In anteprima assoluta il primo episodio della nuova serie fantasy diretta da Carmine Elia. Appuntamento domenica 5 novembre alle 16.30 al Teatro del Giglio della città toscana, dove è prevista anche la partecipazione di alcuni dei protagonisti. Il teen drama sarà trasmesso da mercoledì 15 novembre in prima serata su Rai 2 e sarà disponibile su RaiPlay
Un gruppo di adolescenti scoprono
improvvisamente di essere dotati di superpoteri. Sono i protagonisti di “Noi
siamo leggenda”, il nuovo teen drama a tinte fantasy che, in prima assoluta,
chiuderà il Lucca Comics & Games. Il primo dei sei episodi della serie sarà
proiettato infatti domenica 5 novembre alle 16.30 al Teatro del Giglio di
Lucca, alla presenza di alcuni attori del cast.
Nata da un’idea di Valerio D’Annunzio e
Michelangelo La Neve, la nuova serie è diretta da Carmine Elia (“Mare Fuori”,
“Sopravvissuti”) ed è una coproduzione Rai Fiction e Fabula Pictures, prodotta
da Nicola e Marco De Angelis, in collaborazione con Prime Video, mentre
Federation International si occupa della distribuzione internazionale. Tra gli
interpreti, Emanuele Di Stefano, Nicolas Maupas, Giacomo Giorgio, Beatrice
Vendramin, Giulio Pranno, Valentina Romani, Milo Roussel, Sofya Gershevich,
Margherita Aresti, Giulia Lin, Claudia Pandolfi, Antonia Liskova e Lino
Guanciale.
La storia della serie è quella di cinque
ragazzi – e del loro mondo – con cinque poteri straordinari che affondano le
radici nelle loro paure e nei loro desideri più profondi, capaci di stravolgere
le loro vite. Un coming of age che unisce dramma, azione e ironia in una
narrazione originale, capace di rinnovare e riscrivere i canoni del racconto
young adult di supereroi. Niente missioni iperboliche, nessun universo da
salvare o supercattivi da combattere. Un racconto di formazione in cui i
superpoteri si fanno metafora delle difficoltà che gli adolescenti sono
chiamati ad affrontare. Un affresco commovente, forte, divertente e spiazzante
di una società – la nostra – e di una parentesi della vita – l’adolescenza – in
cui tutti, almeno una volta, hanno sognato di avere i superpoteri. Per
combattere le ingiustizie che li circondano. Vincere la propria insicurezza.
Accettarsi. Fare la cosa giusta. Senza immaginare che qualcuno, nell’ombra, è
consapevole della vera origine degli improvvisi poteri.
La serie andrà in onda da mercoledì 15
novembre in prima serata su Rai 2 e sarà disponibile su RaiPlay.
Il talento, il sorriso e la magia dello spettacolo. Lo showman siciliano è pronto a inaugurare il nuovo glass al Foro Italico di Roma, a due passi dalla Stadio Olimpico. Il RadiocorriereTv lo ha intervistato a una settimana esatta dal via della seconda stagione di “Viva Rai2!”: «Con sorriso e ironia puoi dire tutto. Se il pubblico ti vede sincero e spontaneo ti apprezza»
Una
nuova strada, un nuovo glass, la stessa famiglia televisiva. Come si appresta a
vivere questa nuova stagione di “Viva Rai 2!”?
Siamo alla seconda stagione, quindi è un’avventura
che proprio “nuova” non è. È vero che siamo ancora “giovani” come programma e
quindi speriamo di crescere ancora. Sappiamo tutti che il momento storico è uno
dei più complicati degli ultimi 20 anni: noi cercheremo di fare la nostra
parte, cercando di regalare un po’ di buonumore a quell’ora della mattina.
In
Tv, come nello spettacolo, nel tempo è stato fatto tutto, lei stesso hai più volte
sperimentato nuovi formati e idee. Da spettatore e da artista cosa riesce
ancora a sorprenderla e a emozionarla?
Mi sorprende sempre il talento, di artisti o di
idee. Oggi ce ne sono tante perché siamo abituati a “scrollare” sui social, tra
Instagram, TikTok e vari, e si vedono tante persone con talento, forse anche
troppe, devo dire la verità. Questo rende le cose ancora più difficili per chi
vuole emergere.
Cosa
pensa nel vedere che tante persone la seguono con così grande affetto?
La cosa più bella è vedere i giovani e soprattutto i
giovanissimi. Il fatto che i genitori mi fermino per strada e mi chiedano di
fare foto con i loro piccoli, a volte in età anche pre-scolare, mi rende
felice. Tanti bimbi ci seguono la mattina, prima di andare a scuola, e questa
cosa mi riempie di gioia.
Cosa
si prova a essere considerato un mostro sacro dello spettacolo?
Mostro sacro no, questo lo dite voi. Non credo a
questa cosa e non è falsa modestia, credo solo che i mostri sacri siano altri:
Walter Chiari, Alberto Sordi… questa gente qui. Lasciamo le cose al loro
posto.
Abbiamo
lasciato Batman e Wonder Trans in via Asiago, sapranno trovare la strada per raggiungere
il Foro Italico?
Batman e Wonder Trans saranno sicuramente presenti
in questa nuova edizione, ma non so se abbiano trovato la strada. Io spero
proprio di sì. Magari Batman no perché è molto pigro, ma Wonder Trans è
intraprendente e quindi sicuramente ce la farà. Ma entrambi sapranno regalarci
momenti di puro divertimento.
