FEDERICO RUFFO
C’è chi dice di no
Con il libro “Mare nero. Storia criminale di Ostia”, edito da Rai Libri, il giornalista investigativo, autore di inchieste sotto copertura e conduttore di “Mi manda Raitre”, torna nel luogo in cui è nato e cresciuto per raccontare sangue, soldi e potere sul litorale romano. Un libro che unisce cronaca giudiziaria, memoria personale e impegno civile, scritto da chi ha conosciuto la città da dentro e oggi, presidente dell’Osservatorio della legalità e dell’antimafia sociale, continua a difendere il valore della parola, della denuncia e della responsabilità
“Mare nero” nasce da un’inchiesta, ma anche da un legame personale con Ostia. Cosa ha significato per te raccontare un territorio che è anche parte della tua vita?
È stato soprattutto un lavoro di autoanalisi, quasi un bilancio di vita che, sinceramente, non avevo intenzione di fare. Per anni ho vissuto due vite diverse: quella legata all’essere nato e cresciuto a Ostia, con i suoi rapporti, i suoi volti e le sue strade, e quella del giornalista, che spesso mi ha messo in contrapposizione con la prima. Ho cercato a lungo di tenerle separate, perché sapevo che dal loro incontro non sarebbe nato nulla di semplice. Poi è arrivato questo libro e ho capito che il racconto più vero non poteva limitarsi alla storia criminale di Ostia negli ultimi cinquant’anni: dovevo raccontare che cosa era successo a Ostia mentre io ci stavo dentro.
Nel libro Ostia non è soltanto uno scenario. Che cosa rappresenta davvero quella striscia di terra tra Roma e il mare?
Per me Ostia resta il posto più bello del mondo. Non è un quartiere, è una città nella città: quasi duecentomila abitanti, trenta chilometri da Roma, un’identità propria. Come ogni città ha zone splendide e zone difficili. Scrivere questo libro mi ha aiutato a capire che voler bene a Ostia non significa parlarne soltanto bene, ma riconoscerne i problemi. Volere bene a Ostia significa anche permetterle di non volere bene a te. È come un padre complicato, che non ti dice mai che ti vuole bene: puoi allontanarti, puoi cercare altrove quell’amore, ma alla fine continui a considerarlo casa.
Nel sottotitolo parli di sangue, soldi e potere. Qual è stato il meccanismo che ha permesso alla criminalità di radicarsi così profondamente sul litorale romano?
L’abitudine. L’abitudine e il progressivo venir meno delle istituzioni. Ostia è parte di Roma, ma è lontanissima da Roma, e per anni nessuno è stato davvero il sindaco, l’amministratore, il questore di Ostia. È stata concepita come un quartiere dormitorio: ci vivi, ci dormi, ci passi il fine settimana, ma spesso lavori altrove. A questo si sono aggiunti disagio sociale, mancanza di strumenti adeguati e una posizione strategica: vicino all’aeroporto, collegata a Roma, affacciata sul mare. Non è un caso che nel tempo a Ostia abbiano agito mafia, camorra, ’ndrangheta, Banda della Magliana. Poi, tra gli anni Novanta e i primi Duemila, il mare è diventato una fonte enorme di ricchezza: stabilimenti, ristoranti, discoteche. Quella ricchezza era lì, pronta per essere presa, gestita, estorta. La criminalità ha capito che poteva diventare imprenditoriale.
Nel tuo racconto ci sono famiglie criminali, traffici, interessi economici e politici. Quanto è importante capire che la criminalità organizzata non vive solo di violenza, ma anche di relazioni e consenso?
