CARTOONS ON THE BAY

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Alla festa di Cartoons

L’International Animation and Transmedia Festival compie trent’anni e festeggia a Pescara con i premi alla carriera a Kirk Wise e a Don Daglow, il Digital Award a Pera Toons, le mostre dedicate a Tolkien, Corto Maltese, Dylan Dog, il Cartoons on the Bay Village e gli spettacoli di Carl Brave, Cristina D’Avena, Ema Stokholma

Mondo dell’animazione in festa per i 30 anni di Cartoons on the Bay. L’International Animation and Transmedia Festival, promosso dalla Rai e organizzato da Rai Com con la direzione artistica di Adriano Monti Buzzetti, in collaborazione con la Regione Abruzzo e il Comune di Pescara, spegne le trenta candeline dal 27 al 30 maggio nella città abruzzese, aprendo i lavori all’Aurum, che ospiterà i programmi professionale, cinema e scuole, e nel cuore della città (Piazza Salotto e Corso Umberto I), dove andrà in scena il programma pubblico e si svolgeranno le attività del Cartoons on the Bay Village.  Sono 325 le opere iscritte al Pulcinella Awards 2026 nelle sette categorie (Preschool Tv Show, Upper Preschool Tv Show, Kids Tv Show, Youth Tv Show, Interactive Animation, Short Film, Feature Film) di artisti e studi provenienti da 53 paesi nel mondo. L’edizione del trentennale di Cartoons on the Bay assegnerà i Pulcinella Career Award al regista Kirk Wise, noto al grande pubblico per avere diretto capolavori Disney come “La bella e la bestia”, “Il gobbo di Notre Dame”, “Atlantis – L’impero perduto” e all’autore di videogame Don Daglow, maestro in video giochi di simulazione e di ruolo. Pera Toons sarà premiato con il Pulcinella Digital Award, la piattaforma di gioco online Roblox con il Pulcinella Immersive Award. Il riconoscimento Studio of the Year andrà a Cartobaleno, l’International Studio of the year alla belga Peyo Company, il Pulcinella Diversity Award al videogioco Bye Sweet Carole (di Chris Darril), il Pulcinella Transmedia Award a Pokémon. Sarà il Belgio il paese ospite dell’edizione 2026, al quale il Festival dedicherà panel e proiezioni. Il regista Alessandro Rak riceverà il premio Sergio Bonelli, realizzato in collaborazione con Sergio Bonelli Editore, giunto alla quinta edizione. Ospiti di Cartoons nomi di primo piano del mondo del disegno e dell’animazione, gli illustratori di Magic Domenico Cava e Katerina Ladon, la fumettista e scrittrice Barbara Baraldi, lo scrittore e sceneggiatore Pierdomenico Baccalario. Tre le mostre organizzate da Cartoons a Pescara: “Oltre le Terre di Mezzo: visioni tolkeniane” di Angelo Montanini, curata da Emanuele Vietina in collaborazione con Lucca Comics, “Corto Maltese, un mare infinito” sul leggendario marinaio avventuriero di Hugo Pratt e curata da Patrizia Zanotti e Marco Steiner, entrambe allestite nei saloni dell’Aurum, e quella lungo Corso Umberto I, “Quarant’anni di sogni e incubi con Dylan Dog” in collaborazione con Sergio Bonelli Editore. A celebrare il traguardo del trentennale è anche il manifesto disegnato da Francesca Ghermandi, che raffigura una sirena con cappello e maschera di Pulcinella che emerge dalle acque del mare Adriatico. Protagonisti di Cartoons on the Bay anche gli studenti di classi primarie e secondarie di primo e secondo grado. Ad animare gli incontri mattutini all’Aurum, che alterneranno momenti di spettacolo, gioco e divulgazione, saranno popolari personaggi della tv e della radio, da Armando Traverso e il pupazzo Krud al trio Dodò, Laura e Andrea de “L’albero azzurro”, al doppiatore di cinema e Tv Fabrizio Vidale. Pescara al centro del Festival anche con il Cartoons on the Bay Village, quest’anno allestito in Piazza Salotto, che consentirà al pubblico di ogni età di sperimentare giochi e attività dalle dieci del mattino a mezzanotte e di incontrare ospiti speciali del mondo dell’animazione. A completare il programma, due serate di grande spettacolo. A esibirsi sul palco allestito in Piazza della Rinascita (Piazza Salotto) alle ore 21.00 saranno Carl Brave, con un live acustico, e a seguire il dj-set di Ema Stokholma (venerdì 29 maggio) e Cristina D’Avena feat. Gem Boy, seguita dal dj-set di Claudio Cannizzaro (sabato 30 maggio). Gli eventi saranno a ingresso libero e gratuito. Main partner di Cartoons on the Bay sono RaiPlay, Rai Kids, Rai Radio2, Rai Radio Kids.  Rai Kids porta a Cartoons una presenza articolata, che intreccia divulgazione, intrattenimento e confronto professionale: anteprime, uno spettacolo live, un laboratorio, un corner espositivo all’Aurum e un panel istituzionale. RaiPlay propone un’offerta esclusiva interamente dedicata all’evento, con contenuti legati ai temi portanti dell’edizione, disponibile all’indirizzo: https://www.raiplay.it/cartoonsonthebay.  Anche Rai Radio Kids, No Name Radio, Radio Tutta Italiana a Pescara. Oltre agli spettacoli di Radio Kids inseriti nel programma scuole, la Direzione Radio Digitali Specializzate e Podcast sarà presente con le playlist di No Name Radio e Radio Tutta Italiana, che accompagneranno il pubblico negli spazi del Village e del Corso.

NUOVA STAGIONE

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Due settimane per un sogno

Torna “Playing Memories”. Su RaiPlay dal 20 maggio quattro nuovi episodi con la partecipazione di Marco Liorni

Dopo il successo riportato tornano i nuovi episodi di Playing Memories, il programma di Rai Contenuti Digitali e Transmediali con l’amichevole partecipazione di Marco Liorni, disponibile su RaiPlay. Un’ esperienza innovativa con giovani talenti provenienti in gran parte dai migliori Istituti di alta formazione artistico-musicale italiani insieme ad altri talenti internazionali. Ospitati in quattro residenze artistiche italiane, i quattro team di artisti, hanno a disposizione due settimane per ideare, allestire e portare in scena uno spettacolo inedito guidato dalla visione di un leader creativo. Ogni team è composto da circa quindici artisti di discipline diverse – musica, danza, fotografia, scenografia, pittura, disegno, visual art, recitazione e regia – chiamati a confrontarsi con il repertorio della musica italiana, tra brani tradizionali e contemporanei, editi e inediti. Gli spettacoli vengono presentati due volte: una nella città che ospita la residenza artistica e una successivamente all’estero. Tra gli ospiti delle nuove puntate Mirkoeilcane, Michele Bravi, Dardust e Roy Paci.

NOVITA’

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Tribù

Dal 25 maggio, dal lunedì al venerdì alle 20.10 su Rai 3, il nuovo programma factual condotto da Raffaele Di Placido, un viaggio antropologico attraverso il Paese alla scoperta di gruppi e realtà che si riconoscono in valori condivisi, codici identitari e rituali collettivi

In un mondo di individualismi, di persone sempre più chiuse in sé stesse, di comunità sempre più virtuali e digitali, c’è ancora chi si riunisce e si raccoglie intorno a esperienze vive e concrete, formando delle vere e proprie tribù, con i loro linguaggi, i loro codici, i loro riti. Dai sommergibilisti della Marina Militare italiana ai “Sorcini” – come si definiscono i fan di Renato Zero – passando per la comunità dei freestyler che ha inventato un vero e proprio linguaggio, fino ai butteri della Maremma che hanno fatto del loro lavoro d’altri tempi una ragione di vita. Nel corso delle venti puntate “Tribù” propone ogni volta un racconto diverso, costruito attraverso un’immersione totale del conduttore all’interno della comunità protagonista. Raffaele Di Placido trascorre un’intera giornata, dall’alba al tramonto, condividendo esperienze, ritmi e momenti di vita con i membri della “tribù” di puntata, dando vita a una narrazione corale e sfaccettata. Il percorso di scoperta culmina nella partecipazione a un evento significativo per la comunità, momento centrale che ne sintetizza i valori, le dinamiche e l’identità. Al termine di questa immersione curiosa e mai giudicante, emerge una domanda chiave, quasi una verifica emotiva e culturale del viaggio compiuto: si sentono davvero una tribù? Nella prima puntata andremo alla scoperta della “tribù dei sommergibilisti” all’interno dell’Arsenale Militare Marittimo di Taranto, il cuore della tradizione subacquea italiana. Qui i futuri sommergibilisti imparano tutto ciò che serve per vivere e lavorare in un ambiente unico e impegnativo: la navigazione in immersione, la gestione dei complessi sistemi di bordo, la sicurezza e la collaborazione indispensabile in spazi ristretti. Raffaele Di Placido racconterà cosa significa essere un sommergibilista, che stile di vita richiede e soprattutto che relazioni si creano tra persone che vivono per settimane in un ambiente ristretto e in un costante stato di allerta e concentrazione. In onda dal 25 maggio, dal lunedì al venerdì alle 20.10 su Rai 3.