A
due passi dal glass c’è lo studio di “Ballando con le stelle”, Milly deve
aspettarsi incursioni a sorpresa?
Incursioni a sorpresa non credo possano esserci,
perché i nostri orari non coincidono. Noi finiamo alle 8 del mattino, loro
invece, ho saputo, cominciano ad arrivare lì intorno alle 10. Quindi noi
abbiamo finito già da due ore e stiamo preparando la puntata del giorno dopo.
Speriamo comunque di poterci incontrare, l’unica cosa sarebbe fare il sabato
sera, ma è il giorno in cui riposiamo perché poi la domenica lavoriamo per la
puntata del lunedì.
Con
il sorriso e con tanta ironia non manca mai di dire ciò che pensa. Quanto tutto
questo ha influito, nel bene o nel male, sulla sua vita e sulla sua carriera?
Quando uno dice cose con sorriso e ironia può dire
quello che vuole e tutto questo sicuramente ha influito, credo in bene, nella
mia vita e nella mia carriera. Il pubblico se ti vede sincero e spontaneo
apprezza, nel bene e nel male.
Sull’asfalto
di via Asiago si sono esibiti decine e decine di artisti. Chi manca
all’appello? C’è un potenziale ospite che sta corteggiando?
L’anno scorso abbiamo corteggiato sicuramente Marco
Mengoni, che per un motivo o per l’altro non è potuto venire, ma che comunque
abbiamo avuto quando abbiamo fatto le quattro puntate del Dopo Festival di
Sanremo. Quest’anno penso che lo vedremo a “Viva Rai2” nelle prime puntate.
Interpreta il difficile ed emozionante ruolo di Filomena
Claps nella miniserie “Per Elisa”: «L’ho incontrata una volta sul set, –
ricorda – mi ha stretto in un abbraccio, che ancora mi commuove, e mi ha detto:
‘metteteci il cuore, perché noi il cuore l’abbiamo perso’»
Una vicenda ancora molto viva nella memoria collettiva. Come
si entra in una storia di questo tipo?
Quella di Elisa Claps è una storia contemporanea, per questo
l’attenzione che abbiamo posto è stata enorme, in particolare nel dare
credibilità ai personaggi. Come il resto dell’Italia, anche io ho avuto modo di
entrare in contatto con questa vicenda, prima ancora di leggere le
sceneggiature, dalla cronaca, dalle interviste e dall’incessante lavoro della
famiglia Claps.
In che modo vi siete approcciati alla vicenda?
È un lavoro sempre molto difficile quando si ha a che fare
con persone realmente esistite, per lo più contemporanee, che hanno vissuto una
tragedia assurda di questa portata. Siamo entrati nelle loro storie con il
massimo della delicatezza e con attenzione, per questo sono stati preziosi gli
incontri sul set con Gildo, che ha seguito ogni fase di lavorazione. Dal suo
sguardo ci siamo sempre sentiti confortati.
Ha incontrato la mamma di Elisa?
Una volta, sul set. Mi ha stretto in un abbraccio, che ancora
mi commuove, e mi ha detto: “Metteteci il cuore, perché noi il cuore l’abbiamo
perso”. Sono parole che ti segnano, ma che in qualche modo indicano la via, al
di là del tecnicismo. Il caso Elisa Claps è una storia toccante, complicata,
incredibile, che ha segnato la vita di persone per bene verso le quali tutti dobbiamo
portare rispetto e amore.
Cosa significa per lei “mettere il cuore” in qualcosa?
Non dare per scontato nulla, neanche il fatto che ti hanno
scelto per interpretare un ruolo complicato. Abbiamo lavorato spesso in
condizioni difficili, ma si doveva andare oltre i propri limiti, per dedizione
al progetto, per rispetto di una storia così importante. Tutti ci abbiamo messo
qualcosa in più. Ne valeva la pena.
Filomena Claps, fisicamente una donna minuta, che ha saputo trasformarsi
in una leonessa…
La statura così minuta di Filomena è effettivamente la prima
cosa che salta agli occhi, ma da gattino ha saputo diventare leonessa in difesa
della propria cucciola, in nome della verità di una storia che, a distanza di
trent’anni, presenta molti anelli mancanti. Ricordo che ogni volta che la
osservavo in tv nelle sue interviste o appelli a “Chi l’ha visto”, riflettevo
su quanto coraggio e quanta forza abbia avuto andando contro una comunità compatta
nell’omertà, uscendo dal ruolo di donna “semplice” della provincia. C’è
dell’incredibile in Filomena.
Vero…
Quando la conosci, hai immediatamente davanti agli occhi
questa forza, e al tempo stesso la sua fragilità. È una donna fragilissima, ma
fortissima, come sanno essere le donne quando devono difendere i propri figli. Per
me è stato un incontro eccezionale, lei è una donna eccezionale. Ancora oggi il
Paese ha nei suoi confronti, una sorta di rispetto reverenziale.
Come entra in scena Potenza?
