Sei episodi per raccontare la
magica stagione di Coppa Davis, con le testimonianze dirette dei suoi
protagonisti: Panatta, Bertolucci, Barazzutti, Zugarelli, Pietrangeli. In prima
visione su Rai 2, ogni venerdì in seconda serata, dal 25 novembre. Dal 24 tutte
le puntate disponibili su RaiPlay
Arriva su Rai 2 in prima visione
“Una squadra”, la docuserie in sei episodi di Domenico Procacci, trasmessa in
tre seconde serate a partire da venerdì 25 novembre (su RaiPlay sarà
disponibile dal 24 novembre), che racconta il segmento più avvincente e
importante del tennis italiano.
La squadra è quella composta da
Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli, i
quattro atleti che, nella seconda metà degli anni Settanta, rappresentavano
l’Italia nella Coppa Davis, il più importante e blasonato torneo di tennis per
nazioni del mondo. E poi Nicola Pietrangeli, che aveva smesso di giocare nel
’74 e, come capitano non giocatore, ha guidato gli azzurri alla loro prima – e
fino a oggi unica – vittoria in Davis, nel 1976.
Era la squadra più forte del
mondo: fra il ’76 e l’80 le finali giocate sarebbero state in tutto quattro. Il
racconto sportivo e umano di questa storia è stato realizzato da Domenico
Procacci, il numero uno di Fandango che, dopo una trentennale carriera di
produttore ed editore, ha deciso per la prima volta di fare il regista.
La narrazione orbita intorno alla
finale di Davis del dicembre 1976, quando a Santiago del Cile l’Italia vinse la
coppa incontrando i padroni di casa. Una vicenda sportiva molto tormentata
sotto il profilo politico: non era scontato che si accettasse di andare a
giocare in un Paese governato al tempo da una feroce dittatura, quella di
Pinochet. Il mondo politico si astenne dal prendere posizione, lasciando la
decisione alla Federazione Italiana Tennis, che non senza esitazioni e
polemiche decise che la finale andava giocata.
“Una squadra” è un documentario
avvincente, destinato non solo agli appassionati di tennis, considerando fra
l’altro la spiccata umanità dei suoi protagonisti che sono stati coinvolti,
direttamente, tutti: “Se uno soltanto di loro mi avesse detto di no non avrei
fatto niente”, spiega Procacci, che è riuscito, grazie a un montaggio agile e
puntuale, a comporre le interviste realizzate nel 2021 con il materiale dell’epoca.
La stagione della Davis italiana, oltre a essere un piccolo monumento
mitologico del tennis e del nostro sport, contiene risate e musi lunghi,
scherzi e dispetti, litigi e riconciliazioni, dramma e commedia, che non si
ferma alla finale cilena.
Nel ’78 Pietrangeli sarebbe stato
esonerato dal suo ruolo di capitano non giocatore per volere dei quattro
tennisti i quali, Panatta su tutti, facevano parlare giornali e pubblico anche
per quel che accadeva fuori dal campo, dandoci anche un affresco potente degli
anni Settanta, tempi in cui uno sport popolare produceva campioni forse meno
muscolari e potenti, ma molto meno omologati e prevedibili rispetto a oggi.
La docuserie si inserisce su Rai 2
nel quadro di una nuova stagione entusiasmante per il tennis italiano e
dell’attenzione che il pubblico e il canale Rai stanno dedicando a questo
sport: proprio su Rai 2 si può assistere, fino al 30 novembre, alle dirette
delle Atp Finals, un torneo d’eccezione che vede sfidarsi a Torino i primi otto
tennisti del mondo.
ROMA 17 OTTOBRE 2020 PUNTATA DI “REPORT “IN ONDA SU RAITRE DA LUNEDI 19 OTTOBRE ALLE ORE 21 30
NELLA FOTO SIGFRIDO RANUCCI
Venticinque anni di inchiesta
televisiva, “Report” è un tassello fondamentale del Servizio Pubblico, come
vivi questo traguardo?
Quando è nata questa idea credo che
nessuno potesse immaginare che sarebbe durata così tanto, che sarebbe stata
così longeva. Era fatta con pochi mezzi, una trasmissione ruvida nei confronti
del potere. Invece eccoci qua. Il merito è stato ovviamente di Milena
Gabbanelli che ha avuto questa straordinaria idea, e di Paolo Ruffini, l’allora
direttore di Rai 3, che ebbe la visione di mettere un programma d’inchiesta in
prima serata. Un traguardo raggiunto grazie al coraggio, alla dedizione, alla
passione di tutti i colleghi storici di “Report” che hanno portato la croce in
questi anni, e l’hanno difesa, e la difendono ancora oggi, da attacchi e da
imitazioni, contribuendo a rendere il programma un gioiello non solo del
Servizio Pubblico, ma di tutta la televisione italiana.
In questo lungo viaggio cosa ha
contribuito a dare credibilità a “Report”?
Il fatto di essere sopravvissuti ai
tribunali, alle querele e alle richieste di risarcimento milionarie, agli
attacchi della politica. A un certo punto c’è stato chi ha tentato di chiudere
“Report”, di mettergli i bastoni tra le ruote, di privarlo degli strumenti
necessari di difesa, come la tutela legale. Come mandare in guerra i soldati
senza l’elmetto. Siamo sopravvissuti a tutto questo facendo inchieste di grande
livello, ma soprattutto grandi ascolti. “Report” il lunedì sera viaggia a una
media dell’8-9 per cento di share. Durante la pandemia abbiamo raggiunto
ascolti record del 14 per cento. Questo ne fa di gran lunga la trasmissione
d’inchiesta più vista d’Italia. E poi ci sono il movimento sui social e la
capacità di fornire notizie originali che vengono riprese dai giornali. Raramente la televisione dà notizie per quello
che produce, lo fa più per i cattivi esempi o per qualche cosa che non funziona
e che ha a che fare con la volgarità. “Report” va sui giornali per i contenuti,
per il suo sguardo originale.
Quanto la tecnologia ha cambiato il vostro
lavoro?
La tecnologia è fondamentale.
Sicuramente consente analisi e comparazioni tra dati che prima non riuscivi a
fare, o ci mettevi molto più tempo. Ti permette di ispezionare, di raccogliere
informazioni, di collegarle tra loro, al tempo stesso è anche pericolosa perché
le informazioni che sono sul web sono difficilmente verificabili. L’appeal della
tecnologia è così forte da far cadere,
soprattutto negli ultimi anni, nella tentazione di scambiarla per il contenuto,
e questo non deve accadere. I contenuti sono una cosa e la tecnologia è
l’insieme degli strumenti per raccontarli e divulgarli.
Come nasce oggi un’inchiesta di
“Report”?
Un po’ come nasceva ieri, da
segnalazioni, da fonti che ciascuno di noi ha, e soprattutto dal patrimonio di
originalità che sono le mail del pubblico: ne arrivano circa 78 mila ogni anno. Siamo un
po’ lo sfogatoio del Paese. Questo ci dà la possibilità di avere anche il polso
della società, i settori più in crisi hanno bisogno di una due diligence da
parte di “Report”. C’è anche tanta amarezza nel vedere che c’è chi è costretto
a rivolgersi alla televisione per vedere rispettati i propri diritti, quando la
gente è sulla soglia della disperazione perché le istituzioni, le
amministrazioni, non la ascoltano.
Hai lavorato per anni al fianco di
Milena Gabanelli, cosa ti ha insegnato?
Milena è una donna rigorosa, con
grandissime dedizione e passione per il lavoro. Ci ha insegnato ad andare in
onda solo avendo la documentazione a supporto e sempre con il beneficio del
dubbio, chiedendosi se si stesse facendo la cosa giusta. Le sarò eternamente
grato per quello che mi ha insegnato e soprattutto per la fiducia che ha
mostrato nell’ affidarmi Report. E’ un’enorme fatica e responsabilità ma anche
un enorme privilegio.
Per questo compleanno vi siete
sentiti?
Ci sentiamo relativamente spesso,
compatibilmente con gli impegni. Sicuramente ci siamo sentiti nei momenti più
complicati, più difficili, abbiamo condiviso anche lo spot per i 25 anni, mi
sembrava giusto. L’idea di Milena ha continuato a camminare sulle nostre gambe,
siamo stati dei custodi abbastanza fedeli alla mission originale.
Cosa deve avere un giornalista per
essere all’altezza del programma?