 

 

LORENZO RICHELMY

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La parte più vera di sé

Una star di successo costretta a fare i conti con il proprio passato e con le maschere costruite nel tempo, ma anche una attenta riflessione sul mestiere dell’attore e sull’importanza di restare fedeli a sé stessi: «A volte l’uomo non è all’altezza del ragazzo». Un dialogo con il protagonista della commedia “Meglio tardi che mai”, tra carriera, fragilità e speranza, dove il cambiamento viene visto come un’opportunità di crescita: «La speranza è continuare a credere che il futuro possa riservarti colori migliori»

Iniziamo con la presentazione di Marco e in quale momento della sua vita lo incontriamo?

È un giovane attore italiano di grande successo, per quanto si possa essere “giovani” nel panorama italiano, che vive un momento di forte notorietà. Lo incontriamo probabilmente all’apice della sua carriera, in un momento di fama, ma anche di grande narcisismo, di strafottenza, di arroganza, un atteggiamento che a volte si ritrova in chi fa il mestiere dell’attore. Forse, però, sono atteggiamenti che vanno di pari passo, una persona più è sola, più tende a essere arrogante.

Una conseguenza o un rischio?

Secondo me vanno a braccetto, non credo che una sia causa o conseguenza dell’altra. Se scegli la strada del narcisismo arrogante, si spalanca la strada della solitudine, e più si è soli e sempre più è facile rimanere in questa condizione. Sono due vasi comunicanti. Nella mia esperienza personale, quando mi è capitato di sentirmi troppo pieno di me stesso, ho avuto la fortuna di avere accanto persone care che me lo hanno fatto notare, aiutandomi a ritrovare equilibrio.

Marco, nel film, si confronta con il proprio passato. Da dove nasce questa presa di coscienza?

In realtà non nasce da una scelta volontaria, perché gli arriva addosso una vera e propria tempesta mediatica. All’inizio lui non pensa davvero a fare pace con il proprio passato, vuole piuttosto sfruttarlo per uscire da quel momento difficile. Poi però, nel corso della storia, si rende conto che le sue radici rappresentano molto di più della maschera che si è costruito negli ultimi anni. Ha rinnegato una parte autentica di sé, le sue radici, poi scopre che proprio quella parte era ciò che lo faceva stare bene. L’immagine che si è creato per lavoro, invece, è ciò che lo ha portato a stare male e, in qualche modo, anche alla rovina. All’inizio sembra una crisi solo professionale, ma andando avanti capisce che è qualcosa di molto più profondo.

Che cosa rivela a Marco il nuovo incontro con Arianna?

Gli dà la possibilità di ritrovare sé stesso, di confrontarsi con il ragazzo che era stato: con i suoi sogni, il suo carattere, il modo in cui guardava il mondo da adolescente. C’è una frase molto bella che Arianna gli dice: “A volte l’uomo non è all’altezza del ragazzo.” Siamo abituati a pensare che crescere significhi migliorare, diventare una versione più completa di noi stessi. Però non sempre è così, a volte la vita ci indurisce, ci rende più cinici, più freddi. Ragazzi pieni di cuore diventano adulti molto diversi da ciò che erano. Marco, grazie ad Arianna, ha l’occasione di riconciliarsi con quel sé adolescente e di capire quanto se ne fosse allontanato.

Questa storia l’ha portata a riflettere anche sul mestiere dell’attore?

Assolutamente sì. È uno dei motivi per cui ho accettato questo ruolo, giocare sul tema dell’attore, mettersi a nudo, tra l’altro per me per la prima volta in commedia romantica, e affrontare temi sociali importanti, come quello del carcere. E per quanto riguarda il lavoro dell’attore, sono riflessioni che mi toccano personalmente, come dicevo prima, ho avuto la fortuna che le persone vicine mi hanno fatto capire la brutta piega che stavo prendendo.

Quando se n’è accorto, che cosa ha provato?

La prima reazione è sempre il rifiuto. Ti dici: “Non è vero, sono gli altri che sbagliano, sono invidiosi.” È istintivo provare a scaricare fuori da sé la responsabilità. Quando riesci a vivere del lavoro che hai sempre sognato, inevitabilmente nasce anche un certo orgoglio. Il rischio è trasformarlo nell’idea di fare una vita migliore degli altri, ma poi, crescendo capisci che questo mestiere è molto più complesso, fragile e complicato di quanto sembri. Ti rendi conto di quanto sia difficile avere una serenità mentale stabile, soprattutto nel lungo periodo. All’inizio, quando sei giovane, tutto sembra facile, quando sei nel momento della tua vita in cui senti la necessità di una vita più stabile, tranquilla, vorresti creare una tua famiglia, è pesante dipendere sempre dalle decisioni di altri. Fortunatamente amici di cui mi fidavo molto mi hanno aiutato ad aggiustare il tiro (ride).

Prendendo spunto dal suo personaggio, come reagirebbe, nella vita, agli imprevisti del destino?

Ne ho avuti parecchi, in passato tendevo a chiudermi, a nascondermi. Poi ho capito che il segreto è continuare a camminare. Qualunque cosa accada, anche la più grave, restare fermi nella preoccupazione non cambia nulla, il cosiddetto “piangere sul latte versato” non dà la soluzione. Bisogna darsi il tempo di metabolizzare quello che succede, senza reagire in modo impulsivo, ma poi bisogna andare avanti. Prima mi sarei vergognato, avrei abbassato lo sguardo, oggi cerco di guardare avanti, di continuare il mio percorso, magari più lentamente, ma senza fermarmi.

Che cosa le sta insegnando questo lavoro?

Che si vive sempre su una montagna russa, ma che non si smette mai di imparare e che non puoi mai sentirti arrivato. Se trasli questo concetto nella vita, è un lavoro che mi ha insegnato ad assumere sempre la postura dello studente. C’è sempre qualcuno da ascoltare, qualcosa da capire.

Ha fatto molto teatro, una profonda scuola di umanità. Come si confronta con quest’arte?

Per me il teatro è terapeutico, quello che raccontiamo nel film io ci credo tantissimo. Viviamo in un’epoca in cui tutto è filtrato dai social, dall’immagine, dal bisogno di apparire sempre perfetti, al contrario il teatro ti spoglia, costringendo a mostrarti per quello che sei. Gli spettacoli più belli sono estratti di vita vera, e sono spesso dolorosi. E la forza terapeutica del teatro sta proprio nel fatto che ti fa capire che nessuno ce l’ha davvero con te, non esistono il cattivo assoluto o il buono assoluto. Le persone fanno del male perché hanno le loro fragilità, le loro ferite, non perché siano “cattive” per natura. Il teatro aiuta a comprendere questo e ti obbliga a confrontarti con gli altri. Alla fine, quasi sempre, ne esci più sereno e con uno sguardo più fiducioso verso il mondo.

“Purché finisca bene” racconta storie che ruotano attorno al lieto fine. Che cosa le piace di questo tipo di racconto?