Potenza, purtroppo, non esce benissimo, per anni non ha collaborato,
in alcuni casi ha ostacolato, il cammino della verità. Fin dall’inizio tutto
portava a Danilo Restivo, il primo indiziato, eppure chi sapeva ha taciuto, a
volte depistato. Supponiamo che il corpo di Elisa, come è stato poi dimostrato
dalle varie autopsie, sia rimasto così a lungo nel sottotetto della chiesa. Non
può essere che in diciassette anni nessuno abbia visto o sentito. Per Filomena,
così legata alla sua città, alla Chiesa, è stata una grandissima delusione.
Ma ha saputo reagire…
… e capovolgere la situazione, trasformare la rabbia e la
delusione in un sentimento diverso, arrivando alla verità, anche se parziale.
Sono troppe, infatti, le questioni aperte, soprattutto quelle che riguardano la
connivenza della città di Potenza con quell’omicidio.
La serie ha come punto di partenza il libro inchiesta “Blood
on the altar” di Tobias Jones…
Non abbiamo letto, purtroppo, la versione originale, ma credo
che la funzione di questo testo sia stata aver messo per iscritto una verità conosciuta
a tutti, che nessuno, però, aveva avuto il coraggio di certificare. In quelle
pagine c’è la verità di una realtà tragicamente ipocrita. Erano chiare le
responsabilità di Danilo Restivo, eppure si è fatto di tutto per agevolare la
sua partenza per l’Inghilterra e permettere che uccidesse ancora. Non si tratta
solo di omertà, ma anche di un sistema giudiziario inefficiente che non ha
saputo agire con fermezza e con decisione. Il libro di Jones riporta l’attenzione
su un caso italiano eclatante che aveva sconvolto a suo tempo, ma che rischiava
di finire nel dimenticatoio.
Filomena Claps ha detto: “È arrivato il momento diridare a Elisa quella dignità che
le è stata tolta”. Questa serie ci riuscirà?
Noi speriamo che una storia di questa portata riesca a
riallacciare i nodi di una memoria collettiva, che il grido di dolore e di disperazione
di una madre o di un fratello non debbano essere lasciati al vento, ma ascoltati,
seguiti, supportati. Ricordarci di quello che siamo stati, potrebbe aiutarci a
non essere degli esseri umani peggiori. Questa storia dovrebbe essere un
monito, perché non accada mai più a nessuno quello che è successo a Elisa e
alla sua famiglia, per non girarci più dall’altra parte anche se qualcosa non
ci riguarda da vicino. Tutti dobbiamo avvertire l’importanza di convergere
sulla verità, anche quando questa è scomoda e mette in pericolo il nostro
piccolo mondo.
Nella sua carriera tanto teatro, cinema e televisione. Cosa
prova quando si parla di “responsabilità sociale” del mestiere dell’attore?
Per me la recitazione è stata la salvezza, con il teatro ho
imparato a superare i miei limiti, le mie insicurezze. Il palco mi ha insegnato
a mettermi in relazione in modo sano con il corpo e con gli altri. A volte,
quindi, la funzione del teatro è forse più importante per chi lo fa, anche se
naturalmente si crea la magia, uno scambio di energie tra attori e spettatori.
Ci si fa così del bene l’uno con l’altro. Ogni attore si augura che nella
propria carriera ci sia lo spazio per personaggi capace di ispirare, nel mio
piccolo ho avuto questa fortuna, come nel caso de “Il sindaco pescatore”, di
“Anime Nere” di Francesco Munzi o di “Mare Piccolo” su una famiglia vissuta in
un quartiere problematico di Taranto. Io non sento il dovere o la
responsabilità, ma provo il piacere e l’immenso onore di svolgere una funzione
sociale con il mio lavoro.
La storia di Salvatore Todaro, comandante di sommergibili della Regia Marina, che durante la Seconda Guerra Mondiale contravvenne agli ordini del suo comando per portare in salvo i 26 uomini che avevano provato ad affondarlo. Il film di Edoardo De Angelis, con Pierfrancesco Favino nel ruolo del protagonista, è nelle sale dal 31 ottobre
Arriva nelle sale il 31
ottobre il nuovo film di Edoardo De Angelis, distribuito da 01 e coprodotto da
Rai Cinema. Il film, che ha aperto l’80 Mostra internazionale d’arte
cinematografica di Venezia, è un dramma storico che ricostruisce una vicenda
realmente accaduta durante la Seconda Guerra Mondiale e rende onore al
comandante Salvatore Todaro, magistralmente interpretato da Pierfrancesco
Favino.
All’inizio della Seconda
guerra mondiale Salvatore Todaro comanda il sommergibile Cappellini della Regia
Marina alla sua maniera: prua rinforzata in acciaio per improbabili
speronamenti, colpi di cannone sparati in emersione per affrontare faccia a
faccia il nemico e un equipaggio armato di pugnale per impossibili corpo a
corpo.
Nell’ottobre del 1940, mentre naviga in Atlantico, nel buio della notte si
profila la sagoma di un mercantile che viaggia a luci spente, il Kabalo, che in
seguito si scoprirà di nazionalità belga e che apre improvvisamente il fuoco
contro il sommergibile e l\’equipaggio italiano.
Scoppia una breve ma violenta battaglia nella quale Todaro affonda il
mercantile a colpi di cannone. Ed è a questo punto che il Comandante prende una
decisione destinata a fare la storia: salvare i 26 naufraghi belgi condannati
ad affogare in mezzo all’oceano per sbarcarli nel porto sicuro più vicino, come
previsto dalla legge del mare. Per accoglierli a bordo è costretto a navigare
in emersione per tre giorni, rendendosi visibile alle forze nemiche e mettendo
a repentaglio la sua vita e quella dei suoi uomini.
