Ci sono anche i disegni di un bambino di duemila anni fa tra le meraviglie venute alla luce dalle ultime campagne di scavo del Parco Archeologico. Affascinanti ritrovamenti che Alberto Angela, racconta nello speciale in onda lunedì 27 maggio alle 21.25 su Rai 1
Interamente girato nel sito di Pompei, all’interno dei nuovi cantieri di scavo, lo Speciale “Meraviglie” di Rai Cultura, in onda lunedì 27 maggio in prima serata su Rai 1, utilizza una tecnica di ripresa unica: un unico piano sequenza, lungo oltre due ore, che attraversa l’area archeologica di Pompei seguendo Alberto Angela nella sua esplorazione senza alcuno stacco né interruzione. I telespettatori avranno la sensazione di partecipare a una reale visita degli scavi attraverso un avvincente percorso narrativo. L’assenza di stacchi permetterà di avere una chiara idea dell’ubicazione degli spazi esplorati, delle distanze percorse, della vastità del sito archeologico. Sarà come attraversare l’antica città, sommersa dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., con gli occhi di un pompeiano di duemila anni fa che vede risorgere dal materiale vulcanico gli oggetti quotidiani, gli affreschi, i graffiti e le tracce della propria vita di allora. La visita parte dall’Odeion, il più piccolo dei due teatri della città, dominato dalla vista del Vesuvio che si erge in lontananza oltre le mura. Si snoda poi per le antiche strade di Pompei attraversando botteghe, terme, locande e case private, dove le tracce della vita quotidiana del primo secolo dopo Cristo suscitano meraviglia ad ogni passo. Il percorso prosegue, poi, all’interno dell’Insula dei Casti Amanti, attualmente chiusa al pubblico, un isolato già parzialmente esplorato in passato e oggi oggetto di nuovi approfonditi scavi che hanno appena portato in superficie i resti di altre vittime colte nel vano tentativo di mettersi in salvo dall’eruzione. Qui gli archeologi, ancora al lavoro, mostrano ad Alberto Angela e al pubblico ambienti ancora non conosciuti, interessanti oggetti di vita quotidiana appena emersi dagli strati vulcanici e stupefacenti opere d’arte ritornate visibili dopo quasi duemila anni. Ma le opere più commoventi scoperte dagli archeologi sulle pareti di una domus sono i disegni di un bambino di duemila anni fa che, poco prima della tragedia, ha tratteggiato con il carboncino il suo immaginario infantile, ignaro che i suoi graffiti sarebbero sopravvissuti al passare dei secoli. Dopo un breve trasferimento in auto sopra la zona ancora non scavata di Pompei, Alberto Angela entra nei cantieri che interessano la regio IX, uno dei distretti della città ancora non interamente portati alla luce. Qui rivela agli spettatori splendidi saloni affrescati appena riemersi dal materiale vulcanico e un meraviglioso ambiente dipinto, scoperto proprio nei giorni di realizzazione dello speciale e ancora mai mostrato. Il percorso procede verso la “Casa del Larario”, dove il racconto delle ultime ore della città romana si intreccia con la scoperta di ambienti che l’eruzione ha “cristallizzato”, imprimendo nella cenere la fotografia degli ultimi istanti di vita di Pompei. Qui, con l’aiuto degli esperti del parco, Alberto Angela illustra la tecnica dei calchi, che ha permesso di rivelare le drammatiche immagini delle vittime nell’attimo stesso della loro fine. L’esplorazione prosegue nella “casa di Leda”, una delle domus più ricche di ritrovamenti di questa ultima campagna di scavi con nuove rivelazioni. Nelle sue adiacenze sono appena emerse pareti affrescate di incredibile bellezza, anche per il particolare stato di conservazione dei colori originali. Infine, al termine del percorso, due autentici fuochi d’artificio di Pompei: la “casa degli amorini dorati” e la “casa dei Vettii”, quest’ultima riaperta recentemente al pubblico dopo un lungo restauro. Qui la magnificenza degli affreschi e dei giardini colonnati rivela l’opulenza degli abitanti di una delle zone più ricche della città. Splendidamente circondato dal “rosso pompeiano” il telespettatore avrà quasi l’impressione di partecipare a uno degli esagerati banchetti descritti da Petronio.
Per una nuova educazione sentimentale e civile. Arriva su Rai3, da lunedì 27 maggio alle 20.20, il programma di Rai Cultura condotto da Stefano Massini
L’idea nasce da un sentimento duplice e conseguente: l’emergenza del deserto emotivo in cui ristagna la nostra società e l’urgenza di una nuova educazione sentimentale e civile per provare a interrogarsi sull’amore, sulla consapevolezza emotiva e relazionale, sulla ricerca di sé. E gli unici attrezzi che possono aiutarci in questa audace missione sono la musica e le parole. Il racconto di Stefano Massini si fonderà con la musica, con le canzoni dei più interessanti artisti della scena musicale contemporanea, per provare a dare voce attraverso l’universo dei sentimenti anche alle passioni civili, ai diritti dimenticati, alle tematiche sociali di attualità. Una ricerca di senso, della riconoscibilità del proprio universo emozionale con l’ausilio delle canzoni che hanno fatto la storia d’intere generazioni, reinterpretate e riadattate dalle star e dalle giovani speranze della ribalta musicale del nostro Paese, con l’obiettivo di provare a intercettare l’attenzione, non solo dei più giovani, ma anche del pubblico più maturo. In uno studio incontaminato pieno di ragazze e di ragazzi, con una scenografia essenziale dal sapore teatrale, in cui predomina il suono della musica e l’evocazione luminosa del sillabario amoroso e civile di Stefano Massini. “Riserva Indiana” è il programma che si nutre di frammenti di umanità, di passione civile, di sentimenti dimenticati e lo fa contaminando i generi dello story telling e della musica, della parola narrata e della parola cantata. Tutto questo con la complicità di alcuni mostri sacri della scena musicale italiana e alcuni tra i giovani più promettenti e talentuosi, tra cui Malika Ayane, Diodato, Luca Barbarossa, Piero Pelù, Coma Cose, Noemi, Tosca, Vasco Brondi, Motta e Paolo Jannacci, con una resident band composta da Jacopo e Matteo Carlini, Cristiano Micalizzi e Bruno Marinucci. “Riserva Indiana” è un programma di Stefano Massini e Massimo Martelli, scritto con Rossella Rizzi, Paolo Biamonte e Mariano Cirino, la regia di Matteo Bergamini.
