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Tutto l’amore che resta

Una nuova storia targata Rai Fiction con Raoul Bova nei panni di Stefano Fogli, preside e fondatore del Liceo Helen Keller, un uomo illuminato che mette al centro uno dei valori fondanti della scuola: l’inclusione. Dal 29 settembre, in prima visione su Rai 1 e RaiPlay

 

Stefano Fogli è il preside e fondatore del Liceo Helen Keller, un istituto che ha fatto dell’inclusione il proprio valore fondamentale, accogliendo studenti con e senza disabilità all’interno di un unico percorso di crescita, apprendimento e condivisione. Per Stefano, le esigenze dei suoi alunni e il futuro della scuola vengono prima di tutto: la sua non è soltanto una missione professionale, ma affonda le proprie radici nella vicenda personale del figlio Luca. Tra i nuovi studenti c’è Vittoria, sedicenne della Roma bene, costretta a trasferirsi in provincia dopo che la madre ha deciso di iscrivere lei e il fratello autistico Matteo al liceo. Inizialmente insofferente nei confronti della nuova realtà, Vittoria dovrà fare i conti con i propri pregiudizi e imparare a inserirsi in un gruppo di ragazzi molto affiatato, alle prese con le sfide dell’adolescenza: la ribellione nei confronti di genitori iperprotettivi, le prime esperienze sentimentali, i rapporti di amicizia spesso complicati e gli ostacoli legati alle loro disabilità. Il percorso di crescita di Vittoria sarà però sconvolto dal riaffiorare di un oscuro evento del passato, che tornerà a metterla alla prova e la costringerà a scegliere tra ciò che vuole per sé e ciò che ritiene giusto.

 

La storia inizia così…

Si aprono le porte del Liceo Helen Keller, un microcosmo guidato dal preside Stefano Fogli, determinato ad abbattere le barriere tra studenti con e senza disabilità e a mettere al centro, prima di tutto, la persona. Tra i corridoi dell’istituto si intrecciano le vite dei nuovi arrivati: la tormentata Vittoria, suo fratello Matteo, ragazzo autistico, Alex e Pietro, due adolescenti dal passato segnato dal carcere minorile, che Stefano ha voluto nella sua scuola per offrire loro una nuova possibilità di riscatto attraverso i lavori socialmente utili. Stefano è l’anima dell’istituto, ma dietro la sua incrollabile facciata professionale nasconde una dolorosa frattura. La dedizione agli alunni si scontra infatti con l’impotenza di fronte all’isolamento del figlio Luca, affetto da una rara malattia. Mentre tra i banchi nascono scontri, alleanze e nuove intese, il preside si fa custode di una comunità fragile, senza immaginare i segreti che legano il passato di alcuni dei suoi studenti.

 

Le storie dei personaggi

STEFANO FOGLI – Raoul Bova
È il preside dell’istituto. La sua idea di una scuola inclusiva per studenti con disabilità nasce dal desiderio di creare uno spazio protetto per le fragilità del figlio Luca e di tutti i ragazzi come lui. Ma quella che Stefano ha concepito come una missione personale finisce presto per assorbire tutte le sue energie, mettendo in crisi gli equilibri della sua famiglia. Nel corso degli episodi, Stefano dovrà imparare che anche le migliori intenzioni possono non portare al bene di tutti e si troverà di fronte a scelte capaci di mettere in discussione tutto ciò che ha costruito.

MICHELA – Giulia Bevilacqua

Compagna di gioventù di Stefano, ritrova l’ex nel ruolo di preside di una scuola “speciale” nella quale è stata inviata dal Ministero dell’Istruzione, per cui oggi lavora come ispettrice, con il compito di verificare che l’istituto sia a norma. Il contatto prolungato con il vecchio partner inizialmente la mette a disagio, ma la riscoperta della sua bontà e dei suoi ideali finisce per attenuare i rancori del passato. Michela si troverà così a dover scegliere tra il cuore e la carriera.

VITTORIA – Gloria Harvey

Spirito ribelle e insofferente, Vittoria nasconde un forte bisogno di quelle attenzioni che le sono mancate fin dall’infanzia, assorbite in gran parte dal fratello Matteo e dalle sue necessità. Il trasferimento nella nuova scuola la priva di tutti i suoi punti di riferimento, a partire dal fidanzato Adriano. Tra litigi, punizioni e solitudine, dovrà ricostruire la propria quotidianità e, poco alla volta, trovare il suo posto in una realtà che, in fondo, non le sta poi così stretta.

GIULIO – Francesco Leo

Fino a pochi mesi prima era una giovane promessa del basket; oggi è costretto su una sedia a rotelle dopo un incidente stradale. Divorato da una rabbia che non riesce ancora a gestire, Giulio riversa il proprio dolore sulla scuola e su Alice, la sua ragazza, che ai suoi occhi diventa il simbolo della vita che aveva prima dell’incidente e che sente di aver perso per sempre. L’incontro con Vittoria metterà in discussione le certezze di entrambi.

ELISABETTA – Anna Favella

È la madre di Vittoria e Matteo. Cerca faticosamente di tenere insieme una famiglia segnata da un figlio autistico, una figlia ribelle, un marito che si è rifatto una vita e la minaccia di un licenziamento. Decide così di cambiare radicalmente direzione e ricominciare, puntando su un liceo che sembra costruito su misura per le esigenze di Matteo.

AMBRA – Adriana Savarese

Nuova compagna di classe di Vittoria, Ambra è carismatica e vitale, nonostante una grave disabilità motoria congenita. Dietro la sua disinvoltura nasconde però un profondo senso di inadeguatezza, legato all’abbandono da parte dei genitori e alla convinzione che la sua disabilità ne sia stata la causa. Questa insicurezza le impedisce di aprirsi davvero agli altri e, soprattutto, di vivere liberamente i propri sentimenti. Per questo, con il ragazzo che le piace, sceglie di nascondersi dietro il profilo di una dating app.

PAOLA – Fiorenza Pieri

Moglie insofferente di Stefano e madre apprensiva, Paola è stremata dalla sofferenza legata alla situazione del figlio Luca. Si sente sola e incapace di trovare un sostegno, anche da parte del marito, troppo assorbito dal suo ruolo di dirigente scolastico. La frustrazione accumulata nel tempo finirà per mettere in discussione gli equilibri della famiglia.

GAIA – Federica Pagliaroli

Da sempre desiderosa di insegnare, ma ancora inesperta, Gaia accetta una sfida che inizialmente la spaventa: diventare docente in una scuola che accoglie ragazzi con disabilità. Più volte si troverà a vacillare, ma grazie al supporto di Stefano e all’esperienza sul campo acquisterà progressivamente sicurezza, fino a scoprire e far emergere la sua autentica vocazione di educatrice.

MATTEO – Francesco De Rosa

È il fratello di Vittoria. Ragazzo neurodivergente, autistico con disabilità lieve, nella nuova scuola riesce gradualmente ad ambientarsi. Finisce però per fraintendere l’atteggiamento molto aperto della sua nuova professoressa Gaia e prova per lei un sentimento del tutto nuovo, che crede di poter chiamare amore.

PIETRO – Riccardo De Rinaldis

Adolescente problematico, condannato dal giudice a svolgere lavori socialmente utili all’interno dell’istituto, Pietro nasconde dietro un comportamento turbolento e una costante tendenza a mettersi nei guai una sensibilità fuori dal comune. Un tempo era vicino a essere selezionato da un importante club di calcio, ma è crollato sotto la pressione del padre. Grazie agli allenamenti con Nuri, potrebbe trovare una strada per riscattarsi dagli errori che lo hanno portato fuori rotta.

NURI – Pierpaola Janvier

Adottata da una famiglia italiana quando era ancora molto piccola, Nuri è cresciuta con la passione per la corsa trasmessale dal padre adottivo, scomparso da anni. L’atletica è diventata la sua vera passione, che ha continuato a coltivare anche dopo aver perso gran parte della vista. Inizialmente diffidente nei confronti di Pietro, imparerà gradualmente a lasciarsi andare e a credere nella possibilità di vincere, insieme a lui, una gara difficile.

ALEX – Noemi Magagnini

Alex è una ragazza piena di risorse e dotata di un’energia contagiosa, apparentemente in contrasto con la condanna ai lavori socialmente utili che deve scontare. Inizialmente il suo legame con Luca sembra soltanto una possibile via di fuga, ma la sua leggerezza finisce per avere un effetto positivo sul ragazzo. Alex diventa così una presenza importante nella sua vita, aiutandolo a uscire dall’isolamento e ad affrontare finalmente il mondo esterno.

CARLOTTA – Gaia Ravina

È una delle figure più carismatiche dell’istituto, popolare tra i compagni e punto di riferimento per molti di loro. La sua forza nasce anche dalla difficile battaglia che sta affrontando contro un tumore al cervello. È in procinto di sottoporsi a una biopsia e dall’esito dell’esame dipenderà una decisione destinata a sconvolgere gli equilibri del gruppo dei protagonisti.

SAMUEL – Damiano Potenti

Bello fuori, tenero dentro, Samuel è l’oggetto dell’ossessione segreta di Ambra, con la quale intrattiene una relazione attraverso una App, senza conoscerne la vera identità. Inconsapevolmente, finirà al centro di un triangolo sentimentale che coinvolgerà anche Carlotta.

ENEA – Gabriele Di Stadio

È il nuovo compagno di classe di Matteo e il figlio della bidella Imma. Affetto da una distrofia alle gambe, è il bullo della scuola e nutre una vera e propria venerazione per Pietro, che considera un modello da seguire. La sua ammirazione per l’amico lo porterà a coinvolgersi nel giro di spaccio all’interno dell’istituto.