Quando il capitano del Kabalo, sbarcando nella baia di Santa Maria delle
Azzorre, gli chiede perché si sia esposto a un tale rischio contravvenendo alle
direttive del suo stesso comando, Salvatore Todaro risponde con le parole che
lo hanno reso una leggenda: “Perché noi siamo italiani”.
Nel cast del film, anche
Massimiliano Rossi, Johan Heldenbergh e Silvia D’Amico.
Da lunedì 23 ottobre in prima serata su Rai 1 la fiction cult tratta dai romanzi di Maurizio de Giovanni. Con Alessandro Gassmann, per la regia di Monica Vullo e Riccardo Mosca
I BASTARDI DI PIZZOFALCONE
regia di monica vullo, riccardo mosca
Prende il via la quarta
stagione de “I bastardi di Pizzofalcone”, una delle serie televisive più amate
dal pubblico, tratta dai romanzi di Maurizio de Giovanni (Einaudi). Il
commissariato di Pizzofalcone al centro di Napoli, alle spalle di Piazza del
Plebiscito, ha avuto per anni una pessima reputazione. Poi qualcosa è cambiato.
Con l’arrivo dell’ispettore Lojacono (Alessandro Gassmann), quei poliziotti
dimenticati, frustrati e senza più ambizioni hanno ritrovato l’orgoglio
professionale, il desiderio di rimettersi in piedi e si sono fatti vanto del
nomignolo dato ai loro predecessori, “I Bastardi di Pizzofalcone”.
Finché rimarranno uniti non c’è caso che potrà restare privo di soluzione. «I ‘Bastardi’ e
Napoli sono come tornare a casa dopo un lungo periodo di lontananza. Il cast,
la città, le storie, sono loro ad accompagnare me»
dice la regista Monica Vullo che parla di una stagione «ricca
di accadimenti, nella quale si riallacciano rapporti, si rinnovano amori e se ne
scopre di nuovi». I protagonisti «ritrovano
la gioia di essere squadra testuggine e compatta – prosegue Vullo – come è
accaduto a me e al secondo regista Riccardo Mosca con cui ho condiviso la serie».
Alla
fine della terza stagione abbiamo lasciato Lojacono legato e insanguinato. E lo
ritroviamo in un hangar deserto, mentre viene sottoposto alle torture più
efferate. Che cosa gli è successo? Chi lo ha rapito e perché? Quale sarà il
destino che gli toccherà in sorte? Rocco Squillace, un misterioso nemico del
passato, ha deciso di vendicarsi. E la sua vendetta è più crudele della morte:
Lojacono è condannato a essere solo e reietto, accusato di corruzione, senza
più la possibilità di contattare le persone a lui più care. Squillace lo
minaccia di ammazzare la figlia Marinella, se solo si avvicina a lei o ai
colleghi di Pizzofalcone. Imbottito di stupefacenti e abbandonato al suo
destino, Lojacono sarà costretto a una vita ai margini mentre tutti piangono la
sua morte. In preda al delirio e al dolore, Lojacono farà di tutto per
rimettersi in piedi in un viaggio ai confini della legge. Ma si renderà conto
che gli unici al mondo che potranno dargli una mano sono i suoi fidati
colleghi. Marinella e la sua amata Piras resteranno all’oscuro di tutto; se
solo dovessero rendersi conto che Lojacono è ancora vivo, Squillace, che le
tiene sempre d’occhio, darebbe seguito alle sue minacce. Dal cuore più nascosto
del commissariato di Pizzofalcone, Lojacono e tutti i Bastardi condurranno
un’indagine segreta per scoprire le mosse del nemico. Attenti a non fare passi
falsi, perché ogni errore potrebbe essere fatale. Nella nuova stagione ritroviamo
i “Bastardi” al completo, tutti alle prese con una nuova fase della loro vita:
Palma e Ottavia scopriranno che la loro storia d’amore comporta molte
responsabilità; Romano, ossessionato dalla perdita della figlia che tanto
voleva, dopo un ultimo momento di rabbia furiosa riuscirà finalmente a fare i
conti con se stesso; Pisanelli e Aragona, costretti a una convivenza assurda e
in cerca dei propri spazi e dei propri amori; Alex e Martone, alle prese con
una visita inaspettata che metterà in discussione il loro equilibrio.
Un thriller attuale, un viaggio dentro una passione che può diventare un’ossessione. E’ la serie tv sul mondo della ginnastica artistica tratta dall’omonimo romanzo di Ilaria Bernardini. Da mercoledì 25 ottobre tre prime serate su Rai 2
Tre prime serate su Rai 2 per
“Corpo libero”, una serie tv sul mondo della ginnastica artistica, tratta
dall’omonimo romanzo di Ilaria Bernardini. L’indagine sulla morte di una
giovane atleta durante una competizione sportiva guida lo spettatore in un
viaggio dentro una passione che può diventare un’ossessione, carica di paure e
ansie. Un thriller attuale, che racconta la difficoltà e la paura di crescere,
ma allo stesso tempo il coraggio e la forza di lottare contro le ingiustizie
che coinvolgono anche gli adulti e rivelano un sistema feroce mascherato dalla
spettacolarizzazione dello sport.