“Un giorno in Pretura” riparte con tre prime serate dedicate a tre processi che negli ultimi tempi hanno suscitato grande scalpore. Il RadiocorriereTv incontra la curatrice e conduttrice. Da venerdì 31 maggio in prima serata su Rai 3
Roberta Petrelluzzi,2023
In prima serata su Rai 3, quali casi affronterete?
Apriamo con il caso di Alessia Pifferi, la donna accusata dell’omicidio della sua bambina di 18 mesi, nelle puntate successive ci occuperemo dell’omicidio di Laura Ziliani e del caso di Tiziana Morandi, la “mantide della Brianza”.
Raccontare un caso giudiziario attraverso le immagini dei processi, da dove si parte?
Dalla lettura di tutti gli atti, dall’inizio alla fine. Si costruisce una sorta di sceneggiatura basandosi sul materiale che abbiamo, non aggiungendo nulla di nostro, se non l’intelligenza del capire. E poi mettiamo in evidenza le tesi dell’accusa e della difesa. Anche di fronte a casi di cui molto si parla è lecito chiedersi se le persone siano realmente informate e se l’opinione che si sono fatte sia quella giusta. Cerchiamo di raccontare il processo per come si è svolto, pur essendo consapevoli che dalle aule di giustizia esce la verità processuale.
Cosa deve avere un caso per rimanere nell’immaginario collettivo?
Tutti i casi che trattiamo, quelli della Corte d’Assise, possono rimanere nell’immaginario collettivo. Il novanta per cento di questi è dato da omicidi, da fatti che vanno all’origine del male e che ci fanno scoprire il male che sta in noi, nel nostro vicino, che solitamente non cogliamo. L’interesse dipende anche dalla notorietà acquisita di fronte all’opinione pubblica, cosa che non dipende da noi ma da voi, dai giornalisti. Da una narrazione che cerca talvolta le frasi ad effetto, che vuole colpire l’attenzione del pubblico. Non si scava a fondo come invece facciamo noi. Il nostro non è un voler giustificare ma un voler capire.
Le vicende processuali sono spesso tortuose, complicate. Negli anni che idea si è fatta della nostra giustizia?
Prima era più semplice perché i media intervenivano meno. Ora hanno preso un po’ il sopravvento, non per colpa ma per quello che è il loro ruolo. Si entra in un campo poco controllabile e capita si facciano danni. Non sempre da questo, dalle ingerenze, la giustizia trae vantaggio. Chi segue un processo dice la sua su come pensa siano andati i fatti e porta avanti una sua tesi. Questo a volte complica le cose: è un problema enorme che non saprei come risolvere.
Il vostro ruolo è differente…
Con il nostro programma abbiamo la fortuna di stare alla fine, non ci interessa quello che è stato detto o è successo prima. Andiamo lì, vediamo i testimoni, è come se fossimo dei notai. Facciamo in modo che ciò che mostriamo rifletta l’andamento del processo.
Dal 1985 a oggi come è cambiato il programma?
Molto profondamente è cambiato solo una volta, quando facevamo solamente le introduzioni e le chiusure alle riprese dei processi. Adesso noi guidiamo un po’.
Quali pagine di “Un giorno in Pretura” le sono rimaste, per così dire, più addosso?
Il processo di Avetrana. È un caso che potrei definire con un termine che andava molto ai miei tempi, ossia emblematico. Rappresenta benissimo i danni che possono fare i media una volta scatenati su un caso.
Che cosa si sente di dire al pubblico che vi segue con tanto affetto?
«È grazie a personaggi come lui che nella testa si è inserito il germe della comicità» racconta l’attore ligure al RadiocorriereTv che non nasconde l’emozione del debutto: «Sono molto agitato e allo stesso tempo curioso di vedere l’effetto che farà il film sul pubblico». “Com’è umano lui”, biopic diretto da Luca Manfredi dedicato a Paolo Villaggio, in onda il 30 maggio su Rai 1
16 maggio 2024 COME E’ UMANO LUI nella foto enzo paci
A pochi giorni dal debutto su Rai 1, come si sente?
Sono molto agitato e allo stesso tempo curioso di vedere l’effetto che farà il film sul pubblico. C’è molta emozione, devo dire la verità.
Cosa rappresenta per lei Paolo Villaggio?
Un inizio. È uno dei ricordi più antichi della mia infanzia, sono io che lo imito prima di andare a scuola o che lo guardo in televisione e rido. Erano dei momenti di felicità. È grazie a personaggi come lui che nella testa si è inserito il germe della comicità.
Anche lei come molti comici è cresciuto a “pane e Villaggio”?