LUCA – Giordano Liberati

È il figlio di Stefano, preside dell’istituto. Nato con osteogenesi imperfetta, conosciuta anche come “sindrome delle ossa di cristallo”, è cresciuto sotto l’estrema apprensione dei genitori e ha vissuto episodi di bullismo che lo hanno portato, nel tempo, a chiudersi sempre più in sé stesso, fino a temere il contatto con il mondo esterno. L’incontro con Alex rimetterà tutto in discussione e lo spingerà, passo dopo passo, a superare le proprie insicurezze.

BARBARA – Chiara Bordir

È l’insegnante di educazione fisica. Atleta con disabilità, diventa per Nuri un punto di riferimento importante, incoraggiandola a inseguire i propri sogni e a raggiungere i suoi obiettivi.

 

Il regista Andrea Rebuzzi racconta

«Ho accolto la sfida di questa serie con una curiosità radicale, spinto dal desiderio di confrontarmi con un territorio per me ancora inesplorato: l’universo della disabilità. Per quanto si possa tentare di immaginare gli ostacoli che certe condizioni impongono, è stato solo mettendole in scena – vivendo ogni avventura e disavventura accanto ai personaggi – che ho sfiorato una percezione nuova, più autentica e profonda, di cosa significhi convivere con il limite. Ma nel farlo, ho voluto cercare l’altra faccia della medaglia. Mi sono chiesto: e se queste stesse fragilità non fossero solo barriere, ma diventassero il trampolino di lancio per espandere le capacità emotive e sensoriali di chi le vive? Saranno gli occhi di Vittoria, una ragazza di città senza disabilità, a guidare il pubblico in questo viaggio. Catapultata in una scuola che fa dell’integrazione la propria missione, Vittoria – e noi con lei – scoprirà gradualmente che quel mondo all’apparenza così distante ed enigmatico risponde, in realtà, alle stesse identiche leggi del cuore a cui tutti siamo abituati. I sentimenti, i primi amori, i conflitti della tardo-adolescenza non cambiano: semmai, si amplificano. Ogni ragazzo e ragazza vive la propria condizione in modo unico: c’è chi risponde con la rabbia, chi con l’ironia, chi con una faticosa accettazione. Accanto a loro, il mondo degli adulti – in particolare quello dei genitori – apre uno squarcio su un dolore e una dedizione speculari, esplorando il punto di vista di madri e padri in un modo che raramente trova spazio sullo schermo. Abbracciando questa coralità di sguardi, la serie non vuole essere un manifesto didascalico, ma un potente racconto generazionale. Un melodramma moderno dove le barriere fisiche si dissolvono per lasciare spazio all’unica cosa che conta davvero: l’intensità delle passioni umane.»

 

 

EDOARDO SYLOS LABINI

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L’Italia delle radici tra pagine e televisione

Con “Le città identitarie”, pubblicato con Rai Libri, attraversa venti regioni alla scoperta dei luoghi e dei personaggi che hanno costruito l’immaginario nazionale. Un racconto che prosegue in televisione con la seconda stagione di “Radix”, su Rai 3

Partiamo dal titolo del volume appena uscito per Rai Libri, “Le città identitarie”: che cosa significa questa espressione e da dove nasce l’idea del libro?

È un viaggio nei luoghi e, soprattutto, nei personaggi che hanno contribuito a formare l’identità del nostro Paese. L’idea nasce dal desiderio di riscoprire le storie custodite nella provincia italiana e di far conoscere figure che hanno lasciato un segno profondo nel nostro immaginario culturale.

“Le città identitarie” attraversa venti regioni e altrettante città o piccoli comuni. Come ha scelto i luoghi da raccontare e le figure capaci di rappresentarne l’identità?

Sono partito anche da luoghi che conosco e ai quali sono legato: Pomezia, dove sono nato e cresciuto, La Maddalena, che è il mio luogo d’elezione in Sardegna, e altre città incontrate nel mio percorso personale e professionale. Ma questa è soltanto una prima tappa, perché in Italia ci sono quasi ottomila comuni e la grande maggioranza ha meno di quindicimila abitanti. Si può arrivare a Pizzo Calabro senza sapere che proprio lì morì Gioacchino Murat, oppure visitare Loano senza conoscere le storie straordinarie legate a quel territorio. Il libro vuole far riscoprire queste piccole chicche che compongono l’identità del nostro Paese. Racconto eroi, santi, navigatori, condottieri, artisti e scrittori: tutte quelle figure che hanno costruito l’immaginario italiano.

Tra i tanti protagonisti del libro, c’è un personaggio che l’ha particolarmente sorpresa durante il lavoro di ricerca?

Sono molti i personaggi che mi hanno colpito, ma penso soprattutto a Enea e al suo legame con i territori di Pratica di Mare. Enea approda in quel territorio per fondare l’antica Lavinium, destinata a diventare la culla di Roma e dell’Occidente. Fuggendo da Troia, porta sulle spalle il vecchio padre Anchise e tiene per mano il giovane figlio Ascanio: il passato e il futuro. Questa è l’identità. Enea rappresenta il nostro viaggio lungo un percorso che nasce nel passato e ci conduce verso il futuro.

Come ha conciliato il rigore della ricostruzione storica con il ritmo del racconto?

Il lavoro è stato seguito e verificato con grande attenzione, ma il mio obiettivo era anche quello di accendere la curiosità del lettore. Chi legge deve avere voglia di andare a Chioggia per scoprire la storia del suo antico orologio, di conoscere l’ammiraglio della battaglia di Lepanto legato a Loano oppure di arrivare a Rovereto e approfondire la vicenda di Ettore Tolomei. Ogni luogo nasconde storie importanti, che potrebbero diventare film o grandi racconti. L’Italia è piena di città legate a personaggi straordinari che spesso non conosciamo.

La cultura e il racconto dei personaggi che li hanno resi celebri possono diventare strumenti concreti di rinascita?

Assolutamente sì. Il turismo culturale è molto importante e, quando si organizza un festival, si mettono in movimento numerosi comparti dell’economia. Il mio sogno è che in tutte le città italiane possano nascere festival dedicati al racconto delle loro identità. Vorrei che l’Italia dei borghi e della provincia diventasse un unico, grande festival diffuso.

Quale immagine del nostro Paese emerge dalle pagine del libro?

Emerge un’immagine straordinaria. L’Italia è un Paese formato dal DNA di tanti popoli che si sono incontrati e uniti. Questa ricchezza si ritrova anche nelle persone che hanno lasciato il segno. Nel libro troviamo il grande scultore, ma anche l’artigiano; il condottiero e la santa; la regina e il contadino. Sono tutti personaggi che, insieme, formano l’italianità e il nostro immaginario culturale.

Dal libro alla televisione: su Rai 3 è tornato “Radix”. Qual è il filo che unisce il volume e il programma e che cosa distingue, invece, i due linguaggi?

Il filo conduttore è il viaggio nei territori e nelle storie delle persone che hanno dato loro un’identità. In televisione, però, il racconto assume un linguaggio diverso e procede quasi a tempo di musica. Con la regia di Ciro D’Aniello e le musiche originali di Sergio Colicchio, la narrazione unisce immagini, parole, teatro e musica. Come accadeva in “Inimitabili”, anche “Radix” affianca un registro teatralizzato a uno giornalistico. È il mio modo di raccontare: portare nel linguaggio televisivo elementi del teatro, della musica e dell’approfondimento.

Quali novità caratterizzano questa seconda stagione di “Radix”?

La principale novità è la scelta di raccontare ciascuna città attraverso due personaggi. Due figure diverse, ma entrambe capaci di rappresentare l’identità e la storia di quel luogo. Nel corso delle puntate ci saranno inoltre nuovi incontri e ospiti legati ai territori e al mondo della cultura e dello spettacolo.

Dopo aver attraversato l’Italia con la scrittura e con la telecamera, che cosa ha scoperto del nostro Paese e quale consapevolezza vorrebbe lasciare ai lettori e agli spettatori?

Conosco bene l’Italia e la attraverso ogni settimana per i miei diversi progetti culturali. Ogni volta ho la conferma di quanto siamo fortunati. Dobbiamo amare questo Paese ed essere fieri di vivere in quella che considero la nazione più bella del mondo. Non esiste un altro Paese come l’Italia. Dobbiamo esserne consapevoli, proteggerne la bellezza e tramandarla alle nuove generazioni.

Prix Italia 2026

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L’autenticità dell’idea

«La forza del nostro concorso è che accoglie e mette sullo stesso piano giganti mondiali e piccoli broadcaster nazionali. E ogni anno scopriamo che quella “scintilla”, quel guizzo di coraggio che spinge a esplorare strade mai battute, non ha confini geografici» racconta al RadiocorriereTv il Segretario Generale del Prix Italia, in programma a L’Aquila dal 28 settembre al 2 ottobre

78° Prix Italia, la prima volta all’Aquila…

Per noi questa non è semplicemente una trasferta o una cornice prestigiosa, ma una scelta strategica e di profonda condivisione in collaborazione con la Regione Abruzzo e il Ministero degli Affari Esteri, e una stretta collaborazione con il Comune. Arrivare all’Aquila sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica significa immergere la più grande comunità radiotelevisiva mondiale in un laboratorio vivente. La rinascita di questa città non è solo un fatto urbanistico, ma un manifesto culturale. Portare qui i delegati internazionali significa mostrare come una comunità abbia saputo riappropriarsi del proprio senso di comunità, trasformando la ricostruzione in una forma d’arte, in un’alleanza tra memoria storica e futuro. Mostreremo al mondo un’Italia che non si piange addosso, ma che progetta il domani con un’energia creativa straordinaria.

