PERA TOONS

Posted on

Il sorriso che fa centro

A Pescara, nel corso dell’ultima edizione di “Cartoons on the Bay”, l’artista ha ricevuto il Pulcinella Digital Award e ha raccontato il successo della sua serie su RaiPlay: dalle battute nate sui social al rapporto con il pubblico, dalla possibile seconda stagione alla forza dell’animazione italiana, fino al valore di una comicità leggera, accessibile e capace di parlare anche ai più piccoli

Ha ricevuto a Pescara il Pulcinella Digital Award. Che valore ha per lei un riconoscimento arrivato proprio nel momento in cui il suo mondo digitale incontra la televisione?

Ha un valore importante, perché racconta proprio questo passaggio. Io arrivo dal digitale, dai social, da un rapporto molto diretto con il pubblico. Vedere quel linguaggio riconosciuto anche dentro un contesto televisivo e professionale significa che quel percorso ha trovato una sua strada. È una soddisfazione, ma anche uno stimolo a continuare.

Quando la serie è arrivata su RaiPlay, in pochissimo tempo è diventata uno dei titoli più visti. Se lo aspettava?

No, una partenza così non me l’aspettavo. Anche perché non mi rendo sempre conto dei numeri della televisione e del rapporto con gli altri contenuti. Però ho capito subito che stava andando bene, perché il mio pubblico l’aveva apprezzata. Per me quello era già tantissimo: il riscontro reale delle persone, i commenti, più ancora dei numeri. Poi Roberto e tanti addetti ai lavori mi hanno confermato che i risultati erano molto buoni. Ho visto anche le classifiche su RaiPlay, accanto a programmi famosissimi, e questa cosa mi ha fatto davvero piacere.

Il successo nasce anche da un mondo che il pubblico conosce già: i libri, i social, le battute, i personaggi. Questo le dava una certa sicurezza?

Sì, perché quello che abbiamo portato su RaiPlay era un terreno che conoscevo bene. Vengo da anni di libri, social, rapporto diretto con le persone. Questo è il mio mondo: battute, giochi di parole, freddure, riviste e adattate per un altro mezzo. Da quel punto di vista ero abbastanza tranquillo, perché sapevo che il pubblico riconosceva quel linguaggio.

Questi numeri fanno già pensare a una seconda stagione?

Stiamo ragionando in questo senso. Non prima, perché sono anche un po’ scaramantico e bisogna prendersi il tempo giusto, però dopo una settimana eravamo tutti contenti: noi, la produzione e soprattutto le persone. In un progetto devono vincere tutti, anche lo spettatore, che trova un contenuto gratuito e accessibile. Per questo io adoro la Rai. È un successo vero quando il contenuto funziona e arriva davvero alle persone.

Se dovesse immaginare una possibile evoluzione, che cosa non dovrebbe mancare mai?

Il meccanismo delle battute va mantenuto. Come nei libri, alterniamo storie più lunghe a contenuti più diretti, più secchi. Lo zoccolo duro vuole tante battute, tante freddure. Nei social hanno un certo ritmo, in televisione bisogna trovare un equilibrio diverso, ma l’idea di fondo deve restare: battute incalzanti, una dietro l’altra. Una sfida potrebbe essere quella di fare episodi un po’ più lunghi, magari mono-conclusivi, ma inseriti dentro una storia più orizzontale. Però le battute devono esserci sempre. L’importante era capire se questo passaggio piacesse: una volta che sai che funziona, hai la scintilla per rimetterti al lavoro con amore e divertimento.

In mezzo a questo successo le viene voglia di provare qualcosa di completamente diverso, magari una storia lunga, più narrativa, senza battute?

Sinceramente no. Ho sempre seguito anche il gusto del pubblico. Posso fare piccole sperimentazioni: se funzionano, le inserisco come nuovo formato. Però, per ora, non sento la necessità di raccontare storie senza battute. Anche quando faccio qualcosa di più personale, dentro devono esserci comunque le battute. È una cosa che cerco anch’io da spettatore e da lettore. Per ora va bene così.

La comicità può diventare anche un modo per fare divulgazione?

Sì, è una parte che mi interessa molto. Mi piace l’idea di raccontare qualcosa di importante a livello divulgativo, mettendoci dentro anche qualche battuta. Un giorno, per esempio, sono rimasto affascinato da due pagine del libro di storia di mia figlia: spiegavano come nell’antichità si estraevano rame e stagno per ottenere il bronzo. Ho pensato: qui c’è una storia bellissima. Lo stagno, il rame… vengono subito in mente giochi di parole. La realtà, spesso, è più interessante dell’immaginazione. Raccontarla con il linguaggio dell’intrattenimento può essere molto potente.

Sua figlia è anche una lettrice delle sue storie?

Sì. Le piacciono le cose minime, le battute, alcuni personaggi. Sul diario, per esempio, tra i libri preferiti ha scritto prima “Pera Toons”, poi “Diario di una schiappa”, “One Piece”… quindi sì, in qualche modo ci sono anch’io.

L’identità italiana può diventare un punto di forza anche nell’animazione?

Assolutamente sì. Pensiamo a Zerocalcare: racconta i Cavalieri dello Zodiaco, i coin-op, le sale giochi, la provincia, certe atmosfere che appartengono alla nostra esperienza. Magari dal punto di vista tecnico non sempre si hanno i mezzi di un grande colosso internazionale, però si ha un immaginario fortissimo. E l’idea, in questo campo, vale tantissimo. Secondo me c’è tanto pubblico possibile. Serve fiducia, soprattutto da parte di chi produce, perché magari non sempre ci si rende conto di quante persone siano pronte ad apprezzare queste storie.

Far ridere oggi è più difficile?

È difficile soprattutto far ridere una persona che non vuole ridere. A volte, semplicemente, non abbiamo voglia di ridere. I bambini, invece, si predispongono molto di più alla risata: la cercano, la vogliono. Per questo con loro è un po’ più facile. Le freddure poi hanno un vantaggio: non devi avere grandi informazioni precedenti per capirle, devi solo conoscere un po’ l’italiano e lasciarti sorprendere. Molti dicono che è più facile far piangere che far ridere; per me, in realtà, è più facile far ridere. Però sì, oggi è difficile. E proprio per questo diventa anche una missione, uno stimolo. C’è bisogno di leggerezza, quasi come il pane.

Quando il pubblico la incontra e le chiede una battuta al volo, cosa succede?