È fondamentale. La forza di certi sistemi criminali sta anche nella capacità di costruire consenso. Penso alla figura di Carmine Fasciani, che non apparteneva alle mafie tradizionali, ma è riuscito a prendersi Ostia un pezzo alla volta. Era considerato da molti un boss “intelligente”, perché aveva capito che troppo rumore, troppo sangue, troppi spari sono nemici degli affari. Bisogna gestire tutto in silenzio e fare in modo che il quartiere ti voglia bene. Pubblicamente si mostrava generoso, aiutava alcune famiglie, pagava cure, funerali, si costruiva un’immagine. Intanto, dietro le quinte, gestiva soldi, potere, usura, controllo del territorio. Quando un quartiere comincia a vedere il boss come qualcuno che “in fondo fa anche del bene”, la criminalità ha già vinto una parte della battaglia.
Chi denuncia, in contesti così complessi, spesso resta esposto e solo. Che cosa significa oggi proteggere davvero chi sceglie di ribellarsi all’illegalità?
A Ostia, fortunatamente, quelli che dicono no non sono mai mancati. Il vero problema non è soltanto proteggerli fisicamente, ma difenderli da un altro rischio: l’idea che denunciare significhi danneggiare il territorio. Per anni, quando provavo a raccontare che la gestione del mare non era democratica e che questo aveva creato sacche di penetrazione criminale, mi sentivo rispondere che parlare male degli stabilimenti significava parlare male dell’imprenditoria e fare un danno a Ostia. È da questa mentalità che bisogna proteggere chi si ribella. Raccontare un problema non vuol dire fare male a Ostia, ma volerle bene e volerla diversa.
Questo libro ha la forza di un reportage investigativo, ma si legge anche con l’intensità di un romanzo. Quanto hai lavorato sul linguaggio per tenere insieme verità, ritmo narrativo ed emozione?
Ho pensato che fare il solito racconto giudiziario non avesse molto senso. Dovevo provare a renderlo una sorta di diario di quegli anni, raccontare le cose come le avevo viste con i miei occhi e poi mostrarne l’evoluzione. Se vuoi fare un racconto personale, devi parlare come parleresti a un amico. Se vuoi renderlo vero, deve essere vero anche nel linguaggio. Ho raccontato quei fatti con le parole che avevo allora, con la sorpresa, l’indignazione e il turbamento con cui li ho vissuti. Per restituirli al lettore non potevo usare un tono freddo: dovevo far capire prima di tutto che io stesso, davanti a certe cose, ero rimasto sorpreso e indignato.
Nel 2025 sei stato nominato presidente dell’Osservatorio della legalità e dell’antimafia sociale a Ostia. Che valore ha per te questo ruolo, proprio nel luogo da cui tutto parte?
È un’occasione per restituire qualcosa. Ostia mi ha insegnato tantissimo: non sarei stato il cronista che sono stato se non fossi cresciuto lì. Mi ha insegnato a stare al mondo, a parlare con tutti, a capire che esiste un modo diverso di rivolgersi a ogni persona: al criminale di strada, al mafioso, all’imprenditore, al politico. È stata una grande palestra. Accettare questo incarico significa provare a ridare qualcosa a un luogo che oggi vedo più povero rispetto a quello che avevo lasciato. Naturalmente l’Osservatorio osserva, analizza, suggerisce, ma non ha potere politico o amministrativo. Posso indicare strade, non imporle.
Dopo anni di inchieste, minacce, lavoro sul campo e racconto pubblico della criminalità, che cosa ti ha insegnato Ostia sulla legalità, sul coraggio e sulla responsabilità del giornalismo?
Mi ha insegnato che la parola ha un valore ed è l’unica cosa che devi onorare sempre. La parola data a una fonte, a un informatore, a qualcuno a cui chiedi di raccontarti la sua storia perché forse, insieme, si può provare a risolvere qualcosa. Se non onori quella parola, è tutto perso: restano solo chiacchiere. Viviamo in una fase in cui sembra che i giornalisti minacciati siano supereroi e che il valore del loro lavoro si misuri dalle minacce ricevute. Io ne ho ricevute tante, ma non credo sia questo il punto. Il giornalismo consiste nel raccontare cose che qualcuno non vuole vengano raccontate. Il coraggio non sta nella minaccia subita, ma nella responsabilità con cui continui a usare le parole.