Cosa comunica l’immagine scelta per il manifesto 2026 e il claim Play Human?

Un performer a mezz’aria in un salto, il telefono che gli sfugge di mano dalle mani o forse lo lancia apposta, verso il cielo. Dietro il profilo del Gran Sasso e il colore dell’oro rosso d’Abruzzo, lo zafferano. Play Human suona come una sfida lanciata a chiunque pensi che la tecnologia debba per forza prendere il posto della creatività umana. Qui l’idea è opposta: giocarsela insieme, lasciare che gli strumenti amplifichino quello che di umano resta insostituibile. Ed è un invito che parte dal racconto dei territori, per mettere insieme generazioni e sensibilità lontanissime tra loro attorno allo stesso gesto creativo: mettersi ancora in gioco, insieme.

Che settimana sarà?

Cinque giorni, dal 28 settembre al 2 ottobre, nel cuore pulsante della città, con il Village allestito attorno all’Auditorium del Parco di Renzo Piano, con uno studio-cupola radiofonico trasparente aperto al pubblico, con le proiezioni e gli incontri al Teatro San Filippo. La prima serata è affidata a due abruzzesi d’eccezione, Bruno Vespa in dialogo con Gianni Letta in occasione dei 30 anni di “Porta a Porta”. Tutte le giornate cominceranno con “Unomattina” che sarà in diretta su Rai 1, mentre la TGR dedica uno speciale su Rai 3 nazionale tutti i pomeriggi, e Radio Rai copre ogni fascia oraria, da “Radio Anch’io” a “Caterpillar”, da “Tutta la città ne parla” a Isoradio, fino a uno speciale de “La Lingua Batte”. Presentiamo il nuovo canale “Italiana” con un evento serale pieno di ospiti, immagini e grande musica firmato dal Day Time e, grazie al supporto del MAECI, parleremo di umanesimo tecnologico nell’era dell’IA, coinvolgendo eccellenze del territorio uniche al mondo. Sempre con un occhio al mondo, Rai Italia sarà presente ogni giorno con “Casa Italia” oltre all’appuntamento ormai tradizionale con “Paparazzi”. Quattro le anteprime: per Rai Fiction “Celestino V” con Michele Placido, Rai Cinema con “La Ragazza con la Leica” di Alina Marazzi, “Le meraviglie dell’Aquila” di Rai Documentari e, per la Direzione contenuti digitali e transmediali, “Scuola di Danza” con Eleonora Abbagnato. Di “Play Human” parlano anche Padre Paolo Benanti e Giovanni Scifoni; per i più giovani si va crescendo di età da Rai Kids con il laboratorio di Pera Toons ai Mestieri della TV, ai podcast fino al confronto sulla disinformazione con IDMO e l’Ufficio Studi. Insomma, cinque giorni fitti di eventi in diretta, tutti concentrati su un’unica città.

Qual è il focus dell’edizione di quest’anno?

L’umanesimo digitale corre come filo conduttore lungo tutto il programma, l’idea che tecnologia e creatività possano produrre esperienze culturali condivise, senza che una schiacci l’altra. Accanto c’è il racconto dei territori, con L’Aquila e l’Abruzzo protagonisti veri e non semplice cornice: un paesaggio ancora fiabesco che si candida come uno dei poli più avanzati d’Italia su innovazione e ricerca.

Corey Baker Presidente del Prix Italia 2026…

Corey Baker attraversa la danza e la cultura pop con la stessa naturalezza, ed è esattamente lo sguardo che serve a un’edizione come questa che ha l’ambizione di parlare a generazioni diverse. Le sue coreografie sono diventate virali ben oltre il mondo della danza, dalla “Dead Dance” di Lady Gaga per “Mercoledì” di Tim Burton fino all’attesissima serie di Harry Potter. Ed è lo stesso Corey Baker che nel 2021 il Prix Italia aveva premiato per “Swan Lake Bath Ballet”, il “Lago dei Cigni” girato nelle vasche da bagno di 27 étoile durante il lockdown. Il suo lavoro dimostra una cosa che ci interessa da vicino: oggi un gesto artistico diventa contenuto mediale nel giro di poche ore, ed è proprio questa sensibilità che porterà al tavolo di giurati di altissimo profilo, per riconoscere e premiare il meglio delle produzioni mondiali. Tra i finalisti, nella sezione Digital Multimedia, anche la Rai con “Techegram”, il format di che trasforma l’immenso archivio storico di Rai Teche in un’esperienza social ironica e contemporanea con Fabrizio Biggio.

Come vivono l’Italia i delegati? Cosa scoprono?

I delegati internazionali sono professionisti della narrazione visiva e sonora: sanno guardare oltre le apparenze. Quando arrivano in una città come L’Aquila, ne percepiscono immediatamente l’anima profonda. Non subiscono il fascino passivo della cartolina turistica, ma restano colpiti dalle storie umane, dalla vitalità di una piazza che riapre, dalla determinazione dei giovani che hanno deciso di investire qui il proprio futuro. Questa immersione nell’Italia più autentica e vibrante è ciò che rende il festival unico. I delegati non tornano a casa solo con un ricordo, ma con una nuova chiave di lettura del nostro Paese che apre a future collaborazioni.

Cosa ti ha insegnato il Prix in questi anni?

Il Prix mi ha insegnato che, nonostante l’evoluzione vertiginosa dei mezzi tecnologici, la vera differenza la fa ancora l’artigianato del pensiero. Puoi avere a disposizione i budget più imponenti o gli effetti speciali più avanzati, ma se manca l’intuizione originale, l’opera resta senz’anima. La forza del nostro concorso è che accoglie e mette sullo stesso piano giganti mondiali e piccoli broadcaster nazionali. E ogni anno scopriamo che quella “scintilla”, quel guizzo di coraggio che spinge a esplorare strade mai battute, non ha confini geografici. È l’autenticità dell’idea che continua a emozionarci ed è la lezione più bella che porto con me edizione dopo edizione. Internamente sono grata alla Rai per questa opportunità, la possibilità di lavorare e cooperare con le Direzioni più disparate, da quelle produttive e amministrative a quelle organizzative ed editoriali, imparando sempre da competenze diverse e trasformando le idee in progetti condivisi.

 

 

Cinema

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“L’estranea” da Oscar

Il film di Paolo Strippoli è la pellicola designata a rappresentare l’Italia nella categoria Miglior Film Internazionale alla 99ª edizione degli Academy Awards: «Accogliamo con grande gioia la designazione del film “L’estranea” a rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar. È un risultato molto significativo, arrivato al termine di una selezione alla quale hanno partecipato numerosi film con percorsi autoriali e produttivi di alto livello. Paolo Strippoli è un giovane regista che ha già mostrato una voce molto personale e riconoscibile e una grande libertà nel confrontarsi con linguaggi e forme narrative diverse. L’estranea esprime molto bene questa sua originalità: è un film coraggioso, che utilizza i codici del cinema di genere per raccontare i legami familiari, le paure e le fragilità più profonde dell’essere umano. Dopo la presentazione in Concorso alla Mostra di Venezia e il prestigioso riconoscimento del pubblico ricevuto a Toronto, per L’estranea si apre una nuova fase del suo percorso internazionale, che affronteremo insieme al regista, agli interpreti, ai produttori di Propaganda Marina Marzotto e Mattia Oddone e a tutte le persone che hanno contribuito al film. Con 01 Distribution ci prepariamo intanto ad accompagnarlo nel suo prossimo incontro con il pubblico delle sale italiane. A tutti loro va il nostro più grande augurio» commenta Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema. Il film uscirà in sala l’8 ottobre con 01 Distribution

 

Durante un forte temporale, Anna (Jasmine Trinca) si presenta senza preavviso a casa della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) per rivelarle che l’intera storia della loro famiglia si regge su una bugia. Anna sostiene di aver stretto un patto con una misteriosa Estranea (Valeria Bruni Tedeschi) per salvare la gamba di Alice, dopo un incidente avvenuto vent’anni prima. Un patto che ha scatenato un effetto domino, causando negli anni avvenimenti terribili. L’unica che può sistemare tutto è la stessa Alice. Ma a quale prezzo?

