Noi giocolieri con Fiorello

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MAURO CASCIARI

Tra i maestri di buonumore (e di ironia) di Via Asiago nel glass-box di “Viva Rai2!”. Il RadiocorriereTv incontra il conduttore e autore umbro: «Alle 7.15 accendi la Tv, vedi Fiore con la sua combriccola, ed è subito allegria»l

Il pubblico ha decretato il successo di “Viva Rai 2!”. Cos’è stato a rendere questo show del mattino qualcosa di cui non si può fare a meno?

Il successo è arrivato perché Fiorello ha pensato di fare una cosa davvero nuova: portare un morning show comico, equiparabile forse a qualcosa di fatto a quell’ora in radio, ma in Tv mai, con uno stile diverso da quello dei morning show americani o europei, quindi fatto sulla strada senza dei giornalisti impietriti dietro a un bancone. Si va in onda da questo acquario che visto dall’alto sembra un po’ una giostra, un circo, un po’ carillon. C’è poi l’atmosfera, perché Fiorello sceglie prima le persone dei personaggi e questo crea un’alchimia unica, delicata e, probabilmente, irripetibile. 

Alle 7.15 date la sveglia a sempre più spettatori…

Le persone si stanno abituando, anche con il passaparola, ad aprire la giornata con il buonumore. Quello di “Viva Rai 2!” è un pubblico anche nuovo. Accendi la Tv, vedi Fiorello con la sua combriccola, ed è subito allegria. Si parte con il buonumore e lo conservi per tutta la giornata. 

Com’è cambiato il tuo risveglio da quando nella tua vita è entrato Fiorello?

Paradossalmente il mio risveglio è migliorato. Prima, facendo l’early morning show su una radio nazionale privata, dalle 5 alle 7 di mattina, mi svegliavo alle 4.15. Ora, vedendo che abito proprio a fianco a Via Asiago, mi alzo alle 5.15. Ero già abituato a essere “fantozzianamente” svegliato da una serie di automatismi: parte il tostapane, si accendono lentamente le luci, la radio e la stufetta elettrica. Ero già attrezzato a un risveglio velocissimo, e Rosario lo sapeva (sorride).

Dalla radio, a “spalla” Tv di Fiorello, come stai vivendo questo nuovo corso?

La sto vivendo benissimo, aspettavo questo momento da tre anni, era una possibilità già nell’aria da prima della pandemia. Un evento che arriva prima dei miei cinquant’anni, dei capelli bianchi, ed è il massimo che potessi sperare per il mio sviluppo professionale. Ora si può solo scendere.

La leggerezza come risultato di una costruzione perfetta di chi la Tv di oggi la sa fare e immaginare. Qual è il punto di equilibrio?

Il punto di equilibrio è, secondo me, pensare che la propria nonna, la propria mamma e il proprio figlio stiano guardando il programma insieme poco dopo essersi svegliati. Devi pensare a un pubblico molto ampio. Suggerisco sempre due livelli di lettura, quello che capisce la maggior parte delle persone e un altro, se possibile, anche solo con una citazione, che capiscono solo alcuni. Vedo che il nostro programma ha un pubblico istruito, laureato, giovane rispetto a quello della Tv tutta, e altospendente. Davanti allo schermo ci sono anche tanti bambini. L’equilibrio è pensare alla famiglia, questa è la mia idea e penso sia anche quella di Fiorello. La Tv perfetta naturalmente non esiste, perché, dal mio punto di vista, la Tv è cinema fatto peggio. Dobbiamo però farla al meglio.

Una sfida quotidiana: stupire il pubblico. Da dove si parte?

Dal fatto che la creatività è una rivoluzione continua e lenta. Creatività è mettere insieme nella maniera più illusoria possibile elementi già esistenti. Stupire il pubblico significa inserire ogni tanto un piccolo elemento di cambiamento rispetto a ciò che si è già visto e fatto. Questo concetto è nella testa di Fiorello, anche troppo (sorride). Fosse per lui si stravolgerebbe tutto ogni giorno: vuole stupire noi, e ce la fa, e vorrebbe cambiare sempre tutto. Alcune cose, alcune idee, io le terrei molto più a lungo, ma c’è da dire che il passato, il presente, e probabilmente anche il futuro, danno ragione a lui. Io lo seguo e imparo.

Ad aspettarvi un palcoscenico che cambia in continuazione…

Si parte alle 7.15 da via Asiago, che è già un elemento di stupore. Al resto ci pensa Fiorello che ogni giorno prende la sua strada, al di là della scaletta e di quello che abbiamo preparato.

Dovresti essere il saggio del gruppo, ruolo non facile a “Viva Rai 2”…

In realtà il saggio non sono io bensì Ruggero, che è sempre alle nostre spalle. Io sono la spalla sinistra di Fiorello e rispetto a Biggio son più saggio, perché lui è più pazzo (ride). Saggi sono gli autori, quelli più seri, che si occupano anche di fare la scaletta, l’impaginazione, i tempi. Loro sono una sicurezza, anche se poi Fiorello, che sa sempre cosa si dovrebbe fare, fa poi sempre di testa sua. Ecco, forse la mia saggezza è capire dove sta andando Fiorello, cosa farà durante la diretta. Mi guardo intorno, cerco di capire quando sta cambiando la scaletta, intorno a Fiore siamo tutti un po’ giocolieri. In base a quello che decide di fare dobbiamo girargli intorno senza cadere in terra. Che poi, anche se cadi, lui ti riprende al volo.

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Il gioco più bello

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FIORENZA PIERI

In “Che Dio ci aiuti” è suor Teresa, la nuova madre superiora del Convento degli Angeli Custodi. L’attrice toscana si racconta al RadiocorriereTv: «Vengo da tanti anni di teatro di prosa, ho recitato in grandi drammi e grandi tragedie. Sono morta in scena infinite volte e ora sono felice di giocare con la commedia»

Com’è stato l’incontro con suor Teresa?

Partiamo da quando mi è stata presentata per il provino. Come proposta è stata abbastanza spiazzante, mi chiedevo come potessi entrare nella serie come nuova madre superiora quando Elena Sofia Ricci era la madre superiora, quando Suor Angela era “Che Dio ci aiuti”. Ho pensato che fosse una scommessa azzardata, sia da parte degli autori, che nell’eventualità di prendere il personaggio.

