VINCENZO FERRERA

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Diverso da me

 

«Mio padre mi voleva medico, ma ho scelto di fare l’attore. A quasi 53 anni mi godo l’affetto del pubblico e un ruolo da protagonista». L’attore siciliano, che in “Morbo K” su Rai 1 veste i panni del professor Matteo Prati, si racconta al RadiocorriereTv: «Ho avuto la fortuna di incontrare ruoli bellissimi»

 

 

Come è stato il suo incontro con questa storia vera?

Sono rimasto stupito, quella che portiamo sullo schermo è una storia realmente accaduta che non conoscevo e che in pochi conoscono. Nessun libro di storia ne ha mai parlato. Insieme allo stupore, ho provato grande gioia perché si tratta di un fatto assolutamente incredibile. Quando guardiamo i film sull’Olocausto sappiamo che il finale, purtroppo, sarà tragico. Quello raccontato da “Morbo K” è un unicum, in cui i protagonisti riescono a salvare un centinaio di vite.

Lei interpreta il professor Prati, un medico coraggioso e dal grande cuore…

La storia ci porta ai giorni, drammatici, del rastrellamento del Ghetto di Roma nel 1943. Gli ebrei si trovano a scappare alla deportazione cercando rifugio anche al Fatebenefratelli, ospedale sull’Isola Tiberina a poca distanza dalle loro case. Lì trovano un gruppo di medici che, guidati dal mio personaggio, il professor Matteo Prati, pur di difenderli decide di inventare una malattia, una sorta di covid ante litteram, chiamato morbo k. È un nome di fantasia, forse una provocazione ai gerarchi nazisti di stanza a Roma, generale Herbert Kappler in primis. I fatti, come la nostra storia, ben raccontano il grande coraggio di medici che anche in un momento tragico riescono a prendere in giro i tedeschi. Con l’aiuto dei loro assistenti, convincono gli ebrei a fingersi malati, affetti da gravi problemi gastrointestinali e respiratori. Nel timore di rimanere contagiati, i nazisti non si avvicinarono al Fatebenefratelli.

Cosa prova di fronte ai medici protagonisti della vicenda?

Li guardo con grande umiltà e rispetto. Raramente nascono persone che possono diventare dei santi e degli eroi. Quegli uomini hanno messo a rischio la propria vita pur di salvarne altre, per fare del bene al prossimo. Mi sono chiesto come avrei reagito al loro posto e credo che non avrei avuto il loro stesso coraggio.

Quale tassello rappresenta questo progetto nella sua carriera?

La possibilità e la responsabilità di interpretare un ruolo da protagonista: spero di avere dimostrato di poterlo fare. Beppe di “Mare fuori” è senza alcun dubbio un personaggio tremendamente importante per me, mi ha cambiato la vita, ma è un personaggio corale all’interno di un contesto in cui ci sono più persone che hanno la responsabilità della narrazione.

L’educatore Beppe o il professor Prati sono personaggi che trasudano umanità. Cosa deve avere un ruolo perché lei decida di farlo suo?

Sarei veramente poco obiettivo se le dicessi che mi offrono migliaia di sceneggiature e di ruoli, e che io decido in maniera oculata a quale prendere parte. Posso però dire di avere avuto, sino a ora, la fortuna di incontrare personaggi bellissimi. Penso anche alla serie “Per Elisa – Il Caso Claps”. Quello di papà Antonio è stato un ruolo estremamente silenzioso, lui aveva poche battute, ma ho capito che anche in quel silenzio avrei potuto dire la mia. Paradossalmente, è uno dei personaggi che più fanno rumore all’interno di quella storia. Penso anche al maestro Crescenzi in “Belcanto”. Sono un musicista e mi divertiva essere, sulla scena, un professore cattivo. Ho avuto la fortuna di vestire pelli molto diverse tra loro, cambiare è un privilegio. Mi diverte moltissimo anche il fatto di poter essere diverso da me.

Cosa c’è nell’attore che lei è oggi del ragazzo che tanti anni fa, a Palermo frequentava la scuola del Teatro Biondo…

La voglia, la vocazione, la scelta di questo mestiere, perché ero convinto di saperlo fare e di poterlo fare. Una “vittoria” anche sui miei genitori che non credevano che questa potesse essere la strada giusta. Mio padre era un medico e voleva che seguissi la sua. Porto con me l’orgoglio di avercela fatta con le mie forze, con i miei sacrifici. Ho trent’anni di teatro alle spalle, sono diventato medio-popolare quando ne avevo quarantotto.

Com’è cambiato, negli anni, il suo essere attore?

Sono quello di sempre, a essere cambiata è la mia consapevolezza. So di essere un bravo attore, ma sono soprattutto orgoglioso del modo con cui ho fatto questo percorso, della purezza con cui ho affrontato il mestiere.

C’è un complimento del pubblico che le fa particolarmente piacere?

Quando mi dicono che i miei occhi esprimono verità, che sono credibile nei ruoli che interpreto. Accade spesso con il personaggio di Beppe, un educatore. Pensi che in passato mi chiamavano nei dibattiti nelle carceri per parlare proprio di quella importante professione e che molte persone erano convinte che lo facessi per mestiere. Ma il mio mestiere è quello dell’attore (sorride).

Teatro, tv, cinema, che spettatore è?

Il teatro preferisco farlo sul palco. Sono invece uno spettatore assiduo di serie televisive. Amo il crime, i documentari crime, in questo caso sono molto esterofilo.

Chi è Vincenzo Ferrara fuori dal set?

Una persona normalissima (sorride), umile e simpatica, nonostante oggi, a quasi 53 anni, cominci ad appropriarmi un po’ di quella presunzione che avrei dovuto avere già prima. Non amo gli attori che si prendono sul serio, che credono che questo mestiere sia incredibilmente trascendentale, quando invece è un mestiere come un altro. Insomma, vivo il mio lavoro come un lavoro.

Cosa la rende felice?

Sapere che mio figlio è in salute e che non starò, non sarò, mai solo.