 

Il regista, Paolo Strippoli, racconta

“Tutto quello che credi di sapere sulla storia della nostra famiglia è una bugia”

«Con queste parole Anna entra nella casa di sua figlia Alice e apre una ferita rimasta nascosta per oltre vent’anni, dando inizio a un film che è insieme una confessione, un processo al passato e un ultimo, disperato gesto d’amore. Anna ripercorre la storia della famiglia Colonna, bellissima e ambiziosa, convinta che il futuro le appartenga, e che invece si disgrega nel momento in cui si scontra con la verità più inaccettabile: il futuro è un lancio di dadi. L’Estranea è un film sulla genitorialità nel momento in cui la protezione si trasforma in possesso. Anna vuole salvare i propri figli da tutto: dalla malattia, dall’umiliazione, dal fallimento, perfino dalla morte. Ha bisogno di esercitare un controllo sul loro destino e, pur di non arrendersi all’idea che questo sia impossibile, lo affida a un’estranea incontrata in un momento di fragilità. Di lei, Anna non sa assolutamente nulla. Quante volte, da bambini, ci hanno detto di non fidarci degli estranei? Eppure, con quella donna bionda come lei, ma dotata dell’eleganza e della sicurezza che lei vorrebbe possedere, Anna può parlare. Può confidarle le proprie paure. Può scegliere se accettare o rifiutare la sua stravagante proposta. L’estranea le offre la possibilità di decidere, ed è tutto ciò che Anna desidera: poter sconfiggere la terrificante casualità dell’esperienza umana. Il racconto si muove tra il presente, imprigionato nell’appartamento romano di Alice durante una tempesta eccezionale, e le estati luminose di Bari, in un tempo in cui la famiglia Colonna sembra ancora invincibile. Ho costruito l’estetica del film attorno a un contrasto netto: da una parte uno spazio chiuso, freddo e assediato dall’acqua; dall’altra luoghi ariosi e caldi, pieni di corpi, musica, cibo e promesse. Ma in questa storia anche i ricordi più felici custodiscono già un’inquietudine, che si fa evidente scena dopo scena, contaminando la bellezza di un passato fatto di illusioni. La spirale è la geometria del film. È un’immagine che ritorna ossessivamente a ricordarci l’ineluttabilità del destino, ma è anche la struttura stessa del racconto: ogni capitolo è più breve e concitato del precedente e ci precipita verso un centro che è insieme principio e fine. Ogni scelta riporta Anna al proprio punto d’origine, dove si nasconde la verità che lei non vuole vedere. I corpi sono il luogo in cui questa storia rende visibili i propri segni: corpi che cambiano fioriscono o cedono; e il corpo della protagonista, che invecchia senza riuscire a liberarsi dalla colpa. My Body Is a Cage, cantavano gli Arcade Fire. Siamo case di carne che si trasformano, con la porta chiusa a chiave dall’esterno. Sono molto legato al cinema di genere e mi sono interrogato a lungo su quale fosse il genere di questo film. È certamente una saga familiare, un thriller psicologico, un mystery che svela le proprie carte man mano che si avvicina al finale. Ma è soprattutto una tragedia, non nell’accezione contemporanea e cupa del termine, bensì in quella indicata da Aristotele nella sua Poetica: una forma di racconto che suscita pietà e terrore per condurre lo spettatore alla catarsi. Pietà e terrore, violenza e tenerezza: per me, l’esperienza di questo film nasce esattamente dal loro incontro. E infine c’è la domanda che mi ha guidato durante tutto il percorso: quanto male possiamo compiere, scambiandolo per amore? Nel gioco di luci e ombre della vita, L’Estranea abita proprio quel punto cieco in cui il desiderio di proteggere a tutti i costi chi amiamo può trasformarsi nel modo più feroce di perderlo.»

FICTION

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Più medici, più infermieri e più letti. DOC è tornato!

C’è aria di grandi novità nella nuova stagione dell’attesissima serie tv “Doc-Nelle tue mani”, in onda da giovedì 1° ottobre in prima serata su Rai 1 e RaiPlay

Tutto è iniziato con un colpo di pistola alla testa. È stato quello sparo a mandare in frantumi la vita di Andrea Fanti, primario di Medicina Interna al Policlinico Ambrosiano di Milano. Sopravvissuto all’attentato, una volta uscito dal coma Andrea ha dovuto fare i conti con una terribile scoperta: gli ultimi dodici anni della sua vita erano completamente svaniti dalla sua memoria. Non ricordava la fine del matrimonio con Agnese, la morte del figlio né l’inizio della relazione con la collega Giulia Giordano. Un vuoto difficile da colmare, ma che si è rivelato anche un’inaspettata opportunità. Perché se prima dello sparo Andrea era un medico freddo e distante, l’amnesia gli ha permesso di avvicinarsi ai suoi pazienti, comprenderne più profondamente esigenze e bisogni e diventare, oltre che un medico migliore, anche un uomo diverso. È diventato Doc. Dopo aver scoperto, nella prima stagione, la verità dietro allo sparo che gli è costato la memoria, dopo aver affrontato insieme al resto dello staff la pandemia nella seconda e aver tentato di recuperare i ricordi attraverso una terapia, alla fine della terza stagione Doc decide di fare un passo indietro e prendersi una pausa dall’ospedale per stare accanto alla sua ex moglie Agnese, affetta da una rara malattia, il mesotelioma. All’inizio della quarta stagione è passato poco più di un anno da quella scelta. Andrea torna così nel reparto che aveva lasciato nelle mani della dottoressa Giulia Giordano, nel frattempo nominata Primario di Medicina Interna. Giulia, però, si trova a gestire una situazione tutt’altro che semplice: i conti del reparto sono in rosso, deve affrontare le difficoltà legate a uno specializzando problematico e, soprattutto, confrontarsi con il nuovo direttore sanitario, Stefano Campigli, incaricato di attuare tutti i tagli necessari per evitare il fallimento dell’Ambrosiano e il conseguente acquisto da parte di una holding privata. I tagli costringono Giulia a dimezzare il personale e a rendere più efficiente il reparto, eliminando alcuni letti di degenza per fare spazio a un ambulatorio. Una scelta che significa dedicare meno tempo all’ascolto dei singoli pazienti, ma permette di visitarne un numero maggiore. Una visione che Doc non può accettare. Inizia così la sua battaglia per riportare in reparto la propria idea di medicina: più medici, più infermieri e più letti. E poco importa se questa crociata finirà per travolgere Giulia, una delle persone più importanti della sua vita. Per Andrea, infatti, non si tratta soltanto di una questione professionale: non riesce ad accettare che il mondo intorno a lui sia cambiato e, inconsciamente, cerca di fare tutto il possibile per ricostruire il passato che ha perduto. Una ferita che condivide con Matteo, un nuovo specializzando animato da un forte idealismo, nel quale Doc finisce per riconoscere sé stesso e che decide di prendere sotto la propria ala. A unirli, oltre alla passione per la medicina, c’è anche la necessità di fare luce su alcune morti sospette avvenute nei diversi reparti dell’Ambrosiano. Si tratta dell’opera di un pazzo? O, forse, di una crudele strategia messa in atto dal direttore sanitario per tagliare i costi?

 

I NUOVI PERSONAGGI

STEFANO CAMPIGLI (Interpretato da Gabriele Falsetta)

“Se i medici curano i pazienti, io curo gli ospedali”.

È questo il mantra di Stefano Campigli, da anni alla guida di alcuni dei più importanti ospedali pubblici italiani. Nominato Direttore Sanitario dell’Ambrosiano, è riuscito in breve tempo a riportarne il bilancio in attivo, anche a costo di enormi sacrifici da parte del personale, riuscendo così a scongiurare la minaccia di acquisto del Policlinico da parte di una grande holding privata. Per molti versi, Stefano è l’immagine allo specchio di Doc: se Andrea è impulsivo e generoso, al punto da risultare spesso fuori posto, Stefano è invece l’uomo sempre al posto giusto, equilibrato e cortese, capace di parlare e muoversi con estrema misura. Nell’ultimo anno ha lavorato a stretto contatto con Giulia che, nonostante l’iniziale diffidenza, ha finito per imparare a fidarsi di lui. Anche Giordano riconosce che, senza Stefano, il suo reparto sarebbe stato chiuso. Lavorando fianco a fianco, i due hanno costruito un legame molto stretto. La loro intesa, però, è destinata a entrare in crisi con il ritorno di Doc, che minaccia di sovvertire tutti i cambiamenti apportati da Stefano a Medicina Interna. A complicare ulteriormente la situazione, una serie di morti misteriose tra i pazienti dell’Ambrosiano solleva interrogativi sull’operato del direttore e sulla sua credibilità. Una lettera anonima lo accusa infatti di esserne il mandante, in un disperato tentativo di contenere i costi e preservare l’efficienza dell’ospedale. Che Stefano sia davvero così spietato? È disposto a uccidere dei pazienti pur di “curare” il suo ospedale? Andrea ne è convinto. E sarà pronto a fare qualsiasi cosa per dimostrarlo.

 

MATTEO PELLEGRINI (Interpretato da Alessandro Piavani)

Matteo è cresciuto a Levata, un piccolo paese della campagna lombarda, lo stesso in cui è nato e si è formato Doc. È un ragazzo semplice e schietto, dai modi aperti e diretti, che ha sempre sognato di diventare un medico di famiglia come suo padre, Dante. Un progetto a cui si è dedicato anima e corpo fin da bambino. Terminati gli studi universitari, Matteo ha iniziato a lavorare nello studio del padre. Ma proprio durante il suo ultimo anno di specializzazione, a Dante viene diagnosticata una malattia terminale che gli lascia solo pochi mesi di vita. La notizia è devastante e rischia di mandare in frantumi il futuro che Matteo ha costruito per sé. Non deve fare i conti soltanto con la consapevolezza che presto perderà suo padre, ma anche con il rischio che, una volta rimasto solo e senza aver completato la specializzazione, non possa prendere il suo posto a Levata. Non ci sono infatti colleghi in grado di aiutarlo a terminare il tirocinio e diventare finalmente medico di famiglia. Una serie di improvvisi malesseri, però, costringe Matteo a essere ricoverato al Policlinico Ambrosiano. Qui l’incontro con Andrea, ex specializzando di suo padre, potrebbe offrirgli una soluzione del tutto inaspettata al suo problema.