Il rispetto per la squadra, per la
trasmissione per la credibilità costruita negli anni. Poi deve avere rigore,
l’abnegazione e la capacità di ascoltare tutti. Il giornalismo d’inchiesta,
quello puro, che parte sgombro da una tesi, deve avere la lucidità di saper
ascoltare tutte le voci perché in ciascuna di esse può nascondersi un brandello
di verità importante che può dare letture diverse di un fatto. Poi chi lavora
per Report deve sapere che sta indossando la maglietta di una trasmissione del Servizio
Pubblico. Chiedo sempre la massima lealtà nei confronti delle persone che
vengono intervistate, o che sono al centro dell’inchiesta. Se mandiamo in onda
battute di persone che non sanno di essere intervistate, è solo perché
rispondiamo a una lealtà superiore, quella nei confronti dell’interesse
pubblico e del bene comune.
Ti capita di ricordare Ranucci prima
di “Report”?
Sì, è una parte a cui sono affezionato,
avevo come direttore Roberto Morrione. Se Milena è stata la mia madre
professionale, Roberto è stato il padre: mi ha sdoganato come inchiestista
quando nessuno credeva in me. Mi ha dato la possibilità e gli strumenti di fare
delle cose che sono incancellabili, penso alle inchieste sulla mafia, al
ritrovamento dell’ intervista smarrita a Borsellino, ai miei viaggi nei Balcani nei luoghi di
guerra, in Giordania al confine con l’Iraq, a New York dopo l’abbattimento
delle Torri gemelle o a Sumatra dopo lo tsunami, o allo scoop mondiale sul
fosforo bianco gettato dagli Usa su fallujah. Ho visto cose tremende, fare
l’inviato mi manca. Mi sarebbe piaciuto farlo in Ucraina.
Cosa avresti cercato di raccontare?
Un inviato racconta ciò che vede. Non
esiste un racconto unico se uno fa l’inviato veramente. Racconti quello che
percepiscono i tuoi occhi in base alla tua sensibilità. Ce ne vorrebbero
tantissimi ochhi e tantissime sensibilità per avere una visione più completa
della realtà.
Il faro è l’obiettività…
A “Report” abbiamo dimostrato di
esserlo. Siamo stati gli unici giornalisti al mondo a finire contemporaneamente
nella lista degli amici di Putin e in quella dei suoi nemici. Credo che solo “Report”
potesse riuscire a fare questo. Dopo la nostra inchiesta “Dalla Russia con
amore” siamo finiti in una lista dei nemici del Cremlino, pare dettata direttamente dal
presidente russo, che ha stigmatizzato quella trasmissione, salvo poi finire in
una lista presentata in Parlamento da un’associazione che ci metteva tra gli
amici di Putin. Nel giro di dieci giorni siamo finiti in entrambe le liste,
cosa di cui andare fieri.
Nella tua conduzione non manca mai l’ironia…
Quanto può aiutare nel racconto della realtà?
È fondamentale, la componente ironica
riesce a strapparti quel sorriso che può essere amaro e comunque riflessivo. Credo
di aver preso l’ironia, che fa parte del mio carattere, da mio nonno, che si
chiamava Sigfrido come me ed era simpaticissimo. Mi raccontava che da giovane,
quando fu fermato da una pattuglia fascista, in piazza, e gli fu imposto di
bere l’olio di ricino di fronte alla ragazza che sarebbe diventata mia nonna, a
un certo punto bevve, poi tese il braccio con il bicchiere nei confronti di
questa pattuglia e disse: riempi ancora. E così se ne bevve un altro bicchiere.
Me lo ricordo negli ultimi tempi, malato, che prendeva un gran numero di
pastiglie per il cuore, la pressione il diabete. Mi guardava sconsolato con
tutte quelle pillole in mano e diceva: ma queste lo sapranno dove dovranno
andare? (sorride). Credo di avere ereditato la componente ironica proprio
da lui, con cui ho trascorso gran parte della mia infanzia.
Venticinque candeline le abbiamo
spente, e ora?
Bisognerà lavorare per il futuro e
per un futuro passaggio di testimone. Vorrei che chi subentrerà al mio posto
trovasse una macchina perfetta per evitare di fare degli errori. Per quanto mi
riguarda mi piacerebbe prima o poi poter completare la mia carriera facendo
qualcosa di diverso e di importante, non so se in Rai o altrove, ma potrebbe
essere un completamento.
Prima di salutarci, lunedì sera a
parte, seguirai i Mondiali?
Vedrò Report. Il contesto Qatar non è
che mi esalti in particolar modo. Rimanendo sul gioco mi piacciono moltissimo
le squadre che si impongono con classe e fantasia, perché quello è il calcio.
Mi piace l’idea che possa vincere qualche outsider. Mi piace l’idea che possa
vincere una squadra che si impone per passione, forza, volontà, o chi impone la
fantasia. E su questo mi viene in mente Spagna o Brasile.
La finale che ti piacerebbe vedere?
In questi mondiali impossibile. Penso
a quella del futuro: Ucraina-Russia. Significherebbe un ritorno alla normalità.
RANUCCI
Dal novembre del 2016 alla guida del programma di giornalismo investigativo più seguito della Tv. Insieme alla sua squadra festeggia l’importante traguardo dei 25 anni di “Report” e ringrazia Milena Gabanelli: «Rigorosa, ci ha insegnato ad andare in onda solo con la documentazione a supporto e sempre con il beneficio del dubbio». Il lunedì sera su Rai 3
Nella serie scritta e diretta da Marco Bellocchio è il ministro dell’Interno in carica nei giorni del rapimento, della prigionia e dell’uccisione di Aldo Moro. «Il mio Francesco Cossiga è un personaggio sfaccettato, geniale, coltissimo, e anche estremamente umano nelle sue ombre, nelle sue debolezze. “Esterno Notte” è un film che si occupa molto della complessità dell’essere umano» dice l’attore palermitano, già apprezzato protagonista di pellicole d’autore di successo
In
“Esterno Notte” è Francesco Cossiga, come è stato il suo approccio con una
figura tanto importante?
A
guidarmi c’era un grande maestro, di fronte a me una bellissima sceneggiatura,
ma anche lucida e visionaria, che ha creato un perimetro preciso. Sono i 55
giorni, il contenitore in cui ho cercato di concentrare il Cossiga che abbiamo
portato in scena. Mi sono documentato attraverso le testimonianze, ho provato a
conoscere quello che è stato il Cossiga giovane. Per una questione anagrafica
avevo memoria del Cossiga presidente della Repubblica, l’ultimo Cossiga. Quello
dei 55 giorni è anche il più misterioso, con Marco Bellocchio abbiamo scavato nel
suo privato, entrando anche nelle situazioni familiari, quelle più intime. Ho tentato
di restituire quanto più possibile il Cossiga che è nell’immaginario di tutti,
per poi cercare anche di allontanarmi e farne un’interpretazione. Dopo tutto,
quando siamo di fronte a personaggi così conosciuti e che rappresentano un
ruolo pubblico, istituzionale, è anche interessante riuscire a scavalcare il
ruolo per andare proprio dentro l’essere umano. “Esterno Notte” è una serie, un
film, che si occupa molto della complessità dell’essere umano.
Della
complessità dell’essere umano Cossiga che sensazioni ha avuto?
Francesco
Cossiga mi ha affascinato molto, è un personaggio sfaccettato, geniale,
coltissimo, e anche estremamente umano nelle sue ombre, nelle sue debolezze.
Quella che vive in quei 55 giorni è una tragedia collettiva, si dibatte tra la
ragione di Stato e quella umana. Moro è stato il suo maestro, il suo amico per
poi divenire la sua ossessione, per non essere riuscito a salvarlo. È
un personaggio che mi è rimasto in maniera molto forte nella sua
imprendibilità, nei suoi misteri, come fosse un contenitore di segreti. Tante
cose erano dentro di lui e non sono state comunicate.
Raccontare
Moro a 44 anni dalla strage di via Fani è pagare un conto rimasto in sospeso?
Ciò che accadde è una ferita
aperta che ci riguarda come italiani, una pagina della nostra storia che non
bisogna dimenticare e che ha ancora molte ombre, molti buchi. È
importante che questa pagina torni oggi nel presente, è una storia che muove
molti sentimenti. Credo che Marco Bellocchio abbia cercato di fare il più
possibile un film non ideologico, ma una pellicola capace di toccare i
sentimenti di quella vicenda, degli esseri umani, e questo ci fa da specchio.