Cosa dice suo figlio del papà attore?

Penso sia orgoglioso. I ragazzi non dicono mai niente, anche per timidezza, ma la scuola intera sa che suo padre è Beppe di “Mare fuori” (sorride). Detto questo l’unica cosa positiva è che non vuole fare l’attore: probabilmente farà il medico come il nonno. Insomma, tutto torna.

GIORGIO CALCARA

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Nell’universo di Franco Battiato

 

“Battiato svelato” racconto un artista che ha attraversato musica, filosofia e sperimentazione senza mai fermarsi a una sola definizione. Edito da Rai Libri, il volume mette insieme ricordi, visioni ed episodi di musicisti, intellettuali e amici che hanno condiviso con il maestro siciliano pezzi di strada: da Vincenzo Zitello e Gianfranco D’Adda, da Simone Cristicchi a Vittorio Sgarbi, Marco Travaglio, Michele Lobaccaro, Pietrangelo Buttafuoco, Syusy Blady e altri ancora.

 

 

Qual è stata la domanda che si è posto prima di curare un libro su Franco Battiato?

La prima cosa che mi sono chiesto è stata se servisse davvero un altro libro su Battiato. Ci sono già biografie, saggi, interviste, materiali televisivi e online. Io non avevo autorizzazioni per una biografia ufficiale e non volevo farne un’altra. Allora mi sono chiesto che tipo di libro potesse avere davvero senso. La risposta è arrivata pensando a tutte le persone che con lui avevano lavorato, studiato, vissuto esperienze: musicisti, collaboratori, amici. Ho pensato che forse, invece di raccontarlo “da fuori”, fosse più interessante lasciare che fossero loro a raccontarlo, senza mediazioni, senza filtri.

C’è stato un confine che ha scelto consapevolmente di non attraversare in questo libro?

Non ho voluto imporre una mia interpretazione. Ho lasciato liberi tutti gli intervenuti di parlare attraverso il cuore. Senza forzarli in una direzione, senza guidarli. Ed è stato sorprendente scoprire che, pur arrivando da mondi diversi, tutti restituivano più o meno la stessa immagine: quella di una persona profondamente generosa, curiosa, attenta alla vita, all’esistenza, agli altri. Questo mi ha molto colpito, perché da tante voci emergeva un’unica figura.

Qual è il tratto umano che l’ha sorpresa di più raccogliendo queste testimonianze?

Mi ha colpito la molteplicità delle sue vite. Battiato non era solo un autore o un cantante: era poeta, musicista, sperimentatore, cineasta. Nel libro emergono anche aspetti meno noti: per esempio il fatto che disegnasse, che fosse stato illustratore, che cantasse in dialetto salentino, che avesse attraversato linguaggi e territori culturali molto diversi. Tutto questo compone un universo creativo molto più ampio di quello che normalmente si conosce.

Ed era anche un grande sperimentatore…

All’inizio degli anni Settanta portò in Italia strumenti elettronici come il sintetizzatore VCS3, prima ancora di artisti come Brian Eno. Le sue ricerche sonore, i collage musicali, le strutture sperimentali lo collocano pienamente dentro l’avanguardia. Ma la cosa più interessante è che ha sperimentato non solo i generi, ma se stesso. Per decenni ha messo in discussione la propria identità artistica, cercando continuamente la bellezza in forme nuove. Ed è questo, forse, il vero significato della parola “maestro”.

Qual è l’aspetto meno noto che nel libro può sorprendere il lettore?

Ci sono moltissimi racconti personali, viaggi, episodi umani e ironici. Emergono lati molto quotidiani, a volte teneri, a volte spiazzanti. C’è anche un ricco apparato iconografico che mostra un Battiato diverso, più intimo, più domestico, lontano dall’immagine pubblica. È un’occasione, per chi lo conosce già, di scoprirlo di nuovo. E per chi non lo conosce, di avvicinarsi a un uomo prima ancora che a un’icona.

È stato spesso percepito come misterioso, criptico. Secondo lei lo era davvero?

Aveva un grande progetto: proteggere la propria anima. Usava linguaggi complessi, simboli, riferimenti filosofici e spirituali non per confondere, ma per custodire la sua intimità. Portava temi profondi e talvolta “occulti” dentro la canzone popolare. E così facendo ha alzato enormemente il livello della cultura musicale italiana.

Dopo aver lavorato a questo libro, sente di conoscere meglio Battiato o di percepirne ancora di più l’insondabilità?

Entrambe le cose. Più lo racconti, più ti avvicini, ma resta sempre qualcosa che non si lascia afferrare. E forse è giusto così. Questo libro mostra alcuni aspetti che lui avrebbe forse voluto tenere nascosti, ma sempre con rispetto.

Cosa cambia quando un artista smette di appartenere solo a una biografia e inizia ad appartenere a una comunità?

Ritengo che oggi, più che mai, l’esempio e l’opera di Franco Battiato sono da considerare come un bene culturale italiano, da custodire, difendere e promuovere con amore, verità e giustizia, e credo che questo bene appartenga definitivamente al mondo ed essendo quindi di tutti non è esclusiva di nessuno.

Se questo volume dovesse essere letto da chi scopre oggi Battiato per la prima volta, cosa spera resti al lettore dopo l’ultima pagina?

Il senso del sacro, della profondità. La percezione che Battiato non è stato solo un artista, ma una presenza che ha avuto un impatto reale sulla vita delle persone.

