Uno speciale sulla straordinaria maratona live New York – Madrid – Milano in 24 ore per celebrare trenta anni di carriera. Martedì 4 aprile alle ore 20.35 su Rai 1
Il 27 febbraio,
in occasione del trentesimo anniversario de “La Solitudine”, il brano che ha
dato il via alla sua carriera, consacrandola l’artista italiana più premiata
nel mondo, Laura Pausini ha festeggiato questo importante traguardo
organizzando tre special performance in sole 24 ore, partendo dall’Harlem’s
World-Famous Apollo Theater di New York, proseguendo al The Music Station di
Madrid fino al Teatro Carcano di Milano.
Lo speciale “LAURA
30” mostrerà la genesi di questo progetto ambizioso, di questa vera e propria
follia che Laura ha voluto realizzare per amore dei suoi fan, che l’hanno
seguita con costanza e passione in tutti questi anni.
Contenuti inediti
sveleranno come l’artista si sia preparata per affrontare questa staffetta, sia
dal punto di vista vocale, con l’aiuto del suo foniatra Franco Fussi, insieme
al suo allenatore Manfredi Gelmetti e alla nutrizionista Anna Laura Augeri.
Verranno mostrati aneddoti legati al viaggio e le immagini più significative
delle tre performance.
«La musica in tutte le sue sfaccettature –
sottolinea l’artista – è una cosa seria, che richiede molto sacrificio. Ho
voluto realizzare questo speciale per mostrare ai miei fan (e non solo) quanto
lavoro richieda ogni singolo progetto e quante soddisfazioni porti. Dopo
trent’anni di carriera, mi sono messa alla prova sotto tutti i punti di vista,
alzando notevolmente l’asticella, e ho voluto condividere l’intero percorso che
mi ha permesso di arrivare al risultato finale».
“LAURA 30”, nato
da un’idea di Laura Pausini, prodotto da Friends TV in collaborazione con Gentemusic
e Double Trouble Club per la regia di Dario Garegnani, andrà in onda domani,
martedì 4 aprile, alle ore 20.35 su Rai1.
La serata si apre alle 20.30 con lo speciale di “Porta a Porta” dal titolo “La Croce di Odessa”, un reportage di Bruno Vespa dal porto del Mar Nero sulla sofferenza del popolo ucraino. A seguire, in Eurovisione dal Colosseo, il Rito della Via Crucis presieduto da Papa Francesco. Alle 22.30, in prima visione, “In viaggio” di Gianfranco Rosi, un film d’autore che testimonia i valori universali espressi dal Pontefice durante le sue trasferte nel mondo
ROMA 18 OTTOBRE 2022 PUNTATA DI PORTA A PORTA IN ONDA SU RAIUNO ALLE ORE 23 30
NELLA FOTO BRUNO VESPA
Nell’arco del suo pontificato, Papa Francesco ha visitato tutto il mondo. I viaggi di Bergoglio, oltre a testimoniare il suo impegno pastorale, la sua vicinanza alle persone, compongono una vera e propria geografia della sofferenza del mondo.
Venerdì 7 aprile alle 22.30, al termine della Via Crucis, Rai1 e in contemporanea RaiPlay offrono al loro pubblico, in prima visione assoluta, un film d’autore che testimonia i valori universali espressi da Papa Francesco: “In viaggio”, di Gianfranco Rosi, in cui il più celebrato dei nostri autori di cinema del reale ha fatto una personale selezione fra i tanti filmati che documentano le trasferte di Bergoglio, e li ha uniti a una parte girata da lui stesso. Il risultato ha uno schema limpido: si segue il Papa, si guarda quello che ha visto, si ascolta quello che ha detto. Ma proprio questa apparente semplicità, unita alla potenza naturale delle immagini, esprime la profondità del lavoro e suscita la meraviglia dello spettatore.
Italia, Brasile, Cuba, Stati Uniti, Medio Oriente, l’Africa, il Sud Est Asiatico: la selezione di Rosi è stata composta su una mole immensa di materiale, oltre ottocento ore di girato, compreso quello del viaggio in Canada che il regista ha voluto seguire e filmare personalmente. “In viaggio” è «il ritratto di un uomo che ci fa guardare oltre», un film, come dice l’autore stesso «aperto, potenzialmente in divenire» che spinge ad una riflessione sui temi centrali del nostro tempo: la povertà, l’ambiente, le migrazioni, la solidarietà, la guerra.