Come
racconterebbe ad un giovane del nuovo millennio, che ha difficoltà ad
approcciarsi ad una letteratura cinematografica tradizionale, la figura di Aldo
Moro, il suo Cossiga e quel momento storico?
Era
sicuramente un momento molto importante, in cui si stava cercando di fare un
grande cambiamento nel Paese con una forte collaborazione tra le parti. Per
prima cosa porterei questo giovane a vedere un film del genere, cosa che ho
fatto con mia figlia. Il cinema è un’esperienza vissuta in maniera collettiva, un
viaggio immersivo, totale. Ogni elemento, ogni personaggio descritto, anche il
fatto che una stessa vicenda venga raccontata da più punti di vista, invita a
cercare la verità, spinge a farsi delle domande. Agli occhi di mia figlia ogni personaggio
risultava misterioso, ambiguo, con una complessità che nascondeva anche delle
ombre che appartengono all’essere umano. In questo senso è davvero un’opera
shakespeariana, dostoevskiana, quindi universale.
Lei
è uno dei protagonisti del nuovo cinema d’autore, può, proprio questo cinema,
aiutare il grande schermo a superare la crisi?
Assolutamente
sì. Credo innanzitutto che lo spettatore debba riscoprire quel piacere, perché probabilmente
se ne è dimenticato. A volte ci dimentichiamo delle cose, poi quando le andiamo
a toccare ne riscopriamo il valore, l’importanza. Il cinema d’autore, fatto di
immagini forti che restano, che puoi portare con te e che arrivano al cuore,
può avere un ruolo importante in un mondo che si muove con tanta rapidità. È
qualcosa che nessuno ti toglie più.
Francesco
Cossiga in “Esterno Notte”, Giovanni Falcone ne “Il Traditore”, e ancora altri
personaggi che hanno lasciato il segno. Cosa la porta ad accettare una parte?
Poter affrontare personaggi così importanti e diversi come Cossiga e
Falcone con un grande regista come Bellocchio è stato un regalo enorme della vita. Non ho avuto un momento di
esitazione, è stata una grande sfida, una possibilità di conoscenza.
Determinante
il rapporto di fiducia con il regista…
Penso
che possa consentire di andare oltre, di lavorare il più possibile al servizio
dell’opera d’arte, della passione di voler portare sullo schermo, al cinema, certi
personaggi. Ciò che mi muove, mi appassiona, è qualcosa che ha una ragione
forte nel presente, qualcosa che parli di noi e che possa emozionare, fare
uscire dalla routine più noiosa per andare dentro alla straordinarietà della
vita.
Dove
trova questa straordinarietà nel suo vivere quotidiano?
Negli
affetti familiari, nelle amicizie, nei rapporti lavorativi duraturi, in quelli
di apprendimento: quando, attraverso e insieme agli altri, si può essere
migliori per cercare di scoprire qualche cosa che da solo non scopriresti mai.
Cosa
significa essere un attore oggi?
È una domanda importante,
difficile da sintetizzare. Potrei dire molte cose certe e precise e altre
incerte e precarie, e in questo senso penso che dentro l’essere attore ci sia
un mistero, una necessità esistenziale, qualcosa che non permette altre scelte.
Certamente significa fare questo lavoro con gioia e passione, avere la
necessità di comunicare e farsi veicolo del nostro presente, ma su tutto penso
significhi confrontarsi e porsi ogni giorno questa domanda alla ricerca di
questa difficile risposta.
Un affascinante ritratto di Margherita Hack attraverso le sue stesse parole, grazie a un’inedita registrazione rilasciata a Federico Taddia, amico e biografo ufficiale della grande astrofisica. Venerdì 18 novembre ore 15.35 su Rai 3
Nel Giugno del 2022 si sono celebrati i 100 anni dalla nascita di Margherita Hack, la donna che capiva e sapeva spiegare le stelle. Astrofisica e divulgatrice di fama internazionale, divertente e scontrosa, sincera fino alla provocazione, sportiva appassionata e refrattaria ai cliché, anticonformista, atea e femminista, in prima linea nelle lotte per i diritti, vegetariana sin da piccola, amante viscerale di gatti e cani. Ma soprattutto libera e innamorata perdutamente: delle stelle e di suo marito, Aldo. Difficile comporre in un ritratto unico la straordinaria esistenza di Margherita Hack, una sfida narrativa che il nostro documentario affronta in un modo unico e affascinante: un viaggio nella vita di Margherita e nel senso profondo del suo lascito, grazie alla sua voce viva, in una lunga ed inedita registrazione rilasciata a Federico Taddia, amico e suo biografo ufficiale. La regia del documentario, in onda venerdì 18 novembre alle 15.35 su Rai 3, è di Samuele Rossi.
Il sabato alle 22 le opere teatrali più famose del commediografo e sceneggiatore romano precocemente scomparso nel 2019. Dal 19 novembre per cinque settimane, si parte con “Migliore” con Valerio Mastandrea, seguiranno “Perfetta”, “Qui e ora”, “456”, “In mezzo al mare”, “Gola”. Il regista Paolo Sorrentino: «Torre è un grandissimo indagatore delle nostre miserie e soprattutto ci ricorda che certe miserie possono essere amate»
Gli
amici di una vita, insieme, per portare in scena l’opera dell’amico che non c’è
più, Mattia Torre. I “Sei Pezzi Facili”, dal 19 novembre alle 22 su Rai 3,
aprono le porte di un mondo in cui la parola, le emozioni, la rappresentazione
scenica, diventano un tutt’uno. A dirigere “Migliore”,
“Perfetta”, “Qui e ora”, “456”, “In mezzo al mare” e “Gola”, tutti realizzati
al teatro Ambra Jovinelli di Roma, il regista premio Oscar Paolo Sorrentino: «Il teatro di Mattia Torre viaggia su un doppio binario,
fondamentalmente è comico ma si muove su temi estremamente profondi, delicati e
paurosi – afferma il regista – è un teatro estremamente contemporaneo e
libero, non schiavo delle derive degli ultimi tempi, libero nell’uso
delle parole, appassionato e coerente con gli argomenti che esplora.
Mattia è stato un grandissimo indagatore di certi nostri vizi e miserie,
amandoli e ricordandoci sistematicamente che quelle miserie possono essere
amate». Un teatro che ci racconta con
ironia e intelligenza. A dare voce e volto ai personaggi sul palcoscenico, gli
stessi gli attori chiamati da Torre per le prime rappresentazioni: Valerio Mastandrea, Valerio Aprea, Paolo
Calabresi, Geppi Cucciari, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino, Carlo
De Ruggieri, Giordano Agrusta. «Mi sono avvicinato al suo teatro con il massimo
rispetto e con la voglia di valorizzare e amplificare il suo talento, io come
regista mi sono limitato a pochi appigli cinematografici, delle minime
ibridazioni, perché con testi e interpreti così ogni aggiunta è superflua –
prosegue Sorrentino – Mi manca
molto Mattia, e questo lavoro in qualche modo è servito anche a me per poter
sentire ancora una volta la sua voce’». Il teatro
che incontra il piccolo schermo per dare all’opera di Torre una «divulgazione che solo la televisione e nello specifico la Rai
poteva dare» conclude il regista. Una
realizzazione «nella migliore tradizione del Servizio Pubblico,
progetto originale, proprio come ‘Esterno notte’ di Bellocchio, che fa
della Rai la casa, il laboratorio dei più grandi registi, cineasti,
intellettuali, proprio come accaduto in passato con i vari Fellini,
Bertolucci, Ronconi, Olmi’», afferma Carlo Fuortes, amministratore
delegato della Rai. Per la direttrice di Rai Cultura Silvia Calandrelli Mattia
Torre è un classico della contemporaneità: «Non c’è
più purtroppo e la missione del Servizio Pubblico deve essere quella di rendere
il suo lavoro fruibile per tutti. Gli attori sono quelli che Mattia aveva
scelto per interpretare questi pezzi, in teatro, ora la televisione ci
consente di raggiungere più pubblico possibile. E ‘Sei Pezzi Facili’,
grazie soprattutto a Paolo Sorrentino, diventa luogo di incontro
tra linguaggi diversi, quello teatrale, televisivo e cinematografico». A promuovere il progetto, Francesca Rocca, moglie di Mattia Torre: «Con ‘Sei Pezzi Facili’ e ‘Boris’ in onda è stato fatto
un grande regalo per i 50 anni che non ha mai compiuto, ne sarebbe felice. Ho avuto il privilegio di essere
testimone di quindici anni di vita di Mattia, del suo lavoro. I suoi sono
spettacoli di parola, e ogni parola doveva essere recitata come aveva
stabilito lui. Quando abbiamo fatto la celebrazione per lui all’Ambra
Jovinelli, l’apertura la fece Lorenzo Mieli e quello che disse, il modo in cui
lo disse, un po’ me l’aspettavo perché c’era una fratellanza che durava da anni
con Mattia. Poi Paolo Sorrentino ha letto un pezzo che aveva scritto per
Mattia e capii che l’aveva fotografato con precisione senza conoscerlo da
tutto quel tempo». “Sei Pezzi Facili” sarà disponibile anche
sulla piattaforma RaiPlay.
