PEPPONE CALABRESE

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Racconto un’Italia autentica

“L’Italia che ho visto” è il libro di Giuseppe Calabrese detto Peppone, edito Rai Libri, scritto grazie all’esperienza di “Linea Verde” e alla passione per la terra e per le tradizioni. Tra le pagine, un viaggio alla scoperta di tante realtà locali della Penisola, spesso poco note, tra la buona tavola e le buone pratiche

Grazie all’esperienza di “Linea Verde” che Italia ha scoperto?

Autentica, consapevole e responsabile. Quando andiamo a girare per “Linea Verde” e arriviamo nei luoghi, le persone ci accolgono con entusiasmo. Sanno che abbiamo un grande rispetto e una grande responsabilità verso chi non ha voce. Questa consapevolezza le mette a proprio agio. È un po’ come quando andavo a casa di nonno Peppe in un paese vicino Potenza e percepivo l’importanza di dare voce a chi veramente non ha mai avuto modo di raccontare la propria vita. Diventa un momento magico, di grande ricchezza e culturalmente altissimo. In tutti questi anni di “Linea Verde” sono cresciuto tanto per la conoscenza dei valori che hanno fatto grande l’Italia.

E da tutti questi viaggi è nato il libro “L’Italia che ho visto”, che è un viaggio nei sapori ma soprattutto nella cultura…

Non vuole essere un libro di ricette, ma un libro di chi prova a restituire le emozioni che in questi anni ho provato. Ho raccontato delle storie bellissime, di persone che hanno contribuito con l’etica del lavoro a far sì che un determinato territorio avesse uno stile ben preciso. Si parla anche di dialetto e dell’importanza di alcune pratiche agricole, fondamentali per far sì che le attività siano sostenibili, dove per sostenibilità non si intende solo quella ambientale ma anche economica che poi è quella che permette alle persone di restare nei territori ma soprattutto di invertire il paradigma della resilienza.

Cosa intende, nel suo libro, per “buona pratica”?

Etica, l’esercizio ripetuto quotidianamente per far sì che il prodotto finale sia di grande qualità. Che poi non è altro che la buona pratica degli artigiani che ci hanno sempre invidiato in tutto il mondo. Dalla moda all’arte, dalla cucina alla musica, fino alla poesia.

Tra le “buone pratiche” riportate nel libro, vuole raccontarcene qualcuna in particolare?

Sicuramente la transumanza, una tradizione che non deve finire. E per far sì che possa continuare ad esistere, c’è bisogno dell’acquisto consapevole. Si tratta di un vero e proprio atto politico, perché in quel momento, chi acquista, sta decidendo per un prodotto o per un altro. Bisogna conoscere il valore della transumanza e di questi animali che stanno al pascolo, che alimentano la biodiversità con il loro incedere lento dalla pianura alla montagna e viceversa, che danno una mano al pianeta perché mangiando il sottobosco non alimentano per esempio i fuochi.

Parlando della transumanza, attraverso i tratturi, si arriva fino in Basilicata, che è la sua terra di origine. Quali sono le tradizioni della tavola?

Quelle che passano anche dalle mani sapienti delle nonne. La pasta fatta in casa non è solo un buon piatto, ma anche un momento di condivisione in cui in cucina c’è una festa. Io credo di essere sempre stato un amante del mondo antico, che però strizza l’occhio alla tecnologia che potrebbe aiutare l’agricoltura ad essere migliore. Le usanze non vanno perse, così come dovremmo mantenere i modi gentili della condivisione che per tanti anni hanno portato l’Italia ad essere apprezzata e invidiata da tutti.

Lei è ambasciatore della dieta mediterranea nel mondo. Qual è l’essenza di questo messaggio?

Quando ripenso che ne sono ambasciatore mi guardo fisicamente e mi dico che non sono proprio un testimone meraviglioso. Però è più forte il messaggio che io posso lanciare. Perché la dieta mediterranea è uno stile di vita, anche lento, che si basa sulla relazione, sul convivio, sullo star bene.

I suoi prossimi viaggi su e giù per l’Italia?

Prossimamente con “Linea Verde” saremo a Carrù, in provincia di Cuneo, per la fiera del “Bue Grasso”, una fiera eccellente italiana del bestiario e di allevamenti virtuosi. Poi andremo in Sardegna, in Toscana, forse anche in Ciociaria.

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GIULIA SANGIORGI

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Io e Mirella? Una cosa sola

Il sorriso è la carta vincente di Mirella, a “Il Paradiso delle Signore” dall’inizio della stagione e già personaggio molto apprezzato dal pubblico. Il RadiocorriereTv incontra la giovane attrice emiliana

Come accoglierebbe la sua Mirella i lettori del RadiocorriereTv al loro ingresso nei locali del Paradiso, magari per fare acquisti?

Mirella sarebbe felicissima, ha tanta energia e voglia di accogliere tutti con il sorriso, ama fare sentire le persone accettate, anche perché lei, nella sua vita, spesso non lo è stata.

Ci racconta l’incontro con il suo personaggio?

L’incontro è avvenuto ai provini, prima da remoto poi in presenza. All’inizio avevo avevo solo una descrizione generale di Mirella, ragazza madre scappata dalla famiglia dopo avere avuto un figlio da un uomo che poi l’ha abbandonata. Cosa non facile a quei tempi, quando c’era purtroppo un’altra mentalità. C’è stato poi il secondo provino, in cui si chiedeva a Mirella di accogliere una cliente al Paradiso, una scena dinamica e piena di entusiasmo.

Oggi, a distanza di qualche mese, cosa pensa di Mirella?

Sta diventando parte di me. Appena arrivata sul set i colleghi mi dicevano che nel giro di un paio di mesi mi sarebbe sembrato di essere un tutt’uno con il mio personaggio, e così è stato. Più andiamo avanti e più diventiamo una cosa sola: stimo tantissimo Mirella, una donna che si è data da fare, che sta crescendo da sola un bambino, che non si fa mai prendere dallo sconforto. La sua determinazione è da prendere come esempio, nonostante sia stata ferita continua a credere nell’amore, ha sempre una buona parola per gli altri che cerca sempre di aiutare.

Che ricordo ha del suo primo ciak al “Paradiso”?

Eravamo a casa delle ragazze, con Elvira, la capocommessa, e Irene, una delle Veneri. La mia Mirella provava i vestiti che, non avendo soldi, le nuove amiche le stavano regalando per renderla presentabile al lavoro. Un battesimo emozionante, ho un bellissimo ricordo.

Cosa sta scoprendo degli anni Sessanta?

Penso all’emancipazione della donna, alle varie rivoluzioni che li hanno attraversati. Li si conosce poco perché molto vicini a noi e quindi sono un po’ trascurati dalla scuola. Questa esperienza a “Il Paradiso delle Signore” mi consente di viverli da vicino.

E della moda di quel periodo cosa pensa?