 

Bruno Vespa

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Semplicità, trasparenza, passione

 

Dal 1996 alle grandi svolte della politica e della cronaca, il conduttore ripercorre la nascita e l’evoluzione di “Porta a Porta”: le emozioni degli inizi, la costruzione di una squadra solida, il rapporto con la politica italiana e i momenti che hanno segnato la storia del Paese e del mondo. Un racconto fatto di semplicità, trasparenza e passione, che spiega come il programma sia diventato un punto di riferimento della televisione italiana

 

Il debutto il 22 gennaio 1996, “Porta a Porta” di Bruno Vespa ha rivoluzionato la seconda serata televisiva e, dopo trent’anni continua a essere un punto di riferimento della televisione italiana. In onda il martedì, mercoledì e giovedì in seconda serata su Rai 1

 

 

Il 22 gennaio 1996 debuttava il programma di Bruno Vespa che ha cambiato la seconda serata televisiva. Non solo politica, in quella che venne subito ribattezzata la Terza Camera del Parlamento, ma anche il racconto dell’attualità, della cronaca, delle guerre e dei grandi fatti internazionali di questi anni, garantendo tempestività ed equilibrio. Diciassette Governi, undici Presidenti del Consiglio (tutti ospiti della trasmissione, con l’eccezione di Mario Draghi), quattro Papi, tre Conclavi, cinque elezioni presidenziali e tre Presidenti della Repubblica — Ciampi, Napolitano (entrambi ospiti del programma) e Mattarella.

Il segreto del successo? Rendere comprensibile a tutti la complessità degli avvenimenti, grazie a servizi, approfondimenti, esperti autorevoli e al contributo degli ormai celebri plastici. Tante le “prime volte”, a cominciare dalla telefonata in diretta di un Papa che sarebbe poi diventato Santo. È “Porta a Porta” il programma scelto da Beppe Grillo per il suo ritorno in Rai dopo 21 anni. In onda per 3.566 puntate, il programma di Bruno Vespa ha raccontato tutto: i piccoli fatti di costume e le grandi crisi mondiali, dall’11 settembre all’epidemia di Covid. Ma è stato anche il palcoscenico dello spettacolo italiano e internazionale: da Pavarotti a Bocelli, da Claudio Abbado a Riccardo Muti, da Mike Bongiorno a Stefano De Martino, da Alberto Sordi a Gigi Proietti, da Franco Zeffirelli a Vittorio Gassman, da Raffaella Carrà a Fiorello. Sulle celebri poltrone bianche si sono seduti Gianni Agnelli, Valentino, Farah Diba, Liza Minnelli, Michael Schumacher.

Martedì 9 settembre prende il via l’edizione del trentennale che accompagnerà, anche quest’anno, le serate degli italiani dal martedì al giovedì, fino al 28 maggio 2026. Una puntata speciale celebrerà le trenta candeline il prossimo 21 gennaio.

Una lunga storia, accompagnata dall’inconfondibile musica di “Via col Vento”, che ha ancora molte sorprese in serbo. Perché, come insegna il suo tema musicale, “domani è un altro giorno”.

 

Ventidue gennaio 1996, parte l’avventura di “Porta a Porta”. Ricorda le emozioni di quella prima volta?

Ricordo ancora l’emozione di vedere Romano Prodi seduto sulla poltrona di “Porta a Porta” durante la sigla del programma, mentre io dovevo fare il mio ingresso in studio. È stato in quel momento che ho realizzato che stava davvero iniziando una nuova avventura. Ero stato direttore del Tg1 per tre anni, ma quando nel 1996 è cominciato tutto capii che avrei dovuto imparare un altro mestiere. La televisione non è tutta uguale: fare il conduttore di un telegiornale è una cosa, fare il direttore del telegiornale o l’inviato è un’altra, condurre un programma di rete segue regole diverse. Ho dovuto imparare tutto da capo. Allora non sapevamo nemmeno se saremmo durati oltre il mese di giugno e invece, dopo trent’anni, sono ancora qua.

Come nacque l’idea del programma?

Avrei dovuto fare un programma di prima serata, che però non mi fecero fare, e fu una fortuna. Su Rai 1 un programma politico non può ottenere grandi ascolti in prima serata, è meglio collocarlo in seconda serata. Così, mentre ero a Palermo per il processo Andreotti, vidi per caso uno spot in televisione: “Seconda serata con Carmen Lasorella, da lunedì al venerdì”. Quando rientrai andai da Letizia Moratti, allora Presidente della Rai e di fatto capo azienda, e le chiesi: “Che devo fare, me ne vado?”. Alla fine, diedero tre serate a Carmen e due a me. Cominciammo così: io il lunedì e il mercoledì, lei gli altri giorni.

Trent’anni fa avrebbe mai scommesso su un successo di proporzioni così grandi?

Non ci avrebbe scommesso nessuno. In una presentazione dissi che la politica veniva fatta con la spada, con l’ascia. In televisione c’era Michele Santoro con “Samarcanda” e la politica era molto agguerrita, dura. Noi invece giocavamo di fioretto. “Porta a Porta” ha avuto successo perché ha puntato tutto sulla semplicità e sulla trasparenza. Può piacere o no, ma non abbiamo mai imbrogliato nessuno: nessuno può dire “mi hanno teso una trappola, un agguato”.

Uno dei grandi successi di “Porta a Porta” è anche quello di aver creato nel tempo una squadra solida…

Ci sono persone che lavorano con me fin dal primo numero e il grosso della squadra è con noi da almeno venti, venticinque anni. È un gruppo di lavoro fidelizzato, inoltre, chi è uscito dal programma è poi andato a lavorare al Tg 1, al Tg 2 o in altri programmi di successo.

Cosa ha dato la politica italiana a “Porta a Porta” e, viceversa, cosa ha dato “Porta a Porta” alla politica?

La politica italiana ha dato a questo programma la sua ragione di vita, perché anche se ci siamo occupati di spettacolo, cronaca e costume, l’atto di nascita di “Porta a Porta” è la politica. Noi, secondo me, abbiamo aiutato la politica a farsi capire, costringendo i politici a esprimersi con semplicità e soprattutto mettendoli a confronto, permettendo allo spettatore di farsi un’idea propria.

È così anche adesso?

La politica italiana è cambiata e di conseguenza anche “Porta a Porta”. All’inizio, per parecchi anni, abbiamo fatto numeri monografici, in un’ora e mezzo di programma ci dedicavamo a un solo tema, di politica o di costume. A un certo punto, però, dalla sera alla mattina dissi alla redazione che questa formula non reggeva più, perché troppo lunga. Abbiamo quindi deciso di spezzare il programma e affrontare due temi. Spesso iniziamo con la politica, ma anche con altro. A volte capita che la cronaca abbia la prevalenza sulla politica, negli ultimi tempi, per esempio, ci siamo dedicati molto al caso di Garlasco e a Trans-Montana (l’incendio del locale in Svizzera durante i festeggiamenti di Capodanno).