È la prima volta che faccio una vera commedia romantica. Ho interpretato tanti personaggi cupi, oscuri, thriller, stavolta invece mi sono ritrovato dentro una favola, una storia che porta leggerezza, ma che affronta anche temi importanti. Ed è proprio questa, secondo me, la forza del film: parlare di questioni profonde senza appesantirle. È una chiave narrativa molto potente.

Concludo chiedendole che valore ha la speranza nella sua vita?

Per me la speranza è diversa dalla fede. La fede implica aspettare qualcosa dall’alto; la speranza invece è più concreta, più umana. È scegliere di credere che le cose possano migliorare. Per me il cambiamento è quasi sempre positivo, anche quando all’inizio fa paura. La speranza è continuare a immaginare che il futuro possa ancora sorprenderci con colori nuovi, magari persino migliori di quelli che conosciamo oggi.

Mariana Lancellotti

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Quando l’arte cura l’anima

Un racconto intenso di rinascita, seconde possibilità e libertà interiore. L’attrice, protagonista con Lorenzo Richelmy del film “Meglio tardi che mai”, titolo della collana “Purché finisca bene”, riflette sul valore del teatro come strumento di salvezza personale e sull’importanza di restare fedeli a se stessi: «Il teatro ci insegna a metterci nei panni degli altri e a capire meglio anche noi stessi.» Domenica 31 maggio in prima serata Rai 1

Chi è Arianna e in quale momento della sua vita la incontriamo?

Arianna è una ragazza che si è fidata tanto, e che continua a fidarsi fino a quando, grazie anche al teatro che ritroviamo nel film, riesce finalmente a guardarsi dentro e a trovare delle risposte concrete. Capisce davvero chi è e riesce a salvarsi. A un certo punto della storia dice: «Adesso voglio decidere io per me. Voglio riprendermi le redini della mia vita.» Ed è lì che Arianna si rivela per quella che è davvero.

Quali sono gli elementi che la portano, almeno all’inizio, ad avere una forte diffidenza verso le persone e verso la vita?

Lei si è fidata, ma si è sentita tradita. Si ritrova in carcere, anche se poi nel film scopriremo che le cose non sono esattamente come sembrano. Per questo inizia a chiudersi in se stessa. Inoltre, aveva già vissuto un tradimento anni prima, da parte di una persona che riteneva importante e speciale. La troviamo quindi in un momento molto buio della sua vita, in un posto che non sente adatto a lei, con certezze spezzate e sentimenti non ricambiati — o forse ricambiati, ma non nel modo in cui lei avrebbe voluto. È come se le mancasse la terra sotto i piedi.

Come reagisce Mariana a un tradimento o a un imprevisto del destino?

Io sono molto impulsiva. Il sentimento arriva subito, di pancia. Poi, però, cerco sempre di fermarmi un attimo, respirare e riflettere sulle cose che succedono. Dopo quel primo impatto emotivo, elaboro la situazione e cerco di capire come reagire.

Nel vostro lavoro vi trovate spesso davanti a dubbi e scelte. Come supera la diffidenza di fronte a un personaggio o a un progetto?

È vero, anche noi attori a volte siamo diffidenti, ma succede anche nella vita quotidiana. Ho imparato però che la diffidenza rischia di bloccarci e di impedirci di andare avanti. Con i personaggi faccio quello che provo a fare anche con le persone: tengo la guardia bassa. Accolgo il personaggio per quello che è, senza giudicarlo, cercando di comprenderlo fino in fondo.

Torniamo alla coppia Marco e Arianna. Cosa rivelerà questa storia al pubblico?

Che è importante concedersi delle seconde possibilità. È una storia che parla di riscatto: personale, sociale e anche sentimentale. A volte la vita non va come ce l’eravamo immaginata, ma questo non significa che tutto sia perduto. Credo che il messaggio più importante sia proprio questo: avere il coraggio di ricominciare.

Lei crede nelle seconde possibilità?

Sì, soprattutto nelle relazioni importanti e con le persone a cui tengo. Può capitare di fraintendersi o di non capirsi, ma la cosa fondamentale è fare chiarezza e ascoltare davvero ciò che abbiamo nel cuore.

Nel film il carcere e il teatro diventano strumenti di rinascita. Quanto può essere salvifica l’arte?

Per me l’arte è sempre salvifica. La lettura è salvifica. Il teatro nasce proprio dalla lettura, così come il cinema nasce dalla sceneggiatura. Nelle storie ci ritroviamo sempre, perché i sentimenti umani restano universali. Cambiano le epoche e le situazioni, ma l’essere umano rimane lo stesso. Il teatro, in questo senso, è una forma di terapia. Attraverso un personaggio possiamo capire meglio anche noi stessi: chiederci come reagiremmo in quella situazione, oppure osservare punti di vista diversi dal nostro. Credo che il teatro sia fondamentale perché ci insegna a metterci nei panni degli altri. E questo ci rende anche più predisposti all’ascolto. Oggi vedo tanta violenza in giro, una società che reagisce immediatamente e spesso con aggressività. Se imparassimo tutti a fare un lavoro interiore attraverso il teatro, forse saremmo più empatici.

Quindi un buon corso di teatro farebbe bene a tutti?

Assolutamente sì. Lo inserirei persino nelle scuole.

Si è mai chiesta come avrebbe reagito se quello che accade ad Arianna fosse successo a lei?

Sì, inevitabilmente me lo sono chiesta. Arianna ha un istinto di sopravvivenza molto forte. In situazioni del genere è facile perdere completamente la testa o lasciarsi andare. Lei invece riesce a resistere, anche grazie alla convinzione della propria verità. È quello che le permette di non perdersi.

La sua è anche una ricerca di libertà. Lei invece dove si senti davvero libera?

È una bella domanda, perché in fondo non siamo mai completamente liberi. Io mi sento libera soprattutto a casa mia e con le persone che amo. Con loro posso essere davvero me stessa, senza vergognarmi di ciò che provo. A volte quando le persone stanno male o piangono tendono a nascondersi. Io invece sono felice di avere un posto sicuro dove poter essere fragile.

Questa è una storia destinata al lieto fine. Lei ama i finali felici?

Moltissimo, sono una romanticona. Quando vedo un film che finisce male ci resto malissimo anche dopo essere tornata a casa. Per me il cinema, come la lettura, ha qualcosa di salvifico e il lieto fine lo pretendo.

Che spettatrice è?

Adoro i film romantici, ma amo molto anche le storie che raccontano la vita di grandi personaggi. E poi adoro il fantasy. Mi piacerebbe tantissimo lavorare un giorno in un film di questo genere, perché ti porta in mondi lontani dal nostro, pieni di magia e immaginazione. Sono cresciuta con “Le Cronache di Narnia” e “Il Signore degli Anelli”. Quel mondo continua ad affascinarmi tantissimo.

Da quello che racconta si capisce che è anche una grande lettrice. Com’è arrivata alla recitazione?

Ci sono arrivata da ragazzina. Sono cresciuta negli anni ’90 con i film Disney e consumavo le videocassette: guardavo gli stessi film continuamente, imparando a memoria dialoghi e canzoni. Giocavo con le mie sorelle: loro facevano le registe e io l’attrice. Poi sono arrivate le recite a scuola, quelle in parrocchia e infine un corso di teatro nella mia città. Da lì ho iniziato a studiare seriamente. Dopo il corso entrai in una compagnia teatrale che stava preparando una tragedia greca. Interpretavo Fedra e girammo diversi teatri e siti archeologici. Alla fine di quell’esperienza mi sono resa conto che non potevo più lasciare il teatro. Così ho iniziato a cercare accademie, mi sono trasferita a Roma e ho continuato a studiare.

Che cosa ha scoperto di sé grazie alla recitazione?

Ho scoperto che posso essere tante cose diverse e che mi piace sperimentare. Attraverso i personaggi puoi vivere aspetti di te che nella vita quotidiana magari non emergono mai: interpretare qualcuno di più aggressivo o più tranquillo, fare scelte che nella realtà non faresti. È un perfetto corso di esplorazione di sé.