La amo (sorride). Sin dalle prime prove costume mi sentivo nei panni giusti per me: i colori sgargianti, le forme. Sono chicche. Sul finire dei Sessanta arrivano anche le gonne più corte… A colpirmi sono anche l’eleganza, il portamento, la postura. Oggi siamo molto più rilassati, e non solo nel vestire e nel modo di porci.  Trovo che ci fosse più ricerca anche nel parlare.

Prenda la macchina del tempo per organizzare una serata con le altre Veneri, dove le porterebbe?

Sicuramente a ballare, a scegliere le canzoni dai juke-box. Ci è capitato di farlo in scena ed è stato davvero molto divertente, sono certa lo sarebbe anche nella realtà. Provo grande simpatia per tutte le Veneri e per le colleghe che le interpretano.

Che cosa l’ha portata alla recitazione?

Ero molto piccola, avevo appena dieci anni. Ho sempre amato tutto ciò che era arte, dalla danza alla pittura, per aiutarmi a superare la mia timidezza i miei mi iscrissero a un corso di recitazione, da quel giorno non ho più smesso. Ho poi continuato a studiare, sperimentare, provare…

Quando ha capito che quella passione sarebbe potuta diventare un lavoro serio?

Quando ho iniziato a prendere qualche ruolo più importante, pur nella consapevolezza delle difficoltà che chi fa l’attore deve attraversare.  Ancora oggi spero che possa continuare. Ho tanta energia positiva, bisogna crederci fino alla fine, impegnarsi… Il ruolo che mi ha fatto capire che avrei potuto dare il mio contributo è stato quello di Ksenja ne “La Porta Rossa”, una ragazza sopra gli schemi, che si allontanava tanto dalla mia persona ma che mi ha fatto molto divertire.

Dalla sua Emilia a Roma, come è cambiata la sua vita?

Ho sognato Roma sin dagli anni delle scuole superiori. Ho poi rimandato per frequentare l’università, ma mi sono laureata e sono scappata. Ferrara è la mia città, è casa mia, ma a Roma la mia vita e le mie energie sono cambiate.  Qui si può sperimentare molto di più.

Cosa prova pensando a questa sua prima stagione al “Paradiso”?

Il “Paradiso” non significa solo avere un ruolo, ma entrare in una palestra in cui ogni giorno un attore ha la possibilità di sperimentare cose nuove e diverse.

Il sogno di Giulia…

Una vita felice e tranquilla attraverso due vie, quella della recitazione, sognando anche il cinema d’autore, e quella della ricerca dell’energia, del manifestare ciò che si vuole essere realmente.

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CATERINA BALIVO

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Sfide che parlano di noi

I grandi personaggi, la gente comune, le storie che parlano di tutti noi. Un segno distintivo? La forza di rimettersi in gioco. “La volta buona” è una finestra aperta sul Paese. «Sto scoprendo un’Italia incredibilmente ricca di sfumature, fatta di resilienza, passione e sogni. Ogni ospite porta un pezzo del suo mondo, della sua realtà, che contribuisce a creare un mosaico dell’Italia autentica» dice la conduttrice, che confida: «I miei sogni, sia da donna che da professionista della TV, sono legati al desiderio di fare qualcosa che lasci un segno positivo». Dal lunedì al venerdì alle 14.00 su Rai 1

Cosa significa entrare nelle case dei telespettatori, tutti i giorni, subito dopo il Tg di pranzo?

È un privilegio e una grande responsabilità. È come essere invitata a condividere un momento intimo della loro giornata, in cui c’è voglia di leggerezza, di sorrisi e di compagnia. Per me significa creare un dialogo autentico, portare un po’ di serenità e, perché no, anche spunti di riflessione o ispirazione.

Come è cresciuto e cambiato il programma nel corso di tutti questi mesi?

Il programma è cresciuto sia in termini di contenuti che di affiatamento del team. All’inizio, c’era l’entusiasmo di una nuova avventura, ma anche la sfida di capire cosa il pubblico volesse davvero. Con il tempo siamo riusciti a trovare il giusto equilibrio tra informazione, intrattenimento e leggerezza. È bello vedere come il programma si sia trasformato in uno spazio di confronto, un luogo dove tutti possono sentirsi rappresentati.

Le storie dei personaggi e quelle delle persone. Che Italia sta scoprendo e che cosa le stanno insegnando le vite e i racconti dei suoi ospiti?

Sto scoprendo un’Italia incredibilmente ricca di sfumature, fatta di resilienza, passione e sogni. Ci sono storie che emozionano, che fanno riflettere e che spesso insegnano a guardare la vita con occhi nuovi. È un privilegio poter ascoltare racconti così diversi, perché ogni ospite porta un pezzo del suo mondo, della sua realtà, che contribuisce a creare un mosaico dell’Italia autentica. Queste vite mi insegnano che, nonostante le difficoltà, c’è sempre una luce, un motivo per continuare a credere e ad andare avanti. Mi sento davvero grata di poter essere un ponte tra queste storie e il pubblico a casa.

“La volta buona” è anche sinonimo, per tante persone, di rinascita… cosa significa rimettersi in gioco?

La volta buona è davvero sinonimo di rinascita, e credo che rimettersi in gioco significhi avere il coraggio di affrontare i propri limiti, i propri timori, e credere che ci sia sempre una seconda possibilità. Non è facile, perché spesso ci vuole forza per lasciare andare il passato e guardare al futuro con occhi nuovi. Ma è proprio lì, in quel momento di vulnerabilità e determinazione, che troviamo la parte più autentica di noi stessi. Ogni volta che un ospite racconta la sua storia di riscatto, mi emoziono perché mi ricorda quanto sia importante non arrendersi mai, e quanto il supporto delle persone intorno a noi, insieme alla propria forza interiore, possa fare la differenza.

Quando ha dovuto farlo lei, da dove è partita? Qual è stata la sfida più grande?

Quando è arrivato il momento di rimettermi in gioco sono partita da me stessa, dalla consapevolezza di ciò che volevo davvero e da quello che non mi rendeva più felice. La sfida più grande è stata mettere da parte le paure e ho dovuto imparare a fidarmi del mio istinto, a dire “sì” solo ai progetti in cui mi riconoscevo veramente. È stato un percorso di crescita personale e professionale, dove ho capito che non c’è nulla di male nel fermarsi, respirare e ripartire con nuova energia. È una lezione che mi porto dentro ogni giorno.

Da donna e da professionista della Tv, quali sono i sogni di Caterina?

I miei sogni, sia da donna che da professionista della TV, sono sempre stati legati al desiderio di fare qualcosa che lasci un segno positivo. Da donna, sogno di continuare a trovare equilibrio tra la famiglia, il lavoro e me stessa, senza mai perdere la capacità di emozionarmi e di imparare. Da professionista, sogno di raccontare storie che ispirino, facciano riflettere e intrattengano, ma sempre con autenticità. Credo nella bellezza di evolversi, di accogliere nuove sfide e di non smettere mai di sognare in grande.

Le proponiamo un tuffo nel passato, se potesse farlo, in quale momento della storia della Tv si farebbe catapultare?

Sicuramente nei trasgressivi anni 80!

