Un viaggio lungo una vita

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ULISSE

Piero Angela raccontato dal figlio Alberto. Uno speciale in prima serata per raccontare il più grande divulgatore televisivo di sempre. Giovedì 25 maggio su Rai 1

Per oltre settant’anni ha accompagnato il grande pubblico televisivo lungo la strada della conoscenza. Lo ha fatto con programmi diventati cult sul piccolo schermo, alla radio, con i suoi libri, e facendo sempre uso di ogni strumento tecnologico che potesse facilitare la divulgazione. Alberto Angela ripercorre tutte le tappe della carriera del padre Piero: il primo impiego in radio, gli esordi in televisione come corrispondente per la Rai da Parigi e Bruxelles, l’esperienza come inviato di guerra in Algeria e Vietnam, gli incontri con le grandi star del cinema e della musica, l’approdo alla conduzione del telegiornale su Rai 1.  “Piero Angela – Un viaggio lungo una vita” è il titolo dello speciale di “Ulisse, il piacere della scoperta” dedicato al più grande divulgatore italiano, che Rai Cultura propone giovedì 25 maggio alle 21.25 su Rai1. Una serata per scorgere le tante facce, anche quelle più private, dell’uomo che ci ha portati sulla luna e che ci ha raccontato la scienza e la natura in prima serata. “Quark”, “Super Quark”, “Viaggio nel Cosmo”, “La macchina Meravigliosa”, “Il pianeta dei dinosauri”: programmi che hanno segnato profondamente la storia della televisione italiana, sia dal punto di vista dei contenuti, che da quello della forma e delle innovazioni del mezzo televisivo in sé. Piero Angela era un pioniere, un visionario che, sempre con razionalità e rigore scientifico, ci ha raccontato la complessità del mondo, i progressi della scienza e della tecnologia, ma anche, anzitempo, le conseguenze dell’accelerazione del progresso: dai problemi ambientali a quelli etici. Un intellettuale che sapeva parlare a tutti, spiegando cose a volte molto complesse con parole semplici e chiare. Insieme ad Alberto Angela, le voci e i ricordi di tanti amici e collaboratori di Piero. Un viaggio che racconta anche le passioni del grande divulgatore, a partire dal Jazz.  Erano gli anni del dopoguerra, quando sotto il nome di Peter Angela animava i jazz club della sua città, Torino. A raccontare il giovane Piero è Stefano Bollani. Jovanotti racconta invece di come, per un suo tour, Piero gli fece compagnia per tutte le tappe. E poi Riccardo Muti sulla scelta di Angela di usare l’aria sulla quarta corda di Bach come sigla dei suoi programmi e ancora il Nobel per la fisica Giorgio Parisi, l’astronauta Paolo Nespoli, la giornalista Gaia Tortora. Una puntata in cui ritroviamo i racconti in prima persona di Piero: dall’infanzia sotto le bombe al padre, lo psichiatra Carlo Angela, che salvò dalla morte molti ebrei; dai sogni realizzati a quelli che ha dovuto lasciare a metà; dalla lotta contro le fake news e le bufale scientifiche alla sua ultima fatica, “Prepararsi al futuro”, una trasmissione nata per mettere al corrente le nuove generazioni sui problemi del mondo. Quando è andata in onda Piero Angela non c’era già più, ma la sua voce, il suo pensiero, la sua visione del mondo rimarranno con noi per molto tempo ancora.

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Una storia contemporanea

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NICOLE GRIMAUDO

In “Vivere non è un gioco da ragazzi” l’attrice interpreta Anna, la madre di Lele. Ex stella di periferia, fa la barista e ama la lettura. Più sofisticata del marito, subisce un ricatto che potrebbe risolvere i problemi economici a casa, ma si troverà di fronte a una dura scelta. Lunedì 22 maggio in prima serata su Rai 1

Nella serie interpreta il ruolo della mamma di un ragazzo che resta imbrigliato nel mondo della droga. Come vive Anna questo calvario?

Temo che quello che accade nella serie sia una delle paure più grandi per noi genitori. Il ruolo di Anna l’ho amato molto perché è una donna forte, concreta, che ha sempre lavorato e fatto di tutto per dare il meglio alla sua famiglia. Affronta tante fatiche e, nonostante questo, la famiglia è molto unita e la coppia è solare e vera. Davanti a queste grandi difficoltà, però, l’equilibrio familiare comincia a vacillare, perché quando un figlio prende una strada diversa rispetto a quello che si sperava per lui, è un colpo brutto per ogni genitore.

Come si è preparata per vestire i panni di Anna?

Ho attinto molto dalla mia vita quotidiana. Ho due figli, seppure piccoli, e tutte le paure e le fragilità di Anna sono anche le mie. Li faccio crescere spiegando che devono ragionare con la loro testa, che non devono avere paura dei genitori e che non devono vederci come dei nemici.

La storia racconta di una profonda crisi che porta ciascun personaggio a fare i conti con i propri fantasmi interiori. Quali sono quelli di Anna?

Anna ad un certo punto ha rinunciato a tutto in nome di due maternità. Quindi i suoi fantasmi sono aver dovuto fare un passo indietro rispetto ai suoi sogni e alle sue ambizioni e, forse, ad un amore molto grande che però l’ha messa anche in difficoltà. E’ una donna risolta per metà. I vuoti vengono spesso fuori.

La vicenda di Lele, suo figlio nella serie, farà deflagrare l’equilibrio familiare?