Succede che non ci riesco. La battuta te la devi subire, non me la devi chiedere. Devo essere io a fartela, perché la battuta è anche un piccolo scherzo: voglio vedere la reazione. Più la freddura è brutta, meglio è. Se me la chiedono, mi sento un jukebox, e io non sono un jukebox. Non è snobismo, è che mi spengo proprio. Mi vengono le battute più brutte, quelle più scontate.

Pera Toons e Alessandro Perugini ormai si stanno unendo sempre di più?

Sì, si stanno unendo. Io e Pera, Alessandro e Pera, ormai siamo sempre più vicini. Da quando l’ho disegnato ho anche comprato la felpa rossa: è come se l’immagine stesse modificando la realtà. Però ci sono ancora cose di Alessandro che voglio tenere.

MANUELA MORENO

Posted on

Tutta l’estate nel pomeriggio di Rai 1

Tra i volti più apprezzati dell’informazione della Rai, dal 29 giugno conduce l’edizione estiva di “Vita in diretta”. «La nostra sarà una scaletta aperta – afferma la giornalista – pronta ad accogliere anche quello che succede mentre siamo in onda» Dal lunedì al venerdì alle 16.10

 

Cosa hai pensato quando ti è stata proposta la conduzione della “Vita in diretta”?

Ho pensato… Che figata! (sorride). Ho provato una grande gioia e ho subito disdetto l’ombrellone che avevo prenotato. Ho organizzato la mia vita estiva in città, cosa a cui tra l’altro sono abituata, dopo aver condotto per due anni “Filorosso” nei mesi estivi.

Come sarà la tua “Vita in diretta”?

Partiamo dall’eredità, importante, che lascia Alberto Matano, che ha fatto una stagione straordinaria. Seguiremo ovviamente il suo filone partendo dai fatti, raccontando tutti i colori della cronaca, perché la Rai non va in vacanza. La nostra sarà una scaletta aperta, pronta ad accogliere in diretta anche quello che succede mentre siamo in onda.

C’è un consiglio che ti ha dato Alberto?

Ci siamo incontrati a pranzo e abbiamo parlato del programma. Lui, che conosce bene “Vita in diretta” e, essendo mio amico, conosce bene anche me, mi ha solo detto di divertirmi. Alberto mi ha presentato la squadra straordinaria del programma, dalla quale mi sono sentita subito molto tutelata e supportata.

Che rapporto hai con l’estate?

Per me l’estate è soprattutto mare, adoro trascorrere giornate intere sulla spiaggia, gli sport acquatici. Quest’anno cercherò di portare il mare in studio, almeno come sensazione. Le onde ve le farò sentire (sorride).

Tra i momenti più attesi del programma, nella sua versione invernale, c’è quello del tavolo, lo troveremo anche a luglio e ad agosto?

Non il tavolo ma un divano: ne abbiamo ordinato uno bellissimo. La puntata è un po’ più lunga e questo ci consentirà di metterci comodi, in salotto accoglierò tutti gli ospiti che vorranno venirci a trovare per raccontarci le loro storie.

Per anni ti abbiamo vista alla conduzione del tuo amato “Tg2”, quindi alla guida dell’approfondimento di prima serata con “Tg2 Post” e “Filorosso” su Rai 3, ora il pomeriggio sulla rete ammiraglia. Cosa rappresenta per te questo nuovo step?

È un nuovo tassello di un puzzle che questo lavoro straordinario mi offre e che va a comporre la mia esperienza in Rai, iniziata nel 1992. Ho fatto tantissime cose diverse tra loro e sempre con grande entusiasmo. Questo lavoro è la prima cosa che so fare, mi arricchisce giorno dopo giorno di più, mi diverte anche grazie all’interazione che mi consente di avere con le persone. E poi mi piacciono le nuove sfide, così come l’idea di poter sperimentare un programma di un’altra direzione (Intrattenimento DayTime), di collaborare con nuovi colleghi: è una scoperta continua. Sono rapporti di “colleganza” che si trasformano spesso in nuove amicizie.

Che cos’è cambiato, se qualcosa è cambiato, nel tuo essere giornalista nel corso degli anni?

La maturità e lo sforzo di mantenere questo lavoro fuori dalla routine. Ogni volta cerco di approcciarmi alla notizia senza darla per scontata, senza tecnica, però imparando a incanalare l’emotività trasformandola in energia. Solo così puoi allontanarti dall’ansia e scoprire, e vivere, la gioia di raccontare, senza mai dimenticare di essere un tramite tra i fatti e il telespettatore. Quando diventi tu stessa notizia vuol dire che devi andare a casa, che è ora di smettere.

Che cosa ti appassiona, ma anche che cosa ti spaventa, dei tempi che stiamo vivendo?

Non mi spaventa niente. Perché è la vita a essere così: ci sono gli alti e i bassi. Da giornalista sono cresciuta molto sulla strada e sono abituata a digerire tutto quello che accade, consapevole che anche dalle cose peggiori prima o poi si esce, si cresce, si va avanti. Penso al covid, nonostante il dramma che stavamo vivendo, le mille difficoltà, i programmi che chiudevano, noi con il tg siamo andati sempre in onda, ero ogni giorno in diretta, con o senza ospiti. Anche quell’esperienza fa parte ormai di me, del mio bagaglio professionale, mi ha formata moltissimo. Questo lavoro mi appassiona tanto anche perché sono innamorata della televisione, quando non la faccio la guardo (sorride).

E che cosa guardi?

Tutto. Dalle serie tv ai programmi di intrattenimento, così come i varietà, i reality. Cerco di capire come evolvono format e linguaggi, che riflettono spesso i mutamenti sociali, sul fronte radiofonico seguo anche numerosi podcast. Mi interrogo continuamente anche su come riuscire un po’ a svecchiare la narrazione e andare incontro alle esigenze di un pubblico che è sempre più social e meno televisivo e quindi portarlo a seguire la tv.

A proposito di rapporto con il pubblico, c’è qualcosa che ti fa piacere che gli spettatori pensino e dicano di te?

Sono contenta quando le persone mi salutano per strada e mi dicono di sentire vicinanza nella mia conduzione. Questa cosa mi riempie d’orgoglio e mi dà grande soddisfazione. Ho un pubblico molto femminile, che chiede empatia, che non vuole filtri. E nel mio modo di propormi di filtri non ce ne sono mai stati (sorride).

Il pubblico premia la spontaneità…

Quando vado in onda c’è ben poco copione perché nel corso di una diretta tutto può cambiare. Certamente devi prepararti, ma soprattutto devi essere pronta ad affrontare gli eventi. Altro errore da non fare mai è quello di porti dall’alto, il pubblico non cerca una maestrina, vuole capire insieme a te.

Ci indichi tre aggettivi che ti raccontano più di altri?