MIGLIORE con Valerio Mastandrea
La storia comica e terribile di
Alfredo Beaumont, un uomo normale che, in seguito a un incidente (di cui è
causa, di cui sente la responsabilità, e per cui sarà assolto), entra in una
crisi profonda e diventa un uomo cattivo. Improvvisamente, la società gli apre
tutte le porte: Alfredo cresce professionalmente, le donne lo desiderano,
guarisce dai suoi mali e dalle sue paure. “Migliore” è una storia sui nostri
tempi, sulle persone che costruiscono il loro successo sulla spregiudicatezza,
il cinismo, il disprezzo per gli altri. E sul paradosso dei disprezzati che, di
fronte a queste persone, chinano la testa e – affascinati – li lasciano
passare. «È stato un viaggio sentimentale, ognuno si è fatto
il suo, ognuno ci ha messo dentro quello che sentiva, che provava – dice
Valerio Mastandrea – l’idea era quella di confrontarsi con un linguaggio
diverso, una messa in scena filmica, e sento di dover ringraziare Sorrentino
perché ha portato la sua emozione vicino alla nostra e non sopra la
nostra. Ha avuto un approccio sano, lo stesso che avevamo tutti noi con
il lavoro di Mattia. La grossa sintonia che avevamo umanamente con lui
era quella di sentirci fragili, piccoli, contraddittori: Mattia scriveva
da dentro, era un pensatore rapidissimo, violentissimo, già pensava alla
cosa successiva e la scrittura era un tornare indietro. La sua
originalità sta in questo, nel raccontare situazioni ed esseri umani verso i
quali, seppur non aveva nessuna colpa, si sentiva responsabile».
Le voci dei protagonisti dell’evento cinematografico per la tv firmato da Marco Bellocchio. Un’opera potente, come fondamentale fu la vicenda umana e politica di Aldo Moro. Da allora, da quel 16 marzo 1978, l’Italia non fu più la stessa. In onda in prima serata su Rai 1 il 14, 15 e 17 novembre
FABRIZIO GIFUNI è Aldo Moro
Nella vicenda Moro c’è una grande
responsabilità di rimozione profonda… mi sono spesso chiesto perché in questi
ultimi decenni non si è più avuta la voglia di tornare su quella storia, perché
si è preferito dimenticarla
Il primo confronto con il maestro Bellocchio su questo ruolo…
Quello che ci ha chiesto Marco (Bellocchio, il regista),
ma che era già molto chiaro leggendo la sceneggiatura, era quello di entrare
ciascuno in questo grande racconto collettivo, che ha tanti punti di vista e
non sposa solo lo sguardo di un personaggio o di un altro. Ciascuno di noi
aveva la consapevolezza di essere parte di qualcosa di molto grande. Al regista
interessava un’indagine sullo stato d’animo profondo di ciascuno dei personaggi,
non solo un discorso politico o storico, ma proprio un’indagine serrata su
quello che si muoveva in quei 55 giorni all’interno di ognuna delle figure che
compongono il racconto.
In “Esterno Notte” c’è un Moro in assenza. Come si crea
un’assenza così presente nella storia?
Assenza più acuta presenza diceva un grande poeta. Credo che questo si crei
naturalmente grazie al formidabile talento di Bellocchio, organizzare un
racconto in cui la figura di Moro, anche quando non c’è, non è presente nella
vicenda, è fortemente presente in ogni momento. Come si crea non lo so, io ho
cercato di abbandonarmi il più possibile, anche perché avevo, per scelta e per
fatalità, attraversato la figura del leader della DC tante volte in questi
anni, soprattutto a teatro con un lungo lavoro dedicato alle carte di Moro.
Questa volta insieme a Marco ho scelto e cercato di dimenticare un po’ tutto e di
entrare in questo grande fantasma della nostra storia. Questa è anche una
storia di fantasmi nel nostro passato di ombre, anche il titolo suggerisce una
visione notturna, nei palazzi della politica le cose importanti accadono di
notte, ma di notte ciascuno di noi si abbandona a un’altra vita, quella dei
sogni, una componente molto forte anche in “Esterno Notte”.
Viviamo come Paese un forte senso di colpa verso la vicenda
di Aldo Moro. Cosa significa questo approfondimento televisivo per un pubblico
più giovane?
Questo progetto ha già avuto una sua prima vita
cinematografica, inaspettata, non certamente per la storia di Marco Bellocchio.
È stato al Festival di Cannes, poi a New York, a Londra, in Italia è uscito al
cinema in due parti e già in questo primo tragitto abbiamo avuto la sorpresa di
vedere le sale piene di giovani. La stessa cosa è successa per il mio
spettacolo che ogni sera si riempiva di generazioni nate dopo il nostro
racconto. Dobbiamo avere più fiducia nei nostri ragazzi, ai quali negli ultimi
decenni abbiamo suggerito con una certa ossessività che bisognava vivere in una
sorta di eterno presente, cancellare le tracce di un certo passato, recidere
accuratamente i fili, perché ci è stato detto che siamo in un’Italia nuova, con
uomini e donne che nulla hanno a che vedere con quel passato. Avere la pazienza
di comprendere cos’è successo a questo Paese negli ultimi decenni, ha a che
fare molto con il nostro presente. Questo film non racconta solo una pagina di
storia del nostro passato, forse la pagina più importante del secondo
Novecento, ma ci costringe a fare i conti con quello che siamo ora.
Moro richiamava la politica alla responsabilità. Che valore
ha questa parola oggi?
Responsabilità, come anche memoria, sono parole che possono
essere svuotate di qualsiasi significato e ridotte a brandelli, oppure riempite
giorno per giorno di un significato concreto. La responsabilità, soprattutto
per chi si occupa di istituzioni, dovrebbe essere una delle prime parole
dell’abecedario, ma non riguarda solo chi ci governa, la responsabilità è la
nostra. Nella vicenda Moro c’è una grande responsabilità di rimozione profonda.
Quando ho iniziato a pensare al mio spettacolo e poi a “Esterno Notte”, è stato
perché in questi ultimi decenni non si è più avuta la voglia di tornare su
quella storia, perché si è preferito dimenticarla.
MARGHERITA BUY è Nora Moro
Mi rivolgo a chi ancora deve avere un
ruolo, ai genitori e ai nonni, devono aiutare queste nuove generazioni a
studiare e a capire la storia
Come nasce lo studio del suo ruolo?
Bellocchio mi ha raccontato che personaggio fosse, ho letto
un libro che la riguardava, cercando di entrare nell’animo di questa donna, una
persona semplice che amava molto la famiglia, ma che stava lontana dal mestiere
del marito e che invece, improvvisamente, si è ritrovata a vivere una vita che
non immaginava per lei e per la sua famiglia, troppo esposta. Vivere un dolore
così forte, ma molto schiva e attenta a non mostrare eccessivamente le sue
emozioni. Viveva con rigore il suo dolore, arrivava a delle punte di estrema
disperazione con freddezza. È stato molto complicato ma interessante per un
lavoro di attore.
Cosa rivela il film di Bellocchio di alternativo rispetto
alla storia, alla cronaca e alla letteratura?
C’è un occhio diverso nel raccontare questi momenti, c’è una
libertà e uno sguardo d’autore. La vicenda è ripercorsa sicuramente anche dal
punto di vista storico, con situazioni che vanno viste perché rendono il racconto
ancora più inquietante. E’ stato uno spaccato storico tra i più allucinanti che
il nostro Paese abbia vissuto, ma Bellocchio ce lo mostra con un occhio di
artista quale lui è.
Cosa rende questo film necessario?
