VIRA CARBONE

Posted on

La prevenzione è benessere

La conduttrice racconta la nuova stagione di “Buongiorno Benessere”, storico appuntamento del sabato mattina di Rai 1. Tra le novità, un pubblico sempre più partecipe e uno speciale dedicato alle eccellenze della medicina italiana che rendono grande la nostra sanità nel mondo

Quali sono le principali novità di questa nuova stagione?

“Buongiorno Benessere” compie quattordici anni, ma li festeggia in maniera molto soft. Il filo conduttore è e rimane lo stesso: l’informazione medica con il sorriso. Ci saranno, però, novità.

Una di queste riguarderà le eccellenze italiane della medicina. Come sarà sviluppato questo spazio?

Sappiamo che la sanità italiana è a un livello straordinariamente alto, anche e in particolare quella pubblica, e abbiamo tantissimi medici italiani che rappresentano delle eccellenze nel mondo. Per questo ho pensato, quest’anno, di dare voce proprio alle eccellenze italiane in campo medico a livello internazionale. Ogni settimana ne presenteremo una.

Grande l’attenzione del pubblico anche per la rubrica “Guadagno in salute”. Da quale idea nasce?

Siamo molto attenti anche al risparmio, perché non dobbiamo pensare sempre che la salute significhi spendere soldi in medicine, analisi e visite private. La salute può anche consentirci di risparmiare. Se siamo attenti al nostro organismo e ai nostri organi e impariamo a intercettare ogni segnale, spenderemo meno soldi in medicine, analisi e cure, perché avremo un corpo più sano. Da questa idea nasce la nuova rubrica.

In questi anni è cambiato il modo in cui gli italiani si informano sulla salute. Come si è evoluto, in questo senso, il linguaggio del programma?

In realtà, il linguaggio del programma è sempre stato lo stesso. Questa è la verità. Come dico spesso, ho scritto questo programma perché ero ipocondriaca e avevo bisogno di una trasmissione che informasse e, contemporaneamente, rasserenasse le persone ipocondriache come me. Ecco il grande senso del servizio pubblico della Rai.

Qual è la chiave per rendere comprensibili a tutti argomenti medici anche molto complessi?

Credo molto in questa missione e, sin dalla prima puntata, abbiamo utilizzato un linguaggio semplice, costruito attraverso interviste a medici seri, all’avanguardia, vere eccellenze, ma sempre alla portata di tutti. Era un linguaggio che capivo io e che potevano comprendere tutti a casa. Quindi non è cambiato, non può cambiare e non cambierà mai. Secondo me, la chiave di “Buongiorno Benessere” è proprio questa: parlare a tutti in maniera chiara, affrontando grandi temi attraverso grandi medici.

Il pubblico partecipa attivamente alla trasmissione. Come avviene questo dialogo durante la diretta?

Durante la trasmissione ho un telefono in mano e quel telefono funziona veramente: mi mette in contatto con il pubblico che, da casa e in diretta, in quel momento sta facendo delle domande. Naturalmente non posso rispondere, attraverso i medici, a tutte le domande, perché sarebbe impossibile, però cerco di essere quanto più vera possibile. Il pubblico fa le domande, io ne scelgo alcune e le pongo ai medici.

In quattordici anni come sono cambiate le domande e le esigenze dei telespettatori?

Le domande non sono cambiate, sono sempre più o meno le stesse. Le persone si concentrano molto sull’alimentazione, sul dimagrimento, sulla salute cardiovascolare e sulla prevenzione. Devo dire che il pubblico non è cambiato per niente nelle sue esigenze, o forse accade perché noi, in ogni puntata, cerchiamo di abbracciare tanti temi e quindi riusciamo a soddisfare le diverse necessità.

Qual è il valore più importante di questo confronto diretto con il pubblico?

È chiaro che non possiamo scendere mai troppo nel particolare, perché abbiamo un’ora sola a settimana. Facciamo una spolverata di tutto, ma credo che questo sia proprio il servizio pubblico allo stato puro. Sapesse quante persone, attraverso le parole dei nostri medici, hanno intercettato una malattia, si sono curate, sono guarite e hanno vinto la paura di sottoporsi agli accertamenti. È un programma in cui credo profondamente e penso che sia proprio il pubblico a premiarlo dopo tanti anni.

Sui social e attraverso altri canali di comunicazione circolano anche notizie mediche non sempre corrette. Quale responsabilità sente un programma come il suo?

Sono una persona di cuore e questo lo metto in ogni puntata, quindi, da parte mia c’è una grande lealtà nei confronti dei telespettatori. Questo riguarda sia me sia la redazione, perché non si vince mai da soli e non si perde mai da soli. Siamo un gruppo, sicuramente capitanato da chi il programma lo ha ideato, nella fattispecie da me, ma non si fa mai nulla da soli.

Come scegliete i medici e gli specialisti da portare in trasmissione?

Svolgiamo ricerche attente. Io vado personalmente negli ospedali e cerco di individuare i medici migliori sulla base delle mie ricerche. Ci sono tantissime eccellenze e noi le proponiamo al grande pubblico nel modo più scrupoloso e attento possibile e, soprattutto, con un grandissimo senso dell’importanza della salute.

Può una trasmissione televisiva contribuire concretamente alla prevenzione e persino aiutare a salvare una vita?

Per me portare un medico in trasmissione e rendermi conto che, magari attraverso le sue parole, un bambino o un’altra persona riescono a salvarsi perché intercettano una malattia, rappresenta una grande vittoria. È una vittoria anche per l’azienda per la quale lavoro, perché mi onoro di poter dire che lavoro in Rai e la Rai è servizio pubblico.

Dietro il successo di “Buongiorno Benessere” c’è anche un grande lavoro di squadra. Quanto conta il contributo di chi lavora al programma?

Sento di dover ringraziare i vertici Rai che mi consentono di continuare a realizzare il programma che ho scritto e nel quale credo, ma anche tutte le persone che lavorano insieme a me: non soltanto il gruppo degli autori e la regia, ma proprio tutti, dal parrucchiere al truccatore, dai tecnici alle luci e all’audio. Il successo è il risultato del lavoro di un gruppo, non di una sola persona, e ci tengo che questo venga detto prima di qualunque altra cosa.

Dopo quattordici anni alla guida del programma e a contatto con temi così forti, c’è ancora qualcosa che continua a sorprenderla e a coinvolgerla nel racconto della salute e della prevenzione?

Devo dire che non mi abituerò mai a quando, per strada, le persone mi guardano, mi fermano e magari mi chiedono una foto. Per fortuna svolgo questo mestiere con talmente tanto cuore che mi dimentico che sono in televisione. Quando mi fermano, penso: “Che cosa vuole da me?”. Poi mi rendo conto e mi dico: “Ma io lavoro in televisione, perché sto dicendo questa cosa?”. Per me è ancora una sorpresa.

 

Informazione

Posted on

Nuovo look per il Tg3

Dall’edizione delle 19.00 di lunedì 21 settembre, Il Tg3 cambierà logo e veste grafica: un restyling per ammodernare l’immagine, con colori più chiari e luminosi, realizzato con le nuove tecnologie di cui dispone la Rai e rimandi, già nella sigla, all’informazione sui social media. Sarà l’occasione per rinnovare anche il legame con il pubblico, peraltro sempre saldo come attestano gli indici di ascolto in crescita, restando però sempre fedeli all’identità e ai valori della testata. Il RadiocorriereTv ha incontrato il direttore Pierluca Terzulli

Quale messaggio porta con sé questo cambiamento?

Che non si può rimanere fermi, che la tecnologia troppo spesso precede e travolge schemi e linguaggi consolidati. Tutti, anche i nostri. Restare fermi equivale a spegnersi. Noi, invece, vogliamo rendere il Tg3 sempre più forte e credibile, non ci accontentiamo degli ottimi ascolti che otteniamo. Vogliamo arrivare a un pubblico più ampio, alle persone che non attendono gli orari canonici delle reti generaliste per cercare le notizie, ma le vanno a scovare ovunque quando vogliono informarsi.

In che modo i valori del Tg3 – Tg storico Rai – si possono veicolare anche attraverso la sua immagine?

Il Tg3 nasce come telegiornale corsaro, testata che ha dato voce alla società civile, usando un linguaggio diretto, quello della “ggente”, come diceva Sandro Curzi, contribuendo a svecchiare, nel corso degli anni, l’informazione del servizio pubblico. Accanto a questo tratto distintivo, che si tramanda nel tempo di collega in collega – e che non ho alcuna intenzione di imbrigliare -, il racconto della politica, delle guerre con il loro riverbero drammatico sulla condizione economica dei cittadini, le piaghe che non guariscono, come i femminicidi e i morti sul lavoro, i cambiamenti culturali che attraversano la società italiana vanno raccontati attraverso strumenti nuovi. Un punto, però, deve essere chiaro: la rapidità, la cura dell’immagine non devono mai andare a detrimento dell’autorevolezza del racconto, dell’analisi e dell’approfondimento. Continueremo a farlo con determinazione. Nuotare controcorrente non è comodo per nessuno, ma noi siamo nati e cresciuti così, ci siamo abituati.

Che contributo possono, o devono dare, le nuove tecnologie e i social media alla narrazione quotidiana e all’approfondimento?

Uno dei punti centrali del piano editoriale, approvato dalla redazione a larghissima maggioranza, è stato il rafforzamento dell’informazione sui social. Se andiamo a vedere i ranking delle interazioni, dei video o le migliori performance dei servizi in rete si può rilevare una crescita esponenziale del nostro pubblico. Abbiamo cercato di evitare scorciatoie, puntando non sul gossip, ma su vicende di forte impatto sociale come, ad esempio, la morte di Fakir a Bologna o, ancor prima, il caso di Rami a Milano. Vicende tragiche e vergognose che hanno prodotto milioni di visualizzazioni. Ciò per dire che non ci facciamo dettare l’agenda dai social, ma usiamo le piattaforme per divulgare i nostri contenuti.