Allegra, seria e forte.

C’è un gesto, più o meno scaramantico, che fai prima di una diretta?

Mi tocco i capelli, li alzo, cerco di vaporizzarli, li stringo tra le mani. È un po’ una carezza consolatoria che mi dà forza, una forma di autoaffetto.

FABRIZIO BRACCONERI

Posted on

Il talento oltre la disabilità

Con “Lo Spazio Dei Talenti”, in onda su Rai 2 il sabato alle 17.05 e la domenica alle 15.40, l’attore-conduttore racconta la disabilità partendo dalle capacità, dalle famiglie, dalle associazioni e dai percorsi di autonomia. Un viaggio umano e televisivo che accende l’attenzione su storie spesso poco raccontate, senza dimenticare il suo percorso tra cinema, fiction e grande popolarità

Raccontate la disabilità partendo dalle capacità. Quanto è importante cambiare lo sguardo prima ancora del linguaggio?

È fondamentale. Bisogna cominciare a guardare le persone per quello che riescono a fare, per il talento che hanno, per il desiderio di esserci, di partecipare, di sentirsi parte del mondo. Spesso non conosciamo abbastanza queste realtà e proprio per questo è importante raccontarle. Il programma serve anche a dare visibilità a luoghi, associazioni, famiglie e persone che ogni giorno costruiscono qualcosa di concreto. Se attraverso una storia riusciamo ad aiutare qualcuno a sentirsi meno solo, abbiamo già fatto qualcosa di importante.

Nel programma c’è un forte racconto delle famiglie. Quanto pesa e quanto va sostenuto questo amore quotidiano?

Pesa moltissimo, perché quando in una famiglia c’è una persona con disabilità, la vita cambia per tutti. L’assistenza significa mettere la propria vita a disposizione di un’altra persona, spesso ventiquattr’ore su ventiquattro. Anche quando dormi, non sei mai completamente tranquillo, perché il pensiero resta sempre lì. Le famiglie fanno un lavoro enorme, spesso silenzioso, e andrebbero sostenute molto di più. Non basta dire che sono brave o coraggiose: bisogna riconoscere concretamente quello che fanno.

Che cosa ha capito in più, viaggiando, incontrando persone, territori e associazioni?

Ho visto tante realtà straordinarie. Ci sono associazioni che non si limitano ad assistere, ma creano percorsi veri: laboratori, attività commerciali, esperienze di lavoro, luoghi in cui le persone con disabilità possono imparare, partecipare e sentirsi utili. Questo è decisivo, perché l’inserimento nel mondo lavorativo e sociale aiuta a non sentirsi emarginati. Quando una persona entra in un contesto reale, con responsabilità e relazioni, cambia tutto: per lei, per la famiglia e anche per la comunità.

Secondo lei servono più punti di riferimento sul territorio?

Assolutamente sì. Servono strutture, centri, associazioni, persone preparate. In alcune città ci sono realtà che funzionano, in altre le famiglie sono molto più sole. Non tutti hanno la possibilità di accedere agli stessi servizi e questa è una grande differenza. Sarebbe importante creare più luoghi stabili, capaci di accompagnare le persone con disabilità e le loro famiglie nel tempo, non solo in occasioni speciali. La continuità è fondamentale.

Lei ha debuttato al cinema con Carlo Verdone. Che cosa conserva di quell’inizio?

Conservo un ricordo bellissimo. Ero giovane, avevo entusiasmo, incoscienza e tanta voglia di fare. Lavorare con Carlo Verdone è stata una grande occasione e anche una grande scuola. Quando inizi con un’esperienza così importante, ti porti dietro qualcosa per sempre: il modo di stare sul set, il rispetto per il lavoro, l’attenzione ai tempi, alle persone, al pubblico.

Poi sono arrivati anche “I ragazzi della 3ª C”, una serie entrata nell’immaginario di tanti spettatori. Quel personaggio le ha dato molto, ma le ha tolto anche qualcosa?

Mi ha dato tantissimo. Quando un personaggio entra nel cuore del pubblico è sempre una fortuna. Certo, può capitare che la gente continui a identificarti con quel ruolo e faccia più fatica a vederti in altri contesti. Però io preferisco guardare al lato positivo: se dopo tanti anni le persone ricordano ancora quel lavoro con affetto, vuol dire che qualcosa è rimasto. E per chi fa questo mestiere è un regalo enorme.

Dopo tanto cinema e tanta televisione, che cosa cerca oggi in un progetto?

Cerco qualcosa che abbia senso. Un progetto deve lasciarmi qualcosa e, possibilmente, lasciare qualcosa anche a chi guarda. “Lo Spazio Dei Talenti” è un programma diverso, perché parla di vita reale, di famiglie, di difficoltà, ma anche di possibilità. È un programma di servizio, e credo che di questi temi si debba parlare di più, non di meno. Più se ne parla, più cresce la consapevolezza. E quando cresce la consapevolezza, forse si riesce anche a costruire qualche risposta concreta in più.

Qual è il messaggio che vorrebbe arrivasse al pubblico attraverso queste storie?

Vorrei arrivasse l’idea che la disabilità non può essere raccontata solo attraverso le difficoltà. Dietro ogni persona ci sono capacità, desideri, carattere, talento, voglia di esserci. E dietro ogni famiglia c’è un impegno quotidiano enorme, spesso invisibile. Se il programma riesce a far guardare queste storie con più attenzione, più rispetto e meno distanza, allora ha già raggiunto un risultato importante.

Novità

Posted on

ITALIA A/R

Con Vittorio Brumotti e con la partecipazione speciale di Monica Caradonna, al via da lunedì 29 giugno alle 11.30 un nuovo appuntamento quotidiano, per raccontare l’Italia costiera attraverso lo sguardo curioso di un viaggiatore speciale 