Sì, perché tra l’altro a livello economico la famiglia attraversa una grande crisi e Lele inizia a prendere una strada particolare pur essendo un bravo ragazzo. Per amore e per apparire come un ragazzo ricco che può permettersi cose che noi non possiamo dargli, inizia a spacciare. Una storia contemporanea che parla ai giovani e ai genitori.

Il tema della serie è fortemente ispirato alla verità della vita quotidiana. Ci si potranno riconoscere molti genitori e molti figli?

Assolutamente sì. Credo che queste storie siano belle e confacenti a un servizio pubblico reale. La serie ricorda ai genitori che i figli non vanno mai persi di vista: il fatto che crescano in questo mondo, ci dà la possibilità di controllarli di più, ma allo stesso tempo li espone a più pericoli. Bisogna tenere alto il livello di attenzione parlando loro, ascoltandoli, guardandoli davvero.

Cosa porta con sé della sua adolescenza?

Erano anni diversi e la mia adolescenza è stata particolare. “Non è la Rai” a quindici anni, ha sicuramente dato un taglio diverso a un’età in cui si vive di spensieratezza. Ho iniziato a lavorare molto giovane e ad avere il senso della responsabilità molto presto. Sono contenta di questo perché ho avuto un senso di disciplina che mi ha salvato da tante cose. Credo che i giovani debbano mettere a fuoco una passione. Che sia sport, arte, studio, è l’unica forza reale che tiene lontano dai rischi.

Ha iniziato a lavorare nella tv da giovanissima e la sua grande popolarità è arrivata con le fiction. Quale momento ha segnato maggiormente la sua carriera?

Credo che “Mine vaganti” sia stato il punto di svolta. Il film che ha consacrato il mio ruolo di attrice.

Quale ruolo non le è stato ancora mai proposto ma le piacerebbe interpretare?

Mi piacerebbe molto un ruolo sbagliato, sporco, cattivo. Fino ad oggi sono stata madre, compagna, poliziotta, infermiera, sempre rivolta agli altri. Mi piacerebbe raccontare un personaggio più oscuro.

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Quanto è difficile fare l’antipatico

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Nella serie di Rai 1 diretta da Rolando Ravello, l’attore è il commissario Saguatti, poliziotto ruspante e popolare, con metodi poco ortodossi ma che rivelerà risvolti imprevedibili: «All’inizio con il protagonista gioca un po’ al gatto con il topo, lo tratta male, ma nel corso della storia si rivelerà più umano»

Un ritorno alla fiction e un debutto in Rai. Cosa l’ha spinta ad accettare questo progetto?

Innanzitutto, l’amicizia con lo sceneggiatore, Fabio Bonifacci. La serie è tratta da un suo libro (Il giro della verità). I veri protagonisti della storia sono i ragazzi, gli adolescenti con i loro problemi. Il mio personaggio, il commissario Saguatti, all’inizio era solo un cammeo, che poi è stato allargato nella stesura e nel corso delle riprese. Bonifacci e il regista Rolando Ravello mi hanno simpaticamente accerchiato, ma anche il ruolo ha rappresentato qualcosa di nuovo.

Una storia che ci racconta il travaglio del giovane Lele nell’assumersi la responsabilità dei propri errori, ma che affronta anche il tema del rapporto genitori-figli…

Il rapporto genitori e figli è atavico, e in ogni epoca ha i suoi problemi. La serie comincia con una tragedia, la morte di un ragazzo per una pasticca di droga tagliata male spacciata da Lele. Ma la vera storia è proprio quella di Lele (Riccardo De Rinaldis). All’inizio lo abbiamo visto salire i gradini della questura insieme al padre Marco (Stefano Fresi) per andare a denunciarsi. Una scelta preceduta da un momento di difficoltà e di sofferenza.

Come “girano” le verità nella serie?

Insieme al rapporto genitori-figli c’è il tema etico: è giusto o non è giusto dire la verità? Nel corso delle puntate Lele si contorce, si chiede se parlare con i genitori, con gli amici, con il commissario Saguatti…

Che tipo è il suo commissario?

All’inizio con Lele gioca un po’ al gatto con il topo, lo tratta male, ma nel corso della storia si rivelerà più umano. Il gioco delle verità è legato in qualche modo anche a lui, che alla fine una bugia la dirà. Nasconderà qualcosa, probabilmente a fin di bene, capendo che la responsabilità delle pasticche tagliate male non è del giovane.

Come ha vissuto l’incontro con il suo personaggio?

Fare l’“antipatico” è una cosa che mi risulta simpaticamente difficile, visto che di default, da “Zelig” in poi, appaio come simpatico. Come attore mi ha incuriosito fare qualcosa che andasse fuori dalla mia comfort zone.

Un commissario che quando si ritrova con il suo assistente, l’appuntato Paternò (Antonio Perna), sa essere anche ironico…

Il regista mi ha affiancato il personaggio di Paternò con il quale è nato un duo comico e sono tornato a fare un po’ da spalla a un comico puro. Sul set ci siamo divertiti a improvvisare anche al di fuori del copione, ne esce un contrappunto simpatico.

La difficoltà di essere genitori e quella dei ragazzi di trovare un posto nel mondo… è davvero così difficile vivere il gioco della vita?

Direi di sì. Credo che oggi lo sia molto di più che un tempo. Noi avevamo ideali, magari sbagliati, ma un po’ più di alto respiro. Anche quelli che dicevano “no future” a modo loro prendevano una posizione. Oggi, mi permetto di dire, i selfie e ciò che diciamo sui social non sono la stessa cosa. Certamente arrivano a molte più persone, potenzialmente a milioni, ma il contenuto non ha la stessa forza. E poi aggiungi anche la crisi economica.