E cosa non devono sostituire?

Credo che tu ti riferisca all’intelligenza artificiale. La risposta è facile ma necessaria: le nuove tecnologie non devono mai sostituire l’elemento umano, il pensiero critico, la responsabilità deontologica del nostro lavoro di giornalisti. Ho la fortuna di dirigere una squadra di colleghi che da questo punto di vista, e da molti altri per la verità, non ha niente da imparare da nessuno.

Direttore, il Tg di una rete generalista, quali obiettivi deve porsi oggi?

L’obiettivo che ci poniamo è semplicemente quello di fare un buon giornale, chiaro, riconoscibile, coerente e diverso dalla concorrenza.

PRIMA SERATA

Posted on

Il grande show del mercoledì

Torna “Tale e Quale” l’amato spettacolo di Rai 1 condotto da Carlo Conti, giunto alla sedicesima edizione. Al via il 23 settembre, con Fabio Fazio quarto giudice della prima puntata

Tornano le grandi voci, le imitazioni, le risate, la gara e soprattutto quelle trasformazioni spettacolari che negli anni hanno reso “Tale e Quale Show” un vero cult di Rai 1 e della televisione italiana. L’appuntamento è da mercoledì 23 settembre, sempre in prima serata su Rai 1, per nove puntate in diretta dagli Studi televisivi “Fabrizio Frizzi” di Roma. “‘Tale e Quale Show’ è un programma nel quale ci si diverte molto, con un clima scanzonato – afferma Carlo Conti – l’obbiettivo è sempre di più quello di mettere i vari componenti della famiglia davanti alla televisione. Quest’anno credo ci sia uno dei cast più belli e importanti delle ultime edizioni, sono tutti fortissimi”. Un appuntamento nel quale musica, ironia e spettacolo convivono con il gusto della sfida e con la curiosità di vedere, settimana dopo settimana, volti noti trasformarsi in icone della musica italiana e internazionale. A giudicare le esibizioni saranno le “novità” Elettra Lamborghini e Alessandro Siani, che affiancheranno Cristiano Malgioglio. Tre personalità molto diverse, tre modi di vivere lo spettacolo, tre sguardi destinati a rendere ancora più imprevedibile il momento dei giudizi. Quarto giudice della prima puntata, Fabio Fazio.

I Protagonisti che si metteranno in gioco sono Jasmine Carrisi, Maddalena Corvaglia, Roberta Morise, Paola Perego, Anna Pettinelli, Selma, Stefano Meloccaro, Max Paiella, Andrea Perroni, Vladimir Randazzo. Presenti a grande richiesta anche Flavio Insinna & Gabriele Cirilli impegnati ancora una volta in una serie dei duetti impossibili. Esperienze, caratteri e percorsi differenti, ma una sfida uguale per tutti: lasciare per una sera la propria identità e trasformarsi in una grande voce della musica. Ogni settimana cambieranno volto, voce, movenze, stile e presenza scenica. Trucco, parrucco, costumi, preparazione vocale e studio del personaggio accompagneranno il lavoro degli Artisti fino al momento più atteso: l’ingresso in studio, quando la trasformazione dovrà essere completa. Perché a ‘Tale e Quale Show’ non basta somigliare: bisogna diventare, per pochi minuti, “tale e quale”. I protagonisti si esibiranno rigorosamente dal vivo, accompagnati dagli arrangiamenti del maestro Pinuccio Pirazzoli. Le varie ‘interpretazioni’ saranno impreziosite dalle coreografie di Fabrizio Mainini e del corpo di ballo fisso. Il cuore del programma resta la preparazione degli Artisti, tra prove di canto, recitazione e imitazione, senza dimenticare trucco e costumi. A seguirli giorno dopo giorno i vocal coach Dada Loi, Antonella Pepe, Matteo Becucci e Antonio Mezzancella, insieme all’actor coach Emanuela Aureli.  Al termine di ciascuna serata sarà decretato un vincitore di puntata, mentre nella finalissima l’Artista che avrà ottenuto il punteggio complessivo più alto nel corso dell’edizione sarà proclamato ‘Campione di Tale e Quale Show 16’.  Anche in questa edizione i telespettatori avranno un ruolo nella competizione. Attraverso i social RAI (su Instagram, Facebook, X e TikTok) potranno esprimere le proprie preferenze e contribuire alla classifica. Le tre esibizioni più apprezzate assegneranno ai rispettivi concorrenti 5, 3 e 1 punto, che si aggiungeranno alle valutazioni della giuria. Il pubblico da casa diventerà così parte dello spettacolo, con la possibilità di premiare gli Artisti e le performance più amate e incidere sull’andamento della gara. Prodotto dalla Direzione Intrattenimento Prime Time in collaborazione con Endemol Shine Italy il programma è diretto da Maurizio Pagnussat.

Raffaella Griggi

Posted on

Una scia luminosa

«Da marinara genovese, credo che “Chi l’ha visto?” sia un’ammiraglia… Le onde sono cambiate, ma il mare è sempre lo stesso. L’equipaggio storico, leale, conosce il vento e la rotta è quella: aiutare gli altri e far conoscere situazioni anche anonime, storie difficili che meritano un ascolto, una seconda possibilità, una seconda verità» racconta la nuova conduttrice al Radiocorrieretv, al timone del programma da mercoledì in prima serata Rai 3

Raffaella Griggi nuova conduttrice di “Chi l’ha visto?”. Come sono risuonate nella tua testa queste parole?

Ho pianto, ma non di gioia. Ho pensato tante cose, ma soprattutto la mia mente è volata al mio papà, che è mancato proprio in quei giorni. Poi è stato un tourbillon di emozioni, qualcosa di davvero molto intenso.

Il senso di “Chi l’ha visto?” è tutto racchiuso in quel punto di domanda finale. Cosa rappresenta?

Andare avanti, andare oltre, finché non si scopre qualcosa in più rispetto a quello che già si sa delle storie, che iniziano in un modo e poi prendono altre direzioni. È un primo conforto, un primo soccorso alle famiglie che chiedono aiuto.

Dal 2017 sei nella redazione del programma. Che pezzo di storia professionale rappresenta per te?

Avrei continuato a fare l’inviata del programma, per me è stata una sorpresa. Ho seguito da lontano le vicende, sia perché sono di Genova, sia perché, per carattere, sono pudica e riservata. Credo che in questo ci siano la delicatezza e anche l’inconsapevolezza dell’outsider. Detto questo, questo ruolo arriva dopo anni in giro, da nomade, tutti i giorni in diretta, a caccia di servizi, sia a “Vita in diretta” sia a “Unomattina”.

Condurre questo programma: qual è l’obiettivo?

L’obiettivo è continuare a raccontare storie, anche e soprattutto quelle meno conosciute, che mettono in luce ingiustizie e fragilità che arrivano dai nostri paesi. Realtà familiari difficili spesso nascondono storie nelle storie. Noi non abbiamo gobbi, non abbiamo nulla di scritto, perché toglierebbe qualcosa alla spontaneità davanti alla telecamera. Da marinara genovese, credo che “Chi l’ha visto?” sia un’ammiraglia, una scia luminosa, dritta, segnata. Le onde sono cambiate, ma il mare è sempre lo stesso. L’equipaggio storico, leale, conosce il vento e la rotta è quella: aiutare gli altri e far conoscere situazioni anche anonime, storie difficili che meritano un ascolto, una seconda possibilità, una seconda verità. Vogliamo raccontare il nostro Paese, i borghi, le periferie, dove si nascondono racconti inimmaginabili.

Come vi siete salutate con Federica Sciarelli?

Ci siamo salutate con affetto durante il brindisi finale, dopo la chiusura del programma per la pausa estiva.

Nessuno sostituisce nessuno, ma lascia un segno forte. Come lo userai?

Federica ha la familiarità della continuità, l’autorevolezza dell’esperienza. Ci lascia la trasparenza e un clima di cordialità, aperto e semplice. È un gigantesco passaparola, un patrimonio prezioso, e Federica lascia a tutti noi il senso profondo della battaglia da compiere per aiutare a ritrovare chi scompare. Le procedure dovrebbero essere più veloci, si dovrebbe costruire una rete più compatta e omogenea tra forze dell’ordine e famiglie. Il sogno sarebbe arrivare a una legge ad hoc che non faccia differenze tra le persone che spariscono: un anziano malato di Alzheimer o un ragazzino che ha problemi. Ne abbiamo visti tanti, e poi non si ritrovano più. Bisognerebbe arrivare velocemente all’acquisizione delle immagini delle telecamere di casa e del vicinato. Ci vorrebbe una task force per queste situazioni, un maggiore coordinamento, nonostante il grande lavoro dei volontari, di “Penelope” e delle associazioni.

Conduttore e redazione: quale sinergia?

Tra noi c’è un contatto continuo, con tutta la redazione, ma soprattutto con gli inviati. Io mi sento ancora una di loro, è un ruolo che ho addosso, ne capisco le difficoltà, la fatica, riesco a mettermi nei panni dei colleghi che sono per strada alla ricerca di spunti, di situazioni, impegnati nelle interviste. E poi c’è il montaggio e, davvero fondamentale, un filo diretto con gli autori del programma.

Quali sono, o devono essere, i valori di un programma di questo tipo?

I valori di questo programma devono essere la volontà di ascolto, il garbo paziente, la delicatezza e il rispetto quando si trattano storie difficili. L’eleganza dei sentimenti e della parola. Ma anche, per chi va fuori a fare i pezzi, la curiosità di capire il contesto, di descriverlo con le parole giuste. Bisogna poi pensare che ci si può aiutare. “Chi l’ha visto?” è un meraviglioso mezzo di primo soccorso, ci lega un filo con i telespettatori.

