FILM TV

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Qualcosa di lilla

 

Con Federica Pala, Alessandro Tersigni, Raffaela Rea e con la regia di Isabella Leoni. In onda il 2 aprile su Rai 1

 

 

Nicole ha 15 anni, i genitori separati, la passione per la matematica e il peso di un’adolescenza che la fa sentire “non abbastanza”. La mamma vorrebbe vederla più matura, più “grande”, mentre Nicole è ancora saldamente ancorata all’infanzia, anche grazie al rapporto speciale col papà poliziotto, che vede ogni fine settimana. I suoi genitori, infatti, si sono separati da poco e la ragazza si sta ancora adattando a questa nuova realtà. La vita di Nicole cambia quando nella sua classe arriva Luce, una nuova compagna carismatica quanto travolgente e porta con sé tutto il disagio delle adolescenti di oggi. Come Lucignolo con Pinocchio, Luce trascina Nicole in un mondo fatto di eccessi, dove ogni cosa è spinta al massimo, dove ogni emozione deve essere assoluta. Luce soffre di bulimia da quando era piccola, sembra che la malattia faccia parte di lei, che sia una delle sue tante caratteristiche, qualcosa che non deve far paura. Così Nicole scivola nella malattia come si scivola nell’età adulta, senza accorgersene. Una malattia della mente più che del corpo, quasi un marchio generazionale, un modo per sopravvivere alle pressioni della società. La bulimia diventerà per Nicole la stampella su cui reggersi mentre tutto fuori sembra crollare. In onda giovedì 2 aprile in prima serata su Rai 1, il film tv diretto da Isabella Leoni con Federica Pala, Alessandro Tersigni, Raffaela Rea affronta il tema dei disturbi del comportamento alimentare. “‘Qualcosa di lilla’ non racconta la storia di una ragazza che guarisce, ma di una ragazza che compie un primo passo verso il cambiamento scegliendo di voler guarire – afferma la regista Isabella Leoni – il film suggerisce la necessità, per Nicole, di ritrovare la propria centralità costruendo una consapevolezza più solida, non più dipendente dallo sguardo esterno. La tensione centrale non risiede nella domanda “riuscirà a smettere?”, ma nella speranza che finalmente Nicole si lasci vedere e riesca a chiedere aiuto”. “Qualcosa di lilla” affronta la bulimia nervosa con uno sguardo che va oltre il sintomo, interpretando il comportamento alimentare disfunzionale come l’espressione di un bisogno di ascolto e riconoscimento. “In Nicole il disagio prende forma come un grido interiore trattenuto, capace di orientare la percezione di sé – conclude Leoni – I momenti di quotidianità vissuti a scuola, a casa o con gli amici rivelano quanto il suo dolore resti silenzioso e impercettibile agli altri.

I PERSONAGGI

Nicole (Federica Pala) ha 15 anni, è molto brava in matematica e molto poco nel gestire le relazioni. Ha un unico amico e una vita sociale praticamente inesistente che preoccupa molto sua madre Veronica. La separazione dei genitori, avvenuta da poco e non ancora metabolizzata, è una delle scosse telluriche che contribuiscono a farla sentire instabile, inadeguata, in bilico, insieme alla sua incapacità di integrarsi, alla difficile relazione col corpo e alla difficoltà a lasciar andare l’infanzia, rappresentata da suo padre Cristiano. Soffre di bulimia, ma ne diventa davvero consapevole solo dopo aver consolidato l’amicizia con Luce, la ragazza più bella e popolare della scuola. Luce e Nicole si legano proprio per il disturbo alimentare, ma sarà grazie alla loro amicizia che Nicole si salverà.

Cristiano (Alessandro Tersigni) è il padre di Nicole. Ispettore di polizia, uomo affettuoso e di sani principi ma molto rigido, rappresenta l’infanzia a cui Nicole fatica a rinunciare. Cristiano condivide con Nicole passioni e rituali e inconsciamente fatica ad accettare che sua figlia stia diventando grande. Si è da poco separato da Veronica e ne soffre molto, anche se cerca di non darlo a vedere. Per lui il lavoro è una missione e si traduce in frequenti assenze di cui la figlia paga le spese. Quando la bulimia irromperà nella sua vita, Cristiano si renderà conto che “fare il padre” non è solo provvedere economicamente alla famiglia e portare sua figlia a fare gite la domenica ma “esserci” anche emotivamente.

Veronica (Raffaella Rea) è la mamma di Nicole. Personal trainer, fisico mozzafiato, è lo scoglio contro il quale si infrange la fragile autostima della giovane protagonista, che la vede insopportabilmente “perfetta”. Veronica soffre per la scarna vita sociale di sua figlia e vorrebbe vederla “crescere”. Il suo modo di proteggere Nicole è opposto a quello di Cristiano: mentre lui vorrebbe che restasse bambina per evitarle le sofferenze della vita adulta, lei la vorrebbe “come le altre”, per evitarle la solitudine e lo scherno dei compagni.

Luce (Margherita Buoncristiani), compagna di classe ripetente di Nicole, è bella, bionda, popolare e va decisamente male in matematica. È la Lucignolo che trascina Nicole nel mondo adulto, fatto di abiti glamour, feste e continue trasgressioni alle regole. Luce rappresenta la follia, la sregolatezza, ma anche la spinta vitale dell’adolescenza che vuole conoscere e sperimentare.

Marco (Miguel Bonini) è il ragazzo di cui Nicole si innamora, ricambiata. È di origini filippine ed è l’unico tra i ragazzi con una famiglia unita e funzionale. Studia, lavora nel ristorante dei genitori e dà lezioni di arrampicata nella palestra in cui si allena. Il suo amore per Nicole è puro e porta con sé un romanticismo “antico”. Le resterà vicino nonostante le difficoltà e il suo amore sarà fondamentale per la scelta finale di Nicole.

 

 

 

 

 

 

NOVITÀ

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Fiore e Biggio, si ride anche in Tv

 

“La Pennicanza” diventa “La Mattinanza” per dare la sveglia al pubblico di Rai 2. Appuntamento alle 7.10 dal lunedì al venerdì

 

Da qualche giorno alle 7.10 su Rai 2 (dal lunedì al venerdì), suona la sveglia de “La Mattinanza”, versione televisiva de “La Pennicanza” il programma che Rosario Fiorello e Fabrizio Biggio conducono alle 13.45 in diretta su Rai Radio 2. “Ogni giorno per te c’è la Mattinanza, tutto il resto non ha importanza…” canta il duo dallo studio di via Asiago 10 a Roma. In replica e con contenuti inediti, il programma vede la partecipazione del maestro Enrico Cremonesi. Immancabili, nel corso dello show, le straordinarie imitazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di Papa Leone e del Camerlengo, di Jannik Sinner, del presidente della Regione Campania Roberto Fico.

Lea Gavino

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Una vita creativa


«Cerco di trasformare i sogni in progetti concreti, passo dopo passo» afferma la giovane attrice romana che, nella serie ispirata dai romanzi di Gianrico Carofiglio, interpreta Consuelo Favia, brillante, ironica e precisa praticante. “Guerrieri. La regola dell’equilibrio” con Alessandro Gassmann il lunedì in prima serata Rai 1

 

 

Com’è entrata a far parte di questo progetto?