In onda dal lunedì al venerdì alle 11.30, “Italia A/R” sarà un viaggio vissuto in prima persona, tra pedalate nei borghi più suggestivi, avventure sportive, incontri con le persone che quei luoghi li abitano, li custodiscono e li raccontano ogni giorno. Quaranta puntate, una bicicletta e un compagno di viaggio speciale: il cane Patricio. Il racconto delle radici, delle tradizioni e delle bellezze del nostro Paese si intreccerà con la grande passione del conduttore per la bici, che attraverserà ogni tappa spostandosi in camper insieme al suo inseparabile amico a quattro zampe. In ogni appuntamento non mancherà inoltre uno spazio dedicato alla cucina e ai sapori del territorio, con Monica Caradonna, per scoprire storie e prodotti che raccontano l’identità dei luoghi visitati. Otto settimane di avventure per riscoprire un’Italia autentica, fatta di paesaggi sorprendenti, comunità, tradizioni e angoli nascosti capaci di emozionare chi sa fermarsi a guardarli. Il viaggio prenderà il via dal barocco del Salento ionico, tra Nardò, Gallipoli e l’Area Marina Protetta di Porto Cesareo, per poi risalire lungo la costa adriatica fino a Otranto e alle grotte di Castro. La rotta proseguirà lungo il litorale laziale, dalle grotte di Sperlonga all’isola di Ponza e alla natura selvaggia di Palmarola, prima di approdare nel cuore del Cilento: dai templi di Paestum alle gole del fiume Calore, fino ai borghi sospesi sul Golfo di Policastro, da Scario a Sapri, passando per Maratea e i suoi spettacolari faraglioni. Le pedalate continueranno lungo la Costa Viola calabrese, con lo Stretto di Messina a fare da sfondo, tra Scilla e Bagnara, fino all’ultima tappa in Sicilia: dai faraglioni di basalto della Riviera dei Ciclopi alle saline dello Stagnone di Marsala, illuminate dalla luce del tramonto, per arrivare al gran finale al Castello di Venere di Erice, da cui lo sguardo si perderà sulle Egadi e fino alle coste dell’Africa. Un viaggio su due ruote per raccontare un’Italia in movimento, autentica e sempre pronta a sorprendere.

Margherita Granbassi

Posted on

L’Italia?
L’archivio del Mondo

«Le persone sono l’anima dei luoghi che visitiamo, i custodi degli antichi saperi che vengono tramandati e che, con tanto orgoglio, ci raccontano», rivela l’ex campionessa di scherma, oggi conduttrice di “Linea Verde”. Con Tinto, la domenica alle 12.20 su Rai 1, conduce il pubblico attraverso un viaggio tra emozioni, incontri e sapori

“Linea Verde” racconta “Il bello del nostro Paese”: dopo tanti viaggi, qual è secondo lei il vero tesoro nascosto dell’Italia?

La varietà è la sua ricchezza: dai borghi storici ai paesaggi, dai siti naturalistici a quelli archeologici, in ogni regione ci sono posti da scoprire, bellezze che non ti aspetti, tradizioni enogastronomiche e artigianali custodite gelosamente nelle comunità… Ecco, le comunità e il loro senso di appartenenza sono un altro prezioso tesoro.

Grandi città d’arte e piccoli borghi: come si lascia sorprendere da un luogo?

Mi sorprendo perché spesso sono luoghi in cui mi trovo per la prima volta, località in cui magari non avrei mai pensato di andare, ma anche se ci sono già stata, nonostante il set richieda fretta e tempi strettissimi, provo a rallentare per “sentire” nel profondo, attraverso tutti i sensi, il luogo in cui mi trovo.

Raccontare un territorio significa raccontare anche le persone che lo abitano. Cosa ha capito delle persone in questo viaggio?

Le persone sono una grande risorsa per il nostro programma. Grazie alle loro storie e alle testimonianze, possiamo diversificare e spaziare su tanti temi. Incontriamo persone così diverse tra loro, ognuna con tanto da dire e da dare. Sono loro l’anima dei luoghi che visitiamo, i custodi degli antichi saperi che vengono tramandati e che, giustamente, con tanto orgoglio ci raccontano. Sono esseri umani veri e genuini.

Come ci vedono gli stranieri che hanno deciso di vivere nel nostro Paese?

È capitato anche in puntata di incontrare stranieri che hanno deciso di vivere in Italia: imprenditori agricoli, artisti, guide che ne parlano con amore, come fosse la loro terra, e la sceglierebbero di nuovo. E poi sono tantissimi quelli che ci seguono dall’estero, tutti pazzi per la nostra Italia e per come “Linea Verde” riesce a raccontarla.

C’è un incontro umano che ricorda con più affetto?

È difficile rispondere, perché ho conosciuto così tante belle persone che sceglierne una in particolare mi metterebbe un po’ in difficoltà. Quelle che preferisco sono, in generale, le persone che si emozionano, quelle a cui brillano gli occhi. E, sarà un retaggio della mia vita passata, quelle che sanno cos’è la fatica.

Come si sente a camminare su una “Linea Verde”?

Mi sento fortunata e appagata, è una grande opportunità lavorativa, emotiva e umana. Ma sento anche che ho ancora molto da imparare.

La cucina italiana è uno dei simboli del nostro Paese: qual è un sapore, un piatto o una tradizione gastronomica che l’ha conquistata?

…E io sono un’ottima forchetta! Le prossime puntate estive mi daranno modo di assaporare molte eccellenze e piatti della tradizione, ma, tra quelli già assaporati finora, la pappa al pomodoro della puntata dedicata a San Casciano e alla Val d’Orcia ha conquistato il mio palato.

Nel suo percorso è passata dallo sport alla televisione. Come l’ha preparata la scherma a queste nuove avventure professionali?

Mi ha aiutata molto la mentalità che ho sviluppato nella mia carriera sportiva e ho trovato tante similitudini tra la scherma e il mondo televisivo. In pedana e in video ci vai tu, ma dietro c’è una squadra di persone e professionisti dedicati ai diversi aspetti, che lavora con l’obiettivo di un buon risultato. Saper stare in gruppo e rispettarsi, soprattutto quando si è lontani da casa, è fondamentale. Poi c’è il palpito del “pronti, a voi”, che è come l’“azione” del regista… e ancora la concentrazione, la gestione dell’imprevisto, quella delle emozioni. La valigia che si fa e disfa in continuazione, la cultura dell’impegno e la voglia di provare a migliorarsi.

Viviamo in un mondo che corre troppo veloce. Perché è importante oggi provare a fermarsi e riscoprire la terra che calpestiamo?

Perché è l’unico modo per essere consapevoli e rendersi conto di quello che ci succede intorno. È un modo per provare più emozioni, per ascoltare meglio sé stessi e osservare il mondo, accorgersi di uno sguardo, di un sorriso, di un cinguettio, di una parola, di un fiore… È un segreto per essere più felici.

Che cosa spera che resti al pubblico dopo una puntata di “Linea Verde Estate”?

A chi non può partire spero resti l’impressione di aver viaggiato con noi e i nostri ospiti. O magari anche di aver suscitato l’emozione di un lontano ricordo, o ancora di aver ispirato i giovani a restare nei loro paesi creando nuove opportunità. A chi invece programma una vacanza spero resti la voglia di visitare i luoghi e gustare i sapori di Linea Verde. Poi certo, se resta anche l’affetto nei confronti dei conduttori, siamo ancora più contenti!