Non solo lui, nel mio percorso artistico ci sono tanti modelli di riferimento, penso anche ai comici romani, ma Villaggio, essendo ligure come me, ha certamente lasciato un imprinting forte. Il suo stile è, in qualche modo, passato in tutti gli artisti comici, anche nei più giovani che, con il loro modo aggressivo, ignorano che lui è stato il primo a portare tutto questo in scena in un’epoca in cui i presentatori entravano nelle case degli italiani con formalità. Poi arriva Villaggio e stravolge tutte le regole, facendo scuola. Al di là del fatto che rappresenta uno dei miei comici preferiti, ha lasciato un segno indelebile nella comicità italiana.
Entrambi genovesi…
Siamo degli introversi, chiusi, si fa fatica a entrare e uscire persino dalla città, per questo siamo un pochino isolati. Da commerciali, abbiamo una bella dose di cinismo, siamo abituati ad avere a che fare coi conti, con la concretezza. Dal cinismo si passa in un attimo all’autoironia. Prima di farmi prendere per il culo da qualcuno, lo faccio da solo (ride).
Da dove è partito per entrare dentro la vita di questo artista? Ha cercato la contaminazione tra la sua personale esperienza emotiva, artistica e quella di Villaggio, o ha indossato la “sua” maschera?
Ho cercato di mediare tra le due cose, seguendo il suggerimento della figlia Elisabetta e del regista Luca Manfredi, ovvero che Paolo Villaggio nella vita non era Fantozzi, ma l’esatto opposto: una persona sicura di sé, estremamente colta, un vincente… Questo è stato un ottimo punto di partenza, non ho voluto restituire l’imitazione vocale, piuttosto un modo di essere. Siamo partiti da un momento poco conosciuto della sua vita, la gioventù e i primi passi nel mondo dello spettacolo. Pochi sanno che Villaggio era una persona estremamente timida e, per questo, non avendo avuto la possibilità di conoscerlo nel suo privato, ho cercato di contaminare il personaggio con la mia timidezza.
I figli di Villaggio, Elisabetta e Piero, hanno partecipato alla sceneggiatura del film…
Il loro contributo è stato fondamentale, sono gli unici eredi del suo privato, ci hanno aiutato a impreziosire la storia con una aneddotica speciale.
Villaggio e De André, due amici, due fannulloni di successo (e senza tempo). Qual è il segreto dell’immortalità artistica?
Fannulloni che non si dedicavano al lavoro fisso, il sogno del medio borghese. Loro erano liberi, a partire dal loro immaginario. Rispetto all’oggi, possedevano una cosa meravigliosa: il tempo di pensare, di riflettere. Per scrivere quelle canzoni, quelle pagine immense dedicate, per esempio, a Fantozzi, per riflettere sul mondo della comicità e capire come stravolgerlo, non si deve avere fretta. Non erano distratti dalla società e, sebbene fossero chiaramente concentrati su se stessi e sulle loro carriere, avevano voglia di dire qualcosa, di partecipare nella società. Paolo Villaggio è stato un grande intellettuale, aveva un occhio molto critico, pur essendo immerso nella sua contemporaneità, io lo paragono a Pasolini. Ci sono delle interviste meravigliose nelle quali parla di mercato, del libero consumo e di quanto possa influire negativamente sulla felicità dell’uomo. Era una mente calata nella sua contemporaneità, ma con la grande capacità di vivisezionare i fatti.
Il personaggio di Fantozzi ne è la prova…
Ha descritto il mondo impiegatizio con estrema spietatezza, ma con una oggettività necessaria per raccontare una storia e far ridere.
Oggi che fatichiamo a esercitare la riflessione, abbiamo perso anche la capacità di sognare?
Sono contento di questa domanda… mi è capitato di fare un incontro con dei liceali ai quali chiedevo quale fosse il loro sogno. Avevano tra i 15 e i 16 anni e non riuscivano a rispondere, mentre chiedendo quale fosse stato il loro sogno da bambini davano risposte più concrete, più realizzabili: il cuoco, l’avvocato… Non voglio essere banale, retorico, ma forse questi social distraggono, riempiono troppo il nostro tempo e ci impediscono di pensare.
Social rischiosi anche per i giovani attori attratti dal “successo” degli influencer?
Spero di no, sarebbe terrificante, perché quello della recitazione è un lavoro che permette di raccontare delle storie in tempi abbastanza lunghi, rendendo protagonista l’umanità, magari utilizzando uno degli strumenti migliori che abbiamo a disposizione: il teatro. Il teatro è lo specchio di una società, io capisco qualcosa di me se qualcuno mi fa vedere come sono. Per questo è importante la piazza, uscire, incontrare persone. Vengo identificato come essere umano se sono in contatto con gli altri, che possono aggiungere qualcosa nel racconto della vita di ciascuno di noi. Questo, sinceramente, sui social io non lo vedo… Anche quella è narrazione, per carità, ma questi due minuti sono molto più assimilabile a una barzelletta che a uno specchio dell’essere umano.
Cosa la incuriosisce, o spaventa, della nostra contemporaneità?
In generale mi spaventa l’indifferenza. A meno che uno non abbia, come artista, una mente come Paolo Villaggio, capace di assumersi la responsabilità di raccontare la propria epoca, facendo un passo laterale per osservarla meglio. Spero di appartenere, anche in minima parte, a questa tipologia umana, perché vedo troppe persone infastidite dall’altro. Siamo troppo divisi e, quando proviamo a metterci insieme, scoppiano troppi bordelli. Ho paura che ci sia troppo poca collettività.