Da padre come vede i nostri giorni?

Penso ai miei figli che l’adolescenza l’hanno superata, oggi hanno più di vent’anni e sono alla ricerca di lavoro. Io ho iniziato a lavorare a fine anni Settanta e allora un giovane poteva scegliere. Ho lavorato nel turismo in un’agenzia di viaggi, ho deciso di fare l’attore, ho cambiato, ma con la consapevolezza che avrei potuto tornare indietro. Mi sembrava ci fossero più prospettive. Oggi sono cavoli amari. Anche ai miei figli non so cosa consigliare, cosa dire. Sono un po’ pessimista sul futuro.

TITOLO BOX:

LA STORIA

TESTO BOX:

Il diciottenne Lele, bravo ragazzo di umili origini, frequenta il liceo con i figli dell’élite bolognese ed è innamorato di Serena, bellissima, intelligente e perfetta reginetta della scuola. Invitato una sera in discoteca da Serena e dal suo gruppo di amici, Lele per fare colpo su di lei prende una pasticca di Mdma. Risucchiato nel mondo delle discoteche e della droga, Lele rimane però presto senza soldi e, per continuare a frequentare Serena, si ritrova a comprare le pasticche nel suo quartiere e a rivenderle in discoteca al doppio del prezzo. Una sera vende una pasticca al suo amico Mirco, che viene trovato morto il giorno dopo proprio a causa della droga. Per Lele, corroso dai sensi di colpa perché convinto di essere l’assassino di Mirco, inizia un calvario che stravolge il rapporto con Pigi, suo migliore amico, con Serena e con i genitori.

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Tutti i vincitori dell’edizione 2023

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Star e maestranze sul red carpet dei Lumina Studios di Roma per la 68esima edizione del premio. Quattro le statuette a “Le otto montagne”, “Esterno notte” e “La stranezza”. David speciali a Isabella Rossellini ed Enrico Vanzina. Il Capo dello Stato: «Il cinema è un testimone che passa di mano in mano». Intanto il Governo annuncia: «Dal 16 giugno al 16 settembre tutti i film italiani ed europei al cinema si potranno vedere a 3 euro e 50». Di seguito tutti i vincitori

Il cinema che premia il cinema. Il cinema che riconquista, giorno dopo giorno, le sale. Il premio David di Donatello è ancora una volta momento di riflessione sul presente e sul futuro della settima arte. Mercoledì 10 maggio l’Italia ha onorato  il grande schermo, lo ha fatto prima al Quirinale, di fronte al Presidente della Reppublica, quindi ai Lumina Studios di Roma, dove è andata in scena la cerimonia di premiazione. «Il cinema è un testimone che passa di mano in mano – ha dichiarato Sergio Mattarella – questo patrimonio di invenzioni, di professionalità, di creazione artistica, di supporto industriale, divenuto col tempo un’importante infrastruttura del Paese, ha generato sapere, percezioni condivise. Ha prodotto una scuola, ha ampliato le potenzialità espressive della società. Il cinema ha fornito un contributo significativo allo sviluppo della nostra civiltà. Il Premio David di Donatello esprime questo senso della storia. Storia del cinema che è storia italiana». In apertura della diretta Tv, condotta da Carlo Conti e Matilde Gioli, è stato il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni ad annunciare l’impegno del Governo a rinsaldare ulteriormente il rapporto tra cittadini e sale: «metteremo a disposizione un finanziamento da 20 milioni per promuovere il cinema in sala. Dal 16 giugno al 16 settembre tutti i film italiani ed europei saranno fruibili al cinema a 3 euro e 50. Il resto ce lo metteremo noi. Il cinema va visto in sala, non c’è storia». Di seguito, categoria per categoria, tutti i vincitori della 68esima edizione.

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In nome della verità

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Giovane e innamorato del proprio mestiere, della serie di cui è protagonista afferma: «In “Vivere non è un gioco da ragazzi” quel che accade spinge gli adulti a interrogativi difficili, li costringe ad aprire gli occhi sulle difficoltà che i giovani incontrano». Di Lele, il personaggio che ha portato in scena, racconta con affetto: «Lo definisco un romantico d’altri tempi che crede nell’amore a prima vista e, in nome di questo sentimento, farebbe di tutto»

Un racconto che mette al centro la vita di Lele. Come si è sentito ad affrontare questo viaggio?

All’inizio avevo un po’ di paura, era la mia prima esperienza da protagonista e sentivo un bel peso da portare. Sono stato però affiancato da persone fantastiche, sia dietro sia davanti alla telecamera. Dopo l’inziale paura, tutto è andato in discesa, è stato un viaggio divertente.

Chi è Lele?

Un giovane come tanti che viene da una famiglia umile, ama il calcio e le ragazze. Lo definisco un giovane romantico, un ragazzo d’altri tempi che crede nell’amore a prima vista e, in nome di questo sentimento, farebbe di tutto. Lele si lascia guidare dalle emozioni, prende decisioni spesso affrettate, al contrario di me che sono assolutamente razionale e, prima di decidere su qualcosa, devo pensarci un milione di volte e valutare tutto quello che potrebbe succedere.

Riccardo e Lele…

Rispetto al mio personaggio, io per fortuna ho superato il periodo del liceo, le prime scoperte e i primi amori, ecco perché credo di aver insegnato più io a Lele (ride). Diciamo che tutti i suoi “errori” e le conseguenze di alcune sue azioni, mi hanno illuminato, facendomi riflettere su come la troppa superficialità possa essere deleteria. Ci unisce il bellissimo rapporto con la propria famiglia, una relazione nel mio caso basata sulla condivisione, la chiave secondo me per un rapporto sano. La trasparenza rende tutto più bello e più forte.

