Nelle sale dal 5 maggio la pellicola firmata da Giulia Louise Steigerwalt e prodotta da Rai Cinema e Matteo Rovere. Commedia romantica con Fabrizio Bentivoglio e Barbara Ronchi
Accade in un giorno di Settembre, che alcuni personaggi si accorgano che la vita in cui si ritrovano non è quella che sognavano. Che la felicità è un’idea lontana. Ma forse ancora possibile. Il film diretto da Giulia Louise Steigerwalt, sceneggiatrice di numerose pellicole di successo, prodotto da Rai Cinema e da Groenlandia di Matteo Rovere, ci racconta le storie di Guglielmo, Ana, Francesca, Debora, Maria eSergio. Al ritorno dalle vacanze estive Maria viene finalmente notata dal ragazzo che le piace, che attraverso Sergio, un compagno di scuola, le chiede se vuole andare a letto con lui. La proposta non è delle più romantiche, eppure Maria accetta subito, salvo andare presto nel panico. Sergio si offre di aiutarla, e insieme trascorrono un intero pomeriggio, scoprendosi per la prima volta complici. Intanto Francesca, la madre di Sergio, complice il risultato di una delicata visita medica, sta cambiando radicalmente la prospettiva sulla sua vita, avvicinandosi sempre di più alla sua amica Debora, con cui sta nascendo un rapporto nuovo e più autentico, che in passato non si era mai concessa. Lo confessa una sera al suo medico, Guglielmo, incontrato per caso in un bar, che da quando la moglie l’ha lasciato vive come bloccato in una bolla di apatia, in cui l’unico contatto reale sembra essere quello con Ana, una giovane prostituta che frequenta regolarmente, pragmatica e diretta, che nonostante le difficoltà della vita ha conservato la voglia di sognare.
Dal 6 al 29 maggio su Rai2, Rai Sport e RaiPlay, tornano l’evento sportivo più amato e il grande romanzo popolare. A pochi giorni dalla partenza della Corsa rosa, il RadiocorriereTv incontra la direttrice di Rai Sport: «Vedremo un ricambio generazionale. Mi piace l’idea che questo “romantico giro” riparta con tanti giovani all’assalto della maglia rosa»
Da
giornalista e da appassionata di ciclismo cosa provi quando si avvicina il
Giro?
Il
Giro è qualcosa che ti porti dentro, un’emozione difficile da spiegare, è un
appuntamento che si fa in strada. Ogni anno ti ritrovi con la squadra, con i
tuoi compagni di viaggio, è un po’ come quando all’arrivo dell’estate ritrovavi
gli amici delle vacanze. Al Giro c’è un pezzetto delle tue abitudini, del tuo
modo di fare, un pezzetto di vita che fai per un mese intero in cui la corsa ti
assorbe completamente. Ci auguriamo che porti davvero il sole dopo i due anni
difficili della pandemia, con la bolla dei corridori. Il Giro è un’emozione che
si rinnova.
Si
parte dall’Ungheria, si vola in Sicilia e si risale lo Stivale, che Giro sarà?
L’Italia
che viene raccontata dal Giro è un’Italia bella, che poi diviene l’Italia del
Giro. Si dice che i corridori facciano la corsa, ma è anche la corsa a fare i
corridori. Sarà un Giro giovane in cui sentiremo tanti nomi nuovi, vedremo il
cambio di generazione tanto invocato negli ultimi anni. Un Giro aperto e
interessante da un punto di vista altimetrico. L’itinerario è molto bello, mi
fa molto piacere che ci sia la tappa Napoli-Napoli per celebrare Procida
Capitale della Cultura.
Quali
sono le tappe che attendi di più?
Saranno
interessanti sia la partenza da Budapest che il ritorno della corsa in Sicilia.
Dal Sud mi aspetto un calore pazzesco, lì l’attesa del Giro è qualcosa di
straordinario, arrivano le strade nuove, si fa l’asfalto, ci sono i concorsi di
disegno tra i ragazzi nelle scuole. Mi emoziona l’idea di tornare a Catania, a
Messina, di fare la riviera dei Cedri a Scalea, di raggiungere la cima del
Blockhaus sulla Maiella dove trionfò Eddy Merckx. Il Giro è tornare a
Reggio-Emilia, spingersi sulla Sanremo-Cuneo con il pensiero di Coppi. Ogni
luogo ha una storia.
Che
valore assume il Giro nel contesto storico attuale?
C’era
Buzzati che si chiedeva se servisse ancora una cosa “assurda” come il Giro
d’Italia, che definiva “ultimo baluardo della fantasia”. Della fantasia e del
romanticismo, di fatto il Giro è uno degli eventi più romantici che esistano.