Fai parte dello zoccolo duro di “Chi l’ha visto?”. Quanto conta conoscere la memoria storica di questo programma per restituirne l’anima al pubblico?

Io sono relativamente giovane, non sono della primissima ora, perché ci sono colleghe e colleghi più anziani di me. Ho lavorato a “Unomattina”, a “Vita in diretta”, alla TGR; il mio percorso è un po’ più vario, avendo fatto anche esperienze fuori dalla Rai. Credo però che l’anima delle storie si possa restituire anche con me, nel racconto, con il cuore, con cura, con l’ascolto, nelle espressioni, nell’eleganza dei sentimenti e della parola. Sono storie di cuore, basta non farle scivolare nel melenso, nella spettacolarizzazione.

Come saluterai mercoledì il tuo pubblico?

Non so dirti come saluterò il pubblico a casa mercoledì, quello che so per certo è che ci sarà molta emozione.

 

PETER GOMEZ

Posted on

L’Elefante. Nella stanza e con tanta memoria

Sabato 26 settembre alle 20.15 la seconda puntata del nuovo programma d’approfondimento di Rai 3. Pensieri e parole sui nostri tempi: «Un’ora e un quarto che faccia sorridere e riflettere» dice il giornalista conduttore

 

Peter, perché “L’Elefante”?

Per due motivi. Il primo è che l’elefante ha memoria, e io il vizio della memoria ce l’ho. Ti faccio un esempio, non solo per quanto riguarda la storia, ma anche la memoria del nostro paese. In questo momento stiamo discutendo tanto di legge elettorale, le opposizioni, la maggioranza. 1953, la Democrazia Cristiana approva quelle che le allora opposizioni, di destra e di sinistra, definiscono “legge truffa”, ossia il premio di maggioranza per chi prendeva più del 51 per cento. Io ho l’impressione che questo paese viva di corsi e ricorsi storici: buona parte delle cose che oggi vediamo, che ci scandalizzano, hanno non solo le loro radici nella storia ma sono in qualche modo avvenute. Vero è che la storia si ripete la seconda volta in farsa. Secondo motivo è che nel dibattito pubblico c’è quasi sempre un elefante nella stanza, qualcosa di enorme che tutti vedono e che si preferisce non affrontare. Si possono fare mille esempi, parliamo di Hormuz e dell’Iran mentre l’elefante nella stanza è l’evidente declino dell’impero americano. Potremmo farne a migliaia.

Perché tutta questa paura di prendere atto di ciò che è sotto gli occhi di tutti?

Probabilmente perché farlo significherebbe dire che il potere pro tempore, di qualsiasi colore, è essenzialmente nudo. Il re è nudo. Penso al tema del declino dell’Occidente come, per fare un altro esempio, alla questione ambientale: di fronte ad argomenti enormi finiamo per dibattere invece del particolare, del contingente. Questo accade per colpa della classe dirigente ma anche per colpa nostra. Fino a qualche anno fa, ad esempio, c’era un dibattito enorme nel mondo politico sul cambiamento climatico. Ci si chiedeva se esistesse veramente. Direi che quel dibattito è stato superato dalle ultime due estati, dal presente, e ora, invece di chiederci che cosa si possa fare, da domani mattina, perché nelle nostre città la gente non muoia d’estate, ci chiediamo se l’uomo sia causa di ciò che accade oppure no. L’elefante nella stanza era enorme e lo si ignorava perché questo impediva lo sviluppo delle nostre industrie che però non si sono sviluppate lo stesso.

Che anno sarà quello che ci separa dal voto del 2027?

Sarà come tutte le campagne elettorali: brutte, sporche e cattive. Non ricordo una campagna elettorale che non lo sia stata.

In un’epoca in cui tutto è così veloce e spesso sfuggente, cosa ti spinge a raccontare “cosa ci sta sotto”?

Penso che un giornalista debba raccontare il mondo, e farlo significa anche raccontare quello che sta sotto, quello che non si vede. Io non faccio il politico o l’attivista, non è che voglia cambiare il mondo, so però che a volte, quando tu racconti bene la realtà, gli accadimenti, il mondo un pochino cambia. Quando porti alla luce delle questioni, dei problemi, degli scandali, magari poi le cose cambiano, perché qualcuno se ne fa carico o perché prende delle decisioni. Poi se cambiano in meglio… meglio è.

 Quali parole utilizzeresti per convincere un giovane a essere meno frettoloso nella comprensione dei nostri tempi?

Attento ragazzo che ti vogliono fregare! Il potere vuole cittadini ignoranti, cittadini che non sanno e non riflettono, perché così sono meglio controllabili.

Cosa ti incuriosisce, e che cosa invece ti spaventa, dei nostri tempi?

Mi incuriosisce tutto. Faccio questo mestiere perché sono curioso. Mi spaventa però vedere in tutto il mondo le democrazie in crisi, nonostante rimangano ovunque sostanzialmente in piedi. Si va a votare nei paesi democratici, c’è la tripartizione dei poteri, ma c’è la sensazione, e certe volte la prova, che le decisioni importanti non vengano prese lì dove prevede la democrazia, ma altrove. Pensa alla capacità dei social di influenzare l’opinione pubblica, di stabilire l’agenda, pensa soprattutto a come nel mondo 10 mila entità finanziarie amministrino 50 mila miliardi di dollari. Blackrock ha una quantità di denaro che è pari al PIL tedesco e giapponese sommati. Quando hai a disposizione tali somme di capitali hai la possibilità di influenzare pesantissimamente ogni politica pubblica degli stati.

Dove ci porterà l’Intelligenza artificiale (AI)? Che uso ne fai?

La uso molto per attività di ricerca, per la pulizia dei pezzi dai refusi, per trovare titoli che magari si indicizzino meglio in rete. Ma, da lettore di Isaac Asimov, a preoccuparmi è altro, ossia che nell’algoritmo iniziale manchino le “tre leggi della robotica”, a partire dalla prima che dice che nessun robot può danneggiare un essere umano, con la sua azione o la sua inazione. Mai nell’AI, che sin dall’inizio aveva scopi militari, è stato introdotto questo principio. Mentre stiamo discutendo di quello che potrebbe fare o già sta facendo un AI che supera le nostre idee e sfugge di controllo, non ci dobbiamo dimenticare di avere programmato inizialmente delle macchine dando loro la possibilità di uccidere.

Che cosa speri di lasciare a un telespettatore de “L’Elefante”?

Un’ora e un quarto che faccia sorridere e riflettere.

MARCO FERRAZZOLI

Posted on

La vita controcorrente di Giovannino Guareschi

Con “Ho imparato a dire no (Ma c’è voluta una guerra)”, edito da Rai Libri, l’autore ripercorre la vita del creatore di don Camillo e Peppone attraverso le scelte con cui difese la propria libertà: dalla prigionia nei lager nazisti al carcere, fino alla chiusura del suo giornale “Candido”. Studioso di Guareschi e consulente della fiction Rai appena trasmessa, Ferrazzoli racconta anche l’uomo e il padre

Da quale idea ha preso forma “Ho imparato a dire no (Ma c’è voluta una guerra)”?

Studio Guareschi da molti anni. Quando è cominciato il lavoro di consulenza per il film sono tornato sui suoi scritti e sulla sua storia, e ho ripreso ad approfondirli. Da lì è nata l’idea di accompagnare il film con un libro. Il film racconta dieci anni importantissimi della sua vita; il libro, invece, attraversa l’intera vicenda esistenziale di Guareschi. Offre quindi un’altra possibilità per conoscerlo.

Il titolo racchiude una precisa scelta morale. Quali sono stati i “no” che hanno segnato più profondamente la sua vita?

I primi segnali del suo carattere si vedono già prima della guerra, quando lavorava al “Bertoldo”. Era un vignettista e un umorista capace di suscitare grande affetto, ma anche di risultare scomodo. Poi arriva il “no” che lo porta a diventare un internato militare italiano. Un altro rifiuto fondamentale riguarda la vicenda delle lettere attribuite a De Gasperi, con cui si chiude anche il film. Dopo il processo, Guareschi decide di non presentare né domanda di appello né domanda di grazia e affronta il carcere. Non vuole compiere alcun gesto che possa dare l’impressione di riconoscersi colpevole per quella pubblicazione.

Nel libro racconta anche una fase in cui, invece, sono gli altri a dire “no” a Guareschi. Che cosa accade?

Negli ultimi anni della sua vita viene progressivamente isolato. Aveva già dovuto lasciare la direzione del “Candido”, perché si voleva una linea più morbida. In seguito, il giornale chiude. È un passaggio significativo della sua storia: dopo tanti “no” pronunciati personalmente, Guareschi si trova a fare i conti con i rifiuti e le pressioni che arrivano dall’esterno.

Possiamo dire che la sua vita sia stata una testimonianza concreta del prezzo della libertà?

Sì. Se pensiamo al giornalismo, sono pochissimi i giornalisti che sono andati davvero in carcere per ciò che hanno scritto e pubblicato. Ci sono state altre detenzioni, ma molto più brevi, a volte quasi simboliche. Guareschi ha pagato un prezzo altissimo per la libertà di stampa nella storia repubblicana. Basterebbe questo a farci capire quanto fosse disposto a sostenere le proprie scelte.

Rai 1 ha appena trasmesso “Non muoio neanche se mi ammazzano” di Andrea Porporati, lei ha collaborato alla sceneggiatura ed è stato consulente: quale Guareschi sentivi fosse indispensabile portare sullo schermo?

