LINO GUANCIALE

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Poeta della mente

 

Un rapporto attore – regista che si consolida con “L’invisibile”, miniserie – di successo – sulla cattura di Matteo Messina Denaro, e la scelta di rendere l’attore abruzzese protagonista di “Le libere donne” e raccontare la storia di Mario Tobino: «La sua migliore letteratura si è nutrita del suo impegno medico e, allo stesso tempo, la sua capacità di psichiatra umanista — portatore di una visione nuova all’interno dei manicomi in cui ha lavorato — si è nutrita moltissimo della sua sensibilità artistica»

 

 

Come hai incontrato la figura di Mario Tobino e cosa l’ha colpita di più nel prepararsi a questo lavoro?

Io conoscevo Tobino perché avevo letto alcune sue cose da ragazzo e avevo ammirato la sua scrittura, ma non come psichiatra, come medico. Prepararmi per questo lavoro mi ha portato a comprendere come in realtà non sia scindibile il poeta, il letterato, dal medico. In Tobino queste due dimensioni sono state profondamente legate: la sua migliore letteratura si è nutrita del suo impegno medico e, allo stesso tempo, la sua capacità di psichiatra umanista — portatore di una visione nuova all’interno dei manicomi in cui ha lavorato — si è nutrita moltissimo della sua sensibilità artistica. La prima cosa che mi ha colpito è stata quindi conoscere più a fondo questo grande protagonista della cultura italiana, che per primo ha squarciato il velo su quello che accadeva negli ospedali psichiatrici, soprattutto alle donne. Raccontare cosa succedeva alle donne nei manicomi significava in realtà raccontare la condizione femminile in generale. Le donne non avevano potere: gli uomini avevano l’appoggio della legge, avevano la potestà quasi totale sulla vita delle proprie mogli. Questo significava che il manicomio diventava, brutalmente, una soluzione, a volte un’alternativa al femminicidio. Donne che non avevano nulla a che fare con la follia venivano rinchiuse lì dentro e dimenticate da tutti, cancellate probabilmente perché erano troppo libere o tentavano di esserlo più di quanto il mondo permettesse loro.

All’epoca l’idea di follia era molto diversa da oggi. Quanto conta questo contesto nella storia che raccontate?

Allora l’orizzonte della follia era ancora più misterioso di quanto non lo sia adesso. Non esisteva l’universo terapeutico e diagnostico che abbiamo oggi. Bastava che una persona fosse scomoda e il manicomio diventava un baratro perfetto dove farla sparire, senza lasciare traccia. Il lavoro di Tobino apre uno sguardo nuovo su tutto questo. Offre finalmente una possibilità di conoscenza e di visibilità che prima non esisteva. Non è un caso che quel libro diventi il suo primo grande libro: è un’opera che formalizza la sua voce poetica ma è anche un gesto civile di enorme importanza. Questo progetto mi ha conquistato proprio per questo: è una storia che oggi parla ancora di affettività, di libertà, e della necessità di specchiarci in un passato che sembra più brutale del nostro, ma forse lo è solo apparentemente.

Perché questa storia continua a parlarci così tanto anche oggi?

Perché se siamo andati avanti sul piano giuridico, sul piano culturale quello stesso machismo maschiocentrico, che è alla base della mentalità che Tobino denuncia, ce lo portiamo ancora molto addosso. Essere un uomo come Mario Tobino significa anche questo: riuscire a spostarsi da quella visione maschiocentrica e mettere in primo piano delle donne che non avevano dignità, valore, neppure un nome. Restituire loro un valore e mostrarlo alla società. Non so quanto lui fosse consapevole della portata di questo gesto, ma sono sicuro che pensasse fosse semplicemente la cosa giusta da fare: pubblicare un libro simile, che non era mai stato pubblicato nel nostro Paese. E credo che, facendo questo, abbia accumulato un credito enorme nei confronti delle donne e anche nei confronti di noi uomini del XXI secolo.

Cosa ha significato per lei interpretare una figura come Tobino?