Una vicenda stramba, emotiva, che coinvolge tutti coloro che seguono la
carovana. Hai la vittoria, la disfatta, le sconfitte, le difficoltà
meteorologiche. Vedi cambiare la pelle dei corridori, da quando si schierano
alla partenza a quando corrono sotto il sole a 40 gradi. Il ciclismo è in
assoluto l’evento sportivo più simile alla vita, dove però chi va in fuga è
coraggioso (sorride).
Di quali
corridori sentiremo parlare?
C’è attesa per Carapaz e per tanti giovani, per quelli che vorranno
provare a prenderselo questo Giro d’Italia. Vedremo una corsa particolare che
rappresenterà un momento di svolta. Ci saranno certamente Simon Yates, Mikel
Landa, Miguel Ángel López, Vincenzo
Nibali, ma sono curiosa di conoscere i nomi nuovi. Mi piace l’idea che questo
romantico giro riparta con tanti giovani all’assalto della maglia rosa.
Mi
presenti la squadra che la Rai manderà in campo?
Una
squadra pazzesca per un racconto che prenderà il via la mattina su Rai Sport,
per poi passare su Rai2 e concludersi su Rai Sport. Ci sarà una telecronaca
nuova, affidata a Francesco Pancani, e sarà a tante voci. Ci sarà la voce di Giada
Borgato per farci conoscere il gruppo, la voce tecnica di Alessandro Petacchi
per conoscere le strategie e le tattiche, la voce di Fabio Genovesi per
raccontare l’Italia che attraversiamo. Le moto saranno parte integrante del
racconto con Stefano Rizzato e Marco Saligari. Al mattino ci saranno Tommaso Mecarozzi
e Beppe Conti per “Aspettando il Giro”, al via 45 minuti prima della partenza
della tappa, mentre nel dopo corsa avremo Alessandro Fabretti alla conduzione
del “Processo alla tappa”, con lui Stefano Garzelli e, per la prima volta a
commentare ciò che è avvenuto in corsa, quattro campionesse di ciclismo. Alle
20 ci sarà “Arriva il Giro” a cura di Antonello Orlando e dalla mezzanotte in
poi “Km0”, la tappa integrale riproposta dal primo all’ultimo chilometro.
Cosa vuol dire per un giovane italiano di seconda generazione e musulmano praticante vivere in un mondo così lontano dai precetti dell’Islam? Cosa accade quando il desiderio bussa forte alla sua porta? In “Bangla”, la serie prodotta da Fandango e Rai Fiction, disponibile su RaiPlay e in onda dal 27 aprile su Rai3, il giovane attore, regista e sceneggiatore romano originario del Bangladesh, veste i panni di Phaim: «Mi ci rivedo in tante cose, se potessi dargli un consiglio gli direi di prenderla con più leggerezza»
Dal
film alla serie, come si è evoluta la storia di Phaim?
La
storia riparte da dove finiva il film, con Asia e Phaim che si stanno baciando
prima della partenza del protagonista per Londra.
Ma
succede qualcosa di inatteso…
Phaim
riceve una telefonata da parte della madre che gli annuncia che non partiranno
più… da lì le sue insicurezze cresceranno, perché il trasferimento gli avrebbe
consentito di scappare e di non affrontare più i problemi, la nuova situazione
lo costringerà invece a farlo.
Che
sentimento prova, da spettatore, nei confronti del personaggio Phaim?
Provo
compassione ed empatia. Mi ci rivedo in tante cose, se potessi dargli un
consiglio gli direi di prenderla con più leggerezza (sorride).
E
da regista come vede l’attore Phaim?
Non
pensavo che avrei mai fatto l’attore, mi ci sono ritrovato, e sono sempre molto
autocritico.
Tutta
la vicenda si svolge a Tor Pignattara, che mondo descrive nella serie?
Quello
che è anche il mio mondo personale. Tor Pignattara è un po’ la mia madeleine:
ci sono il caos, la street art. L’idea è quella di portare sullo schermo un
quartiere multietnico, raccontare le vicende delle prime e delle seconde
generazioni di migranti, così come di chi ci risiede da sempre.
È
cambiato il suo modo di essere cittadino di Tor Pignattara dopo aver portato “Torpigna”
al cinema e in Tv?
Mi
piace l’idea di non cambiare questo rapporto, poi capita che qualcuno ti fermi
per la strada e questo ti fa anche piacere. Ma l’idea di potere essere ancora “invisibile”
e guardare tutto ciò che accade con lo sguardo di uno spettatore mi stimola
tanto. Spero di non cambiare mai. Da Tor Pignattara ho ancora tanto da
imparare, gli spunti di riflessione sono molti, a partire dall’integrazione che
è ancora in fase di sviluppo, non è completa.
Quali
sono i registi e gli attori della commedia all’italiana che sente più vicini?
Penso
a Dino Risi, a Mario Monicelli, al Vittorio Gassmann de “Il Sorpasso”. Dal post
guerra raccontato dal Neorealismo in poi, un filone incredibile.