Qual è la frase che userebbe per spiegare a chi non conosce l’Italia perché è un Paese unico al mondo?

L’Italia è l’archivio del Mondo.

Unomattina

Posted on

Sveglia con stile

Al via da lunedì 29 giugno fino al 4 settembre, rigorosamente alle 8.30 della mattina, l’edizione estiva di “Unomattina” condotto, per il secondo anno consecutivo, dalla coppia Alessandro Greco e Carolina Rey, affiancati dalla giornalista del Tg 1 Paola Cervelli e con la partecipazione di Domenico Marocchi

Lo storico appuntamento mattutino continuerà ad accompagnare il pubblico per tutta la stagione estiva tra informazione, attualità, approfondimenti e intrattenimento. Al centro del programma l’Italia e l’estate degli italiani: un viaggio attraverso il Paese e i suoi cambiamenti con ospiti, collegamenti e testimonianze in diretta. Tra le principali novità di questa edizione gli spazi affidati a Paola Cervelli, vere e proprie finestre informative in tempo reale sui principali fatti di cronaca e attualità nazionali e internazionali. Domenico Marocchi accompagnerà il pubblico nel mondo social e nel flusso delle notizie che attraversano la rete intercettando tendenze, linguaggi e temi del dibattito quotidiano. Spazio poi ai Mondiali di calcio: la rubrica quotidiana con Giovanna Carollo di Rai Sport racconterà il torneo non solo dal punto di vista dell’attualità sportiva, ma anche del costume e dei fenomeni sociali legati all’evento. Non mancheranno approfondimenti dedicati alla salute e al benessere, all’alimentazione, ai consumi, al turismo e alla sostenibilità, con uno sguardo sempre attento alle esigenze dei telespettatori. Con il suo stile diretto e popolare, “Unomattina” continuerà anche in estate a informare, accompagnare e raccontare l’Italia ogni mattina, tra aggiornamenti, storie e momenti di leggerezza.

EVENTO

Posted on

Vita! Il concerto

Lunedì 22 giugno in prima serata il Circo Massimo di Roma ospita una serata in diretta per cantare la vita e parlare delle sfide del nostro tempo. Conducono Giorgia Cardinaletti e Nek

In occasione della giornata mondiale contro la droga e le dipendenze, Rai 1 trasmette “Vita! Il concerto” in diretta dal Circo Massimo di Roma. Sul palco saliranno Andrea Bocelli, Annalisa, Gianni Morandi, Biagio Antonacci, Emma, Antonello Venditti, Alessandra Amoroso, Gigi D’Alessio, Riccardo Cocciante e Il Volo, accompagnati dalla Nuova Orchestra Sinfonietta diretta dal Maestro Leonardo De Amicis. A condurre la serata Giorgia Cardinaletti e Nek. Ospiti Lorella Cuccarini e Raoul Bova. Una doppia sfida, rivolta ai ragazzi di oggi e ai ragazzi di ieri, riassunta nello slogan internazionale dell’evento: “Believe in yourself, in a life full of health”. “Vita! Il concerto” è presentato dalle tre grandi istituzioni della musica, AssoConcerti (Associazione Italiana Musica dal Vivo), FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), e SIAE (Società Italiana Autori Editori) e realizzato  in collaborazione con la Fondazione Garda Valley, Fondazione No Profit – Ente del Terzo Settore, nata nel 2019 e dedita ad attività                      di ricerca, promozione e divulgazione scientifica sui temi della “longevità in piena salute”, con il patrocinio del Ministero della Cultura e del Ministero del Turismo. L’evento è prodotto dalla Direzione Intrattenimento Prime Time Rai e da Friends TV. Ispirato alla canzone “Vita”, con il famoso verso di Mogol “Vita in te ci credo” e l’indimenticabile interpretazione di Lucio Dalla e Gianni Morandi, il concerto vuole essere un’occasione di partecipazione collettiva attorno a un tema universale. Perché una canzone o un concerto non possono cambiare il mondo, ma possono contribuire a divulgare buone pratiche. L’incasso della manifestazione, al netto esclusivamente di IVA e SIAE, sarà devoluto alla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS a sostegno delle attività di ricerca e cura.

Linea Med

Posted on

Viaggio nel Mediterraneo

Angela Tuccia e Giulia Teri raccontano – il sabato alle 17.10 su Rai 1 – il Mediterraneo come area di scambio e relazione che ha profondamente influenzato il nostro Paese. Il RadiocorriereTv le ha intervistate

 

Giorgia Tuccia

Il mare racconta di noi

Sulla “Linea” del Mediterraneo, come sta andando questo viaggio?

Molto bene, anche in termini di ascolto, in una fascia abbastanza difficile e per un programma assolutamente nuovo. “Linea Med” fa parte delle linee di racconto della rete, ma rappresenta qualcosa di nuovo nel suo genere, quindi, fin dall’inizio è stata una bella sfida. Per il momento la stiamo affrontando alla grande.

Cosa si aspettava quando è stata chiamata alla conduzione?

Felicissima di essere stata chiamata per questa avventura televisiva, un programma completamente nuovo anche per me, rispetto a quello che sono abituata a fare. Mi sono messa in gioco, vivere l’Italia attraverso la terra, i territori, le persone, era una nuova sfida con me stessa. E poi soprattutto il mare, con il quale ho un rapporto di amore profondo, ma anche di grande timore. Ne ho paura, ma allo stesso modo non posso farne a meno. Per questo ho adorato fare “Linea Med”, un’ottima scusa per affrontare alcune paure. Mi sono anche cimentata negli sport acquatici, ma per ora sta vincendo il mare (ride). Ci riproverò.

Cosa c’è di così misterioso nel mare per lei?

Il mare è tutta la vita, è un mondo completamente sconosciuto a noi. Per quanto possiamo pensare di conoscerlo, sotto la superficie c’è qualcosa di immenso e di oscuro. Quello che mi fa paura è proprio questo, l’immensità, la profondità, la totale assenza di un confine. Bellissimo, affascinante, ma allo stesso tempo incute timore. L’uomo non può vincere contro la natura, contro il mare, contro l’acqua. Possiamo solo rispettarla, viverla per quello che ci dà e restituirle qualcosa.

Con Giulia che squadra avete creato?