Parliamo allora del mondo degli adulti nella serie…

Alcuni si rendono conto che nascondere ai figli cose ritenute “scomode”, potrebbe rovinare il rapporto con loro. In “Vivere non è un gioco da ragazzi” quel che accade spinge gli adulti a interrogativi difficili, li costringe ad aprire gli occhi sulle difficoltà che i loro ragazzi incontrano.

Quale aspetto dell’adolescenza l’ha spaventata di più?

Sono stato un adolescente felice, circondato da persone che mi amavano, amici stupendi. Il momento forse più brutto è legato a qualche problema fisico che ho dovuto affrontare, ho sofferto di acne molto pesante, e per un po’ di tempo mi sono sottoposto a terapie complicate, con controindicazioni forti. Pur essendo piccolo, avevo iniziato a lavorare nella pubblicità, e quando si entra nel mondo del lavoro si cresce molto più in fretta. Hai presto a che fare con i soldi, devi capirne il valore e come metterli via, ti ritrovi a frequentare molte persone, tutto ovviamente positivo, ma può capitare che si creino nuove paure.

Come si è trasformato il suo sogno da bambino oggi?

Da piccolo non avevo uno scopo preciso, non sapevo di voler fare l’attore, vivevo giorno per giorno, giocavo a pallavolo, frequentavo la scuola e non pensavo assolutamente a cosa avrei fatto nel futuro. Alla fine del liceo è arrivato il mio primo lavoro in televisione e, dal primo giorno di set, ho scoperto che questa sarebbe stata la mia strada. Questo desiderio, oggi, è ancora più forte.

C’è qualcuno che l’ha influenzata positivamente, spingendola a crederci ancora di più?

Sono stato veramente fortunato, in tutta la mia piccolissima carriera, intorno a me ho sempre avuto persone che mi hanno fatto amare questo lavoro, aiutandomi a scoprire la bellezza del cinema, la mia più grande passione oggi. Non posso dire che un solo incontro abbia contribuito alla mia crescita, tutti in qualche modo hanno aggiunto un tassello a ciò che mi appassiona: recitare.

Che cosa le dà la recitazione?

Mi fa stare bene, allenta tutte le tensioni, mi costringe a spingere le emozioni al limite, a rilasciare quella energia che nella vita si trattiene. Recitare mi dà tranquillità e leggerezza. Un po’ come una seduta dallo psicologo (ride).

Com’è andata con i grandi attori come Claudio Bisio, Stefano Fresi, Nicole Grimaudo?

Vederli recitare sul set è stato entusiasmante. Sono persone con i piedi per terra, simpaticissime, con me molto gentili. Ho incontrato attori disposti a darmi consigli che ho cercato di assorbire come una spugna. Sono queste le persone che aiutano ad apprezzare il proprio mestiere, ti fanno sperare di essere, anche tra vent’anni, come loro, innamorati di quello che fanno.

La verità è al centro della narrazione della serie…

Nella vita sono ancora in cerca della mia verità, del mio essere e il fatto che stia scoprendo la mia spiritualità influisce molto in questa ricerca. Io sono una persona sincera, come dicono gli inglesi, cerco di essere “true to yourself”, vero rispetto a quello che si è.  In “Vivere non è un gioco da ragazzi” se Lele avesse detto la verità fin da subito, molti dei problemi che vengono fuori si sarebbero potuti evitare. Dalla verità non si può fuggire, mai.

Anche se per finzione, come si è trovato a passare dall’interrogazione all’interrogatorio con Bisio?

In questo romanzo di formazione un sassolino smuove una valanga, una piccola decisione può cambiare la tua vita in un attimo. Per fortuna non è stato proprio un incubo per me perché avevo Claudio Bisio davanti, ma pensare di trovarmi in una situazione di questo genere è davvero terrificante. Meglio l’interrogazione tutta la vita (ride).

Quando ha scoperto di avere il talento necessario per rischiare?

Le prime volte che sono stato scelto pensavo a un colpo di fortuna, poi però ho cominciato ad avere fiducia nelle mie capacità, grazie anche agli incoraggiamenti di chi, con un complimento, con uno sguardo complice, sentiva in me qualcosa di profondo. Alla fine, un attore punta a questo, ad avere un feedback dagli altri. Non c’è stato quindi un momento preciso, è qualcosa che accade tutti i giorni, cerco di ricordare sempre l’amore che sento per il mio lavoro.

Quale messaggio spera possa arrivare dalla serie a un ragazzo come lei?

Parlando di verità, spero arrivi veramente il motivo per cui è stata realizzata questa serie, riflettere sul fatto che le cose, spesso, possono avere una doppia faccia. Pensi alla droga come sballo, stai bene per un attimo e, dopo, tutto il tuo mondo rischia di crollare. Ecco perché anche questo racconto invita a razionalizzare le proprie scelte, a prendersi del tempo per valutare quello che si fa. Si parla di tantissime cose, di amicizia, di amore, del rapporto tra genitori e figli, ci sono tantissimi topic che spero colpiscano il pubblico.

La presenza di molte piattaforme digitali e di conseguenza di una elevata produzione è un’opportunità in più per i giovani attori?

Sono certamente a favore delle piattaforme, più si produce, maggiori sono le opportunità professionali, d’altro canto, essendoci un marasma di roba, è difficile decidere il progetto giusto. Penso che un attore che si affaccia ora in questa realtà non debba avere la fretta di dire sì a tutte le proposte, se vuoi rimanere nella legacy del cinema italiano, devi scegliere bene e non avere la smania di esserci a tutti i costi.