Tobino ha vissuto trentacinque anni dentro il manicomio. Non faceva solo il medico: viveva con le persone che erano lì dentro, con i malati di mente o con quelli che venivano considerati tali. Era un uomo che viveva con una coerenza totale rispetto alla propria vocazione. Michele Soavi, il regista della serie — un grande regista — racconta che Tobino era una figura familiare nella sua storia personale. Per anni, infatti, è stato il compagno di sua nonna, Paola Lelli, vedova di Adriano Olivetti e sorella di Natalia Ginzburg, e lo ha considerato un secondo nonno. Ce lo ha descritto come una persona molto serena, felice della vita che aveva scelto, aveva persino comprato casa in centro a Lucca, ma non ci ha mai voluto vivere: ha preferito restare accanto ai suoi pazienti. Qualcuno potrebbe leggere in questa scelta una specie di ossessione, ma io penso sia semplicemente la scelta libera di un uomo che ha deciso di vivere in totale integrità con la propria missione. E questa integrità, questa spina dorsale morale così forte, oggi può essere una grande fonte di ispirazione.

Parliamo del personaggio di Margherita. Cosa rappresenta il legame con Tobino?

Margherita è una grande invenzione letteraria della sceneggiatura. L’altra donna presente nella serie, Paola Olivetti, interpretata da Gaia Nanni, è stata davvero la donna della vita di Tobino. Margherita invece è una figura simbolica, un personaggio in cui confluiscono tante donne che Tobino ha incontrato nel suo percorso negli ospedali psichiatrici. Donne che erano finite lì dentro per motivi che con la follia non avevano nulla a che fare. Io credo che Margherita rappresenti metaforicamente l’amore immenso che Tobino ha per la giustizia. Conoscerla e liberarla diventa la sua grande missione. Liberando lei sente di liberare anche se stesso, di rendere il mondo un po’ più giusto. Dentro questa missione c’è anche una storia di innamoramento e di fascinazione, che io ho sempre letto come una grande allegoria: il fascino che la follia esercita su chi cerca di comprenderla e, più in generale, l’amore per la giustizia.

Perché secondo lei abbiamo ancora così tanta paura della malattia mentale, mentre normalizziamo la violenza?

Credo dipenda molto dall’abitudine ad accettare l’idea che il mondo funzioni così. Le guerre ci sono sempre state, esiste un ordine mondiale che mette l’uomo al centro e la donna da un’altra parte. E spesso ci diciamo: un motivo ci sarà. Io faccio parte del collettivo “Una Nessuna Centomila”, e negli ultimi anni hanno iniziato a entrarne a far parte anche gli uomini. È un passaggio molto importante. Stiamo lavorando anche con filosofi come Lorenzo Gasparrini per capire cosa ci impedisce di superare certi modelli culturali. E ci rendiamo conto che noi uomini siamo spesso le prime vittime di una visione maschile rigidissima. Ci viene insegnato a non chiedere aiuto, a non prenderci cura di noi stessi, a dimostrare continuamente la nostra forza, ma così facendo diventiamo incapaci di prenderci cura anche degli altri. Accettare la propria vulnerabilità non significa essere deboli, ma iniziare a costruire un’idea diversa di benessere e di relazione. Ed è anche il primo passo per costruire una vera parità tra uomini e donne.

Chiudiamo con una nota più leggera… com’è stato lavorare con Fabrizio Biggio?

La serie affronta temi molto duri, ma è anche una grande storia di amicizia e di umanità. In mezzo a un contesto violento e a un periodo storico terribile, questi personaggi cercano comunque allegria, libertà, bellezza. E in questo Fabrizio Biggio è stato fondamentale. Il suo personaggio non è solo quello che alleggerisce la storia: è un personaggio a tutto tondo, molto bello sia nelle note più leggere sia in quelle più profonde. Lavorare con lui è stato meraviglioso. Ha aiutato tutti noi a trovare il tono giusto per raccontare una storia così drammatica con una leggerezza profondamente umana. E ora che ho detto tutto il bene possibile — anche perché lui mi ha pagato per farlo (ride)— posso dirlo con sincerità: è stato davvero un compagno di lavoro straordinario.

MARIA LATELLA

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Dialoghi per leggere il presente

 

Con “La sfida delle idee. Sei voci della cultura internazionale raccontano il tempo che viviamo”, pubblicato da Rai Libri, Maria Latella attraversa economia, comunicazione, media, narrativa, giustizia e pensiero religioso in sei conversazioni con Haim Baharier, Jérôme Fenoglio, Camilla Läckberg, Jacques Séguéla, Scott Turow, Martin Wolf. Interviste lontane dai tempi compressi dei talk show e dei social, che restituiscono profondità al pensiero e al confronto. Il volume è stato presentato l’11 marzo a Roma alla Libreria Mondadori della Galleria “Alberto Sordi”, con lo storico Marc Lazar e con lo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo

 

 

 

Nel libro attraversa temi molto diversi: cultura, economia, comunicazione, narrativa, pensiero religioso. Qual è la domanda di fondo che unisce tutte queste conversazioni?