Dove la vedremo prossimamente?

C’è qualcosa che bolle in pentola, ma per ora non posso ancora dire nulla. Intanto il 31 maggio andrà in onda su Rai 1, intorno alle 21:30, questo nuovo progetto. Nessuno deve mancare (ride).

LAURA CHIMENTI

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Talento e passione

Un viaggio che ripercorre le storie di grandi imprenditori, insigniti dal Capo dello Stato dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, che con le loro attività hanno contribuito alla crescita del Paese. Il martedì, in seconda serata su Rai 3 c’è “Onore al merito”. «Raccontiamo aziende che danno occupazione a tantissime persone, che esportano nel mondo in un momento storico difficile – racconta la giornalista al RadiocorriereTv – per loro è una vera e propria sfida»

Sin dal titolo il programma propone una riflessione sul concetto di merito, di capacità, di impegno. Ci racconti il viaggio che state facendo con questa seconda edizione?

È una seconda edizione bellissima, ancora più ricca della precedente, perché anziché raccontare un unico imprenditore a puntata, ne raccontiamo due. Sono 16 Cavalieri del Lavoro, uomini e donne che io definisco dei motivatori, perché con il loro saper fare, il saper vedere, il saper costruire, danno un esempio bellissimo a chi vuole fare impresa, a partire dai giovani. Non parliamo di semplici imprenditori, è giusto definirli Cavalieri del Lavoro anche per la nobiltà d’animo, per il loro essere generosi nei confronti del territorio, della comunità. Hanno un fortissimo senso di responsabilità etica e morale.

 

Imprenditori la cui azione va oltre il semplice profitto…

Sono imprenditori e ovviamente pensano al profitto, ma lavorano con un obiettivo ancora più nobile, quello di fare di più per chi sta con loro, per chi lavora con loro. Tutti mi raccontano di come sentano i loro collaboratori parte della loro famiglia. Parlo di aziende che hanno anche molte migliaia dipendenti.

 

Che Italia emerge dai ritratti che proponi?

Un’Italia bella, del fare, che ce la fa per i propri meriti, per le proprie capacità. È un’immagine positiva del Paese, raccontiamo aziende che danno occupazione a tantissime persone, che esportano nel mondo in un momento storico difficile. Per loro è una vera e propria sfida. Lo scorso anno abbiamo fatto 647 miliardi di export, più 3,3 per cento sull’anno precedente. Nonostante tutto, questi imprenditori sono stati capaci di diversificare, di andare in altri paesi. Di fronte a una difficoltà il grande imprenditore deve trovare la via d’uscita.

 

Al di là delle motivazioni istituzionali, quali tratti comuni riconosci tra questi imprenditori?

Li unisce la passione per il lavoro, sono sempre sul pezzo. Alle 8 di mattina sono i primi a entrare in azienda e alla sera gli ultimi a uscire.

 

Tra le tante storie di vita imprenditoriale che propone il programma, ce n’è una che ti ha colpito più delle altre?

Quella di Fabrizio Di Amato, proprietario del Gruppo Maire. A 19 anni aprì una società di impiantistica, lo fece da solo non ereditando l’azienda di famiglia, oggi ha 11 mila dipendenti ed è presente in 89 paesi. Certo, ci vuole anche fortuna, devi capitare al momento giusto, nel posto giusto, però la capacità è determinante. Se non hai quel quid, se non hai talento, può passarti davanti qualsiasi treno e tu non lo prendi.

 

Chi è, in sintesi, un Cavaliere del Lavoro?

Un imprenditore speciale, che ha fatto qualcosa di bello o di buono.

 

Come si trasferisce ai giovani, ai nostri ragazzi, il concetto di impegno?

Sicuramente va insegnato, ma personalmente mi fido del detto “dubito di quello che dici, mi fido di quello che fai”. Quando un figlio vede un genitore che lavora, che porta a casa un risultato, che è una persona stimata, avrà un esempio da seguire. L’insegnamento nei confronti dei giovani deve essere pratico, concreto. Esempi concreti come quelli che proponiamo con il programma. Se un ragazzo sogna di fare l’imprenditore e vede Giampaolo Dallara che ha creato un impero delle macchine, può pensare, “allora mi impegno pure io”.

 

Che cosa significa essere giornalista del Servizio Pubblico?

Fare il giornalista è sempre fare Servizio Pubblico, significa raccontare quello che vedi e sai, arricchendoti di quello che impari. Il giornalista è per me il più grande specchio della realtà, un bravo giornalista ti fa vedere la realtà in maniera coerente.

 

Cosa pensi di aver imparato in questi quasi trent’anni di giornalismo?

Mi sono fatta le ossa e continuo a farmele tutti i giorni. Ti capita sempre qualcosa di nuovo con cui confrontarti, quella del giornalista è una professione che ti avvicina alle persone.

 

Se potessi ricominciare professionalmente, rifaresti tutto da capo?

Sì. Con tutti sì che ho detto e tutti i no che ho detto. Rifarei tutto ciò che ho fatto.

 

Da 30 anni in Rai, che cosa rappresentano per te il Tg1 e quest’azienda? L’azienda è casa, cioè mamma Rai, il Tg1 pure. Ho avuto tante proposte lavorative fuori dal telegiornale ma ho sempre detto di no perché sono nata qui, sono affezionata alla mia relazione, al mio direttore. Tu cambieresti madre? (sorride).

 

Cosa rappresenta e quanto vale per te il consenso del pubblico?

Quando vado in giro e le persone mi fermano, mi fanno i complimenti, sono contenta. Quando possibile cerco di entrare nelle case dei telespettatori con il sorriso, capita poi ci siano occasioni in cui, per le notizie trattate, non puoi farlo. Credo nell’empatia e sono felice quando il pubblico la ritrova nel mio modo di pormi.

 

ADRIANO MONTI BUZZETTI

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Trent’anni di fantasia e futuro digitale

Dall’animazione ai videogiochi, dalla creatività digitale al rapporto con le scuole, fino al dialogo con Pescara e con il Belgio, paese ospite. Il nuovo direttore artistico di Cartoons on the Bay racconta l’edizione del trentennale. Al centro, un messaggio forte per i giovani: dietro ogni grande storia ci sono talento, lavoro di squadra e competenze vere

Che significato assume il traguardo dei trent’anni per un festival nato intorno all’animazione e oggi sempre più aperto ai nuovi linguaggi?

È un compleanno, quindi prima di tutto un’occasione per fare festa e per celebrare un cammino di crescita ed esperienza. Stiamo cercando di sottolinearlo in vari modi: dal restyling grafico del logo al tema fondante di quest’anno, “Fantasia 2.0”, che è anche uno slogan programmatico. Racconta la voglia del Festival di aggiornarsi continuamente e di interpretare uno scenario, quello dell’animazione, dei videogiochi, dei prodotti transmediali e crossmediali, che cambia senza sosta. Questo anniversario diventa anche l’occasione per fare uno scatto in avanti e irrobustire alcune caratteristiche dell’evento, ascoltando anche le sollecitazioni del territorio e della Regione Abruzzo.

Quale impronta ha voluto dare a questa edizione?

Abbiamo lavorato su tre direttrici principali. La prima è il rapporto con le scuole, che vogliamo potenziare molto. Già dall’edizione invernale 2025, e ancora di più in questa, stiamo costruendo incontri, masterclass e workshop rivolti a ragazzi che vanno dalla scuola primaria fino all’ultimo anno della secondaria di secondo grado. L’idea è di farli incontrare con grandi professionisti e talenti del settore: doppiatori, sceneggiatori, storyboarder, animatori, illustratori, ingegneri del suono. Vogliamo creare una sorta di grande accademia, un momento di confronto con i mestieri della creatività digitale, che per i ragazzi più grandi può diventare anche uno spunto per il futuro professionale.

Cartoons guarda con sempre maggiore attenzione al gaming. Quanto è cambiato il confine tra animazione, narrazione e gioco?