Le sfide elettorali e i grandi fatti di cronaca, dall’omicidio di Cogne alle Torri Gemelle, dalla Concordia al Covid. Quali fatti restano più vivi in lei di queste tre decadi di racconto italiano e internazionale?

Io ho avuto professionalmente due vite. La prima dal 1969, quando sono entrato al telegiornale, fino al 1996: quasi ventisette anni in cui ho attraversato un pezzo importante della storia italiana, dal caso Moro a Piazza Fontana, dall’annuncio dell’elezione di Papa Wojtyla nel 1978 alla morte di Pertini, fino a Tangentopoli. Nel trentennio di “Porta a Porta” posso citare l’attentato alle Torri Gemelle, ventisette anni dopo ho dato l’annuncio della morte di Wojtyla, un Papa al quale sono stato personalmente molto legato. Ma anche la telefonata di Giovanni Paolo II nel 1998, quando volle ringraziarmi per aver ricordato il ventennale della sua elezione, e poi ancora l’attentato di Nassiriya, il terremoto de L’Aquila, la mia città, dove sto andando proprio ora perché si inaugura l’anno della Capitale della Cultura. Ci sono stati tantissimi momenti di grande coinvolgimento, senza dimenticare i grandi casi di cronaca, da Cogne a Garlasco, che restano ancora in parte inesplorati, grandi misteri.

In trent’anni il Paese e il mondo sono cambiati…

Mai avremmo pensato di avere un Presidente degli Stati Uniti così imprevedibile e spiazzante.

Immagini Donald Trump nel suo salotto: cosa gli chiederebbe?

Gli chiederei, in termini garbati, di usare un linguaggio più educato, perché a volte, anche sulle cose in cui ha ragione, si esprime in modo talmente forte da mettere a disagio l’interlocutore.

Che emozioni prova nei confronti dei tempi che viviamo e cosa la incuriosisce di quelli che verranno?

Se alla mia età, dopo oltre sessant’anni di mestiere, sono ancora qui appassionato, è perché la mattina non so cosa farò la sera. Il futuro è imprevedibile e in questo sta la bellezza di questo mestiere: raccontare le cose mentre succedono, senza avere la più pallida idea di ciò che avverrà dopo.

È possibile sorprendere Bruno Vespa?

Assolutamente sì, perché le sorprese arrivano anche dalle piccole cose. A volte ci sono personaggi che si rivelano all’ultimo momento, in modo imprevedibile. Le sorprese possono essere positive o negative: ci sono persone, politici per esempio, molto preparate che in televisione rendono poco, e altre più modeste che invece sembrano Churchill. È un grande classico. Reagan è stato un grande Presidente degli Stati Uniti e possedeva una capacità comunicativa straordinaria: anche quando diceva cose banali sembrava stesse leggendo la Bibbia.

Che cosa insegna Bruno Vespa con “Porta a Porta” alla televisione?

Bruno Vespa non insegna niente, perché il ruolo della televisione è informare, non insegnare. Quello che cerco di dire è che semplicità e trasparenza sono la chiave di tutto. Ciò di cui sono da sempre più orgoglioso è che, come ho detto spesso, noi venivamo guardati da Agnelli e dal suo cameriere, nel senso che siamo leader sia nella fascia più alta per livello di istruzione sia in quella più bassa. Ci capiscono tutti e questo, per chi fa televisione in una rete generalista come Rai 1, è un grandissimo orgoglio.

Anteprima Cinema

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Tornatore racconta Amadeo Peter Giannini

 

Il regista Premio Oscar al lavoro sulla storia straordinaria del grande banchiere americano d’origine italiana

 

 

Rai Cinema e Kavac Film annunciano il nuovo film del Premio Oscar Giuseppe Tornatore, “The First Dollar (Il Primo Dollaro)” dedicato alla figura di Amadeo Peter Giannini, fondatore della Bank of Italy – poi divenuta Bank of America – e protagonista di una delle storie più straordinarie del Novecento. Il regista Giuseppe Tornatore sta ultimando in queste settimane la scrittura della sceneggiatura. Il film sarà girato interamente in inglese con un cast di attori italiani e internazionali. Amadeo Peter Giannini, figlio di emigrati liguri, nato in California nel 1870, ha dimostrato come sia possibile costruire un’impresa destinata a cambiare la storia, restando fedeli a un’idea profondamente umana di progresso. Seppe rivoluzionare il sistema bancario mettendo il credito al servizio delle persone comuni: immigrati, lavoratori, donne, famiglie fino a quel momento escluse. Amava ripetere che non si può diventare mai così grandi da dimenticarsi della gente comune, un principio che ha guidato ogni sua scelta. La sua vita attraversò diversi momenti simbolici della storia americana e mondiale: la ricostruzione di San Francisco dopo il terremoto del 1906, quando riaprì la banca tra le macerie per restituire fiducia a una città ferita; il sostegno decisivo alla nascita della grande industria cinematografica, finanziando opere di Charlie Chaplin, Walt Disney e Frank Capra; la costruzione del Golden Gate. Finanziò inoltre sia il New Deal che il piano Marshall e contribuì alla ricostruzione dell’Europa e dell’Italia nel secondo dopoguerra. “Ho accolto con entusiasmo la proposta dei produttori di riprendere in mano un progetto a cui avevo lavorato qualche anno fa – dice Giuseppe Tornatore – la storia di Amadeo Peter Giannini, l’italiano che rivoluzionò il sistema bancario americano. Una vicenda quasi leggendaria che sembra nata proprio per essere raccontata dal cinema. Sono felice di intraprendere questa nuova avventura al fianco di Simone Gattoni, Marco Bellocchio e Paolo Del Brocco.” Per Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, “affidare questo racconto a Giuseppe Tornatore significa puntare su uno sguardo capace di unire memoria, emozione e respiro epico, restituendo la coerenza morale di un uomo che ha dimostrato come il successo economico possa andare di pari passo con la responsabilità sociale.” Per Simone Gattoni, produttore per Kavac Film, “portare in sala questa opera è un atto che contribuisce a conservare la memoria, ma che rappresenta anche un messaggio per il presente: la storia di un italo-americano che ha cambiato il mondo senza mai perdere di vista le persone, guardando a un capitalismo etico”.