La domanda di fondo è quella sintetizzata dal titolo: “La sfida delle idee”. Abbiamo cercato, attraverso questo ciclo di interviste con i protagonisti del libro, di individuare alcuni punti di riferimento per comprendere il tempo che stiamo vivendo. Viviamo un momento molto confuso, nel quale la realtà sembra frantumarsi ogni giorno e in molti momenti abbiamo quasi la sensazione di perdere il terreno sotto i piedi, perché tutto cambia vorticosamente. La guerra in Ucraina ha aperto scenari che forse non immaginavamo neppure poco tempo fa. A questo si sono aggiunte altre tensioni e altri scenari internazionali che rendono ancora più difficile orientarsi. In questo contesto ho scelto sei interlocutori molto diversi tra loro per esplorare le idee che queste persone, tutte molto significative nei rispettivi campi, hanno maturato nel corso della loro esperienza. Abbiamo parlato di economia con Martin Wolf, definito dal Washington post il miglior giornalista economico, con il quale abbiamo affrontato molti temi, da Donald Trump fino al ruolo delle grandi piattaforme tecnologiche. Abbiamo parlato del rapporto tra politica e marketing con Jacques Séguéla, uno dei più importanti pubblicitari europei, che ha segnato profondamente la comunicazione politica dagli anni Ottanta in poi. Abbiamo affrontato il futuro dei media con Jérôme Fenoglio, direttore di “Le Monde”. Il tema del male e del fascino che esercita nella narrativa con Camilla Läckberg, una delle scrittrici crime più lette in Europa. Con Scott Turow, autore americano di legal thriller, abbiamo discusso i dilemmi della giustizia e della responsabilità morale. Infine, proprio perché viviamo un tempo molto confuso, abbiamo esplorato il senso della religione con Haim Baharier, studioso del Talmud e interprete del pensiero ebraico.

Ha parlato con scrittori, economisti, studiosi e comunicatori. Che cosa li unisce, nonostante percorsi così diversi?

Sono tutte figure di grande autorevolezza nel loro campo. Martin Wolf uno dei più importanti giornalisti economici del mondo. Camilla Läckberg non è soltanto un’autrice che ha venduto milioni di copie, ma è anche una scrittrice capace di analizzare il contesto sociale nel quale vive. Con lei abbiamo parlato anche della nuova realtà svedese. La Svezia è sempre stata considerata un paese ideale, quasi un modello perfetto di società, ma negli ultimi anni sta mostrando anche molte fragilità. È un paese nel quale si registrano numeri significativi di femminicidi, nonostante sia stato a lungo considerato un esempio per quanto riguarda la parità di genere. È un paese che affronta problemi legati alla criminalità e alle nuove migrazioni, temi che riguardano anche molti paesi del Mediterraneo. Il suo contributo è stato quindi molto interessante, perché ci ha restituito l’analisi di una persona che non è soltanto una grande narratrice ma anche un’osservatrice molto attenta della realtà del proprio paese.

Che cosa lega Camilla Läckberg a Scott Turow, due autori molto diversi tra loro?

Entrambi conoscono molto bene i loro lettori e sanno raggiungerli raccontando storie che non sono soltanto intrattenimento, ma che permettono anche di far circolare delle idee. Con Scott Turow, per esempio, abbiamo affrontato un dilemma morale molto forte. La domanda che lui pone è molto semplice e allo stesso tempo molto inquietante: se un figlio fosse accusato o sospettato di aver commesso un crimine grave, come si comporterebbe un padre o una madre? Turow sostiene una cosa molto provocatoria. Dice che non crede a chi afferma che direbbe sempre la verità. Secondo lui, in quella situazione si entra in un conflitto profondo tra il senso della giustizia e l’amore per un figlio. È un dilemma che riguarda tutti e che mette in discussione l’idea stessa di responsabilità morale.