“Bangla”
è una commedia romantica. Come le piace raccontare l’amore?
L’idea
è quella di potere essere universale perché l’amore è un problema comune a
tutti. “Bangla” lo racconta dal punto di vista di un musulmano praticante, una
storia nella quale possono rivedersi i cristiani come gli ebrei, che magari
hanno ancora delle radici forti da questo punto di vista. Mi piaceva l’idea di
potere raccontare quei valori lì.
Definisce
l’amore un “problema”?
I
lati positivi dell’amore sono tanti, ci sono il supporto, la passione. Dipende da
come va la relazione (sorride). Si dice però che l’amore non è bello se
non è litigarello…
La
sua esperienza in “Bangla” ha cambiato il suo modo di pensare all’amore?
Fare
esperienze di questo genere ti cambia la prospettiva in meglio, “Bangla” mi ha
dato speranza. Il film mi ha aiutato anche a parlare con i miei genitori, è
stato un elemento di rottura che ha scosso un po’ tutti. Sono una persona
timida e introversa, film e serie sono stati una terapia d’urto, mi hanno
aiutato a esorcizzare queste tematiche.
Nel
suo 50 per cento italiano l’ironia è di casa. Nel restante 50 per cento?
L’ironia asiatica ha elementi che sono più semplici, legati al cibo, alla lingua, agli stereotipi. Anche i meccanismi dell’umorismo sono completamente differenti.
Una passione nata fin da ragazzo che oggi vive in radio con la storia e la musica dell’Eurovision Song Contest. Isoradio ci accompagna al 10 maggio, giorno di inizio di Esc made in Italy. Il Radiocorrieretv ha incontrato il conduttore e ideatore di “Welcome Europe”
Sessantasei anni di Eurovision nel racconto radiofonico di “Welcome
Europe”…
Una passione che nasce da ragazzino, anche quando l’evento veniva
trasmesso in orari difficili o non trovava collocazione nel palinsesto e lo
cercavo nei canali di Capodistria. È qualcosa che mi ha sempre affascinato e mi
ha aiutato a viaggiare con la mente, entrare in contatto con Paesi e lingue
diverse, canzoni mai ascoltate abitualmente. Devo dire però che amo da sempre tutti
i concorsi musicali, le Hit Parade di Lelio Luttazzi, le varie Canzonissima,
Disco per l’estate, Sanremo… l’Eurovision era, ed è, un’occasione in più per
vivere qualcosa di speciale.
Come nasce l’idea del programma?
L’organizzazione della manifestazione in Italia, che coinvolge
tutta la Rai, era davvero un’ottima occasione, una vetrina in più. Nella ormai
oltre trentennale storia di Isoradio, l’osso duro della programmazione è
ovviamente l’info mobilità, ma nel tempo si è dato spazio a diverse tematiche, ospitato
cantanti, raccontato Sanremo, spaziando tra molti argomenti. La musica ha un
ruolo importantissimo, perché chi viaggia non può sentire solo le chiacchiere (ride),
e poi sulle nostre strade circolano, non solo per lavoro, tantissimi stranieri che
con “Welcome Europe” possono ascoltare canzoni nelle loro lingue. La nostra
direttrice, Angela Mariella, ha accolto la proposta con molto entusiasmo, soprattutto
dopo gli ottimi risultati ottenuti nel nostro racconto del Festival di Sanremo.
Come si è preparato a questo viaggio?
Ho studiato parecchio, anche perché l’argomento non è facile.
Sono 66 anni di storia musicale europea e per il pubblico italiano la maggior
parte degli artisti dell’Eurovision sono dei perfetti sconosciuti. Non ho
voluto solo presentare un elenco di canzoni o di classifiche, ma offrire a chi
ci ascolta una visione geopolitica. D’altra parte, è un evento che accoglie ben
40 Stati, ciascuno con la propria musica, cultura e soprattutto bandiera. La sfilata
delle bandiere all’Eurovision è importante tanto quanto quella dell’inaugurazione
dei Giochi Olimpici.
Ogni cantante porta una bandiera, ma gareggia per sé…
Sì, non necessariamente deve essere nato nel Paese che
rappresenta. È il caso di Achille Lauro che rappresenta San Marino, così come
per Celine Dion, una canadese che vinse per la Svizzera.
Questo circo della musica in Italia non ha sempre goduto di
grande fama. Come e quando è cambiato il destino dell’Esc?
