BARBARA POLITI
La forza del racconto tra memoria, tradizioni e nuove sfide televisive
A dicembre la giornalista torna su Rai 1 con la seconda serata di Natale dedicata a Giovanni Paolo II, un appuntamento ormai rituale che intreccia testimonianze, spiritualità e il filo narrativo del Giubileo. Politi racconta un percorso che unisce territorio, identità ed esperienza sul campo e guarda avanti, con il desiderio di raccontare un’Italia di eccellenze, artigiani e visioni che rappresentano il cuore del Made in Italy
A dicembre condurrà su Rai 1 la seconda serata di Natale “In memoria di Giovanni Paolo II”. Come si racconta un papa così amato?
Questo programma va in onda ogni anno nella seconda serata della Vigilia. Da tempo è diventato un appuntamento consolidato e quasi rituale delle festività natalizie. Il racconto si sviluppa attraverso testimonianze del mondo della Chiesa e del mondo artistico: contributi che rendono omaggio non solo alla figura di Giovanni Paolo II, ma anche all’anno giubilare. Nel 2024 la messa in onda arrivò pochi giorni dopo l’apertura del Giubileo; quest’anno cadrà a pochi giorni dalla sua chiusura. È questo il filo conduttore che tiene insieme la narrazione.
Quale messaggio vorrebbe che restasse agli spettatori?
Un messaggio di attenzione, di rinascita e soprattutto di speranza. La speranza non è solo un dono: è qualcosa che possiamo ritrovare e alimentare. Può nascere da un gesto, da una parola, da un incontro. Tutti i protagonisti che hanno partecipato al programma hanno voluto dare un segno tangibile in questo senso. La speranza deve ripartire dai giovani, che sono stati molto presenti, ma riguarda ciascuno di noi. Nel quotidiano, attraverso l’arte e la bellezza, ognuno può contribuire a mantenerla viva e farla crescere.
La sua attività spazia da eventi simbolici come quello natalizio a progetti culturali come la Giornata Nazionale degli abiti storici (“Vestiti d’Italia” su RaiPlay). Come affronta registri narrativi così diversi?
È un insieme di indole e formazione. Sono una gemelli: abbiamo la tendenza naturale ad adattarci, a cambiare registro, a muoverci in più mondi. Poi c’è la mia formazione giornalistica: vengo dal telegiornale, ho trascorso il primo decennio della mia professione nelle news. Raccontavo di tutto ed è stata una palestra enorme. Questa versatilità mi accompagna ancora oggi, anche nella vita privata, potrei passare una notte in campeggio e il giorno dopo sedere a un tavolo reale con la stessa naturalezza. È il risultato dell’indole e dell’esperienza di racconto maturata nel tempo.
Con “Vestiti d’Italia” entra nel cuore delle tradizioni italiane attraverso i costumi storici. Quanto è importante che il servizio pubblico continui a valorizzare la memoria collettiva?
È fondamentale. Questa ricorrenza è stata istituita dal Ministero della Cultura e punta a rafforzare la consapevolezza della nostra identità. Andare a incontrare signore anziane che, ago e filo alla mano, preparano abiti storici è come fare un tuffo nel passato: ci ricorda quanto di quella memoria sopravvive e quanto dipenda da noi conservarla. Ogni borgo ha tradizioni, riti, costumi che sono patrimonio materiale e immateriale, perché raccontano la nostra identità più autentica. È stato emozionante entrare nei luoghi dove questi indumenti vengono curati, custoditi, tramandati, così come visitare realtà museali come quella di Firenze, che conserva abiti storici di enorme valore. Tutto questo ha anche un peso turistico: come accade per l’enogastronomia, anche la tradizione sartoriale può diventare promotrice di territorio.
Il suo percorso intreccia territorio, storia, identità e racconto umano. Quanto incidono queste esperienze vissute sul campo nella costruzione dei progetti che porta in Rai?
Ogni esperienza diventa cibo per il mio racconto. La televisione mantiene un ruolo fondamentale: a differenza dei social, dove tutto è immediato e non filtrato, la tv organizza il racconto, lo rende accessibile, lo consegna al pubblico attraverso una narrazione riconoscibile. Noi conduttori siamo strumenti di collegamento tra la vita reale e chi guarda da casa.
In questi mesi è stata protagonista di due progetti molto diversi tra loro: “Love Game” su Rai 2 e “It’s a Girls” per RaiPlay. Come ha vissuto queste esperienze e cosa le hanno lasciato?
“Love Game” è stata una sfida nuova, perché non avevo mai affrontato il tema dell’amore in televisione. Mi sono lasciata guidare dal flusso, senza filtri, ed è stata un’esperienza sorprendente e divertente. “It’s a Girls”, invece, è stato totalmente il mio mondo: otto puntate, otto personaggi noti messi alla prova con la pizza fatta in casa, da Paolo Belli a Guillermo Mariotto, da Martina Stella a Costanza Caracciolo e Peppe Iodice. Con la mia forte matrice enogastronomica è stato naturale sentirlo vicino, quasi un’estensione della mia identità creativa.
Guardando ai suoi progetti e alle esperienze fatte, quale Italia sente il bisogno di esplorare e raccontare?
C’è un tema che mi appassiona da anni: il Made in Italy. Abbiamo raccontato tanto, ma non abbastanza. Vorrei realizzare un progetto dedicato alle eccellenze italiane, agli artigiani che partono dal nulla e diventano visionari riconosciuti nel mondo. Immagino un programma che, da un settore all’altro, racconti la qualità italiana: moda, enogastronomia, design, artigianato. Grandi marchi come Parmigiani, che è passato dalla moda alla ristorazione, dimostrano quanto l’eccellenza sia trasversale. Raccontare il Made in Italy agli italiani è un sogno che continuo a coltivare.