Nel libro si parla anche del futuro dei media con Jérôme Fenoglio. Che cosa emerge da quella conversazione?

È una conversazione molto interessante perché Le Monde è uno dei quotidiani più autorevoli al mondo e ha attraversato la crisi dell’editoria in modo molto particolare. Fenoglio racconta come il giornale sia riuscito non soltanto a resistere, ma addirittura ad aumentare il numero dei suoi lettori e degli abbonati. Questo mentre altri grandi giornali internazionali hanno dovuto affrontare difficoltà molto serie. Abbiamo parlato proprio di questo: del presente e del futuro dei media e delle strategie che hanno permesso a Le Monde di attraversare la crisi dell’editoria mantenendo credibilità e autorevolezza.

Sono conversazioni non compresse dai tempi dei talk show e ancora più dei social e della comunicazione attuale. Che cosa cambia quando il pensiero ha davvero il tempo di svilupparsi?

Cambia moltissimo. Queste conversazioni non avrebbero mai avuto la stessa intensità se si fossero svolte in un talk show. In televisione i tempi sono necessariamente molto compressi e bisogna dare spazio a tutti. In questo caso invece abbiamo avuto anche un’ora e mezza di conversazione con ciascun interlocutore. Questo ha permesso di affrontare temi molto complessi con una profondità che altrimenti non sarebbe stata possibile. Parliamo di questioni come la giustizia e la società americana oggi, il mondo economico nell’epoca di Trump, il rapporto tra marketing e politica negli ultimi quarant’anni, il senso del male e il motivo per cui ci affascina nella narrativa. Già solo il tema del presente e del futuro dei media potrebbe essere l’argomento di un libro intero. In questo caso è diventato una conversazione che ha restituito la chiarezza del percorso che un grande giornale come Le Monde ha scelto di intraprendere. In un mondo così confuso, avere davanti una visione chiara è qualcosa di molto prezioso.

Dopo aver ascoltato queste sei voci così diverse, qual è l’idea che personalmente le sembra più urgente difendere oggi?

La necessità di confrontarsi davvero con le idee. Viviamo in un tempo in cui si scorrono continuamente contenuti sui social, passando da un’opinione all’altra senza il tempo di riflettere. Il confronto con persone che hanno dedicato anni di studio e di lavoro ai temi di cui parlano è completamente diverso. Le sei persone che sono in questo libro hanno riflettuto per molto tempo sugli argomenti che affrontano. Non parlano sull’onda dell’emozione o dell’immediatezza di un commento online. Hanno maturato un pensiero nel corso degli anni. In una fase di grande incertezza come quella che stiamo vivendo, confrontarsi con le idee di persone che hanno riflettuto a lungo su questi temi può essere un aiuto importante.

Oggi il dibattito pubblico sembra spesso uno scontro tra posizioni inconciliabili. È davvero così polarizzato oppure esistono ancora spazi per un confronto reale e per tempi più lunghi di riflessione?

Dipende molto dall’offerta. Se non si offre mai al pubblico la possibilità di conoscere un metodo diverso, di affrontare un argomento con tempi più distesi e con una conversazione più approfondita rispetto al ritmo frenetico dei media di oggi, non potremo mai sapere se quello spazio esiste davvero oppure no.

SERVIZIO PUBBLICO

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La Rai per le giornate FAI

 

Sabato 21 e domenica 22 marzo 780 luoghi aperti in 400 città di tutta Italia per l’atteso appuntamento di primavera

 

 