Ma il personaggio le è stato affidato e lei è entrata in scena…

Mi ha affascinato da subito il fatto che “Che Dio ci aiuti” sia un mondo raccontato un po’ sopra le righe, nel quale c’è un po’ la sospensione dell’incredulità. Non è un mondo naturalistico, realistico, ma uno in cui i personaggi sono abbastanza caratterizzati, le cose che succedono sono a volte un po’ paradossali. E questo permette di recitare. La recitazione ti fa andare incontro al personaggio, ti fa costruire una personalità contaminata da quello che tu sei ma che è anche a sé stante. Il mondo della serie è pennellato un gradino sopra, nella direzione della commedia. Ti consente di creare un personaggio, di trovarne i tic, il modo di muoversi, di guardare, di parlare, di relazionarsi con gli altri, questo è stato molto divertente.

A proposito del genere della commedia, come se lo sente addosso?

La cosa divertente di questo lavoro è che si possono sperimentare un po’ tutti i registri. Vengo da tanti anni di teatro di prosa, ho recitato in grandi drammi e grandi tragedie. Sono morta in scena infinite volte, da Shakespeare a Čechov, ero abbastanza avvezza a un linguaggio più alto, poetico, letterario, quasi sempre nella direzione del dramma. Da qualche anno ho avuto modo di giocare con la commedia, che è una cosa divertente e in questo il sostegno della scrittura è indispensabile. L’interpretazione sulla commedia deve essere calibrata sul tempo-ritmo delle battute, in modo che ci sia un effetto di risata. Se la scrittura non ti sostiene, e una cosa non fa ridere, non fa ridere. Credo che gli autori siano molto rodati sul linguaggio di questa serie, ho trovato copioni e sceneggiature che sostengono molto la possibilità di trovare effetti comici. In questo ho osservato moltissimo Francesca Chillemi che alla sua settima stagione, aveva grande famigliarità con questo linguaggio. Ci siamo molto divertite insieme.

Per un’attrice cosa significa vestire i panni di una religiosa?

Si può dire che sia un personaggio come un altro, che si porta dietro una costruzione di atteggiamento esteriore e di emotività interiore, e poi c’è un abito che regala l’immagine del suo personaggio. È chiaro che se devo fare una madre, una sorella, una moglie, i vestiti sono di solito più moderni e allora si può giocare sul colorire lo stile, che con Suor Teresa era già dettato dall’abito. Come professionista era molto comodo avere un unico costume di scena, dal punto di vista interpretativo invece non è facile sacrificare completamente la parte di vanità. Non che io abbia mai puntato troppo su quella, perché la mia preparazione è molto più culturale-intellettuale, sono un po’ una nerd da questo punto di vista. Mi è sempre piaciuto di più lo studio “matto e disperatissimo” sui libri che non l’esibizione di me stessa. Però è anche vero che nel momento in cui ti vengono proposti dei costumi di scena speri sempre che ti stiano bene, la tonaca invece è quella che è. Le scarpe sono dei mocassini bassi che non metterei mai (sorride).

C’è qualcosa che accomuna Fiorenza a Suor Teresa?

All’inizio pensavo non ci fosse nulla in comune, la vedevo come un personaggio costruito in un altro universo con una forte rigidità. Ma le maschere, i personaggi pennellati in modo deciso, spesso sono l’esagerazione di espressioni comuni che vediamo nel mondo. In questo senso la mia suor Teresa ha atteggiamenti di rigidità, si è costruita una fortezza per schermare la sua parte emotiva, il suo passato, e questa penso sia una caratteristica abbastanza comune. Lei è molto chiusa emotivamente, si sbottona solo con il piccolo Elia. Non che io sia una persona particolarmente chiusa o rigida,  ma di sicuro mi sono costruita degli alti muri per proteggere le parti più fragili ed esposte del mio animo. Insegno da anni recitazione teatrale e cinematografico e dico sempre ai miei allievi che il giro di boa di questo mestiere arriva nel momento in cui si riesce a mettere a disposizione il proprio vissuto, la propria emotività, con la maggiore emotività possibile ma senza farsi male. Impedendo agli altri di saccheggiare ciò che di autentico si mette in gioco. Credo che questa sia la soglia del professionismo.

La sua popolarità televisiva è giunta negli ultimi anni, ma la sua carriera ha avuto inizio molto prima. Come è cambiato il suo essere attrice?

In questo momento c’è un accesso a una visibilità maggiore, qualche volta mi è capitato di essere riconosciuta per strada o al supermercato ma la mia vita non è cambiata molto. Da una parte sono grata di essere arrivata a una responsabilità professionale importante nel momento in cui sento di avere gli strumenti per farlo. Penso che difficilmente la popolarità possa darmi alla testa. Dall’altra mi sarebbe piaciuto ottenere una visibilità come questa a vent’anni, quando ero molto più sicura del mio aspetto (sorride). Nella vita quotidiana sono talmente impegnata tra lavoro e famiglia che non c’è il tempo da dedicare a questa apparente notorietà.

Come nasce la sua passione per la recitazione?

Ai tempi del liceo facevo un corso di teatro a Firenze ed era il mio gioco preferito. Scoprii che immedesimandosi il più possibile nelle vicende di un personaggio, dimenticandosi completamente di aspetti esteriori, andando incontro a una immedesimazione vera, c’erano momenti di viaggio: vivi per un attimo un’altra vita e questo è divertentissimo. Un po’ come un sogno. Il personaggio ti può far porre delle domande, su ciò che sei, sulle dinamiche della società. Il teatro nasce per far vedere all’uomo se stesso e permettergli di migliorare. “Che Dio ci aiuti” è un intrattenimento ma contiene contenuti di amicizia, supporto, giustizia, verità, una serie di valori.

Dove trova le energie?

Non me lo sono mai chiesta. Ho sempre pensato di essere una persona molto pigra, ma se guardo i fatti non sono mai ferma. Nella mia vita ho preso tanti treni da non poterli contare (sorride). Le mie energie vengono dal piacere di fare questa professione: la recitazione diventa brutta e meccanica quando ci si dimentica quanto sia bello giocare a quel gioco.