 

LIDIA MORGANTI (Interpretata da Cristina Marino)

Sicura di sé, pragmatica e molto preparata, Lidia Morganti è una dottoressa “a gettone”: viene chiamata dal reparto nei momenti più critici, per sopperire alla carenza di medici di ruolo. Ama la libertà che questo lavoro le garantisce e non sarebbe disposta a rinunciarvi per nulla al mondo. Anche se non fa parte stabilmente della squadra, Lidia può contare sulla stima e sulla fiducia di tutti… tranne che di Andrea, che non vede di buon occhio la sua presenza sporadica in reparto. Una diffidenza iniziale che Andrea sarà però chiamato a superare, imparando a fidarsi di lei e a riconoscerne le qualità professionali. I due diventano amici e, con il tempo, iniziano a entrare sempre più in confidenza. Ma la vita privata di Lidia continua a essere avvolta nel mistero e, presto, in reparto cominciano a sorgere alcune domande. Forse l’istinto iniziale di Andrea era quello giusto: aveva davvero ragione a non fidarsi di lei?

 

PAOLA GRANDI (Interpretata da Irene Ferri)

La dottoressa Grandi è la nuova Direttrice Generale del Policlinico Ambrosiano. Sempre impegnata a trovare il giusto equilibrio tra il benessere dei pazienti e le esigenze economiche dell’ospedale, è una manager carismatica, con una lunga esperienza dirigenziale alle spalle, che l’ha portata infine a ricoprire un ruolo apicale. Nonostante la responsabilità che la pone al vertice della struttura ospedaliera, Paola si rivela una delle più preziose alleate del reparto e, soprattutto, di Doc, con cui condivide un sincero idealismo e la volontà di battersi per preservare e migliorare la Sanità Pubblica. Nonostante gli scandali che scuotono l’Ambrosiano, la Grandi fa il possibile per mantenere la barra dritta. Ma anche i più idealisti, prima o poi, devono fare i conti con la realtà e valutare compromessi difficili per il bene comune.

 

CLAUDIA CINONE (Interpretata da Sara Mondello)

Claudia è l’ultima arrivata nella squadra di radiologia dell’Ambrosiano, un posto molto ambito per il quale ha deciso persino di lasciare Roma e trasferirsi a Milano. Una scelta dettata non solo dall’ambizione professionale, ma anche dal desiderio di rimediare a un errore del passato e riavvicinarsi al suo ex, Damiano Cesconi, oggi medico di Medicina Interna del Policlinico. I due sono stati fidanzati a lungo e stavano per convolare a nozze, quando un’improvvisa crisi ha portato Claudia a commettere un errore che ha prima messo fine alla loro relazione e poi spinto Damiano a trasferirsi a Milano. Ora Claudia vuole rimediare a quella rottura, con ogni mezzo necessario. Peccato che, nel frattempo, Cesconi si sia rifatto una vita e sembri più innamorato che mai della sua primaria, Giulia Giordano.

 

DANTE PELLEGRINI (Interpretato da Andrea Pennacchi)

“I medici sono degli artigiani. Gli strumenti sono importanti, sì, ma la vera differenza la fanno gli occhi, le mani… il cuore.”

È questo il ritornello con cui Dante Pellegrini, medico di famiglia del piccolo paese di Levata, ha cresciuto tutti gli specializzandi passati dal suo studio. Tra questi c’è anche il giovane Andrea Fanti, prima che scegliesse la strada della medicina interna e arrivasse all’Ambrosiano. Oggi, a ricoprire quel posto, c’è Matteo, il figlio di Dante, che sta ultimando la specializzazione per poter sostituire il padre e permettergli finalmente di andare in pensione. Un traguardo che Dante sa però di non poter raggiungere. Da qualche mese gli è stata diagnosticata una fibrosi polmonare, una malattia terminale che gli lascia solo pochi mesi di vita. Quando reincontra quasi per caso Andrea, Dante coglie così l’occasione per chiedere al suo vecchio allievo di restituirgli il favore: prendersi cura di Matteo quando lui non ci sarà più e aiutarlo a diventare un grande medico.

 

La storia inizia così…

EPISODIO 1 – Tutto scorre

Rientrato dal suo periodo di aspettativa, Doc si trova davanti un reparto stravolto. Colpa dei tagli del nuovo Direttore Sanitario e di Giulia, ora primaria, costretti a ridurre medici e infermieri per sanare la disastrosa situazione economica dell’ospedale. Andrea prova a far fronte comune con Riccardo, ma la squadra è sotto pressione e qualcuno rischia di commettere un errore che potrebbe costare la vita a uno dei pazienti del reparto.

 

EPISODIO 2 – Qui e ora

Il morale in reparto è a terra: Martina deve fare i conti con l’ostilità di Riccardo, che non le ha perdonato la decisione di andare a Londra, mentre Matteo, abituato a lavorare da solo, fatica a entrare nelle dinamiche della squadra. Nel frattempo, tutti attendono il risultato dell’indagine interna per capire chi abbia commesso un grave errore. Intanto a Doc viene recapitata una lettera anonima che sembra suggerire una verità più spaventosa.

 

 

La parola ai protagonisti…

Matilde Gioli e Luca Argentero

Qual è stata l’emozione di tornare a vestire i panni dei vostri personaggi?

ARGENTERO: Siamo sempre molto emozionati quando inizia una nuova stagione, ma allo stesso tempo anche un po’ spaventati. Da una parte ritroviamo tante persone alle quali siamo ormai profondamente legati, dall’altra sappiamo che ci aspetta un mare di ore di lavoro, dentro il nostro ospedale, che ovviamente è un luogo ricostruito. Sappiamo cosa ci aspetta e sono sensazioni contrastanti che, alla fine, ci lasciano però una grande soddisfazione.

GIOLI: E poi oggi c’è quel bellissimo entusiasmo del primo giorno di scuola. Mi verrebbe quasi da comprargli il diario nuovo! È come ritrovarsi dopo le vacanze estive. È una sensazione davvero molto bella.

Un ritorno che coincide anche con un cambio di ruolo nella storia…

ARGENTERO: Questa situazione dà un po’ il “la” a tutta la vicenda. DOC torna dopo un lungo periodo di pausa e si ritrova in un reparto che non riconosce più. Giulia, poi, è protagonista di un grande cambiamento: è diventata primario. Da una parte è destabilizzante, perché c’è una nuova organizzazione, ma dall’altra è anche molto rassicurante. Al suo fianco, e addirittura sopra di lui, c’è la persona con cui ha più confidenza e familiarità, la sua vera compagna di squadra. In qualche modo è un ritorno molto rassicurante, anche se trova un ospedale diverso, cambiato e, dal suo punto di vista, peggiorato. È un punto di partenza decisamente in salita.

GIOLI: Ricordiamoci che Giulia è stata formata da DOC, quindi, l’ospedale non si trova davanti a un primario qualunque, ma a una persona che conosce profondamente il suo vissuto. Per quanto continui ad affidarsi moltissimo alla guida di Fanti, adesso ha delle responsabilità che deve assumersi a prescindere dal loro rapporto, anche quando non coincidono con quello che vorrebbe fare. Sicuramente qualche fallimento e qualche errore li commetterà…

 

Giovanni Scifoni e Marco Rossetti

Qual è stata l’emozione di tornare a vestire i panni dei vostri personaggi?

SCIFONI: Io sono sempre molto contento di tornare su questo set, di rivedere quelle facce brutte dei miei colleghi, a cui voglio molto bene e che mi mancano parecchio quando non li vedo per un po’. Siamo un gruppo molto affiatato, davvero fantastico, e credo che questo si percepisca anche in televisione. Perdiamo anche un sacco di tempo quando lavoriamo, perché a volte ci viene da ridere e finiamo per rovinare qualche scena (ride). Quando si crea un clima del genere, però, è davvero bello lavorare insieme. È anche interessante interpretare un personaggio così a lungo: significa poter scoprire nuove sfumature, elementi diversi con cui provare a sorprendere ancora una volta lo spettatore, mostrando aspetti del personaggio che non erano ancora emersi. È una delle cose più entusiasmanti del lavoro nella lunga serialità: non si tratta soltanto di evitare di annoiare il pubblico, perché quello dipende da tanti fattori, ma soprattutto di poter scavare sempre più a fondo nella personalità del proprio personaggio.

ROSSETTI: Sottoscrivo tutto quello che ha detto. È un’esperienza sempre molto bella, perché DOC riesce a sorprenderti continuamente, così come il personaggio che interpreti. Anche se ormai ne conosci molte sfumature, proprio come accade nella vita, se ne aggiungono sempre di nuove e si aprono le porte a situazioni inaspettate. Questo, ovviamente, è anche merito degli autori, Francesco e Viola, che ogni volta riescono ad alzare l’asticella. E non è semplice, soprattutto in un medical come “DOC – Nelle tue mani”: si potrebbe pensare che, a un certo punto, le storie possano iniziare a ripetersi, e invece qui non succede mai. Per noi interpreti è uno stimolo molto forte. Trascorriamo tanti mesi insieme, ma siamo un gruppo fantastico e questo non è soltanto piacevole: aiuta anche il lavoro e rende tutto più stimolante.

Come hanno accolto le novità i vostri personaggi?

ROSSETTI: Il cambiamento porta con sé tagli e restrizioni molto pesanti: è una bella bastonata. Noi attori ci troviamo così a raccontare qualcosa che accade anche nella realtà e che coinvolge tanti medici, spesso non messi nelle condizioni di poter svolgere il proprio lavoro nel modo migliore, con gli strumenti e le risorse necessarie. Per quanto riguarda il mio personaggio, quello che mi piace è che ogni volta riesce a scuotermi e a farmi riflettere. Damiano affronta anche questa nuova sfida con grande piglio e pragmatismo. È un atteggiamento che, in qualche modo, colpisce anche me e mi porta a pensare che nella vita bisogna sempre trovare il modo di reagire e di lavorare con ciò che si ha a disposizione.

