’esperienza coinvolgente e divertente, dove la musica assume il suo ruolo di linguaggio universale per esplorare l’attualità, ripercorrere la storia e trasmettere emozioni, legando la musica anche al cinema, alla letteratura e allo sport. Cinque puntate, ognuna incentrata su un tema diverso: l’amicizia, il viaggio, gli ultimi, la relazione tra il cinema e la musica, e la canzone intelligente, quella ironica, imprevedibile e poco allineata di tanti interpreti che verranno ricordati. Cinque appuntamenti con racconti e performance. In studio con Enrico Ruggeri, in questo viaggio nella musica, ci saranno Alice De André, giovane attrice e regista e l’attore e comico Vincenzo Albano. In ogni puntata una vera e propria rock band, formata da Francesco Luppi (tastiere e pianoforte), Davide Brambilla (tromba, flicorno, fisarmonica, tastiere), Sergio Aschieris (chitarre), Johnny Gimpel (chitarre), Phil Mer (batteria) e Mitia Maccaferri (basso), eseguirà brani iconici legati al tema della serata o accompagnerà gli ospiti durante le loro esibizioni, regalando performance uniche e irripetibili. Non mancheranno artisti musicali di grande rilievo che racconteranno le loro carriere e rifletteranno sul tema portante. “Gli occhi del musicista” è un programma Rai Cultura di Enrico Ruggeri e Ermanno. La regia è di Stefania Grimaldi.

 

 

Cinque domande a Enrico Ruggeri

 

In onda con la terza stagione di “Gli occhi del musicista”, che conduttore si sente?

Mi sento un padrone di casa che racconta storie di vita accompagnate da vera musica dal vivo.

 

La musica in tv, come raccontarla e valorizzarla?

Innanzitutto, serve una vera band, non dei professionisti che “tirano giù” i pezzi seguendo uno spartito, ma dei musicisti che arrangiano le canzoni come fossero alle prove di un concerto. Poi ci vuole qualcuno che, con parole appropriate, sappia creare interesse su una canzone prima di suonarla.

 

Che tipo di viaggio umano si può fare attraverso la musica?

La musica rappresenta il nostro bagaglio emotivo, la nostra Storia, la nostra crescita interiore: senza musica non c’è conoscenza di sé e del mondo.

 

Come vede il cantautorato contemporaneo?

La musica italiana è in buona salute: è stata messa all’angolo dagli algoritmi, dalla cattiva programmazione, dagli interessi di chi preferisce artisti senza cultura e consapevolezza, più manovrabili e sostituibili da altri in qualsiasi momento.

 

Come guardano, l’oggi, i suoi occhi da musicista?

Sono tempi di intolleranza, violenza e superficialità: io cerco di allargare la coscienza delle persone per renderle migliori.

 

 

MASSIMO LOPEZ

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Il mio segreto? Ascolto il pubblico

Da oltre quarant’anni è uno dei volti più amati e apprezzati in Tv come a teatro. Il suo sguardo è sinonimo di ironia, empatia e risate. RadiocorriereTv intervista l’attore marchigiano, giurato d’eccezione a «Tali e Quali», il venerdì in prima serata su Rai 1

 

 

Cosa significa far parte del mondo di «Tali e Quali»?

«Tali e Quali», come anche «Tale e Quale Show», sono un’isola felice. Sono stato chiamato da Carlo Conti nelle vesti di giudice speciale già nelle scorse edizioni e ho sempre avuto la sensazione di trovarmi in un ambiente decisamente familiare. Non professionisti dello spettacolo, ma persone che hanno voglia di mostrare il proprio talento, la propria passione, alla platea TV.

Che cosa le stanno lasciando i concorrenti di «Tali e Quali»?

In «Tali e Quali» i non professionisti sono molto interessanti. Per molti di loro la partecipazione al programma è un punto di partenza e, al tempo stesso, un punto di arrivo, un traguardo importantissimo. Sono motivati, perfezionisti, emozionati, emozionanti e danno sempre il massimo. Il mio ruolo di giudice, a dir la verità, non è molto semplice, perché per l’impegno che ci mettono tutti inserirli in una classifica, con un primo e un ultimo, è una bella responsabilità.

Come va con i suoi colleghi di giuria, Malgioglio e Marcuzzi?

La giuria è molto divertente, c’è intesa, complicità. Ovviamente il nostro è anche un ruolo al quale si richiede leggerezza e gioco. Quindi sì, si giudica, però poi bisogna anche divertire il pubblico e divertirsi.