Quale ruolo deve assumere oggi il cinema, il teatro, o la televisione?
Credo proprio quello di spingerci a stare insieme. Il bello di andare al cinema a vedere un film è, senza raggiungere gli eccessi fantozziani del “La corazzata Kotiomkin… è una cagata pazzesca!”, è parlarne dopo, magari seduti al bar. È questa la magia di una storia, capire qualcosa di più di noi o delle persone che ci stanno intorno. Al di là del genere, noi andiamo a vedere come si comportano le persone fra di loro, del film interessano i rapporti, se sono ben raccontati. Lo scopo del gioco è sempre la verità.
La sua carriera, come quella di Villaggio, è segnata dal teatro, dal cabaret…
Il cabaret era la mia passione da giovane… stare in scena è bello perché si crea una certa sospensione temporale, è come se il tempo si fermasse, soprattutto in teatro. Quando da attore hai la fortuna di creare un arco narrativo del personaggio completo, sei totalmente immerso in quel racconto, ci si mette al servizio di una storia. L’attore che mi piace è quello che riesce a sparire, che dona se stesso, senza mettersi in evidenza. È la storia che cambia gli uomini, non le performance.
La gavetta, il Teatro Stabile, il grande successo con “Blanca”, ma anche il cinema… come vive tutto questo?
Devo dire che i grandi cambiamenti artistici li ho avuti ora, in tarda età, anche se credo che le cose accadano quando si è pronto per affrontarle. Io continuo a seminare, ho voglia di raccontare storie, di andare avanti. Quando sei un attore non sogni la pensione perché speri di non finire mai. Rimanere in scena fino alla fine.
Qual è il dono più importante che Paolo Villaggio ha fatto a tutti noi, alla cultura?
Al di là di Fantozzi, il regalo più bello è averci trattato come esseri umani e non come dei cartonati. Lui è stato il primo a scrollare il pubblico da una sorta di ipnosi, quello che ci vorrebbe anche oggi per svegliarci.
Qual è la forza della comicità?
La verità. Il comico è l’unico a dire che ci sono gli elefanti nella stanza mentre tutti fanno finta che non ci siano. Quindi, evviva i comici che ci dicono la verità, fa piacere ascoltare quelli che ci raccontano le barzellette, perché è intrattenimento, ma solitamente chi passa veramente alla storia è quello che ci ha gridato in faccia “svegliati!” (ride).
Il 30 maggio torna su Rai 3 in prima serata “Che ci faccio qui”. «Ci sono storie che non finiscono mai, luoghi e volti che non dimentichiamo e che continuano a dirci qualcosa, ecco perché a volte ci assale la nostalgia di andarli a cercare» racconta il giornalista al RadiocorriereTv
13 MAGGIO 2024 CHE CI FACCIO QUI
Un ritorno televisivo che è anche un ritorno a storie che hai raccontato in passato. Da dove riparti?
Da un viaggio nel profondo Sud, la Calabria, luogo di luci e ombre. Lo faremo nel corso di due puntate che abbiamo chiamato “Ti vengo a cercare” e che hanno snodi narrativi molto particolari. Si entra nella dimensione dell’inferno di Rosarno dove, a distanza di sette, otto anni – quando andai l’ultima volta – niente è cambiato, dove c’è ancora una profondissima ingiustizia sociale, dove c’è sfruttamento e le cose non sono state mai sanate. Per questo era importante che, come Servizio Pubblico, si tornasse a testimoniare. Non possiamo far terminare le storie delle persone come se fossero una fiction, abbiamo l’obbligo di andarle a riprendere, di accudirle, di farle diventare figlie della nostra famiglia.
E poi…
In queste due puntate ci sono anche le cose straordinarie che improvvisamente accadono quando attraversi un territorio come la Calabria. Finisci in un posto che si chiama MuSaBa (Museo di Santa Barbara), in Aspromonte, dove Nik Spatari, artista visionario, morto nel 2020, che avevo intervistato negli ultimi anni della sua vita, ultraottantenne ancora metteva tasselli di ceramica in un posto che sembra davvero uscito da una visione onirica. La sua è una storia straordinaria, partito da Reggio Calabria, autodidatta, aveva conosciuto Le Corbusier, Picasso, aveva frequentato i grandi artisti francesi. Nelle sue opere vivono le sue esperienze incredibili. Pian piano, nel corso del racconto risalgo questa terra, vado a Cosenza per ritrovare un personaggio che avevo conosciuto anni fa, oggi vicepresidente di una ex startup assorbita da una multinazionale giapponese. Fanno sperimentazione sull’intelligenza artificiale, l’azienda ha assunto a tempo indeterminato circa 400 ragazzi usciti dall’Università della Calabria, sono informatici, ingegneri elettronici, fisici, linguisti. Una sorta di sogno.
Un racconto poliedrico…
Faccio comprendere come si sta molto indietro e come si sta molto avanti. Come gli opposti siano sempre più distanti tra loro. È un viaggio anche nella caparbietà di un personaggio come Nino De Masi, imprenditore che vive da quattordici anni scortato dall’Esercito per avere denunciato la ‘ndrangheta. Lui resiste, insieme alla sua famiglia. Ritroverò Bertolo Mercuri dell’Associazione “Il Cenacolo”, diventato un amico, la persona che mi ha fatto conoscere la vera solidarietà, l’uomo che mi fa toccare con mano la povertà e al tempo stesso un senso profondo di altruismo. La sua è una presenza laica che sembra quasi mistica. Nella prima puntata incontro anche Alì, un uomo che da quattordici anni vive senza permesso di soggiorno in un deposito abbandonato e che lavora a chiamata per gli agricoltori. Lo incontro mentre sfoglia il dizionario dei sinonimi e dei contrari in italiano e legge parole come per nutrirsi di altro. Con grande dolcezza mi parla della sua condizione, dei sogni mancati, portando sulle proprie spalle il peso di una vita sfortunata. Una storia che ci fa comprendere come l’immigrazione non possa essere considerata un problema di flussi, dietro ai numeri ci sono le identità, e soprattutto le persone che già stanno sul nostro territorio. Proprio come Alì.