La serie, in onda in prima visione
da mercoledì 25 ottobre, è diretta da Cosima Spender e Valerio Bonelli ed
interpretata tra gli altri da Antonia Truppo, Filippo Nigro, Alessia De Falco,
Giada Savi, Federica Cuomo, Eva Iurlaro, Giada Pirozzi e Barbara Chichiarelli.
Martina, 15 anni, è un’atleta
della Vis Invicta, la squadra che rappresenta l’Italia al prestigioso torneo
Winter Fox. Dopo essere stata ferma a causa di un misterioso infortunio,
Martina torna a gareggiare per dimostrare, soprattutto a se stessa, il suo
valore. Insieme nella squadra, le inseparabili Carla e Nadia, le più forti, e
Anna e Benedetta, soprannominate “le inutili”. Con questo torneo le loro vite
potrebbero cambiare. Per un’intera settimana, infatti, giorno dopo giorno,
chiuse in un albergo di montagna rimasto fermo nel tempo, si sfideranno insieme
alle atlete di altre quattro squadre cercando di centrare l’obiettivo più alto:
un posto alle prossime Olimpiadi. Ad accompagnarle in questa sfida, la coach
Rachele e il medico sportivo Alex, gli adulti che le atlete, da anni, vedono
più dei loro genitori. La morte di una ragazza, il cui corpo viene ritrovato
nei boschi, però, cambia tutto. E l’indagine sull’omicidio diventa l’occasione
per immergerci nel mondo delle protagoniste, scoprire i loro segreti,
smascherare le loro bugie e quelle, ben più pericolose, degli adulti.
“Corpo libero” è coprodotta da Indigo Film e
Network movie, in coproduzione con ZDFneo, in collaborazione con Rai Fiction e
Paramount+, in associazione con All3Media
International.
Dalla navicella spaziale all’ufficio delle poste, dal Castello di Dracula al museo della Palla. Sono le quattro stanze misteriose dalle quali sei concorrenti vip dovranno trovare la via d’uscita. Alla guida di “Liberi tutti”, con i Gemelli di Guidonia e Peppe Iodice, la conduttrice pugliese, che al RadiocorriereTv parla del suo rapporto con il gioco: «Amo mostrare il mio lato fanciullesco, ironico, che equivale a sentirmi libera, a essere davvero quella che sono». Da lunedì 23 ottobre in prima serata su Rai 2
NAPOLI 10 ottobre 2023
LIBERI TUTTI
conduce bianca guaccero
Ritorna in Tv per fare giocare gli
italiani… cosa l’ha portata a questo progetto?
La curiosità. È un progetto nuovo che stiamo
costruendo tutti insieme, un percorso diverso anche dal punto di vista della
conduzione. Il nostro ruolo non sarà quello tradizionale del “signore e signori
buonasera”, ma saremo proprio parte integrante della sfida. Il pubblico a casa
e gli amici vip si cimenteranno con il gioco.
Prima di questa esperienza che
effetto le facevano le escape room?
Non le conoscevo, non avevo mai
giocato. Ci sono entrata per la prima volta insieme agli autori, al cast, alla
produzione. Mi sono divertita al punto da scoprirmi estremamente competitiva,
determinata a trovare la soluzione.
Quali caratteristiche deve avere un
concorrente per trovare la via di fuga?
Deve essere attento ai particolari,
sviluppare il pensiero laterale senza mai accontentarsi dell’evidenza. La
chiave sta nell’avere un approccio logico.
Quanto conta il gruppo per trovare la
giusta strategia?
Lo spirito di gruppo è fondamentale. Avremo squadre
composte da tre concorrenti che dovranno arrivare insieme alla vittoria per
aggiudicarsi la possibilità di prendere parte alla sfida finale. Il gioco di
squadra aiuta anche a mettere in risalto le singole personalità, l’ho provato
personalmente (sorride). Giocando ho riscoperto il mio approccio
logico-matematico.
Che cosa rappresenta per lei il
gioco?
Nella mia vita ha un ruolo centrale,
amo giocare e sono un po’ il “giullare” di casa. Mi piace fare divertire mia
figlia, inventiamo personaggi, facciamo le voci, giochiamo con il cane. Certo,
serietà sulle cose importanti, ma il mio spirito fanciullesco emerge sempre.
Insieme a lei i Gemelli di Guidonia e
Peppe Iodice… difficile tenerli a bada?
Mi piace paragonarci a una compagnia
teatrale, all’interno della quale ognuno ha il proprio ruolo. Io sono la moglie
di Peppe, quella precisina e petulante, i Gemelli sono quelli che non sbagliano
mai. E ogni personaggio ha una funzione all’interno del gioco.
Un comedy-show in prima serata,
quanto è forte in lei la cifra della commedia?
Premesso che lascio fare il comico a
chi lo è per mestiere, e Peppe in questo è davvero eccezionale, penso di avere
in me il seme della comicità, seguo la regola del non prendermi mai troppo sul
serio. Credo anche che la comicità corrisponda al superamento di un dolore,
all’elaborazione di una difficoltà. Osservo i comici, li studio, cerco di
imparare da loro.
Sul palcoscenico, nella vita, cosa la
rende felice?
Amo mostrare il mio lato
fanciullesco, ironico, che equivale a sentirmi libera, a essere davvero quella
che sono. Così è nel lavoro, così è nella vita di tutti i giorni.