Dal 2011 quando l’Italia è tornata in gara. Dal 1997, l’anno
della partecipazione dei Jalisse, ci fu un lungo stop, interrotto con Raphael
Gualazzi (2011) che arrivò secondo. Da quel momento l’Esc comincia a prendere
piede anche in Italia, anche se, dobbiamo ricordare, che la maggior parte dei big
nostrani nel tempo sono saliti su questo palco, dai vincitori Gigliola Cinquetti
a Toto Cutugno, da Villa a Ranieri, da Morandi a Mia Martini. È vero, da noi
non ha avuto lo stesso seguito che all’estero, forse perché eravamo abbastanza
sazi di Sanremo, lo abbiamo collocato al margine dei palinsesti, a volte anche
cancellato. Nel 1974, per esempio, la Cinquetti si presentò con “Sì”, ottenne
il secondo posto dopo gli Abba, ma l’Eurovision fu trasmesso in differita
perché in Italia si votava per il referendum sul divorzio. La nostra canzone fu
censurata e nessuno ebbe la possibilità di ascoltarla, anche se all’estero
molto apprezzata.
La Costa Azzurra è pronta ad accogliere la 75esima edizione di una delle più importanti rassegne cinematografiche mondiali. Dal 17 maggio
“L’Envol” di Pietro Marcello sarà il film di apertura alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes. Il film è prodotto da CG Cinema, Avventurosa con Rai Cinema, The Match Factory e ARTE France Cinéma, ed è realizzato con il contributo e il patrocinio della Direzione generale Cinema e audiovisivo – Ministero della Cultura. Il film sarà distribuito in Italia da 01 Distribution. Rai Cinema partecipa inoltre alla produzione del già annunciato “Les Amandiers” di Valeria Bruni Tedeschi. Il film è prodotto da Ad Vitam Production e Agat Films et Cie, in coproduzione con Bibi film tv, Lucky Red con Rai Cinema. “Pietro Marcello è un autore che ha seguito un percorso molto personale nella sua crescita artistica”, dice Paolo Del Brocco amministratore delegato di Rai Cinema, società produttrice al fianco di Pietro Marcello dai suoi primi passi. “Nel segno della ricerca di strade stilistiche innovative e della fusione dei diversi linguaggi, spaziando dal documentario alla finzione, e maneggiando con rara capacità l’uso dei materiali d’archivio, il suo cinema ha lasciato sin dai primi lavori, un’impronta originale e profondamente evocativa, che gli ha permesso di diventare uno tra i principali rappresentanti di quella nuova generazione di autori che si sta affermando sul piano internazionale.
Risate e divertimento per Made in Sud che nei suoi dieci anni si è rinnovato ma senza stravolgimenti. Nella grande squadra, il comico con i suoi monologhi: «Il nostro punto di forza – dice al RadiocorriereTv – è il gioco collettivo».
Com’è partita per lei
questa edizione di Made in Sud?
Bene, all’insegna della spensieratezza. Questo è un periodo
in cui ce n’è davvero bisogno, insieme alla leggerezza. C’è una conduzione
giovane e fresca con Lorella e Clementino e abbiamo avuto modo di far vedere
che Made in Sud non è solo comicità, ma una squadra vera e propria e come tale
puntiamo a vincere lo scudetto, calcisticamente parlando.
Vive tutta la squadra
di Made in Sud da tempo e ne ha seguito l’evoluzione. C’è un elemento che
caratterizza il vostro successo?
La squadra, lo ribadisco. Qui ci sono tanti singoli al
servizio della squadra ed è il gioco collettivo a vincere. Oggi c’è tanto
bisogno di unione e noi ne siamo un esempio. Io sono sempre il monologhista
incorporato in una squadra di vari personaggi dove cerco di trovare il mio
spazio, anche se è più facile a Made in Sud che per parcheggiare la macchina.
Essere comici in una trasmissione come Made in Sud però non è facile, non è
come essere protagonisti dei social. Stare su Rai2 in prima serata è sempre una
grossa responsabilità.
Quali saranno i
personaggi che porterà sul palco nelle prossime puntate?
La prima cosa che ho cambiato di me è che ho perso un po’ di
chili… Per il resto saremo una bella insalata mista. Da noi a Napoli quella
bella è con pollo, olive, mozzarella e tanti altri ingredienti, che se qualcosa
non piace, ne piace un’altra.
Da San Giorgio a
Cremano a Napoli per Made in Sud la strada sembrerebbe breve ma…?
Io sono nato a San Giorgio a Cremano ma sono cresciuto a
Barra che è l’ultimo quartiere di periferia. La strada per Made in Sud è quella
di giovani e ragazzi che vengono dalle periferie dove c’è davvero un tesoro, un
contenitore di talenti, escludendo me che non sono un talento. Made i Sud
racchiude, proprio al centro di Napoli, tutti questi talenti, come i Re Magi che
vanno al Presepe. Noi siamo giunti a Made in Sud, convogliati in questo Presepe
che è la Rai.
Cos’hanno in comune un
sindacalista ed un cabarettista?
Che il sindacalista faceva più ridere. Io lo sono stato, ma
la mia vita era già questa. Ho sempre vissuto per fare quello che sto facendo.
Mi sono ritrovato a fare un po’ di tutto, rifiutando il classico posto fisso
perché volevo fare questo nonostante i posti mi rincorrevano. Anche se facevo
altri lavori, di notte facevo il cabarettista.