Tra i tanti professionisti che hai incontrato e quelli che hanno fatto la storia della televisione, di chi ha seguito l’esempio?

La professionalità di Milly Carlucci, la solarità di Antonella Clerici e l’ironia di Luciana Littizzetto.

Qual è il complimento più bello che hai ricevuto dal pubblico?

Dici quello che pensi, brava! (e io vado di sorriso amaro perché a volte dovrei fermarmi prima.)

Le feste sono alle porte, come immagina il suo momento di relax?

Le feste, per me, sono sinonimo di famiglia, di casa e di quel calore che solo le persone che ami possono darti. È il momento in cui posso ricaricare le energie e riflettere sull’anno passato, pensando con gratitudine a ciò che ho e con entusiasmo a quello che verrà. Immagino il mio momento di relax accanto a un camino acceso, magari con una tazza di tè caldo, mentre i bambini giocano intorno all’albero di Natale.

La musica è un tassello importante de “La volta buona”, per di più Sanremo è alle porte… che spazio occupa la musica nella sua vita?

Credo che la musica sia una delle forme di comunicazione più potenti: riesce a creare emozioni, a unire le persone e a raccontare storie in modo unico. Con Sanremo alle porte, poi, è impossibile non sentire quell’atmosfera magica che solo la musica italiana sa creare. È un appuntamento che aspetto sempre con curiosità, perché riesce a dare voce a talenti straordinari e a regalarci brani che entrano nella nostra vita per sempre.

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VITO AMATO

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Un’esperienza incredibile

Il giovane attore napoletano e il debutto ne “Il Paradiso delle Signore” nel ruolo di Mimmo Burgio: «È il mio primo personaggio importante e l’emozione al primo ciak è stata tanta». E ancora: «Ho cercato il Mimmo nascosto senza fermarmi a una lettura superficiale. Ho scoperto un ragazzo buono e curioso»  

Come è stato l’incontro con Mimmo?

Mi è sempre stato insegnato che un attore non deve giudicare il proprio personaggio. In questa situazione è stato abbastanza difficile non farlo in quanto Mimmo, dato il retaggio culturale e gli anni in cui ci troviamo, ha convinzioni forti e molto radicate in una Sicilia degli anni Sessanta che aveva un’idea tanto conservatrice della vita e dei rapporti umani. Il lavoro è stato quello di analizzare un giovane che è certamente buono e generoso, ma che è vittima del pensiero comune di quegli anni nella sua terra. Ho dovuto cercare il Mimmo nascosto e non fermarmi a una lettura superficiale del personaggio.

Ci racconta il suo primo giorno di set?

Mimmo Burgio è il mio primo personaggio importante e l’emozione al primo ciak è stata tanta. La scena era quella dell’arrivo di Mimmo a Milano, con la sventata rapina della lambretta del Dottor Landi, una scena dinamica, con le prove con lo stuntman, è stato davvero un benvenuto frizzante (sorride). Sentivo una grande responsabilità, volevo fare bene perché amo questo lavoro e vorrei continuarlo a fare.

Com’era l’Italia degli anni Sessanta?

Quella da cui proviene Mimmo, l’Italia del Sud, era un’Italia in cui le donne non potevano uscire da sole la sera, in cui era impensabile che si vedessero con le amiche per andare ad assistere a un concerto o che vivessero da sole se non sposate. Ma era anche una società che talvolta vedeva con sospetto il fatto che una donna lavorasse. “Il Paradiso delle Signore” è una testimonianza dell’evoluzione del Paese, di come è cambiato nel tempo. Penso che Mimmo sia l’emblema del cambiamento dell’Italia del Sud. Tutti i personaggi provenienti dalle regioni meridionali, come ad esempio i Puglisi, quando sono arrivati nella Milano di quegli anni, già molto moderna, sono andati incontro al cambiamento evolvendo.

Cosa l’ha colpita di più del set del “Paradiso”?

Il lavoro incredibile dei reparti impegnati in una ricostruzione storica eccezionale, dai costumi alle scenografie alle auto. Gli anni Sessanta, come il decennio precedente, mi affascinano e non poco: amo molto il cinema di quel periodo, a partire dalle pellicole di Totò.

Vito e Mimmo, cosa vi accomuna?

A unirci sono la bontà d’animo, la curiosità, il desiderio di conoscere.

Come nasce la sua passione per la recitazione?

Non per caso, posso dire di essere nato sulle tavole di un palcoscenico (sorride). Mia madre ha una scuola di danza e a quei tempi anche una compagnia di musical. Sono nato a gennaio ed ero nel suo pancione mentre faceva le prove per il saggio di Natale. A undici anni ho cominciato a studiare, il ruolo che mi fece innamorare del mestiere dell’attore fu quello di Capitan Uncino in “Peter Pan”, sentii le farfalle nello stomaco, qualcosa che mi fece capire di come quella fosse la strada da percorrere, almeno per quel periodo di vita. Un periodo che si sta dilungando e questo mi fa pensare che sia la strada della mia vita.

Che cosa significa essere un attore oggi?

Quello dell’attore è un mestiere complicato, in perenne disequilibrio e che ti porta a interfacciarti con i no, che fanno parte del percorso. Un disequilibrio che è al tempo stesso il fattore che dà moto all’azione. Sono sempre alla ricerca di conferme, questo mestiere non dipende mai esclusivamente da te.

Pensa a una sera a cena con il tuo Mimmo, avresti un consiglio per lui?

Innanzitutto lo ringrazierei per le emozioni che mi sta facendo vivere. Un personaggio ti fa uscire dalla tua pelle per farti entrare in quella di un altro, per farti divertire. Gli direi di essere più sicuro di sé, di credere in se stesso perché il mondo non è un suo nemico e Milano saprà accoglierlo nel migliore dei modi.

Il suo sogno di giovane attore…

Di stare bene con me stesso e di essere felice e la recitazione è sicuramente un tassello di questa felicità. Il sogno è anche quello di riuscire a sbarcare nel grande cinema, magari anche oltreoceano. Mi piacerebbe lavorare con grandi registi, amo molto Paolo Sorrentino, Gabriele Mainetti, Marco Bellocchio, il genio senza tempo di Pupi Avati. Sono giovane e spero ci sia tutto il tempo del mondo.

C’è un ruolo del cinema del passato, o contemporaneo, che la affascina più di ogni altro?

Quello di Titta Di Girolamo (interpretato da Toni Servillo) ne “Le conseguenze dell’amore”, uno dei film che mi ha fatto innamorare di Sorrentino.

Per concludere torniamo al “Paradiso”, cosa prova al pensiero di far parte di una serie così amata in Italia e nel mondo?

Grande gratitudine per essere capitato in un progetto così pulito e così vero. Un set buono e gentile che è un bellissimo luogo di lavoro, una famiglia. È un onore vero.