Nel 2013, appena eletto, Papa Francesco va a Lampedusa, nel 2021 compie un importante viaggio in Medio Oriente, in Iraq e Kurdistan. Gli stessi luoghi che Gianfranco Rosi ha raccontato nei suoi film precedenti: “Fuocoammare” e “Notturno”. Bergoglio in dieci anni di pontificato ha compiuto 40 viaggi, sono viaggi che, secondo Rosi, «tracciano una sorta di mappa della condizione dell’umanità». “In viaggio”(Italia, 2022) soggetto e regia di Gianfranco Rosi; montaggio di Fabrizio Federico. Produzione: 21uno Film e Stemal Entertainment con Rai Cinema.
La serata di Rai 1 si apre invece alle 20.30 con “La Croce di Odessa”, il consueto speciale di “Porta a Porta”, un reportage di Bruno Vespa sulla sofferenza del popolo ucraino dalla città sul Mar Nero.
La settima stagione di una delle fiction più amate del piccolo schermo. Con Giusy Buscemi, Enrico Ianniello, Marco Rossetti, Serena Iansiti, Gianmarco Pozzoli, Leonardo Pazzagli e Giulia Vecchio. Da giovedì 30 marzo in prima serata su Rai 1
“Un passo dal cielo” torna in prima serata su
Rai 1 con la regia di Enrico Ianniello e Laszlo Barbo. Lo scenario è ancora una volta quello, straordinario, delle Dolomiti,
che nelle sei stagioni passate ha incantato i telespettatori della Rai. Sulle montagne si posa
lo sguardo di Manuela Nappi (Giusi Buscemi), che porta alla narrazione una
prospettiva nuova. Questa stagione si gioca sull’incontro tra femminile e
maschile, nelle sue infinite sfumature. Nel rapporto tra Manuela e Vincenzo
(Ianniello) scopriremo due fratelli poliziotti che conducono le indagini in
maniera opposta. Da un lato il commissario scafato e inflessibile e dall’altro
la poliziotta empatica, capace di notare ciò che ad altri sfugge. Attraverso
Manuela, scopriremo i nuovi personaggi maschili di questa stagione. Nathan, l’uomo degli orsi,
interpretato da Marco Rossetti, che vive da solo nella foresta. Nessuno lo vede
mai, se non raramente quando scende in paese per vendere la selvaggina e le
pelli. Si dice che sia stata proprio un’orsa a prendersi cura di lui. Un
giorno, una coppia di antropologi lo ha trovato e ha deciso di “adottarlo”,
cercando di riportarlo alla civiltà. Lo hanno cresciuto, insieme alla loro
figlia Adele (Giulia Vecchio), in una fattoria al confine tra il paese e il
mondo selvaggio della foresta. Oggi è un uomo che vive lontano da tutto e da
tutti, ma sembra avere un conto aperto con un grande allevatore della valle
dall’aspetto di un cowboy d’altri tempi. Un personaggio potente, amato, temuto,
rispettato, Luciano Paron (Giorgio Marchesi), il primo difensore delle
tradizioni secolari della valle. Questo facoltoso cowboy, che non ha eredi,
sembra aver messo gli occhi addosso al nipote di Nathan, Mirko (Alessandro
Bedetti), che cerca di avvicinare a sé come fosse un figlio. Insieme a Manuela,
Nathan andrà a fondo nella vita di Paron per difendere quei boschi e quegli
animali che sono a tutti gli effetti la sua casa e la sua famiglia. Nel cast
Serena Iansiti, Gianmarco Pozzoli, Leonardo Pazzagli, Giulia Vecchio. Con la
partecipazione di Rocio Muñoz Morales. La serie,
coprodotta da Lux Vide e da Rai Fiction, sarà trasmessa da giovedì 30 marzo in
prima serata su Rai 1.
È la presidente di giuria e investigatrice ne “Il cantante mascherato” il sabato sera di Rai 1. «Bisogna indagare seriamente, ma quando vedo il maialino e le altre maschere mi vien da prenderla in caciara». E al RadiocorriereTv la cantante emiliana racconta anche una barzelletta (anzi due)
Come
è andato il suo debutto a “Il cantante mascherato”?
Nella
prima puntata ero un po’ frastornata, a dir la verità, ma adesso mi sciolgo (sorride).
Milly è una padrona di casa perfetta, straordinaria, e sono anche contenta dei
miei compagni di viaggio: Christian De Sica che ho sempre amato, Flavio Insinna
che è spiritosissimo, Serena Bortone che fa un po’ da professoressa e ci
bacchetta, poi DJ Francesco che è simpaticissimo. Abbiamo preso le misure,
andremo benone.
Che
rapporto ha con le maschere?
Quando
penso alla maschera penso inevitabilmente al carnevale, e così ritorno bambina.
