Dolore, giustizia e rinascita
Liberamente ispirato al libro “Sola con te in un futuro aprile” di Margherita Asta e Michela Gargiulo (Fandango Libri), il tv movie diretto da Graziano Diana, in onda giovedì 21 maggio in prima serata Rai 1, porta in scena una delle più drammatiche stragi di mafia della storia italiana – la strage di Pizzolungo -, ponendo però l’attenzione sull’incontro umano tra due persone unite da una tragedia impossibile da dimenticare
Una delle più drammatiche stragi di mafia della storia italiana diventa il cuore di un racconto intenso e profondamente umano: quello dell’incontro, atteso per anni, tra due persone unite da una tragedia impossibile da dimenticare. Da una parte il dolore della memoria, dall’altra il difficile conforto dell’oblio. È la storia di Margherita Asta e del giudice Carlo Palermo, protagonisti del tv movie “Un futuro aprile”, diretto da Graziano Diana e coprodotto da Rai Fiction ed Elysia Film. Cosa può unire per sempre una ragazzina di undici anni di Trapani e un magistrato severo, trasferito da Trento per continuare le indagini del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, assassinato dalla mafia? Apparentemente nulla. In realtà, il destino. Il 2 aprile 1985, sulla strada che collega Pizzolungo a Trapani, due auto percorrono lo stesso tratto a pochi metri di distanza. In una viaggiano Barbara Asta con i suoi due figli gemelli di sette anni; nell’altra il giudice Carlo Palermo, arrivato a Trapani solo da pochi giorni. Per un istante le due vetture si affiancano. È in quel momento che esplode un’autobomba parcheggiata lungo la strada. L’attentato, destinato al magistrato, si trasforma in una strage: il giudice Palermo rimane ferito, mentre Barbara Asta e i suoi due bambini perdono la vita. Margherita Asta si salva soltanto perché in quel momento si trova a scuola. Ma da quel giorno la sua esistenza cambia per sempre. Negli anni successivi, il padre Nunzio segue senza sosta indagini e processi, mentre i veri responsabili della strage sembrano restare nell’ombra. Margherita cresce attraversando rabbia, dolore e il bisogno di una giustizia che tarda ad arrivare. Per molto tempo considera il giudice Palermo responsabile della tragedia che ha distrutto la sua famiglia. Solo dopo la morte del padre decide di costituirsi parte civile in un nuovo processo, che porterà infine alla condanna dei mandanti dell’attentato. Ed è allora che sceglie di incontrare Carlo Palermo: un uomo sopravvissuto alla strage, ma segnato per anni da un devastante senso di colpa. Da quell’incontro nasce un momento di profonda umanità, capace di trasformare il dolore in riconciliazione e speranza. “Un futuro aprile” è liberamente ispirato al libro “Sola con te in un futuro aprile”, scritto da Margherita Asta e Michela Gargiulo, pubblicato da Fandango Libri.
Il film andrà in onda in prima serata su Rai 1 giovedì 21 maggio, disponibile contemporaneamente anche su RaiPlay. Nel cast, Francesco Montanari interpreta il giudice Carlo Palermo, mentre Ludovica Ciaschetti veste i panni di Margherita Asta. Accanto a loro anche Peppino Mazzotta, Anna Ferruzzo, Denise Sardisco e Federica De Cola. Soggetto e sceneggiatura portano la firma di Graziano Diana, Stefano Marcocci e Domenico Tomassetti, con la collaborazione di Fabrizio Coniglio.