È la prima volta che lavoro con Giulia e ci siamo trovate subito bene, anche se in realtà abbiamo girato quasi sempre separatamente, tranne per l’ultima puntata a Malta, dove abbiamo trascorso quattro giorni bellissimi sull’isola. Ci siamo trovate bene perché siamo unite dallo stesso entusiasmo: raccontare il Mediterraneo e il mare. Lei è siciliana, io sono campana, abbiamo entrambe un legame fortissimo con il mare e questa passione comune ha creato una grande empatia tra noi. Poi c’è tutto il gruppo di lavoro, il regista, gli autori, la produzione. Per me un team affiatato è fondamentale, perché solo lavorando tutti insieme si può vincere una sfida.

Il Mediterraneo è storicamente un luogo di incontro, ma anche di scontro. Come lo state raccontando?

Stiamo raccontando un mare diverso, nelle sue mille sfaccettature, concentrandoci soprattutto sulle persone che lo vivono ogni giorno: chi ci lavora, chi costruisce la propria vita sulle coste, chi sente che il mare è parte della propria identità. Abbiamo incontrato pescatori, artigiani, persone che hanno scelto di proteggere questo ambiente, all’Argentario, per esempio, abbiamo conosciuto un artigiano che raccoglieva detriti di plastica e oggetti abbandonati sulle spiagge trasformandoli in piccole opere d’arte. Anche questo significa raccontare il Mare Nostrum: mostrarne la bellezza, ma anche la necessità di proteggerlo.

Che tipo di risposta avete avuto dalle persone che vivono il mare?

Ho notato che vivono una dimensione completamente diversa dalla nostra. Ci guardavano quasi stupiti perché siamo abituati alla velocità, mentre loro vivono tutto con più calma, lentezza e riflessione. Non cambierebbero mai il loro modo di vivere con la frenesia delle città. Abbiamo incontrato anche persone che hanno lasciato la vita urbana per trasferirsi in luoghi più semplici, più legati al territorio. Hanno storie incredibili da raccontare, i racconti di mare sono unici perché trasmettono cultura, tradizioni e un modo di vivere che forse abbiamo un po’ dimenticato.

Il mare è anche musica. Quanto spazio dedicate alle sonorità “mediterranee”?

Lo spazio musicale è curato principalmente da Giulia, in ogni puntata ci sarà un cantante che racconterà il proprio rapporto con il mare e con la musica, come I Desideri, un gruppo napoletano, e la cantante costaricana Cecilia Gayle, nostri ospiti nelle scorse puntate. Il mare, alla fine, è anche questo: musica, emozioni, cultura e naturalmente cucina.

A proposito di musica, qual è la sua playlist ideale per l’estate?

Amo molto la musica e forse, più di una playlist da ascoltare durante l’estate, cerco di andare a più concerti possibile. Sicuramente Vasco Rossi non può mancare, l’anno scorso ho visto Achille Lauro, che adoro, e spero di riuscire a vederlo anche quest’anno negli stadi. Tutto ciò che è musica si sposa bene con l’estate, io poi sono una fan della musica popolare e soprattutto delle feste in piazza. Non possono mancare!

Il mare spesso viene vissuto come qualcosa da consumare, qual è la sfida più urgente per proteggere il Mediterraneo?

Credo che ognuno di noi possa fare qualcosa, anche attraverso piccoli gesti quotidiani. Non inquinare, rispettare l’ambiente, prendersi cura del mare. Siamo tantissimi su questa Terra e, nonostante siamo piccoli rispetto all’immensità del mare, riusciamo comunque a danneggiarlo. Se tutti facessimo la nostra parte, potremmo davvero migliorare la situazione.

L’8 luglio sarà la Giornata Internazionale del Mediterraneo, qual è la tua dedica al mare?

Gli dedicherei uno sguardo intenso. Dobbiamo fermarci a guardarlo davvero, non solo con gli occhi, ma anche con l’anima. Solo così possiamo capire quanto il mare sia importante per noi, per il Pianeta e per tutto l’ecosistema. Se impariamo a guardarlo con occhi diversi, possiamo comprendere quanto sia prezioso e quanto sia necessario proteggerlo.

 

Giulia Teri

Il mare, il mio respiro

Come sta andando questa estate mediterranea? Che viaggio state vivendo?

La conduzione di questo programma è stata una grandissima sorpresa, perché – dopo tanti anni di radio – rappresentava il mio secondo piccolo sogno da realizzare. E poi sono partita proprio dal Mediterraneo, la culla di tutto, un luogo che, da siciliana, mi ha fatto crescere e ho sempre sentito parte di me. Io ho vissuto tutte le mie estati in Sicilia, senza mai sentire davvero il desiderio di andare altrove, anche crescendo. Quest’anno è stata una scoperta nuova di qualcosa che in realtà ho sempre avuto dentro, che mi appartiene. Insieme ad Angela e a tutta la squadra di “Linea Med” raccontiamo alcuni dei luoghi più suggestivi del Mare Nostrum, con le sue infinite storie, tradizioni e bellezze da scoprire. È una piccola passeggiata attraverso i luoghi più belli, ma soprattutto attraverso le persone. Quando si respira mare si respira vita, benessere, natura, è una continua ricerca di equilibrio.

Che tipo di navigatrice si è scoperta insieme alla sua collega?

Ho mantenuto un percorso che porto avanti da anni: raccontare la musica, l’arte, la cultura. Il Mediterraneo non è solo un paesaggio, non è solo una costa, è fatto di persone che custodiscono creatività, tradizioni e storie. Io intervisto artisti e musicisti, mentre Angela dialoga con persone del territorio che conservano antichi saperi: dalla cucina alle tradizioni, fino ai racconti delle comunità locali. Nella seconda puntata, dedicata alla Sardegna, ho avuto la possibilità di incontrare i Tazenda, una band che negli anni ha sempre mantenuto un legame fortissimo con la propria terra. Sono stati una vera bandiera dell’isola, perché hanno portato fuori la loro identità attraverso la musica. Il senso del programma è proprio questo: non raccontare solo ciò che vediamo, ma andare a cercare quello che è ancora vivo dentro le nostre radici.

Quando si trova a tu per tu con il mare, cosa le rimane dentro?

Sicuramente un senso di pace e, senza presunzione, penso di riconoscere il profumo e il colore del Mediterraneo rispetto ad altri mari che ho visto nella mia esperienza. Sono rimasta molto legata alla Sicilia, anche nei periodi in cui tutti partivano; per me era un modo per restare vicina alle mie radici. Il mare è sempre stato un rifugio, a Marsala bastava attraversare una strada e lo trovavo subito. Oggi che vivo a Roma è più difficile, ma quando riesco a sentirne il profumo o anche solo a guardarlo per un attimo ritrovo quella serenità. Non risolve tutti i problemi, ma ti permette di respirare.