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Dario Fo: l’ultimo Mistero Buffo

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DOCUMENTARIO

Un omaggio al drammaturgo premio Nobel e al suo teatro, che continua a dare voci alla contemporaneità, in tutto il mondo. In onda il 10 marzo alle 21.25 su Rai 3

“Dario Fo: l’ultimo Mistero Buffo” racconta la storia del drammaturgo premio Nobel e del suo teatro. Il documentario, diretto da Gianluca Rame, è una produzione Clipper Media e Luce Cinecittà con Compagnia Teatrale Fo Rame in collaborazione con Rai Documentari e con il patrocinio di Fondazione Fo Rame. In onda in prima visione il 10 marzo alle 21:25 su Rai 3, è incentrato su un evento inedito: l’ultima messa in scena di “Mistero Buffo”, a Roma il 1°agosto 2016, l’addio alle scene del suo autore e interprete, il premio Nobel Dario Fo, scomparso soltanto due mesi dopo. Il documentario racconta un percorso che parte dal camerino di Dario Fo, con il suo spettacolo più noto, per percorrere insieme a lui un viaggio caleidoscopico che ci porta dalla Turchia all’Argentina, lì dove le sue opere, dalla drammaturgia potente e critica, infastidiscono ancora oggi lo “status quo” e il potere. Il novantenne Dario Fo si appresta a calcare per l’ultima volta la scena. Dentro la sua mente si accavallano i ricordi di una vita straordinaria. I suoni che giungono dalla cavea si fondono con il ricordo di altre figure familiari: Franca Rame, con cui Dario ha fatto coppia fissa in scena e nella vita, i loro intensi carteggi, le tante storie vissute insieme. L’anziano attore si alza, si porta lentamente dal camerino alle quinte e dopo un accenno di esitazione entra in scena mettendo fine all’attesa. La magia del suo teatro si compie per un’ultima volta ancora. Il Maestro sorride pensando alle tante compagnie che in tutto il mondo rappresentano le sue opere. A Istanbul dove è in scena in curdo la commedia “Clacson Trombette e Pernacchi” e a Buenos Aires dove “Muerte accidental de un ricotero” adatta il testo su Pinelli per parlare del caso di Walter Bulacio, assassinato dalla polizia nel 1991. Il film segue gli attori in un continuo confronto nel quale il teatro di Dario Fo diventa spazio di riflessione sulla condizione umana e sulle distorsioni del potere, superando differenze linguistiche, geografiche e culturali e confermando l’attualità e l’universalità del suo linguaggio.

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È la mia vita

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LORETTA GOGGI

L’attesissimo ritorno della regina della Tv con “Benedetta Primavera”, da venerdì 10 marzo in prima serata su Rai 1. Un viaggio in sessant’anni di spettacolo e di costume. «La malinconia non fa parte di me, mi godo ogni giorno e ogni esperienza» racconta al RadiocorriereTv: «Sono trent’anni che non ho un programma mio, ora sento il bisogno di riabbracciare il mio pubblico»

Come vive il ritorno da conduttrice in prima serata su Rai 1?

È una specie di bisogno di riabbracciare il pubblico. Sono trent’anni che non ho un programma mio. Ho fatto molto teatro, non è che non avessi contatto con il pubblico, però avevo desiderio di riprovare questa emozione, questo batticuore.

Dalle indiscrezioni sappiamo che vedremo un grande varietà, come quelli che la Rai ha nel proprio DNA, cosa ci dobbiamo aspettare?

“Benedetta primavera” non nasce per celebrare me, nonostante abbia 63 anni di carriera da festeggiare quest’anno, ma dal desiderio di fare un viaggio nel mondo dello spettacolo e del costume, una lettura dedicata sia al passato che al presente, con ospiti sia di ieri che di oggi. Uno scambio e un confronto tra i giovani e chi ha la mia età.

Con  il titolo “Benedetta primavera” quale messaggio ci vuole dare?

Cercavo qualcosa che mi identificasse subito. Il “maledetta” era molto giusto per la canzone, per il momento in cui l’ho cantata. Questa volta, andando in onda quasi a primavera, ho pensato che sarebbe stato bello usare il termine “benedetta”. È stata una scelta molto spontanea.

Nel ripercorrere tanti anni di una carriera luminosissima, è possibile non rimanere vittime della malinconia?

Assolutamente (sorride). Vivo tutto al presente, sono molto presente alla mia età, al momento attuale, alla società, a quello che succede. La malinconia non fa parte di me, mi godo ogni giorno e ogni esperienza.

Il suo nome è sinonimo di talento, come coniuga questo termine con i nostri giorni?

Ai miei tempi il talento era assolutamente necessario, poi ci volevano un briciolo di fortuna e tanta gavetta. Io sono partita dalla Tv dei ragazzi fino ad arrivare al sabato sera. È stata lunga, mi sono dedicata al canto, alle imitazioni, alla recitazione. Credo che i giovani di oggi abbiano più talento di quanto non ne avessero quelli della mia generazione, la nostra preparazione era un po’ naif. Oggi i ragazzi hanno le scuole di recitazione, di canto, ci sono i talent. Escono con più facilità. Bisogna comunque ricordare che il talento va coltivato, non è una cosa che dura per sempre se non lo sai usare.

Da sempre anche imitatrice, cosa deve avere un personaggio per essere nelle sue corde e per essere interpretato da lei?

Tutte le persone che ho imitato hanno un grande carattere, una personalità. E poi io imito solo quelli che amo, sono un’imitatrice sui generis.

Cosa la diverte, ancora oggi, di questo lavoro?

Questo lavoro è la mia vita, non posso raccontare la mia vita che attraverso il lavoro. Ho cominciato che avevo 10 anni, ora ne ho 72, molte tappe della mia vita sono legate al mio lavoro, che è cresciuto con me. Ogni volta è un’esperienza nuova, mi arricchisco sempre di più.

Ora le citerò alcuni momenti della sua carriera chiedendole di associare un’emozione o un ricordo, a ognuno di loro… partiamo dal 1968 con “La freccia nera” di Anton Giulio Maiano…

Dico una cosa un po’ buffa. Se a 18 anni non fossi stata piatta come una pialla non avrebbero mai pensato a me per “La freccia nera”, dove dovevo passare per un maschietto. Oltre al talento è stato dunque importante che io fossi piatta, cosa che personalmente mi faceva un po’ male (sorride).