Nel paesino in cui sono nata, le maschere le facevano le mamme. La mia era
molto estrosa, usava delle patate e ce le metteva in bocca, delle cose tremende
(sorride). Noi andavamo in giro casa per casa e il divertimento più
grande era proprio quello di non farsi riconoscere, come accade nella nostra
trasmissione. Penso anche ai grandi carnevali, Rio come Viareggio. In
trasmissione è bello giocare, ma è altrettanto divertente guardare queste
maschere bellissime, fatte con molta cura.
Come
si trova nei panni dell’investigatrice?
Sono
una ridanciana, la butto sempre sullo scherzo, ma bisogna essere seri. Il mio
ruolo è quello di indagare, di scoprire, cosa non proprio semplice. Ci danno
degli indizi, ma secondo me sono proprio fasulli…
Bisogna
fare attenzione ai depistaggi…
Loro
vogliono depistare, perché non avrebbe senso che noi indovinassimo subito chi
canta dentro la maschera. Ce ne sono alcune, come quella del Cigno svelata la
prima sera, in cui cantava Sandra Milo, che hanno un’impronta inconfondibile:
era proprio Sandra. Poi ce ne sono altre molto difficili da individuare.
Che
giudizio dà alle qualità vocali dei concorrenti?
Ce
n’è uno che pur sforzandosi non riesce a cantar male, se ben ricordo
l’ippopotamo, deve essere un cantante bravo. Ce ne sono altri che secondo me
cantano male (ride), diciamo la verità. C’è da dire che se un cantante è
bravo riesce anche a stonare, avendo grande padronanza della voce. Quando c’è
un professionista vero lo capisci.
La
vediamo divertirsi…
Bisogna
indagare seriamente, quando vedo il maialino e le altre maschere mi vien da
prenderla “in caciara”, ma il mio ruolo di presidentessa della giuria mi impone
di esser seria.
Come
investigatrice, si sente più vicina alla “Signora in giallo” o alla nostra Imma
Tataranni?
Alla
Signora in giallo, la adoro. Vorrei essere come lei che scopre sempre tutto,
non so come faccia. Avanti le nonne con l’esperienza. Potrei essere la “Signora
in rosa” (sorride).
Che
cos’è per lei la leggerezza?
È quella cosa che ti fa vivere
bene. Non significa non prendere sul serio ciò che succede, ma cercare di
sentire sempre la brezza, il venticello che ti aiuta a sopportare anche i
dolori, che ti aiuta a far sì che le offese non ti colpiscano troppo. La leggerezza
e l’allegria sono una cosa buona.
C’è
un complimento del suo pubblico che le fa particolarmente piacere?
Ultimamente,
dopo aver fatto “Ballando con le Stelle”, accade spesso che a fermarmi siano i
ragazzi. Mi chiedono una fotografia, vogliono che racconti una barzelletta.
Avere questi giovani che mi seguono è un vero miracolo, è galvanizzante, mi
definisco una nonna rock.
Questa
nonna rock è una donna felice?
Faccio
di tutto per esserlo. Mi reputo un po’ anche una comica, pur avendo fatto per
tutta la vita la cantante. Nel mio DNA c’è anche questa vena, proprio come mia
nonna Rosa, una donna semplicissima, ma adorata da tutte le altre donne del
paese per la sua capacità di far ridere. Penso di assomigliarle. Quando vedo
che la gente ride alle mie battute sono felice (sorride). Certamente,
come tutti i comici, vivo anche momenti di grande tristezza e depressione, cosa
che il pubblico forse non immagina. Avendo una certa età certi pensieri vengono
alla mente, come pensare alla fine, cosa che ti lascia malinconia. È
normale e giusto pensare anche alle cose meno piacevoli.
Facciamo
passare alla svelta questa malinconia. Le andrebbe di raccontarci una
barzelletta?
Oddio
quale posso raccontare… mi ha preso alla sprovvista, non voglio mica
raccontarne una sporca… adesso ne cerco una pulita, raccontabile… eccone una…
Senti, ma se io vado a letto con tua moglie, dopo
siamo parenti?
No, siamo pari.
Ne
ho anche un’altra…
A te piacerebbe fare l’amore in tre?
Porca miseria se mi piacerebbe…
Allora corri subito a casa da tua moglie, che forse
fai ancora in tempo.
Grazie
Iva…
Adesso
vado a fare la spesa con mio marito al supermercato…
Cosa
comprerà?
Da
oggi inizio l’ennesima dieta (sorride). Facciamo la dissociata, a
mezzogiorno pollo o pesce e un po’ di verdura. Alla sera 80 grammi di pasta con
il pomodoro e un cucchiaio d’olio. E naturalmente il parmigiano.