C’è un’apertura forte verso il mondo degli appassionati del gaming, inteso non solo come videogioco, ma anche come giochi da tavolo, giochi di carte, giochi di ruolo, war games, action figure, miniature da collezione. È un universo ludico che dialoga con l’animazione e con il videogioco, ma anche con le grandi fan base e con le convention europee e internazionali. Da quest’anno Lucca Comics & Games, con il direttore Emanuele Vietina, che è anche nella nostra giuria, diventa partner ufficiale. L’obiettivo è creare nel centro della città un village, un luogo d’incontro dove si potrà giocare, incontrare sceneggiatori, disegnatori, protagonisti del fumetto e designer di giochi, che racconteranno anche il dietro le quinte del loro lavoro.

Pescara sarà ancora una volta il cuore dell’evento, con l’Aurum e diverse location cittadine. Quanto conta il rapporto tra il Festival e la città che lo ospita?

Conta moltissimo. Il terzo elemento su cui abbiamo lavorato è proprio l’apertura alla cittadinanza, anche a chi magari non ha un interesse specifico per i temi del Festival. Pescara e l’Abruzzo ci ospitano, e abbiamo voluto rendere omaggio a questo territorio creando occasioni capaci di coinvolgere pubblici diversi. In questo senso nasce anche il programma spettacolare di palco, con artisti noti al grande pubblico, alcuni dei quali arrivano da Sanremo e una figura come Cristina D’Avena, che ha un legame naturale con il mondo dell’animazione grazie alle tante sigle storiche dei cartoni animati. È un modo per creare un ponte con la città, con le famiglie, con i bambini, con i ragazzi e con i genitori che quelle sigle le hanno cantate e amate.

Il Belgio è il Paese ospite di questa edizione. Che tipo di dialogo si apre tra la tradizione creativa belga e il percorso internazionale di Cartoons on the Bay?

Il primo omaggio è a Peyo, lo studio belga per eccellenza, portabandiera di un certo modo belga di fare fumetto. Il Belgio rappresenta a tutti gli effetti una scuola specifica e molto riconoscibile nella storia dell’animazione. Peyo prende il nome dallo pseudonimo di Pierre Culliford, creatore dei Puffi: quando si pensa al Belgio, oggi, il pensiero va immediatamente anche a quell’immaginario. Parliamo di una scuola espressiva e creativa che ha generato una delle proprietà transmediali più durature e forti dell’immaginario globale. Vogliamo riconoscere ciò che il Belgio ha rappresentato e rappresenta nei percorsi dell’animazione: la capacità di guardare alla propria tradizione, alla linea chiara, al proprio modo di disegnare e animare i personaggi, ma anche la capacità di innovarsi continuamente.

Animazione e videogiochi. Che cosa rappresentano oggi questi due linguaggi nel racconto contemporaneo?

Rappresentano la vocazione alla transmedialità che oggi hanno tutte le storie. Viviamo in un mondo completamente interconnesso, dove una storia può partire da un libro, diventare un videogioco, poi un film, poi un cartone animato e magari prendere ancora altre strade, fino ai giochi da tavolo. Il racconto contemporaneo è una linea spezzata che attraversa piattaforme e modalità mediatiche molto diverse. Videogioco e animazione sono cugini di primo grado e oggi sono sempre più vicini, anche perché la resa estetica del videogioco è cambiata moltissimo rispetto agli anni Ottanta. Oggi la fluidità delle immagini e la qualità degli ambienti sono tali da far sembrare il videogioco quasi un cartone animato che possiamo comandare.

Che cosa può nascere da questa interazione sempre più forte tra spettatore, giocatore e racconto?

Si va verso una sinergia sempre maggiore. Forse un domani avremo cartoni animati i cui sviluppi potranno essere decisi dallo spettatore attraverso le sue scelte. Lo spettatore non sarà più soltanto un soggetto passivo, ma potrà interagire con la storia. Sono percorsi già allo studio e dimostrano quanto animazione e videogioco siano ormai mondi interconnessi, capaci di offrire un modo efficace, coinvolgente ed empatico di entrare nella narrazione.

In un tempo segnato dall’intelligenza artificiale, qual è il messaggio più importante che questa edizione vuole lasciare?

Il messaggio più importante, soprattutto nel rapporto con le scuole e nel dialogo tra professionisti e ragazzi, è ricordare che tutto quello che vediamo — questa grande industria dell’intrattenimento, del divertimento, della passione e dell’entusiasmo — nasce da un duro lavoro. Nell’era dell’intelligenza artificiale può esserci la tentazione di pensare che basti chiedere qualcosa e che una sorta di genio della lampada elettronico crei tutto automaticamente. Non è così. Le storie migliori, i cartoni animati migliori, i videogiochi migliori e i prodotti più significativi della creatività digitale nascono da un lavoro impegnativo, collettivo, di squadra. Diverse professionalità si incontrano, dialogano e collaborano. Collaborazione, impegno e sinergia tra i saperi sono la base per creare un prodotto di eccellenza.

VIRGINIA BOCELLI

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Stella, una ferita da ascoltare

L’interprete di Stella racconta l’ingresso in “Mare Fuori” attraverso un personaggio fragile, riservato e segnato da un fatto grave. Nel percorso dentro l’IPM, il carcere diventa uno strumento di redenzione: uno spazio duro, ma anche capace di aprire una possibilità nuova, dove il pubblico è chiamato a guardare oltre la colpa e a riconoscere la persona

 

Interpreta un personaggio complesso come Stella: cosa l’ha colpita subito di lei?

La prima cosa che ho sentito, leggendo la sceneggiatura, è stata un senso di protezione nei suoi confronti: Stella porta dentro di sé esperienze durissime e, insieme, conserva una parte molto vera, molto sensibile, molto “pulita”. Ho capito subito che per avvicinarmi a lei non avrei dovuto giudicarla per quanto ha fatto ma provare a capire come si sente e quanto sia ferita dentro.

Stella entra in IPM da un contesto completamente diverso: quanto è stato difficile entrare nella sua storia?

Per fortuna Stella viene da un contesto fatto di ombre e di scelte incomparabilmente più dure. Però ho cercato di partire da qualcosa che sento mia. Potrei definirla “riservatezza”. Stella non si racconta subito, trattiene molto. Da lì ho cominciato a capirla davvero, a pensare come lei, a immaginare cosa stesse attraversando in ogni scena. Una volta dentro il suo mondo, le situazioni cominciano ad avere un senso diverso.

Il suo personaggio si macchia di un crimine ed è molto solo: come hai lavorato su questa fragilità?

Cercando di essere sincera, soprattutto nelle scene più dure. Quando un personaggio soffre così tanto, il rischio è di forzare l’emozione, di mostrare la sofferenza invece di sentirla davvero. Ho cercato di lasciare spazio a quello che Stella stava vivendo, senza aggiungere niente di mio che non c’entrasse. Non è stato semplice, ma avere un set sereno mi ha aiutata tanto.

Viene dal mondo della musica: recitare in una serie così intensa è stato davvero “un salto nel vuoto”?

Non proprio nel vuoto, ma è stato un salto grande. La musica la conosco da sempre, ci sono cresciuta dentro. Il set ha tempi completamente diversi: c’è l’attesa, il silenzio, e soprattutto ogni scena si costruisce pezzo per pezzo. All’inizio ero molto in soggezione: la paura più grande era non riuscire a piangere quando la scena lo richiedeva, non saper trasmettere emozioni a comando. È un modo di esprimersi diverso, e non sapevo se ne fossi capace. Però mi hanno accolta subito, mi hanno messo a mio agio, e questo ha fatto la differenza.

In questa stagione canta anche: si è sentita più sicura con la musica accanto alla recitazione?

In un certo senso sì. Quando Stella canta ho trovato qualcosa di familiare, un punto fermo dentro una storia molto intensa. E poi crescere nella musica mi ha insegnato ad ascoltare, a non avere fretta nemmeno delle pause. Sul set ho scoperto che serve la stessa cosa: anche una scena ha il suo respiro, i suoi tempi.

Racconta di essere cresciuta guardando “Mare Fuori”: che effetto le fa passare da spettatrice a protagonista?