Il regista Graziano Diana racconta…
«Leggendo il libro “Sola con te in un futuro aprile” di Margherita Asta e Michela Gargiulo, mi ha colpito l’intensità del punto di vista: la visione di una bambina di 11 anni, a cui la mafia toglie la mamma e i fratellini. Un dolore inenarrabile, profondo, crudo. Margherita cresce e con lei anche la consapevolezza che lottare contro la mafia si può, raccontando la propria vita e la propria testimonianza. Quello che mi ha colpito fin dalla prima volta in cui ho conosciuto la drammatica storia della famiglia Asta, sono stati i contrasti. Il contrasto fra l’inaudita ferocia del gesto criminale – l’auto-bomba esplosa contro il giudice Palermo – e il candore delle innocenti vittime, la signora Barbara Asta ed i suoi gemellini. Il contrasto fra i piccoli sogni della sorellina superstite, Margherita, e l’enorme vischiosa rete di malaffare e di collusioni contro cui questi sogni si erano infranti. Lavorando al progetto, altri contrasti si sono imposti in modo indelebile. Il contrasto tra una famiglia retta ancora, malgrado il dolore e i torti subìti, dall’amore e dalla comprensione reciproca, e la “famiglia” mafiosa, retta dalla violenza. Il contrasto fra la lucente bellezza della costa a Pizzolungo, e la nera nube di orrore scaturita da quella tragica mattina del 2 aprile 1985. Per la famiglia quel tragitto in macchina significava andare verso la luce, la vita. Era un inganno. Non stavano andando verso la vita, ma verso la morte. Sono questi i contrasti che ho voluto rendere raccontando questa storia. C’è il mondo della famiglia Asta, dove vediamo Margherita cercare di ritrovare una parvenza di vita insieme a suo padre, e il mondo del giudice Palermo, sopravvissuto proprio attraverso il sacrificio di quella famiglia inerme. Dal giorno della tragedia, però, il mondo di Margherita e quello del giudice attraversano delle similitudini esistenziali: una stessa solitudine li rabbuia, una stessa solitudine circonda la famiglia di Margherita, così simile all’isolamento, all’ostracismo e all’emarginazione di cui comincia a soffrire il giudice. Emerge lo struggente contrasto tra padre e figlia, divisi dalla maniera di vivere il lutto e di cercare di sopportare quel dolore insopportabile. Ma emerge anche il contrasto fra il giudice sopravvissuto, servitore dello stato, e uno Stato che sembra essere incapace di trovare giustizia. Il drammatico percorso di Margherita e del giudice Palermo per riannodare i fili della loro esistenza, ritrovare il senso della vita lottando per trovare la verità sulla morte di Barbara Asta e dei gemellini, diventano così il percorso di due anime che il dolore allontana per molto tempo, ma che infine fa ritrovare. La tenerezza e l’intensità del loro incontro finale sono la sintesi narrativa ed esistenziale dei protagonisti e della storia.»
La parola ai protagonisti
Una storia resiliente
Francesco Montanari
Una storia di sopravvivenza vissuta da due punti di vista diversi: quello del giudice Carlo Palermo, scampato alla strage, e quello di Margherita Asta, figlia delle vittime dell’attentato…
Il mio Carlo Palermo non è stato costruito necessariamente a partire dalla storia vera di quest’uomo, perché io interpreto un personaggio cinematografico tratto da eventi di cronaca. Ho provato a mettere in scena un uomo pronto a tutto, anche a sopravvivere alla mafia, tranne a ciò che gli è effettivamente accaduto. Gli succede qualcosa di devastante, un “incidente di percorso” che genera un senso di colpa terrificante. Scegliendo la strada della magistratura e dell’antimafia aveva previsto di poter essere lui una vittima, ma a morire non è stato lui a morire, ma dei civili: una donna, una madre con due bambini. Di questa famiglia resteranno solo un’altra figlia e il marito. Questo senso di impotenza lavora piano piano dentro di lui e lo distrugge al punto da portarlo a ritirarsi dalla magistratura, pur continuando la lotta alla mafia in un altro modo, da studioso. È forse un uomo inusuale rispetto alle figure di magistrati che siamo abituati a vedere e raccontare: magistrati combattenti, uomini di strada, di grande temperamento. Lui invece è un uomo normale, e per “normale” intendo un uomo che cerca di vincere, involontariamente, la propria fragilità.
Che tipo di relazione viene raccontata con Margherita Asta?
Con la Margherita “fittizia”, interpretata da Ludovica Ciaschetti, abbiamo costruito un rapporto di assenza. Fondamentalmente c’è solo una scena verso la fine del film, quando Margherita è ormai adulta, in cui avviene questo confronto e una sorta di liberazione. Io ho lavorato su questo fantasma che, come un demone, arriva non solo nella notte, ma anche nel giorno, quando meno se l’aspetta, dentro il cuore di Carlo. Prende il sopravvento e lo fa sentire colpevole. Colpevole di cosa? Di una scelta civile che ha fatto. Pur sapendo che non è stato lui a premere il detonatore, pur sapendo di non essere il “cattivo sociale”, questo demone continua a lavorare dentro di lui. E non è un caso che questo demone sia rappresentato da una bambina, perché quella bambina è il simbolo massimo dell’innocenza, della fragilità che dovrebbe essere tutelata e protetta. Lui però non riesce ad andare avanti.
Ha avuto l’occasione di incontrare la vera Margherita?
Purtroppo, no, ma ho letto molto di lei, ho ascoltato le sue testimonianze, ho visto interviste e materiali che la riguardano, ma non ci siamo incontrati per motivi di tempi e impegni. Tutta la troupe, però, era molto entusiasta e curiosa di conoscere questa persona, perché nella mia idea Margherita è diventata l’emblema del coraggio.
Il dovere della memoria è fondamentale, perché facciamo così fatica ad ancorarci ai valori della memoria?