Di Cristiano Malgioglio lei è anche provetto imitatore…

Mi diverto molto. Lui gradisce moltissimo la mia imitazione, che ogni volta nasce dall’improvvisazione, dal momento che si vive, senza che ci sia nulla di preparato o di organizzato. E poi non è solo la voce: posso imitare anche un atteggiamento, un gesto. Tutto deve nascere in maniera estremamente spontanea.

Una carriera di successo nella quale l’arte dell’imitazione ha avuto, e ha tutt’ora, un ruolo importante. Come si entra in un personaggio?

Non c’è una regola precisa, che si tratti di un personaggio da imitare o da studiare. Tutto nasce sicuramente dalla propria formazione: la mia, indubbiamente, è teatrale, nata piano piano, e in questo anche l’istinto ha il proprio motivo di essere e aiuta moltissimo. L’attore è una specie di merlo indiano, con la capacità di osservazione e imitazione del genere umano e, se vogliamo, anche degli oggetti inanimati. Quindi osservare, osservare e, nel caso dell’imitazione, cercare di riprodurre.

Quali sono i personaggi da lei vestiti che, nel corso degli anni, le sono rimasti maggiormente nel cuore?

Sono tanti, infiniti, perché tutti quelli che ho fatto, in qualche maniera, li ho scelti. Non ce ne sono che io abbia fatto senza voglia. Tra i tantissimi imitati ad ottenere grande consenso ci sono stati i papi, Maurizio Costanzo, i politici. Ancora oggi le imitazioni più richieste sono quelle dei pontefici.

Cosa deve avere un personaggio perché lei decida di “farlo suo”?

Il personaggio deve avere delle caratteristiche particolari nel parlare, nel gesticolare, qualche difetto, qualche tic. Particolarità che ti devono colpire, che devi osservare con una sorta di lente di ingrandimento, per poterle poi riprodurre.

Nel 2015 prese parte con successo a «Tale e Quale Show»: che ricordo ha di quell’esperienza?

Fu un’esperienza veramente fantastica. Mi sono sempre sentito pienamente a mio agio, con un ottimo padrone di casa, ma anche con compagni di gioco assolutamente empatici e divertenti. E poi ricordo l’impegno nel trasformarsi con il trucco, grazie a truccatori meravigliosi. Non dimenticherò mai quelle ore piacevolissime nelle quali assistevo alla mia trasformazione in un altro personaggio.

Cosa la diverte del mestiere dell’attore?

Tutto. Scelsi questo mestiere quand’ero ragazzo e sapevo di fare un po’ un salto nel vuoto: non c’era nulla di sicuro se non il mio desiderio di volerlo fare. Se mi si chiede quale sia stato il mio più grande successo, rispondo che è proprio il fatto di aver iniziato, con grande gioia ed entusiasmo. Da questo punto di vista mi sento un privilegiato: non per i traguardi raggiunti, ma per vivere ogni giorno il mestiere dell’attore, nuove sfide, nuovi personaggi.

TV e teatro: che spazio hanno nel suo cuore?

Spesso si fa il paragone fra la TV e il teatro. La televisione mi ha dato tantissime soddisfazioni, ma essere sul palcoscenico è forse la cosa più bella per il riscontro immediato che hai con la gente. Io ho bisogno di vedere il pubblico, di sentire il suo stato d’animo; vorrei addirittura avere le luci meno forti sul viso per poter intravedere i volti di chi ti sta ascoltando. C’è uno scambio fantastico. Il teatro è forse la cosa più bella, senza voler rinnegare tutto il resto.

Qual è il segreto per raggiungere il cuore del pubblico?

Non credo che ci sia un vero e proprio segreto. Probabilmente conta l’esperienza che vivi come attore, quanto tu riesca a coltivare il cuore del pubblico, a non deluderlo e a comprendere quello che cerca da te. Lo puoi capire soltanto nel tempo, viaggiando insieme, facendo spettacoli nei vari teatri. A volte è il pubblico stesso a suggerirti quale sia la linea da seguire. Il rapporto non è mai a senso unico.