È strano da spiegare. La guardavo con mia mamma fin dall’inizio, era di casa, seguivamo la serie insieme appena uscivano gli episodi. Poi mi sono trovata lì, in mezzo a quei corridoi, con le telecamere a poca distanza dal viso. La cosa più difficile non è stato il set in sé, ma sentire quell’obiettivo vicinissimo che aspetta la tua reazione, il tuo sguardo. Però è stato anche molto bello, proprio perché la conoscevo e ci tenevo davvero.

Lei è una grande fan del personaggio di Rosa Ricci: com’è stato trovarsi sul set con lei e con gli altri attori?

Rosa Ricci è un personaggio che cambia, che si mette in discussione. Ha strati che si scoprono uno alla volta. Quando sono arrivata sul set ero l’ultima entrata, gli altri si conoscevano già tutti, e mi sentivo un po’ in soggezione. Poi l’attrice che la interpreta mi ha chiamata al tavolo: “Tu sei Stella? Vieni a sederti con noi!” Non me lo aspettavo, ed è stato il momento in cui ho tirato un bel respiro.

Ha iniziato prestissimo tra musica, danza e studio: come riesce a tenere insieme tutto?

Ho imparato che se ti impegni seriamente in una cosa, poi quell’abitudine la ritrovi anche nelle altre. La danza e lo sport mi allenano a concentrarmi: quando sei in pedana o in sala prove, non puoi avere la testa altrove, e alla fine questo vale anche nello studio e sul set. Per la scuola cerco di restare in pari: faccio i compiti anche quando sono fuori, li mando ai professori. Quest’anno ho iniziato le superiori, ho anche il latino, che richiede una certa pazienza.

Dopo esperienze come “Doc – Nelle tue mani” e ora “Mare Fuori”, sente che la recitazione sarà parte del tuo futuro?

Lo sto ancora scoprendo e mi piace che sia così. La musica c’è sempre stata, è una presenza quotidiana. La recitazione mi ha aperto un modo diverso di esprimermi: entrare in una storia, attraversarla cercando di renderla vera. Ma non sento il bisogno di scegliere adesso. Adesso la priorità è studiare e crescere con calma, lasciando che le scelte arrivino quando sarà il momento giusto.

Cosa spera arrivi al pubblico di Stella, al di là della sua storia?

Spero che chi guarda riesca a non chiuderla subito in un’etichetta, non ridurla a “quella che ha sbagliato”. Stella ha fatto qualcosa di grave, e questo resta. Ma dietro certi gesti c’è spesso qualcosa che non è stato ascoltato in tempo. Se riuscissi a trasmettere anche solo questo, sarei molto contenta: l’idea che guardare le persone con più attenzione, senza fermarsi all’errore, possa fare davvero la differenza.

Tv Movie Un futuro aprile

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Dolore, giustizia e rinascita

Liberamente ispirato al libro “Sola con te in un futuro aprile” di Margherita Asta e Michela Gargiulo (Fandango Libri), il tv movie diretto da Graziano Diana, in onda giovedì 21 maggio in prima serata Rai 1, porta in scena una delle più drammatiche stragi di mafia della storia italiana – la strage di Pizzolungo -, ponendo però l’attenzione sull’incontro umano tra due persone unite da una tragedia impossibile da dimenticare

 

Una delle più drammatiche stragi di mafia della storia italiana diventa il cuore di un racconto intenso e profondamente umano: quello dell’incontro, atteso per anni, tra due persone unite da una tragedia impossibile da dimenticare. Da una parte il dolore della memoria, dall’altra il difficile conforto dell’oblio. È la storia di Margherita Asta e del giudice Carlo Palermo, protagonisti del tv movie “Un futuro aprile”, diretto da Graziano Diana e coprodotto da Rai Fiction ed Elysia Film. Cosa può unire per sempre una ragazzina di undici anni di Trapani e un magistrato severo, trasferito da Trento per continuare le indagini del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, assassinato dalla mafia? Apparentemente nulla. In realtà, il destino. Il 2 aprile 1985, sulla strada che collega Pizzolungo a Trapani, due auto percorrono lo stesso tratto a pochi metri di distanza. In una viaggiano Barbara Asta con i suoi due figli gemelli di sette anni; nell’altra il giudice Carlo Palermo, arrivato a Trapani solo da pochi giorni. Per un istante le due vetture si affiancano. È in quel momento che esplode un’autobomba parcheggiata lungo la strada. L’attentato, destinato al magistrato, si trasforma in una strage: il giudice Palermo rimane ferito, mentre Barbara Asta e i suoi due bambini perdono la vita. Margherita Asta si salva soltanto perché in quel momento si trova a scuola. Ma da quel giorno la sua esistenza cambia per sempre. Negli anni successivi, il padre Nunzio segue senza sosta indagini e processi, mentre i veri responsabili della strage sembrano restare nell’ombra. Margherita cresce attraversando rabbia, dolore e il bisogno di una giustizia che tarda ad arrivare. Per molto tempo considera il giudice Palermo responsabile della tragedia che ha distrutto la sua famiglia. Solo dopo la morte del padre decide di costituirsi parte civile in un nuovo processo, che porterà infine alla condanna dei mandanti dell’attentato. Ed è allora che sceglie di incontrare Carlo Palermo: un uomo sopravvissuto alla strage, ma segnato per anni da un devastante senso di colpa. Da quell’incontro nasce un momento di profonda umanità, capace di trasformare il dolore in riconciliazione e speranza. “Un futuro aprile” è liberamente ispirato al libro “Sola con te in un futuro aprile”, scritto da Margherita Asta e Michela Gargiulo, pubblicato da Fandango Libri.

Il film andrà in onda in prima serata su Rai 1 giovedì 21 maggio, disponibile contemporaneamente anche su RaiPlay. Nel cast, Francesco Montanari interpreta il giudice Carlo Palermo, mentre Ludovica Ciaschetti veste i panni di Margherita Asta. Accanto a loro anche Peppino Mazzotta, Anna Ferruzzo, Denise Sardisco e Federica De Cola. Soggetto e sceneggiatura portano la firma di Graziano Diana, Stefano Marcocci e Domenico Tomassetti, con la collaborazione di Fabrizio Coniglio.

 

Il regista Graziano Diana racconta…

«Leggendo il libro “Sola con te in un futuro aprile” di Margherita Asta e Michela Gargiulo, mi ha colpito l’intensità del punto di vista: la visione di una bambina di 11 anni, a cui la mafia toglie la mamma e i fratellini. Un dolore inenarrabile, profondo, crudo. Margherita cresce e con lei anche la consapevolezza che lottare contro la mafia si può, raccontando la propria vita e la propria testimonianza. Quello che mi ha colpito fin dalla prima volta in cui ho conosciuto la drammatica storia della famiglia Asta, sono stati i contrasti. Il contrasto fra l’inaudita ferocia del gesto criminale – l’auto-bomba esplosa contro il giudice Palermo – e il candore delle innocenti vittime, la signora Barbara Asta ed i suoi gemellini. Il contrasto fra i piccoli sogni della sorellina superstite, Margherita, e l’enorme vischiosa rete di malaffare e di collusioni contro cui questi sogni si erano infranti. Lavorando al progetto, altri contrasti si sono imposti in modo indelebile. Il contrasto tra una famiglia retta ancora, malgrado il dolore e i torti subìti, dall’amore e dalla comprensione reciproca, e la “famiglia” mafiosa, retta dalla violenza. Il contrasto fra la lucente bellezza della costa a Pizzolungo, e la nera nube di orrore scaturita da quella tragica mattina del 2 aprile 1985. Per la famiglia quel tragitto in macchina significava andare verso la luce, la vita. Era un inganno. Non stavano andando verso la vita, ma verso la morte. Sono questi i contrasti che ho voluto rendere raccontando questa storia. C’è il mondo della famiglia Asta, dove vediamo Margherita cercare di ritrovare una parvenza di vita insieme a suo padre, e il mondo del giudice Palermo, sopravvissuto proprio attraverso il sacrificio di quella famiglia inerme. Dal giorno della tragedia, però, il mondo di Margherita e quello del giudice attraversano delle similitudini esistenziali: una stessa solitudine li rabbuia, una stessa solitudine circonda la famiglia di Margherita, così simile all’isolamento, all’ostracismo e all’emarginazione di cui comincia a soffrire il giudice. Emerge lo struggente contrasto tra padre e figlia, divisi dalla maniera di vivere il lutto e di cercare di sopportare quel dolore insopportabile. Ma emerge anche il contrasto fra il giudice sopravvissuto, servitore dello stato, e uno Stato che sembra essere incapace di trovare giustizia. Il drammatico percorso di Margherita e del giudice Palermo per riannodare i fili della loro esistenza, ritrovare il senso della vita lottando per trovare la verità sulla morte di Barbara Asta e dei gemellini, diventano così il percorso di due anime che il dolore allontana per molto tempo, ma che infine fa ritrovare. La tenerezza e l’intensità del loro incontro finale sono la sintesi narrativa ed esistenziale dei protagonisti e della storia.»