 

Alessandro Tedeschi

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L’altro? Un altro te stesso

 

Nella serie “La Preside”, il lunedì in prima serata su Rai 1, è il professore di italiano convinto che la scuola debba rappresentare per i ragazzi un’occasione di riscatto, salvezza e futuro. L’attore genovese al RadiocorriereTv: «Tra i banchi ci si avvicina, piano piano, alla propria identità»

 

 

Cosa ha pensato quando le è stato proposto di fare parte de “La Preside” con un ruolo così importante?

Ho pensato di essere molto fortunato, perché ogni tanto ci sono dei ruoli di cui c’è bisogno, per la gente che ti guarda ma anche per te come attore, perché ci sono personaggi che in qualche modo ti puliscono un po’ l’anima, ti svegliano, ti aprono dei punti di vista che magari non fanno parte della tua vita. Secondo me Vittorio è uno di quelli. La sua tenacia, la sua caparbietà, mai in qualche modo coercitiva coi ragazzi, ma sempre volta a stimolarli in un modo costruttivo, creativo, sono una cosa molto bella da indagare.

 

Come è stato l’incontro, tra le pagine della sceneggiatura, con il suo Vittorio Leoni?

Ho pensato che avesse un filo molto semplice da trovare perché è scritto molto bene e quando un personaggio è scritto bene non ci sono lati oscuri, è molto semplice calarcisi dentro. Oltre a essermi divertito leggendo, ho pensato di trovarmi di fronte a un uomo che aveva bisogno, per se stesso, di aiutare. E ci sono anche delle battute che ce lo dicono: l’unico modo per rendersi felici è l’azione. Anche gli analisti, se sei depresso, ti spingono ad agire, a fare qualcosa. E secondo me è quello che un po’ fa Vittorio quando arriva a Caivano.

 

Cosa ha dato a Vittorio della sua esperienza di uomo e di padre?

Il fatto di non arrendersi mai quando non vedi dei miglioramenti immediati, e questo a volte da padre è difficile, vorremmo sempre che i nostri figli fossero all’altezza delle nostre aspettative. Non fare sentire questo peso è una gran cosa per loro, in modo da permettergli di vivere la loro infanzia, la loro adolescenza, con più serenità.

 

Nella serie la scuola viene definita quasi un luogo sacro. Perché questa sacralità è così importante?

La scuola è un luogo dove un ragazzo, soprattutto nella fascia di età che indaghiamo nella serie, ma anche un bambino, inizia ad avvicinarsi, ad accarezzare, quella che sarà la sua identità: è un luogo dove piano piano ci si scopre. Spesso in famiglia sono i nostri genitori ad attribuirci un’identità, la scuola è un posto di passaggio dove i ragazzi, i bambini, iniziano a conoscersi, a capire che tipo di “animali” sono. Lo fanno in mezzo agli altri, con quello che studiano, con il rapporto con adulti che non sono i propri genitori. La scuola è un luogo dove ci si avvicina piano piano alla propria identità.

 

Tra i suoi professori ce n’è stato uno che in qualche modo le ricorda Vittorio?

È stato un professore di lettere in un liceo a Milano, scuola che frequentai per sei mesi una volta trasferitomi da Genova, era un ex giornalista e diceva una sorta di aforisma da lui stesso creato che secondo me sta benissimo a Vittorio: “Quando insegno sogno”.

 

Cosa cercano i ragazzi oggi?

Credo che cerchino l’immediatezza, tutto confluisce in quello. E penso che non sia così solo per i ragazzi, ma per tutto il genere umano. Tutto è cambiato, a partire dalle lunghe distanze che ci volevano per raggiungere un posto, dagli iter di studi necessari per raggiungere un posizionamento. L’uomo cerca il massimo rendimento con il minimo sforzo…

 

L’uomo ha “perso” la pazienza…

Abbiamo costruito una tecnica che ci facesse soddisfare i nostri desideri per arrivare prima alle cose. E tutto, in qualche modo, sta andando in questa direzione. Senza troppo giudizio, si stanno riducendo i tempi dell’attesa per ottenere le cose. Penso che ragazzi vogliano immediatamente e siano poco disposti a cedere a compromessi. Ma non è colpa loro, è la società in cui noi li abbiamo traghettati.

 

Quale tassello rappresenta “La Preside” nella sua carriera d’attore?

Una cosa molto bella. Andare a lavorare circondato da tanti bravi artisti, dal punto di vista tecnico, attoriale, registico, una squadra di livello altissimo, quindi una grande deresponsabilizzazione della recitazione. La fatica è stata quella di essere arrivato a fare, e a vincere, quel provino, poi, quando lavori in contesti meravigliosi fatti da professionisti che parlano la tua lingua, basta abbandonarsi. Mi sono abbandonato al contesto in cui ero perché mi sentivo protetto.

 

All’uomo Alessandro, invece, cosa resta alla fine di questa esperienza?

Una sensazione di benessere che c’è nell’aiutare gli altri, ma non parlo dei componenti della tua famiglia, perché quello è un dovere, parlo delle persone che non si conoscono. Considerare l’altro come te stesso, come un tuo simile, come un tuo figlio. Questa visione più ampia è quella che mi vorrei portare dietro di Vittorio.