Cosa le regala nella vita l’adrenalina, la felicità?

Gli amici, la bella della compagnia. Un sabato pomeriggio al parco, fare un picnic con le persone che ami. Per me è il massimo di piacere.

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L’ironia ti salva la giornata

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Con la spontaneità e il sorriso ha già conquistato il pubblico del venerdì sera di Rai 1. L’attrice romana si racconta al RadiocorriereTv ricordando la sua infanzia spensierata piena di tanta musica: «Da bambina ascoltavo Mina, Celentano e Morandi. Poi sono arrivate le gite e gli 883».

Flora a “I migliori anni”… come sta andando?

Benissimo, non solo per gli ascolti che sono molto calorosi. La gente ha accolto il programma, tornato dopo sei anni, con grande affetto. E poi perché mi diverto molto, mi piace riascoltare la musica di un tempo e commentare con ironia.

Cosa ha pensato quando Carlo Conti le ha proposto questo viaggio nella nostra storia recente?

La sua chiamata è stata motivo di orgoglio. Quando Carlo ti chiama per un serale su Rai 1, e per di più il venerdì sera, c’è sempre entusiasmo. Mi ha detto espressamente che non cercava la “bellona”, ma un’attrice brillante che sapesse improvvisare e scherzare con lui e con il pubblico. Diciamo che sono nella mia comfort zone.

Che rapporto ha con la diretta?

Faccio tanto teatro ed è un po’ come se con ogni replica si andasse in onda ogni sera. A differenza di chi fa tanto cinema, dove ci sono tempi lunghi, molte attese e spesso rifai la stessa scena tante volte, qui hai l’adrenalina del live. Il teatro è stato una grandissima scuola, ti insegna a convivere con le emozioni e a gestirle.

Cosa la stupisce di più dei messaggi che riceve dal pubblico?

La parte sentimentale, perché  dai social siamo invece soliti aspettarci qualcosa di superficiale. I messaggi che arrivano in studio hanno qualcosa di nostalgico, propongono ricordi legati a un amore, all’infanzia o ai propri figli. Devo dire che mi sorprendono molto.

Ce n’è uno che l’ha colpita più di altri?

Ce ne sono tanti. Uno di questi diceva che la chat che usiamo oggi sullo smartphone è l’equivalente della mamma che un tempo si affacciava dalla finestra urlando a tutto il quartiere: “Sali che è pronto!”.

Lei è giovane, ma le chiedo ugualmente quali siano stati i suoi migliori anni?

Probabilmente questi. Sono una donna risolta, con due figli, che sta lavorando e che è felice. Dico quindi i miei quarant’anni.

Cosa prova quando si ripensa teenager?

La nostalgia di un’epoca spensierata. Il fatto di avere figli e di essere più grande, più responsabile, fa sì che il tempo della leggerezza sia venuto meno. Da ragazza il problema più grande era come vestirsi, a che festa andavi. Mi manca quella spensieratezza lì.

A questo punto una domanda ci sorge spontanea… da ragazza come si vestiva e a che feste andava?

A differenza dei giovani di oggi avevo degli orari molto precisi. La sera, alle 11, dovevo essere a casa. Penso che i quindicenni di oggi escano a quell’ora. Per indole non mi sono mai vestita in modo particolarmente provocante, preferivo il jeans e un tacchetto o il jeans e un toppino, non ero da minigonna e stivale. Molto curata, ma il jeans e il tacco sono sempre stati il mio outfit preferito.

Un brano che la riporta più di altri agli anni Ottanta…

Penso più ai cantanti che alle canzoni. Ascoltavo Mina, Adriano Celentano, Gianni Morandi. Ascoltavo la musica con i miei genitori, mamma amava Marcella Bella, papà i Pooh. Sono ancora molto legata alla musica di quei tempi…

Ai Novanta…

Direi gli 883, “La regola dell’amico”. Mi ricorda le gite, le uscite con gli amici.

Degli ultimi anni?

Ultimo, il nostro nuovo Claudio Baglioni.

Cosa si dice in famiglia del fatto che il venerdì sera è fuori casa?

Mia figlia, che ha sei anni, mi chiede ogni venerdì se io debba lavorare. Lei non l’ha presa benissimo (sorride). Si informa se il programma sia in diretta o registrato. Le piacerebbe di più quest’ultima possibilità per vederlo insieme sul divano. Il piccoletto, invece, crolla subito e i miei genitori sempre i primi a sostenermi. Questo nonostante agli inizi il mio mestiere li spaventasse un po’, per quanto incerto. Ora sono contenti.

Cos’è per lei l’ironia?

Quella cosa che ti permette di vedere una circostanza o un problema sdrammatizzandolo. Credo che sia un valore aggiunto importante. Avere la battuta pronta mi ha aiutata in tante situazioni, a volte anche a uscire da un imbarazzo o a stemperare una situazione nervosa. L’ironia ti salva la giornata.

Cosa la fa sorridere?

Il piede di mio figlio, piccolo e cicciottello. Ha le dita che non sembrano far parte del piede, ma attaccate con la colla in un secondo momento. Quando lo sveglio, siccome non ha neanche due anni, sembra un muffin caldo. Puntualmente gli tolgo i calzini e mi fa sorridere, è il mio antistress.

Abbiamo parlato di presente e di passato. E il futuro?

Mi piacerebbe essere protagonista di una commedia importante e brillante al cinema e poi condurre un serale in Tv, anche se non fosse Sanremo (ride).