La Rai è al fianco della cultura. Sabato 21 e domenica 22 marzo tornano per la 34esima edizione le “Giornate FAI di Primavera” e il servizio pubblico rinnova, come ormai da oltre dieci anni, l’impegno come main media partner del principale evento di piazza dedicato al patrimonio culturale e paesaggistico del nostro Paese, organizzato dal Fondo per l’Ambiente Italiano, con visite in 780 luoghi in 400 città di tutta Italia. L’elenco dei luoghi aperti e modalità di partecipazione sono su www.giornatefai.it. La Rai racconterà l’evento con collegamenti e approfondimenti: dalle ville ai castelli, dalle chiese ai luoghi dell’educazione, dai laboratori artigiani alle aree naturalistiche, passando per teatri, collezioni d’arte e siti produttivi. Nello specifico, già nei giorni precedenti all’inizio della “Settimana Rai Fai per i Beni Culturali”, tutte le TgR trasmetteranno il promo dedicato alle “Giornate Fai di Primavera” e, la settimana successiva, tutte le reti Rai ricorderanno il numero solidale per l’invio degli sms. Inoltre, sono previsti speciali dedicati ai beni Fai e alle aperture dei beni nelle giornate Fai di primavera. Tutte le testate giornalistiche, televisive e radiofoniche, racconteranno l’evento. Inoltre, su Rai 1 ne parleranno “Linea verde”, “Unomattina” e “Unomattina in famiglia”, “Affari tuoi”, “È sempre mezzogiorno”, “Buongiorno benessere”, “Passaggio a Nord Ovest”, “Ciao maschio”, “Canzonissima”, “Domenica In”, “Eredità”, “Check-up”, “La volta buona”, “A ruota libera”, “Porta a porta”, “Storie Italiane”. Anche Rai 2 racconterà i luoghi del Fai a “Playlist”, “Bellamà”, “La porta magica”, “I fatti vostri”, “I lunatici”. Su Rai 3 proseguiranno le interviste e le storie del lavoro del Fai a “Geo”, “Kilimangiaro”, “Agorà”, “Bell’Italia”, “Caffè Italia”, “Splendida cornice”, “La biblioteca dei sentimenti”, “Tv talk”, “Buongiorno regione”, “Quante storie”, “Elisir”, “Sapiens”. RaiNews24 racconterà l’evento nei Tg e nella rubrica “Tutti frutti”. Anche Rai Sport, RaiPlay e RaiPlay Sound dedicheranno spazio alle Giornate FAI di Primavera. Anche la radio racconterà l’evento. Su Rai Radio 1 ne parleranno “Radio anch’io” e “Te la do io l’arte”, Su Rai Radio 2 “Caterpillar” Social Club”, “Stai Serena”, “Good Morning Radio2 (weekend)”, su Rai Radio “Fahrenheit”, “Piazza Verdi”, “Radio 3 suite” e “Qui comincia”, su Rai Isoradio “Sabyna stile” e altri approfondimenti editoriali all’interno del palinsesto.

 

 

MILLY CARLUCCI

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Musica, maestro

 

Il 21 marzo in diretta in prima serata su Rai 1 l’amata conduttrice sarà al timone di “Canzonissima”: «Un viaggio tra le canzoni più belle di sempre dove ognuno ritroverà un pezzetto della propria vita»

 

 

 

Riportare in scena uno dei programmi più amati della tv italiana è sicuramente una bella responsabilità, cosa l’ha spinta a questa sfida?

“Canzonissima” è uno dei titoli mitici, fa parte del patrimonio storico del Servizio Pubblico. Nel suo tesoro di famiglia Rai 1 ha delle trasmissioni che già solo a citarle provi gioia. Certo, oggi la sfida enorme è quella di riportare in onda un programma così importante senza deludere il pubblico, rinnovandolo di 50 anni, dandogli una veste che sia aggiornata al 2026. È un’operazione fatta in passato anche per “Ballando con le stelle”, reboot di un programma storico della BBC, in onda dal 1949 al 1999, che si chiamava “Come Dancing”. Dismesso per circa cinque anni, ha poi ridebuttato con un titolo leggermente diverso, “Strictly Come Dancing”, e un adeguamento anche strutturale. Un’operazione simile a quella che stiamo facendo con “Canzonissima”.

Dal 21 marzo che spettacolo vedremo?

Una grande passerella di canzoni bellissime, le più famose, quelle che più hanno entusiasmato tante generazioni per molti anni in modi e in circostanze diversi. Ogni puntata avrà un tema e noi chiederemo ai nostri artisti di scegliere un brano, che in alcuni casi sarà una cover: la serata d’apertura sarà quella della canzone del cuore, quella che li ha spinti a diventare cantanti e che ha cambiato la loro vita. Avremo poi due puntate in cui si esibiranno nei loro più grandi successi. Sarà un percorso emotivo e artistico di un gruppo di grandissimi cantanti contemporanei che ci daranno la loro visione della musica italiana. È un racconto un po’ diverso, ma fatto di grandissimi successi.