Con la terza puntata, che hai chiamato “Il capolavoro”, dove ci porterai?
Torno a Caivano dalla preside Eugenia Carfora. Abbiamo raccontato quello che è accaduto lontano dai riflettori della cronaca nera, dalla sovraesposizione mediatica, che aveva fatto diventare quel luogo un set cinematografico. Sono andato alla ricerca dei ragazzi che incontrai otto anni fa ed è nato un viaggio incredibile. E poi ci spostiamo al Nord, vicino Modena… Dopo la puntata “Come figli miei” un imprenditore chiamò Eugenia e offrì dei posti di lavoro ad alcuni studenti, che oggi abbiamo ritrovato lì.
Cosa hai scoperto di quei ragazzi?
L’emancipazione, la bellezza di chi si è salvato attraverso il lavoro. L’idea che riconoscano ancora in quella preside un punto fermo.
Osservando da vicino il nostro Sud, cosa capiamo della nostra Italia?
Quando faccio questi viaggi porto con me un profondissimo rammarico per le risorse sprecate, umane, ambientali, ma anche speranze inaspettate. Ho bisogno di toccare queste storie per avere il termometro della situazione. La questione meridionale non è stata ancora risolta, il grande gap si vince con l’istruzione, con la formazione dei giovani.
Tra cuore e ragione, dove si colloca la tua narrazione?
Vivo sempre a metà strada, come se fossi una specie di Giano bifronte che guarda le due cose. Cerco di essere il più possibile coerente, di raccontare con obiettività. Mi ritengo un viaggiatore che racconta i fatti, non come giornalista, ma come testimone di quello che accade attorno a me.
Come è cambiato, negli anni, il tuo essere giornalista?
Non è mai cambiata la curiosità, è così anche oggi, con parecchi anni di lavoro sulle spalle. Voler ritornare sui luoghi, capire che cosa è accaduto, è anche frutto di questa curiosità. Il passato può darci una chiave di lettura moderna delle cose. Sono contento di farlo ancora una volta su Rai 3, quella che ritengo la mia casa, che mi ha permesso di raccontare il Paese.
Un viaggio, quello di “Che ci faccio qui”, che è passato anche dai palcoscenici dei teatri. Cosa ti ha insegnato l’incontro diretto con il pubblico?
C’è una sensazione diretta. Ho fatto cinquanta repliche, nei teatri di provincia, come in quelli delle grandi città. Il teatro è uno dei mezzi espressivi più liberi, non c’è mediazione, non c’è nulla di edulcorato. Non ci sono elementi che ti fanno essere diverso da quello che sei. Sei nudo e questo viene compreso dal pubblico. Questo abbraccio straordinariamente caldo mi ha ricaricato per poter raccontare meglio in televisione.
Trecento opere in concorso per i Pulcinella Awards. Spagna paese ospite, lo Sport il tema dell’anno. Sta per prendere il via a Pescara la 28esima edizione del Festival internazionale dell’animazione, della transmedialità e delle meta arti. Dal 29 maggio al 2 giugno con grandi ospiti nazionali e internazionali
John Musker, Leslie Iwerks, Juanio Guarnido, Sara Pichelli. Sono solo alcune delle guest star di Cartoons On The Bay 2024. Il manifesto della 28esima edizione del Festival internazionale dell’animazione, della transmedialità e delle meta arti in programma a Pescara dal 29 maggio al 2 giugno è affidato all’illustratrice e disegnatrice Silvia Ziche e al suo personaggio Lucrezia. Oltre trecento le opere in concorso provenienti da quasi cinquanta paesi che si contenderanno i prestigiosi Pulcinella Awards mentre lo Sport sarà il tema dell’anno per celebrare le imminenti Olimpiadi e la Spagna, nazione ospite, sarà protagonista in collaborazione con l’Instituto Cervantes. Cartoons On The Bay diventa sempre di più festival di tutta la Rai con la collaborazione dei main partner Rai Kids, RaiPlay, Rai Radio Kids, Rai Radio 2 e Rai Libri. Oltre cento ospiti tra registi, produttori, artisti e manager del mondo dell’animazione si alterneranno all’Aurum per una tre giorni di panel, key notes e masterclass mentre sul palco di Piazza della Rinascita sono in programma i concerti di Antonella Ruggiero, Emanuela Pacotto e dell’Ensemble del Conservatorio di Santa Cecilia. Quest’ultimo proporrà alcune delle più celebri sigle delle serie a cartoni animati. Anteprima nazionale per il film The Animal Kingdom di Thomas Cailley vincitore di cinque premi César. Promosso da Rai e organizzato da Rai Com, con la direzione artistica di Roberto Genovesi, Cartoons On The Bay è realizzato in collaborazione con la Regione Abruzzo, il Comune di Pescara e il Ministro per lo Sport e i Giovani per il tramite del Dipartimento per lo Sport. Gli incontri con i grandi maestri dell’animazione, con la loro arte e i loro progetti saranno al centro del programma professionale. Cartoons On The Bay è pronto a festeggiare i 40 anni di animazione del regista John Musker (“La Sirenetta”, “Aladdin”) che riceverà il Pulcinella Award alla Carriera, il talento della regista e produttrice Leslie Iwerks (“Recycled Life”) e del cartoonist Juanjo Guarnido (“Blacksad”), entrambi premiati con il Pulcinella Special Award. A ricevere il Premio Sergio Bonelli sarà Sara Pichelli, tra i fumettisti italiani più apprezzati al mondo. All’arte di Stefano Bessoni sarà dedicata la mostra “Stefano