La parola ai protagonisti

Una storia resiliente

Francesco Montanari

 

Una storia di sopravvivenza vissuta da due punti di vista diversi: quello del giudice Carlo Palermo, scampato alla strage, e quello di Margherita Asta, figlia delle vittime dell’attentato…

Il mio Carlo Palermo non è stato costruito necessariamente a partire dalla storia vera di quest’uomo, perché io interpreto un personaggio cinematografico tratto da eventi di cronaca. Ho provato a mettere in scena un uomo pronto a tutto, anche a sopravvivere alla mafia, tranne a ciò che gli è effettivamente accaduto. Gli succede qualcosa di devastante, un “incidente di percorso” che genera un senso di colpa terrificante. Scegliendo la strada della magistratura e dell’antimafia aveva previsto di poter essere lui una vittima, ma a morire non è stato lui a morire, ma dei civili: una donna, una madre con due bambini. Di questa famiglia resteranno solo un’altra figlia e il marito. Questo senso di impotenza lavora piano piano dentro di lui e lo distrugge al punto da portarlo a ritirarsi dalla magistratura, pur continuando la lotta alla mafia in un altro modo, da studioso. È forse un uomo inusuale rispetto alle figure di magistrati che siamo abituati a vedere e raccontare: magistrati combattenti, uomini di strada, di grande temperamento. Lui invece è un uomo normale, e per “normale” intendo un uomo che cerca di vincere, involontariamente, la propria fragilità.

Che tipo di relazione viene raccontata con Margherita Asta?

Con la Margherita “fittizia”, interpretata da Ludovica Ciaschetti, abbiamo costruito un rapporto di assenza. Fondamentalmente c’è solo una scena verso la fine del film, quando Margherita è ormai adulta, in cui avviene questo confronto e una sorta di liberazione. Io ho lavorato su questo fantasma che, come un demone, arriva non solo nella notte, ma anche nel giorno, quando meno se l’aspetta, dentro il cuore di Carlo. Prende il sopravvento e lo fa sentire colpevole. Colpevole di cosa? Di una scelta civile che ha fatto. Pur sapendo che non è stato lui a premere il detonatore, pur sapendo di non essere il “cattivo sociale”, questo demone continua a lavorare dentro di lui. E non è un caso che questo demone sia rappresentato da una bambina, perché quella bambina è il simbolo massimo dell’innocenza, della fragilità che dovrebbe essere tutelata e protetta. Lui però non riesce ad andare avanti.

Ha avuto l’occasione di incontrare la vera Margherita?

Purtroppo, no, ma ho letto molto di lei, ho ascoltato le sue testimonianze, ho visto interviste e materiali che la riguardano, ma non ci siamo incontrati per motivi di tempi e impegni. Tutta la troupe, però, era molto entusiasta e curiosa di conoscere questa persona, perché nella mia idea Margherita è diventata l’emblema del coraggio.

Il dovere della memoria è fondamentale, perché facciamo così fatica ad ancorarci ai valori della memoria?

Viviamo in una società che da molto tempo allena quotidianamente l’essere umano a dimenticare. Più che dimenticare, però, credo che la dimenticanza sia una conseguenza dell’appiattimento delle capacità analitiche e critiche rispetto a ciò che accade. Con lo scorrere di un dito sul telefono hai tutto sullo stesso piano: la tragedia, la pubblicità, il divo o la diva che segui, la musica che ascolti, la cronaca. Tutto ha lo stesso valore. Quello che cerco di fare io, forse anche per deformazione professionale, è soffermarmi sempre su ciò che stiamo guardando davvero. La lettura, per esempio, implica un lavoro apparentemente faticoso, soprattutto se non si è abituati a leggere. Questo perché la letteratura è attiva, mentre ciò che guardiamo spesso è passivo. Stiamo però allenando esseri umani sempre più individualisti, meno abituati al confronto reale, allo sguardo negli occhi, all’ascolto autentico. Più che ascoltare davvero, sentiamo dei suoni. È un nuovo essere umano. Io non ho sicuramente gli strumenti per definirlo fino in fondo, perché sono nato in un mondo analogico e mi sono ritrovato in un mondo di monitor. Le nuove generazioni, cresciute dentro questo mondo digitale, avranno inevitabilmente altri schemi mentali. Credo, però, che storie come questa possano aiutare. Al di là dell’informazione storica, che è sacrosanta e necessaria, possono restituirci un po’ di confidenza con la sensibilità dell’essere umano.

 

Ludovica Ciaschetti

 

Qual è stato il suo approccio alla storia e al personaggio?

Il confronto con la storia, e quindi anche l’approccio al personaggio, è avvenuto nel momento in cui ho saputo di prendere parte a questo progetto. Io sono molto giovane, sono nata nel 2002, per cui conoscevo questa vicenda soltanto in parte. Quando ho capito che avrei potuto partecipare a questo lavoro, ho iniziato a documentarmi e a studiare ciò che era realmente accaduto. Il mio approccio a questa storia così importante è stato, quindi, prima di tutto umano e di conoscenza, perché si tratta di eventi che costruiscono le basi del nostro futuro come società. Ci dice molto rispetto alle persone che siamo e rispetto a ciò che è necessario fare oggi per ottenere giustizia di fronte a quello che succede nel mondo. Mi ha colpito profondamente la lotta di Margherita Asta e ciò che ha fatto per cercare di garantire che vicende come la sua venissero limitate, o addirittura non accadessero più. Per me è stato un incontro incredibile, una crescita umana gigantesca.

Cosa le ha insegnato questo personaggio?

Non mi ero mai dovuta confrontare con dolori così grandi, per fortuna, e quindi Margherita mi ha insegnato tantissimo rispetto alla parte attiva del gestire il dolore: come possiamo fare in modo che ciò che ci accade possa trasformarsi in qualcosa di positivo per gli altri, per la società e per il futuro. Alla fine, fare memoria significa anche questo: far sì che nel presente queste storie esistano e vengano conosciute, per garantirci un futuro migliore e per evitare che certe cose accadano di nuovo.

Quanto il racconto del film è aderente alla realtà dei fatti?

Rispetto alla storia che abbiamo raccontato, il rapporto con la realtà è stato molto fedele. Abbiamo cercato di attenerci il più possibile ai fatti reali e a come sono andate davvero le cose, soprattutto nel rapporto tra Margherita e il giudice Carlo Palermo. Purtroppo, fino a un certo punto della loro storia, il rapporto tra i due è stato molto limitato, almeno fino al grande confronto finale, un momento importante, quasi necessario, per mettere un punto al grande dolore che sia Margherita sia il giudice Palermo hanno vissuto, ciascuno a modo proprio. Credo che la cosa più bella, rispetto ai percorsi paralleli di questi due dolori, sia stato il grande rispetto che Margherita ha avuto per il viaggio che il dolore ha compiuto dentro questa persona, ma anche dentro una figura come quella del padre di Margherita. Il dolore ci coglie sempre impreparati e non possiamo pretendere di decidere quale percorso farà dentro le nostre vite. Per me è stato molto bello osservare, anche da spettatrice, il rispetto che lei ha avuto per questo processo interiore. È proprio questo che abbiamo cercato di raccontare. E chiaramente il momento in cui quel confronto finalmente arriva è estremamente emozionante e importante. Si crea quasi un’aspettativa verso questa grande conversazione che avrebbe dovuto avvenire da anni e che, fortunatamente, è arrivata nel momento in cui Margherita era cresciuta e aveva avuto il tempo di collocare il dolore e la vicenda all’interno della propria vita, dando loro uno spazio preciso.