Necessario lo è sempre quando si parla di vicende così
importanti, sono contenta che la Rai si sia messa al servizio di questa storia,
che sia poi capitato proprio in questo momento storico è davvero interessante. “Esterno
Notte” andrà dentro le case degli italiani, spero che le famiglie vogliano spiegare
ai propri figli che sono cose che vanno viste, insieme, proprio come succedeva
qualche tempo fa, quando ci si riuniva per guardare e discutere. Siamo abituati
a non parlare più di niente, a vedere immagini, gente che occupa degli spazi
nella nostra testa. Mi rivolgo a chi ancora deve avere un ruolo, ai genitori e
ai nonni, devono aiutare queste nuove generazioni a studiare e a capire la
storia.
TONI SERVILLO è Papa Paolo VI
Mi auguro che siano tanti i giovani a
guardare questo film che invita a ricordare di non dimenticare
L’importanza di raccontare anche in tv, oggi, la storia di
Aldo Moro…
Credo che un editore importante come la Rai debba prendersi
questi rischi proprio per il ruolo che occupa all’interno della cultura nel
Paese. Chiamare un grandissimo autore a fare un’opera di questa natura, che
mette insieme una originalità di linguaggio e un approfondimento su contenuti molto
importanti.
Come è entrato nell’animo del suo personaggio?
Sono personaggi storici realmente esistiti quindi sicuramente
era necessaria una documentazione, per ragione di età io ricordo perfettamente
la vicenda che qui è raccontata. Marco ci ha chiesto soprattutto di dare forza
all’aspetto simbolico dei personaggi, nel caso del Papa, di raccontare il
conflitto molto forte che c’era in una persona in quella posizione, tra il
senso di responsabilità di un uomo che esercita anche un potere temporale e la
misericordia che appartiene a un uomo di fede.
Cosa rappresenta questo racconto?
È un film necessario perché suggerisce a una platea molto
ampia, come quella televisiva, di riflettere su una pagina della nostra storia
che non ci ha reso più uguali a come eravamo prima.
In questo spartiacque storico che ha creato la vicenda di
Aldo Moro, cosa si augura possa arrivare di questa narrazione?
Mi auguro che siano tanti i giovani a guardare questo film
che invita a ricordare di non dimenticare.
GABRIEL MONTESI è Valerio Morucci
L’approfondimento è sempre
un’opportunità per crescere, migliorare e mettere in discussione se stessi e le
proprie convinzioni
Il primo incontro con il regista. Com’è andata?
È stato un onore partecipare a un progetto diretto da una
creatura immensa come Marco Bellocchio, a un giovane attore non accade tutti i
giorni di confrontarsi con un regista di questo calibro. Abbiamo immediatamente
stabilito un dialogo con lui sul set, ci ha chiesto di riportare una gioventù
piena di ideali e convinzioni molto chiare, di determinare cioè una distanza
con il loro nemico. Con il regista e con tutto il cast siamo riusciti a
comporre una figura “necessaria” per l’elaborazione di un fatto ricostruito in
maniera maniacale.
Qual è il suo ruolo in questo grande racconto?
Interpreto il brigatista Valerio Morucci, un ruolo difficile
da comprendere e rappresentare, complicato trovare una sola direzione nella
recitazione. È stato un personaggio controverso, pieno di contraddizioni a
livello politico, storico e anche umano, di cui sappiamo veramente poco. Un
lavoro complesso per un attore, le verità su di lui sono tante e diverse, ci
affidiamo a degli sprazzi di intuizioni da scovare nelle letture, nei processi,
nelle telefonate, decisive in quel periodo storico.
È un film necessario oggi, soprattutto per i giovani?
L’approfondimento è sempre un’opportunità per crescere,
migliorare e mettere in discussione se stessi e le proprie convinzioni. È
certamente una serie necessaria perché, anche a chi ha voluto saperne di più,
tanti dettagli di quel che è accaduto sono sfuggiti. Si tratta di un passato
che ha condizionato il nostro presente, attraversarlo dà una presa di
coscienza, a me sia come attore che come persona. Credo che “Esterno Notte” sia
un’opportunità importante.
DANIELA MARRA è Adriana Faranda
Non si presenta solo l’evento storico,
ma si affronta anche la sfera più intima dei personaggi, c’è quindi un aspetto
creativo molto forte
Cosa le ha chiesto il maestro Bellocchio prima di iniziare
questo viaggio?
Mi ha subito esposto il dramma che di questo personaggio
voleva raccontare, ovvero quello di una donna da un lato molto forte e
determinata, che compie una scelta estrema, per niente semplice e che implica
l’uso della violenza, della lotta armata, dall’altro anche molto fragile,
costretta a fare i conti con le conseguenze della sua scelta, abbandonare un mondo
di amore, di affetti, compreso quello della desideratissima figlia.
Cosa deve arrivare di questo lavoro al pubblico?
È un racconto talmente tanto sfaccettato che è difficile da
sintetizzare. Non si presenta solo l’evento storico, ma si affronta anche la
sfera più intima dei personaggi, c’è quindi un aspetto creativo molto forte. Io
spero che l’opera di Bellocchio possa essere di stimolo per i ragazzi, una
spinta ad approfondire i fatti, a conoscere uno spaccato della nostra storia,
fondamentale non solo per il mondo della politica italiana, ma per tutti i
cittadini.
Entrare nei panni di un personaggio così estremo, quali corde
ha toccato?
Ho certamente fatto un lavoro di grande documentazione,
alla fine però ho cercato di staccarmi da tutto questo e affidarmi allo script,
alle indicazioni del regista. Mi sono concentrata moltissimo sul dramma personale
di Adriana, dovevano emergere chiaramente i suoi contrasti, le sue
contraddizioni. Mi sono affidata molto anche alla tecnica per affrontare un lavoro
fatto di estremi. Questa è stata la mia via
Interpreta Eva in “The land of dreams”, il film diretto da Nicola Abbatangelo: «È un personaggio che mi somiglia molto – dice l’attrice al RadiocorriereTv – Non molla mai, nonostante le difficoltà»
Protagonista
di un film che viaggia tra la realtà e il sogno… qual è il punto di equilibrio?
A
trovarlo (ride)… è un lavoro che può durare tutta la vita, è sempre un
equilibrio molto sottile, anche nel mio lavoro. Termino con un set e
immediatamente corro dai miei bambini, faccio la spesa, poi ritorno al lavoro.
È questa però la bellezza, vivere sempre molte vite diverse.
Chi
è Eva di “The Land of Dreams”?
È
un personaggio che mi somiglia molto, è una giovane immigrata italiana che
arriva nella New York degli anni Venti, vorrebbe fare la cantante, ma è
consapevole che, per come è andata la sua vita fino a quel momento, potrebbe
non riuscirci mai. Nonostante tutto, lei non molla e persegue i suoi sogni.
Quali
sono i punti di contatto tra la sua storia e quella di Eva?
Sono
arrivata in Italia dalla Bielorussia all’età di dodici anni con mia mamma, Eva
invece accompagnata dal suo papà, anch’io come lei ho avuto immediatamente la
consapevolezza che per riuscire ad andare avanti avrei dovuto faticare molto di
più dei miei coetanei. Ho frequentato la scuola a Ostia e, ogni giorno, dal
Villaggio Tognazzi dovevo prendere da sola tanti mezzi, avevo una vita per
tanti aspetti più complessa rispetto ai miei compagni che a casa trovavano il
pranzo pronto o la mamma che li aspettava. Come Eva, ho imparato presto ad
arrangiarmi, sviluppando un grande senso di adattamento. Credo che questo, per
entrambe, sia un punto di forza, qualcosa che mi è stato utile anche nella
professione. Ho avuto la fortuna di interpretare sempre ruoli diversi, cercando
di attingere dalle mie esperienze personali.
Musica
e canto per affrontare grandi temi. Com’è andata mettersi alla prova con un
musical?
Il
musical è un genere che può avvicinare generazioni diverse, è una sorta di
favola che si affida a un linguaggio universale. D’altra parte, siamo tutti
circondati dalla musica nel nostro quotidiano, è un modo più diretto per
raccontare qualcosa.
Quale
posto occupa la musica nella sua vita?