È successo tutto molto velocemente. Mi hanno chiamata praticamente dall’oggi al domani, perché non riuscivano a trovare un’attrice per questo ruolo. Ho dovuto preparare scene molto complesse in pochissimo tempo, con tanti termini legali che non conoscevo affatto. È stata una sfida enorme, ma anche molto divertente e stimolante. Lavorare sotto pressione, sostenuti dall’adrenalina, a volte aiuta a tirare fuori più coraggio.

Come descriverebbe Consuelo?

È un personaggio piuttosto spigoloso, che può risultare antipatico a un primo impatto. È molto rigorosa, precisa, completamente dedita al lavoro. Allo stesso tempo, però, è anche molto empatica. Ha un rapporto quasi padre-figlia con Guerrieri, che è molto protettivo nei suoi confronti, come se fosse la figlia di un genitore single. Esplorare in scena questo contrasto è stato bellissimo.

Quanto c’è di lei in questa ragazza?

Ho avuto tempo per lavorarci bene durante l’estate, quindi ho potuto approfondire la sua personalità. Sicuramente c’è la mia ironia, un po’ pungente; invece, la sua disciplina e il suo perfezionismo sono aspetti che sento meno miei e che ho cercato osservando il comportamento di alcune amiche.

Ha avuto modo di confrontarsi con Gianrico Carofiglio?

L’ho incontrato verso la fine delle riprese, ma sul set eravamo seguiti da avvocati veri, che ci aiutavano con il linguaggio, i dettagli tecnici e ci suggerivano anche le movenze più corrette. A volte fermavano le scene per correggerci: una parola sbagliata poteva cambiare completamente il significato. È stato fondamentale per rendere tutto credibile.

Questa esperienza le ha fatto venire voglia di buttarsi nel mondo della giurisprudenza?

Direi proprio di no (ride), però ho capito che ci sono delle somiglianze con il lavoro dell’attore: anche un avvocato deve convincere, deve essere credibile, “recita” durante le sue arringhe e deve persuadere qualcuno. In fondo, anche questa è una forma di interpretazione.

Com’è stato lavorare con attori esperti come Alessandro Gassmann?

È stato incredibile, uno degli incontri più interessanti del mio percorso professionale. È un attore molto generoso, che gioca di squadra. Per lui è fondamentale che tutti siano concentrati e sullo stesso piano: non si pone mai con un atteggiamento di superiorità. Ama giocare in scena con l’improvvisazione e la sorpresa, basa il suo lavoro sulla condivisione ed è molto disciplinato e appassionato, preciso, non perde un colpo. Posso dire di aver imparato tanto, soprattutto sull’importanza della presenza e della relazione in scena. In mio fratello Damiano, che ha lavorato molto con Alessandro in “Un Professore”, rivedo molto di lui: è un maestro a cui ispirarsi.

In famiglia siete più di uno a lavorare nel mondo artistico. Come l’hanno presa i suoi genitori?

All’inizio con un po’ di preoccupazione, com’è normale, ma sono sempre stati molto sinceri e ci hanno lasciato liberi di coltivare le nostre passioni. Sono sostenitori cauti, mai genitori “groupie”, cosa che a me fa molta paura. Sono molto interessati al processo, più che al risultato finale. Credo che, in fondo, siano felici, anche perché ci hanno sempre permesso di coltivare le nostre passioni artistiche fin da piccoli. Alla fine, anche loro sono due artisti mancati (ride), bravissimi a raccontare storie: una delle prime capacità che chi vuole fare questo mestiere deve avere.

Nei suoi lavori interpreta spesso figure femminili forti. È una scelta?

Non sempre posso scegliere i ruoli, ma mi rendo conto che mi arrivano spesso personaggi femminili che cercano di affermarsi, donne che lottano per essere riconosciute in contesti difficili. Sono storie che mi appassionano molto.

Pensa che oggi ci sia abbastanza spazio per le donne nel vostro ambiente?

Purtroppo no, è evidente. Lo spazio è ancora limitato e il cambiamento è lento, ma ci sono tantissime artiste valide ed è importante continuare a farsi spazio, anche “sgomitando” un po’.

Attrice, ma anche cantante. Come convivono queste sue due anime?

In modo molto naturale. La musica fa parte della mia vita da sempre e ora ho deciso di condividerla di più, di renderla anche un lavoro. Le due cose si intrecciano: la recitazione aiuta nella musica e viceversa.

Dove si sente più se stessa?

Probabilmente quando canto. Nella musica racconto direttamente me stessa, anche perché scrivo le mie canzoni, mentre nella recitazione c’è sempre un filtro: il personaggio. A volte è bello nascondersi, altre sento il bisogno di essere completamente sincera.

Ha dei modelli di riferimento?

Sicuramente mia nonna. È sempre stata per me un esempio di indipendenza, di capacità di sognare e di emozionarsi. Mi ha insegnato a fermarmi e a guardare le cose con profondità. È il mio punto di riferimento più importante.

E oggi, come sogna?

Cerco di trasformare i sogni in progetti concreti. Non è sempre facile, ma provo a renderli realizzabili, passo dopo passo.

Quali sono i suoi obiettivi?

A breve termine, sicuramente realizzare un disco. A lungo termine, vivere serenamente di quello che amo fare.

RAI E RAI WAY

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Verso l’Hyperscale Data Center di Pomezia

 

Presentato il progetto presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy alla presenza del Ministro Adolfo Urso e del Sindaco di Pomezia Veronica Felici

 

 