Questo non è sempre possibile, ma
quando trovo le persone giuste con cui condividere la mia essenza, sono davvero
felice e divertita.
Tanti successi alle spalle, che
rapporto ha con la popolarità?
Il mio percorso professionale è stato
graduale. Ho cominciato con il cinema a 17 anni, poi sono arrivate le serie
televisive, le prime partecipazioni in Tv, fino al “Festival di Sanremo” con il
grande Pippo Baudo. Un passo dopo l’altro, un viaggio che mi ha portata fino a “Detto
fatto”. Ecco, entrare per quattro anni di fila, tutti i giorni, nelle case
degli italiani, mi ha regalato un rapporto molto intenso con il pubblico, mi
sono resa conto cosa voglia dire far parte in qualche modo della quotidianità
delle persone, delle loro abitudini. Questa sensazione di famiglia con il
pubblico è ciò che di più bello mi ha lasciato quel programma.
Si ripensi per un istante ragazzina,
come vede la giovane Bianca che sognava il successo?
Vedo una ragazza sognatrice e piena
di insicurezze. Ho avuto tante volte la sensazione di non essere all’altezza,
ma ho sempre reagito cercando di conoscere e di conoscermi, pronta a misurarmi
con il mondo. L’ho fatto trasferendomi a Roma appena diciottenne, lasciando il
mio paese: avevo forse bisogno che la vita mi prendesse un po’ a schiaffi. Devo
dire che le esperienze mi hanno insegnato tanto, e non gratuitamente.
Cosa direbbe oggi a quella ragazza?
Di non fermarsi, di avere fiducia in
se stessa, di ricordare che tutto quello che accade parte prima di tutto da
noi.
Chi è Bianca oggi?
Una donna che non ha forse risolto
tutte le sue fragilità, ma che ha la consapevolezza di averle. Credo che sia
già un buon punto di partenza (sorride).
Presentato alla Festa del Cinema di Roma, il ritratto scritto e diretto da Riccardo Milani, sarà disponibile al cinema il 6, 7 e 8 novembre. La proiezione speciale del 22 ottobre è stata il grande preludio a una serie di nuove iniziative realizzate e supportate dalla Fondazione Gaber a coronamento di un anno di straordinarie celebrazioni a vent’anni dalla scomparsa del “Signor G”
«La sensazione che ho è che Gaber
manchi molto», così il regista e autore Riccardo
Milani su “Io, noi e Gaber”, il documentario girato tra Milano e Viareggio, nei
luoghi cari all’artista, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Un ritratto
vivido del “Signor G”, protagonista di una delle pagine più preziose della
storia culturale del nostro Paese, genio libero e artista indimenticabile. A
vent’anni dalla sua scomparsa (1° gennaio 2003) l’opera è un viaggio esclusivo
che attraversa tutte le fasi della sua carriera artistica: dai primissimi
esordi nei locali di Milano al rock con Adriano Celentano, dal sodalizio
artistico e surreale con l’amico Jannacci agli iconici duetti con Mina, alle
canzoni con Maria Monti, dagli anni della popolarità televisiva al teatro, con
l’invenzione, insieme a Sandro Luporini, del Teatro Canzone, piena espressione
del suo impegno politico e culturale.
Sullo sfondo, come “locus amoenus” che tutto muove e
in cui tutto converge, c’è il Teatro Lirico di Milano, simbolo del vicendevole
amore tra Gaber e il pubblico milanese, e che oggi porta il suo nome Teatro
Lirico Giorgio Gaber. Riccardo Milani racconta Gaber attraverso il ricordo
personale della figlia Dalia e delle persone storicamente a lui più vicine, ma
anche con le testimonianze di colleghi e artisti che lo hanno vissuto e amato.
Una galleria di personaggi che comprende Gianfranco Aiolfi, Massimo Bernardini,
Pier Luigi Bersani, Claudio Bisio, Mario Capanna, Francesco Centorame, Lorenzo
Jovanotti Cherubini, Ombretta Colli, Paolo Dal Bon, Fabio Fazio, Ivano Fossati,
Dalia Gaberscik, Ricky Gianco, Gino e Michele, Guido Harari, Paolo Jannacci,
Lorenzo Luporini, Roberto Luporini, Sandro Luporini, Mercedes Martini, Vincenzo
Mollica, Gianni Morandi, Massimiliano Pani, Giulio Rapetti – Mogol, Michele
Serra.
«Giorgio Gaber – dice Riccardo Milani – è stato una
persona importante della mia vita. Da piccolo mi ha divertito con l’allegria di
“Goganga”, “Il Riccardo” o “La Torpedo blu”, e dal liceo in poi mi ha fatto
alzare la testa e avere uno sguardo sul mondo segnando il mio percorso di
formazione. Raccontarlo per me è stato soprattutto un modo per ringraziarlo per
tutto quello che nei decenni mi ha dato e, soprattutto, ha dato a tutti noi». Gaber è stata una voce importante per tutti, capace
di anticipare tutto quello che in questi decenni si è avverato, prevedendo che
l’ideologia del mercato avrebbe schiacciato oggi tutte le altre, segnando una
disperata continuità tra lui e Pier Paolo Pasolini. Per questo, continua
Milani, «tra le rarissime certezze della vita, ce n’è
sicuramente una: Gaber ci serve ancora e ci serve adesso». «È stato un lavoro lungo e intenso, al quale la
Fondazione – aggiunge Paolo Dal Bon, Presidente della Fondazione Gaber – ha
partecipato rimanendo sempre vicina al regista e alla troupe. Abbiamo avuto il
privilegio di assistere ad un vero e proprio lavoro cinematografico, il vero
cinema applicato al racconto della storia artistica e della vita di Giorgio
Gaber, che ci auguriamo possa restare a disposizione di tutti per sempre,
proprio come i film classici. Un’opera realizzata con grande passione, rispetto
e ammirazione per la figura di Gaber, come se fosse in qualche modo sempre
presente, come se aleggiasse sul lavoro di tutta l’equipe».