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La Tv da sfogliare

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Il Televideo compie 40 anni e Rai Libri lo omaggia con il volume nato da un’idea del direttore di “Pubblica Utilità” Giuseppe Sangiovanni, a cura del giornalista Gudo Barlozzetti. Intervistati dal RadiocorriereTv,  ripercorrono la storia, raccontano il presente e la visione del futuro del primo strumento interattivo della televisione

 

GIUSEPPE SANGIOVANNI

La storia del Televideo è diventata, su sua iniziativa, un libro, “La Tv da sfogliare” a cura di Guido Barlozzetti. Com’è nata l’idea di raccontare questi 40 anni in un libro?

Come un omaggio chi a ha lavorato in tutti questi anni in maniera spesso nascosta, dietro le quinte, perché il Televideo è sempre stato esposto in forma anonima, senza neanche le firme. Vuole essere prima di tutto un omaggio alle persone che lo hanno costruito, lo hanno immaginato con un esempio di grande innovazione e inclusione all’epoca in cui è stato concepito e poi anche un omaggio agli utenti che ancora oggi lo consultano quotidianamente in un rapporto continuativo, stretto, consolidato e che fa parte della missione del servizio pubblico della Rai.

Il 2024 è l’anno dei compleanni celebri…

I 40 anni del Televideo si inseriscono nei 70 della televisione e nei 100 della radio. Credo che un posto sul podio lo meriti. Con questo libro abbiamo cercato di celebrarne il compleanno ripercorrendo le tappe della sua evoluzione e raccontando il lavoro quotidiano oltre che l’impegno di tutti coloro che lo hanno realizzato in questi anni.

L’informazione giornalistica su Televideo è sempre in primo piano, aggiornata e fruibile 24 ore al giorno. Una presenza costante, una sorta di certezza per gli utenti?

Certamente. E ci tengo molto a sottolineare che fare il giornalista di Televideo vuol dire avere senso della notizia perché deve saper scegliere quali informazioni mandare in onda, pubblicarle in diretta senza una regia o un regista o un tecnico che le metta in onda o che le filtri. Ci vogliono grande capacità di sintesi e di sapere usare le parole attraverso la pubblicazione diretta, con una grande velocità di azione e una accuratezza speciali, tali da riuscire a rendere comprensibile il messaggio senza alcun supporto di voci o immagini.

Rai Pubblica Utilità si conferma un supporto alla vita quotidiana del cittadino. State lavorando a nuove offerte?

Stiamo lavorando, con molti dei nostri partner come l’Aeronautica Militare e il Ministero dei Trasporti, ad una serie di podcast per spiegare al pubblico i comportamenti giusti da usare in materia di sicurezza stradale. Vorrei ricordare anche che, come Rai, abbiamo partecipato alla campagna dell’Onu che spiega i comportamenti corretti. Siamo stati gli unici a portare i podcast in maniera completamente accessibile, quindi in lingue di segno e con sottotitoli. Un bel segnale da parte del servizio pubblico italiano.

GUIDO BARLOZZETTI

Il Televideo è diventato un libro. Quale storia racconta?

Racconta una storia di 40 anni che non deve essere soltanto interpretata al passato, perché è uno strumento che continua ad essere una delle espressioni più significative della missione del servizio pubblico. Raccontarlo significa ripercorrere un’epoca in cui la Rai cavalcava l’innovazione tecnologica e dove il Televideo rappresenta il primo momento nella storia della televisione in cui la televisione esce da se stessa e inaugura una stagione di interattività, prima ancora che nascesse la rete.

Possiamo dire che fu il primo “giornale” ad entrare 24 ore su 24 nelle case degli italiani grazie alla Tv?

Fu un’innovazione anche da questo punto di vista, perché ovviamente il pubblico era abituato ai giornali di carta, che si comprano la mattina e che restano invariati. L’informazione poi, erano i telegiornali e i programmi di approfondimento, ma con il Televideo l’utente si trovava di fronte a  notizie che venivano date in tempo reale. Questo tipo di informazione entrò da subito nelle abitudini dello spettatore-utente e si creò una sorta di affezione che è rimasta nel tempo. Il Televideo era ed è percepito come uno strumento affidabile.

E tra l’altro non soggetto alle fake news…

In un momento storico in cui sull’informazione alleggia anche una sorta di nuvola ambigua dove non sappiamo più bene il confine tra la verità e le notizie fake, il Televideo resta un luogo di garanzia.

Il Televideo ha ancora molto da scrivere?

Tantissimo. Basti pensare ai diversi strati del pubblico che non hanno una particolare familiarità con l’innovazione tecnologica.

In primo piano anche la funzione sociale…

Il Televideo è diventato il luogo attraverso cui le disabilità possono fruire dei programmi televisivi, in particolare i sordi e i cechi, attraverso le sottotitolazioni e con le audio descrizioni. Una funzione sociale che non può essere coperta in questo momento da nessun altro strumento.

Qual è stato il decennio più importante del Televideo?

Sostanzialmente nel tempo non è cambiato. Ha implementato il suo palinsesto, lo ha arricchito, sono cresciute le pagine, le rubriche, ma la fase iniziale è quella che poi ha fatto conoscere il servizio e ne ha decretato il successo.

Il Televideo è rassicurante, è una certezza. È anche questo il segreto del suo successo?

Assolutamente sì perché è stato percepito come uno strumento immediatamente affidabile e anche la maneggevolezza e l’affidabilità, ne hanno fatto un amico.

Alcuni utenti hanno descritto il Televideo come “semplici righe bianche su uno sfondo nero in cui trovare tutto”. Ma dietro queste righe cosa c’è?

Dietro le pagine è come dietro le quinte di un teatro. C’è una produzione, una macchina complessa con le redazioni che lavorano in tempo reale.

Si apriva il Televideo nelle tv a tubo catodico e si legge ancora oggi sulle smart tv. Come ne vede il futuro?

Oggi c’è anche la versione sito dove basta semplicemente digitare il numero della pagina e si apre in tempo reale con una serie di informazioni e di espansioni che sono approfondimenti, video, immagini. Televideo non è semplicemente lo strumento analogico che conoscevamo prima che diventasse digitale, ma uno strumento ormai integrato, attuale e futuro. Infatti questo libro non è stato soltanto la celebrazione di un compleanno, ma un’occasione per parlare della qualità di uno strumento di servizio pubblico.

 

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Mino Reitano. La voce italiana nel mondo

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L’amore per la musica e la famiglia, il successo. Venerdì 6 dicembre alle 16.10 Rai 3 ricorda l’amato cantante calabrese nel docu in prima visione Tv di Antonio Centomani

Mino Reitano rappresenta la realizzazione del sogno di un giovane, emigrato dalla Calabria prima in Germania poi a Milano, dove si stabilirà chiamando al suo fianco tutta la sua famiglia. Il documentario di Antonio Centomani in onda venerdì 6 dicembre alle 16.10 Rai 3, ripercorre la vita dell’uomo e dell’artista, i successi come cantante, autore, conduttore televisivo, scrittore, fino alla laurea ad honorem in sociologia. Personaggio di caratura internazionale, ad Amburgo si esibì insieme ai Beatles, in America volle conoscerlo Frank Sinatra. “Mino Reitano. La voce italiana nel mondo” intreccia pubblico e privato, anche attraverso il ricordo di amici e familiari, la moglie e le figlie prime tra tutti. Un viaggio tra successi, delusioni, dolori. Dall’orchestrina dei fratelli Reitano nel paese di origine, Fiumara di Calabria; a Sanremo, passando per “Canzonissima”, “Il Cantagiro”, “Settevoci”. Molti filmati ricorderanno nei concorsi canori e negli show televisivi, fino ad arrivare ad una commovente intervista che rilasciò per il programma “La Vita in Diretta” circa una settimana prima di morire.