L’iniziativa, che ha recentemente ricevuto il permesso a costruire, rientra nel piano di diversificazione strategica ed evoluzione delle infrastrutture digitali implementato da Rai Way, in coerenza con il processo di trasformazione di Rai in una Digital Media Company. Questo percorso vede Rai impegnata anche attraverso lo sviluppo e il consolidamento delle piattaforme digitali RaiPlay e RaiPlay Sound, l’estensione della radio digitale DAB+, l’evoluzione delle modalità di produzione e distribuzione dei contenuti e l’introduzione di standard tecnologici avanzati. Per il ministro Adolfo Urso “In un’epoca in cui la gestione del dato è diventata una questione che investe sia identità culturale che sicurezza nazionale, il progetto Hyperscale segna un passo in avanti concreto nel percorso verso la piena sovranità digitale del Paese. Questo Data Center assicurerà che il patrimonio della Rai – patrimonio di tutti gli italiani – sia custodito in un’infrastruttura sicura, resiliente e radicata sul territorio nazionale. Ancora una volta il servizio pubblico dimostra di saper affrontare la sfida della modernità, coniugando la propria missione storica di broadcaster con quella di una moderna Tech Media Company”. Molte le nuove infrastrutture e le soluzioni digitali che oggi caratterizzano il posizionamento di Rai Way: una Content Delivery Network proprietaria basata su un’architettura distribuita di nodi edge interconnessi con la rete in fibra e con i data center della Società, progettata per supportare la distribuzione efficiente di contenuti audiovisivi e servizi digitali con elevati livelli di affidabilità, sicurezza, scalabilità e bassa latenza, anche a supporto delle piattaforme OTT e delle nuove modalità di fruizione dei contenuti; una rete in fibra ottica proprietaria e resiliente di oltre 6.000 chilometri ad alta capacità, destinata a crescere ulteriormente; una rete di edge data center distribuiti sul territorio, già attivi a Torino, Firenze, Genova, Venezia e Milano; un’offerta integrata di servizi infrastrutturali e cloud, che spazia dalla colocation allo storage al private cloud, con ambienti dedicati ad alte prestazioni, risorse virtualizzate scalabili e sicure e pieno controllo per la gestione e l’elaborazione dei dati. Una Rai Way moderna che, con l’ottenimento del permesso a costruire il Data Center Hyperscale di Pomezia, potrà sviluppare un nuovo asset strategico, rafforzando il proprio ruolo di player infrastrutturale in grado di supportare l’evoluzione digitale del Paese e di contribuire alla creazione di capacità cloud e di gestione dei dati distribuiti sul territorio nazionale, in una prospettiva di autonomia tecnologica e di sovranità digitale.
Il progetto, le cui modalità e tempistiche di sviluppo prevedono anche interlocuzioni con possibili operatori interessati, ha caratteristiche modulari e prevede la costruzione di un hyperscale di ultima
generazione su un’area di circa 140.000 metri quadrati, con 16.000 metri quadrati complessivi di data hall distribuiti in quattro edifici indipendenti, ciascuno articolato in quattro data hall da 1.000 metri quadrati. L’infrastruttura sarà progettata secondo standard ANSI/TIA-942 Rated-4, il livello più elevato in termini di affidabilità e resilienza per i data center, e sarà alimentata al 100% da fonti rinnovabili. Il campus potrà sviluppare quattro moduli funzionali, con una potenza IT di 8,8 MW per modulo e una capacità complessiva pari a 35,2 MW, con possibilità di ulteriore espansione. L’architettura sarà altamente flessibile per adattarsi alle esigenze dei clienti hyperscale e cloud, con configurazioni customizzabili in termini di densità, layout e sistemi di raffreddamento.
È inoltre in corso di autorizzazione un impianto fotovoltaico con una capacità iniziale di 5,5 MW, che potrà supportare parzialmente l’approvvigionamento energetico del campus. La scelta di Pomezia e dell’area romana per la realizzazione di questo nuovo asset riflette precise valutazioni strategiche. Roma rappresenta infatti un nodo centrale per lo sviluppo delle infrastrutture digitali del Paese. La vicinanza alle principali landing station dei cavi sottomarini del Mediterraneo, la presenza di un importante Internet Exchange Point locale e la disponibilità di connessioni in fibra ad alta capacità rendono il territorio un hub naturale per lo sviluppo di servizi cloud e data center di nuova generazione.
La creazione di un grande polo digitale al centro sud consente di rafforzare la resilienza del sistema nazionale e di sviluppare nuove “availability zone” per imprese e pubblica amministrazione in grado di garantire continuità operativa e soluzioni di disaster recovery. Per Giampaolo Rossi, Amministratore Delegato della Rai, “L’Hyperscale Data Center nel comune di Pomezia costituisce, per Rai Way e per l’intero gruppo Rai, un traguardo importante, in linea con il processo di trasformazione dell’azienda in una moderna Digital MediaCompany e coerente con i principali obiettivi del nostro nuovo Piano Industriale, che ci renderà sempre più sostenibili, competitivi e centrali in un contesto di mercato radicalmente mutato rispetto al passato. Si tratta di un hub dal grande valore strategico non solo in termini di spinta innovativa, transizione digitale e sviluppo industriale del gruppo Rai ma anche per quanto riguarda il territorio circostante, l’indotto e la Nazione tutta poiché, andando a perfezionare e implementare la nostra offerta di servizi digitali, non farà che contribuire alla sicurezza e alla sovranità tecnologica italiana”. Roberto Cecatto, Amministratore Delegato di Rai Way ha affermato: “L’Hyperscale di Pomezia è un progetto centrale nel piano industriale di Rai Way, che rafforza il proprio patrimonio infrastrutturale e consolida il posizionamento societario quale ecosistema integrato di infrastrutture e servizi digitali, sicuro, sostenibile e interamente italiano, in grado di accompagnare imprese, istituzioni e cittadini nella transizione digitale. Gli investimenti che Rai Way sta realizzando e continuerà a realizzare sono orientati allo sviluppo di infrastrutture sempre più moderne ed efficienti, anche in favore di Rai e al servizio del sistema Paese. Operiamo con la competitività propria di un operatore di mercato, mantenendo salda la nostra vocazione di servizio pubblico e il sostegno alla Capogruppo”. Veronica Felici, Sindaco di Pomezia ha dichiarato: “Abbiamo lavorato negli ultimi anni per rendere possibile questo risultato, che oggi si concretizza in un investimento significativo sulla nostra città. Si tratta di una scelta che conferma Pomezia come un hub dinamico dell’innovazione, capace di attrarre investimenti tecnologici di rilevanza nazionale e di rafforzare il ruolo del nostro territorio nella comunicazione digitale e nelle infrastrutture avanzate. La nostra Amministrazione continuerà a collaborare con Rai Way in tutte le fasi di sviluppo, mettendo a disposizione competenze e strumenti per accompagnare un investimento che rappresenta una nuova prospettiva di crescita per la città e per l’intero territorio”.

IN LIBRERIA

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Carlo III e le donne della sua vita

 

Rai Libri presenta “Le donne di Carlo” di Ilaria Grillini, un viaggio nel profilo umano e istituzionale del sovrano britannico attraverso i rapporti con le figure femminili che ne hanno segnato il percorso. Un ritratto inedito tra affetti, scelte difficili e visioni moderne, che restituisce un Carlo III complesso, anticipatore sui temi ambientali e impegnato a guidare la monarchia tra tradizione e cambiamento

 

 

 

Nel suo libro emerge un Carlo III molto diverso da quello spesso raccontato dai media: qual è l’aspetto che più l’ha sorpresa durante la scrittura?

Emerge un Carlo diverso, ma non perché sia cambiato lui. Piuttosto, perché lo scopo del libro è proprio quello di far conoscere meglio una figura sulla quale, forse, in pochi si sono soffermati davvero a riflettere e a studiare. Anche perché accanto a lui ci sono sempre state donne molto forti, presenti, in alcuni casi persino ingombranti, che inevitabilmente hanno finito per sovrastarlo nel racconto pubblico. E così nessuno, o quasi, ha mai dedicato abbastanza tempo a capire davvero che uomo fosse.

Nel racconto emerge anche un lato meno visibile, più intimo e quasi anticipatore dei tempi: quanto pesa questa dimensione nel ritratto che ne viene fuori?

In realtà, Carlo è una persona estremamente intelligente. È uno che affrontava temi come l’ambiente, la sostenibilità e il cambiamento climatico già cinquantacinque anni fa, in un’epoca in cui nessuno ne parlava con la consapevolezza di oggi. Questo, secondo me, basta già a far capire quanto valga la pena fermarsi un momento su di lui. Mi auguro che chi leggerà il libro arrivi alla fine con una sensazione precisa, quasi di sorpresa, e pensi: “Ah, però… non sapevo fosse così”.