La Preside

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Elogio della speranza

 

«La scuola può salvare una vita?» È la domanda alla base de La Preside, la nuova serie originale con Luisa Ranieri, presentata in anteprima ad Alice nella Città, dal 12 gennaio in prima serata Rai 1

 

 

Al centro del racconto una intensa e straordinaria Luisa Ranieri, nei panni di una dirigente scolastica appassionata e combattiva, e la “sua” scuola, un presidio di resistenza civile immerso in un contesto difficile, dove ogni studente che resta in classe rappresenta una conquista, un passo concreto verso il riscatto educativo e sociale di un intero territorio. Accanto a lei ci sono i “suoi” ragazzi, portatori di storie complesse, sogni fragili, passioni brucianti, canzoni e ferite aperte. Liberamente ispirata alla vicenda reale di Eugenia Carfora, preside di Caivano divenuta simbolo di coraggio e determinazione nella lotta contro l’abbandono scolastico, la serie racconta la missione di una donna visionaria e ostinata che, al suo primo incarico, sceglie consapevolmente di guidare l’Istituto Anna Maria Ortese di Napoli: una scuola segnata dal degrado e dall’emarginazione, stretta nel cuore di una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa, ma pronta a diventare un luogo di rinascita e speranza. Una vicenda potente e attuale, che restituisce valore al ruolo della scuola come presidio di legalità, speranza e futuro. È possibile salvare i ragazzi da un destino di criminalità e analfabetismo attraverso la scuola? Anche quando non vogliono essere salvati? Eugenia Liguori, 47 anni, ha un entusiasmo travolgente e un’incapacità totale di arrendersi, convinta che il cambiamento sia possibile. È per questo che, al suo primo incarico da preside, sceglie l’Istituto Anna Maria Ortese di Napoli: un vero inferno in terra. Situato nel cuore di una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa, l’Ortese è tristemente noto per l’assenteismo cronico degli studenti e per una carenza assoluta di risorse. Ma ciò che per chiunque altro sarebbe una sfida disperata, per Eugenia diventa una missione. Come ama ripetere: «quando le cose sono così brutte, è facile immaginarle più belle». Determinata a salvare quei ragazzi, Eugenia segue solo il proprio istinto, infrange le regole e si espone continuamente al pericolo, sostenuta unicamente dal suo entusiasmo contagioso. L’unico a condividere i suoi metodi è Vittorio, un insegnante di italiano appena arrivato dal Nord, affascinato dalla storia e dalla fama dell’Ortese.

Il commento del regista Luca Miniero

«Con “La Preside” ho avuto la possibilità di portare sullo schermo l’eccezionale storia della dirigente scolastica Eugenia Carfora, che con la determinazione di un’eroina ha creato un istituto superiore d’avanguardia a Caivano, proprio laddove la dispersione scolastica e la criminalità tra i giovani registrano numeri altissimi. Sono proprio i ragazzi il carburante che alimenta la preside nonostante le numerosissime difficoltà; i giovani sono il futuro, e ogni minuto perso è un ragazzo in meno sui banchi di scuola. Se lo ripete come un mantra la protagonista, e la sua tenacia e frenesia si esprime attraverso l’ampio utilizzo della macchina a mano, che la segue senza sosta tra le mura di una scuola che con forza e coraggio rimette in sesto giorno dopo giorno, coinvolgendo inevitabilmente anche lo spettatore. Quando la macchina si ferma invece, cogliamo le fragilità e le conseguenze emotive di un lavoro estenuante, con sfide che continuano anche tra le mura di casa. La fotografia di Francesco Di Pierro arricchisce di spessore e calore anche gli ambienti più brutali, ricercando la poesia attraverso tinte naturali. La dualità tra le due vite della protagonista, quella lavorativa e quella privata, sono sottolineate da una precisa scelta delle location: da un lato la famiglia a Portici, placida e con il suo sfogo sul mare, dall’altra San Giovanni a Teduccio (qui nelle vesti di Caivano), piena di ombre, misteriosa e affascinante. Il lavoro di scenografia di Giada Esposito è stato determinante per raccontare questa storia di speranza. La scuola, il cuore pulsante della vicenda, è il segno tangibile e visibile che le cose si possono cambiare: un pezzo alla volta la vediamo trasformarsi da discarica a moderno istituto superiore, e così anche i suoi studenti, contagiati dalla voglia di migliorarsi.

La serie è un racconto corale, e gli attori di questo incredibile cast hanno giocato un ruolo fondamentale nel dare verità e calore ad ogni personaggio, anche grazie ai costumi di Chiara Ferrantini che ne completano il ritratto. Luisa Ranieri, con cui avevo già lavorato, rappresenta perfettamente l’intricato spettro emotivo di questa forza della natura, e con lei Alessandro Tedeschi, Daniela Ioia, Enzo Casertano e Ivan Castiglione, che sono solo alcuni dei nomi che permettono a questa grande storia di arricchirsi di emozioni. Tra i giovani spicca l’ormai nota Ludovica Nasti, qui affiancata da un coro di nomi nuovi che riempiono lo schermo con il loro piglio fresco e talento.»