E’ uno dei protagonisti
della nuova stagione della fiction “Il Paradiso delle Signore”. «Il personaggio
che interpreto è un uomo che fa le sue scelte, – spiega l’attore – ma emerge
anche la sua profonda insicurezza perché ha avuto una vita difficile e ha dovuto
costruirsi una corazza fortissima»
L’arrivo di Tancredi
che impatto ha avuto sulla narrazione?
Molto grande. La serie si trasforma, l’intero assetto viene
messo in discussione attraverso Tancredi, che diventa un motore di trasformazione.
Perché hanno scelto lei
per il ruolo di Tancredi?
Ho sempre svolto ruoli romantici, principeschi, positivi e
leggeri. Invece, penso di avere una vena di ambiguità e pericolosità che è
stata riconosciuta e sfruttata. Credo abbiano avuto una buona intuizione nel
pensarmi per Tancredi.
Tancredi è visto come
un cattivo, ma anche come un personaggio dai mille strati. Lei come lo vive?
L’ho affrontato così anch’io. Credo che sia il rappresentante
del romanticismo in entrambe le sue facciate. Si tratta di un uomo che fa le
sue scelte per amore e questo è romantico. Emerge anche il suo lato di
insicurezza profonda perché ha avuto una vita difficile e ha dovuto costruirsi
una corazza fortissima. Il suo modo di essere è il risultato di quel confine labile
che c’è tra l’amore e l’ossessione.
Quanto conta il passato
di Tancredi nel suo modo di essere oggi?
Tancredi è cresciuto facendo le veci del padre sin da giovane
e si è preso cura della famiglia. Ha dovuto farsi forza e crearsi una corazza
per poter avere a che fare con quelli che sono gli squali della finanza e
dell’editoria torinese. Questo sicuramente lo ha indurito e gli ha creato delle
insicurezze. Noi tutti siamo come degli alberi. Se cresciamo davanti al vento
della costa, è chiaro che cresceremo piegati dal vento, anche se proveremo a
raddrizzarci. Purtroppo, la vita ci piega e la maturità è proprio quella di
imparare a fare i conti con questo vento e a farlo diventare una forza.
Tancredi è più fragile
o più manipolatore?
Io credo che sia entrambe le cose. Tutto penso nasca da una
sua fragilità, ma evidentemente questa cosa ha preso una deriva manipolatrice,
perché è il modo più facile di ottenere quello che vuole senza esporre le sue
fragilità.
Il suo personaggio ha
rischiato la vita per Matilde, lo rifarebbe? E invece, cosa sarebbe disposta a
fare lei per lui?
Una bella domanda! Lui lo rifarebbe. Lei lo ama, ma ha dei
dubbi perché non è che sia un personaggino facile Tancredi. Matilde prova un
amore che mette in discussione per nuove prospettive, nuovi obiettivi, nuove
persone. Lui l’ha tenuta per anni chiusa
e segregata, impedendole di sbocciare nella sua carriera. Ma non appena lei ha
potuto, ha iniziato a recuperare tutto quello che ha perso.
Il bastone accompagna
Tancredi ovunque. Racconta anche di un’anima che necessita di essere sorretta?
Certamente. Il bastone è un pezzo integrante di Tancredi, la
manifestazione della sua fragilità che è anche fisica, ma anche una
dimostrazione del suo potere. Quel bastone spiega la sua natura precisa: un
uomo che si appoggia al bastone, ma che usa il bastone come scettro del potere.
Lui ha molto del Riccardo III di Shakespeare, un uomo di grande fascino,
manipolatore e zoppicante.
Qual è stata la
difficoltà più grande nel recitare nella serie?
Imparare a memoria tutto quello che dobbiamo recitare.
Abbiamo tantissimi testi. Ovviamente essendo una serie che va avanti tutti i
giorni, si può immaginare la quantità di scene che bisogna girare. Una vera
fatica arrivare sul set con una memoria di ferro, una sfida. Richiede molto
studio, però mi diverto anche …
Come vive il set di una
serie già di grande successo?
Mi è successo più volte di entrare in una serie già avviata.
Quando ho cominciato a recitare in “Un medico in famiglia” era già un enorme
successo, così come “Distretto di polizia”. Devo dire che qui l’energia si
percepisce forte, è un set impeccabile, sono tutti bravissimi, i costumi sono eccezionali.
Davvero è un set che ha grande professionalità e tanta disciplina, ma anche una
cortesia e un’attenzione al dettaglio assolutamente uniche.