“Canzonissima” 1972, cantava “Vieni via con me”, era la prima serata del Programma Nazionale…

“Canzonissima” è stata il mio passaggio dalla prosa alla rivista, senza che io avessi mai ballato, fu una specie di salto nel buio. È vero che Pippo Baudo, che ha sempre avuto grande naso, mi ha scoperto cantante e imitatrice. Lui per me era una garanzia, ma pensavo anche che quella di “Canzonissima” fosse un’esperienza una tantum e che poi sarei tornata a recitare. Invece, facendo le imitazioni, sono riuscita a fare quello che, come attrice, non mi avrebbero mai proposto. Avevo una faccia dolce e delicata quindi nella prosa facevo sempre  ruoli senza carattere: la ragazza buona, povera, orfana. Con le imitazioni mi sono divertita tanto a fare le vecchie, le brutte, le grasse, personaggi con i tic, i nasoni. È stato un grande divertimento e ho scoperto che potevo fare qualcosa di diverso da quello che i registi di prosa mi affidavano in quegli anni.

Sette anni dopo, è il 1979, arriva “Fantastico”, la prima edizione di uno dei programmi più amati. Lei cantava “L’aria del sabato sera”…

“Fantastico” è stato una specie di consacrazione anche come conduttrice. Insieme a me c’erano Beppe Grillo ed Heather Parisi, ma Beppe non voleva assolutamente avere il ruolo istituzionale, dover spiegare i giochi, come votare, e così la Rai pensò bene di farmi presentare. Quell’esperienza fu importante dal punto di vista professionale e anche a livello di look. Venivo da un viaggio in India, da dove avevo portato molti vestiti che non avevano nulla a che vedere con gli abiti che indossavano le showgirl dell’epoca. Ero indiana, anche a piedi nudi, con le piume in testa. E poi incontrai mio marito… quell’“Aria del sabato sera” non la scorderò facilmente.

È il 1983, arriva “Loretta Goggi in Quiz”…

Fu il mio ritorno da figliol prodiga. Siccome in Rai non mi affidavano mai il ruolo di conduttrice da sola, ma dovevo sempre affiancare un conduttore, me ne andai a Canale 5, che allora era una piccolissima rete e feci “Hello Goggi”. Fu una consacrazione, con Enzo Trapani alla regia, Tony De Vita alle musiche, Diego Dalla Palma per il trucco, Gianni Brezza come primo ballerino e coreografo, andai “armata”. Sulla quantità di pubblico non potevo sperare, ma sulla qualità di quello che facevo sì, tanto fu che la Rai mi chiamò e mi propose questo quiz dedicato allo spettacolo, in cui cantavo, ballavo, facevo le imitazioni. Andò molto bene: è stato l’unico programma che feci per due anni di seguito perché sono solita non fare mai per due volte la stessa cosa.

Nel 1988 c’è la fascia di mezzogiorno con “Via Teulada 66”…

Venivo da un grande successo che era “Ieri, Goggi e domani”, con il quale avevamo vinto tanti Telegatti. La Rai mi propose il programma di mezzogiorno ed ero sicura di non essere il personaggio giusto: sono una che parla veloce, che scherza, ironica, non mi sentivo molto adatta a quella fascia. Mi dissero di voler cambiare e inserirono temi come gli scavi di Pompei, l’AIDS, il buco nell’ozono, il Telefono rosa, il Telefono azzurro e gli ascolti non erano più quelli dei giochi telefonici. Il programma era all’avanguardia, ma il salto fu troppo netto. Ricordo “Via Teulada 66” come l’ultima cosa che ho fatto in Rai quando ho capito che si andava verso una televisione un po’ diversa e che non mi somigliava più tanto.

Dieci anni in giuria a “Tale e Quale Show”…

Sono una persona che non giudica nessuno molto volentieri. Quando Carlo Conti mi chiamò gli dissi di non essere in grado di farlo, che non sarei mai stata in grado di giudicare un mio collega. Ecco, facendo “Tale e Quale Show” ho scoperto che si possono dire le cose in modo molto garbato, e se sono tecniche, e non riguardano il privato della persona, ci si può esprimere con sincerità. Quel programma è stato anche una scuola e mi ha ridato popolarità. Dopo la morte di mio marito non avevo più intenzione di fare niente, con “Tale e Quale” mi sono riaffacciata a una platea di milioni di persone. È stato piacevole. Devo dire che sono stata un po’ vigliacca perché ho fatto televisione senza farla (sorride). C’ero, ma il programma non era mio e non mi sentivo responsabile di niente.

Ma senza mai abbandonare il suo pubblico…

Mai, e devo tutto a lui. Non ho fatto niente per farmi ricordare, ho fatto il mio lavoro e basta. Non ho avuto tessere di partito, non ho lasciato spazio al gossip. Sono stata un po’ orsetta (sorride). Stefano Coletta dice che è il pubblico a desiderare che io torni. E io gli ho creduto, ecco perché sono qua.

Che cosa le dà gioia nella vita?

Intanto la vita. È un bene immenso, bella in tutte le sue sfaccettature. Fatta di gioie e di dolori, ma anche di momenti in cui metterti alla prova per cercare di dare un senso al perché ci sei.

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Quel suo profondo rispetto della vita

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LINO GUANCIALE

Per la seconda volta nei panni del Commissario Ricciardi, personaggio iconico nato dalla penna di Maurizio De Giovanni, autore che ha saputo generare «questa mirabile invenzione», l’attore racconta al RadiocorriereTv il profondo legame con quest’uomo, capace di «trovare una via per affrontare la complessità dell’esistenza e della realtà, nel rispetto più profondo possibile degli altri»

Come nascono i rari sorrisi del Commissario?