Le figure femminili sono state centrali nella vita del sovrano: quale tra queste ha avuto, secondo lei, l’influenza più profonda sul suo carattere?

Direi senza dubbio la madre. Innanzitutto perché è la madre, e già questo, per chiunque, la rende una figura decisiva. Ma nel suo caso parliamo anche della Regina, di quella che per tutti è stata la Regina per antonomasia: impeccabile, perfetta, totalmente dedita al dovere. Nel suo ordine di priorità veniva prima il ruolo, poi l’essere moglie e solo dopo l’essere madre.

Quanto ha inciso il rapporto con Elisabetta II, tra distanza affettiva e senso del dovere, nella costruzione personale di Carlo?

Probabilmente, se ci sono state delle mancanze, sono nate proprio lì, nel rapporto materno. Ma questo non toglie nulla al peso enorme che Elisabetta II ha avuto nella formazione di Carlo. Del resto, ciascuno di noi è il risultato di tante influenze, di tutte le persone con cui cresce e si confronta. E lui, nella sua vita, ha avuto accanto davvero molte donne importanti.

Quanto è stata determinante la presenza di Camilla nella vita di Carlo?

Lei è un’altra figura fondamentale. Perché è stata la donna della sua vita. L’ha amata da ragazzo, e con lei ha attraversato periodi durissimi, scegliendo alla fine di andare contro tutto e tutti pur di poterla sposare. Sappiamo bene com’è andata: il matrimonio precedente era sbagliato fin dall’inizio. Oggi, probabilmente, un’unione del genere non durerebbe quindici anni, forse nemmeno uno. Ma allora lui fece quelle scelte per ragion di Stato. Camilla, però, è rimasta sempre accanto a lui. È stata la sua roccia. Così come la Regina definiva Filippo, ecco, secondo me Camilla è stata e continuerà a essere questo per Carlo.

Quanto è cambiata nel tempo la percezione pubblica di questa figura?

Moltissimo, direi radicalmente. Per anni Camilla è stata odiata. Le tiravano oggetti nei supermercati, la insultavano sotto casa, veniva considerata la donna che aveva distrutto una famiglia e rovinato una favola. In quel racconto pubblico, Diana era la vittima assoluta, quasi una santa, mentre Camilla era il simbolo della colpa. Con il tempo, però, la percezione è cambiata. E questo è accaduto anche perché la realtà era molto più complessa di come veniva raccontata. Camilla è stata molto intelligente: non ha mai parlato. Ha scelto il silenzio, al contrario di Diana che invece ruppe gli schemi con la celebre intervista alla BBC. Camilla ha aspettato. E nel tempo le persone hanno iniziato a conoscerla meglio, a capire quanto fosse importante per Carlo e quanto il loro legame fosse autentico.

Alla luce di ciò che oggi sappiamo, come cambia il confronto tra Diana e Camilla nella percezione pubblica?

Per certi aspetti Camilla è molto più simile alla Regina di quanto non lo fosse Diana. Hanno interessi comuni, un certo senso della misura, persino passioni condivise come quella per i cavalli, che Diana invece non amava affatto. E poi, col tempo, entra in gioco anche il buon senso. Non si può pensare di costringere una persona a vivere per tutta la vita accanto a qualcuno che non ama. Quel matrimonio era sbagliato fin dall’inizio, e oggi questo lo si riconosce con maggiore lucidità.

Il rapporto con Elisabetta II appare complesso e allo stesso tempo determinante: che tipo di eredità umana e istituzionale gli ha lasciato?

Sono molto diversi, questo è evidente, ma da lei Carlo ha preso il senso del dovere e soprattutto l’esempio. Sa perfettamente come comportarsi, conosce i codici, i tempi, i limiti del ruolo. Da principe ereditario, quando ha espresso opinioni personali, gli è stato subito fatto notare che non poteva farlo, perché la famiglia reale non deve esprimere posizioni politiche. E lui rispose che ne era ben consapevole, ma che si permetteva di farlo proprio perché non era ancora sovrano. Da re non avrebbe più potuto. La madre, infatti, non si esponeva quasi mai. In tutta la sua vita lo ha fatto pochissime volte. Ricordo, per esempio, il G20 di Glasgow, quando sul clima disse: “Speriamo che non restino solo parole”. Aveva un suo linguaggio tutto particolare per comunicare: i gioielli. Le spille erano veri e propri messaggi. Quando arrivò Trump, per esempio, indossò una spilla che le era stata regalata da Obama. In altre occasioni scelse spille legate a momenti specifici, persino a un funerale. Erano messaggi chiarissimi, ma affidati al silenzio. Carlo, invece, è più diretto, più esplicito.

Anche le nuove generazioni, con Kate e Meghan, entrano nel racconto: che impatto hanno avuto sugli equilibri della monarchia contemporanea?

Hanno avuto un impatto enorme, perché rappresentano il futuro. Per molto tempo si è sperato tantissimo nella coppia formata da William e Harry, insieme a Kate e Meghan: i cosiddetti “favolosi quattro”. Sembravano il volto perfetto di una monarchia nuova, più giovane, più vicina alle persone, più internazionale. Poi, però, Meghan non ha accettato il sistema gerarchico della monarchia, le sue regole, i suoi tempi, i suoi vincoli. E Harry, che caratterialmente assomiglia molto a Diana, ha seguito quella strada. Da lì si è aperta una frattura che ha inciso molto sugli equilibri interni.

 

Oggi il futuro della monarchia è chiaramente incarnato da William e Kate, che godono di un consenso altissimo. Accanto al re ci sono anche figure solidissime come Anna, che è di fatto il suo braccio destro, ed Edoardo con Sophie, che svolgono un ruolo importante nella tenuta della famiglia reale. Questa è la monarchia di oggi, ma anche quella che si prepara a diventare la monarchia di domani.

Le tensioni familiari, soprattutto quelle che hanno attraversato negli anni la famiglia reale, quanto incidono sull’immagine pubblica e sulla stabilità della monarchia?

Moltissimo. La storia dei Windsor è stata segnata da momenti molto difficili: basti pensare all’abdicazione di Edoardo VIII o alla morte di Diana. Ricordo un’immagine che per me resta simbolica: il feretro di Diana davanti a Buckingham Palace e la Regina che abbassa il capo. Lo fece perché i sudditi lo chiedevano, perché c’era una pressione fortissima da parte dell’opinione pubblica. Anche l’ingresso di Camilla è stato a lungo un tema delicatissimo. Ma oggi, probabilmente, il problema più pesante è stato quello legato al principe Andrea, perché ha scosso in profondità le fondamenta della monarchia. Gli sono stati tolti titoli e incarichi, facendo ricorso perfino a una legge del 1917. Si è discusso della sua posizione, del danno reputazionale, dell’impatto che tutta la vicenda ha avuto sull’istituzione.

Come si inserisce in questo contesto il ruolo della Regina negli ultimi anni?