L’attore veste i panni dell’aviatore, coraggioso pilota nella Prima guerra mondiale. Il Docu-film “I cacciatori del cielo”, in onda il 29 marzo in prima serata su Rai 1, è anche l’occasione per celebrare il centenario della costituzione dell’Aeronautica Militare, e racconta le imprese eroiche, la vita e l’amicizia dei pionieri del volo
“I cacciatori del cielo” ci porta
alla Prima guerra mondiale, come è stato il suo approccio al copione e al suo
personaggio, il pilota del Regio esercito Francesco Baracca?
L’approccio è stato di curiosità.
Sapevo poco di Francesco Baracca e ho avuto l’opportunità di scoprirlo, di
conoscere quel momento pionieristico della nostra aeronautica che iniziava con
i voli da guerra e che guardava al futuro. Le nuove tecniche di volo nascono
proprio in quel periodo, con quei personaggi, nasce la nuova visione del volo,
anche di quello civile.
Che cosa l’ha incuriosita di Baracca?
Il coraggio e per paradosso la
lealtà. Documenti storici ci dicono come indicasse ai suoi, in fase di combattimento,
di mirare solo ed esclusivamente all’aereo e mai al pilota, al nemico uomo,
sperando di abbattere l’aereo e di salvare l’uomo. È paradossale, si sa che applicare
questo in guerra è quasi impossibile, ma lui ci provava. La sua azione militare
finiva con l’abbattimento dell’aereo, anche se molto spesso però le vite si
perdevano ugualmente. Come accade in tutte le guerre, è la storia di giovani
che vanno a difendere la loro nazione mettendo a rischio la propria vita.
Tema particolarmente attuale
Le guerre, purtroppo, si sono sempre
somigliate e si somigliano. Speriamo che quella in corso si fermi qui. I punti
di contatto tra la storia che raccontiamo e il conflitto attuale mi hanno molto
emozionato.
Si può dire che in Baracca ci fosse
una sorta di etica della guerra?
L’etica è difficile trovarla in una
guerra. Quei soldati si aggrappavano a tutto per sperare che finisse, che si
potesse fare meno male possibile. Ma in fondo, poi, è la storia dell’uomo che
ci dice che in guerra ci va quasi sempre chi non la vuole. Erano e sono i
giovani soldati ad andare in trincea, in guerra. Le menti diaboliche, pensanti,
che le scatenavano, raramente si trovavano lì fisicamente a combattere, come
oggi del resto. Chi ne faceva e ne fa ancora le spese sono i ragazzi, gli
uomini, i padri di famiglia, i fidanzati, i fratelli, i mariti.
Che significato dà alla parola eroe?
L’eroe è colui, colei, che vive
rispettando la vita degli altri. Per essere eroi non c’è bisogno di fare un
atto eroico straordinario. Lo si è nei piccoli gesti quotidiani, rispettando la
vita e con l’amor proprio. Se rispetti molto te stesso hai uno sguardo più
attento anche verso gli altri.
Il volo cent’anni fa, che emozioni
provavano gli aviatori di allora?
Ho immaginato una sensazione costante
di adrenalina ai massimi livelli. Loro sapevano di salire su mezzi che
dipendevano esclusivamente dalle loro capacità, caricavano la mitragliatrice con
una mano mentre tenevano col ginocchio la cloche. Era tutto manuale. Oggi
l’adrenalina è probabilmente identica, ma il pilota è parte della tecnologia.
All’epoca il pilota era la tecnologia.
Che cosa sono il volo e il cielo per
Giuseppe Fiorello?
Spesso sogno di volare con il mio
corpo, di farlo a braccia aperte. Sembra un po’ una scena del film “Il grande
Lebowski” dei fratelli Coen, con Jeff Bridges, che mi ha sempre fatto
divertire. E poi non
posso non ricordare il volare di Domenico Modugno, che mi appartiene tanto, e
che ha fatto volare l’Italia negli anni del boom economico. C’è anche il
prendere l’aereo, cosa che mi intimidisce. Ho sempre trovato un po’ innaturale
che tanta roba possa galleggiare nell’aria, ma lì c’è la dimostrazione del genio
umano. Genio che svanisce in un sol colpo quando non ci accorgiamo che
centinaia di persone, bambini, annegano nei mari del nostro Paese. Questi due
estremi umani mi fanno impazzire. L’uomo è capace di far volare un aereo, ma
non di salvare delle vite umane che stanno navigando per cercare la salvezza.
Poli opposti difficili da collegare.
Il pubblico non manca di tributarle
stima e affetto, che cosa significa essere un attore, ed esserlo oggi?