Perché i telespettatori dovrebbero continuare a seguirvi?

Questa è facile, perché ci sono io. Scherzi a parte, perché ci sono io a dire un sacco di corbellerie e poi perché ci sono buona musica e comicità. In questo periodo storico un programma fatto di musica e risate penso sia perfetto.

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Nuove storie al servizio del pubblico

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La casa editrice della Rai al Salone Internazionale del Libro di Torino con i propri autori. Da Bruno Vespa a Flavio Insinna, da Marco Varvello a Giorgio Zanchini, Roberto Arditti, Ilaria Amenta, Alessandro Daniele, Beppe Convertini. Si parte giovedì 18 alle 12.15 con Daniela e Luca Sardella

Rai Libri sarà protagonista con i suoi autori alla 35esima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino in programma dal 18 al 22 maggio 2023 al Lingotto Fiere. A ospitare le presentazioni sarà il grande palco della Rai nel padiglione Oval. Si inizierà giovedì 18 alle 12.15 con Daniela e Luca Sardella e il loro “Una pianta per amica”, volume che spiega come affrontare al meglio la transizione ecologica con l’aiuto delle piante. Venerdì 19 sarà la volta di Ilaria Amenta con “Io sono l’uomo nero”, la storia mai raccontata di Angelo Izzo e dei suoi crimini (ore 12.15) e di Roberto Arditti con “La guerra in casa”, il libro che fotografa la corsa globale al riarmo (ore 18.15). A incontrare il pubblico, sabato 20, saranno Marco Varvello, che presenterà il suo “Passo falso” dedicato al Regno Unito nel dopo Brexit (ore 11.20) e Alessandro Daniele con il libro sul padre, “Pino Daniele” (ore 18.15). Doppio appuntamento anche domenica 21. Alle 12.15 Bruno Vespa presenterà “Kennedy”, ritratto oltre il mito dell’ex presidente americano, mentre alle 18.15 Giorgio Zanchini, autore di “Esistono gli italiani?”, dialogherà dell’incerta identità italiana. Lo stand di Rai Libri ospiterà i firmacopie di Flavio Insinna con il suo “Il gatto del Papa” (venerdì 19 ore 17.00) e di Beppe Convertini con “Paesi miei” (domenica 21 ore 15.00).

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Matita, satira e sorriso

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Illustratore e vignettista. Per il pubblico televisivo è anche “L’uomo dimenticato da Dio” di Via Asiago. Lo abbiamo incontrato fuori dal glass-box di Fiorello

Chi è Valentino Spadoni?

Disegno da quando ho memoria, ho studiato fumetto in Accademia, dove ho anche insegnato come assistente. Appena uscito è arrivata la Tv, con “Alle falde del Kilimangiaro” di Licia Colò, dove con le mie vignette raccontavo i viaggi degli altri (sorride). Nel mio passato c’è anche tanta illustrazione, digitale e cartacea, favole in primis.

Cosa significa raccontare o raccontarsi attraverso una vignetta?

La vignetta è un linguaggio e disegnarla vuol dire esprimere una propria opinione. Se non c’è un’idea non si sblocca nulla. Poi entrano in gioco la satira e la parte grafica. È  un lavoro in più fasi che ti consente di raccontare un punto di vista, a metà tra la scrittura comica e l’illustrazione.

Quanto conta l’osservazione della realtà?

È alla base della comicità, è la materia prima che va elaborata.

Cosa solletica la sua fantasia?

Sono una persona curiosa e vado costantemente alla scoperta, camminando per strada, osservando le persone. L’essere umano si esprime in un’infinità di modi anche molto diversi tra loro. Ho un’ottima memoria per i dettagli, gli aneddoti. E sono proprio loro a fornire una visione sfaccettata e alternativa delle cose. Grazie all’ironia si giunge poi a ottenere una sintesi.

Com’è stato l’incontro con Fiorello?

Sono da sempre un suo fan, anche se a dire il vero è impossibile non esserlo. Mi aveva incuriosito molto “Edicola Fiore”, per il format, perché fatto con il telefonino. Quando ho saputo di “Viva Rai 2!” mi sono presentato al glass box di via Asiago, come fanno molti artisti. Ho proposto una vignetta, è piaciuta, e Rosario mi ha chiesto di tornare.

Come deve essere una vignetta per piacere a Fiore?

Sono le più difficili da fare (sorride). Devono essere scritte in maniera chiara, suonare bene e creare un’immagine comica nuova. Lui macina battute, l’idea di fare qualcosa che riesca a stupirlo è una sfida che colgo ogni giorno volentieri.

Appartiene a una famiglia di artisti, suo padre Lorenzo ha fatto parte dei 4+4 di Nora Orlandi, anche sua mamma, Maríka Paris, è una cantante, cosa si dice in famiglia della sua arte?

Mi hanno sempre sostenuto e incoraggiato a fare ciò che mi piace. Al tempo stesso sono i primi a dirmi ciò che pensano dei miei lavori, sempre con la massima sincerità. Mamma mi ha anche insegnato a cantare. Sono contenti dei miei traguardi.

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Lo show ristretto che piace a tutti

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Con “Viva Rai 2!” ha dato nuova linfa a un genere da molti considerato superato. Il varietà ricetta Fiore gode invece di ottima salute, capace di portare a sé un pubblico trasversale ed eterogeneo, sul piccolo schermo come sui computer, sui tablet e sugli smartphone: perché una risata, in Tv o sul telefonino, è sempre una risata. La sfida del re degli showmen è ancora una volta vinta: «Sono così come mi vede il pubblico. E credo che questa sincerità  sia parte della empatia che si è creata»

Chiudi per un istante gli occhi e ripercorri questi lunghi mesi in via Asiago, qual è la prima immagine che ti viene in mente?