La Regina, che aveva novantacinque anni, ha affrontato quella situazione come poteva in quel preciso momento della sua vita e del suo regno. C’era anche un legame personale fortissimo, perché Andrea era il figlio prediletto. Questo elemento umano non può essere ignorato. Molte cose, peraltro, sono emerse o sono diventate più chiare dopo la sua morte. Carlo e William hanno spinto per una linea più dura, più netta, più compatibile con l’idea di una monarchia che doveva cercare di proteggere se stessa. Oggi l’obiettivo è evidentemente contenere il danno, ma il peso di tutta la vicenda resta evidente.

 

Dopo questo lavoro, qual è la chiave di lettura più corretta per comprendere davvero Carlo III e, più in generale, la complessità della monarchia oggi?

Bisogna sempre analizzare tutto con grande attenzione, senza cedere alla tentazione della semplificazione. Da fuori è molto facile giudicare, ma la realtà, soprattutto quando riguarda una famiglia e al tempo stesso un’istituzione, è sempre più complessa di quanto appaia.

Grace Kicaj

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Libere di esistere


«Spero che le persone possano essere consapevoli di quello che per molte donne è stato e di quello che ancora è, di quanto i tempi non siano cambiati davvero. Anche se in piccola parte, sarebbe una grande vittoria» racconta l’attrice che nella serie di Michele Soavi interpreta Margherita. L’ultima puntata de “Le Libere donne” in onda martedì 24 marzo su Rai 1

 

 

 

Il suo personaggio entra nella storia delle “Libere donne” con un gesto molto forte e provocatorio. Cosa rappresenta questo gesto?

Quando ho letto inizialmente la sceneggiatura, mi ha subito colpito il rapporto malato con il marito di Margherita, vittima di un uomo violento emotivamente, fisicamente ed economicamente, che pensa solo a impadronirsi di tutta l’eredità di questa ragazza. Mettendosi nuda in piazza, dando scandalo proprio durante la Vigilia di Natale, penso che lo faccia per dire: “è arrivato il momento di porre fine a tutto questo”. Lei sa che è un punto di non ritorno e che così facendo lui l’avrebbe ammazzata. Questa è la conclusione alla quale siamo arrivati anche con il regista, anche se poi le cose non andranno come aveva pensato.

Margherita vive momenti di grande fragilità ma anche di grande forza. Qual è stata la sfida più grande nell’interpretarla?

Margherita è un personaggio molto complesso, perché per tutta la storia è in bilico tra la follia e l’essere presente a se stessa. Quindi c’è il dare e restituire questo senso di follia, di libertà, di tutto, però mantenendo la lucidità e la consapevolezza. Poi, dal punto di vista più personale, ci sono state tante scene di nudo nel corso della storia; quindi, questa è stata una sfida importante per me. Ma principalmente è stato proprio questo: rendere la follia mantenendo la lucidità.

Dal punto di vista emotivo, che tipo di lavoro ha fatto?

Ci ho pensato anche di recente, perché in questi tre mesi e mezzo in cui abbiamo girato la serie sono andata molto di pancia. Non ho pensato tanto, mi sono fidata del mio istinto. Ripensandoci, penso di aver lavorato con tantissima rabbia, talmente tanta che qualsiasi cosa dovessi fare, mi buttavo. È una rabbia che mi smuove fisicamente ed emotivamente, dei sentimenti che forse conoscevo. Mi ha portato anche a fare cose che non pensavo mai di poter fare.

Questa donna entra come Signora Lenzi, ma vuole uscire semplicemente come Margherita…

Vero. C’è una scena all’inizio della serie in cui lei mette proprio il punto su questa cosa: non vuole essere associata a quel cognome. Per tutta la serie andrà alla ricerca di questa libertà, riavere quello che è suo, non essere associata a questo uomo violento. È proprio un’anima pura.

Quando una donna è scomoda?

Una donna che esiste, sembra che basti questo. Una donna che esiste con una propria dignità, che abbia una vita costruita da lei, che vada alla ricerca della propria libertà, che abbia diritto al suo denaro, che si faccia sentire, che alzi la voce, che non voglia essere associata a niente se non a se stessa. È tutto attuale, ed è terribile. È il diritto di esistere.

Cosa vuol dire esprimere la propria libertà?

Avere la possibilità di scegliere della propria vita, e in questo io mi sento davvero una persona fortunata, perché ho potuto esserlo senza problemi. Non mi sono mai fatta dire cosa dovessi fare, né dalla famiglia, né dall’amore o da altro. Penso che questo sia rimanere fedeli alla propria verità, essere padroni di sé. È un discorso molto ampio, ma spero di aver reso l’idea.

Che rapporto si crea tra Margherita e il suo medico?

L’incontro con Mario Tobino, in un luogo dove sembrava impossibile, è il momento cruciale della storia. Lei arriva in manicomio piena di ferite e l’ultima cosa che vuole è fidarsi di qualcuno: tutti per lei sono dei nemici. Quando però incontra questo medico, che non dà per scontato che sia pazza, ma al contrario le dà la possibilità di esistere, si fida totalmente. Questo la travolge, perché diventa anche una storia d’amore che non pensava di poter vivere.

Com’è stato lavorare con Lino Guanciale?

È un attore che stimo molto, una fortuna lavorarci insieme. È una persona umanamente meravigliosa, generosissima. Ci siamo incontrati al provino e abbiamo lavorato subito molto bene, anche senza conoscerci. Quando siamo arrivati sul set c’era già fiducia, come tra Margherita e Tobino. Questo ha reso tutto più facile sul set, mi sono lasciata trasportare.

Cosa spera arrivi al pubblico?

Spero che arrivi consapevolezza. Prima di iniziare ho letto i diari di Virginia Woolf e Sylvia Plath, donne straordinarie, segnate da una grande sofferenza. Le loro storie, le loro parole mi hanno colpito tantissimo, così come quelle di Tobino nel suo libro. Spero che le persone possano essere consapevoli di quello che per molte donne è stato e di quello che ancora è, di quanto i tempi non siano cambiati davvero. Anche se in piccola parte, sarebbe una grande vittoria.

Cosa vuole conservare di Margherita?

L’approccio con cui ho vissuto questa vita, con verità e con fiducia. Spero di conservarli sempre, perché è stato il lavoro più bello che abbia fatto finora.

Ha mai pensato cosa avrebbe fatto al suo posto?

Penso sia inevitabile. Io do molto di me al personaggio, e credo di aver dato tanto a lei e viceversa. La rabbia di cui parlavo è qualcosa di personale che è entrato anche nel personaggio.

Cosa deve colpirla in un progetto?

Un personaggio costruito bene, con una storia concreta da raccontare, per me è fondamentale avere chiaro il suo percorso. Spero di rimanere sempre curiosa e di interpretare ruoli sempre diversi.

ROMANO REGGIANI

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Un’esperienza incredibile

 

 

Nei panni del nuovo giovane direttore dell’IPM, l’attore bolognese entra nel cast della sesta stagione di “Mare fuori”, su RaiPlay e presto su Rai 2. Al RadiocorriereTv racconta le emozioni dell’incontro con il suo personaggio e parla della funzione educativa della serie: «Non ci sono messaggi equivoci: la legge va rispettata, la violenza non è mai la risposta». Tra fiction e cinema, per Reggiani anche il debutto alla regia con il corto “Per sempre”

 

 

 

Come ha vissuto l’incontro con un mondo strutturato e già forte della passione del pubblico come quello di “Mare fuori”?