A questa domanda ne aggiungo
un’altra. Sono un attore o faccio l’attore? Credo di essere un po’ l’uno e un
po’ l’altro. Farlo è dare a te stesso e agli altri un’esigenza, un motore che
ti smuove, essere attore, invece, richiude in sé tutta la parabola della tua
vita. All’interno dell’essere attore metti alcuni pezzi della tua esistenza,
per entrare in un personaggio, in una storia. E poi c’è un terzo livello, che è
la regia. Il fatto di essere un attore che sta dietro alla macchina da presa è
affascinante, nella consapevolezza di come si vive dall’altra parte. Gli attori
sono spesso persone molto fragili, molto delicate e che stanno seriamente
giocando a un mestiere molto bello.
A chi dedica questo lavoro?
Lo voglio mettere al centro
dell’attenzione del mondo politico internazionale affinché la storia della guerra,
del combattere, del difendersi, non si ripeta. Perché dobbiamo pensare di
difenderci da un Paese vicino? Perché l’umanità deve sempre difendersi da
qualcuno? So che sono discorsi utopistici e sembrano anche qualunquisti o
buonisti, non mi importa di quello che penseranno i lettori. Possono
giudicarmi. Mi piace riflettere sulle parole, sui fatti, sugli eventi. Mi pongo
sempre delle domande e mi chiedo perché non si possa vivere una convivenza,
all’interno della quale possa esserci un confronto umano, non violento.
Confrontarsi dà energia ma non deve mai sfiorare il sentimento della violenza. Dedico
questo lavoro a coloro che non hanno capito tutto questo, a quelli che possono
fermare questa guerra.
Un glass box pieno di colore e di energia in una strada (speciale) nel centro di Roma; un pubblico entusiasta che sfida il freddo e le intemperie; uno degli showmen più amati di sempre. Dietro le telecamere, un regista d’esperienza che fa incontrare il varietà della tradizione e la sperimentazione: «Con Fiorello bisogna pensare fuori dagli schemi, anticipare, ragionare anche sul più piccolo particolare»
Cosa significa fare la regia di uno show “non convenzionale”
come quello di Fiorello?
Vuol dire svegliarsi ogni mattina (anzi notte!!) e sapere
che avrai a che fare con il più grande showman italiano di tutti tempi!!!
Quindi bisogna pensare fuori dagli schemi, anticipare, ragionare anche sul più
piccolo particolare, perché gli show di Fiorello sono un grande puzzle dove
ogni pezzo compone il disegno finale. E quando lavori con lui senti la
responsabilità della buona riuscita di qualcosa che guarderanno tante persone,
in primis lui.
Quali sono le sfide tecnico-realizzative che dovete affrontare?
Fiorello non ha mezze misure, ti chiede tutto quello che hai e
anche quello che non hai. È molto attento alle nuove tecnologie, alle
contaminazioni social. Sa fino dove può spingersi, ma a volte supera quel
limite e accontentarlo diventa la sfida più interessante. Parlare con
professionisti alla ricerca della soluzione è la cosa che mi piace di più,
perché quando poi ci riusciamo, e ammetto che ci riusciamo quasi sempre 🙂
perché ho a disposizione una squadra fantastica, vedere Rosario contento e le
persone ridere di gusto ti ripaga di tutto.
Da un lato un programma con copione scritto a tavolino,
dall’altro la quota di improvvisazione che contraddistingue Fiorello, qual è il
punto di equilibrio giusto e necessario?
Abbiamo in amano una scaletta dove ci sono gli ingredienti della
puntata, ma l’ordine spesso cambia e c’è anche una grossa parte di improvvisazione.
Sono tanti anni che collaboro con Fiorello e, professionalmente parlando, lo
conosco molto bene, quindi, durante la diretta guardo la sua camera e dalle sue
espressioni riesco quasi sempre a capire cosa sta per fare, e quando non ci
riesco…:)
In sala regia, durante la diretta, c’è spazio per farsi una
risata?
Assolutamente sì!!! Ridiamo tutti di gusto, commentiamo, e anche
noi, finita la puntata, siamo felici del lavoro svolto.
Cosa le sta insegnando questa esperienza?
Questa, come tutte le esperienze che ho vissuto con Fiorello, le
considero dei master in televisione, intrattenimento e varietà. Dico sempre che
dopo qualche mese con lui non c’è nulla che non si possa fare, Rosario prova
poco perché ha bisogno della diretta e dell’adrenalina che ne scaturisce per
dare il meglio. Quindi, in alcuni casi, bisogna improvvisare. Il segreto è
guardarlo divertendosi e metterci un po’ di mestiere, il resto viene da sé.