La sveglia alle 4.00 del mattino, l’alba, il silenzio, il caffè lungo al bar di Guerre stellari. Vedere poi come lentamente, con le prime luci del giorno, il programma prende vita, iniziano ad arrivare i tecnici, il cast, i ballerini e come per magia alle 7.15 tutto è pronto per iniziare lo show e la festa.

Hai dimostrato che il varietà non è morto e che per dargli un futuro è necessario rivedere la formula tradizionale. Possiamo dire che “Viva Rai 2!” rappresenta un momento di passaggio nel mondo della Tv?

Il varietà è vivissimo, ha solo cambiato orario. Abbiamo cercato di portarlo alle 7 del mattino, con una satira non convenzionale. Ho sempre provato a fare cose nuove, e lo show al mattino mi mancava. Avevo fatto cose simili, che mi hanno preparato a questo,  come “Viva Radio 2” o  “Edicola Fiore”, che man mano, negli anni, sono cresciute fino a diventare “Viva Rai 2!”. Lo stesso programma, in prima serata il sabato sera non funzionerebbe. Con “VivavRai 2!” abbiamo di certo fatto conoscere anche in Italia, sulla rete pubblica, il morning show all’americana, che noi facciamo con più varietà… neanche negli Stati Uniti ce n’è uno come questo, in mezzo alla strada.

Il pubblico ti ha premiato, come sempre. Cosa ti ha insegnato questa esperienza?

Che il pubblico sempre più, oggi, si appassiona alle storie, ai personaggi. Da qui la grande offerta di serialità. E poi, che la  “globalizzazione” è anche dello spettacolo. Si va in televisione, ma allo stesso tempo ti guardano anche sul cellulare, sul tablet, o anche in radio e sulla piattaforma, come è successo a noi. Abbiamo iniziato sui social, per poi andare in diretta e su RaiPlay e poi su Rai Radio Tutta Italiana e su RaiPlaySound. Ormai questa è televisione totalmente inclusiva, non c’è più il programma fine a se stesso, è tutto correlato. Tutto parte da una diretta e poi vive su altri media fino alla puntata successiva. La crossmedialità oggi non è più una scelta.

Cosa diverte, più di ogni altra cosa, Fiorello?

Le situazioni imprevedibili, quello che nasce spontaneo e mi sorprende. Biggio mi diverte, quando io sorprendo lui con una battuta. Mi piace provocare, con leggerezza, lanciare quelle che io chiamo “le bombette”.

Quante volte hai dovuto frenare la tua voglia di improvvisazione?

Mai. Io sono così come mi vede il pubblico. E credo che questa sincerità  sia parte della empatia che si è creata.

Uno show che nasconde tanta conoscenza dello strumento televisivo e che crea un innesto perfetto con tutti gli altri mezzi a disposizione… Come si gestisce tutta questa “abbondanza” di strumenti?

Si gestisce, ad esempio, “tagliando” i contenuti, perché siano giusti e adatti al nuovo linguaggio. Segmenti brevi, che formano un varietà concentrato di 45 minuti tra gag, filmati, balletti, servizi, inchieste, notizie, canzoni. Questo ritmo ti permette poi di adattare il contenuto agli altri media – web e social – agganciando il pubblico, diversificato, perché ognuno troverà i suoi minuti di gradimento. La prova  di ciò è che negli ultimi dieci anni, tutto si è accorciato, e in questo la GenZ ci fa da maestra perché sono i più giovani che ci hanno abituato ai formati brevi e veloci.

Dopo lo show, incontri ogni giorno il tuo pubblico, cosa pensi di queste persone che fanno anche centinaia di chilometri per scambiare quattro chiacchiere con te?

Penso che siano adorabilmente  folli… ma che è bello e mi fa sentire ancora di più la responsabilità di regalare loro bellezza e gioia. A modo mio.  Dopo ogni puntata mi fermo a firmare gli autografi con tutti. Incontro gente di ogni tipo, che porta roba da mangiare, dalla zizzona di Benevento, al casatiello, ai pasticciotti pugliesi. Qualche settimana fa sono venuti un signore vestito come nell’800 e un fan della foca monaca, che mi parlava di questo mammifero mentre facevo colazione. E poi c’era un certo signor Picone che, con una chitarrina si è messo a cantare: «Se bruciasse la città, da te, da te, con un volo low cost io arriverei». Gli ho chiesto cosa fosse quel brano e mi ha risposto: «Una canzone di Massimo Ryanair».

Con i tuoi compagni di viaggio sembri spesso un fratello maggiore, cosa ti mancherà di loro nei prossimi mesi?

Siamo un bel gruppo. Nella nostra redazione in questi mesi sono nati tutti i giorni idee, spunti, personaggi, con la complicità di un gruppo di autori fantastico: Francesco Bozzi, Pigi Montebelli, Federico Taddia, Fabrizio Biggio, Mauro Casciari, Enrico Nocera ed Edoardo Scognamiglio. Penso al lavoro unico di Luca Tommassini, e ringrazio i tanti ospiti che puntano la sveglia presto, ben prima dell’alba, per partecipare. E poi alla curiosità e alla passione di tutta la squadra che ha lavorato: il reparto costumi, con sarte bravissime che hanno reso possibili suggestioni folli dell’ultima ora, il trucco, i parrucchieri, tutte le maestranze Rai che ci hanno seguiti in questa avventura. Senza questa partecipazione vera, un programma come “Viva Rai 2!” non si fa. Faccio un esempio tra tanti, quello dei ballerini di Luca Tommassini che hanno ballato a petto nudo, con tre gradi, di notte e di giorno, in mezzo alla strada, e sono sempre stati entusiasti e contenti di farlo.