“Mare fuori” è stato un fulmine a ciel sereno, una cosa non prevista. La Rai stava cercando un attore che potesse interpretare questo nuovo direttore, giovanissimo, per dare alla svolta anche narrativa alla storia. Il regista Beniamino Catena, bravissimo, che mi conosce perché avevamo già lavorato insieme, mi ha in un certo senso sponsorizzato e da lì sono piaciuto e sono riuscito a entrare in quel mondo. Per me è stata veramente un’occasione incredibile, un’esperienza di vita oltre che attoriale, che sono contento di continuare.

 

Chi è Stefano Stazi?

Un giovanissimo avvocato, bolognese come me, che ha un rapporto complesso col padre e che vince il concorso per dirigere l’IPM di Napoli. Si suppone che sia raccomandato, non ha mai lavorato in vita sua in ambito legale perché sognava di fare il musicista. In Stefano Stazi ho messo molto di me e la cosa che mi ha reso felice è che la Rai, gli sceneggiatori e il regista, hanno apprezzato e anche supportato le mie idee nella costruzione del personaggio. Abbiamo messo le basi per far crescere Stefano, è stato un inserimento non facile perché era davvero un attimo che sembrasse ridicolo.

 

Stefano ha in Massimo, il capo delle guardie all’IPM, il suo braccio destro, che dinamiche si creano tra i due?

Il rapporto tra Stefano e Massimo è particolare, conflittuale, non comunicativo.  Il “comandante” si vede arrivare questo ragazzo inesperto e si chiede “Ma chi è? Da dove esce? Chi l’ha mandato questo?”. Massimo capisce però quanto Stefano sia una buona persona, capace di affidarsi, nel tempo si creerà tra loro un rapporto quasi da padre e figlio, una connessione profonda. Stefano sa comunque assumersi le proprie responsabilità, cercando di non sbagliare. Sono molto felice di aver lavorato con Carmine Recano, così come con Vincenzo Ferrera e Lucrezia Guidone, che già conoscevo e della quale ho preso il posto nella storia.

 

Il disagio giovanile rappresentato nella serie non è molto distante da tante situazioni reali. Quale funzione può avere un prodotto di finzione come “Mare fuori” nei confronti di un pubblico giovane?

Credo che il successo di “Mare fuori” dipenda anche dal messaggio che continua a proporre. È una serie che parla di criminalità e di problemi molto seri, di violenza, di vite spezzate e salvate, ma che punta sempre a educare. Non ci sono messaggi equivoci: la legge va rispettata, la violenza non è mai la risposta. Anche per questo la sua fruizione continua a essere trasversale, piace a tutta la famiglia.

 

Già qualche anno fa le era capitato con “Mental” (disponibile su RaiPlay) di affrontare il tema del disagio giovanile. Cosa hanno dato all’uomo Romano queste esperienze professionali?

Un’occasione di crescita, sia a livello umano che attoriale. Sono realtà che conoscevo e conosco anche nella mia vita di tutti i giorni, sono una persona che nel suo piccolo si dà da fare, che vive con i piedi per terra. Al tempo stesso sono un uomo fortunato che non ha avuto troppi intoppi nella propria vita, e lo dico con gratitudine e non per cinismo. Non ho mai preso o scelto strade particolari, non mi sono mai trovato in situazioni così tanto sconvenienti, anche per questo motivo conoscere da vicino altri mondi ti rende più forte delle tue scelte e più consapevole.

 

Se a breve la vedremo nel nuovo film di Carlo Verdone, proprio in questi giorni assistiamo al debutto registico con il corto “Per sempre”.

Ho iniziato a fare l’attore col desiderio di mettermi alla prova,prima o poi anche come regista, per poter raccontare le mie storie, è chiaro però che per essere in grado di farlo bisogna prima crescere, avere esperienze di vita, capire a fondo chi si è e che cosa si vuole raccontare. “Per sempre” è un primo step, spero di un lungo percorso, e porta sullo schermo il tema dell’amore tra un uomo e una donna che si scelgono. Un amore che diventa però assenza nel momento in cui una delle due persone viene improvvisamente a mancare. È un tema che mi smuove molto perché da credente penso che al di là di questa vita ci sia qualcosa di altro, che non riusciamo a comprendere, ma che ci pone in costante connessione con chi ha fatto parte della nostra esistenza. Voglio esplorare il tema delle relazioni, credo nell’amore e che nell’amore sia giusto investire, anche da un punto di vista artistico, registico, nel rispetto del sentimento, senza mai essere invasivo.

 

A chi o a che cosa, nella vita, ha dedicato un suo “per sempre”?

Da dieci anni dico un “per sempre” vero e concreto alla mia fidanzata, andiamo d’accordo nonostante in una relazione, come nella vita, non sia sempre tutto rosa e fiori. La chiave è crescere insieme e investire su questa crescita.

 

Romano regista cosa chiede a Romano attore?

Quando scrivo una storia che voglio dirigere la mia scrittura è semplice e si basa su una totale verità di quello che sento. Amo il cinema sommesso, che non vuole mettersi in mostra, che non vuole battere record e nemmeno seguire le mode: da regista chiedo all’attore, quindi anche a me stesso, di essere sincero.

 

Come vive il suo essere un attore?

Con grande normalità, ho deciso di non vivere a Roma, ma nella mia Bologna, proprio per frequentare persone che non fanno il mio mestiere. Ho una vita privata che è molto lontana dal mio lavoro e questa cosa mi rende più forte, mi arricchisce, mi fa venire molte idee.

 

Romano, che cosa la rende felice?

Posso dire che in questo momento della vita sono felice e comunque non posso dire di non esserlo sempre stato perché sono fortunato, perché per me la felicità è avere una vita privata appagante, il lavoro, che pur amo profondamente, viene dopo.

 

TITOLO BOX:

“Per sempre”, Reggiani regista

 

TESTO BOX:

Il cortometraggio esplora lo spazio fragile tra ciò che vediamo e ciò che rimane invisibile nelle relazioni, nelle vite strappate. La regia di Romano Reggiani si pone al servizio della storia, privilegiando dialoghi autentici, reazioni spontanee ed emozioni non forzate. È un approccio che permette ai due protagonisti di costruire un’intimità reale, fatta di silenzi, esitazioni e gesti quotidiani. “Per sempre”, in concorso nei giorni scorsi al Festival del Cinema di Spello, racconta di un giovane ispettore che rientra a casa e si trova a fare i conti con la fragilità del suo “per sempre”, lottando per non lasciare che l’amore appena giurato svanisca. Interpretato da Romano Reggiani e Celeste Savino. Prodotto da Alessandro Leo (Aleo Film) e distribuito da Europictures.