Il monologo è il suo
elemento. Perché?
Perché io con il monologo sono me stesso, lo sento nella pancia. Osservo e poi racconto in modo comico quello che la gente vive tutti i giorni. Non sono più il comico che corre dietro alla battuta, ma sono come il fotografo che coglie le sfumature.
La conoscenza e la conquista dello spazio, la sfida più grande di sempre: l’uomo è pronto a raggiungere altri mondi, a dare vita a generazioni multiplanetarie. Il RadiocorriereTv incontra il capo della Divisione di Strutture, Meccanismi e Materiali dell’Agenzia Spaziale Europea, autore del volume “Homo caelestis – L’incredibile racconto di come saremo” (Longanesi). «Per la prima volta nella loro storia i sapiens sono capaci di portare la propria vita altrove, insediandosi dove la vita non c’è. La Luna prima, Marte poi» afferma l’alto funzionario ESA, protagonista di una delle prossime puntate di PlayDigital su RaiPlay
Studiare il cielo, lo spazio, per capire come
saremo. Da homo sapiens a homo caelestis, quanta strada abbiamo percorso e dove
possiamo arrivare?
Quello che il sapiens è riuscito a compiere è
stato un percorso straordinario, se pensiamo che il Big Bang, l’evento che ha
generato tutto ciò che conosciamo, è avvenuto circa 14 miliardi di anni fa, che
quattro miliardi di anni fa si sono manifestate le prime forme di vita sulla
Terra e che 2 milioni e mezzo di anni fa facevano il loro ingresso sul nostro
pianeta umanoidi simili ai sapiens. Questi particolari individui hanno vissuto
senza nessun impatto sul mondo per milioni di anni, poi, con un’accelerazione
straordinaria, divenuti sapiens, sono stati l’unica specie capace di
costruirsi, grazie al loro coraggio, alla loro visione, alla loro caparbietà, i
mezzi per lasciare il proprio pianeta in maniera consapevole. E non solo, oggi
hanno addirittura preso il controllo del proprio mondo. Pensiamo a quali
risultati il sapiens è riuscito a ottenere in così poco tempo, pur non essendo
l’essere più forte che c’è sul pianeta né tantomeno quello più adatto a
viverci.
E ora la sfida più grande…
Per la prima volta nella loro storia i sapiens
sono capaci di portare la propria vita altrove, là dove la vita non c’è,
insediandosi su altri mondi. La Luna prima, Marte poi. Trovo che questo sia un
messaggio straordinario di grande fiducia, di grande speranza nelle nostre
capacità rispetto al mondo che ci circonda e alle specie che popolano la nostra
Terra.
Le chiediamo di fare un passo indietro per capire
meglio chi siamo in questa vastità difficile da comprendere. Da dove partiamo?
Direi dal Big Bang, il cui nome però ci può
trarre in inganno. Sì, perché in realtà non fu un’esplosione, ma un’espansione:
se ci fosse stata un’esplosione questo implicherebbe che ci fosse un quando e
che ci fosse un dove. Ma non è così che funziona. Prima del grande Bang non c’è
tempo e non c’è spazio, non c’è un quando e non c’è un dove, è il Big Bang
stesso che crea il tempo e lo spazio, svolgendoli. Un’espansione vertiginosa
che in pochissimo tempo ha creato l’Universo come lo conosciamo. Poi, dai primi
tre minuti nei quali, come dice Steven Weinberg (Nobel per la Fisica nel 1979),
tutto è avvenuto, ci sono stati 14 miliardi di anni del “solito tran tran”, con
qualche sporadico evento degno di nota. Il primo “cerino” acceso nel buio
dell’universo, la prima stella, e da lì una distesa di altri cerini che
appaiono uno dopo l’altro. Sono miliardi di stelle, che si mettono subito
all’opera e producono gli elementi che formeranno i pianeti attorno ad esse.
Poi, su un pianetino sperduto che noi chiamiamo Terra è nata la vita come la
conosciamo, quella a base di carbonio, che si è evoluta caparbiamente fino ad
arrivare a noi sapiens. Sconcerta pensare che se volassimo alla velocità della
luce, cosa impossibile, impiegheremmo 200 mila anni per lasciare la nostra
galassia e due milioni e mezzo di anni per raggiungere quella successiva,
Andromeda. E di galassie ce ne sono altri 200 miliardi. E noi, con la potenza
del nostro pensiero, in questo granello di sabbia che si chiama Terra, siamo
riusciti ad avere coscienza, a comprendere questo fatto straordinario.