 

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La Forza del Destino

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Il 7 dicembre la diretta di Rai Cultura da Milano del capolavoro di Giuseppe Verdi. In esclusiva in 4K su Rai 1, Rai Radio 3 e RaiPlay

Una “Forza del destino” in 4K: è la Prima della Scala che Rai Cultura propone in diretta su Rai 1 il 7 dicembre e che – come per il Don Carlo dello scorso anno – avrà una definizione quattro volte superiore rispetto agli standard televisivi abituali. Sarà quindi una Forza del destino “mai vista” quella proposta dal Direttore musicale Riccardo Chailly e dal regista Leo Muscato per l’apertura di stagione del primo teatro italiano. Dieci telecamere in alta definizione, 45 microfoni nella buca d’orchestra e in palcoscenico, 15 radiomicrofoni dedicati ai solisti. Un gruppo di lavoro di 50 persone tra cameraman, microfonisti, tecnici audio e video. Una preparazione che vede lo staff di regia seguire fin dalle prime prove la messa in scena dello spettacolo, e un numero crescente di addetti lavorare nelle due settimane precedenti il debutto. Lo spettacolo, con la regia televisiva di Arnalda Canali, sarà trasmesso in diretta anche su Radio 3, su Rai 1 HD canale 501, su Rai 4K e su RaiPlay, dove potrà essere visto per 15 giorni dopo la prima. Oltre tre ore di trasmissione, completa di sottotitoli, per portare il capolavoro di Verdi nelle case degli italiani, perché la grande musica è di tutti. Oltre a trasmettere l’opera, con grande attenzione per la ripresa audio e video curata dal Centro di Produzione Tv di Milano, come di consueto la Rai racconterà anche ciò che accade attorno allo spettacolo più atteso della Stagione. Su Rai1 Milly Carlucci e Bruno Vespa, con collegamenti di Serena Scorzoni dal foyer, condurranno la diretta televisiva incontrando, prima dell’inizio e durante l’intervallo, i protagonisti e gli ospiti presenti. Per Radio 3 seguiranno la diretta Gaia Varon e Oreste Bossini. Saranno coinvolte anche le diverse testate giornalistiche della Rai con dirette, servizi e approfondimenti, con ospiti in studio e dal foyer della Scala. Come per il Don Carlo del 2023, anche quest’anno la trasmissione dell’opera sarà corredata dall’audiodescrizione in diretta, grazie alla quale anche le persone cieche e ipovedenti potranno avvalersi di tutte quelle informazioni visive non trasmesse verbalmente – costumi, aspetto e mimica dei personaggi, azioni non parlate, location, scenografia e luci –, tale accessibilità sarà estesa anche a tutto ciò che accadrà intorno allo spettacolo e verrà trasmesso in TV prima dell’inizio e durante l’intervallo. Il servizio è realizzato da Rai Pubblica Utilità – Accessibilità. L’audiodescrizione, attivabile dal televisore sul canale audio dedicato – e fruibile anche in streaming su RaiPlay – fa parte del percorso di inclusione intrapreso con impegno e determinazione dalla Rai, con l’obiettivo di rendere sempre più concreta e ampia l’offerta di vero servizio pubblico. Si avvarranno delle riprese in Alta Definizione diffuse da Rai circa 40 sedi coinvolte nell’iniziativa sociale “Prima Diffusa” del Comune di Milano e il maxischermo collocato al centro dell’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II, che offre la Prima ai cittadini. Sono numerosi i broadcaster di tutti i continenti che trasmetteranno l’evento in diretta da Milano grazie agli accordi sottoscritti con Rai Com: da ARTE per Francia, Belgio, Austria, Germania, Liechtenstein e Lussemburgo alla Svizzera RSI, dalla portoghese RTP alla ceca Česká Televize (in leggera differita) quest’ultima). Dall’Europa al Giappone, dove la NHK manderà in onda l’opera in differita in formato 4K HDR. La prima della Scala sarà fruibile in tutto il mondo sulla piattaforma Medici Tv e sarà proiettata in diretta anche nelle sale cinematografiche di Finlandia, Scandinavia, Spagna, Svizzera, America Latina, Australia e Nuova Zelanda e in Italia in un network di oltre 20 sale tra cinema indipendenti e circuito Uci Cinemas.

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LA RAI A PIU’ LIBRI PIU’ LIBERI

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La misura del mondo

Torna la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, dal 4 all’8 dicembre alla Nuvola dell’Eur a Roma. L’edizione 2024, che si ispira alla figura di Marco Polo a 700 anni dalla morte, vedrà ancora una volta la Rai partecipare con importanti iniziative editoriali

Cinque giornate imperdibili allo spazio Rai di “Più libri più liberi”, dal 4 all’8 dicembre alla Nuvola dell’Eur a Roma. Anticipiamo di seguito il programma degli eventi, che saranno trasmessi in diretta sul sito www.ufficiostampa.rai.it

Mercoledì 4 dicembre

12.30 – Presentazione del volume “Trasformazione digitale e intelligenza artificiale” a cura di Rai Ufficio Studi – edito da Rai Libri

15.30 – Presentazione del volume “I lavori del futuro – Competenze e professioni per i nuovi media di Servizio Pubblico” a cura di Rai Ufficio Studi – edito da Rai Libri

16.45 – Presentazione di “No Women No Panel – Le cifre della parità”, report scientifico sul monitoraggio di genere nella comunicazione pubblica a cura di Lucio Pisacane e Arianna Voto

18.00 – Incontro con Massimiliano Ossini autore di “K2 – Un passo dalla vetta. Un passo dalla vita” edito da Rai Libri. Ossini racconta l’incredibile esperienza dell’ascensione del K2

Giovedì 5 dicembre

10.00 – “Il Buongiorno di Radio Kids Live” spettacolo dal vivo con Marco di Buono, Arianna Ciampoli e il pupazzo DJ a cura di Rai Radio Kids. I conduttori Arianna Ciampoli e Marco Di Buono incontrano i bambini per uno spettacolo pensato per le scuole primarie

12.30 – Presentazione del volume “La TV da sfogliare – 1984 – 2024. 40 anni di televideo” a cura di Guido Barlozzetti per Rai Pubblica Utilità – edito da Rai Libri

14.30 – Presentazione de “Il linguaggio della diversità culturale – Prospettive per una comunicazione inclusiva”, ricerca-studio di Annalisa Tota e Raymond Siebetcheu, a cura di Rai Per la Sostenibilità – ESG e Rai Ufficio Studi, edita da Rai Libri