Bessoni. Stop-motion e altre scienze inesatte”, aperta al pubblico dal 30 maggio al 1° giugno dalle 10.00 alle 18.00. “Il menù di COTB 2024 offre un programma professionale molto tecnico e proteso sempre di più verso i nuovi linguaggi e l’evoluzione dell’intelligenza generativa nell’intento di continuare nel compito di scouting per quelle parti dell’azienda impegnate nella costruzione del progetto di media company – afferma Roberto Genovesi – l’approccio del programma professionale influenza inevitabilmente anche tutti gli altri e dunque ogni evento proposto quest’anno racconta di novità tecnologiche e creative, di mondi alternativi e di tecnologie ma sempre con una certezza: è l’essere umano che guida ogni processo e ogni processo è al suo servizio, non il contrario”. Saranno presenti al Festival anche le Mascotte dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026 Tina e Milo. Ricchi anche i programmi Pubblico, Cinema e Scuole. Insieme ai concerti, Piazza della Rinascita ospiterà la diretta de “Il Ruggito del Coniglio” (Rai Radio 2) con Marco Presta e Antonello Dose. Immancabili gli appuntamenti con lo sport in piazza, con gli spettacoli di Rai Radio Kids e Armando Traverso e con i live di Rai No Name Radio. Rai Kids porterà sul palco tutte le star di Rai Yoyo, da Masha e Orso a Pinocchio. Il Cineteatro Massimo ospiterà le proiezioni dei lungometraggi in concorso, la retrospettiva dedicata a John Musker oltre l’anteprima di “The Animal Kingdom”. Per tre giorni gli studenti di classi primarie e secondarie di primo grado saranno ospiti del Festival per sviluppare originali percorsi didattici. Ad animare gli incontri anche il campione del mondo di pallavolo Andrea Lucchetta. Tutto il programma di Cartoons On The Bay è disponibile sul sito www.cartoonsbay.rai.it
La storia umana e professionale della Raffa nazionale. Quando mancano pochi giorni al terzo anniversario dalla morte, la Rai ricorda con affetto Raffaella Carrà. In onda sabato 25 maggio in prima serata su Rai 1
Raffaella Carrà è un vero e proprio diamante della Rai, che dagli anni Cinquanta ha creato un immaginario collettivo nel quale specchiarsi e riconoscersi. Due storie, quella dell’artista bolognese cresciuta in Romagna, e quella della RAI, che si sono sovrapposte per decenni, influenzandosi reciprocamente, divenendo un unico pentagramma nella sinfonia generale di un Paese che, dalla fine degli anni Sessanta, ha percorso molta strada. Raffaella si è fatta interprete di un’Italia che voleva cambiare: nel modo di ballare, nel modo di vestire, nel modo di amare e di pensare. Un’Italia che a guardar bene le somigliava profondamente: semplice e talentuosa, provinciale e attenta a ciò che succede nel mondo, fedele ai valori “di una volta” e tuttavia prepotentemente affacciata sulla modernità. Energia, rigore, empatia, sono state le qualità che Raffaella ha sempre messo nel suo lavoro ma anche nei rapporti con i suoi collaboratori e con tutti quei personaggi, dello spettacolo e della cultura, che oggi possono raccontare con orgoglio e affetto di aver lavorato al suo fianco o di averla incontrata. Proprio attraverso le loro voci (Bruno Vespa, Enzo Paolo Turchi, Irene Ghergo, Maria Grazia Cucinotta, Noemi e molti altri), viene fuori un ritratto sincero, attento, prezioso della “nostra Raffaella” che attraverso le tante interviste rilasciate in cinquant’anni di carriera e conservate nelle preziose Teche della RAI (da Biagi a Fazio, da Costanzo a Mollica, da Minoli a Vespa), si racconta in una sorta di virtuale self-portrait: facendo così riemergere e rivivere le sue idee e i suoi progetti, i suoi ricordi e i suoi sogni. Anche i luoghi “parlano” di lei: il Centro di produzione televisiva di Via Teulada, l’Auditorium del Foro Italico, il Teatro delle Vittorie. È qui che ancora oggi, come per magia, riecheggiano l’inconfondibile risata di Raffaella e le note delle sue famosissime canzoni, divenute veri e propri inni pop di un intero Paese, bandiere di “fiesta” e di libertà su cui continuano a ballare le generazioni di ieri ma anche i giovanissimi di oggi, travolti da un’energia senza tempo. Sabato 25 maggio andrà in onda in prima serata su Rai Uno “La nostra Raffaella”, un documentario per ricordare una straordinaria artista che ha reso grande la Rai, una produzione Rai Documentari prodotta da Aurora Tv.
Un true crime psicologico sulla prima strage familiare del Novecento, tratto dal romanzo ‘Percoco’ di Marcello Introna, edito da Mondadori. “Percoco – il primo Mostro d’Italia” di Pierluigi Ferrandini, da sabato 25 maggio in esclusiva su RaiPlay
La storia vera della prima strage familiare italiana del Novecento. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio, del 1956, a Bari, Franco Percoco stermina la sua famiglia con un coltello da cucina e inizia una nuova vita: da studente universitario a ricco viveur, assaporando tutte le gioie del suo tempo, quello del boom economico, vivendo dieci giorni con i cadaveri dei suoi genitori e di suo fratello murati in casa. Nessun omicida aveva mai convissuto così a lungo con le sue vittime fino a quel momento.