Una sfida tra canzoni…

Ogni puntata ci darà una canzone vincitrice scelta da artisti, opinionisti e pubblico a casa. La mescolanza di queste tre nomination ci porterà alla canzonissima di puntata. Il coinvolgimento dei telespettatori è fondamentale per la riuscita del programma, dal salotto di casa potranno ripercorrere la nostra storia musicale e votare per i brani del loro cuore, quelli che vogliono consegnare ai figli e ai nipoti.

Come ha scelto il cast di “Canzonissima”?

Il criterio è stato quello della contemporaneità, di personaggi che oggi sono significativi nell’immaginario collettivo, alcuni di loro sono stati protagonisti all’ultimo Sanremo. Sono tutti artisti che raccontano le nostre emozioni.

Una grande scenografia, l’orchestra, il corpo di ballo… sarà un vero e proprio ritorno al varietà?

Sarà un ritorno al grande spettacolo, perché “Canzonissima” ti impone questo. Certo, oggi non sono più i tempi in cui si dedicava un mese intero a preparare un balletto o sei mesi per organizzare un programma. I tempi sono molto più stretti, devi reagire alle difficoltà con determinazione, serve capacità di scelta immediata. Spesso non hai la possibilità di cambiare idea perché dopo pochi giorni sei già in onda. A fare spettacolo, insieme al cast, saranno anche gli ospiti che verranno a trovarci nel corso delle singole puntate.

Alla conduzione di “Canzonissima” si sono alternati i più grandi della tv, da Renato Tagliani a Delia Scala, da Mina a Corrado, Pippo Baudo, Raffella Carrà… come sarà la sua conduzione e che cosa porta con sé dei giganti che l’hanno preceduta?

Mi avvicino a questa conduzione con estrema umiltà, perché non mi voglio mettere in fila, anche se ultima, dopo i nomi che ha citato, che sono entrati nel mito e nella storia della televisione. Io sono una piccola rotellina di un gigantesco meccanismo che si chiama “Canzonissima”, in cui cercherò di essere, come faccio sempre nelle trasmissioni, semplicemente colei che porge l’occasione a un grande protagonista di espandersi e di essere completamente se stesso sul palco. Voglio essere una facilitatrice, non una protagonista.

A proposito di canzoni del cuore, quali sono le canzonissime di Milly Carlucci?

Ce ne sono tante, legate a ogni singolo momento della vita. Voglio ricordarne una che mi cantava mamma quando ero piccolissima, “Aprite le finestre”, portata al successo da Franca Raimondi (brano vincitore di Sanremo 1956). Quella canzone mi riporta ai pochi mesi che la mia famiglia passò a Torino, dove mio padre lavorava, è uno dei miei primissimi ricordi da bambina, quelli che non si cancellano. Ricordo poi la musica che ascoltavo negli anni del liceo, Lucio Battisti, Claudio Baglioni…

La forza evocativa della musica…

Negli anni successivi ho viaggiato molto, e porto con me un patrimonio di concerti di grandi autori internazionali. E poi ci sono le interpretazioni di Mina, penso a “Due note”, le sigle indimenticabili della televisione. A riportarmi indietro nel tempo sono anche i primi successi di Gianni Morandi, “In ginocchio da te”, “Scende la pioggia”, sentiti mille volte alla radio, in tv, al cinema nei musicarelli, come fai a non ricordarli?

Un viaggio nel tempo, fino ai giorni nostri…

Ci sarà di tutto, sarà un viaggio nelle emozioni. E ognuno ritroverà un pezzetto della propria vita.

 

 

MARIA ESPOSITO

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Al cuore della gente

 

«Oggi sono molto felice della mia vita e sinceramente voglio godermi quello che ho» racconta la giovanissima interprete, protagonista della nuova stagione di “Mare Fuori”, in onda su Rai 2, e del film “Io sono Rosa Ricci”

 

 

Maria, partiamo dall’inizio. È passata in pochissimo tempo dall’essere una ragazza con un sogno a diventare un volto iconico della serialità italiana. Se guarda indietro alla prima scena girata nei panni di Rosa Ricci, cosa vede?

Non posso negarlo, sono una ragazza molto fortunata, ho realizzato il mio più grande sogno quando ero ancora molto piccola. Se ripenso al mio primo ciak mi viene in mente tutta l’ansia che provavo in quel momento: non mi sentivo all’altezza dei miei colleghi, che invece mi hanno accolto fin da subito nel loro gruppo e nei loro cuori. Questo per me è stato fondamentale, mi ha aiutato a lavorare al meglio delle mie possibilità.