Sentivo che fosse necessario mostrare due aspetti che, in realtà, coincidono. Il primo è il Guareschi della testimonianza politica: un uomo per il quale la libertà è un valore fondamentale e che vive il proprio impegno come una responsabilità. Le sue prese di posizione appartengono a un momento decisivo della storia italiana, in cui erano in gioco anche il futuro della democrazia e le scelte del Paese.

L’altro aspetto è il Guareschi umano e familiare. Quanto contano gli affetti nella sua storia?

Contano moltissimo. Il film mostra che dietro il suo impegno morale, dietro i suoi “no”, c’è anche il pensiero della famiglia e dei figli. E mette in luce la forza di sua moglie Margherita, che lo sostiene e che, a volte, deve anche sopportare le conseguenze delle sue decisioni. Prima il lager e poi il carcere la lasciano sola con i figli, in condizioni assolutamente non facili. È una parte della storia che non possiamo trascurare: senza la forza di Margherita, Guareschi non sarebbe riuscito a fare tutto quello che ha fatto.

C’è un aspetto della sua personalità che, secondo lei, il film è riuscito a restituire in modo particolarmente autentico?

Proprio il legame tra la dimensione pubblica e quella privata. Di Guareschi conosciamo il personaggio, le battaglie, i libri, ma conosciamo molto meno l’uomo. Credo che uno dei meriti principali del film sia mostrare come queste due dimensioni stessero insieme. Siamo prima di tutto esseri umani, poi svolgiamo un lavoro. Per me è un punto essenziale per capire anche le sue scelte.

Ha conosciuto personalmente i figli di Guareschi. Che cosa l’ha colpita del modo in cui hanno custodito la memoria del padre?

Non sono molti i figli di personaggi pubblici che si prendono cura di un patrimonio letterario e documentario con tanta precisione e continuità. Per chi, come me, studia Guareschi e cerca di approfondirne l’opera, questo lavoro ha rappresentato un riferimento preziosissimo. Per fortuna la cura di questa memoria prosegue anche nelle nuove generazioni. In particolare, due figlie di Alberto continuano e continueranno a portare avanti questo impegno.

Il rapporto con Alberto e Carlotta le ha permesso anche di ritrovare, nelle persone reali, la famiglia raccontata da Guareschi?

È stata un’esperienza straordinaria. Alberto e Carlotta, anche da adulti, conservavano qualcosa dei personaggi letterari del “Corrierino delle famiglie”. Alberto era più riservato e composto; Carlotta è rimasta spigliata, spiritosa, caustica. Sono due aspetti che convivevano anche nel carattere del padre: Guareschi poteva passare da una battuta irresistibile a un momento molto più pensoso. La mia passione per lui nasce da bambino. Prima ancora di leggere le storie di don Camillo, leggevo il “Corrierino delle famiglie”. Quelle vicende erano trasformate dalla scrittura, ma partivano anche dalla vita familiare. Incontrare poi Alberto e Carlotta e riconoscere in loro i tratti di quei personaggi è stato davvero emozionante.

Dopo la fiction e attraverso le pagine del suo libro, quale Guareschi vorrebbe che il pubblico riscoprisse?

Innanzitutto l’uomo libero. La sua opera letteraria resta importantissima, ma Guareschi è anche una porta d’ingresso per comprendere la complessità della storia italiana del Novecento. È una storia che conosciamo sempre meno, soprattutto nelle nuove generazioni. A volte idealizziamo il passato e immaginiamo che allora si stesse meglio. La vita di Guareschi ci ricorda che anche quella stagione era attraversata da problemi profondi e da questioni politiche molto serie. Riscoprire lui significa anche tornare a interrogarsi su quel periodo senza semplificarlo.

OFFERTA RADIO

Posted on

Palinsesti Rai Radio 2026-2027, il futuro è già in onda

Dodici emittenti e una piattaforma digitale per un’offerta che integra informazione, cultura, musica, intrattenimento, mobilità e territorio. Alla presentazione della nuova stagione Rai Radio conferma la propria missione di servizio pubblico e guarda alle nuove abitudini di ascolto attraverso DAB, visual radio, podcast, contenuti on demand e RaiPlay Sound

La radio continua a vivere nella forza irripetibile della diretta, ma si lascia raggiungere anche dopo la messa in onda; accompagna chi viaggia in automobile, entra nelle case attraverso la visual radio, diventa podcast, clip e contenuto social, per poi tornare a essere ascoltata, senza vincoli di orario, su RaiPlay Sound. È questa la cornice nella quale, negli studi Rai di via Asiago a Roma, è stata presentata l’offerta radiofonica per la stagione 2026/2027. Un ecosistema composto da dodici emittenti, generaliste e specializzate, e da una piattaforma digitale che riunisce dirette, produzioni originali, audiolibri, contenuti d’archivio e playlist musicali. Non una semplice successione di titoli e orari, dunque, ma un progetto editoriale che prova a tenere insieme continuità e trasformazione. Al centro restano i valori del servizio pubblico. Autorevolezza, pluralismo, inclusione, accessibilità, partecipazione e vicinanza ai cittadini, tradotti nei linguaggi e nelle modalità di fruizione di un pubblico che si muove ormai con naturalezza tra FM, DAB, applicazioni, televisione connessa, social media e ascolto on demand. L’obiettivo è raggiungere le persone ovunque si trovino, senza chiedere loro di rinunciare alle nuove abitudini e senza perdere la cura editoriale e la responsabilità che caratterizzano l’offerta Rai. La radio lineare rimane il luogo della contemporaneità, della compagnia e dell’immediatezza; il digitale ne amplia la durata, moltiplica gli accessi e permette a ogni contenuto di incontrare pubblici differenti. La crescita dell’ascolto digitale indica con chiarezza la direzione. Secondo la Digital Audio Survey 2025 di Ipsos, il 41 per cento degli italiani tra i 16 e i 60 anni ha ascoltato almeno un podcast nell’ultimo mese, pari a circa 12,8 milioni di persone, contro il 39 per cento dell’anno precedente. Un aumento che conferma come il podcast non rappresenti più un’estensione marginale della radio, ma una componente strutturale dello scenario audio e uno strumento particolarmente efficace per intercettare le fasce più giovani e rispondere alle nuove modalità di consumo. Per Rai Radio questo significa ampliare la produzione originale, sperimentare linguaggi e percorsi narrativi, rafforzare il dialogo con gli ascoltatori e valorizzare un patrimonio editoriale e sonoro senza eguali. Significa anche superare la tradizionale contrapposizione tra diretta e contenuti on demand: non due mondi separati, ma due dimensioni complementari di una stessa offerta. Nel suo intervento, l’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi ha rivolto un ringraziamento alle donne e agli uomini della radio pubblica, sottolineando la capacità del mezzo di attraversare la storia e raccontare la contemporaneità: “Con la radio continuiamo ad attraversare la storia del nostro tempo e la sua contemporaneità, dentro un racconto nel quale oggi la parola e il suono si uniscono alle immagini e a nuovi modelli di linguaggio e di fruizione. In questi anni Rai Radio si è impegnata in un grande lavoro di innovazione tecnologica, quasi unico in Europa. Pensiamo, ad esempio, alla straordinaria estensione del DAB o all’innovazione della visual radio”.

Un cambiamento che non cancella la natura originaria della radio, ma la rafforza. Il mezzo conserva immediatezza, prossimità, autorevolezza e capacità di stabilire un rapporto personale con chi ascolta, distribuendo però la propria creatività su più canali e aprendosi a pubblici, formati e occasioni di fruizione differenti.  A ricondurre le diverse proposte a una visione comune è stato il direttore di Rai Radio Marco Caputo. La forza della radio pubblica risiede proprio nell’ampiezza e nell’articolazione della sua offerta. Informazione, sport, cultura, musica, intrattenimento, mobilità e pubblica utilità convivono all’interno di un sistema capace di rispondere a interessi differenti e a consumi sempre meno lineari: “Rai Radio conferma la propria vocazione di servizio pubblico e proprio per questo guarda al futuro con una strategia che coniuga innovazione, qualità editoriale e vicinanza ai cittadini. In un contesto mediatico in continua trasformazione, l’obiettivo è rafforzare la capacità della radio pubblica di raggiungere gli ascoltatori ovunque si trovino, integrando, con la forza e le specificità di un’offerta di servizio pubblico, le più tradizionali forme di consumo con le opportunità offerte dal digitale, dai social media, dalle piattaforme streaming e dai nuovi modelli di fruizione dei contenuti”.

L’ascoltatore può seguire una diretta, recuperare successivamente un contenuto, scoprire un podcast attraverso un social e continuare la propria esperienza su RaiPlay Sound. Non esiste più un unico ingresso, ma deve rimanere riconoscibile un’unica qualità editoriale. La strategia punta quindi a integrare la radio tradizionale con il digitale, le piattaforme streaming e i social media, facendo evolvere un linguaggio che per sua natura è già veloce, diretto e immediato. Parallelamente procede la trasformazione tecnologica, necessaria per costruire un sistema moderno, accessibile e connesso e per rendere disponibili contenuti di qualità in ogni momento e su ogni dispositivo. La tecnologia, tuttavia, non viene considerata un fine, ma uno strumento che apre nuove possibilità creative e moltiplica le occasioni di servizio. Centrale è anche la presenza sul territorio. Il servizio pubblico non può limitarsi a descrivere il Paese da lontano: deve viverne le esperienze, incontrare le comunità e presidiare gli eventi musicali, sportivi e culturali più importanti. Le attività sul campo, le collaborazioni con le istituzioni e il dialogo con il Terzo Settore diventano così parte integrante del progetto editoriale. La stessa attenzione riguarda la sostenibilità, assunta come responsabilità quotidiana e tradotta in iniziative, partnership e contenuti capaci di produrre valore collettivo. “La sfida dei prossimi anni sarà quella di costruire una radio sempre più aperta, un unico grande spazio di condivisione a disposizione di tutti, partecipato e accessibile, e di saper trasformare l’innovazione in una nuova opportunità di servizio pubblico. Il futuro non passa attraverso la sostituzione della radio tradizionale con quella digitale. È l’incontro tra la forza insostituibile della diretta e tutte le nuove possibilità offerte dalla tecnologia. È una radio che non smette di essere radio, non perde la propria identità, ma la sviluppa e la rafforza, moltiplicando le occasioni per farsi ascoltare”, ha concluso Caputo.