SERVIZIO PUBBLICO

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I 50 anni del Tg2

 

Con la fine del telegiornale unico, il 15 marzo 1976 sul Secondo Programma nasceva la nuova testata diretta da Andrea Barbato. La Rai festeggia oggi la ricorrenza, tra le iniziative il docu di Rai Documentari “Tg2 50 anni di notizie” e, su RaiPlay, “1976: la nascita dei due tg” a cura di Rai Teche

 

 

Il 15 marzo 1976 segna una svolta storica per il Servizio Pubblico televisivo: il telegiornale unico lascia il posto a due testate distinte, Tg1 e Tg2, nate dalla Riforma della Rai con l’obiettivo di ampliare il pluralismo e la varietà dell’informazione. In occasione del 50° anniversario del Tg2, oggi diretto da Antonio Preziosi, domenica 15 marzo il Museo MAXXI di Roma ha ospitato una giornata evento dedicata alla storia e al ruolo di uno dei telegiornali più rappresentativi della televisione italiana. Nel corso dell’iniziativa è stato presentato il documentario celebrativo “Tg2 50 anni di notizie”, alla presenza dei vertici aziendali Rai e di numerosi protagonisti di ieri e di oggi della vita del telegiornale. Il documentario, realizzato da Rai Documentari in collaborazione con il Tg2 con la partecipazione di Laura Sansavini e il contributo del CPTV di Roma, ripercorre attraverso immagini d’archivio e testimonianze le tappe più significative della storia del telegiornale della seconda rete. La rivoluzione nell’informazione Rai del 1976 è oggi ripercorsa anche da Rai Teche con la pubblicazione di “1976: la nascita dei due tg” che propone una selezione di filmati dell’epoca organizzati in tre sezioni. La raccolta restituisce l’impegno, la passione e l’energia profusa da giornalisti, tecnici e maestranze nelle prime due settimane di messa in onda di un progetto estremamente ambizioso. La prima parte del percorso, messo a punto da Rai Teche, costituisce una sorta di premessa e documenta il frenetico trasloco delle redazioni all’interno del Centro di Produzione di via Teulada: tra scrivanie da sistemare e faldoni da archiviare, i cronisti e i volti storici della Rai condividono ansie e aspettative per l’imminente debutto. Sono figure che hanno plasmato il giornalismo italiano e che, con il loro lavoro quotidiano, rendono tangibile la portata di questa trasformazione. Le altre due sezioni ripropongono invece i servizi trasmessi originariamente dalle due testate nei primi 15 giorni di emissione: per ogni giornata (dal 15 marzo al 1° aprile) è stato selezionato un contributo emblematico, capace di rievocare con efficacia l’esordio di un’informazione rinnovata e dinamica.

 

AL CINEMA

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Notte prima degli esami 3.0

 

A vent’anni di distanza dal film cult di Fausto Brizzi, il 19 marzo arriva nelle sale il reboot scritto dallo stesso Brizzi insieme a Tommaso Renzoni, che della pellicola è anche regista. Nel cast Sabrina Ferilli, Tommaso Cassissa, Gian Marco Tognazzi, Adriano Moretti, Alice Lupparelli, Alice Maselli, Ditonellapiaga

 

Alla vigilia dell’esame di maturità, un gruppo di liceali romani si ritrova a vivere la sua ultima grande avventura insieme: amori segreti, tradimenti, amicizie messe alla prova e piani disperati per ingannare la prof più temuta della scuola. Tra feste clandestine, motorini che sfrecciano nella notte e un viaggio improvvisato fino a Macerata, Giulio, interpretato da Tommaso Cassissa, e i suoi amici dovranno affrontare il passaggio all’età adulta scoprendo che crescere significa anche sbagliare, perdonare e avere il coraggio di dire finalmente la verità.  Cresce l’attesa per il debutto di “Notte prima degli esami 3.0”, scritto e sceneggiato da Fausto Brizzi e Tommaso Renzoni, nelle sale da giovedì 20 marzo. Una coproduzione Rai Cinema che vede nel cast, insieme a Cassissa, Sabrina Ferilli e Gian Marco Tognazzi, e ancora Adriano Moretti, Alice Lupparelli, Alice Maselli, Ditonellapiaga, Aleandro Falciglia, Bea Barret, Christian Dei, Teresa Piergentili, Pascale Reynaud e Sebastiano Somma. Nel ruolo di se stesso, Antonello Venditti.Tutti ricordano il proprio esame di maturità – dice il regista Tommaso Renzoni – è la linea di confine tra la giovinezza e il resto della vita, tra il mondo protetto della scuola e le incertezze del futuro. Questo film nasce dall’urgenza di raccontare cosa significhi affrontare quel rito di passaggio oggi – con tutto il carico di aspettative, paure e assurdità che si porta dietro. Al centro della storia c’è la Generazione Z, con le sue preoccupazioni meravigliose: l’eco-ansia e le nuove forme di relazione, l’identità digitale e l’intelligenza artificiale usata come fosse il compagno di banco più preparato della classe”. Un viaggio nelle emozioni della GenZ e in un mondo, a vent’anni di distanza, profondamente cambiato. “Quando ho cominciato a scrivere il nuovo ‘Notte prima degli esami’ ho capito che dentro questi vent’anni c’è la vita intera di una generazione e anche un pezzo importante della mia – racconta lo sceneggiatore Fausto Brizzi – mentre giravamo il primo film non immaginavamo che quei personaggi sarebbero rimasti così a lungo nel cuore degli spettatori. Che Luca Molinari, la sua maturità, le sue paure, le sue cotte, i suoi amici, sarebbero diventati per tanti spettatori la Polaroid di quell’istante in cui non sei più un ragazzo ma non sei ancora davvero un adulto. Tornare oggi a quella storia è stato appunto come aprire una vecchia scatola di foto di famiglia, ritrovare Giorgio (che è sempre nei miei pensieri), Nicolas e Cristiana, e tutti gli altri ragazzi del mio cast meraviglioso. Mi sono accorto che i temi sono gli stessi di allora: l’amicizia, l’amore, la paura del futuro, la sensazione che tutto stia per succedere proprio in quel momento. Solo che il mondo intorno a loro è cambiato. Scrivere la nuova storia insieme a Tommaso Renzoni è stato divertente e istruttivo per me. Tommaso è curioso, intelligente, capace di ascoltare ma anche di portare idee nuove, energia e uno sguardo sul mondo che appartiene alla generazione di oggi.

 

 

LINO GUANCIALE

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Poeta della mente

 

Un rapporto attore – regista che si consolida con “L’invisibile”, miniserie – di successo – sulla cattura di Matteo Messina Denaro, e la scelta di rendere l’attore abruzzese protagonista di “Le libere donne” e raccontare la storia di Mario Tobino: «La sua migliore letteratura si è nutrita del suo impegno medico e, allo stesso tempo, la sua capacità di psichiatra umanista — portatore di una visione nuova all’interno dei manicomi in cui ha lavorato — si è nutrita moltissimo della sua sensibilità artistica»

 

 

Come hai incontrato la figura di Mario Tobino e cosa l’ha colpita di più nel prepararsi a questo lavoro?