16.00 – No Name Radio presenta “Making of – come costruire una rivista” la storia di NERO, freepress nata 20 anni fa e diventata casa editrice, tra progetti editoriali e comunità reali e virtuali

18.00 – Incontro con Lorenza Fruci autrice di “Donne in onda” edito da Rai Libri. A settant’anni dalla prima trasmissione televisiva ufficiale della Rai, il 3 gennaio 1954, Lorenza Fruci ripercorre alcuni fondamentali momenti della rappresentazione della condizione femminile nei programmi della tv pubblica

19.00 – Incontro con Marco Carrara autore di “Tanti Auguri” edito da Rai Libri. Tanti auguri, cantava Raffaella Carrà: un inno gioioso che fa da perfetto sottofondo alla celebrazione dei 70 anni della televisione e dei 100 della radio in Italia

Venerdì 6 dicembre

11.00 – RaiPlay Sound presenta il podcast “Ansia 2.0”: Quali sono le stupefacenti funzioni dell’ansia nella società della performance? È veramente un disturbo o stiamo sbagliando tutto? Conducono: Andrea Borgnino, Federica Mura e Luca Franco

12.00 – Rai Radio 1 in diretta “Wannabe – Il futuro che vorrei”. Il programma racconta le nuove generazioni, tendenze, progetti per il futuro, sogni, preoccupazioni. Conduce: Francesca Romana Ceci.

12.30 – Incontro con Collettivo Banfield autori di “Azzurro Davis” edito da Rai Libri. Otto scrittori (Lucio Biancatelli, Germana Brizzolari, Lorenzo Fabiano, Diego Mariottini, Matteo Mosciatti, Alessandro Nizegorodcew, Andrea Pelliccia, Carlo Rinaldi) raccontano altrettante finali di Coppa Davis raggiunte dall’Italia del tennis fra il 1960 e il 2023

13.30 – RaiPlay Sound presenta il podcast “Donne di parola”: in occasione dei cento anni della radio, dieci storie di voci femminili che sono state centrali nella radio pubblica italiana. Conducono: Andrea Borgnino, Arianna Biagi e Luca Franco

15.00 – Rai Radio 3 in diretta “Fahrenheit” con Susanna Tartaro, Tommaso Giartosio e Florinda Fiamma. Musica dal vivo presentata da Valerio Corzani

All’interno della puntata “Ad Alta Voce”: lettura di alcune pagine tratte da “La ricreazione è finita”, di Dario Ferrari – edito da Sellerio – vincitore del Libro dell’anno 2023

18.15 – Incontro con Renzo Arbore e presentazione del volume “Bontà Vostra” di Gianni Garrucciu edito da Rai Libri. Storia, vita e ricordi del più grande artista della televisione italiana

19.20 – Rai Radio 2 “Pink Freud – Psicoanalisi di musica e canzoni”: una seduta terapeutica in chiave podcast, in cui per la prima volta sdraiata sul divano non c’è una paziente ma una canzone. Questo è ciò che Angelo Villa, psicoanalista e raffinato musicologo riesce a fare, collegando alle canzoni di autori o band contemporanei i grandi temi della psicoanalisi, creando un’inedita chiave di lettura e di ascolto

Sabato 7 dicembre

10.30 – Rai Radio 1 “Plot Machine – La tua storia che non c’era”. Un format innovativo, interattivo e multimediale in onda il lunedì alle 23.05 e disponibile su RaiPlay Sound. Ospiti gli scrittori e tutti coloro che promuovono la “sana istigazione alla lettura”. Con Vito Cioce, Daniela Mecenate e Marcella Sullo

11.30 – RaiPlay Sound presenta un anno di “America 7”, il podcast settimanale di Oliviero Bergamini, caporedattore della Redazione Esteri Tg1, che racconta l’America oltre gli stereotipi, attraverso i suoi personaggi e gli aspetti meno conosciuti della sua cultura. Conduce: Andrea Borgnino. Ospite: Oliviero Bergamini

12.30 – Rai Radio 3 in diretta “L’isola deserta” dove naufraga Roberto Saviano per raccontare a Chiara Valerio il libro, il film e la musica che ha scelto di portare con sé

13.15 – Incontro con Marco Lollobrigida autore di “Oro Rosa” edito da Rai Libri. Storia delle donne che hanno portato l’Italia in cima al podio olimpico

15.00 – Rai Radio 3 in diretta “Fahrenheit” con Susanna Tartaro, Tommaso Giartosio e Florinda Fiamma. Musica dal vivo presentata da Valerio Corzani

17.00 – Rai Radio 3 in diretta “Tutta l’umanità ne parla”. Il talkshow impossibile di Edoardo Camurri e Michele de Mieri convoca ospiti eccezionali provenienti da tutte le epoche e da ogni luogo – anche letterario – per ragionare sui temi emergenti dell’attualità

18.15 – Incontro con Loredana Lipperini autrice de “Il segno del comando” edito da Rai Libri. Un romanzo originale ispirato all’intramontabile sceneggiato Rai del 1971

19.20 – Rai Radio 2 “Pink Freud – Psicoanalisi di musica e canzoni” una seduta terapeutica in chiave podcast, in cui per la prima volta sdraiata sul divano non c’è una paziente ma una canzone. Con Angelo Villa

Domenica 8 dicembre

10.45 – Rai Radio 3 in diretta “La lingua batte” il programma per chi ama la lingua italiana. Con Paolo Di Paolo e musica dal vivo.

12.00 – RaiPlay Sound presenta il podcast “Il falso”. La storia incredibile di un uomo, ladro e falsario di libri antichi, tra Buenos Aires, New York e Napoli. Conducono Andrea Borgnino e Paola Manduca

12.45 – Incontro con Alessandro Cassieri autore di “Tra Russia e Ucraina” edito da Rai Libri. Il racconto giornalistico dell’origine del conflitto tra Russia e Ucraina

13.45 – RaiPlay Sound presenta il podcast “Tale padre”. Conduce: Andrea Borgnino

15.00 – Rai Radio 3 in diretta “Fahrenheit” con Susanna Tartaro, Tommaso Giartosio e Florinda Fiamma. Musica dal vivo presentata da Valerio Corzani. Proclamazione del Libro dell’anno 2024

18.15 – Incontro con Nathania Zevi autrice de “Il nemico ideale” edito da Rai Libri. L’antisemitismo non è mai stato davvero superato: può rimanere latente per anni e poi esplodere in maniera violenta e devastante

 

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Massimiliano Gallo

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L’attore?
Un essere straordinario

«In questo periodo storico il nostro avvocato di insuccesso è un personaggio rivoluzionario, un antieroe. Non è un perdente, ma un non vincente per scelta a cui non interessa apparire fallato, che non ha paura di mostrare le sue debolezze, le sue piccolezze» racconta al RadiocorriereTv l’attore, di grande successo, impegnato la domenica su Rai 1 con la seconda stagione di “Vincenzo Malinconico. Avvocato di insuccesso”

Dicembre è un ottimo momento per il pubblico che ama Massimiliano Gallo. Arriva la seconda stagione dell’”Avvocato di insuccesso” più amato d’Italia, poi “Questi Fantasmi”, e ancora tanto teatro. Dove trova le energie?