RADIO1: Informazione trasversale

Nel nuovo disegno editoriale ogni rete conserva una propria identità, ma partecipa alla costruzione di un progetto comune. Radio1 mantiene al centro informazione e approfondimento, seguendo l’attualità nazionale e internazionale attraverso un presidio capillare che accompagna l’intera giornata. Nei giorni feriali vengono proposte ventiquattro edizioni nazionali del giornale radio, una ogni ora, alle quali si aggiungono i notiziari regionali, l’informazione politica e istituzionale e il racconto sportivo, con una presenza diretta nei principali eventi. Per Nicola Rao, direttore di Rai Radio1, la linea della nuova stagione è rinnovarsi senza snaturarsi. “L’idea che abbiamo cominciato ad approfondire fin dall’insediamento della nuova direzione è quella di ampliare la nostra base di riferimento, abbassando l’età media e rivolgendoci anche a un pubblico più giovane, che tradizionalmente non ci ascolta. Abbiamo intrapreso due strade parallele: differenziare l’offerta e potenziare la sinergia tra i contenuti di Radio1 e i nostri profili social”. L’età media degli ascoltatori della rete, nella precedente rilevazione, si attestava sui 63 anni. Da qui la scelta di ampliare i territori del racconto, senza ridurre lo spazio riservato alla missione informativa. Accanto alla cronaca, alla politica, all’economia e agli esteri, l’offerta si apre maggiormente al Made in Italy, all’alfabetizzazione digitale, all’intelligenza artificiale, al benessere fisico e psicologico, alla famiglia, alla scuola, alle dipendenze giovanili, alla musica, alla cultura, al cibo, alla moda, all’ambiente, agli animali, alla storia, alla geopolitica e al crime. È una proposta più articolata e trasversale, costruita per ampliare la base di ascolto e rafforzare il rapporto con generazioni differenti. In questa prospettiva assumono un ruolo strategico anche i social media, non come semplice vetrina promozionale, ma come ambienti nei quali intercettare nuovi pubblici, sviluppare linguaggi più immediati e prolungare la relazione oltre la messa in onda.

RADIO2: Intrattenimento consapevole

Per Radio2, musica e intrattenimento restano strumenti attraverso i quali costruire comunità, superare le distanze e generare dialogo. In un tempo attraversato da guerre, tensioni e profonde trasformazioni sociali, la radio può diffondere messaggi di pace e convivenza civile mantenendo la propria capacità di sorridere, sorprendere e coinvolgere. “Radio2 è una radio di intrattenimento e vuole continuare a esserlo. Vogliamo far sorridere, divertire e sorprendere, ma intrattenere non significa distrarre dalla realtà. Una grande radio di servizio pubblico deve saper fare entrambe le cose: intrattenere e far riflettere, essere leggera senza essere superficiale”, ha affermato il direttore Giovanni Alibrandi. La nuova stagione consolida la dimensione musicale, il racconto dell’attualità, la comicità, l’interazione con il pubblico e la presenza di ospiti dal mondo dello spettacolo, della cultura e della società. Particolare attenzione viene riservata alle fasce quotidiane di maggiore mobilità, con l’obiettivo di accompagnare il pubblico attraverso un linguaggio contemporaneo e riconoscibile. I dati della stagione precedente hanno registrato una crescita di circa 330 mila ascoltatori in una delle fasce pomeridiane maggiormente strategiche. Un risultato dal quale ripartire per consolidare il rapporto con il pubblico e rafforzare un modello nel quale la musica non è un semplice sottofondo, ma una componente editoriale e narrativa. La rete conferma anche la propria attenzione al Paese reale, all’associazionismo, all’ambiente, ai diritti civili e alle persone che provano concretamente a cambiare le cose. Lo studio radiofonico si apre alle piazze, agli eventi e agli incontri con gli ascoltatori, mentre social, community digitali, podcast e visual radio prolungano la relazione e trasformano la programmazione in un’esperienza distribuita su più ambienti.

RADIO3: Tempo ritrovato

Radio3 continua invece a difendere il tempo della cultura, del pensiero e dell’ascolto. “Respira, sei su Radio3” è la frase scelta dalla direttrice Simona Sala per riassumere l’identità della rete. “I nostri ascoltatori ci dicono che Radio3 restituisce loro il tempo che non hanno. Nel mondo sempre più frenetico dei social, ascoltando Radio3 può arrivare quella sinfonia che spunta in mezzo al traffico, quella poesia che non ti aspetti, ma anche quell’attenzione e quel ragionamento capaci, almeno per un momento, di spegnere il rumore delle notifiche incessanti. Questa per noi è una grande vittoria”. Attualità, cultura e musica restano i tre pilastri della proposta. Informazione internazionale, divulgazione scientifica, libri, cinema, teatro, filosofia, storia, religioni, arti e grandi repertori musicali compongono un’offerta che rivendica il valore del tempo lungo, dell’approfondimento e della complessità resa accessibile. Una delle novità più significative riguarda la disponibilità immediata su RaiPlay Sound delle rassegne stampa italiana, internazionale e culturale. “È un modo per andare incontro a ciò che ci chiedono gli ascoltatori. Radio3 ha alcuni dei contenuti più scaricati da RaiPlay Sound e dalle piattaforme: sono contenuti che restano e che vengono fruiti anche da persone molto più giovani”. È un passaggio che dimostra come l’identità culturale della rete possa trovare nuova forza nell’ascolto digitale. La durata dei contenuti oltre la diretta permette infatti di raggiungere pubblici più giovani rispetto a quelli della tradizionale fruizione lineare e di costruire nel tempo una biblioteca sonora accessibile e consultabile. L’attenzione agli under 35 entra anche nella produzione e nella scelta delle voci, mentre resta centrale la presenza nei luoghi della cultura, nei festival, nelle università, nei conservatori e nelle grandi istituzioni musicali. La radio esce così dagli studi, incontra la propria comunità e costruisce occasioni di partecipazione nelle quali il servizio pubblico diventa presenza viva.

ISORADIO: Viaggio continuo

“Dalla cultura al viaggio, una delle esperienze più belle della nostra vita”. È partita da qui Alessandra Ferraro per raccontare la nuova stagione di Rai Isoradio, definita dalla direttrice “la radio on the road del servizio pubblico”. “Noi viaggiamo sempre, ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, in diretta con i nostri ascoltatori. La novità del palinsesto di Rai Isoradio per quest’anno sarà innanzitutto rafforzare e rinnovare la propria missione di servizio pubblico. Accompagniamo ogni giorno milioni di cittadini lungo le strade italiane, nei loro spostamenti e nei loro viaggi, che talvolta sono viaggi di lavoro e di business, ma anche di piacere, divertimento e svago. Lo facciamo attraverso gli asset fondamentali della nostra offerta editoriale: l’informazione, il servizio, la musica e soprattutto il viaggio nel racconto del territorio”. Nella stagione 2026/2027 Isoradio rinnova anche la struttura della propria programmazione. “Quest’anno il nostro palinsesto cambia un po’ veste e un po’ forma. Isoradio punta su contenitori di flusso, perché Isoradio è una radio di flusso. Questi contenitori avranno la capacità di integrare insieme l’informazione di servizio, l’intrattenimento e la musica”. Una formula coerente con la natura della rete, nella quale gli aggiornamenti su traffico, viabilità, sicurezza e mobilità accompagnano senza interruzioni il racconto della giornata. I programmisti multimediali continuano a garantire notizie e informazioni utili in tutte le fasce orarie, mettendo al centro la valorizzazione delle professionalità interne. Isoradio consolida le collaborazioni con Polizia di Stato, Anas, Protezione Civile e Autostrade per l’Italia e sviluppa nuove sinergie con Guardia di Finanza e Arma dei Carabinieri. Sicurezza stradale, legalità, pubblica utilità e prossimità ai cittadini diventano parti di un presidio informativo ancora più articolato. La nuova convenzione con Autostrade per l’Italia rafforza ulteriormente la capacità di seguire la mobilità nazionale, insieme alla collaborazione strategica con Anas. Viabilità e infomobilità restano il cuore della missione, ma intorno a questo nucleo cresce il racconto dell’Italia, dei suoi paesaggi, dei grandi eventi e delle comunità. Il viaggio viene interpretato non soltanto come spostamento, ma come occasione di conoscenza. L’attenzione si estende alla mobilità sostenibile, alla transizione ecologica, all’autotrasporto, alla cultura, alla salute, agli animali, alla spiritualità, ai cammini e alle ciclovie. Il presidio del territorio si completa con la partecipazione ai principali appuntamenti nazionali e con progetti capaci di intrecciare radio, televisione, digitale e presenza sul campo. Isoradio resta così un punto di riferimento per chi viaggia e, nello stesso tempo, una radio che vive i territori, dialoga con le comunità e traduce la prossimità in un servizio concreto.