Un po’ lo dice Bruno Modo, quando sorride Ricciardi è un evento. In questa seconda stagione succede più spesso, le crepe della diga che abbiamo visto apparire nella prima si aprono inesorabilmente, nonostante egli voglia continuare a mantenere una distanza di sicurezza che protegga gli altri da se stesso, non il contrario. Ricciardi è ormai “vittima” di una forza più grande di lui, ha assaggiato cosa sia il contatto più prossimo con gli altri e non riesce più a farne a meno. Dalla prima all’ultima puntata si vedrà proprio un incremento progressivo dell’apertura verso i propri affetti e la realtà esterna in generale. Questa è una delle cose che amo di più di questa figura, ogni sua manifestazione emotiva o relazionale è autentica, non è certo uno che dispensa sorrisi di cortesia. Per me, da questo punto di vista, è un esempio da seguire perché, come tutti quanti, anch’io non sempre riesco ad avere questa profonda e umanissima schiettezza.

Che esempio di essere umano sarebbe Ricciardi se vivesse nei giorni nostri?

Credo che farebbe lo stesso mestiere, è il modo in cui riesce a mettere a frutto il proprio dono, a dare un senso alla propria resistenza umana e sociale. Ricciardi decide di darsi alla giustizia perché trova che sia quella la maniera per dare sollievo alle manifestazioni che lo perseguitano e che, in qualche modo, infestano la sua vita, rendendola impossibile. Creando giustizia trova che invece, non solo può dare sollievo agli altri, ma anche a se stesso. La sua occupazione sarebbe la stessa, immagino però un Riccardi molto impegnato sul fronte umanitario, magari proprio su cause dedicate all’inclusione, alla sorte degli ultimi della lista. In questo momento, forse, migranti e rifugiati.

Cosa rende questo personaggio così attraente?

La cosa impressionante è il suo enorme senso etico. Ricciardi non è uno distante dagli altri, è in profonda connessione con gli altri. Di tutti i personaggi che ho incrociato sulla mia strada, dalla versione letteraria di Maurizio (De Giovanni, autore dei romanzi dedicati al Commissario Ricciardi), che ha generato questa mirabile invenzione, a tutti quelli di cui ho esperienza, lui è certamente quello più umano di tutti, quello che ha costruito la propria esistenza sul trovare un modo per relazionarsi con il suo dolore e con quello di tutti. Lo fa, però, sempre con un rispetto profondo della vita degli altri, astenendosi dal dare facili giudizi, dalla superficialità e dalle semplificazioni. È questo, forse, che gli rende possibile resistere in un momento storico molto portato a semplificare, a costruire la realtà attraverso slogan, decisamente costruito sull’annichilimento della complessità. È un uomo che, al contrario, riesce a trovare una via per affrontare la complessità dell’esistenza e della realtà, nel rispetto più profondo possibile degli altri. Questa è una grandissima lezione.

Esistono dei punti di contatti tra lei e Ricciardi?

Ci sono, anche se io non sono vittima di una maledizione come quella che è toccata a lui (sorride). Alcune sfumature del mio modo di approcciarmi agli altri, quel rispetto di cui parlavo, in Ricciardi così macroscopico, corrisponde a quello che tento di mettere in pratica nella mia esistenza. In questa forma di discrezione e di attenzione agli altri sta un ponte, un punto di contatto forte tra me e quest’uomo, che è un’idealizzazione dell’antieroe veramente geniale e fulminante. Caratterialmente siamo senz’altro diversi, al dispetto delle apparenze, soffro di un’impulsività maggiore rispetto a quella che Ricciardi evidentemente doma con la forza della ragione (sorride).

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La forza della giustizia

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MAYA SANSA

23 febbraio 2023 SEI DONNE- IL MISTERO DI LEILA con maya Sansa

«Per Anna tutto gira intorno alla sincerità, nel privato come nella professione» racconta al RadiocorriereTv la protagonista della nuova e attesissima serie tv “Sei donne”, un racconto corale al femminile in tre puntate, su Rai 1 e in streaming su RaiPlay

Partiamo dal suo personaggio: chi è la PM Anna Conti?

Anna è una donna che si è fatta strada da sola, alle spalle una storia personale piena di problemi che non le ha impedito di rialzarsi, ricostruire la propria esistenza, studiare, laurearsi, creare una famiglia con l’uomo di cui si è innamorata e che credeva fosse un compagno complice, amico per sempre. Il pubblico la conoscerà, invece, nel momento in cui tutta questa sicurezza, che era stata in grado di costruire, crolla, lasciandola sola e in grande difficoltà. Nel suo lavoro è spinta da passione, è dotata di un grande intuito, di istinto che vedremo in azione ancora di più quando, sulla sua scrivania, arriva il caso della scomparsa misteriosa di una ragazzina, Leila, e di suo padre. Mentre tutti cercano di dissuaderla, Anna intuisce che sotto c’è qualcosa di poco chiaro per cui vale la pena indagare, spinta quasi da un senso di immedesimazione verso questa ragazza, come se, salvando Leila, volesse salvare se stessa dalla sua infanzia difficile.

Quale viaggio intraprende la sua Anna?

Incontra molte persone, soprattutto donne, dalle quali si aspetta aiuto e complicità e, al contrario, riceve una chiusura totale, forse dovuta anche al suo atteggiamento un po’ brusco, chiuso, duro. Non potevamo però “imbrogliare” il pubblico nascondendo una sofferenza sotto una finta dolcezza, è una donna che ha sofferto e che sta soffrendo, dovevamo rimanere fedeli alla scrittura e alla verità. Per Anna tutto gira intorno alla sincerità, al senso di giustizia, nel privato come nella professione.

Con “Sei donne” arriva il debutto alla regia televisiva di Vincenzo Marra. Com’è andata?

Da Vincenzo ho ricevuto una fiducia totale, è stato lui a offrirmi questo ruolo e io ho accettato con entusiasmo perché è un professionista con cui avevo voglia di lavorare, un autore dotato di un linguaggio visivo, di una grammatica narrativa molto personale. A volte per un attore è stimolante affrontare numerosi provini, scoprire il personaggio un po’ alla volta, confrontarsi con il regista, altre, invece, percepire che in te viene immediatamente riconosciuto qualcosa di quel personaggio, può essere anche molto liberatorio, perché si lavora solo sulle sfumature o su alcune specificità.