Viviamo in una società che da molto tempo allena quotidianamente l’essere umano a dimenticare. Più che dimenticare, però, credo che la dimenticanza sia una conseguenza dell’appiattimento delle capacità analitiche e critiche rispetto a ciò che accade. Con lo scorrere di un dito sul telefono hai tutto sullo stesso piano: la tragedia, la pubblicità, il divo o la diva che segui, la musica che ascolti, la cronaca. Tutto ha lo stesso valore. Quello che cerco di fare io, forse anche per deformazione professionale, è soffermarmi sempre su ciò che stiamo guardando davvero. La lettura, per esempio, implica un lavoro apparentemente faticoso, soprattutto se non si è abituati a leggere. Questo perché la letteratura è attiva, mentre ciò che guardiamo spesso è passivo. Stiamo però allenando esseri umani sempre più individualisti, meno abituati al confronto reale, allo sguardo negli occhi, all’ascolto autentico. Più che ascoltare davvero, sentiamo dei suoni. È un nuovo essere umano. Io non ho sicuramente gli strumenti per definirlo fino in fondo, perché sono nato in un mondo analogico e mi sono ritrovato in un mondo di monitor. Le nuove generazioni, cresciute dentro questo mondo digitale, avranno inevitabilmente altri schemi mentali. Credo, però, che storie come questa possano aiutare. Al di là dell’informazione storica, che è sacrosanta e necessaria, possono restituirci un po’ di confidenza con la sensibilità dell’essere umano.
Ludovica Ciaschetti
Qual è stato il suo approccio alla storia e al personaggio?
Il confronto con la storia, e quindi anche l’approccio al personaggio, è avvenuto nel momento in cui ho saputo di prendere parte a questo progetto. Io sono molto giovane, sono nata nel 2002, per cui conoscevo questa vicenda soltanto in parte. Quando ho capito che avrei potuto partecipare a questo lavoro, ho iniziato a documentarmi e a studiare ciò che era realmente accaduto. Il mio approccio a questa storia così importante è stato, quindi, prima di tutto umano e di conoscenza, perché si tratta di eventi che costruiscono le basi del nostro futuro come società. Ci dice molto rispetto alle persone che siamo e rispetto a ciò che è necessario fare oggi per ottenere giustizia di fronte a quello che succede nel mondo. Mi ha colpito profondamente la lotta di Margherita Asta e ciò che ha fatto per cercare di garantire che vicende come la sua venissero limitate, o addirittura non accadessero più. Per me è stato un incontro incredibile, una crescita umana gigantesca.
Cosa le ha insegnato questo personaggio?
Non mi ero mai dovuta confrontare con dolori così grandi, per fortuna, e quindi Margherita mi ha insegnato tantissimo rispetto alla parte attiva del gestire il dolore: come possiamo fare in modo che ciò che ci accade possa trasformarsi in qualcosa di positivo per gli altri, per la società e per il futuro. Alla fine, fare memoria significa anche questo: far sì che nel presente queste storie esistano e vengano conosciute, per garantirci un futuro migliore e per evitare che certe cose accadano di nuovo.
Quanto il racconto del film è aderente alla realtà dei fatti?
Rispetto alla storia che abbiamo raccontato, il rapporto con la realtà è stato molto fedele. Abbiamo cercato di attenerci il più possibile ai fatti reali e a come sono andate davvero le cose, soprattutto nel rapporto tra Margherita e il giudice Carlo Palermo. Purtroppo, fino a un certo punto della loro storia, il rapporto tra i due è stato molto limitato, almeno fino al grande confronto finale, un momento importante, quasi necessario, per mettere un punto al grande dolore che sia Margherita sia il giudice Palermo hanno vissuto, ciascuno a modo proprio. Credo che la cosa più bella, rispetto ai percorsi paralleli di questi due dolori, sia stato il grande rispetto che Margherita ha avuto per il viaggio che il dolore ha compiuto dentro questa persona, ma anche dentro una figura come quella del padre di Margherita. Il dolore ci coglie sempre impreparati e non possiamo pretendere di decidere quale percorso farà dentro le nostre vite. Per me è stato molto bello osservare, anche da spettatrice, il rispetto che lei ha avuto per questo processo interiore. È proprio questo che abbiamo cercato di raccontare. E chiaramente il momento in cui quel confronto finalmente arriva è estremamente emozionante e importante. Si crea quasi un’aspettativa verso questa grande conversazione che avrebbe dovuto avvenire da anni e che, fortunatamente, è arrivata nel momento in cui Margherita era cresciuta e aveva avuto il tempo di collocare il dolore e la vicenda all’interno della propria vita, dando loro uno spazio preciso.
Se dovesse definire questa storia con poche parole?
È difficile racchiudere questa storia in una sola parola, perché ha tantissime sfaccettature e ha attraversato molte fasi nella vita sia di Margherita sia del giudice Carlo Palermo. Però sicuramente Margherita è una delle donne più resilienti che io abbia avuto la fortuna di incontrare. Quindi direi che è una storia resiliente. Una storia che ha resistito a tanti momenti bui, nei quali faceva fatica a emergere all’interno della nostra società. Nonostante tutto, però, la storia ha resistito. Margherita ha resistito. Il giudice Carlo Palermo ha resistito. E hanno resistito affinché, a un certo punto, questa verità potesse venire fuori. Una storia resiliente.