Bella domanda (ride). La ragione è nel grande entusiasmo con cui affronto questo lavoro, un mestiere molto particolare, che è anche un modo di vivere. Stai molte ore sui set, poi ti dedichi alla promozione… Rubi tempo alla famiglia e puoi farlo, secondo me, soltanto se mosso da una grande passione. Io conservo, per adesso, l’entusiasmo di quando cominciai, ho una grande curiosità, voglio affrontare sempre cose nuove, esplorare.

 

Un entusiasmo condiviso con Vincenzo Malinconico. Come lo ritroviamo?

All’inizio un po’ devastato dall’ultimo fallimento d’amore, poi desideroso di riprendersi la vita, sostenuto da colleghi, da amici e dal mondo che lo circonda, a cominciare dalla famiglia. L’universo di Malinconico è abbastanza complicato, si aggiunge in questa stagione una linea orizzontale, con un caso seguito dall’inizio alla fine. In questo secondo capitolo c’è un cambio di regia, affidata a Luca Miniero, che secondo me ha fatto un lavoro straordinario, la storia si arricchisce, poi, dell’ingresso di un nuovo personaggio – Clelia Cusati (interpretata da Giulia Bevilacqua) -, una giornalista che entra a gamba tesa nella vita dell’avvocato, diventando il suo nuovo “interesse”. Insieme a tutti gli altri ruoli fondamentali, non può mancare l’amico immaginario Massarini. La scrittura di De Silva ha fatto il resto, tutto nasce dai suoi libri, dal tocco di Diego anche nella sceneggiatura. Credo che questa serie non abbia nulla da invidiare a un racconto internazionale, si ride molto e c’è molta emotività, molta commozione… insomma, è molto figa (ride).

 

Alessandro Baricco, commentando il film di Angelina Jolie, adattamento del suo “Senza Sangue”, ha dichiarato che “i libri devono sempre sparire nei film” perché si deve solo respirare il cinema, dimenticare che prima c’era un romanzo. Ha però sottolineato che il “il colore di questo film” è il suo…

Baricco ha detto una cosa molto intelligente e vera. Il libro ti permette di volare alto e velocemente grazie alla fantasia e all’immaginazione, sfogli una pagina e sei ovunque nel mondo. Cinematograficamente è un processo molto più complesso, noi lo abbiamo affrontato già nella prima stagione di “Vincenzo Malinconico”, nella quale ci siamo chiesti: come rappresentare al meglio il mondo descritto da Diego De Silva. Avevamo a che fare con un amico immaginario che cantava le canzoni di Ornella Vanoni e poi, all’improvviso, la Vanoni la ritrovavi sul divano… La scelta, ovviamente, è mantenere il colore dell’autore e tradurlo al meglio in immagini.

 

Qual è il colore di Malinconico che preferisce?

È un uomo che ha un po’ di malinconia, quindi, forse un rilassante blu perché l’avvocato è anche pigro.

 

E se invece volessimo inserire Malinconico tra i modelli umani a disposizione, che valore incarnerebbe questo avvocato di insuccesso?

In questo periodo storico il nostro avvocato di insuccesso è un personaggio rivoluzionario, un antieroe. In un mondo in cui abbiamo raccontato a tutti, e ci siamo raccontati, che dobbiamo essere perfetti dalla mattina appena svegli a quando vai a dormire, è rincuorante sapere che esiste una persona che non vuole partecipare alla competizione. Non un perdente, ma un non vincente per scelta a cui non interessa apparire fallato, che non ha paura di mostrare le sue debolezze, le sue piccolezze.

 

È un eroe che si interroga spesso sulla felicità…

Si chiede sempre dove ha sbagliato quando è felice, perché sa che la felicità, prima o poi, ti porta il conto. Diciamo che anche questo stato d’animo lo preoccupa. Malinconico si muove per inerzia, è il mondo che gli gira attorno, succede di tutto, lui deve per forza spostarsi.

 

Cosa le sta lasciando la frequentazione con questo personaggio?

Siamo ormai grandi amici, un po’ mi appartiene, lo sento mio, e per certi versi mi somiglia pure. Siamo su un livello abbastanza pericoloso di convergenza.

 

Come attore è arrivato alla popolarità non prestissimo, poi è stato travolto dall’amore del pubblico… Come si gestisce tutto questo successo?

Con grande calma. Prima di essere travolto dall’amore enorme del pubblico, ho sempre lavorato tanto, e con soddisfazione, senza preoccuparmi della fama o di quello che c’era attorno. Avevo il mio mondo – il teatro -, non mi sono mai sentito uno sfigato, a dir la verità. La popolarità ha, effettivamente, complicato la situazione e, sebbene ci sia arrivato con una maturità diversa, bisogna imparare a gestire bene la situazione, perché devi proteggere il tuo privato, trovare un equilibrio. Sento veramente un grande affetto nei miei confronti, ovunque vada, a teatro o per strada, sono uno che rimane anche quaranta minuti dopo lo spettacolo con la gente a fare le foto… Questo è, almeno nel mio caso, l’effetto della televisione, che ti catapulta dentro le case delle persone, facendoti diventare uno di famiglia. Il pubblico che va al cinema o a teatro è diverso, diciamo selezionato, di nicchia, perché sceglie di pagare un biglietto per venire a vederti, mentre la tv è un fenomeno travolgente. Me ne sono accorto quando, durante una tournée a Bergamo, due ragazze giovanissime mi hanno aspettato fuori dal teatro e ringraziato per aver fatto loro compagnia durante la pandemia. Io ero stato a casa loro, chissà con quante repliche, con quante cose su RaiPlay…

 

Spesso, però, c’è un po’ di confusione tra attori e attori/influencer….

Per come considero io il mestiere dell’attore, questi fenomeni non li tengo neanche in considerazione. Per me l’attore è una cosa sacra, un essere straordinario che deve immagazzinare miliardi di informazioni come un computer e metterci dentro le emozioni. Non è che un giorno ti svegli e sei un attore, devi studiare, molto. Dobbiamo, invece, stare attenti ai fenomeni televisivi che danno a questi ragazzi un’immediata visibilità, penso ai talent, per esempio, per un anno ti trovi sotto l’albergo duemila persone, e dopo nessuno sa più chi sei. Tutto questo può essere devastante, se anche io, con la mia età e con la mia esperienza, ho difficoltà a gestire la popolarità, mi chiedo come possa farcela un giovanissimo “consumato” velocemente dalla televisione.

 

Cosa le ha dato questo mestiere, e le ha tolto?

A me ha dato tutto, toglie chiaramente la possibilità di vivere la famiglia in maniera più serena. Mi sono fatto spesso questa domanda rispetto ai figli, a ciò che posso lasciare loro in eredità, la stessa che probabilmente si è fatto mio padre quando ero ragazzo (Nunzio Gallo, attore e cantante che vinse il  nel 1957 il Festival di Sanremo). Stai meno tempo con i tuoi cari, ma quello che ho trascorso è stato di qualità?