La storia
La storia si apre a Bari, alle prime luci dell’alba di domenica 26 maggio 1956. Mentre sul lungomare vengono alla luce i danni di una potente mareggiata notturna che ha divelto le inferriate e danneggiato i basamenti dei lampioni, nel cuore del quartiere umbertino ancora dormiente, il giovane Franco Percoco ha appena finito di lavare i pavimenti di tutta la casa. Quella mattina, nonostante una profonda ferita alla mano, si sente sollevato più del solito, a detta degli altri, e non si vergogna della motivazione: i suoi genitori se ne sono andati. Come ogni anno, sono partiti per le cure termali a Montecatini e lui, dice, li ha accompagnati al notturno delle 23:5. Inizia così la vera storia del ventiseienne Franco Percoco, proveniente da una rispettabile famiglia piccolo borghese e molto devota, elegante nei modi e ricercato nella parlata, rimasto solo, finalmente libero di vivere la vita che desidera, senza restrizioni o imposizioni dall’alto. È la storia dei giorni che seguono la presunta partenza dei suoi genitori e di tutte le nuove esperienze, rese possibili grazie a una insolita e notevole disponibilità di denaro. In questi giorni, infatti, conosceremo Franco per come lui vorrebbe vivere, il ricco viveur che assapora tutte le gioie del suo mirabile tempo, quello del boom economico, appena esploso anche a Bari. Affitta auto lussuose, frequenta il bordello più esclusivo della città, compra capi di abbigliamento dal più costoso negozio del centro, un giradischi all’ultimo grido e i vinili con le migliori hit del momento, una nuova macchina fotografica compatta con lo zoom appena inventato e persino un prezioso orologino d’oro massiccio per convincere la fidanzata Tina, quindicenne, della serietà delle sue intenzioni. Organizza a sue spese gite fuoriporta e pomeriggi in casa con fiumi d’alcol e musica, pranza e cena tutti i giorni, rigorosamente da solo, al rinomato ristorante Radar che si affaccia sul mare, spacciandosi come un neoingegnere della nuova Società Autostrade. I rapporti di Franco con i personaggi che abitualmente animano la sua vita reale, restituiscono però un’immagine di sé profondamente travagliata, un’identità fragilissima e mutevole, lacerata da pesanti frustrazioni e piegata sotto il peso insopportabile delle speranze tradite: per l’ennesima volta, infatti, Franco è stato bocciato all’Università, dopo aver già cambiato tre facoltà. Per sopravvivere a questa schizofrenia che gli impedisce di affermarsi, Franco mente a se stesso, alla sua fidanzata, agli amici più intimi e ancor di più agli estranei che ha occasione di incontrare, millantando identità false che è tuttavia in grado di rivestire con naturalezza ed estro. Percoco, il primo Mostro d’Italia è quindi, infine, il vero racconto dei ripetuti e strenui tentativi, da parte del giovane Franco, di tenere in piedi un castello fondato su una ignominiosa menzogna. Tale castello, però, crollerà, inaspettatamente, dopo dieci giorni quando verranno alla luce i contorni macabri della prima strage famigliare della storia di Italia.
In occasione del 23 maggio, Giornata della Legalità, la Rai propone un film tv liberamente ispirato a una storia: ““Questo film nasce dall’urgenza di raccontare la storia di un uomo coraggioso che ha saputo ribellarsi alle richieste e alle minacce della mafia diventando vittima di un ‘mascariamento’” dice la regista Isabella Leoni
7 maggio 2024 MASCARIA
“Mascariare” in siciliano significa tingere con il carbone e lasciare un segno indelebile, in una parola: calunniare. Nel caso del film tv “Mascaria diretto da Isabella Leoni – in onda giovedì 23 maggio in prima serata su Rai 1, in occasione della Giornata della Legalità – il segno del sospetto finirà per annientare Pietro Ferrara (Fabrizio Ferracane) il quale, a seguito di una sua denuncia, viene delegittimato moralmente dai suoi avversari subendo per questo l’abbandono sociale, economico e istituzionale. “Credo sia necessario parlare sempre di questi temi, non solo il 23 maggio, in un giorno dedicato alla Legalità. In ogni momento dovremmo avere la possibilità di raccontare queste storie, ecco perché un film come questo diventa importante, così come tutti i film in cui si parla di mafia, di legalità, di prevaricazione del male sul bene. “Credo sia necessario parlare sempre di questi temi, non solo il 23 maggio, in un giorno dedicato alla Legalità – dice l’attore protagonista – In ogni momento dovremmo avere la possibilità di raccontare queste storie, ecco perché un film come questo diventa importante, così come tutti i film in cui si parla di mafia, di legalità, di prevaricazione del male sul bene”.