Prima
di questa esperienza la musica era, come per la maggioranza delle persone, un
sottofondo che mi faceva compagnia a casa, nei viaggi, con gli amici. Non avevo
mai cantato in vita mia, al massimo un po’ di karaoke. Quando ho avuto
l’occasione di un provino con Nicola Abbatangelo (regista), mi sono
confrontata con colleghe molto più brave di me, con un’ottima educazione
musicale. Alla fine, il regista, alla sua opera prima, ha voluto correre il
rischio e mi ha scelto. Ho studiato tutta l’estate con Elisabetta Tulli, una
coach vocale straordinaria che mi ha preparata sui pezzi del film, che abbiamo
poi registrato a Roma, prima di partire per le riprese in Bulgaria. Un
bellissimo tour de force, una sfida eccitante!
Com’è
stato calarsi nella New York di 100 anni fa?
Davvero
divertente, ogni nuovo lavoro diventa l’occasione per evadere da me stessa. Indossare
abiti così importanti, trasformarsi grazie al trucco e al parrucco, essere obbligata
ad assumere la giusta postura di un’epoca lontana, sulla quale c’è stato uno
studio molto dettagliato, è stato davvero un viaggio entusiasmante.
Qual
è l’insegnamento più grande che ha ricavato da questo progetto?
Non
mollare mai. È questo il tema del film, l’invito a circondarsi dell’amore delle
persone giuste che ci aiutano nel percorso verso la realizzazione dei nostri sogni.
Il
pubblico la sta conoscendo sempre di più… qual è la cifra che sente più sua?
Ho
un percorso professionale molto vario, ho iniziato con “Un passo dal cielo” con
Terence Hill, continuando con esperienze diverse. Oggi si è quasi del tutto
superata l’idea che gli attori che lavorano in tv non possano cimentarsi anche
al cinema, o viceversa. Un attore deve sapersi adattare a ogni ruolo o
situazione, io voglio mettermi alla prova ovunque, con registi affermati, ma
anche con quelli meno conosciuti. È sempre una nuova sfida.
La
passione, come ci ricorda il film, come motore che spinge le nostre vite…
È
qualcosa di vitale. Credere fortemente in qualcosa mi aiuta a gestire lavoro e
privato, a dimenticare le difficoltà e i dubbi. Senza, probabilmente, avrei già
mollato.
Prossimi
impegni?
Sto
girando “Il Re” con Luca Zingaretti, tra Torino, Trieste e Roma e in
contemporanea sono impegnata in un’opera prima sempre a Roma. È importante dare
spazio alle nuove leve, creare nuove visioni.
Protagonisti dei suoi programmi sono la parola e il racconto. Su Rai 1 con “Da noi… a ruota libera” e su Rai 3 con “Fame d’amore”, la conduttrice abbatte muri e spinge gli ospiti a liberarsi del loro “personaggio”. E del suo ruolo televisivo ci dice: «Nel tempo ho scelto di lasciarmi andare, di mostrarmi più per ‘la Francesca’ che non per ‘la Fialdini’, ho deciso di assomigliare di più a quella che sono»
ROMA 18 SETTEMBRE 2022 PUNTATA DI “DA NOI…A RUOTA LIBERA” IN ONDA LA DOMENICA SU RAIDUE ALLE 17 30.
NELLA FOTO FRANCESCA FIALDINI
Un’altra stagione di super lavoro,
come sta andando?
Siamo molto felici sia per “Da noi… A
ruota libera” che per “Fame d’amore”. “Da noi… A ruota libera” ha conquistato
una fetta di pubblico che lo aspetta, e questo fa sì che si crei una dinamica
tra noi e il pubblico di reciproco affetto e di voglia di stimoli. Considerando
che siamo un programma giovane, siamo molto felici della grande famiglia che
stiamo diventando, siamo contenti anche degli ospiti che vengono a trovarci.
Quella del racconto è un po’ la
modalità e la missione del conduttore degli anni 2000, come si trova in questi
panni?
È il lavoro che ho sempre desiderato
fare, e raccontare storie rimane la formula vincente in ogni forma di
espressione. Dentro ci sono tutte le emozioni, tutte le scale di valori, i
punti di vista che appartengono alle persone sono universali. Immedesimarti
nella storia degli altri può fare molto bene. Sia per prenderne le distanze,
alle volte, sia per riuscire a trovare una motivazione dentro noi stessi. Per
far girare la ruota per il verso giusto, per cambiare le cose e avere il
coraggio, la forza, la voglia, la determinazione di non arrendersi alle
difficoltà. La scelta di sottolineare come dentro di noi possa scattare una
scintilla che ci fa reagire, ci fa resistere, è quella che ha premiato “Da noi…
A ruota libera”. Evidentemente c’è bisogno di questo in un momento storico
delicato come quello che stiamo vivendo.
“Fame d’amore” è un viaggio che l’ha
portata a indagare il rapporto tra i giovani e il cibo, cosa ha imparato?
Se prima ero già convinta che
l’empatia fosse la chiave di volta di tutta una narrazione, il rapporto con le
persone, le cose che indaghiamo e incontriamo, oggi dico che con “Fame d’amore”
questa empatia è diventata proprio l’unico punto di vista possibile per
mettermi davvero in ascolto. Mi sono messa tanto in sottrazione dimenticando me
stessa per accogliere i ragazzi che abbiamo intervistato a braccia aperte,
senza nessun tipo di filtro o pregiudizio, perché altrimenti diventa davvero
complicato. Se ragioni per cercare di comprendere il motivo per cui questi
ragazzi si fanno del male o fuggono dalla loro routine, magari non ce la fai
perché sei troppo condizionato dal tuo modo di vivere la vita. Se ti abbandoni
totalmente al loro racconto, dando valore al tempo che trascorri insieme a loro,
diventa il più bel lavoro possibile. Entrare nella mente degli altri non è mai
facile, ma un lavoro infinito. Lo sanno bene i nostri esperti che ci guidano
nell’incontro con i ragazzi. Di fronte a questo ignoto così complesso, così
grande, che può essere anche un abisso per noi, l’unica cosa da fare è mettersi
in ascolto.
Occuparsi di questi temi porta ad
attivare un lavoro “introspettivo”, di autoanalisi, cosa ha capito di più di se
stessa?
L’effetto di “Fame d’amore” è doppio:
da un lato ti dà delle chiavi di comprensione di ciò che è difficile da capire,
dall’altro, inevitabilmente, ti fa da specchio. Specchio in cui le tue ferite,
i traumi personali, vengono amplificati. Parlo delle cose rimaste irrisolte e
sospese nel tempo. La tua vita viene raccontata attraverso gli occhi degli
altri, è molto avvincente da un lato, dall’altro ti inchioda alle tue
responsabilità. Ti fa capire che se tu non risolvi le questioni dentro di te
non sei neppure sufficientemente in grado di potere raccontare la persona che
hai davanti. È molto impegnativo, un lavoro mentale, psicologico, emotivo.
Lei è abituata ad abbattere muri, a parlare
della vita a ruota libera… quanto si emoziona e quanto si diverte?
La cifra di “Da noi… A ruota libera”
è quella del sorriso, dell’allegria, della positività. Un modo di raccontare
completamente diverso. “Fame d’amore” non cerca il dolore, ma è una docu-serie
che racconta la realtà, cruda, con l’intento di investigare, di portare alla
luce le emozioni forti. Il programma di Rai 1 vuole fare la stessa cosa
utilizzando una chiave completamente diversa. A interessarci non sono le
emozioni fini a loro stesse, ma il modo in cui vengono affrontate. Il tema
delle emozioni, dell’intelligenza emotiva, dei traumi emotivi che ci portiamo
dentro, sta diventando per me una chiave di lettura della realtà e delle
relazioni, che sta condizionando anche la mia vita oltre al mio lavoro. È un nuovo filone di psicoanalisi che
approfondisco a casa, un punto di vista che va a integrare il giornalismo in
modo potente. Paradossalmente un programma di intrattenimento, dove le emozioni
sono una forma di conoscenza della realtà, diventa un appuntamento
motivazionale, per dare coraggio, speranza, una prospettiva, e comunque offrire
un punto di vista laterale sulle cose. Raccontare la storia di una famiglia
numerosa, o la scelta di un ragazzo o di una ragazza di affrontare la propria
disforia di genere, per diventare qualcuno che assomigli di più alla loro
profonda intimità, significa raccontare due facce della realtà: entrambe vanno
accolte e valorizzate per quelle che sono. Allo stesso tempo, fornisci
strumenti agli altri per comprendere meglio di cosa si tratta.