Al via, martedì 28 marzo in prima serata su Rai 2, la seconda edizione dello show condotto da Nek. Sei puntate in cui i protagonisti delle piazze italiane, cantanti, musicisti e artisti di arte varia, si esibiscono e si raccontano davanti al pubblico televisivo e agli ospiti in studio
Da martedì 28 marzo torna in
prima serata su Rai 2 “Dalla strada al palco”,lo show televisivo condotto
da Nek, che porta in tv, in una grande festa, il variopinto mondo degli artisti
di strada. Per 6 puntate,artisti provenienti da tutte le piazze
d’Italia si esibiscono davanti al pubblico in studio e ad alcuni ospiti vip, i
cosidetti “passanti importanti”.
“Dalla strada al palco” rappresenta
una preziosa vetrina per cantanti, musicisti e artisti di strada, offrendoloro
la possibilità di esibirsi e di raccontarsi nella più grande piazza d’Italia,
quella televisiva.
Le loro performace saranno giudicate dal
pubblico e dagli ospiti in studio che insieme, alla fine di ogni puntata,
decreteranno i migliori che si sfideranno durante la puntata finale per
aggiudicarsi il premio di miglior artista di strada d’Italia.
All’interno di uno studio che ricrea per
ciascuna esibizione la gioiosa atmosfera di una piazza ogni volta diversa, Nek
conduce uno show ricco di emozioni e tanto divertimento. Gli artisti di strada
condivideranno i loro talenti legati ad ogni forma d’arte, dalla musica al
canto, dalla danza alla giocoleria, e incanteranno i telespettatori con
straordinarie esibizioni. Ma ognuno di loro, oltre al proprio talento, reca con
sé una storia personale, a volte commovente, altre volte eccentrica o
divertente, ma che non manca mai di suscitare curiosità ed emozioni in chi
l’ascolta. Ad accompagnarli sul palco la band del Maestro Luca Chiaravalli.
“Dalla strada al palco” è un’idea
originale di Carlo Conti, scritto da Emanuele Giovannini, Leopoldo Siano, Giona
Peduzzi, Maria Grazia Giacente, Simona Iannicelli. Prodotto da Rai – Direzione
Intrattenimento Prime Time in collaborazione con Stand by me, a cura di Daniela
Di Mario e Tiziana Iemmo, per Stand by me, di Francesco Sturlese. Produttore
esecutivo Rai: Roberta Bellagamba. Produttore esecutivo Stand By Me: Claudia
Santilio. La regia è di Sergio Colabona.
Sessant’anni fa nasceva il Centro di Produzione radio televisivo del capoluogo campano, luogo che ha ospitato e ospita la realizzazione di programmi cult della televisione italiana, da “Senza Rete” a “Furore”, da “Stasera tutto è possibile” a “Reazione a catena”, passando per “Made in Sud”, “Sotto le Stelle” e “Un posto al sole” con le sue oltre 6 mila puntate. Il direttore del CPTV Antonio Parlati al RadiocorriereTv: «Questo centro viene sentito dal territorio come qualcosa di proprio. Vogliamo andare sempre avanti, progredire, accettare nuove sfide»
Dal bianco e nero al colore, dagli show del sabato sera
alle fiction e all’informazione. Dal 1963 la Rai, Radiotelevisione Italiana,
realizza parte dei suoi programmi nel Centro di Produzione di via Marconi a
Napoli, a due passi dallo Stadio Diego Armando Maradona. Gli studi televisivi e
radiofonici hanno ospitato trasmissioni cult, a partire da “Senza Rete”, che
dal 1968 al 1975 fu ambito palcoscenico per i miti della canzone. L’Auditorium
Domenico Scarlatti, con la sua platea da mille posti, è stato anche sede
dell’Eurovision Song Contest del 1965, di programmi seguitissimi degli anni
Ottanta e Novanta come “Sotto le Stelle”, “Cocco” e “Pippo Chennedy Show”, e
dei più recenti “Stasera tutto è possibile” e “Made in Sud”. Intrattenimento e
approfondimento. Gli studi di Fuorigrotta hanno ospitato appuntamenti entrati nella
storia della Tv come il game show musicale “Furore” e la rubrica di medicina
“Check-Up”, ideata da Biagio Agnes e ancora in onda su Rai 2. Tra le produzioni
tutt’ora in programmazione anche “Agorà Weekend”, “Dilemmi” e il preserale
“Reazione a Catena”. Il Centro di Produzione Tv di Napoli si occupa anche della
realizzazione di tante produzioni in esterna, come i programmi in 4K di Alberto
Angela “Meraviglie”, “Stanotte a…” e “Ulisse” e numerosi altri eventi di Rai
Cultura. Il centro nacque come fabbrica specializzata costruita per il varietà,
per il teatro nelle sue diverse declinazioni, e per lo sceneggiato televisivo. La
sede di Napoli è dagli anni Novanta la casa della long fiction all’italiana “Un
Posto al Sole”, successo del quale sono state realizzate e trasmesse oltre 6
mila 150 puntate. Martedì 14 marzo i vertici della Rai, il Comune di Napoli e
la Regione Campania hanno festeggiato il sessantesimo anniversario del CPTV.