Pietro Ferrara è un costruttore siciliano costretto a pagare il pizzo per poter lavorare. Un giorno, però, si fa coraggio e denuncia. È una rivoluzione: i mafiosi che lo vessavano vengono arrestati e, per la prima volta, vengono condannati a molti anni di prigione. Schivo e riservato, Pietro diventa il volto di questa clamorosa vittoria. La vendetta dei mafiosi non tarda ad arrivare e prende forma nel modo più subdolo. Gaetano Rizzo (Costantino Comito), il capomafia che per anni aveva taglieggiato Pietro pur conoscendolo da quando erano ragazzini, lo accusa pubblicamente di essere stato suo socio in affari. Sono solo fandonie, puro fango, ma ormai Pietro è mascariato (calunniato) e, incredibilmente, viene rinviato a giudizio per associazione mafiosa. Da accusatore diventa imputato. E per questo deve difendersi, resistere: per sé, per i suoi dipendenti e soprattutto per la sua amata famiglia. Al fianco di Pietro c’è l’avvocato Baldani (FortunatoCerlino), esperto in processi di mafia, che sarà costretto a ridefinire continuamente la propria strategia difensiva, diventando una fonte di supporto per il suo cliente che va al di là del rapporto professionale. Ma, inevitabilmente, le difficoltà di Pietro si ripercuotono sulla vita della sua famiglia. La moglie Mimma (Manuela Ventura) è una donna innamorata e premurosa, ma anche forte e lungimirante. La roccia alla quale tutti si aggrappano. Mimma coltiva il sogno di trasferirsi in un’altra regione per costruire una vita diversa per i loro tre figli. Riccardo (Christian Roberto), il maggiore, è quello che più si scontra con il padre, soprattutto quando Pietro, preoccupato dalla possibilità di ritorsioni da parte della mafia dopo la denuncia, tende a limitare la sua libertà di movimento. Riccardo ha un carattere ribelle e vive una vita serena senza sapere nulla dei guai di suo padre, ma un giorno scoprirà la verità e, da ragazzo sensibile qual è, si schiererà dalla parte di Pietro. Al punto che, diventato adulto, sarà lui a prendere in mano l’azienda di suo padre, cercando di tenerla a galla nonostante gli ostacoli che il sistema giudiziario pone sul loro cammino. Primo fra tutti, l’esclusione dalla white list, con la conseguente impossibilità di lavorare negli appalti pubblici, in quanto Pietro è coinvolto in un procedimento giudiziario per mafia. Proprio lui, che per combattere la mafia ha messo in pericolo l’azienda, la sua vita e persino la famiglia, si vede negare l’accesso al lavoro. “Questo film nasce dall’urgenza di raccontare la storia di un uomo coraggioso che ha saputo ribellarsi alle richieste e alle minacce della mafia diventando vittima di un ‘mascariamento’”, dichiara la regista Isabella Leoni. “Pietro si spegnerà lentamente nei lunghi anni estenuanti di accuse infondate e di lotte con i suoi fantasmi interiori. Ma la storia non finirà con lui – prosegue la regista – perché suo figlio e la sua famiglia continueranno a portare avanti l’azienda, ispirati da quei valori che per tutta la vita Pietro ha cercato di trasmettere. Il film è un racconto delicato e intimo che quando si apre mostra le ferite, le passioni, le paure, le amicizie fraterne, l’amore per la famiglia e anche per il lavoro del protagonista. La passione e il coinvolgimento di tutti gli attori e del cast tecnico sono stati una grande spinta motivazionale, il mio grazie va a loro che hanno portato in questo lavoro bravura artistica insieme a incredibili qualità umane”, conclude Leoni.
Nella miniserie diretta da Lucio Pellegrini è una giornalista a servizio del regime e, anche se «all’inizio è mossa da intenzioni buone», si trova a “tradire” la fiducia di un uomo che di lì a poco avrebbe cambiato le sorti del mondo
Un appuntamento importante sulla rete ammiraglia della Rai…
Per me un’esperienza meravigliosa che mi ha permesso di prendere parte a un progetto diverso, una biografia con una linea di spy story intrigante, un mix di storia e thriller davvero interessante. È stato emozionante ritrovare sul set Stefano Accorsi, attore con il quale ho esordito nel mio primo film.
Ci racconta Isabella Gordon?
Una donna di altri tempi, raccontata in chiave assolutamente moderna, una giornalista italo americana dotata di una sfrontatezza contemporanea, nuova per l’epoca. Lavora anche come regista e vorrebbe realizzare una collana sui grandi italiani: Balbo, Marinetti, D’Annunzio e, quindi, anche Marconi. Inizialmente è mossa da intenzioni buone, ma poi si trova a collaborare, all’insaputa di Marconi, con il regime riportando informazioni sul lavoro dello scienziato al suo amante, Achille Martinucci (AlessioVassallo), funzionario dell’Ovra (“Organizzazione di vigilanza e repressione dell’antifascismo”, una delle principali organizzazioni poliziesche del regime fascista), braccio operativo del ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai (Flavio Furno). Isabella è una persona astuta, riesce a ingannare Marconi mettendosi al servizio del fascismo, che voleva scoprire se stesse costruendo l’arma letale che Mussolini gli aveva commissionato.
Dove troviamo la contemporaneità in questa storia?
È un racconto che mette in luce il genio di Guglielmo Marconi, la bellezza della sua mente così illuminata e brillante, un dono che lui mette al servizio della comunità. Un uomo, un inventore, un imprenditore che lavorava per il benessere delle persone, una sorta di Steve Jobs del passato che ha permesso a tutti noi di vivere meglio.
Una questione di talento…
Un genio di cui la tecnologia si è nutrita… Ciascuno di noi può avere anche più di un talento, a volte non ne siamo consapevoli ma, al momento opportuno si manifesterà. Io penso che il dono che ci rende “speciali” si possa manifestare in qualsiasi ambito; oggi dovremmo sperare di trovare uomini e donne dotato del talento dell’educazione, della pazienta e dell’equilibrio (sorride).
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