“Mare Fuori” è stato, ed è, un fenomeno senza precedenti, ma ora la stiamo vedendo “crescere” professionalmente: dal teatro con il musical della serie fino ai primi passi importanti nel cinema. Com’è cambiare pelle?

È un percorso di crescita professionale che mi sta facendo vivere delle sensazioni bellissime. Amo misurarmi con nuove sfide, mettere alla prova le mie capacità interpretative.

Spesso vieni descritta come “l’anima verace” di Napoli. Il successo ha cambiato il tuo rapporto con la tua città?

Niente potrà mai cambiare il rapporto con la mia città. Napoli è passione, schiettezza e voglia di vivere, come quelle che mi porto dentro sempre, anche adesso che mi sono trasferita a Roma.

Quali sono le sfide che la spaventano di più nel lavoro?

La mia più grande paura è quella di non arrivare al cuore del mio pubblico, di non riuscire a trasmettere un sentimento sincero, ecco perché quando mi calo in un nuovo ruolo cerco un’affinità con il mio personaggio, in modo da poter esprimere verità.

Per il suo personaggio in “Mare Fuori” c’è stato un vero spartiacque, con una Rosa Ricci diversa, meno “guerriera” e più tormentata. Come ha vissuto questa sua trasformazione interiore?

Siamo cresciute insieme. In questa stagione Rosa si mostra più consapevole, riflessiva: ciò che è giusto vince su ciò che “si deve fare”. Per lei è una bella sfida indubbiamente, per me un modo per trasmettere un grande messaggio, che nella vita tutti posso cambiare.

Parliamo del film “Io sono Rosa Ricci”. Portare il personaggio sul grande schermo è una sfida enorme. Come l’ha vissuta?

Il film è un prequel, Rosa prima della sua ascesa al potere, più ingenua e spensierata, che si trova ad affrontare una situazione tanto violenta quanto inaspettata. Ho dovuto rimuovere la consapevolezza di Rosa della serie e ritrovare la sua parte innocente e ingenua. In questo processo di destrutturazione, è stato fondamentale l’aiuto della regista.

Hai un legame importante con i tuoi fan, il pubblico ti vuole bene. Come gestisci questa attenzione?

Il successo è arrivato praticamente subito e senza preavviso. Ammetto di essermi spaventata all’inizio, non riuscivo neanche a uscire di casa senza essere avvicinata da tantissimi fan. Poi però ho imparato ad apprezzare il loro calore. A Roma mi succede meno, ma quando sono a Napoli mi fermo spesso per scattare selfie e registrare video saluti.

Come vive il successo?

Il successo fa parte del mio lavoro ed è sicuramente molto gratificante.

Quali sono i sogni, oltre quelli professionali, che non ha ancora realizzato?

Oggi sono molto felice della mia vita e sinceramente voglio godermi quello che ho.

SERIE TV

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Le libere donne

 

Un avvincente dramma storico-sentimentale che esplora il sottile confine tra passione e follia, affrontando la contrapposizione fra conformismo e individualità. Tratta dal romanzo di Mario Tobino – “Le libere donne di Magliano”, edito Mondadori Libri, è in onda da martedì 10 marzo in prima serata Rai 1. Protagonisti di questo nuovo racconto diretto da Michele Soavi: Lino Guanciale, Grace Kicaj, Gaia Messerklinger e Fabrizio Biggio. La serie è realizzata con il patrocinio del Comune di Lucca e con la collaborazione della “Fondazione Mario Tobino ETS”

 

 

 