Una consapevolezza che ci spinge ad andare oltre…
L’Universo potrebbe schiacciarci in un istante,
un asteroide potrebbe cancellarci dal pianeta Terra, eppure noi,
straordinariamente, abbiamo un cervello che ci permette di sapere che questo
potrebbe accadere. Siamo gli unici esseri del pianeta ad avere questa
consapevolezza. Trovo che la potenza del nostro pensiero sia davvero
portentosa: essa ci rende consapevoli della potenza che l’Universo ha su di
noi. Potenza della quale l’Universo stesso non sa nulla. E dalla consapevolezza
di ciò che ci circonda ecco che in noi nasce la spinta a esplorarlo.
“Homo Caelestis” è il titolo del suo primo libro,
successo editoriale che testimonia quanto lo spazio affascini e incuriosisca.
Quanto spazio c’è già nella nostra vita?
Lo spazio è presente quotidianamente in
moltissime delle commodities che utilizziamo e nemmeno ce ne rendiamo conto. Io
e lei, ad esempio, stiamo parlando attraverso un sistema di telecomunicazione
satellitare, stiamo utilizzando Internet. Chi di noi non usa un telefonino
oppure una televisione con segnale satellitare? Ci arrabbiamo se lo smartphone
non ha campo, se la Rete è un po’ in ritardo o se il segnale GPS per un momento
manca. Tutte queste informazioni si muovono attraverso sistemi satellitari che
ci vengono messi a disposizione in particolare dall’Agenzia Spaziale Europea.
Durante la pandemia, proprio grazie a queste tecnologie, abbiamo potuto
lavorare a distanza e i ragazzi hanno continuato a studiare da casa, abbiamo
avuto la possibilità di continuare a relazionarci gli uni con gli altri,
insomma, non ci siamo fermati. In più, grazie allo spazio, osservatorio ideale,
possiamo controllare tutte le cinquanta variabili che dominano il cambiamento
climatico. Un’informazione di straordinaria importanza, se pensiamo a quanto il
mutamento del clima condizioni la vita di tutti noi e si prefiguri come la più
grande e attuale sfida per l’umanità intera. Lo spazio è cruciale per
permetterci di ottenere dati scientifici incontrovertibili, che vengono forniti
ai governi del Pianeta per intervenire in maniera efficace proprio sul climate
change.
Nello spazio le risposte ai nostri più grandi
interrogativi…
È lo spazio che ci consente di capire da dove
veniamo: il Big Bang, la formazione delle galassie, l’evoluzione del Sole, la
nostra stella, che influenza la nostra vita sulla Terra, non soltanto da un
punto di vista meteorologico. Tutte le esplosioni nucleari che avvengono sul
Sole hanno un impatto diretto sulle nostre apparecchiature elettroniche, sui
centri di calcolo terrestri, sulle linee elettriche, ma anche sulla salute dei
satelliti che orbitano attorno alla Terra e sulla Stazione Spaziale
Internazionale a bordo della quale vivono e lavorano astronauti. Informazioni
cruciali per la nostra vita. Con lo spazio possiamo in un certo senso prevenire
le catastrofi, capire il movimento degli tsunami a seguito dei terremoti,
misurare movimenti millimetrici di tutte le opere che l’uomo ha realizzato, i
ponti, le dighe, le scuole dei nostri figli. Monitoriamo la qualità dell’aria,
la quantità di CO2 e di gas serra che fanno innalzare la temperatura, così come
possiamo identificare l’umidità, riuscendo dunque a realizzare l’agricoltura di
precisione e ottenere raccolti anche dove si pensava che le terre fossero aride
e inadatte alla coltivazione. Oggi utilizziamo sistemi nati dalle missioni
spaziali per fare fronte addirittura al Covid e alle sue conseguenze, così come
a molte altre problematiche che abbiamo sulla Terra. Si pensi che dalla
missione Apollo abbiamo avuto 135 mila brevetti, tra i quali il
microprocessore, utilizzato in ogni sistema medico, di trasporto, in ogni
computer terrestre, la stessa TAC è un brevetto dell’Apollo 11, serviva per
trovare difetti nei materiali e nelle strutture delle astronavi. La
telemedicina, che consente diagnosi a distanza, e la telerobotica per assistere
la chirurgia a distanza, sono nate grazie a brevetti della Stazione Spaziale
Internazionale. Brevetti significa anche posti di lavoro, aziende, economia,
benessere.
L’attrice pugliese è una delle interpreti più apprezzate del momento. Da “Blanca” a “Don Matteo”, passando per il Festival di Sanremo conduttrice insieme ad Amadeus, ha conquistato il cuore della grande platea televisiva. Sorridente ed empatica, ma anche timida e riservata. Al nostro giornale racconta la sua stagione straordinaria: «La passione? Non ti fa nemmeno accorgere della stanchezza»
Una
stagione davvero speciale quella che la vede protagonista. Prima “Blanca”, poi “Sanremo”,
ora il ritorno di “Don Matteo”. C’è un’emozione che lega questi momenti?
Mi
sono fermata poco a riflettere su quanto è accaduto (sorride). Amo
godermi i momenti e di solito mi capita di realizzare solo dopo un po’ di
tempo. Sono comunque molto contenta di questo ultimo anno.