 

Tutto questo si ricollega anche a suo padre…

Quando io vedo mio padre in tv per me è come se fosse rimasto un po’ immortale, che non fosse mai andato via. Può darsi che ai figli lascerò altro, libri, i miei lavori da attore, e forse tutto questo avrà per loro un valore molto più profondo. Lo stesso che mi ha donato mio padre, con cui ho vissuto meno la quotidianità, ma porto con me la sua grandezza, il suo profondo senso del lavoro e dello spettacolo, la passione e il rispetto con cui faceva quel lavoro. Tutti ancora ne parlano, e per me è come se stesse sempre qui.

 

Frequenta tanti palchi, come si trasforma l’attore gallo in scena, a teatro, al cinema o su un set di una fiction? Dove si sente più a casa?

Il teatro è la casa mia, ci vado con le pantofole, sono molto rilassato e lì chiaramente do il meglio di me, interagisco con il pubblico in continuazione. Ora, per esempio, siamo in giro con “Anni 90”, uno spettacolo con sei musicisti e un cantante, con le ballerine, insieme facciamo veramente tante cose. La televisione e il cinema sono più complicati perché, mentre a teatro tutto nasce e muore in quel momento, al cinema si deve fare un lavoro psicologico interessante.

 

Ha anche scritto un libro di fiabe per adulti… perché? Abbiamo perso la capacità di sognare?

La capacità di sognare, purtroppo, si perde durante la crescita, ci dimentichiamo la nostra parte di bambini. Attraverso “Favoloso. Favole e pensieri per grandi mai cresciuti” ho voluto veicolare alcuni miei pensieri sull’amore, sul razzismo, sull’intolleranza. Quel che è più grave è che noi adulti abbiamo sottratto in anticipo ai ragazzi la possibilità di sognare, li abbiamo completamente devastati, depressi, avviliti. I giovani oggi si svegliano e le prime parole che sentono sono “terza guerra mondiale” o quanti morti ci sono stati. È troppo da metabolizzare. I ragazzi che vengono a vedere “Anni 90”, un’esplorazione in maniera chiaramente giocosa e riflessiva su come eravamo, su quello che viviamo oggi, si divertono molto, spesso mi scrivono che invidiano il modo in cui prima riuscivamo a stare insieme, anche senza fare niente. Ora, invece, i giovani si riuniscono per scrollare uno smartphone.

 

Massimiliano, a presto su Rai 1 con “Questi Fantasmi”…

Un progetto di cui sono orgogliosissimo, per la terza volta la Rai mi affida Eduardo De Filippo, dopo “Filumena Marturano”, “Napoli Milionaria” arriva questa nuova opera diretta da Alessandro Gassman, con cui ormai c’è un rapporto di lavoro, di stima e di amicizia che va avanti da anni. È un regista straordinario, dotato di grande sensibilità e senso di protezione degli attori. Al mio fianco, questa volta, Anna Foglietta. Non vedo l’ora che vada in onda.

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Il più tormentato degli avvocati

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Tornano le avventure di Vincenzo Malinconico, l’avvocato depresso più simpatico d’Italia. In questa nuova serie – che si articola in quattro episodi da 100’, in onda da domenica 1˚ dicembre 2024 in prima serata su Rai 1 – Malinconico è ancora alle prese con le contraddizioni della legge italiana e del suo stesso cuore

Dopo una grossa batosta accusata nella prima stagione, Malinconico – nomen omen – sembra essersi infatti arreso all’idea che non capirà mai nulla dell’amore e della vita e che forse è meglio smetterla di farsi tante illusioni. In fondo sta per diventare nonno, con le donne ha chiuso e la sua carriera di avvocato non decollerà mai. Ma è davvero così? In realtà, una nuova proposta di lavoro potrebbe riaccendere in Malinconico il desiderio di affermarsi e di aiutare chi ne ha più bisogno, grazie ai suoi metodi poco ortodossi da avvocato-psicologo, supportato occasionalmente da amici poco raccomandabili, ma di buon cuore, come Tricarico. Non è però l’unica novità: a Salerno c’è una nuova giornalista, Clelia Cusati, una donna che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Proprio con lei, Malinconico si troverà a dover collaborare alla risoluzione di un caso particolarmente spinoso, che li unirà nonostante le loro palesi differenze. Anche in casa Malinconico soffierà forte il vento del cambiamento, sebbene certe cose non cambino mai, come la complicata famiglia di Vincenzo, composta dalla ex moglie Nives, che sembra determinata a volerselo riprendere, dai figli Alagia e Alf che, per motivi diversi, rappresentano sempre una sfida, e la suocera Assunta, in via di guarigione dopo una lunga malattia. In questa seconda stagione, Malinconico si troverà davanti a nuovi casi che talvolta lo coinvolgeranno in prima persona. Aiutato dal fido Tricarico e dalla fiera Clelia, cercherà quindi di giostrarsi in mille acrobazie, tra le complicazioni della vita e dell’animo umano, senza combinare troppi guai e cercando di capire, in fondo, quali sono “i valori che contano”. La seconda stagione di “Vincenzo Malinconico, avvocato d’insuccesso” – con Massimiliano Gallo protagonista, tratta dai romanzi “I valori che contano”, “Sono felice, dove ho sbagliato?” e dal racconto “Patrocinio gratuito” di Diego De Silva, editi da Einaudi – è coprodotta da Rai Fiction e Viola Film. Scritta da Diego De Silva, Massimo Reale, Pierpaolo Piciarelli, Gualtiero Rosella, Paola Mammini, Luca Miniero, con Giulia Bevilacqua, Francesco Di Leva, Teresa Saponangelo, Luca Gallone, Paola Minaccioni, Lina Sastri e la regia di Luca Miniero.

 

La prima puntata

Malinconico, distrutto per la fine della relazione con Alessandra Persiano, è sul divano di casa sua. Improvvisamente, il campanello suona: è Venere D’Asporto, una ragazza brillante e spiritosa che fa la prostituta. Venere sta fuggendo da una retata in una casa di appuntamenti che si trova nel palazzo. I due, nonostante le iniziali resistenze di Malinconico, stringono un rapporto confidenziale e, quando inizia a ricevere delle strane minacce, Venere si rivolge proprio a lui. Venere ha una bambina, Gioia, alla quale vuole regalare il futuro migliore e Malinconico, che nel frattempo ha accettato un nuovo lavoro presso il rifondato studio Lacalamita, riesce a convincere la ragazza a smettere di fare la prostituta e, chiedendo aiuto a Nives, la fa assumere come segretaria. Tutto sembra andare per il meglio fino a quando, dopo una misteriosa telefonata, Venere dice a Malinconico che ha un’ultima cosa da fare. Ma prima che Malinconico possa scoprire di cosa si tratti, Venere viene trovata morta su una spiaggia.

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