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Vivere non è un gioco da ragazzi

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Serie Tv

Un solo errore basta per rovinare la propria vita e quella di chi ti sta accanto. Arriva l’8 maggio su Rai 1 per tre puntate la fiction tratta dal libro “Il giro della verità” di Fabio Bonifacci e diretta da Rolando Ravello

Un sassolino che diventa una valanga inarrestabile, una storia che gira intorno al concetto di verità, offrendo al pubblico le diverse direzioni che questa può prendere. Un argomento che riguarda ciascuno di noi perché, in questo gioco spietato che è  la vita, basta un gesto, anche innocente,  per compromettere tutto. È quello che accade a Lele, un adolescente con tutte le carte in regola per condurre una vita serena al riparo dai pericoli. Eppure, un solo errore, molto comune tra i ragazzi – passare una pasticca a un amico – spezza una giovane vita e ne schiaccia un’altra sotto il peso della colpa. Un dramma che travolge le famiglie, gli amici e si allarga a macchia d’olio a tutto il piccolo mondo intorno, rivelando un disagio comune. Quello della droga «è un tema molto scomodo, soprattutto per l’ammiraglia della Rai, a cui va dato atto del coraggio… Con mia figlia adolescente ho scoperto un mondo completamente diverso da quello che frequentavo alla sua stessa età. Il nostro trasgredire era la canna, lo spinello, oggi ci sono le droghe chimiche, costano poco, ti sballano per tutta la notte, ma sono molto pericolose» afferma Rolando Ravello, il regista che maneggia con estrema cura il prezioso materiale offerto da Fabio Bonifacci, autore del romanzo “Il giro delle verità” (ed. Solferino) e sceneggiatore della serie. Il filo conduttore di questo racconto, che vede coinvolto un cast di altissimo livello, è certamente quello della droga “ricreativa”, percepita ormai come “quasi normale”, ma che spalanca le porte al centro della storia, “la fuga da se stessi e dalle proprie emozioni”, il sempre più fragile rapporto tra adolescenti e genitori di questa generazione. «Non è vero neanche un po’ che i ragazzi del 2020 sono fuori controllo o stupidi o vuoti o chissà che altro. Credo invece che manchi il tessuto familiare, con genitori pieni di sensi di colpa e un mondo Teen, parola che detesto, che non ha più neanche quel barlume di ideali che ha salvato molto di noi a quella età. Non hanno qualcosa con cui identificarsi di solido. Hanno invece i social, una piazza globale rischiosa e faticosa» continua Ravello, che porta in scena una serie ricca di colpi di scena e di svolte, utilizzando un tono drammatico nel dolore e nella colpa, ma che lascia comunque aperta la via della commedia e della leggerezza, con un finale aperto alla speranza. Se non scappi da ciò che sei, se stai lì e affronti quel che devi, ce la puoi fare.

TRAMA

Lele ha diciotto anni, è un bravo ragazzo di umili origini, frequenta il liceo con i figli dell’élite bolognese. È innamorato di Serena, bellissima, intelligente e perfetta reginetta della scuola. Invitato una sera in discoteca da Serena e dal suo gruppo di amici, Lele per fare colpo su di lei prende una pasticca di Mdma. Risucchiato nel mondo delle discoteche e della droga, Lele rimane però presto senza soldi e, per continuare a frequentare Serena, si ritrova a comprare le pasticche nel suo quartiere e a rivenderle in discoteca al doppio del prezzo. Una sera vende una pasticca al suo amico Mirco, che viene trovato morto il giorno dopo proprio a causa della droga. Per Lele, corroso dai sensi di colpa perché convinto di essere l’assassino di Mirco, inizia un calvario che stravolge il rapporto con Pigi, suo migliore amico, con Serena e con i genitori. Anche il resto del gruppo, legato da un patto di omertà volto a custodire il segreto sull’uso di droghe, vive una profonda crisi che porta ciascun membro a fare i conti con la verità e con i propri fantasmi interiori. Dopo molte vicissitudini, dolori e scoperte, Lele decide di liberarsi dal peso delle menzogne e del senso di colpa. Perciò confessa tutto prima al padre e poi al poliziotto Saguatti. La sua confessione scatenerà una sorta di “epidemia di verità” che porta tutti i principali personaggi a fare i conti con i propri segreti.

La storia inizia così…

Lele ha diciassette anni, è un bravo ragazzo che vive in periferia con la famiglia, ma frequenta il liceo del centro coi figli dei ricchi. È innamorato di Serena e per conquistarla deve affrontare uscite che superano la sua paghetta. Così Lele, che fino a due mesi prima non usava droghe, inizia a vendere una pasticca a settimana per pagarsi i sabati. Una sera ne dà una all’amico Mirco che il mattino dopo viene trovato morto per una “pasta” tagliata male. Lele si sente un assassino e vorrebbe confessare, ma il compagno di banco Pigi, figlio di un penalista, lo convince a non farlo. Iniziano così i tormenti della sua coscienza, uniti a pericoli molto più concreti: un poliziotto ambiguo sospetta di lui e vuole farlo confessare, mentre gli spacciatori da cui ha comprato la pasticca minacciano di ucciderlo se parla. E due genitori che già hanno grossi problemi economici e personali, vedono sparire il loro figlio in un tunnel di angosce di cui nulla è dato sapere.

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