Se dovesse definire questa storia con poche parole?

È difficile racchiudere questa storia in una sola parola, perché ha tantissime sfaccettature e ha attraversato molte fasi nella vita sia di Margherita sia del giudice Carlo Palermo. Però sicuramente Margherita è una delle donne più resilienti che io abbia avuto la fortuna di incontrare. Quindi direi che è una storia resiliente. Una storia che ha resistito a tanti momenti bui, nei quali faceva fatica a emergere all’interno della nostra società. Nonostante tutto, però, la storia ha resistito. Margherita ha resistito. Il giudice Carlo Palermo ha resistito. E hanno resistito affinché, a un certo punto, questa verità potesse venire fuori. Una storia resiliente.

ELENA RADONICICH

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Con Marta racconto la forza di essere fuori dagli schemi

Nel film tv “Purché finisca bene – Cercasi Tata disperatamente”, in onda domenica 24 maggio su Rai 1, l’attrice interpreta una donna in cerca della propria strada, divisa tra vita reale, comicità e una sorprendente identità da tata. L’intervista del RadiocorriereTv

Che cosa l’ha colpita subito del suo personaggio?

Marta mi ha offerto molte chiavi. È un personaggio che si traveste e che, in qualche modo, fa quello che faccio io: c’è una specie di specchio nella finzione. La vediamo nella sua vita reale, poi quando si trasforma in tata e infine quando sale sul palco come comica di stand-up. Sono tre zone diverse della sua identità. Quando ci si mostra al pubblico, come accade nella stand-up, si cerca un personaggio, anche se più si è vicini a se stessi e più si crea un legame vero con chi ascolta. È qualcosa che Marta scopre nel corso della storia. Quando invece indossa i panni della tata, vive la libertà che ti può dare una maschera. Paradossalmente diventa più libera proprio perché non usa le sue abitudini espressive. Questo mi ha permesso di giocare moltissimo. Probabilmente, per la prima volta, ho avuto tra le mani un personaggio così libero, inusuale, giocoso, con un lato infantile molto spiccato. Mi ha entusiasmata e mi ha permesso di fare cose nuove.

Quanto è importante raccontare oggi donne che non hanno tutto sotto controllo ma trovano comunque una strada?

È importantissimo, anche perché donne che hanno tutto sotto controllo, o uomini che hanno tutto sotto controllo, io non ne ho ancora incontrati. Esiste questa aspettativa sociale, questa pressione, ma non corrisponde e non può corrispondere alla vita di nessuno. Più vengono raccontati esempi di normalità, più si può mostrare quanto questa pressione sia sbagliata quando ci porta lontano dall’autenticità. Le storie possono aiutare anche a sciogliere dentro di noi alcune convinzioni. Io, personalmente, vivo nel caos da sempre. Anche se ho una figlia e quindi sono madre, non ho mai sentito fortissima questa pressione, probabilmente anche per il tipo di lavoro che faccio. Credo però che sia molto importante raccontare che il caos non è necessariamente un problema. Anzi, può portare a scoprire cose nuove di sé stessi. Può diventare anche uno strumento di curiosità, naturalmente se non si viene schiacciati: è sempre una questione di misura.

Marta inventa un personaggio per farsi assumere come tata. Quanto si è divertita a giocare con questa doppia identità?

Tantissimo. Abbiamo costruito un personaggio buffo, in cui però Marta finisce sempre per uscire fuori. Siamo partiti da uno stereotipo, quello di Mary Poppins, della tata perfetta, con una nota tedesca da signorina Rottermeier, che in qualche modo dovrebbe garantire la disciplina. Naturalmente è un preconcetto. Poi lo abbiamo portato un po’ oltre, lo abbiamo reso umano, ed è stato divertentissimo. In scena ho avuto davvero la possibilità di giocare. Questa volta il verbo “giocare” è reale: ho giocato con i bambini, abbiamo improvvisato, creato situazioni partendo dalla scrittura e poi ci siamo evoluti cercando strade per costruire una comicità peculiare, non generica. Ci abbiamo provato.

Come avete lavorato sulla dimensione comica del personaggio?

La ricerca della comicità è un esercizio quasi matematico. Da una parte c’è qualcosa di profondamente istintivo, dall’altra c’è un calcolo molto preciso di montaggio, inquadrature e tempi, oltre naturalmente all’efficacia delle battute e alla scrittura. Anche interpretare le parti di stand-up è stato un esercizio molto interessante. Non mi era mai capitato di lavorare in maniera così analitica su questo aspetto e credo che abbia portato risultati positivi, almeno per me che l’ho fatto. Mi sono anche distanziata dall’idea che avevo di me e questo è sempre molto positivo. Quando si pensa di sapere qualcosa di sé, è bello scoprire che non era esattamente così. Soprattutto se la scoperta è positiva. In questo caso lo è stata, e ne sono particolarmente felice.

Il film è ambientato e girato in Trentino. Quanto i luoghi hanno inciso sull’atmosfera della storia?

Trento è una città bellissima, come tutto il Trentino. Mi era già capitato di girare anni fa anche in Alto Adige. La natura lì incombe, sovrana e splendida. Abbiamo girato in autunno, che è una stagione perfetta. Il luogo partecipa alla storia con una meravigliosa pulizia delle immagini e delle linee. C’è un’atmosfera salubre, quasi fiabesca, che si sposa bene con il film, perché in qualche modo anche questa storia è una fiaba. Io ho trovato Trento incantevole

“Purché finisca bene” è una collana molto amata dal pubblico di Rai 1. Secondo lei qual è la forza di questo racconto?

Credo che sia un racconto capace di rasserenare e di dare calore a chi lo guarda. Facendo parte di questa collana, ha lo scopo di accompagnare gli spettatori in una serata piacevole, senza obbligarli a grandi riflessioni. L’idea è lasciare un sorriso sulle labbra e, allo stesso tempo, permettere qualche riflessione in modo dolce, senza chiedere uno sforzo eccessivo. La cosa che mi piace molto del nostro film è che quello che accade non è scontato. Lo svolgimento è sorprendente, ci sono molti argomenti e vengono sviluppati in maniera piuttosto originale. L’arco narrativo è evidentemente rassicurante, e quindi lo spettatore sa che, in qualche modo, finirà bene e che non accadrà nulla di terribile ai protagonisti. Però, allo stesso tempo, il film è costruito in modo da incuriosire e divertire il pubblico in maniera, secondo me, inaspettata. Abbiamo cercato di renderlo un po’ più croccante. Credo che Laura Chiossone ci sia riuscita e sono particolarmente felice della misura trovata all’interno di questa collana.

Che cosa le piacerebbe arrivasse al pubblico attraverso Marta?

Marta è una donna, certamente non più una ragazzina, che però si sta ancora confrontando con la vita. Non ha seguito le tappe che spesso la pressione sociale impone: a una certa età, intorno ai trent’anni, dovresti avere le idee chiare su chi sei e su cosa vuoi. Lei non le ha. Nessuno dovrebbe essere costretto a capire chi è entro certi limiti di tempo, con il rischio, altrimenti, di sentirsi ai margini della società. Non dovrebbe essere così e credo sia importante dirselo. Marta è ancora in un percorso, anche se apparentemente sembra tardi. In realtà non lo è. È bella perché cerca di essere profondamente sé stessa, al di là dei canoni. Non significa che non soffra, ma prova a liberarsi da ciò che le viene richiesto. Uno dei messaggi del film, nemmeno troppo nascosto, è che Marta inizia davvero a trovare se stessa quando fa cadere le sue maschere.