 

 

 

Sanremo

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Vi aspettiamo al Festival

 

Laura Pausini affiancherà Carlo Conti nella conduzione delle cinque serate

 

 

Laura Pausini torna a Sanremo, sul palco che la vide esordire e vincere trentatré anni fa con “La Solitudine”. Sarà l’artista italiana più premiata nel mondo a condurre insieme a Carlo Conti, direttore artistico del Festival, le cinque serate della manifestazione in onda in diretta su Rai 1, RaiPlay e Rai Radio2 dal 24 al 28 febbraio. Dopo la vittoria tra i giovani del 1993, il terzo posto tra i big nel 1994 con “Strani amori” e sei presenze da superospite, l’artista romagnola è al Festival in una veste nuova.

“Ringrazio Laura per aver accettato subito con entusiasmo il mio invito” dice Carlo Conti. “È un grande onore ed una gioia condividere la conduzione del festival con un’artista ed una donna così forte, così carismatica e divertente come Laura. Con noi poi si alterneranno ogni sera vari co-conduttori e co-conduttrici con i quali animeremo il palco dell’Ariston”.

“Sanremo è il mio destino. Il mio sorriso. La mia tentazione. La mia paura” commenta Laura Pausini.  “A Sanremo sono nata artisticamente nel 1993 e quest’anno torno orgogliosa e commossa perché con tutto l’onore e la gioia del mondo condurrò con Carlo Conti la 76° edizione del Festival. Le prime volte non si scordano mai e come quando si dà il primo bacio mi sento emozionata. Ho passato tutti gli anni della mia vita vedendo Sanremo e mai avrei pensato di trovarmi ora in questo ruolo. Ringrazio Carlo, la stima che provo per lui da sempre è diventata anche fiducia, è riuscito a sbloccare la mia paura nell’immaginarmi conduttrice.  Non vedo l’ora di divertirmi e commuovermi con lui al mio fianco. Farò davvero tutto il possibile per essere all’altezza di questo palcoscenico che rimane il più importante per me”.

Icona pop a livello globale, più di 75 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, più di 6 miliardi di streamings, prima e unica italiana a vincere 1 Grammy Award e ad entrare nella Billboard Hot 100, Laura Pausini ha conquistato 4 Latin Grammy Awards, è stata celebrata dalla Latin Recording Academy come “Person of the Year 2023” (prima in assoluto non madrelingua spagnola a ricevere questo riconoscimento). Nel suo palmarès vanta anche un Golden Globe, una candidatura agli Oscar e agli Emmy Awards. Vanta inoltre la co-conduzione internazionale dell’edizione 2022 di Eurovision Song Contest, a Torino, con Mika e Alessandro Cattelan.

Musica

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Corpi celesti e una voce che attraversa il tempo

 

Giorgia apre il 2026 con un nuovo singolo estratto dall’album “G”, dopo un anno da numeri impressionanti tra classifiche, radio, streaming e palasport sempre pieni, confermando una stagione artistica che unisce pop, intensità e una rara fedeltà del pubblico

 

 

Arriva in radio “Corpi celesti” e sembra quasi il naturale proseguimento di un viaggio che non si è mai fermato. Dopo un 2025 costruito su risultati fuori scala, Giorgia inaugura il nuovo anno con un brano che mette al centro il coraggio di sentirsi parte di qualcosa di più grande, un invito ad allargare lo sguardo e a riconoscere quanto le nostre vite siano intrecciate, come corpi che orbitano nello stesso spazio emotivo. Scritto da Federica Abbate, Cripo e Raige e prodotto da Cripo ed Enrico Brun, il singolo aggiunge un nuovo capitolo a un album che ha già lasciato un segno profondo. “G”, il suo ultimo lavoro di inediti, ha debuttato direttamente al numero uno delle classifiche FIMI, sia per gli album sia per i formati fisici, diventando il fulcro di un anno che ha visto Giorgia dominare le classifiche e la radio. “La cura per me”, certificato doppio platino, è rimasto per dodici settimane consecutive ai vertici delle vendite ed è stato il secondo singolo più venduto del 2025, superando i 160 milioni di stream globali, mentre il videoclip ha chiuso l’anno al secondo posto tra i più visti su Vevo. In un panorama sempre più affollato, Giorgia è stata anche l’unica artista donna presente nella Top30 degli italiani più ascoltati nel mondo nel primo semestre 2025. Il suo impatto si è sentito forte anche in radio, dove tutti e tre i singoli tratti da “G” hanno conquistato la Top100 annuale di Earone. “Golpe” ha raggiunto il primo posto nell’airplay generale ed è stato uno dei debutti più potenti dell’anno, mentre “La cura per me”, presentato a Sanremo 2025, ha chiuso la stagione come il brano sanremese più trasmesso in radio tra quelli interpretati da un’artista donna. Dal vivo, il pubblico ha risposto con lo stesso entusiasmo. Dopo il “Come Saprei Live” nelle location più suggestive d’Italia e un tour nei palasport completamente sold out, per un totale di oltre centomila biglietti venduti, Giorgia tornerà sul palco da marzo 2026 per un nuovo ciclo di diciotto date nei palasport. Più di due ore di concerto in cui i nuovi brani di “G” si intrecciano ai successi che hanno segnato la sua carriera, in uno spettacolo costruito per emozionare, sorprendere e far cantare dall’inizio alla fine. Ad accompagnarla sul palco una band di altissimo livello, con Sonny Thompson al basso e chitarra, Mike Scott alla chitarra, William Mylious Johnson alla batteria, Gian Luca Ballarin e Fabio Visocchi alle tastiere, Diana Frodella e Andrea Faustini ai cori, e una sezione d’archi guidata da Valentina Sgarbossa al violoncello con Caterina Coco e Alessio Cavalazzi ai violini e Matteo Lipari alla viola. Una squadra che trasforma ogni concerto in un vero paesaggio sonoro, all’altezza di una voce che da anni non smette di orbitare tra tecnica, anima e pubblico.

Andrew Howe

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La metamorfosi del campione

 

Dal salto in lungo alla macchina da presa, il grande campione si racconta tra sport e recitazione. L’ingresso nella “famiglia” di “Don Matteo”, la sfida di mettersi in gioco senza protezioni e il valore del lavoro di squadra. Appuntamento ogni giovedì in prima serata su Rai 1

 

 

 

Da sportivo abituato alle grandi competizioni, si è allenato tutta la vita alle sfide. Qual è stata quella più grande entrando nel mondo di “Don Matteo”?