RADIO DIGITALI SPECIALIZZATE: Ascolto evoluto

La trasformazione delle abitudini di ascolto è al centro anche della strategia delle Radio Digitali Specializzate e dei Podcast. Il direttore Gianfranco Zinzilli è partito proprio dal nuovo ruolo assunto dall’utente. “È cambiato il modo di fruire la radio. Prima era l’utente a adeguarsi al palinsesto, adesso l’utente sceglie il proprio contenuto e decide quando ascoltarlo. In macchina segue la radio in diretta, ma quando ha tempo scarica il suo contenuto e lo ascolta mentre va in bicicletta, fa attività fisica o cammina. Attraverso l’app RaiPlay Sound, inoltre, la nostra offerta arriva in tutto il mondo”. La sfida non è contrapporre lineare e on demand, radio e podcast, tradizione e innovazione, ma costruire un unico ecosistema audio Rai. Le cinque radio digitali hanno identità differenti e si rivolgono a comunità, passioni e generazioni precise. Dalla musica italiana alla tradizione partenopea, dalla memoria sonora custodita negli archivi ai contenuti per bambini e famiglie, fino all’offerta rivolta ai più giovani, i canali specializzati diventano laboratori di linguaggi e luoghi nei quali sperimentare nuove forme di produzione e conduzione. Un ruolo decisivo è affidato alle Teche Rai, il più grande archivio della storia della radio italiana. Non soltanto un patrimonio da conservare, ma una risorsa editoriale da riportare nel presente, capace di raccontare l’evoluzione del Paese, dei suoi linguaggi, della musica, della cultura e della società. Accanto alle emittenti specializzate si sviluppa il grande spazio dei Podcast Originali Rai. Il podcast consente di approfondire i temi, conservare la memoria, costruire narrazioni articolate e raggiungere l’ascoltatore nel momento da lui scelto. Le nuove produzioni attraversano cronaca, letteratura, scienza, geopolitica, tecnologia, storia, sport e trasformazioni sociali, coinvolgendo le reti radiofoniche e le diverse testate dell’azienda. La linea indicata da Zinzilli è “audio first” e multipiattaforma nella distribuzione e nella promozione. Un contenuto nato per la radio può continuare on demand; un podcast può trovare nuovo pubblico attraverso la programmazione lineare; entrambi possono essere raccontati sui social, generare comunità e vivere sul territorio. Il compito del servizio pubblico non è semplicemente produrre di più, ma scegliere e curare meglio: garantire qualità e autorevolezza, raccontare il Paese, dare spazio alle nuove generazioni, valorizzare gli archivi e sperimentare.

RAI PUBBLICITA’: Storia e innovazione

La presentazione ha offerto l’occasione per ripercorrere i cento anni di Rai Pubblicità. “Quest’anno abbiamo una ricorrenza molto speciale, perché compiamo cento anni. Rai Pubblicità, un tempo SIPRA, Società Italiana Pubblicità Radiofonica Anonima, nasce nel 1926 proprio dalla radio. Siamo la più longeva concessionaria radiotelevisiva di pubblicità in Europa. Studiare la storia della SIPRA e di Rai Pubblicità significa studiare la storia del mercato pubblicitario italiano”. La radio rappresentò il punto di partenza di un percorso che avrebbe successivamente attraversato la stampa, il cinema e la televisione, accompagnando l’evoluzione dei linguaggi, dei consumi e della società. Tra le tappe più significative, Carosello occupa un posto particolare. Dal 1957 seppe unire racconto e comunicazione commerciale. “Carosello non era soltanto un prodotto pubblicitario, ma il primo esempio di branded content nella storia. Questo mondo è nato dalla Rai e noi oggi operiamo nelle diverse dimensioni del mercato per offrire il televisivo, il digitale e quel total audio di cui parliamo”. Quella storia non rimane chiusa negli archivi, ma diventa la base dalla quale affrontare un mercato nel quale audio lineare, podcast e contenuti digitali possono essere proposti in modo integrato. Il concetto centrale è quello del total audio: valorizzare insieme la forza delle reti, le possibilità offerte dal digitale, l’ascolto on demand e la relazione costruita con le differenti comunità. In un panorama sempre più frammentato, Rai Pubblicità può offrire agli investitori un sistema ampio e riconoscibile, sostenuto dall’autorevolezza del servizio pubblico e dalla capacità di accompagnare l’ascoltatore nei diversi momenti della giornata, mettendo in relazione copertura, qualità editoriale e innovazione.

Salvo Sottile

Posted on

Uno sguardo oltre

«Il racconto dei protagonisti, la Procura e la cronaca in tempo reale mi aiutano a immaginare un programma che vive in diretta, ma che poi guarda anche un po’ più avanti» afferma il conduttore, dal lunedì al venerdì alla guida di “Ore 14”. A partire dal 24 settembre ritorna in prima serata “Ore 14 Sera”, il giovedì alle 21.20

TESTO

Come ti sei sentito nel prendere le redini di “Ore 14”?

È stata, ovviamente, una grande emozione, perché comunque è un programma importante della Rai, un marchio storico. È stato un po’ come tornare indietro nel tempo, perché ho già condotto in passato programmi di cronaca, ma tornare in Rai, avere questo incarico e avere sulle spalle il peso di “Ore 14” è una bella responsabilità. Non c’è solo il programma delle due, ma anche quello della sera, che partirà dal 24 settembre.

Hai detto più volte che “dove succedono cose, c’è il giornalista di razza”. Come volete esserci, tu e la tua squadra? Che tipo di luogo volete costruire quando succedono le cose?

Io sto cercando soprattutto di fare un programma in cui non si urla. Non voglio il pollaio, voglio che ci sia rispetto delle opinioni altrui e che gli esperti possano confrontarsi tutti quanti con tranquillità. Ho voluto dare una cifra di garbo e di pacatezza a questa nuova edizione, cercando di portare non solo facce riconoscibili dal pubblico o autorevoli, ma soprattutto persone che abbiano la possibilità di offrire un contenuto in più a una storia che si racconta.

La società, e con lei anche la televisione, è sempre più veloce e polarizzata. Tu sei sul campo: quanto è difficile mantenere l’equilibrio tra i fatti e le opinioni?

Il tema è sempre quello… spesso c’è la tendenza a presentare le opinioni senza conoscere i fatti. Io invece vorrei ribaltare questo principio, vorrei che la gente conoscesse i fatti e poi, magari, si facesse un’opinione, si facesse un pensiero autonomo. Oggi viviamo in un mondo molto veloce, dove i social divorano tutto. Non c’è più il momento dell’approfondimento, magari anche solo per cercare di capire una cosa. C’è la velocità con cui fruisci sul cellulare di una notizia e poi magari sei attirato da quella successiva e lasci perdere una serie di approfondimenti. In “Ore 14”, invece, tutte le storie che esaminiamo vengono sezionate e soprattutto approfondite, ma sempre con un occhio alle vittime e con grandissimo garbo.

Dopo tanti anni di cronaca, e soprattutto di cronaca nera, che cosa ti ha insegnato il racconto delle storie? Che cosa racconta davvero un Paese attraverso i suoi casi di cronaca?

Il racconto della cronaca è anche un pezzo del Paese, perché il Paese è un po’ lo specchio di quello che succede. Se ci sono storie di giovani che magari usano la violenza, forse questo ci racconta molto delle loro storie, delle loro famiglie, anche del loro uso del cellulare, della loro mancanza di rispetto verso l’altro sesso, della mancata educazione sessuale. Noi ovviamente raccontiamo delle storie, ma raccontiamo anche degli spaccati sociali del Paese, magari che non vengono approfonditi da quel punto di vista. Perché ogni storia ti racconta qualcosa. C’è una prima lettura, che magari è quella di un giallo da risolvere, ma c’è anche una seconda lettura che parla delle famiglie, degli amici di queste persone, del loro contesto, del loro vissuto. E questo è importante per capire il Paese in cui viviamo.

Cosa cambia tra “Ore 14” e l’appuntamento della sera?

Cambia moltissimo. Innanzitutto “Ore 14” è un orario di mezzo, l’ora di pranzo, in cui hai tutto quello che è successo la sera prima, quello che è successo la mattina e poi tutto quello che magari potrebbe succedere nel pomeriggio. La mia impostazione è quella di stare sui fatti nel momento in cui succedono e, nello stesso tempo, avere la voglia di raccontare una cronaca in tempo reale, che evolve. Molte delle storie che raccontiamo, infatti, poi si evolvono anche nel primo pomeriggio. Magari c’è un interrogatorio particolare, magari c’è l’assunzione di un piccolo giallo. Oggi, per esempio, abbiamo dato la notizia del piccolo Domenico Caliendo (il bambino di due anni e mezzo di Napoli deceduto il 21 febbraio 2026 all’ospedale Monaldi). Il bambino è morto e abbiamo scoperto oggi di essere stato “ucciso”, perché nessuno ha pensato di dargli un cuore artificiale. Ecco, tutte queste cose, attraverso il racconto dei protagonisti, la Procura e la cronaca in tempo reale, mi aiutano a immaginare un programma che vive in diretta, ma che poi guarda anche un po’ più avanti.

Hai alle spalle una carriera molto lunga, ancora in costruzione. Hai iniziato presto e hai fatto esperienze molto diverse. Quanto del Salvo degli inizi c’è ancora nel professionista di oggi?

Tantissimo. Oggi conduco un programma, ma sono rimasto il giornalista che andava in giro da ragazzino a cercare notizie. La curiosità è quella che avevo quando, a 19 anni, ho cominciato a fare questo mestiere. Io credo che ogni telespettatore si affezioni alla voglia di capire le cose, alla curiosità di sapere, un particolare che magari può essere rivelatore di qualcosa. La cronaca, a volte, la guardi perché ti senti migliore della persona di cui stai parlando oppure perché è come se osservassi un temporale da dietro una finestra: hai la voglia di guardare, ma sentendoti nello stesso tempo al sicuro. La stessa cosa succede a me nel momento in cui mi avvicino a un caso, cerco sempre di essere distaccato, di non entrare troppo dentro, di guardarlo in maniera asettica, perché cerco di raccontarlo nel migliore dei modi ai telespettatori.

Ci sono storie che ti sono rimaste addosso?