Qual è un’esperienza di mare che ogni persona dovrebbe vivere almeno una volta per conoscere davvero un territorio?

Io ho avuto il privilegio di nascere in una terra fuori dal comune, oggi mi rendo conto ancora di più di quanto sia stato un dono, perché è vero che non offre sempre tutto dal punto di vista professionale, ma ti regala un senso di appartenenza unico. Ovunque trovi storia, accoglienza e bellezza. Consiglierei a tutti almeno una volta nella vita un viaggio in Sicilia, soprattutto nella parte occidentale: la provincia di Trapani custodisce meraviglie artistiche, cultura, influenze arabe, isole meravigliose come le Egadi. E poi non è solo mare, è un luogo che entra nel cuore. Quando dico che sono siciliana spesso vedo illuminarsi gli occhi di chi c’è stato: questo racconta molto.

Sente la lontananza della sua terra?

Profondamente. Ho vissuto in Sicilia per gran parte della mia vita, quando ero lì non mi rendevo conto completamente di quanto fosse parte di me. Andando via ho sentito quel cordone ombelicale diventare più forte, la distanza mi ha fatto riscoprire una nostalgia profonda. Sono convinta che prima o poi tornerò a vivere a casa. Intanto mi godo questa avventura televisiva, quasi un segno del destino: mi ha riportato vicino a qualcosa che ho sempre sentito mio.

Mare tanto amato, quanto sfruttato. Come possiamo imparare a viverlo con più rispetto?

Dobbiamo prima di tutto ricordarci che il mare non è una risorsa infinita. Il Mediterraneo è stato un crocevia di popoli, culture e tradizioni, grazie al quale le civiltà si sono incontrate, scambiate conoscenze e costruite la loro storia. Oggi dobbiamo recuperare rispetto per l’ambiente, perché l’acqua è il nostro bene primario. Anche nel programma cerchiamo di dare piccoli suggerimenti per ricordare quanto sia importante tutelarlo, consigli pratici dedicati al riutilizzo intelligente dell’acqua e all’agricoltura sostenibile. Il cambiamento parte dai piccoli gesti quotidiani.

Se potesse lasciare un’eredità alle prossime generazioni della cultura mediterranea, cosa sceglierebbe?

Sicuramente i dialetti. Sorrido quando viaggio e sento accenti diversi, perché oggi riconosco ancora di più il valore delle parole che arrivano dalle nostre terre. A volte abbiamo quasi avuto paura di usarli, come se fossero qualcosa da nascondere; invece, sono una parte fondamentale della nostra identità. Non dobbiamo dimenticare le nostre radici, perché quello che siamo oggi lo dobbiamo anche a chi ci ha preceduto: ai nostri nonni, alle persone che hanno costruito e protetto questo Paese. La storia deve accompagnarci sempre.

L’8 luglio si celebra la Giornata Internazionale del Mediterraneo. Qual è la sua dedica d’amore al Mediterraneo?

Gli dedicherei il mio respiro., perché il Mediterraneo, nella mia vita, mi ha dato respiro: mi ha dato pace, identità, appartenenza. Se potessi restituire anche solo una parte di quello che mi ha regalato, vorrei farlo raccontandolo.

Tinto Nicola Prudente

Posted on

Uno di loro

Dopo anni di viaggi e racconti dell’Italia, il conduttore di “Linea Verde”, insieme a Margherita Granbassi, racconta il suo legame con il territorio, le persone e il valore delle storie autentiche che incontra ogni giorno grazie al programma. Tra borghi, agricoltura, tradizioni e incontri umani, ricorda come il vero patrimonio del Paese siano soprattutto le persone: «Il tesoro nascosto dell’Italia sono le persone». La domenica alle 12.20 su Rai 1

 

Dopo tanti viaggi, oggi come vive questo lavoro?

Oggi, a parte magari un po’ di nostalgia di casa, posso dire che faccio un lavoro bello, interessante. È qualcosa che non cambierei mai. Ho avuto anche la fortuna, durante alcune trasferte quando facevo “Camper”, di poter portare con me i miei figli: sono esperienze che ti arricchiscono. Ho girato praticamente tutta Italia e mi piacerebbe un giorno fare lo stesso in Europa. Sarebbe bello, anche professionalmente.

Una “Linea Verde… in Europa” …

Sarebbe davvero interessante, ma è chiaro che a livello produttivo sarebbe un impegno enorme. Un conto è andare a Terracina, un altro è organizzare una produzione a Londra o in altri Paesi. Però le idee camminano, magari un pezzettino alla volta. Intanto continuiamo con quello che facciamo con “Linea Verde”: raccontare il bello del nostro Paese.

Dopo tanti viaggi, qual è secondo lei il vero tesoro nascosto dell’Italia?

Su questo non ho dubbi: le persone. È la gente che rende unico il nostro Paese e, in un’epoca fatta di intelligenza artificiale e algoritmi, dove tante cose sono teoriche e lontane, tu puoi ancora stringere la mano a un agricoltore e toccare con mano la fatica, la creatività e la passione del suo lavoro. Ogni trasferta per me non è mai solo stanchezza, perché incontro persone straordinarie. La settimana scorsa eravamo a Siracusa, in un’azienda che produce miele, e volevano addirittura farci restare a cena.  Noi non siamo conduttori che arrivano con il van, il camerino e creiamo una distanza dal pubblico. Il nostro approccio è diverso, sembriamo “uno di loro”. Ed è il modo migliore per stare vicino alle persone e comprenderle davvero.

C’è un incontro umano che l’ha colpito più degli altri?

Ce ne sono tantissimi. Ti racconto dei ragazzi che ho conosciuto in Sicilia, che hanno cambiato completamente un luogo comune, quello secondo cui un giovane deve studiare, andare all’università, fare carriera in una grande città. Io mi sono laureato nel 2000, in quegli anni sembrava quasi naturale pensare alla city, alla pubblicità, alla carriera. Loro invece hanno scelto un’altra strada: hanno guardato alla terra.

Durante la pandemia hanno capito che il loro futuro non era nella metropoli, ma in un’agricoltura nuova. Hanno recuperato terreni che un tempo erano abbandonati e hanno creato un’azienda moderna, usando anche internet, l’e-commerce e tecnologie come droni e innovazione agricola. Coltivano pomodori di Pachino, ma anche avocado, mango, papaya: colture che fino a qualche anno fa sembravano impensabili in Sicilia. Mi ha colpito la loro energia, il coraggio e soprattutto la gioia nei loro occhi.

Questo le fa guardare al futuro con più fiducia?