SCIFONI: Enrico vivrà meno direttamente questa dinamica all’interno dell’ospedale, perché la sua è sempre una storia in qualche modo parallela. Però, inevitabilmente, si immedesima in quello che sta vivendo Andrea Fanti. Personalmente non sarà particolarmente toccato dai cambiamenti, ma sceglierà comunque di sostenere DOC anche in questa battaglia.

 

 

MILLY CARLUCCI

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La nuova era di Ballando con le Stelle

Sabato 3 ottobre in diretta dal nuovo studio della Rai di Saxa Rubra a Roma, andrà in onda la ventunesima edizione del fortunato show di prima serata di Rai 1. La conduttrice al RadiocorriereTv presenta la nuova straordinaria del nuovo corso: «Ai compagni di viaggio auguro che questo sia un percorso appagante e trasformativo. Al pubblico che sia un viaggio divertente, pieno di scoperte, in cui tutte le persone possano sognare insieme a noi»

 

Nuovo studio, nuovo cast, giuria parzialmente rinnovata, sabato 3 ottobre si torna in pista per il nuovo “Ballando con le Stelle”. Milly, in che mondo ci porterà?

Questa sarà l’edizione della libertà, come dice anche Guillermo Mariotto (sorride). La sua è una definizione che mi piace molto. Libertà significa poter essere se stessi, sinceri fino in fondo, tutti elementi che servono a dare ulteriore brillantezza a un mondo che vive da ventuno anni e che stiamo rinnovando. Per noi l’edizione 2026 è la prima di una nuova era.

Quanto contano e sono contate libertà e coerenza nel suo percorso professionale?

Questo lavoro mi ha dato tanta libertà di essere me stessa. Al di là delle mode, di quello che succede intorno a te, se sei sincero e onesto con te stesso raggiungi un forte senso di libertà.

Tredici stelle, tredici percorsi umani e professionali diversi, come nasce la rosa dei concorrenti dell’edizione 2026?

Nasce da tanti tentativi fatti addirittura negli anni (sorride). E poi dall’attenzione che mettiamo tutti noi del gruppo autorale a dar vita a una rosa che sia quanto più possibile diversificata, colorata, con storie personali diverse ma tutte interessanti, perché il pubblico si possa identificare.

Convincere un personaggio dello spettacolo o dello sport a mettersi alla prova con il ballo non è talvolta facile, ha una tattica particolare?

Devi essere molto persistente nelle richieste anno dopo anno, ma penso che la cosa più importante sia il lavoro di cui i personaggi stessi vengono a conoscenza. Al di là delle parole vedono che cos’è questo gruppo, che cos’è questa trasmissione, cosa facciamo, come ci comportiamo e spesso sono i concorrenti uscenti che ci fanno un po’ da volano, perché se l’esperienza è stata magari faticosa ma bella, lo dicono in giro e quindi ci fanno, come si suol dire, buona stampa.

Quale formula utilizza per gli accoppiamenti?

Si parte sempre dal tentativo di mettere insieme due persone compatibili, che si possano armonizzare, che possano fare squadra, sostenersi l’uno con l’altro. Le frizioni in una coppia che fa ballo arrivano, perché ci sono la stanchezza, il sovraffaticamento, la tensione della gara. Se tu non nasci come una coppia disarmoniosa di due persone che non hanno niente da dirsi, sei già un passo avanti, perché le tensioni le risolvi anche con la compatibilità di carattere.

Per tantissime edizioni è stato al suo fianco Paolo Belli, che quest’anno sarà a “Ballando” in altre vesti, dietro le quinte. Cosa augura al suo amico Paolo?

Tutta la serenità e la felicità del mondo. Paolo è una persona molto sensibile ed episodi tragici come quello accaduto lo colpiscono profondissimamente, lo segnano in modo tale da comportarsi in un certo modo, che io rispetto e apprezzo. Gli auguro che questo brutto momento si concluda, nel rispetto e nel ricordo di una persona che non c’è più e che non potrà condividere con noi il futuro. A un certo punto la vita continuerà, inevitabilmente.

Novità anche in giuria, a sedere dietro il bancone c’è da quest’anno anche Alberto Matano, ma un posto rimane ancora libero…

Per questo ventunesimo anno abbiamo fatto dei pensieri perché bisognava rinnovare il nostro bancone di giuria, e lo abbiamo fatto con un ragionamento che si estenderà al lato commentatori a bordo campo.

Le polemiche tra giurati e concorrenti fanno sicuramente parte del gioco, lei cerca sempre di essere super partes, talvolta le viene voglia di prendere posizione e di dare una “strigliata” a qualcuno?

Strigliate no (sorride), ma anche io ho la mia opinione, non è che sono senza pensieri o sentimenti. È chiaro che quello che succede davanti ai miei occhi mi fa nascere delle reazioni. Ma io, come l’arbitro in una partita, le vivo senza poterle mostrare. Io sono super partes, sono semplicemente il filo conduttore di una storia che viene scritta da altre persone.

Le capita, il giorno successivo alla trasmissione, di commentare dietro le quinte gli episodi accaduti?

Cerco di non spargere pensieri. Qualsiasi cosa io pensi me la tengo per me e vado a sostenere gli elementi più deboli. Essendo un po’ la signora maestra, la signora preside, devo essere il collante di tutto il gruppo.

Una vita professionale alla ricerca di emozioni da condividere con il pubblico, cosa le ha dato questa professione che da un certo punto in poi è andata oltre il mestiere della conduttrice?

È il lavoro che volevo fare. Forse al principio non riuscivo nemmeno a immaginare i contorni che questo mestiere avrebbe conquistato negli anni. È certamente molto complicato e pesante, però ti dà una soddisfazione immensa perché vedi la costruzione di ogni tassello della struttura di quello che speriamo sia un bellissimo sogno per il pubblico a casa.

Da giugno c’è una bellissima novità nella sua vita, che emozione è stata diventare nonna di Camilla?

L’emozione più forte che potessi provare. Non me la sarei aspettata di questa intensità. Ero in sala parto con Angelica quando è nata la bimba, per me è stato un battesimo di fuoco che mi ha cambiata. La mia vita si divide tra un prima e un dopo la nascita di Camilla, di Millina come la chiamiamo già a casa.

Come sono cambiate le sue giornate da quando è arrivata Millina?

Purtroppo sono cambiate solo nel periodo di vacanza. Le abbiamo passate insieme, Angelo e io ci siamo goduti la bimba minuto per minuto. Adesso, con il lavoro, la vedrò solo la domenica pomeriggio. Ma in compenso non mancano le foto, i filmini, le videochiamate.

Nel salutarla le chiediamo di rivolgere un augurio a tutti i suoi compagni di viaggio e al pubblico di “Ballando”…

Ai compagni di viaggio auguro che questo sia un percorso appagante e trasformativo, che escano tutti di qua avendo acquisito qualcosa di bello, di entusiasmante, di diverso. Al pubblico che sia un viaggio divertente, pieno di scoperte, in cui tutte le persone possano sognare insieme a noi.

 

LE COPPIE DI BALLANDO CON LE STELLE

Monica Guerritore e Luca Urso

Alessandro Matri e Giada Lini

Aurora Ramazzotti e Nikita Perotti

Jimmy Ghione e Anastasia Kuzmina

Manuela Moreno e Carlo Aloia

Eugenio Finardi e Rebecca Gabrielli

Noemi Bocchi e Giovanni Pernice

Riccardo Rossi ed Elisa Terrasi

Anna Safroncik e Leonardo Lini

Alberto Ravagnani ed Erika Martinelli

Massimo Ghini e Valentina Fiorini

Andy Díaz e Gioia Giovanatti

Ornella Muti e Pasquale La Rocca

VIRA CARBONE

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La prevenzione è benessere

La conduttrice racconta la nuova stagione di “Buongiorno Benessere”, storico appuntamento del sabato mattina di Rai 1. Tra le novità, un pubblico sempre più partecipe e uno speciale dedicato alle eccellenze della medicina italiana che rendono grande la nostra sanità nel mondo

Quali sono le principali novità di questa nuova stagione?

“Buongiorno Benessere” compie quattordici anni, ma li festeggia in maniera molto soft. Il filo conduttore è e rimane lo stesso: l’informazione medica con il sorriso. Ci saranno, però, novità.

Una di queste riguarderà le eccellenze italiane della medicina. Come sarà sviluppato questo spazio?

Sappiamo che la sanità italiana è a un livello straordinariamente alto, anche e in particolare quella pubblica, e abbiamo tantissimi medici italiani che rappresentano delle eccellenze nel mondo. Per questo ho pensato, quest’anno, di dare voce proprio alle eccellenze italiane in campo medico a livello internazionale. Ogni settimana ne presenteremo una.

Grande l’attenzione del pubblico anche per la rubrica “Guadagno in salute”. Da quale idea nasce?

Siamo molto attenti anche al risparmio, perché non dobbiamo pensare sempre che la salute significhi spendere soldi in medicine, analisi e visite private. La salute può anche consentirci di risparmiare. Se siamo attenti al nostro organismo e ai nostri organi e impariamo a intercettare ogni segnale, spenderemo meno soldi in medicine, analisi e cure, perché avremo un corpo più sano. Da questa idea nasce la nuova rubrica.