Sono tante, sicuramente. Le più drammatiche sono ancora quelle della morte di Falcone, degli agenti di scorta, e di Borsellino e dei suoi agenti di scorta. Avevo 19 anni, ero veramente un ragazzino. Quello fu un pezzo di storia che ancora oggi è un giallo irrisolto: non sappiamo ancora chi siano i mandanti e tutti gli esecutori materiali. Quella storia l’ho vissuta sulla mia pelle, nel senso che io sono palermitano e sono andato lì a raccontare questa cosa. Mi rivedo ancora nella mente le immagini di quando arrivai e trovai quella devastazione, come se fosse Beirut.

Esiste uno stile “Sottile”?

Non so se sono un modello, ma ciascuno ha il proprio stile di racconto. Io penso che ognuno di noi, quando si approccia a questo mestiere, abbia il suo mondo, il suo modo di parlare al pubblico, il suo modo di essere e di approcciarsi alle cose. Non so se esiste uno stile Sottile, però so che ho cercato sempre di essere, nel bene e nel male, riconoscibile. A chi mi ascolta è chiaro il mio modo di raccontare le cose.

Guardando al domani, senti il desiderio di esplorare territori professionali completamente lontani da te?

Io sono una persona curiosa, quindi tutto ciò che è lontano da me mi attrae. Oggi sto facendo questo perché mi diverte farlo e perché è il mio mestiere e cerco di farlo al meglio. Domani, ovviamente, questa professione avrà mille sfumature. Alcune le ho già battute nel corso degli anni, cercando di fare cose un po’ più leggere e altre no. Però mai dire mai.

E pensi che queste sfumature, questo modo personale di raccontare, riusciranno a sopravvivere all’intelligenza artificiale?

Questo è un problema. L’intelligenza artificiale adesso noi la conosciamo forse per un millesimo di quello che potrebbe diventare. Chissà se domani avremo un’intelligenza artificiale che non avrà più bisogno di conduttori televisivi che abbiano uno stile, ma sarà l’utente a scegliere lo stile del conduttore, piuttosto che il modo in cui parla o il modo in cui gesticola. È ovvio che l’intelligenza artificiale sia una grande opportunità, però poi la differenza passa per l’uomo.

BYD MUSIC AWARDS

Posted on

I campioni della musica

All’Arena di Verona torna l’appuntamento con Carlo Conti, Vanessa Incontrada e i più grandi protagonisti dello scenario musicale, in onda in diretta venerdì 18 e sabato 19 settembre in prima serata su Rai 1

 

Dal 2007 i Music Awards celebrano i protagonisti della musica italiana attraverso riconoscimenti assegnati sulla base delle certificazioni FIMI/NIQ e SIAE, riferimento del successo nel mercato musicale. Alla conduzione, in diretta dall’Arena di Verona, Carlo Conti e Vanessa Incontrada, coppia che accompagna lo show dal 2012. In vent’anni i BYD Music Awards hanno accolto oltre 600 artisti e consegnato più di 1.000 premi. Un format unico che premia risultati concreti: ogni edizione assegna riconoscimenti agli album certificati Oro, Platino e Multiplatino FIMI/NIQ, ai singoli Platino e Multiplatino e ai tour che hanno superato le 100.000, 200.000 e 300.000 presenze certificate da SIAE. Sono anche previsti Premi Speciali. Un percorso che ha accompagnato l’evoluzione dell’industria musicale, ampliando negli anni le diverse categorie e valorizzando, oltre alla discografia, anche il mondo dei live e riconoscimenti alla carriera.
BYD affianca la ventesima edizione della manifestazione in qualità di naming partner, dando vita ai “BYD Music Awards”. La partnership interpreta il valore di “Build Your Dreams”, celebrando gli artisti che hanno trasformato talento, passione e determinazione in successi capaci di coinvolgere milioni di persone. “BYD Music Awards” è prodotto da FriendsTv per Rai – Direzione Intrattenimento Prime Time. Rai Radio 2 e Radio Italia Solomusicaitaliana sono le radio ufficiali dei BYD Music Awards.

 

«Tornare all’Arena di Verona per i BYD Music Awards è sempre una grande gioia, soprattutto al fianco di Vanessa, con la quale condivido da tanti anni questa bellissima avventura» dice

«Questa sarà un’edizione davvero speciale, perché festeggeremo vent’anni di musica, successi e grandi emozioni. Sul palco ritroveremo gli artisti che hanno fatto cantare milioni di persone e tanti protagonisti dell’ultimo Festival di Sanremo. I BYD Music Awards 2026 sono prima di tutto una festa: una festa per la musica italiana, per chi la crea e per il pubblico che continua a seguirci con tanto affetto. Saranno due serate ricche di canzoni, incontri e sorprese, nella cornice unica dell’Arena di Verona. Non vediamo l’ora di accendere le luci e dare il via allo spettacolo».

Carlo Conti

 

«I Music Awards sono una tradizione che si rinnova ogni anno che ci rende sempre molto felici. La musica fa parte di noi e iniziare la stagione celebrandola, soprattutto attraverso i premi che vengono assegnati agli artisti per i loro successi, per i dischi d’oro, di platino e multiplatino, e per i live è sempre una grande emozione.  È bellissimo vedere tanti artisti venire da noi e, soprattutto, sapere che ancora oggi così tante persone hanno voglia di condividere con noi, all’Arena di Verona, la musica e i loro artisti preferiti. Vedere il pubblico emozionarsi, cantare insieme a noi e ballare è una sensazione davvero speciale. Con Carlo, poi, c’è ormai un rapporto consolidato. Siamo prima di tutto amici, oltre che colleghi, e quando ci ritroviamo è come se riprendessimo un meccanismo che conosciamo molto bene».

Vanessa Incontrada

Carlo Lucarelli

Posted on

Vittime dimenticate

“Ciò che raccontiamo non è un romanzo giallo” perché, come afferma lo scrittore, la realtà ha tempi diversi. Da sabato 19 settembre torna in prima serata su Rai 3 “Misteri dimenticati. Blu notte”, Sei puntate che affrontano “cold case” accaduti dalla fine degli anni Settanta fino agli anni Duemila

Dal 19 settembre ritorna in tv. Che stagione sarà?

Speriamo molto interessante. Per noi si tratta di un ritorno, in cui ci è piaciuto sperimentare un modo diverso di raccontare le nostre storie, prendendo spunto anche da tutto quello che avevamo già fatto in passato. Dal mio punto di vista, però, sentivo che mancava qualcosa e poi avevo molto altro materiale che mi sarebbe piaciuto continuare a raccontare. Mi ero dimenticato della fatica che si fa (ride), ma è stato un lavoro ben risolto, che spero sia appassionante anche per il pubblico, che possa creare emozioni rispetto alle storie e alle vittime. Se poi riuscissimo a suscitare l’interesse anche di qualcuno che ha voglia di ripetere le indagini, saremmo molto contenti.

Una missione da servizio pubblico…

Sì.

Come si racconta un crimine attraverso la televisione?

Esistono diverse possibilità, il nostro si basa sul porre l’attenzione su un personaggio in particolare, che non è tanto l’assassino, sul quale ci sarà, come sappiamo, un punto interrogativo. Per noi non è lui il centro della storia, lo è la vittima, il suo vissuto, il perché si sia ritrovata in quella situazione. Bisogna mettere in scena tutto quello che c’è a disposizione e farsi continuamente delle domande: “Come faccio a dire questo? Perché lo dico? Chi me l’ha detto? Su che basi?”. Può sembrare un atteggiamento esagerato, ma questo modo di procedere è sempre stato la nostra chiave di racconto. Se ho bisogno di sapere quante coltellate ha ricevuto una ragazza, dove le ha ricevute, devo guardare anche io l’autopsia, contare i buchi. Perché? Non certo perché l’horror attiri di più, ma per capire la dinamica di ciò che è avvenuto. Non mi basta che qualcuno me la racconti, devo vederla, sentirla, comprendere esattamente se una persona si è difesa o no. E se si è difesa, immaginare che cosa può aver pensato. Solo dopo posso raccontarla con un coinvolgimento emotivo. Questo è, in realtà, un lavoro da scrittore, i giornalisti fanno un altro lavoro, giustamente, che io non saprei fare. Il mio è creare un coinvolgimento emotivo, partendo dalle emozioni che io ho sentito.

È un po’ come un romanzo visivo?

Esattamente. Io sono un romanziere e anche quello che faccio in televisione è sempre raccontare una storia, come farei con un libro.

Perché il crimine, il crime, affascinano così tanto il pubblico?

Ci sono diversi motivi. Il primo è che si tratta di “gialli”, nel senso che sono storie misteriose, avvincenti, che hanno il ritmo e l’attrattiva dei romanzi gialli e, proprio per questo, ci catturano. Se comincio a raccontare una storia, qualunque storia, abbasso la voce, rallento la narrazione e inevitabilmente scatta una domanda: «Adesso cosa succede?”. Molte volte, inoltre, sono storie popolate da “personaggi” che sembrano uscite da un giallo, ma non dobbiamo mai dimenticare che stiamo parlando di persone reali. Eppure, spesso, finiamo per guardarle come se fossero protagonisti di una storia: c’è la giovane donna uccisa, il presunto assassino misterioso… e così via. Nasce inevitabilmente il desiderio di sapere che cosa sia successo dopo. Al di là di questo, però, sono storie che ci fanno paura, e la paura non ci lascia mai indifferenti. Sono vicende realmente accadute, in luoghi reali, a persone che avrebbero potuto essere noi o qualcuno che conosciamo. Di fronte alla paura possiamo fare due cose: scappare, chiuderci, oppure andare a vedere. Ecco, noi siamo quelli che scelgono di andare a vedere. Il problema, secondo me, nasce quando i meccanismi del giallo prendono il sopravvento sulla storia e, soprattutto, sulle persone che quella storia racconta.