Nella serie l’attore ha vestito i panni di Gildo Claps: «Era la prima volta che raccontavo una storia realmente accaduta. Ho temuto che, nonostante lo sforzo, il progetto non riuscisse a rappresentare in toto trent’anni di sofferenza e di dolore»
Qual è stata la sua preoccupazione
nell’avvicinarsi a questa storia?
Quella di non fare abbastanza. Era la
prima volta che raccontavo una storia realmente accaduta. Ho temuto che,
nonostante lo sforzo, il progetto non riuscisse a rappresentare in toto
trent’anni di sofferenza e di dolore.
Nei lunghi mesi di preparazione, di
lavorazione, lei e Gildo Claps siete diventati amici. C’è qualcosa che
nonostante un rapporto di fiducia che si è instaurato non è riuscito a
chiedergli?
Devo confessare che io e Gildo
abbiamo raramente parlato del caso, nonostante il tanto tempo trascorso
insieme. Non mi sono mai permesso di chiedergli di eventi e situazioni
specifici, proprio perché non ho mai voluto che lui pensasse che lo stessi
studiando, che da lui potessi rubare delle cose. Nel non chiedergli niente,
prima di iniziare le riprese, gli ho domandato solo se ci fosse qualcosa di cui
si pentisse, qualcosa che avrebbe potuto fare diversamente, o meglio. Lui mi parlò
della giornata al mare a Montegiordano in cui incontrarono Danilo Restivo.
Gildo mi disse che se avesse intuito qualcosa, se fosse stato brusco nei suoi
confronti, Restivo forse non si sarebbe più avvicinato a Elisa.
Quanto amore ha incontrato in questa
storia?
Infinito, infinito. Per la storia,
per la famiglia Claps, per i miei colleghi di scena. L’amore ha mille facce
diverse, ma è sempre il motore di tutto. È un racconto d’amore gigantesco nei confronti di una sorella, di tutta
una famiglia, di una comunità. Amore puro che ha spinto tutti noi a metterci
anche qualcosa in più.
Qual è il valore della memoria?
Ha senso fare una serie del genere
per la memoria, nel nome di Elisa. Mamma Filomena dice che della figlia non si
parla mai abbastanza, la sua è la storia di una ragazzina di quindici anni
piena di sogni, di speranze, di vita, che a un certo punto viene interrotta. Ma
lo è anche per ricordare tutto ciò che di terribile circonda questa vicenda
della quale abbiamo a fuoco un personaggio che rappresenta il male, il maligno
per eccellenza. Dietro c’è invece una serie di personaggi sfocati, nascosti, di
cui si vedono solo dei tratti. Sono i personaggi che vanno ricordati ancora di
più perché non pagheranno mai fino in fondo.
Nel suo percorso artistico “Per
Elisa” e altri recenti lavori ci parlano di un attore che si mette in
discussione, che non teme il cambiamento… cosa la muove?
La voglia di provare un rischio, che
mi permetta di essere più vivo, vitale. A un certo punto avevo bisogno di
alzare l’asticella, per dimostrare a me stesso e a chi guarda che potevo fare
meglio e di più. C’è una continua voglia di crescere, che mi fa scorrere il
sangue più veloce, che non mi fa stare mai sereno.
Che Gianmarco ha trovato?
In divenire. Ho trovato qualcuno che
vuole assumersi le proprie responsabilità fino in fondo, nei progetti, nei
gruppi di lavoro.
Cosa ha provato nel rivedere la serie
sullo schermo?
Ho rivisto le prime due puntate
insieme al cast, ho provato un’emozione forte e grande commozione. Non solo
perché la serie è il risultato di una fatica gigantesca, anche per le scene
potentissime che abbiamo girato, ma per le reazioni della troupe, che mi hanno
restituito il senso che il lavoro fosse valido. Sono speranzoso che la serie
possa andare molto bene e, al tempo stesso, che con la sua uscita si continui a
parlare di questa storia e che tutto questo possa portare anche a nuove
rivelazioni. Perché mollare?
Tra i programmi più amati e popolari della Tv “Ballando” ha raggiunto l’edizione numero diciotto con un cast “alla stars”. La conduttrice al RadiocorriereTv: «Il ballo è protagonista insieme ai personaggi che lo interpretano, con le loro debolezze, la loro forza, la loro vita». Con Paolo Belli, la big band, il grande team Rai dell’Auditorium del Foro Italico di Roma, da sabato 21 settembre in diretta in prima serata su Rai 1
“Ballando” diventa maggiorenne… Milly sta preparando la festa?