Io conoscevo Tobino perché avevo letto alcune sue cose da ragazzo e avevo ammirato la sua scrittura, ma non come psichiatra, come medico. Prepararmi per questo lavoro mi ha portato a comprendere come in realtà non sia scindibile il poeta, il letterato, dal medico. In Tobino queste due dimensioni sono state profondamente legate: la sua migliore letteratura si è nutrita del suo impegno medico e, allo stesso tempo, la sua capacità di psichiatra umanista — portatore di una visione nuova all’interno dei manicomi in cui ha lavorato — si è nutrita moltissimo della sua sensibilità artistica. La prima cosa che mi ha colpito è stata quindi conoscere più a fondo questo grande protagonista della cultura italiana, che per primo ha squarciato il velo su quello che accadeva negli ospedali psichiatrici, soprattutto alle donne. Raccontare cosa succedeva alle donne nei manicomi significava in realtà raccontare la condizione femminile in generale. Le donne non avevano potere: gli uomini avevano l’appoggio della legge, avevano la potestà quasi totale sulla vita delle proprie mogli. Questo significava che il manicomio diventava, brutalmente, una soluzione, a volte un’alternativa al femminicidio. Donne che non avevano nulla a che fare con la follia venivano rinchiuse lì dentro e dimenticate da tutti, cancellate probabilmente perché erano troppo libere o tentavano di esserlo più di quanto il mondo permettesse loro.

All’epoca l’idea di follia era molto diversa da oggi. Quanto conta questo contesto nella storia che raccontate?

Allora l’orizzonte della follia era ancora più misterioso di quanto non lo sia adesso. Non esisteva l’universo terapeutico e diagnostico che abbiamo oggi. Bastava che una persona fosse scomoda e il manicomio diventava un baratro perfetto dove farla sparire, senza lasciare traccia. Il lavoro di Tobino apre uno sguardo nuovo su tutto questo. Offre finalmente una possibilità di conoscenza e di visibilità che prima non esisteva. Non è un caso che quel libro diventi il suo primo grande libro: è un’opera che formalizza la sua voce poetica ma è anche un gesto civile di enorme importanza. Questo progetto mi ha conquistato proprio per questo: è una storia che oggi parla ancora di affettività, di libertà, e della necessità di specchiarci in un passato che sembra più brutale del nostro, ma forse lo è solo apparentemente.

Perché questa storia continua a parlarci così tanto anche oggi?

Perché se siamo andati avanti sul piano giuridico, sul piano culturale quello stesso machismo maschiocentrico, che è alla base della mentalità che Tobino denuncia, ce lo portiamo ancora molto addosso. Essere un uomo come Mario Tobino significa anche questo: riuscire a spostarsi da quella visione maschiocentrica e mettere in primo piano delle donne che non avevano dignità, valore, neppure un nome. Restituire loro un valore e mostrarlo alla società. Non so quanto lui fosse consapevole della portata di questo gesto, ma sono sicuro che pensasse fosse semplicemente la cosa giusta da fare: pubblicare un libro simile, che non era mai stato pubblicato nel nostro Paese. E credo che, facendo questo, abbia accumulato un credito enorme nei confronti delle donne e anche nei confronti di noi uomini del XXI secolo.

Cosa ha significato per lei interpretare una figura come Tobino?

Tobino ha vissuto trentacinque anni dentro il manicomio. Non faceva solo il medico: viveva con le persone che erano lì dentro, con i malati di mente o con quelli che venivano considerati tali. Era un uomo che viveva con una coerenza totale rispetto alla propria vocazione. Michele Soavi, il regista della serie — un grande regista — racconta che Tobino era una figura familiare nella sua storia personale. Per anni, infatti, è stato il compagno di sua nonna, Paola Lelli, vedova di Adriano Olivetti e sorella di Natalia Ginzburg, e lo ha considerato un secondo nonno. Ce lo ha descritto come una persona molto serena, felice della vita che aveva scelto, aveva persino comprato casa in centro a Lucca, ma non ci ha mai voluto vivere: ha preferito restare accanto ai suoi pazienti. Qualcuno potrebbe leggere in questa scelta una specie di ossessione, ma io penso sia semplicemente la scelta libera di un uomo che ha deciso di vivere in totale integrità con la propria missione. E questa integrità, questa spina dorsale morale così forte, oggi può essere una grande fonte di ispirazione.

Parliamo del personaggio di Margherita. Cosa rappresenta il legame con Tobino?

Margherita è una grande invenzione letteraria della sceneggiatura. L’altra donna presente nella serie, Paola Olivetti, interpretata da Gaia Nanni, è stata davvero la donna della vita di Tobino. Margherita invece è una figura simbolica, un personaggio in cui confluiscono tante donne che Tobino ha incontrato nel suo percorso negli ospedali psichiatrici. Donne che erano finite lì dentro per motivi che con la follia non avevano nulla a che fare. Io credo che Margherita rappresenti metaforicamente l’amore immenso che Tobino ha per la giustizia. Conoscerla e liberarla diventa la sua grande missione. Liberando lei sente di liberare anche se stesso, di rendere il mondo un po’ più giusto. Dentro questa missione c’è anche una storia di innamoramento e di fascinazione, che io ho sempre letto come una grande allegoria: il fascino che la follia esercita su chi cerca di comprenderla e, più in generale, l’amore per la giustizia.

Perché secondo lei abbiamo ancora così tanta paura della malattia mentale, mentre normalizziamo la violenza?

Credo dipenda molto dall’abitudine ad accettare l’idea che il mondo funzioni così. Le guerre ci sono sempre state, esiste un ordine mondiale che mette l’uomo al centro e la donna da un’altra parte. E spesso ci diciamo: un motivo ci sarà. Io faccio parte del collettivo “Una Nessuna Centomila”, e negli ultimi anni hanno iniziato a entrarne a far parte anche gli uomini. È un passaggio molto importante. Stiamo lavorando anche con filosofi come Lorenzo Gasparrini per capire cosa ci impedisce di superare certi modelli culturali. E ci rendiamo conto che noi uomini siamo spesso le prime vittime di una visione maschile rigidissima. Ci viene insegnato a non chiedere aiuto, a non prenderci cura di noi stessi, a dimostrare continuamente la nostra forza, ma così facendo diventiamo incapaci di prenderci cura anche degli altri. Accettare la propria vulnerabilità non significa essere deboli, ma iniziare a costruire un’idea diversa di benessere e di relazione. Ed è anche il primo passo per costruire una vera parità tra uomini e donne.

Chiudiamo con una nota più leggera… com’è stato lavorare con Fabrizio Biggio?

La serie affronta temi molto duri, ma è anche una grande storia di amicizia e di umanità. In mezzo a un contesto violento e a un periodo storico terribile, questi personaggi cercano comunque allegria, libertà, bellezza. E in questo Fabrizio Biggio è stato fondamentale. Il suo personaggio non è solo quello che alleggerisce la storia: è un personaggio a tutto tondo, molto bello sia nelle note più leggere sia in quelle più profonde. Lavorare con lui è stato meraviglioso. Ha aiutato tutti noi a trovare il tono giusto per raccontare una storia così drammatica con una leggerezza profondamente umana. E ora che ho detto tutto il bene possibile — anche perché lui mi ha pagato per farlo (ride)— posso dirlo con sincerità: è stato davvero un compagno di lavoro straordinario.