Per la consigliera d’amministrazione della Rai Simona Agnes, che ha portato il
saluto e l’augurio dell’amministratore delegato Carlo Fuortes, «l’apertura del Centro di
Produzione di Napoli nei primi anni Sessanta fu un significativo investimento strategico
per creare il ‘nuovo’ e uno dei segni più evidenti della modernità
metropolitana. Questo radicamento nel tessuto urbano e culturale della città,
unito a una solida tradizione di efficienza e produttività, rappresentano
ancora elementi peculiari della sua identità». Obiettivo della Rai è quello di «continuare a potenziare il ruolo
di rappresentanza sul territorio ed alimentare interazioni costruttive con Enti
ed Istituzioni, sia promuovendo progetti aziendali d’interesse comune, sia
supportando le iniziative meritevoli del territorio. Il tempo ha infatti
mostrato che alcune significative iniziative editoriali sono state favorite
proprio dal rapporto diretto tra Istituzioni e la sede campana della Rai». Tra
le numerose produzioni di successo realizzate a Napoli ricordiamo gli
sceneggiati “Delitto e castigo”, “Le avventure di Laura Sorm”, “Resurrezione”,
“Madame Curie”, “Sheridan Squadra omicidi”, “La fiera delle vanità”, “I ragazzi
di Padre Tobia”, tutti negli anni Sessanta. Tra i programmi di intrattenimento
anche “Paroliamo”, una delle prime trasmissioni condotte da Fabrizio Frizzi,
“Il mercato del sabato”, “Alle falde del Kilimangiaro”, “Scrupoli”, le
inchieste di Sergio Zavoli in “Nostra padrona Tv”, le ricostruzioni di Carlo
Lucarelli in “Blu notte”, e ancora “Guarda Stupisci” di Renzo Arbore,
“Convenscion”, “Famiglia Salemme Show”. «Il CPTV di Napoli rappresenta, anche con il suo comparto
radiofonico, un’identità culturale e storica per il territorio napoletano e per
l’Italia stessa, portatrice di tradizione televisiva artigianale – afferma
Paola Sciommeri, direttore della Produzione Tv della Rai – qui sono stati
realizzati famosi sceneggiati e spettacoli di intrattenimento. Ma il centro guarda al futuro, con le nuove
produzioni che continuano a essere confermate, con il game show “Reazione a
catena” che è tradizionalmente radicato qui, con la fiction “Un posto al sole”,
in onda dal 1996. Anche grazie alle dichiarazioni delle amministrazioni
comunale e regionale confidiamo di poter espandere e consolidare le produzioni». Sul futuro del CPTV è
intervenuto anche il direttore del centro Antonio Parlati: «Una bellissima giornata con tanti
amici, con l’idea che questo centro viene sentito sul territorio come qualcosa
di proprio. Obiettivo per è quello di continuare come abbiamo fatto fino a ora
con l’impegno di tutti, sottolineato anche dalle Istituzioni locali, oltre che
dai vertici aziendali: andare sempre avanti, progredire, accettare nuove sfide».
Tornano i viaggi di Federico Quaranta per
incontrare i protagonisti della sapienza artigiana italiana. Da sabato 25 marzo
alle 12.00 su Rai 1
2022,Linea Verde,Federico Quaranta
Riparte il viaggio alla scoperta dell’arte del saper fare, con “Linea
Verde Start”, otto puntate durante le quali Federico Quaranta incontrerà i
protagonisti della sapienza artigiana italiana, un susseguirsi di racconti dove
la testa, le mani e il cuore trovano la loro sintesi. Un microcosmo tanto
antico quanto moderno, dove la tradizione incontra l’innovazione, dove i
dialetti dei nostri territori parlano al mondo. Ogni puntata un viaggio nuovo,
in un territorio, una regione diversa, seguendo quel binario, in equilibrio tra
le bellezze naturalistiche più nascoste e la maestria artigianale.
Nel primo appuntamento, sabato 25 marzo alle 12.00 su Rai 1, il
racconto di Lecce.
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