In questi anni è cambiato il modo in cui gli italiani si informano sulla salute. Come si è evoluto, in questo senso, il linguaggio del programma?

In realtà, il linguaggio del programma è sempre stato lo stesso. Questa è la verità. Come dico spesso, ho scritto questo programma perché ero ipocondriaca e avevo bisogno di una trasmissione che informasse e, contemporaneamente, rasserenasse le persone ipocondriache come me. Ecco il grande senso del servizio pubblico della Rai.

Qual è la chiave per rendere comprensibili a tutti argomenti medici anche molto complessi?

Credo molto in questa missione e, sin dalla prima puntata, abbiamo utilizzato un linguaggio semplice, costruito attraverso interviste a medici seri, all’avanguardia, vere eccellenze, ma sempre alla portata di tutti. Era un linguaggio che capivo io e che potevano comprendere tutti a casa. Quindi non è cambiato, non può cambiare e non cambierà mai. Secondo me, la chiave di “Buongiorno Benessere” è proprio questa: parlare a tutti in maniera chiara, affrontando grandi temi attraverso grandi medici.

Il pubblico partecipa attivamente alla trasmissione. Come avviene questo dialogo durante la diretta?

Durante la trasmissione ho un telefono in mano e quel telefono funziona veramente: mi mette in contatto con il pubblico che, da casa e in diretta, in quel momento sta facendo delle domande. Naturalmente non posso rispondere, attraverso i medici, a tutte le domande, perché sarebbe impossibile, però cerco di essere quanto più vera possibile. Il pubblico fa le domande, io ne scelgo alcune e le pongo ai medici.

In quattordici anni come sono cambiate le domande e le esigenze dei telespettatori?

Le domande non sono cambiate, sono sempre più o meno le stesse. Le persone si concentrano molto sull’alimentazione, sul dimagrimento, sulla salute cardiovascolare e sulla prevenzione. Devo dire che il pubblico non è cambiato per niente nelle sue esigenze, o forse accade perché noi, in ogni puntata, cerchiamo di abbracciare tanti temi e quindi riusciamo a soddisfare le diverse necessità.

Qual è il valore più importante di questo confronto diretto con il pubblico?

È chiaro che non possiamo scendere mai troppo nel particolare, perché abbiamo un’ora sola a settimana. Facciamo una spolverata di tutto, ma credo che questo sia proprio il servizio pubblico allo stato puro. Sapesse quante persone, attraverso le parole dei nostri medici, hanno intercettato una malattia, si sono curate, sono guarite e hanno vinto la paura di sottoporsi agli accertamenti. È un programma in cui credo profondamente e penso che sia proprio il pubblico a premiarlo dopo tanti anni.

Sui social e attraverso altri canali di comunicazione circolano anche notizie mediche non sempre corrette. Quale responsabilità sente un programma come il suo?

Sono una persona di cuore e questo lo metto in ogni puntata, quindi, da parte mia c’è una grande lealtà nei confronti dei telespettatori. Questo riguarda sia me sia la redazione, perché non si vince mai da soli e non si perde mai da soli. Siamo un gruppo, sicuramente capitanato da chi il programma lo ha ideato, nella fattispecie da me, ma non si fa mai nulla da soli.

Come scegliete i medici e gli specialisti da portare in trasmissione?

Svolgiamo ricerche attente. Io vado personalmente negli ospedali e cerco di individuare i medici migliori sulla base delle mie ricerche. Ci sono tantissime eccellenze e noi le proponiamo al grande pubblico nel modo più scrupoloso e attento possibile e, soprattutto, con un grandissimo senso dell’importanza della salute.

Può una trasmissione televisiva contribuire concretamente alla prevenzione e persino aiutare a salvare una vita?

Per me portare un medico in trasmissione e rendermi conto che, magari attraverso le sue parole, un bambino o un’altra persona riescono a salvarsi perché intercettano una malattia, rappresenta una grande vittoria. È una vittoria anche per l’azienda per la quale lavoro, perché mi onoro di poter dire che lavoro in Rai e la Rai è servizio pubblico.

Dietro il successo di “Buongiorno Benessere” c’è anche un grande lavoro di squadra. Quanto conta il contributo di chi lavora al programma?

Sento di dover ringraziare i vertici Rai che mi consentono di continuare a realizzare il programma che ho scritto e nel quale credo, ma anche tutte le persone che lavorano insieme a me: non soltanto il gruppo degli autori e la regia, ma proprio tutti, dal parrucchiere al truccatore, dai tecnici alle luci e all’audio. Il successo è il risultato del lavoro di un gruppo, non di una sola persona, e ci tengo che questo venga detto prima di qualunque altra cosa.

Dopo quattordici anni alla guida del programma e a contatto con temi così forti, c’è ancora qualcosa che continua a sorprenderla e a coinvolgerla nel racconto della salute e della prevenzione?

Devo dire che non mi abituerò mai a quando, per strada, le persone mi guardano, mi fermano e magari mi chiedono una foto. Per fortuna svolgo questo mestiere con talmente tanto cuore che mi dimentico che sono in televisione. Quando mi fermano, penso: “Che cosa vuole da me?”. Poi mi rendo conto e mi dico: “Ma io lavoro in televisione, perché sto dicendo questa cosa?”. Per me è ancora una sorpresa.

 

Informazione

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Nuovo look per il Tg3

Dall’edizione delle 19.00 di lunedì 21 settembre, Il Tg3 cambierà logo e veste grafica: un restyling per ammodernare l’immagine, con colori più chiari e luminosi, realizzato con le nuove tecnologie di cui dispone la Rai e rimandi, già nella sigla, all’informazione sui social media. Sarà l’occasione per rinnovare anche il legame con il pubblico, peraltro sempre saldo come attestano gli indici di ascolto in crescita, restando però sempre fedeli all’identità e ai valori della testata. Il RadiocorriereTv ha incontrato il direttore Pierluca Terzulli

Quale messaggio porta con sé questo cambiamento?

Che non si può rimanere fermi, che la tecnologia troppo spesso precede e travolge schemi e linguaggi consolidati. Tutti, anche i nostri. Restare fermi equivale a spegnersi. Noi, invece, vogliamo rendere il Tg3 sempre più forte e credibile, non ci accontentiamo degli ottimi ascolti che otteniamo. Vogliamo arrivare a un pubblico più ampio, alle persone che non attendono gli orari canonici delle reti generaliste per cercare le notizie, ma le vanno a scovare ovunque quando vogliono informarsi.

In che modo i valori del Tg3 – Tg storico Rai – si possono veicolare anche attraverso la sua immagine?

Il Tg3 nasce come telegiornale corsaro, testata che ha dato voce alla società civile, usando un linguaggio diretto, quello della “ggente”, come diceva Sandro Curzi, contribuendo a svecchiare, nel corso degli anni, l’informazione del servizio pubblico. Accanto a questo tratto distintivo, che si tramanda nel tempo di collega in collega – e che non ho alcuna intenzione di imbrigliare -, il racconto della politica, delle guerre con il loro riverbero drammatico sulla condizione economica dei cittadini, le piaghe che non guariscono, come i femminicidi e i morti sul lavoro, i cambiamenti culturali che attraversano la società italiana vanno raccontati attraverso strumenti nuovi. Un punto, però, deve essere chiaro: la rapidità, la cura dell’immagine non devono mai andare a detrimento dell’autorevolezza del racconto, dell’analisi e dell’approfondimento. Continueremo a farlo con determinazione. Nuotare controcorrente non è comodo per nessuno, ma noi siamo nati e cresciuti così, ci siamo abituati.

Che contributo possono, o devono dare, le nuove tecnologie e i social media alla narrazione quotidiana e all’approfondimento?

Uno dei punti centrali del piano editoriale, approvato dalla redazione a larghissima maggioranza, è stato il rafforzamento dell’informazione sui social. Se andiamo a vedere i ranking delle interazioni, dei video o le migliori performance dei servizi in rete si può rilevare una crescita esponenziale del nostro pubblico. Abbiamo cercato di evitare scorciatoie, puntando non sul gossip, ma su vicende di forte impatto sociale come, ad esempio, la morte di Fakir a Bologna o, ancor prima, il caso di Rami a Milano. Vicende tragiche e vergognose che hanno prodotto milioni di visualizzazioni. Ciò per dire che non ci facciamo dettare l’agenda dai social, ma usiamo le piattaforme per divulgare i nostri contenuti.

E cosa non devono sostituire?

Credo che tu ti riferisca all’intelligenza artificiale. La risposta è facile ma necessaria: le nuove tecnologie non devono mai sostituire l’elemento umano, il pensiero critico, la responsabilità deontologica del nostro lavoro di giornalisti. Ho la fortuna di dirigere una squadra di colleghi che da questo punto di vista, e da molti altri per la verità, non ha niente da imparare da nessuno.

Direttore, il Tg di una rete generalista, quali obiettivi deve porsi oggi?

L’obiettivo che ci poniamo è semplicemente quello di fare un buon giornale, chiaro, riconoscibile, coerente e diverso dalla concorrenza.