La scrittura di Ivan Cotroneo e Monica Rametta è una garanzia…

Con Marra abbiamo lavorato in sottrazione perché nel testo c’era già tutto. La scrittura di Cotroneo e Rametta è molto chiara, il mio personaggio è stato ben delineato subito nella sceneggiatura, non si doveva aggiungere molto altro. Confesso, però, che l’inverno scorso avevo dovuto affrontare dei provini per  ruoli da giurista e, alle riprese, sono arrivata con molto studio alle spalle. E poi, ho più volte consultato uno zio giudice dei minori, adesso in pensione, tartassandolo di telefonate perché volevo capire tutto di quel mondo. Alla fine, ero diventata più pignola di lui (ride).

Una serie e un set corali…

Con il cast si è creata una relazione davvero molto bella, ma non è stato un set facile. Vincenzo è un bravissimo regista, molto esigente e serio, a noi attori ogni tanto veniva invece un fou rire necessario per allentare la tensione di una storia complessa, ma anche del caldo sofferto. Abbiamo girato d’estate, in una Taranto che segnava 40°, è stato naturale creare dei momenti di svago e di distrazione. Ricordo con piacere il tempo trascorso con l’aiuto regista che la mattina ci faceva ripetere la scena in un contesto più rilassante, poi si tornava come soldati sul set, dove dovevamo rigare dritto. Credo però che la stessa serie girata d’inverno avrebbe avuto un sapore diverso. Nonostante tutto, il caldo e il torpore, ovviamente stancanti, ci hanno ben accompagnati.

Taranto, città poco nota al grande pubblico televisivo, in che modo entra nella storia?

Il luogo più presente nella serie è in assoluto la procura di Taranto, un palazzo bellissimo, importante, che ha qualcosa di caratterizzante. Il mare è molto presente, ci sono dei passaggi in macchina in cui si vedono delle zone bruciate dal sole, tra le quali si scorge il lato industriale della città. Non si parla però della città turistica, tra l’altro molto bella, perché non interessava restituire al pubblico una cartolina. 

Quali sono le sfide di questo giallo psicologico?

Raccontare correttamente un universo femminile complesso, vario. È un thriller, certo, c’è tanto mistero, tutto ruota intorno a questo, ma i personaggi sono raccontati nelle loro diverse sfaccettature. Rispetto al passato si propongono molte più storie al femminile e il titolo di questa serie pone proprio l’attenzione su un racconto di donne che non devono sostituirsi agli uomini, o trasformarsi in essi, soprattutto se occupano posizioni di potere. Anna ha una tenuta molto sobria, sarebbe stato assurdo farle sfoggiare altri abiti, è rigorosa, è un giudice impegnato, non ha tempo di occuparsi di altro. Al di fuori di questo, però, tutto il suo universo emotivo è prettamente femminile, al lavoro funziona con un intuito e un approccio di donna.

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Fuori la voce ragazzi!

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THE VOICE

Al via l’edizione KIDS del talent show condotto da Antonella Clerici. In giura Loredana Bertè, Gigi D’Alessio, Clementino e i Ricchi e Poveri. Da sabato 4 marzo in prima serata su Rai 1

Dopo lo straordinario successo di “The Voice Senior”, arriva dal 4 marzo in prima serata su Rai1, “The Voice Kids”, la versione junior del talent show che premia le più belle voci del Paese tra i sette e i quattordici anni. Alla guida del programma ritroviamo Antonella Clerici che ci accompagnerà alla scoperta delle storie dei piccoli protagonisti. Confermata anche la giuria di coach che ha decretato il successo del talent: Loredana Bertè, Gigi D’Alessio, Clementino e i Ricchi e Poveri. Due imperdibili puntate che si apriranno sabato 4 marzo con un’unica sessione di “Blind Audition”, la tradizionale “audizione al buio” distintiva del programma. I giudici, di spalle, ascolteranno i piccoli concorrenti di “The Voice Kids” senza poterli vedere. Sarà solo la loro voce a doverli conquistare e, in quel caso, il coach potrà voltarsi per aggiudicarsi il concorrente in squadra. Se più coach si volteranno, invece, sarà il concorrente a decidere a chi affidare il proprio percorso. Al termine della puntata scopriremo quali saranno i 3 giovani concorrenti per ciascun team che si esibiranno nel gran finale, in onda sabato 11 marzo sempre in prima serata su Rai1, dove sarà il pubblico in studio a decretare il primo vincitore di “The Voice Kids”. La regia è di Sergio Colabona. “The Voice Kids” andrà in onda sabato 4 e 11 marzo in prima serata su Rai 1; sempre disponile on demand su RaiPlay e visibile all’estero su Rai Italia.

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Che Dio ci aiuti scalda il cuore

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ILEANA D’AMBRA

Nella serie di Rai 1 è Catena, la giovane ospite del convento degli Angeli custodi determinata a diventare una cantante. Al RadiocorriereTv parla degli esordi a teatro e nel cinema e di una passione nata da bambina: «Avevo quattro anni quando dissi a mia mamma di volere vincere l’Oscar, due anni più tardi lei mi iscrisse a un corso di recitazione»

Dal 2020 a oggi nella sua vita professionale sono successe tante cose, con quale aggettivo definirebbe questo periodo?

In continuo cambiamento e mai uguale. Ho sempre cercato, e lo farò anche in futuro, di variare il più possibile le mie scelte professionali. Lo trovo stimolante.

Come nasce in lei la passione per la recitazione?

Sono sempre un po’ a disagio quando mi si fa questa domanda perché non c’è stato un momento vero e proprio. Dico sempre che è un po’ il mestiere a essere venuto da me (sorride). Avevo quattro anni quando dissi all’improvviso a mia mamma di volere vincere l’Oscar, due anni più tardi lei mi iscrisse a un corso di recitazione e da allora non ho mai smesso. A diciotto anni è arrivato il vero lavoro con una compagnia teatrale.

Ricorda il debutto?

A Roma, nel 2015, con “Cattivi ragazzi” al Teatro della Cometa, il protagonista era Francesco Montanari. Fu emozionante vedere il mio nome in cartellone. Finite le tre settimane di recite mi guardai allo specchio in camerino e capii di voler continuare.

E come andò?