C’è
un aggettivo con il quale lo definirebbe?
Inaspettato
(sorride).
“Don
Matteo” è per lei un tornare a casa, come è andata con questa stagione numero tredici?
Ogni
volta è tornare alla mia seconda famiglia. Siamo un gruppo coeso, ci divertiamo
e ci sorprendiamo per le piccole cose. “Don Matteo” è sempre una garanzia.
Terence
Hill se ne va e arriva Raoul Bova, ma Anna Olivieri rimane salda al suo posto in
caserma…
In
queste stagioni è cresciuto il rapporto tra Anna e gli altri personaggi, con il
Pm, con le new entry. Per quanto mi riguarda l’approccio è sempre più
consapevole, una familiarità che non mi porta comunque a lasciare nulla al
caso.
All’inizio
pensavo che con il tempo sarebbe stato meno faticoso, ma se lavori con
aspettative molto alte, con responsabilità, l’impegno e la fatica non vengono
meno. Aspetto positivo è che quando a trascinarti è la passione non ti accorgi
nemmeno della stanchezza.
Si
dice che nel tempo attore e personaggio arrivino ad assomigliarsi sempre di più,
come va tra lei e Anna?
Ogni
volta che finisco le riprese mi stacco subito da lei, cambiando ad esempio il
colore dei capelli. Nonostante nella mia prima stagione io e Anna un po’ ci
somigliassimo, oggi ci assomigliamo sempre meno. La mia vita va in una
direzione, la sua in un’altra. Stiamo facendo scelte diverse, lei sta prendendo
delle decisioni che io non prenderei mai ma…non posso andare oltre per non
spoilerare troppo (sorride).
Quali
sono le parole di Terence Hill che porterà sempre con sé?
Terence
è una persona di poche parole. A insegnare sono state l’atmosfera serena che ha
saputo creare sul set, la sua professionalità, la capacità di trasmetterci
l’unicità di ogni istante.
La
recitazione per gli inglesi è “un gioco”, per lei quanto è gioco e quanto è
mestiere?
Pur
non salvando vite umane l’attore deve avere un comportamento serio, fino
all’ultimo. Dobbiamo dare il massimo nello studio, nel lavoro: una fatica, un
peso, che però il pubblico non deve percepire. Dobbiamo raggiungere lo
spettatore con naturalezza e leggerezza.
Cosa
prova quando si ripensa ragazzina, impegnata nei primi spettacoli?
Vedo
Maria Chiara che sta facendo le scelte giuste, che fa esperienza, che a volte
sbaglia, vedo una ragazza che è capace di trarre insegnamento anche dagli
errori, una giovane donna che sta formando la propria mentalità.
Torniamo
per un istante allo scorso febbraio, al “Festival di Sanremo”, a due mesi e
mezzo di distanza che ricordo ha di quella sera?
I beni artistici e culturali nazionali godono oggi di nuova luce e attenzione. L’arida imperante burocrazia ha lasciato spazio a un approccio manageriale di alto livello, a sinergie virtuose tra pubblico e privato, all’iniziativa dei cittadini. Perché l’arte è di tutti. Il volume, in libreria e negli store digitali dal 28 aprile, è un viaggio a trecentosessanta gradi nel nuovo corso del patrimonio artistico nazionale, attraverso le testimonianze di archeologi, manager culturali, specialisti di ogni genere, volontari e militari. Il RadiocorriereTv incontra l’autore, popolare giornalista della Rai, che ha recentemente assunto l’incarico di direttore di Rai Libri
“Dall’abbandono
alla rinascita, viaggio nel Paese che riscopre i suoi tesori (e la sua anima)”.
Un sottotitolo che è già un manifesto, come nasce questo suo nuovo lavoro?
Dalla
constatazione che sotto il profilo della valorizzazione e della tutela dei beni
culturali abbiamo voltato pagina rispetto alla situazione esistente fino ai
primi anni Duemila. Ricordiamo lo scandalo per il crollo della schola
Armaturarum di Pompei. Il sito era nel degrado più assoluto, abbandonato, chiuso
per scioperi, senza una vera valorizzazione, mentre oggi, grazie a una serie di
riforme, a una idea diversa del rapporto tra pubblico e privato, a una
consapevolezza maggiore da parte degli italiani del tesoro di cui devono
occuparsi e godere, le cose sono cambiate. Dopo “Italia Green”, dedicato alle
tematiche del made in Italy ambientale, “L’oro d’Italia” racconta storie di
eccellenza della tutela e della valorizzazione dei nostri beni artistici,
storico culturali, paesaggistici. Da Pompei, risorta rispetto alla decadenza in
cui si trovava, alla reggia di Venaria Reale di Torino, residenza sabauda di
grandissimo pregio, immensa struttura caduta nel più completo abbandono e oggi
completamente restaurata, scintillate, piena di eventi, di giovani che la vanno
a visitare. Lo stesso discorso vale per la reggia di Caserta, altro sito che
oggi funziona bene.