Letteratura e vita…

Ciò che raccontiamo non è un “romanzo giallo”, ha tempi diversi. In un libro io trovo un elemento a pagina 30, un altro a pagina 60 e a pagina 120 arriva la soluzione. Non possiamo trattare e raccontare la realtà in questo modo, come si farebbe in un crime, perché se cominciamo a pensare ai casi di cronaca in questo modo, finiamo per sbagliare. Per ottenere un DNA, per esempio, ci vuole molto tempo, anche un anno. Per non parlare della verità giudiziaria, che magari arriva dopo cinque anni.

Qual è il legame tra i casi che avete scelto di raccontare in questa nuova stagione?

Ne avevamo tanti a disposizione. Il primo criterio è stato scegliere casi che raccontassero le diverse declinazioni del giallo: omicidi molto classici, quelli avvenuti in una stanza o comunque in un ambito ristretto, ma anche storie di gangster, di noir, di spionaggio e di serial killer. All’inizio volevamo raccontare delle storie facendo in modo che stessero dentro il contenitore, cioè esplorare in ogni puntata un certo mondo di raccontare le storie di questo genere. Poi c’è un elemento che li accomuna tutti: sono cold case, cioè casi chiusi da un po’ di tempo, anche se magari sono ancora un po’ raccontati. Ma come dico spesso, noi non raccontiamo “Garlasco”, non per snobismo o perché lo raccontano tutti, ma semplicemente perché non è un caso dimenticato: è aperto, è cronaca. Quello lo raccontano i giornalisti, nei talk show e molti lo fanno benissimo. Noi ci concentriamo sulle vecchie storie, sui casi dimenticati, in un certo senso.

Che cosa dicono di noi questi casi?

Raccontano storie che potrebbero accadere a ciascuno di noi e che mettono in evidenza i meccanismi di quella metà oscura che, purtroppo, ci circonda ovunque: l’avidità, il senso di possesso, la “cattiveria”, la ferocia, la violenza. Sono cose che esistono da qualche parte e raccontano anche un certo modo di affrontarle. L’invito è quello di affrontare sempre tutte queste storie con serietà. Raccontiamo vicende avvenute anche negli anni Ottanta o Novanta, quando c’era una concezione diversa dell’indagine. Per esempio, prima sulla scena del delitto trovavi tutti, non era come adesso, le cose sono cambiate. L’invito, allora, è questo: bene, possiamo riprendere quelle storie e rivederle con gli occhi di oggi, per capire se c’è qualcosa che adesso possiamo dire.

Lei ha posto l’attenzione sulla vittima. Non le è mai capitato, però, di essere particolarmente colpito dai meccanismi psicologici o dalle scelte di un assassino?

Sì, tutte le volte. L’assassino non è la persona più importante, ma è una persona che ci interessa, ovviamente, e raccontiamo anche la sua storia. Penso a due casi di serial killer, o presunti tali, perché non sono mai stati indagati fino in fondo: una serie di ragazze uccise a Udine e una serie di ragazze uccise a Modena. Lì, ovviamente, hai a che fare con una mente che vorresti capire: perché succedono certe cose? Diventa importante anche perché si tratta di vittime dimenticate, quando sono state uccise c’era una sensibilità diversa. Forse una serie di prostitute che morivano in un certo posto veniva attribuita al fatto che, se sei una prostituta, prima o poi può capitarti. Ecco, questo ovviamente è sbagliato. In tutte le situazioni, alla fine, le domande che mi pongo sono sempre le stesse: Perché è successo? Qual è il movente? Va bene, volevi i soldi? Ma perché sei arrivato fino a quel punto? Perché hai esercitato la violenza in quel modo?

Come si diventa maestri del giallo? Quando questa passione è diventata una professione?

Non sono un “maestro”, il giallo è riconosciuto da tutti, non è una cosa mia (ride). Da ragazzo sono diventato un lettore di gialli perché mia madre mi proponeva i romanzi che leggeva senza dirmi mai: “È un giallo”, “è un romanzo storico o d’amore”. Dopo un po’ mi sono accorto che mi piacevano di più i romanzi che avevano a che fare con qualcosa di misterioso all’inizio, non necessariamente un omicidio, ma qualcosa di inquietante, che mi facesse un po’ paura e, soprattutto, che non mi venisse raccontato subito. Questa è la chiave di questo genere: raccontare storie misteriose, ma non subito. Quel “non subito” è importante. Poi l’ho imparato e l’ho studiato. Alla fine, è diventato quasi un istinto: c’è un modo di fare le cose e, soprattutto, leggendo e osservando come le facevano gli altri, mi chiedevo: “Perché in questo momento ho paura al cinema?”. Oppure, leggendo un libro: “Che cosa mi stai facendo provare?”. Si impara, ma la componente istintiva deve essere presenti. Quando le mie figlie erano piccole, le portavo a letto e, quando toccava a me, raccontavo loro una storia. Non era mai una mia storia, ci mancherebbe, erano bambine piccole, non volevo che crescessero come serial killer (ride), ma se anche era quella di un cagnolino che incontrava un gattino, a volte mi fermavano e mi dicevano: “Basta, babbo, perché ci fai paura?”. “Come paura?”, rispondevo. Mi chiedevano il perché, nel raccontare, facessi “quella voce”… Istintivamente, dicevo: “Un cane incontra un gattino, apre una porta… trova…” (Lucarelli racconta con voce profonda). Non è una cosa razionale, è un meccanismo emotivo. E alla fine ho capito che il mio punto di forza nel raccontare era proprio quello: riuscire a far avere paura.

Lei è stato, tra l’altro, il primo a portare in Italia questo tipo di narrazione…

Non sono stato io, non ho inventato nulla. Nel 1998, mi sembra, mi hanno chiamato dalla Rai. Il direttore Carlo Freccero mi disse: “Vuoi venire a raccontare casi di cronaca come fossero romanzi gialli?”. Ho provato. All’inizio ha funzionato, e così ho continuato. Avevo due modelli: “Telefono Giallo” (condotto da Corrado Augias e Donatella Raffai), in cui il pubblico poteva intervenire in diretta, “Totem” di Alessandro Baricco. In questo caso, uno scrittore arrivava in scena e cominciava: “C’è un uomo, attraversa la strada…”. Da questi modelli abbiamo sviluppato le nostre idee, fatto la nostra strada e tanti altri hanno realizzato percorsi paralleli. Adesso è un genere molto di moda.

Lei, tra l’altro, è presidente della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime di reato. Come vive questo ruolo?

È una cosa bellissima. Ho la fortuna di fare tante cose, mi piacciono tutte, ma questa è una delle più belle, perché mi dà proprio l’impressione di fare concretamente qualcosa di utile per gli altri. Per uno scrittore, molte volte, non è così automatico. Attraverso la Fondazione stanziamo fondi per le vittime dei reati in Emilia-Romagna, o per gli emiliano-romagnoli dovunque si trovino, anche all’estero. Ogni tre mesi ci riuniamo, esaminiamo i casi proposti dai sindaci, che ci spiegano cosa sia successo, chi è la vittima, di quale aiuto hanno bisogno i parenti. Anche un piccolo contributo a una persona che in quel momento sta male è un po’ come quando perdi un caro e arriva un parente che ti dice: “Guarda, a questa cosa ci penso io”. È un sollievo, ti fa sentire meno solo. Ecco, noi siamo quelli che dicono: “Guardate, a quella cosa ci pensiamo noi”. Personalmente, questo ruolo mi aiuta a vedere e provare a capire cosa succede nel mondo. Non siamo un osservatorio privilegiato, però vedo, sento, e siccome l’80% dei casi di cui ci occupiamo, per i quali stanziamo i fondi, ha a che fare con la violenza sulle donne e la violenza sui minori, è un gran brutto mondo quello che vediamo.

Che mondo si osserva, quindi, da questo “spioncino”?

È un mondo curioso da questo punto di vista. Lo sappiamo ormai, per carità, però quel tipo di criminalità a cui ogni tanto ci sentiamo immuni non riguarda soltanto qualcun altro. Non è una cosa che succede ogni tanto, è un fenomeno molto più ampio. Noi ne vediamo tante e ce ne sono tante. Ci ricordiamo soprattutto il femminicidio: muoiono tante donne, una ogni tre-quattro giorni, uccise da uomini. Succede in tutta Italia, anche in Emilia-Romagna. Ma non è solo quello. Ci sono anche i casi che non vanno sui giornali: violenze, abusi, riduzione in schiavitù e così via. Tutto questo ci fa pensare che ci sia un buco da qualche parte nella testa del maschio, e parlo da rappresentante della categoria, quindi da essere umano di sesso maschile. C’è un buco nella nostra testa da qualche parte, anche in quelli come me, che per carità mai e poi mai farebbero certe cose, ma faccio parte di quella categoria. Evidentemente c’è qualcosa che, culturalmente, ci spinge a essere, se vogliamo, portatori sani di un virus che fa male alle donne. E delle donne non parliamo abbastanza.

Qual è, allora, la sfida che le manca ancora?

Ce ne sono tante. Io sono soprattutto uno scrittore di romanzi, quindi è lì che mi viene in mente la prima idea. Da quel punto di vista, vorrei riuscire ad andare ancora più a fondo. Ho raccontato sempre storie piuttosto pesanti, nell’ultimo libro (“Almeno tu”, Einaudi), ho provato a spingermi ancora più in profondità. L’obiettivo è scrivere libri capaci di disturbarmi abbastanza.

La sfida è andare sempre più a fondo…

… e anche andare avanti con questi programmi e scoprire sempre nuovi modi per perfezionare il nostro lavoro. Mi piacerebbe fare una seconda serie e dire: cominciamo a evolverci anche noi.