Sì. L’Italia è fatta di grandi città, ma soprattutto di piccoli borghi. Io sono una persona curiosa, mi piace lasciarmi sorprendere dai luoghi. Quando arrivo in un paese non sono uno che prende il telefono e guarda solo la mappa. Preferisco parlare con qualcuno per strada, magari con un anziano del posto. Gli chiedo: “Come va? Mi sa indicare questa strada?”. Da lì nasce un incontro. La tecnologia spesso tende a isolarci, invece io ho bisogno dell’energia delle persone, quella che mi nutre davvero.

C’è ancora la magia della televisione nei piccoli paesi?

Assolutamente sì. Nei piccoli borghi quando arriva una troupe televisiva, le persone si emozionano ancora, perché esiste ancora un rapporto speciale con chi racconta le loro storie.

Ha incontrato anche stranieri che hanno scelto di vivere in Italia. Come ci vedono?

Vedono soprattutto la parte bella del nostro Paese: la storia, il paesaggio, la cultura, il patrimonio enorme che abbiamo. Ho conosciuto una famiglia svizzera che negli anni Settanta ha recuperato un casale in Toscana e già allora parlava di sostenibilità. Oggi sembra normale parlare di agricoltura sostenibile, ma farlo tanti anni fa era una scelta coraggiosa. Poi certo, anche loro incontrano le difficoltà italiane, la burocrazia, le complicazioni. Però alla fine la passione per il bello supera tutto.

La cucina italiana è patrimonio UNESCO. Qual è il gusto che sente più suo?

La cucina semplice. Ho avuto la fortuna di mangiare dai più grandi chef stellati, da Massimo Bottura a Chicco Cerea e Carlo Cracco, ma tutti alla fine riconoscono una cosa: la vera cucina italiana nasce dalle case, dalle nonne, dai piatti poveri e di recupero. La carbonara, le orecchiette con le cime di rapa, la pappa al pomodoro: sono piatti che hanno attraversato il tempo. Sono come un paio di jeans che non passano mai di moda. Il vero patrimonio è qualcosa che appartiene a tutti, non solo ai grandi chef. È la cucina delle nostre famiglie.

Fuori dalle telecamere, chi è Tinto nel quotidiano?

In realtà sono molto simile a quello che vedete in televisione. A casa sono il pazzerello della famiglia. Ho due figli, Davide ed Eleonora. Lei mi somiglia molto, è creativa e quest’anno andrà al liceo artistico. Davide invece è più riflessivo e andrà al classico. Mia moglie non fa parte del mondo dello spettacolo, insegna spagnolo, è molto riservata ed è completamente diversa da me. Io sono quello che vedete a “Linea Verde”: spontaneo, curioso, espansivo. Mi piace la semplicità, non cerco cose sofisticate. Vivo una vita normale, mi piace stare con la famiglia, cenare insieme, leggere un libro e bere un bicchiere di vino.

Per essere “Tinto” ha bisogno di molta energia. Dove la trova?

Una volta Monica Caradonna ha detto che quando entro in una stanza la illumini con la mia energia. Dove la trovo? Probabilmente dal rapporto con le persone (ride). Ho lavorato con tanti colleghi e con tutti è nato un rapporto di affetto e amicizia: da Roberta Morise ad Alessia Mancini, Monica Caradonna, Carolina Rey, fino a Federico Quaranta, che considero quasi un fratello. Con tutti ho sempre cercato di creare un clima positivo, non sono mai stato interessato alla visibilità o a essere al centro dell’inquadratura. Dove mi metti, sto.

Qual è il luogo per ritrovarsi e ricaricarsi?

La mia ricarica naturale sono mia moglie e i miei figli. Nel lavoro viaggio tantissimo: treni, aerei, macchine. Quando torno a casa cerco l’opposto. Mi godo la cena, il pranzo in famiglia, un libro, un momento tranquillo. Anche in vacanza difficilmente torno nei posti dove ho lavorato, perché altrimenti non stacco mai.

Cosa vuol lasciare al pubblico dopo una puntata di “Linea Verde”?

Vorrei arrivasse l’autenticità dell’Italia. Esiste ancora il cibo genuino, ma bisogna avere voglia di cercarlo. Quando vai direttamente dal produttore, in un mercato o in una bottega, c’è un rapporto umano che non trovi nei grandi sistemi. È quella la forza dell’Italia: il saluto, la piazza, il mercato, il produttore che ti conosce. Questa è una cosa che all’estero spesso fanno fatica a comprendere.

Come vive questa nuova esperienza con “Linea Verde”?

È un anno molto particolare per me. Ho perso mio padre prima di Natale e a settembre compirò 50 anni. Mi sento diventato adulto in tutti i sensi. Condurre “Linea Verde” è stato un regalo, un’opportunità con un significato speciale. Quando ero piccolo mio padre mi regalò un trattore. In qualche modo penso che gli avrebbe fatto piacere vedermi oggi raccontare questo mondo. È una soddisfazione che avrei voluto condividere con lui.

FarWest Speciale

Posted on

Scam – L’industria della truffa

Inchiesta sulla rete internazionale delle frodi digitali. Conduce Salvo Sottile, in onda domenica 28 giugno, in seconda serata su Rai 3

Un viaggio tra Italia, Cipro, Romania e Israele nel cuore dell’industria globale dell’inganno digitaleFarWest” torna con una puntata speciale dedicata al fenomeno delle truffe online e al sistema internazionale che ne alimenta la diffusione. L’appuntamento è per domenica 28 giugno in seconda serata su Rai3 con un’inchiesta che documenta dall’interno il funzionamento di organizzazioni attive nel trading fraudolento e nelle criptovalute. Il racconto si apre con le testimonianze di alcune vittime italiane e delle loro famiglie, attirate da false promesse di investimento e indotte, attraverso tecniche di manipolazione, a trasferire ingenti somme di denaro verso conti esteri. Seguendo il flusso dei soldi, l’inviato di “FarWest” arriva a Cipro per infiltrarsi in un call center con sede a Limassol, operando sotto copertura per documentarne l’attività. Le immagini raccolte mostrano una struttura organizzata e altamente specializzata. Nel corso dell’indagine emerge il nome di Yaniv Pintsev, detto “Moshikò”, ritenuto la figura centrale di una rete attiva tra Cipro, Romania e Israele. L’inchiesta prosegue a Bucarest, tra i principali hub europei delle frodi finanziarie online, e in Israele, dove sembra aver sede il vertice di questa piramide. Un’inchiesta che ricostruisce meccanismi, responsabilità e dimensioni di un fenomeno in continua espansione, capace di operare su scala globale e di colpire tutti.