Uscita dal liceo feci il provino in tutte le accademie, ma non venivo mai presa, pur arrivando molto vicina all’obiettivo. Provai per quattro anni senza mollare. A un certo punto cominciai a pensare che non fosse la mia strada. Ma mi rimboccai nuovamente le maniche fino a quando venni scelta per “Favolacce” dei fratelli D’Innocenzo. Stavo facendo un workshop con il casting director di quel film, Davide Zurolo, e arrivò la sua proposta. Il mestiere è venuto da me, ma io l’ho voluto fortemente. Credo che la fatica ripaghi.

Cosa significa essere un’attrice oggi?

Avere ancora più incertezze di ieri perché quello dell’attore è un mestiere sempre più precario. E poi avere una responsabilità umana e sociale importante.

Da qualche settimana è impegnata in Tv su Rai 1, come ha vissuto l’incontro con “Che Dio ci aiuti”?

Benissimo. L’ho voluto fortemente. Riavvolgo il nastro e torno allo scorso anno, avevo finito di girare due film molto impegnativi: “La prima regola”, di Massimiliano D’Epiro, e “Il maledetto” di Giulio Base, film drammatici. Dopo quelle esperienze ho pensato che avrei voluto divertirmi, puntando sulla vena comica che sentivo di avere. Con “Che Dio ci aiuti” mi sono divertita sin dal provino, ho svuotato la mente e ricaricato le batterie. Una nuova bellissima sfida.

Cos’ha pensato alla prima lettura del copione?

L’ho letto e ho detto: ci azzecco (sorride). Era tutto divertente e facile da raggiungere perché vicino alla mia personalità.

Della sua Catena ha apprezzato subito tutto?

Catena crede nella fortuna e nella sfortuna, nelle quali io invece non credo assolutamente, perché penso che siamo noi a muovere tutto. Ho avuto difficoltà ad accettare questo suo modo di pensare. Nel corso dei mesi mi sono poi affezionata anche a questa sua caratteristica.

Elena Sofia Ricci e Valeria Fabrizi sono due colonne della serie, come è andata con loro?

Ho avuto la fortuna di lavorare con Elena Sofia e la prima volta che ho fatto la scena con lei mi tremavano le gambe. La sua presenza scenica è magnifica. Valeria mi ha dato molti consigli, in modo affettuoso, sono state entrambe molto accoglienti.

Cosa le ha chiesto il regista Francesco Vicario?

È stato lui a insegnarmi a rendere comica Catena, ad azzeccare i tempi, che è una cosa molto complessa.

Cosa ci insegna “Che Dio ci aiuti”?

Scalda il cuore. È un prodotto profondamente onesto e porta un po’ di leggerezza d’animo. È quasi una coccola, è rassicurante e credo che questa sia una cosa molto bella.

C’è un consiglio che darebbe alla sua Catena per farle vivere al meglio la sua permanenza in convento?

Le direi di fidarsi di più di Azzurra, alla quale nasconde qualche piccola verità. E poi la inviterei a pensare di essere la padrona della propria vita.

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Un racconto corale al femminile

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SEI DONNE – IL MISTERO DI LEILA

Un giallo psicologico nel quale la ricerca della verità si incrocia con le storie delle protagoniste, rappresentative di un universo femminile contemporaneo. Dal 28 febbraio su Rai 1 tre prime serate all’insegna del mistero

La scomparsa di una ragazzina, Leila, e del suo patrigno Gregorio, è il mistero attorno al quale si sviluppa “Sei Donne – Il mistero di Leila”, serie creata da Ivan Cotroneo e Monica Rametta, diretta da Vincenzo Marra (Tornando a casa, L’ora di punta, L’equilibrio), al suo debutto nella serialità. Un giallo psicologico in tre puntate nel quale la ricerca della verità si incrocia con le storie di sei donne di oggi – Anna, Michela, Alessia, Viola, Aysha, Leila– ciascuna con un proprio vissuto e con i propri segreti, rappresentative di un universo femminile contemporaneo, tra determinazione e fragilità, amore e odio, costrizioni e libertà. 

Un mistery avvincente che indaga la psicologia di personaggi complessi e sfaccettati, con particolare attenzione al tema del riscatto femminile, già sperimentato in acclamate serie Rai come “Un’altra vita”, “Sorelle”, “Mentre ero via”

Un titolo innovativo e corale che unisce un cast di grandi nomi a un approccio produttivo e narrativo autoriale. Protagonista Maya Sansa, nel ruolo del Pubblico Ministero di Taranto Anna Conti, stimata e autorevole professionista con un problema di alcolismo, riaffiorato dopo la fine del suo matrimonio, che la rende dura nei rapporti interpersonali, soprattutto con il nuovo ispettore Emanuele(Alessio Vassallo), appena arrivato in Procura. Trovando nella sparizione di Leila (Silvia Pacente) delle analogie con il suo passato, Anna si butta senza tregua nella risoluzione del caso, inizialmente sottovalutato dalla Procura come un semplice allontanamento volontario, ma sul quale sembrano aleggiare bugie, incongruenze e testimonianze poco convincenti. Intorno al “mistero di Leila” ruotano le altre donne della serie: Michela (Ivana Lotito), la zia materna, chirurgo ortopedico, Alessia (Denise Tantucci), l’allenatrice di atletica, Aysha (Cristina Parku), la migliore amica di Leila e Viola (Isabella Ferrari), la vicina di casa. Arricchiscono il cast Maurizio Lastrico nel ruolo di Gregorio, il patrigno di Leila, Pier Giorgio Bellocchio nei panni di Roberto, l’ex marito di Anna, e Gianfelice Imparato, che interpreta il Procuratore capo Marcello Trifoni, molto vicino ad Anna, con lei duro e protettivo allo stesso tempo.

Nulla è scontato e prevedibile in questo intreccio noir che si dipana, puntata dopo puntata, offrendo allo spettatore indizi, conferme, confessioni, inaspettati risvolti e giochi di ruolo capaci di condurlo, senza rassicurazioni né retorica, alla verità.

Realizzata con il contributo di Apulia Film Fund della Fondazione Apulia Film Commission, la serie restituisce la fotografia di una Taranto inedita e contemporanea, a fare da cornice a un racconto corale dove le storie dei protagonisti si intrecciano con un tessuto territoriale lontano da stereotipi.