Sicuramente mettermi completamente in gioco senza protezioni. Nello sport sei abituato a confrontarti con numeri, misure, cronometri, qui, invece, ti misuri con te stesso, con le tue emozioni, con la capacità di essere credibile. È stato come tornare all’inizio di tutto, con l’umiltà di chi sa di dover imparare.

Da atleta ad attore, un salto in lungo importante, questa volta davanti alla macchina da presa! Come si sente in questa nuova veste e cosa l’ha sorpresa di più della recitazione?

Mi sento curioso, vivo. Quello che mi ha sorpreso di più è quanto la recitazione sia fisica e mentale allo stesso tempo. Non è solo dire una battuta, è ascolto, presenza, controllo del corpo, gestione dell’energia. In questo mi sono sentito a casa.

Ci racconti il suo personaggio: cosa l’ha affascinata e in cosa, se c’è, le somiglia?

Mi ha affascinato il suo lato umano, il suo non essere “perfetto”. Mi somiglia nella determinazione e nel bisogno di trovare un equilibrio tra ambizione e valori personali. È un uomo che cerca il suo posto, e questo lo rende molto vero.

Come è stato accolto nella “famiglia” di “Don Matteo”, una serie così amata e con una lunga storia alle spalle?

Con grande rispetto e calore. Mi sono sentito subito parte di un gruppo che lavora con passione e professionalità, ma anche con leggerezza. È una vera famiglia, e questo rende tutto più naturale, soprattutto per chi arriva da fuori.

Cosa la incuriosisce e l’attrae di più del mondo dello spettacolo rispetto a quello dello sport?

La possibilità di raccontare storie. Nello sport racconti te stesso attraverso la prestazione, nello spettacolo porti in scena tante vite diverse, esplori emozioni e punti di vista che vanno oltre la tua esperienza personale.

Lo sport insegna disciplina, sacrificio, lavoro di squadra. Quanto le sono stati utili sul set?

Totalmente. Il set è un lavoro di squadra come una staffetta o una finale importante. Arrivare preparato, rispettare i tempi, saper ascoltare e adattarsi: sono tutte cose che lo sport ti imprime dentro e che qui fanno davvero la differenza.

Tra atletica e recitazione: cosa le dà più adrenalina oggi?

Sono due adrenaline diverse. L’atletica è esplosiva, immediata, la recitazione è più sottile, cresce piano e poi ti colpisce all’improvviso. Oggi le vivo entrambe con gratitudine, senza fare confronti.

Il pubblico la conosce come campione sportivo. Che effetto le fa farsi scoprire in una veste completamente nuova?

È emozionante e anche un po’ vulnerabile. Ma è bello mostrarsi per quello che si è davvero, non solo per un ruolo. Credo che la vita sia fatta di evoluzione, e io non ho paura di cambiare.

Pensa che la recitazione possa diventare una seconda carriera o la vive come una nuova sfida personale?

La vivo come una grande opportunità e una sfida personale. Non faccio programmi rigidi: mi interessa crescere, imparare e fare le cose con serietà. Poi sarà il percorso a dire dove può arrivare.

Che messaggio le piacerebbe arrivasse ai giovani che la seguono, sia come sportivo che come attore?

Di non avere paura di reinventarsi e di restare fedeli a sé stessi. Il successo non è solo vincere, ma trovare un senso a quello che fai. Per me questo senso oggi passa anche dalla mia compagna Ilaria e da mia figlia Anna: loro mi hanno cambiato la vita, mi hanno insegnato cosa conta davvero e mi ricordano ogni giorno perché vale la pena dare il massimo, in qualunque campo.

Film Tv

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Una famiglia, un uomo, un poeta

 

“Zvanì – Il Romanzo Famigliare di Giovanni Pascoli” di Giuseppe Piccioni, con Federico Cesari (Giovanni Pascoli), Benedetta Porcaroli (Mariù), Liliana Bottone (Ida), Luca Maria Vannuccini (Raffaele Pascoli) e con la partecipazione straordinaria di Riccardo Scamarcio (Pietro Cacciaguerra, il presunto mandante dell’omicidio di Ruggero Pascoli, padre del poeta) e di Margherita Buy (Emma Corcos), in onda martedì 13 gennaio in prima serata su Rai 1

 

 

La storia prende il via nel 1912: Giovanni Pascoli è morto e un treno parte da Bologna per le sue esequie con studenti, autorità e parenti, tra i quali la sorella Maria, chiamata Mariù. Il viaggio riflette il lutto del paese, dove persone di tutte le classi sociali rendono omaggio al poeta del quale – attraverso i ricordi di Mariù – viene ripercorsa la vita: l’assassinio del padre, la giovinezza segnata dalla povertà, l’impegno politico e il rapporto complicato con Giosuè Carducci. Ma, nonostante le difficoltà personali e politiche, Pascoli si laurea e, dopo anni, riabbraccia le sorelle. Vivono insieme, ma le dinamiche familiari sono tese: Ida, più indipendente, lascia il fratello per cercare una vita propria. Giovanni, famoso ma infelice, si ritira con Mariù a Castelvecchio, dove il treno che lo porta alla sepoltura attraversa uno spazio surreale, con apparizioni misteriose, come nelle sue poesie.