PRIMA SERATA

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Il grande show del mercoledì

Torna “Tale e Quale” l’amato spettacolo di Rai 1 condotto da Carlo Conti, giunto alla sedicesima edizione. Al via il 23 settembre, con Fabio Fazio quarto giudice della prima puntata

Tornano le grandi voci, le imitazioni, le risate, la gara e soprattutto quelle trasformazioni spettacolari che negli anni hanno reso “Tale e Quale Show” un vero cult di Rai 1 e della televisione italiana. L’appuntamento è da mercoledì 23 settembre, sempre in prima serata su Rai 1, per nove puntate in diretta dagli Studi televisivi “Fabrizio Frizzi” di Roma. “‘Tale e Quale Show’ è un programma nel quale ci si diverte molto, con un clima scanzonato – afferma Carlo Conti – l’obbiettivo è sempre di più quello di mettere i vari componenti della famiglia davanti alla televisione. Quest’anno credo ci sia uno dei cast più belli e importanti delle ultime edizioni, sono tutti fortissimi”. Un appuntamento nel quale musica, ironia e spettacolo convivono con il gusto della sfida e con la curiosità di vedere, settimana dopo settimana, volti noti trasformarsi in icone della musica italiana e internazionale. A giudicare le esibizioni saranno le “novità” Elettra Lamborghini e Alessandro Siani, che affiancheranno Cristiano Malgioglio. Tre personalità molto diverse, tre modi di vivere lo spettacolo, tre sguardi destinati a rendere ancora più imprevedibile il momento dei giudizi. Quarto giudice della prima puntata, Fabio Fazio.

I Protagonisti che si metteranno in gioco sono Jasmine Carrisi, Maddalena Corvaglia, Roberta Morise, Paola Perego, Anna Pettinelli, Selma, Stefano Meloccaro, Max Paiella, Andrea Perroni, Vladimir Randazzo. Presenti a grande richiesta anche Flavio Insinna & Gabriele Cirilli impegnati ancora una volta in una serie dei duetti impossibili. Esperienze, caratteri e percorsi differenti, ma una sfida uguale per tutti: lasciare per una sera la propria identità e trasformarsi in una grande voce della musica. Ogni settimana cambieranno volto, voce, movenze, stile e presenza scenica. Trucco, parrucco, costumi, preparazione vocale e studio del personaggio accompagneranno il lavoro degli Artisti fino al momento più atteso: l’ingresso in studio, quando la trasformazione dovrà essere completa. Perché a ‘Tale e Quale Show’ non basta somigliare: bisogna diventare, per pochi minuti, “tale e quale”. I protagonisti si esibiranno rigorosamente dal vivo, accompagnati dagli arrangiamenti del maestro Pinuccio Pirazzoli. Le varie ‘interpretazioni’ saranno impreziosite dalle coreografie di Fabrizio Mainini e del corpo di ballo fisso. Il cuore del programma resta la preparazione degli Artisti, tra prove di canto, recitazione e imitazione, senza dimenticare trucco e costumi. A seguirli giorno dopo giorno i vocal coach Dada Loi, Antonella Pepe, Matteo Becucci e Antonio Mezzancella, insieme all’actor coach Emanuela Aureli.  Al termine di ciascuna serata sarà decretato un vincitore di puntata, mentre nella finalissima l’Artista che avrà ottenuto il punteggio complessivo più alto nel corso dell’edizione sarà proclamato ‘Campione di Tale e Quale Show 16’.  Anche in questa edizione i telespettatori avranno un ruolo nella competizione. Attraverso i social RAI (su Instagram, Facebook, X e TikTok) potranno esprimere le proprie preferenze e contribuire alla classifica. Le tre esibizioni più apprezzate assegneranno ai rispettivi concorrenti 5, 3 e 1 punto, che si aggiungeranno alle valutazioni della giuria. Il pubblico da casa diventerà così parte dello spettacolo, con la possibilità di premiare gli Artisti e le performance più amate e incidere sull’andamento della gara. Prodotto dalla Direzione Intrattenimento Prime Time in collaborazione con Endemol Shine Italy il programma è diretto da Maurizio Pagnussat.

Raffaella Griggi

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Una scia luminosa

«Da marinara genovese, credo che “Chi l’ha visto?” sia un’ammiraglia… Le onde sono cambiate, ma il mare è sempre lo stesso. L’equipaggio storico, leale, conosce il vento e la rotta è quella: aiutare gli altri e far conoscere situazioni anche anonime, storie difficili che meritano un ascolto, una seconda possibilità, una seconda verità» racconta la nuova conduttrice al Radiocorrieretv, al timone del programma da mercoledì in prima serata Rai 3

Raffaella Griggi nuova conduttrice di “Chi l’ha visto?”. Come sono risuonate nella tua testa queste parole?

Ho pianto, ma non di gioia. Ho pensato tante cose, ma soprattutto la mia mente è volata al mio papà, che è mancato proprio in quei giorni. Poi è stato un tourbillon di emozioni, qualcosa di davvero molto intenso.

Il senso di “Chi l’ha visto?” è tutto racchiuso in quel punto di domanda finale. Cosa rappresenta?

Andare avanti, andare oltre, finché non si scopre qualcosa in più rispetto a quello che già si sa delle storie, che iniziano in un modo e poi prendono altre direzioni. È un primo conforto, un primo soccorso alle famiglie che chiedono aiuto.

Dal 2017 sei nella redazione del programma. Che pezzo di storia professionale rappresenta per te?

Avrei continuato a fare l’inviata del programma, per me è stata una sorpresa. Ho seguito da lontano le vicende, sia perché sono di Genova, sia perché, per carattere, sono pudica e riservata. Credo che in questo ci siano la delicatezza e anche l’inconsapevolezza dell’outsider. Detto questo, questo ruolo arriva dopo anni in giro, da nomade, tutti i giorni in diretta, a caccia di servizi, sia a “Vita in diretta” sia a “Unomattina”.

Condurre questo programma: qual è l’obiettivo?

L’obiettivo è continuare a raccontare storie, anche e soprattutto quelle meno conosciute, che mettono in luce ingiustizie e fragilità che arrivano dai nostri paesi. Realtà familiari difficili spesso nascondono storie nelle storie. Noi non abbiamo gobbi, non abbiamo nulla di scritto, perché toglierebbe qualcosa alla spontaneità davanti alla telecamera. Da marinara genovese, credo che “Chi l’ha visto?” sia un’ammiraglia, una scia luminosa, dritta, segnata. Le onde sono cambiate, ma il mare è sempre lo stesso. L’equipaggio storico, leale, conosce il vento e la rotta è quella: aiutare gli altri e far conoscere situazioni anche anonime, storie difficili che meritano un ascolto, una seconda possibilità, una seconda verità. Vogliamo raccontare il nostro Paese, i borghi, le periferie, dove si nascondono racconti inimmaginabili.

Come vi siete salutate con Federica Sciarelli?

Ci siamo salutate con affetto durante il brindisi finale, dopo la chiusura del programma per la pausa estiva.

Nessuno sostituisce nessuno, ma lascia un segno forte. Come lo userai?

Federica ha la familiarità della continuità, l’autorevolezza dell’esperienza. Ci lascia la trasparenza e un clima di cordialità, aperto e semplice. È un gigantesco passaparola, un patrimonio prezioso, e Federica lascia a tutti noi il senso profondo della battaglia da compiere per aiutare a ritrovare chi scompare. Le procedure dovrebbero essere più veloci, si dovrebbe costruire una rete più compatta e omogenea tra forze dell’ordine e famiglie. Il sogno sarebbe arrivare a una legge ad hoc che non faccia differenze tra le persone che spariscono: un anziano malato di Alzheimer o un ragazzino che ha problemi. Ne abbiamo visti tanti, e poi non si ritrovano più. Bisognerebbe arrivare velocemente all’acquisizione delle immagini delle telecamere di casa e del vicinato. Ci vorrebbe una task force per queste situazioni, un maggiore coordinamento, nonostante il grande lavoro dei volontari, di “Penelope” e delle associazioni.

Conduttore e redazione: quale sinergia?

Tra noi c’è un contatto continuo, con tutta la redazione, ma soprattutto con gli inviati. Io mi sento ancora una di loro, è un ruolo che ho addosso, ne capisco le difficoltà, la fatica, riesco a mettermi nei panni dei colleghi che sono per strada alla ricerca di spunti, di situazioni, impegnati nelle interviste. E poi c’è il montaggio e, davvero fondamentale, un filo diretto con gli autori del programma.

Quali sono, o devono essere, i valori di un programma di questo tipo?

I valori di questo programma devono essere la volontà di ascolto, il garbo paziente, la delicatezza e il rispetto quando si trattano storie difficili. L’eleganza dei sentimenti e della parola. Ma anche, per chi va fuori a fare i pezzi, la curiosità di capire il contesto, di descriverlo con le parole giuste. Bisogna poi pensare che ci si può aiutare. “Chi l’ha visto?” è un meraviglioso mezzo di primo soccorso, ci lega un filo con i telespettatori.

Fai parte dello zoccolo duro di “Chi l’ha visto?”. Quanto conta conoscere la memoria storica di questo programma per restituirne l’anima al pubblico?

Io sono relativamente giovane, non sono della primissima ora, perché ci sono colleghe e colleghi più anziani di me. Ho lavorato a “Unomattina”, a “Vita in diretta”, alla TGR; il mio percorso è un po’ più vario, avendo fatto anche esperienze fuori dalla Rai. Credo però che l’anima delle storie si possa restituire anche con me, nel racconto, con il cuore, con cura, con l’ascolto, nelle espressioni, nell’eleganza dei sentimenti e della parola. Sono storie di cuore, basta non farle scivolare nel melenso, nella spettacolarizzazione.

Come saluterai mercoledì il tuo pubblico?

Non so dirti come saluterò il pubblico a casa mercoledì, quello che so per certo è che ci sarà molta emozione.