Quali sono
i punti di riferimento di questo nuovo modello di gestione?
Il
complesso di riforme di cui parlavamo e una concezione diversa del rapporto tra
Stato, enti locali e privato. Quest’ultimo non è più demonizzato o visto come
il vampiro che si cala sul bene culturale per scempiarlo, volgarizzarlo, per
ottenerne il massimo profitto. Ovviamente, non tutto il privato è buono,
bisogna sempre controllare e vigilare. Abbiamo visto come criteri privatistici
di valorizzazione del bene culturale, che resta di proprietà dello Stato,
consentono di sviluppare energie fenomenali. Il secondo punto è quello della
riforma dei musei. Ne abbiamo 44 con un loro statuto di autonomia, che non sono
più uffici periferici delle sovrintendenze che se ne occupavano quando potevano,
ma ci sono direttori scelti con concorso di livello internazionale che hanno
tutti fatto bene. Sono realtà che hanno un loro consiglio d’amministrazione, un
loro comitato scientifico, che possono lavorare in maniera profittevole. Basta
pensare al Museo Egizio di Torino, che è riuscito a fare cose fantastiche ammirate
da tutti. Rispetto a prima, quando i musei erano luoghi oscuri, polverosi, il
visitatore non è più un intruso: l’arte, la cultura, la storia, sono patrimonio
del cittadino stesso.
“Nero a metà” è il protagonista assoluto dei lunedì televisivi. L’attore romano, che delle prime tre puntate della serie è anche regista, veste i panni dell’ispettore Carlo Guerrieri, personaggio entrato ormai nel cuore del pubblico: «Chi ci guarda è contento di quello che vede perché si riconosce in ciò che trasmettiamo». In prima serata su Rai1
La terza stagione
di “Nero a metà” è stata accolta a braccia aperte dal pubblico, soddisfatto?
Sono molto
contento. Avevo percepito l’attesa, che ha fomentato e accresciuto la voglia di
seguirci. I numeri ci confortano molto.
E questa volta la
serie porta anche la sua firma come regista, come è andata?
I primi sei
episodi li ho diretti io ed è stata una bellissima esperienza. Era un gruppo di
lavoro che conoscevo molto bene, gli attori erano i miei compagni di viaggio
delle precedenti stagioni e devo dire che con tutti si è instaurato un rapporto
di scambio, di fiducia, da capocomico, per utilizzare un termine un po’
desueto. Guidarli, condividere con i loro personaggi, è stata una bellissima
esperienza. Certo, mi sono avvalso del lavoro fatto da Marco Pontecorvo nelle
stagioni precedenti, e di questo non smetterò mai di ringraziarlo. “Nero a
metà” è una serie che avevo nella pelle e che avevo contribuito a delineare, a
fare crescere. Sono un attore collaborativo nei confronti dei progetti che
seguo, mi piace condividere con chi scrive e dirige, tanto da scegliere, alla
fine, di dirigere io stesso le cose che faccio.
Cosa significa
dirigere se stessi?
Tra attore e
regista subentra un piccolo conflitto, è quindi importante avere il supporto di
tutti i collaboratori, dal direttore della fotografia all’aiuto regista, il
nostro è un lavoro di collaborazione, mi fido molto del giudizio di chi lavora
con me.
L’elemento di
novità più evidente di questa stagione è la comicità, come ha vissuto questa
svolta?
È stata una
scelta precisa anche in fase di sceneggiatura. Abbiamo voluto rischiare un
minimo sull’idea che anche nelle situazioni più serie, seriose, tragiche, come
accade in un poliziesco, in un crime, le persone che fanno professioni anche
molto impegnative hanno comunque lo spazio per potersi rilassare un secondo,
per fare una battuta, per avere un momento più leggero. Ci siamo chiesti perché
i nostri poliziotti dovessero essere sempre così cupi, in qualche modo tristi…
… quindi la
svolta…
Avevamo capito, nelle passate stagioni, che quei piccoli toni di commedia che c’erano tra il mio personaggio e quello di Malik Soprani (Miguel Gobbo Diaz), o Cantabella (Alessandro Sperduti), cominciavano a funzionare. Abbiamo voluto spingere in questo senso, senza mai essere grevi, volgari. Tra l’altro è abbastanza nelle mie corde. Come già accade in “Montalbano”, in “Don Matteo”, nella tradizione della grande fiction di Rai 1, abbiamo pensato che fosse giusto condire vicende estrapolate dalla cronaca, che hanno un fondo di verità, con momenti più leggeri. Nel cast, tra le new entry, ci sono attori forieri di una vena comica, più leggeri, da Caterina Guzzanti ad Adriano Pantaleo.
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