Che cosa cerca in un ospite, sia vip
o meno?
Che riesca a mettersi seduto sullo sgabello
senza una maschera. Se mi accorgo che quella maschera c’è cerco di
togliergliela, studiando molto anche il linguaggio del corpo. Tante volte un
ospite viene per portare il suo personaggio. Quando c’è questo svelamento,
quando si abbattono le difese, quando stai bene in un posto anche se sei in
televisione, ma ti dimentichi di avere le telecamere addosso perché si crea un
dialogo intimo, profondo, bello, anche se con il sorriso, allora io ho vinto.
Quest’anno la vediamo con un look più
rock…
Probabilmente ho fatto un cambiamento
profondo, pian piano, dentro di me, che mi ha portato a buttare via la veste
della conduttrice, che mi dava sicurezza per andare in onda. Ho indossato i
panni dell’intrattenitrice e ho scelto di lasciarmi andare, di mostrarmi più
per la Francesca che non per la Fialdini, di raccontare di più anche la mia
persona, ho deciso di assomigliare di più a quella che sono. Anche attraverso
il look, che è qualcosa che ci racconta. Tutto ha il suo significato dentro il
testo televisivo.
Cosa prova e cosa pensa quando si
rivede in televisione?
Quando mi ricapita, e mi ricapita su
RaiPlay, è perché vado a vedere come migliorare le cose, vado a verificare. Mi
riguardo in un contesto, in relazione al pubblico, all’ospite, alla telecamera.
Lì sono uno strumento a disposizione, mi guardo con l’occhio di chi cerca di
capire se sia andato tutto per il meglio. Quando vado in onda sono totalmente a
disposizione e mi metto tanto in gioco. Nell’ultimo anno e mezzo emozionarmi è
diventato sempre più frequente e non mi nascondo. Nella vita, nelle nostre
giornate, dobbiamo condividere gioie e dolori, questo deve succedere anche in
un contesto televisivo, dove le relazioni, se sono autentiche, portano a una
condivisione.
A breve partiranno i Mondiali senza
l’Italia, li seguirà?
Li seguirò certamente, anche perché
andranno in onda al posto mio per ben 4 domeniche. Non ho scuse, guarderò i
Mondiali. Certo, è un tifo sbiadito, avrei tanto voluto vedere la nostra
Nazionale dare il meglio di sé e farci sognare. Comunque sia, è bello pensare
che il mondo venga raccontato anche attraverso il gioco del calcio in un
momento in cui c’è bisogno di sentirsi tutti più legati, insieme.
Che rapporto ha con lo sport?
Non ci frequentiamo molto. Usiamo
giuste distanze per andare d’accordo, lo seguo più in televisione. Amo andare a
sciare, amo la montagna. La passione per lo sci è in cima a tutte le altre,
speriamo di poterlo fare quest’anno.
Pensa al futuro?
Lo faccio tutti i giorni perché il
futuro è già qua. Ci penso a 360 gradi, come donna preoccupata per quello che
vede e come professionista. A maggior ragione credo che la strada che ho scelto,
di tirare fuori il meglio dalle persone che vengono a trovarmi, sia la scelta
giusta.
Il lunedì, in seconda serata su Rai 1, uno dei più amati giallisti italiani ci porta alla scoperta di “Cronache criminali”: «La mia idea non è tanto raccontare un caso, o una collezione di casi, ma il contesto in cui questi si inseriscono»
CRONACHE CRIMINALI
Scrittore,
sceneggiatore, drammaturgo e ora anche narratore televisivo, come sta vivendo
l’esperienza di “Cronache criminali”?
Una
magnifica avventura. In realtà nel 2013 avevo già fatto un programma
televisivo, un talent sulla scrittura, “Masterpiece”, ma questa è una cosa
diversa. Sono solo nella conduzione, ma accompagnato da uno squadrone nella
preparazione, perché la televisione è un’opera collettiva. “Cronache criminali” è un’esperienza nuova e molto coinvolgente, cerco di
mantenere il sangue freddo.
Come
ha scelto le storie raccontate dal programma?
La
mia idea non è tanto raccontare un caso, o una collezione di casi, ma il
contesto in cui questi si inseriscono. Per due motivi: il primo è perché i casi
che ci affascinano e ci turbano non lo fanno casualmente, ma perché ci sono
domande molto precise che entrano in risonanza con le nostre paure, i nostri
dubbi, i nostri terrori, i nostri sentimenti più profondi. La seconda è che
ogni delitto può essere una chiave d’interpretazione di un’epoca. È
questo che ci interessa raccontare. C’è sicuramente il racconto dell’accaduto,
ma questo non è il programma che deve buttare tutto all’aria per dire “adesso
dico io la verità”. “Cronache criminali” vuole dire perché è avvenuto un
determinato fatto, come è stato vissuto dall’epoca in cui accadeva, e come lo
possiamo interpretare adesso, ad anni di distanza.
Una
fotografia della società del tempo…
Della
società del tempo, ma anche delle nostre reazioni, di come siamo cambiati.
Alcuni delitti sono paradigmatici. Il delitto del Circeo, ad esempio, cambia il
modo di raccontare lo stupro e la violenza sulle donne.
Quanto
c’è della sua esperienza in magistratura nel De Cataldo scrittore e narratore?
Nel
De Cataldo scrittore e narratore c’è questo grande campionario umano che si
osserva nei processi nei Tribunali. Lì si vedono gli esseri umani sotto stress,
uomini e donne, si colgono reazioni immediate. Non sono tanto le storie a
colpirti quanto i loro protagonisti, le vittime e i colpevoli, gli avvocati.
Un’enorme palestra umana a cielo aperto che è il processo. In questo programma
la sapienza tecnica, la conoscenza dei meccanismi, mi permettono anche di
indirizzare la narrazione, questo è almeno il tentativo, in modo non
tendenzioso. A volte nelle trasmissioni che si occupano di cronaca le parti
prendono la parola per portare acqua al proprio mulino. A me, naturalmente,
questo non interessa: sto raccontando delle storie inserite in un tempo ben
preciso.
Come
nasce il suo interesse per l’inchiesta, per i fatti di criminalità?
Sono
sempre stato molto affascinato dalla storia con la esse maiuscola. E uno dei
modi per conoscerla, attraverso i tempi, è la cronaca nera. Anche la nera antica,
anche i delitti antichi. Del resto, credo che non esista nessun racconto, a
partire dalla Bibbia, in cui non ci sia un rapporto con il male di chi narra e
di chi vive. La nostra cultura occidentale nasce con la cacciata dal Paradiso
terrestre e prosegue con il fratricidio di Caino e Abele. Caino viene cacciato
e che cosa fa? Fonda una città. Siamo un po’, diceva un sociologo francese, la
stirpe di Caino. Credo che guardare al male, al delitto, sia un modo per
guardare anche dentro se stessi e cercare di analizzare le proprie pulsioni e
le proprie paure. A me piacciono anche le storie d’amore, i fumetti, i racconti
per bambini, ma se passa una settimana senza che abbia letto un giallo o un
crime mi sento un po’ privato di qualcosa.
Cosa
deve avere una storia, un caso di cronaca, per attrarre la sua attenzione?
Deve
rispondere ai due requisiti essenziali che sono anche quelli della
trasmissione. Deve essere una storia che pone delle domande, degli
interrogativi profondi, anche quelli a cui arrivare con un attimo di attenzione
in più. Le stragi della Uno bianca ci colpiscono perché ci dicono che chi è
pagato per difendere l’ordine pubblico e la nostra sicurezza, cioè i
poliziotti, a volte può sbagliare. Che non significa dire che la polizia sbaglia,
ma che in quel caso alcuni poliziotti erano mele marce. Questo ci fa riflettere
molto perché ci spiazza. Una madre che uccide un figlio, o un figlio che uccide
i genitori, sono fatti che ci colpiscono perché vanno contro l’ordine naturale
delle cose. E questo entra in risonanza con i nostri terrori, le nostre
angosce. L’altra condizione è che ci sia un legame con il tempo. L’omicidio di
Pierpaolo Pasolini, altro caso di cui ci occuperemo, racconta un passaggio
epocale. Finiscono gli anni Settanta delle grandi riforme sociali e iniziano
quelli che ci porteranno agli anni di piombo. Alcuni delitti non avvengono a
caso.