Queste sono feste da fare un po’ in silenzio perché porta sempre male
celebrarsi. Non è una cosa da fare (sorride). Però è chiaro che sentiamo
l’onore e l’onere di essere al diciottesimo anno, non è tanto usuale per i
programmi. Ci sono titoli che possono essere in onda da cinquant’anni, ma sono
titoli con i contenuti che cambiano. Penso alla serie dei “Fantastico”, ma
anche di “Domenica In”, altro successo contemporaneo e di sempre. Però è un
titolo che rappresenta uno slot orario e ognuno ci mette dentro il programma
che vuole. Con “Ballando” il programma è fisso, ha una sua fisionomia che non è
cambiabile, questo rende più complicato rimanere attuali, piacere alla gente.
Per questo dobbiamo darci un gran da fare.
Che ricordo ha del debutto, 18 edizioni fa?
Fu all’insegna del grande entusiasmo, se vuoi anche dell’incoscienza.
Tutti dicevano che un programma di ballo non sarebbe andato bene in Tv, ma nel
nostro caso il ballo non rappresentava un siparietto di snodo all’interno di un
varietà, di un one man show, bensì un argomento a cui appassionarsi. A
“Ballando” il ballo è protagonista insieme ai personaggi che lo interpretano,
con le loro debolezze, la loro forza, la loro vita. Il programma fu un successo
dalla prima puntata, non ci fu bisogno di spiegarlo alla gente.
Come si mantiene vivo un format?
Intanto con un cast sempre diverso. Ogni anno devi trovare la soluzione
giusta per avere un cast che non ripercorra nulla di quello che è già successo
l’anno precedente. E poi ci sono tanti accorgimenti, piccole innovazioni introdotte
di edizione in edizione, che non devono però sconcertare il pubblico. Serve
cautela, devi rimanere fedele a te stesso con piccoli cambiamenti di scrittura.
C’è chi pensa che dietro alle schermaglie tra concorrenti e giuria ci sia
il suo zampino…
Assolutamente no. La nostra è una giuria indipendente, non è guidata con
l’auricolare da un autore. Ognuno dei giurati interviene spontaneamente. E se i
concorrenti fossero stati in qualche modo imboccati da noi, in diciotto anni
qualcuno lo avrebbe detto. Nessuno ha mai condizionato nessuno.
Le è mai capitato di temere che lo “scontro” potesse andare oltre?
Ho grande fiducia nel sentimento Rai 1 che anima tutti noi. Quando si
arriva a “Ballando con le Stelle” l’apparato ti dà subito la sensazione di
essere in un luogo in cui la nostra storia, la nostra tradizione, il nostro
rispetto reciproco sono un fatto assodato nel tempo. C’è quasi una legge non
scritta, se non ti comporti in una certa maniera la gente si arrabbia. Il
pubblico non vuole trovare su Rai 1 quello che magari trova da altre parti.
Si pensi per una volta concorrente, tra i giurati chi temerebbe di più?
(sorride) Non è un fatto individuale ma corale. Tra loro c’è una dinamica
straordinaria, si compensano e si esaltano a vicenda. Li temerei come insieme,
sono un insieme compatto, ma che non ha mai intenzioni malvage: quando ti
criticano lo fanno per non farti adagiare, per farti tirare fuori la grinta.
Stiamo in televisione, non stiamo facendo una gara. La giuria ha ben presente
quella che è l’aspettativa del pubblico e sprona i personaggi a dare di più.
Mandiamo in pista i giurati e assegniamo un ballo a ognuno di loro… cosa
facciamo ballare a Mariotto e compagni?
Lui è un tanguero appassionato, ma devo dire che il tango è un ballo che
si adatta un po’ a tutti. Salvo Carolyn, che è una tecnica e che può davvero
ballare quello che vuole. Affiderei a tutti il tango come prova di maturità.
Quanto le fa bene “Ballando”?
Lo trovo un programma straordinario perché nel corso degli anni mi ha
messo in contatto con tantissimi personaggi. Ho esplorato storie, ho capito
cose delle persone, del loro modo di vivere. Al di là della meravigliosa
cornice del ballo, che è anche motore del programma, il lato umano è
importantissimo: è un’esperienza istruttiva.
Veniamo al cast 2023…
Abbiamo cercato di fare un cast più che mai “all stars”, cercando di
mantenere il più possibile fedeal nostro titolo.Un cast di
stelle che sono onoratissima di avere con noi, sono personaggi che ci hanno
dato fiducia, che hanno messo la loro professionalità nelle nostre mani:
abbiamo il massimo impegno per valorizzarli tutti in maniera straordinaria. La
nostra vittoria è quando un personaggio che esce da “Ballando” non solo ha
vissuto una bella esperienza dal punto di vista umano e professionale, ma ne esce
arricchito come immagine, con ancora più affetto e simpatia da parte del
pubblico di quando è entrato.
Chi è il suo ballerino impossibile?
Lo dico da sempre: Richard Gere. Nell’anno in cui iniziammo il programma
uscì nelle sale “Shall we dance”, il paradigma di quello che facciamo noi, la
storia di una persona normale che trova soddisfazione e realizzazione in una
cosa semplice quale è ballare. Avere Richard Gere come ballerino per una notte
sarebbe la quadratura del cerchio.
Cosa ballano Milly e suo
marito Angelo in una serata tutta loro?
Angelo non è uno da ballo
del mattone, da ballo romantico. Il suo genere è “La febbre del sabato sera”,
che conosce alla perfezione. A lui piace questo e io un po’ lo seguo (sorride).
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