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Si riparte dalla vita

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RESTA CON ME

Una serie che spazia tra toni e generi diversi, presentando al pubblico una storia dai molti sapori. Non un semplice poliziesco, ma un “romanzo” in cui all’esaltazione della forza si preferisce l’indagine sulle fragilità umane. La domenica in prima serata su Rai 1 e in streaming su RaiPlay. Il RadiocorriereTv ha incontrato i protagonisti

Set della serie TV “L’ultimo spettacolo!” di Monica Vullo. Nella foto Francesco Arca, Laura Adriani e Mario Di Leva. Foto di Gianni Fiorito Questa fotografia è solo per uso editoriale, il diritto d’autore è della società cinematografica e del fotografo assegnato dalla società di produzione del film e può essere riprodotto solo da pubblicazioni in concomitanza con la promozione del film. E’ obbligatoria la menzione dell’autore- fotografo: Gianni Fiorito. Set of TV series “L’ultimo spettacolo!” by Monica Vullo. in the picture Francesco Arca, Laura Adriani and Mario Di Leva. Photo by Gianni Fiorito This photograph is for editorial use only, the copyright is of the film company and the photographer assigned by the film production company and can only be reproduced by publications in conjunction with the promotion of the film. The mention of the author-photographer is mandatory: Gianni Fiorito.

FRANCESCO ARCA

La firma di De Giovanni in una serie che il pubblico ha già dimostrato di amare molto…

La scrittura di un autore così importante come Maurizio De Giovanni e lo sviluppo della sceneggiatura di Donatella Diamanti hanno permesso a noi attori di entrare immediatamente dentro i personaggi. Erano scritti in maniera sapiente, noi abbiamo solamente lavorato sulla profondità e sulle loro fragilità.

Parliamo di questa Napoli notturna…

Una notte che non diventa buio perché, anche durante le riprese, abbiamo incontrato allegria, energia, ma soprattutto solidarietà. Tantissimi sono stati gli incontri con persone che, come angeli, si muovono nel silenzio per regalare ad altri un po’ di conforto.

Il piccolo e il grande schermo ci hanno abituati a vedere personaggi che esaltano la forza. In “Resta con me” si punta il faro sulla fragilità umana

Il pubblico ha incontrato Alessandro nel momento più bello della sua vita, sia dal punto di vista professionale sia familiare. L’evento drammatico che cambia la rotta della sua vita, di cui in qualche modo è responsabile, produce ulteriori situazioni drammatiche che lo costringono a prove sempre più dure. È qui che deve inevitabilmente fare i conti con le sue debolezze e contraddizioni. L’ingresso di Diego nella storia però è una scossa per i protagonisti, costretti a relazionarsi con le loro emozioni più profonde.

Gli inciampi della vita costringono l’uomo a continue ripartenze. In che modo accade ai protagonisti di questa storia?

La vita mette sempre davanti a nuove sfide che, per sopravvivere, devono essere affrontate. Da tutto questo ne puoi uscire bene o a pezzi, come accade ad Alessandro e Adriana. Il loro rapporto viene messo su un banco di prova interessante, la loro storia è un’altalena emozionale che li porta verso un profondo cambiamento.

Chi è alla fine Alessandro?

Me lo sto chiedendo tutt’ora, dopo tutti i mesi in cui “siamo stati insieme”, e non avrei voluto lasciarlo andare. Sono molto affezionato a lui, abbiamo cercato di lavorare su quelle fragilità che anch’io avevo bisogno di tirare fuori. È stato bello, emozionante.

Cos’ha colpito il pubblico di questa serie?

La lunghezza del racconto ha aiutato ad andare in profondità dei personaggi, a sviscerare ogni aspetto, permettendo allo spettatore di stabilire un legame. C’è una varietà bellissima di anime, con colori e sfumature diversissime nelle quali ci si può immedesimare.

Set della serie TV “L’ultimo spettacolo!” di Monica Vullo. Nella foto Francesco Arca e Laura Adriani. Foto di Gianni Fiorito Questa fotografia è solo per uso editoriale, il diritto d’autore è della società cinematografica e del fotografo assegnato dalla società di produzione del film e può essere riprodotto solo da pubblicazioni in concomitanza con la promozione del film. E’ obbligatoria la menzione dell’autore- fotografo: Gianni Fiorito. Set of TV series “L’ultimo spettacolo!” by Monica Vullo. in the picture Francesco Arca and Laura Adriani. Photo by Gianni Fiorito This photograph is for editorial use only, the copyright is of the film company and the photographer assigned by the film production company and can only be reproduced by publications in conjunction with the promotion of the film. The mention of the author-photographer is mandatory: Gianni Fiorito.

LAURA ADRIANI

Com’è stato l’incontro con la sua Paola?

All’inizio semplice. Ricordo quando ho cominciato a leggere la sceneggiatura durante il provino, è entrata dentro di me facilmente, l’ho capita, sono subito entrata in empatia con lei. Poi, come avete potuto seguire dalla storia, è stato tutto molto travagliato.

La scrittura di Maurizio De Giovanni e la narrazione televisiva…

Gli scrittori sono le fondamenta di tutto. Se hai una buona sceneggiatura, una bella storia, dei personaggi che colpiscono per il mondo di cui si fanno portatori, come accade per ogni essere umano, quando vedi un’opera così piena di personaggi sui quali non si è fatto un lavoro approssimativo, ma si è voluto andare a fondo, allora si è già a metà dell’opera. Questo è importante anche per noi attori che arriviamo con qualcosa di ben definito. Se manca, siamo costretti a crearlo noi, facendo però il lavoro di qualcun altro.

Come entra Napoli in questa storia?

Spero che si percepisca una città familiare, una città che accoglie. Una Napoli che è casa, che può essere una casa.

Quando nelle vite dei protagonisti tutto si fa complesso, arriva un bambino…

Diego, come tutti i bambini, porta la verità. Se li ascoltassimo un pochino di più saremmo tutti degli esseri umani migliori.

Qual è il sentimento che vorrebbe questa serie lasciasse allo spettatore?

Serenità, nonostante tutto quello che in questa vicenda accade. La serenità di capire che, anche una disgrazia, può portare a una liberazione, a una leggerezza. In me ha lasciato una gran voglia di vivere e un forte desiderio di amore.

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