Il
suo ultimo romanzo, “Dolce vita, dolce morte”, ci riporta al caso di Christa Wanninger,
siamo negli anni Sessanta…
È anche il caso più antico che
raccontiamo nel programma, è avvenuto a Roma nel 1963. Io, ragazzo di
provincia, arrivavo nella Capitale in quell’anno e guardavo con occhi incantati
questa città, uno sguardo che in parte non mi ha mai abbandonato. La dolce vita
l’ho conosciuta dai film di Federico Fellini, ero troppo piccolo per farlo
direttamente. Sono legato agli anni Settanta perché sono quelli della mia
formazione, avevo vent’anni, ma già verso gli Ottanta avevo una diffidenza
maggiore. I Sessanta li vedo come un periodo in cui è cambiato il costume, si è
conosciuta la liberazione sessuale, l’arte ha prodotto le ultime grandi
avanguardie del Novecento, Roma era la città in cui c’erano i divi del cinema e
le avanguardie, Franco Angeli, Carmelo Bene, Schifano. Era una città in cui
stava accadendo qualcosa e si percepiva nell’aria. Era un tempo in cui anche la
cultura aveva un valore enorme e questo mi manca.
Lei
è un uomo di cultura, di legge, se dovesse descriversi in un tweet quali parole
userebbe?
È proprio per evitare questo
tipo di descrizione che sono fuori da tutti i social.
Cosa
la diverte nella vita di tutti i giorni?
Mi
diverte, ma anche mi sconsola, il ripetersi di certe situazioni. Il fatto che
noi esseri umani cadiamo inevitabilmente nelle stesse trappole, volta per
volta, di continuo. Lei ha usato giustamente la parola “diverte”, quando uno ha
la capacità di cogliere il lato umoristico delle cose, vive meglio. Ogni volta
che mi imbatto in un film di Totò continuo ad ammazzarmi di risate, non riesco
a farne a meno (sorride).
…
impossibile vivere senza ironia…
Assolutamente
sconsigliabile, fa male alla salute.
Nelle sale una delle pellicole più attese della stagione cinematografica, scritta, diretta e interpretata da Michele Placido che firma la sua quattordicesima opera da regista. Una co-produzione italo-francese con Riccardo Scamarcio nel ruolo del protagonista e con Louis Garrel, Isabelle Huppert, Micaela Ramazzotti, Tedua, Vinicio Marchioni, Lolita Chammah
Italia 1600.
Michelangelo Merisi è un artista geniale e ribelle nei confronti delle regole
dettate dal Concilio di Trento che tracciava le coordinate esatte nella
rappresentazione dell’arte sacra. Dopo aver appreso che Caravaggio usava nei
suoi dipinti sacri prostitute, ladri e vagabondi, Papa Paolo V decide di
commissionare a un agente segreto del Vaticano una vera e propria indagine, per
decidere se concedere la grazia che il pittore chiedeva dopo la sentenza di
condanna a morte per aver ucciso in duello un suo rivale in amore. Così
l’Ombra, questo il nome dell’investigatore, avvia le sue attività di inchiesta
e spionaggio per indagare sul pittore che – con la sua vita e con la sua arte –
affascina, sconvolge, sovverte. Un’Ombra che avrà nelle sue mani potere
assoluto, di vita o di morte, sul destino di un genio. “L’Ombra
di Caravaggio”,scritto, diretto e interpretato da Michele
Placido è una co-produzione italo-francese siglata da Goldenart Production con
Rai Cinema e per la Francia Charlot, Le Pacte e Mact Production. Il film
esplora l’intricata e avventurosa esistenza di Michelangelo Merisi, in arte
Caravaggio, già una popstar al suo tempo, raccontato nelle sue profonde
contraddizioni e nelle oscurità del suo impenetrabile tormento. Ribelle e
inquieto, devoto e scandaloso, indipendente e trasgressivo, il Caravaggio che
Placido mette in scena è un’artista maledetto dal talento assoluto, ma
soprattutto una rockstar ante litteram, un “rebel without a cause” costretto ad
affrontare gli inquietanti risvolti di una vita spericolata – con le sue donne
e i suoi demoni – in cui genio e sregolatezza convivono per regalarci un
personaggio fuori dal tempo e un’icona affascinante e universale. Nel cast,
oltre lo stesso Placido nel ruolo del Cardinale del Monte, Riccardo Scamarcio
(Caravaggio), Louis Garrel (L’ombra), Isabelle Huppert (Costanza Colonna), Micaela
Ramazzotti (Lena), Tedua (Cecco) e ancora Vinicio Marchioni (Baglione), Lolita
Chammah (Anna), Alessandro Haber (Battista), Moni Ovadia (Filippo Neri). “Il filmimmagina Caravaggio come un artista pop che vive la vita vorticosa
che vivrebbe oggi a New York o a Londra – scrive Placido nelle note di regia – e
per questo è venuto a Roma: il centro del mondo, un universo di immigrati,
prostitute, preti, pellegrini, cardinali, principi e malviventi. Un pianeta di
grandi ricchezze e grandissime povertà, poteri forti e immense servitù, denaro
a fiumi nei palazzi e un popolo che muore di fame nei vicoli. Qui, la Chiesa
controriformista chiede statue, dipinti, cupole, colonnati, per celebrare la
propria opulenza in un gigantesco cantiere delle meraviglie. Qui, in pochi
anni, Caravaggio diventa un personaggio di culto per i giovani artisti e per i
ricchi e potenti collezionisti. Il suo più grande sostenitore è il Cardinale
del Monte un grande mecenate e collezionista d’arte. Il pittore è vicino
all’ala pauperista della chiesa che cerca un ritorno ai valori evangelici. Lo
studio dove realizza i suoi capolavori è frequentato da gente della strada,
come da nobili e prelati. Lo vediamo all’opera: i pantaloni aderenti come un
paio di jeans, le scarpe pesanti infangate, una camicia sporca di ogni vernice.
E lui stesso è una tela: colore incrostato sulle mani, sotto le unghie, sulle
braccia, nella barba, nei capelli. Ci sono poi le donne della sua vita: una,
quella che ha contato di più e che lo ha sempre protetto fin dall’infanzia, è
la marchesa Costanza Colonna. L’altra è una delle prostitute più famose di
Roma, si chiama Lena, che è anche una delle sue modelle preferite,
rappresentata spesso come Maria, la madre di Gesù. Una terza donna è Anna,
quella che diventerà il volto di uno dei suoi più grandi capolavori, “La morte
della Vergine” conservato tutt’ora al Museo del Louvre a Parigi”. La prima idea del film risale al 1968 quando
Placido, appena arrivato a Roma, trascorreva i pomeriggi a Campo de’ Fiori
insieme ai suoi colleghi dell’Accademia. Le suggestioni della grande città, la
sua storia, la vicenda di Giordano Bruno
accendevano discussioni sul filosofo e sulla sua epoca e disegnavano sogni su
futuri progetti che avevano come cornice quel periodo storico e quella città
teatro del mondo, in cui papato, nobiltà e suburra convivevano e in cui
Caravaggio cercava il suo spazio. Il film che Placido aveva in mente era un
racconto cinematografico nella cifra di Caravaggio che restituisse tutta
l’autenticità dell’artista con i suoi vizi e le sue virtù nella sua profonda e
viscerale umanità e allo stesso tempo tutta la verità della sua epoca, con i
suoi odori e sapori, lontano da ogni patina scolastica o accademica. Una delle principali sfide del film
consisteva nella ricostruzione di un’epoca che aderisse alla visione del
regista. Si trattava quindi di sovvertire l’immaginario corrente delle
pellicole d’epoca ambientate alla fine dell’500 per realizzare un film vero, “sporco”
e lontano dalla tentazione di una rappresentazione iconografica o patinata. Per
realizzare un film originale e autentico che frantumasse gli stereotipi dei
luoghi di Caravaggio è stato necessario ricostruire e reinventare alcuni spazi,
come nel caso dei sotterranei delle Terme di Caracalla a Roma che sono stati
trasformati in strade cittadine piene di sporcizia, con mendicanti, acqua,
cloache sempre nel segno di quell’autenticità che era al centro della visione
del regista. Altri set del film sono stati Palazzo Chigi di Ariccia, Villa
Aldobrandini di Frascati, Sutri, Vignanello e Napoli.
Il sito Rai Com utilizza cookie tecnici o assimilati e cookie di profilazione di terze parti in forma aggregata, per rendere più agevole la navigazione e garantire la fruizione dei servizi. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.Leggi di piùOk