 

Oltre la polvere

Il regista – Giuseppe Piciconi – racconta il suo Pascoli

«Ho letto la bella sceneggiatura di Sandro Petraglia e ho deciso di fare questo film, senza preoccuparmi di collocarlo nella forma rituale del biopic. Ho cercato di fare un film personale, assecondando il mio istinto, che spesso ha le sue ragioni, una sua logica. Grazie al lavoro e alla complicità di Sandro Petraglia e alla sua disponibilità ho cercato di mettere a fuoco alcuni aspetti di molte poesie di Pascoli in cui il poeta e i defunti si parlano, arricchendo la cornice del racconto – il treno speciale che porta il feretro di Giovanni da Bologna a Barga dopo la sua morte – con intrusioni, apparizioni, un clima da dormiveglia, accantonando il realismo stretto, dove qualcosa di “pascoliano” si affianca ai personaggi presenti in treno. Qualche critico qualificato ha detto, a ragione, che alcune poesie che possiamo definire famigliari di Pascoli, sono sedute spiritiche. Così il viaggio si dilata, il treno non è più cronaca o funzione ma è in stretta relazione con il passato, le ellissi del racconto, i salti e il presente abitato da ricordi, visioni così come nel racconto del passato si intravede l’ombra del viaggio in treno, di un destino che si compie. Poi mi sono dedicato agli attori, soprattutto ai giovani attori del film, con la dedizione e la soddisfazione di sempre, e ho potuto sceglierli liberamente, senza pressioni o richieste particolari. Con passione uguale alla mia, si sono buttati con generosità in questa avventura. Abbiamo scelto di amare Pascoli, fino in fondo, e anche le sue sorelle e tutti i personaggi secondari, non trascurando alcune ombre e ambiguità, ma senza indulgere nel gossip, senza assecondare alcune morbose e facili interpretazioni della sua vita famigliare. Ho sempre amato Pascoli e ho approfittato di questa occasione per approfondire la conoscenza della sua biografia e dell’opera. Ho approfondito la conoscenza di Pascoli leggendo tutto quello che potevo, compresi gli scritti di Cesare Garboli e di altri critici del tempo e non, compresa la monumentale biografia scritta da Mariù, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”, preziosissima, i numerosi e altrettanto preziosi consigli, contributi, libri e pubblicazioni di Rosita Boschetti, direttrice del Museo Casa Pascoli di San Mauro. Ringrazio anche Sara Moscardini per il sostegno e la vigile collaborazione nella Casa Pascoli di Barga. In tutti ho trovato, spunti, avvertenze, una mappa ragionata in cui orientarmi. Ho letto anche alcuni suoi poemi in latino, con l’aiuto del testo originale e della traduzione. Inevitabile omettere qualcosa, e operare qualche piccola forzatura così sterminata è la sua produzione poetica insieme a saggi, componimenti in latino, poemi e poemetti, canti, gli studi su Dante e tutto ciò che sua sorella Maria, ha raccolto negli anni, e che con la stessa meticolosità è stato sapientemente schedato e catalogato nel Museo Casa Pascoli di San Mauro e nella Casa Barga di Castelvecchio Pascoli. Cosa abbiamo cercato di fare? Beh, sicuramente mettere al riparo il poeta da facili semplificazioni che riguardano la sua vita, per altro smentite da una nuova ricca documentazione di lettere e testimonianze raccolte nel tempo. Poi dichiaro candidamente che il mio amore per Pascoli è senza riserve e che è tutto da rivedere il modo in cui gli studenti della mia generazione lo hanno studiato. Un modo riduttivo, spesso polveroso, solo come un poeta delicato e tragico, quello delle piccole cose, sottolineato dalla sventura che ha accompagnato la sua vita nel corso dell’infanzia e della giovinezza. In questo sono stato aiutato dal copione che circoscrive il racconto alle sue vicende famigliari, con il corrispettivo poetico di quelle vicende, in particolare al rapporto intenso, felice e insieme ambiguo, con le sorelle. Per semplificare abbiamo raccontato un periodo della sua vita che va dalla prima giovinezza fino ai suoi quarant’anni. Fino al suo arrivo, con Mariù, nella nuova casa di Barga dopo che l’altra sorella, la maggiore, Ida, aveva rotto il patto che legava i tre fratelli, il tentativo di Giovanni di ricreare IL NIDO, quella famiglia perduta e dispersa dopo la tragica morte del padre. Non ci sono tutti i luoghi vissuti e abitati dal poeta, i suoi amici lucchesi, il felice periodo di Messina, e poi Livorno, Firenze, e molto, molto altro. Sarebbe stato impossibile avendo solo 5 settimane a disposizione per girare.»

SECONDA SERATA

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Passaggio a Nord Ovest

 

 

Dal 12 gennaio il programma del sabato di Rai 1, ideato e condotto da Alberto Angela, andrà in onda anche il lunedì nella nuova collocazione oraria per raccontare le bellezze del nostro Paese e di località lontane insieme a incredibili storie di popoli e luoghi

 

 

Leonardo da Vinci lo definì “un capolavoro della natura”: è il gatto, l’animale domestico più presente nelle case degli italiani. Intelligente, autonomo, misterioso, estremamente agile, ma con una sublime grazia nei movimenti. Proprio al gatto sarà dedicata l’apertura del primo appuntamento in seconda serata di “Passaggio a Nord Ovest”, in onda da lunedì 12 gennaio su Rai 1. Il programma di Alberto Angela si sposterà poi in Sardegna per visitare la Necropoli neolitica di Sant’Andrea Priu, dove si trovano una ventina di tombe scavate nella roccia: sono le domus de janas. La parola Domus fa capire che le tombe riproducevano le fattezze di una bellissima casa, come se fossero la dimora per l’aldilà dei defunti. Invece Janas significa Fata o Strega: infatti secondo la tradizione popolare, all’interno di questi luoghi vivevano delle fate che tessevano con fili d’oro o d’argento ai telai, rimanendo di giorno all’interno e uscendo di notte. Il viaggio di “Passaggio a Nord Ovest” continua in Nepal, dove si trovano 8 delle 10 montagne più alte del mondo, terra che per questo motivo si presenta come un luogo inaccessibile. Nonostante sia stato avviato un programma di infrastrutture viarie, le regioni più remote restano raggiungibili solo affrontando grandi rischi: la puntata racconterà le storie e il coraggio di alcuni abitanti che percorrono le “strade” disponibili per l’approvvigionamento dei beni necessari. Nervi saldi, perseveranza e spirito di adattamento sono quindi fondamentali.