Andrew Howe
La metamorfosi del campione
Dal salto in lungo alla macchina da presa, il grande campione si racconta tra sport e recitazione. L’ingresso nella “famiglia” di “Don Matteo”, la sfida di mettersi in gioco senza protezioni e il valore del lavoro di squadra. Appuntamento ogni giovedì in prima serata su Rai 1
Da sportivo abituato alle grandi competizioni, si è allenato tutta la vita alle sfide. Qual è stata quella più grande entrando nel mondo di “Don Matteo”?
Sicuramente mettermi completamente in gioco senza protezioni. Nello sport sei abituato a confrontarti con numeri, misure, cronometri, qui, invece, ti misuri con te stesso, con le tue emozioni, con la capacità di essere credibile. È stato come tornare all’inizio di tutto, con l’umiltà di chi sa di dover imparare.
Da atleta ad attore, un salto in lungo importante, questa volta davanti alla macchina da presa! Come si sente in questa nuova veste e cosa l’ha sorpresa di più della recitazione?
Mi sento curioso, vivo. Quello che mi ha sorpreso di più è quanto la recitazione sia fisica e mentale allo stesso tempo. Non è solo dire una battuta, è ascolto, presenza, controllo del corpo, gestione dell’energia. In questo mi sono sentito a casa.
Ci racconti il suo personaggio: cosa l’ha affascinata e in cosa, se c’è, le somiglia?
Mi ha affascinato il suo lato umano, il suo non essere “perfetto”. Mi somiglia nella determinazione e nel bisogno di trovare un equilibrio tra ambizione e valori personali. È un uomo che cerca il suo posto, e questo lo rende molto vero.
Come è stato accolto nella “famiglia” di “Don Matteo”, una serie così amata e con una lunga storia alle spalle?
Con grande rispetto e calore. Mi sono sentito subito parte di un gruppo che lavora con passione e professionalità, ma anche con leggerezza. È una vera famiglia, e questo rende tutto più naturale, soprattutto per chi arriva da fuori.
Cosa la incuriosisce e l’attrae di più del mondo dello spettacolo rispetto a quello dello sport?
La possibilità di raccontare storie. Nello sport racconti te stesso attraverso la prestazione, nello spettacolo porti in scena tante vite diverse, esplori emozioni e punti di vista che vanno oltre la tua esperienza personale.
Lo sport insegna disciplina, sacrificio, lavoro di squadra. Quanto le sono stati utili sul set?
Totalmente. Il set è un lavoro di squadra come una staffetta o una finale importante. Arrivare preparato, rispettare i tempi, saper ascoltare e adattarsi: sono tutte cose che lo sport ti imprime dentro e che qui fanno davvero la differenza.
Tra atletica e recitazione: cosa le dà più adrenalina oggi?
Sono due adrenaline diverse. L’atletica è esplosiva, immediata, la recitazione è più sottile, cresce piano e poi ti colpisce all’improvviso. Oggi le vivo entrambe con gratitudine, senza fare confronti.
Il pubblico la conosce come campione sportivo. Che effetto le fa farsi scoprire in una veste completamente nuova?
È emozionante e anche un po’ vulnerabile. Ma è bello mostrarsi per quello che si è davvero, non solo per un ruolo. Credo che la vita sia fatta di evoluzione, e io non ho paura di cambiare.
Pensa che la recitazione possa diventare una seconda carriera o la vive come una nuova sfida personale?
La vivo come una grande opportunità e una sfida personale. Non faccio programmi rigidi: mi interessa crescere, imparare e fare le cose con serietà. Poi sarà il percorso a dire dove può arrivare.
Che messaggio le piacerebbe arrivasse ai giovani che la seguono, sia come sportivo che come attore?
Di non avere paura di reinventarsi e di restare fedeli a sé stessi. Il successo non è solo vincere, ma trovare un senso a quello che fai. Per me questo senso oggi passa anche dalla mia compagna Ilaria e da mia figlia Anna: loro mi hanno cambiato la vita, mi hanno insegnato cosa conta davvero e mi ricordano ogni giorno perché vale la pena dare il massimo, in qualunque campo.