Ambientata fra Lucca e Viareggio durante la Seconda Guerra Mondiale, la serie segue Mario Tobino, uno psichiatra non convenzionale con una passione per la poesia, mentre sfida le regole repressive dell’ospedale psichiatrico femminile di Maggiano per salvaguardare la dignità delle sue pazienti. Alcune di loro hanno trovato conforto nella follia come unica forma di libertà a cui aspirare, mentre altre sono state ingiustamente recluse solo perché hanno osato affermare il loro spirito libero. Mario vive all’interno del manicomio confrontandosi — e talvolta scontrandosi — con i diversi approcci dei suoi colleghi. In particolare, trova un alleato nel dottor Anselmi, un giovane medico schietto e altruista, con il quale riesce anche a instaurare un sincero rapporto di amicizia e fiducia. La vita di Mario prende una svolta inaspettata quando a Maggiano arriva Margherita Lenzi, una giovane donna rinchiusa nell’ospedale dal marito contro la propria volontà. L’istinto spinge Tobino a dubitare della presunta pazzia di Margherita e a domandarsi se non sia piuttosto la vittima di un uomo violento, ansioso di mettere le mani sulla sua eredità. Mario intraprenderà un’avvincente ricerca della verità, combattuto tra un sentimento intenso e inaspettato per Margherita — che lo spinge a confrontarsi con dilemmi morali e a rischiare la sua posizione — e un amore che torna dal passato, quello per Paola Levi, nel frattempo diventata una staffetta partigiana.

 

I PERSONAGGI

Mario Tobino (Lino Guanciale)

Psichiatra con una profonda passione per la poesia e la scrittura, è reduce dal fronte libico della Seconda Guerra Mondiale. Tornato in Italia, lavora nel manicomio femminile di Maggiano, dove si distingue per un approccio umano e innovativo alla cura della malattia mentale. A differenza di molti colleghi, evita le terapie più violente e cerca metodi alternativi, come un laboratorio creativo che permetta alle degenti di esprimersi e ritrovare una voce. La sua sensibilità lo porta a indagare i traumi nascosti dietro i silenzi e le fragilità delle pazienti, come nel caso di Margherita, giovane donna internata su richiesta del marito. In un contesto segnato dalla guerra e dalle persecuzioni, Mario si trova diviso tra il suo ruolo di medico, il senso di giustizia e i propri sentimenti. Il legame mai del tutto spento con Paola Levi, insieme all’attrazione crescente per Margherita, lo trascina in un profondo conflitto interiore.

 

Margherita Lenzi (Grace Kicaj)

Giovane moglie dell’avvocato Filippo Lenzi, vive un matrimonio segnato da soprusi e umiliazioni. In un gesto di disperazione e ribellione fugge di casa e si presenta nuda sul sagrato del Duomo durante la messa di Natale, gesto che porta al suo internamento nel manicomio di Maggiano. Qui il suo destino si intreccia con quello del dottor Tobino, che intuisce subito la sofferenza nascosta dietro il suo comportamento: agli occhi di Mario, quel gesto appare come una disperata richiesta d’aiuto. Divisa tra momenti di lucidità e crisi profonde, Margherita sviluppa un sentimento nei confronti di Tobino. Decisa a far emergere la propria verità e costretta a confrontarsi con chi la considera pazza, non smette di lottare per riconquistare dignità e libertà.

 

Paola Levi Olivetti (Gaia Messerklinger)

Ebrea e partigiana, Paola Levi — ex moglie di Adriano Olivetti — è una donna forte, indipendente e anticonformista. Negli anni della persecuzione nazista vive costantemente in pericolo, ma non rinuncia al suo impegno nella Resistenza. Dopo molti anni, ritrova Mario Tobino, con cui aveva vissuto un intenso amore giovanile mai del tutto sopito. Il loro incontro riaccende sentimenti che il tempo non ha cancellato. Coraggiosa e determinata, Paola affronta i rischi della lotta clandestina senza piegarsi, diventando un punto di riferimento per chi si oppone al regime nazifascista. Tuttavia, l’amore per Mario fa riaffiorare anche le sue fragilità più profonde.

 

Guido Anselmi (Fabrizio Biggio)

Il dottor Anselmi è uno dei medici del manicomio di Maggiano e stringe fin da subito con Mario Tobino un rapporto di amicizia e fiducia. Diversamente da molti colleghi, non appare rigido né incline ai metodi di cura più aggressivi. Ironico e sempre pronto alla battuta, è spesso l’unico capace di alleggerire l’atmosfera cupa dell’ospedale. Consapevole dei compromessi imposti dal regime fascista, mostra empatia nei confronti delle degenti, ma anche una certa rassegnazione che lo porta a non sfidare apertamente le regole. Molto legato a Mario, cerca di metterlo in guardia dai rischi di un coinvolgimento personale con Margherita.

 

Direttore Roncoroni (Paolo Giovannucci)

Direttore del manicomio di Maggiano, Roncoroni è un uomo pragmatico, abituato a governare l’istituto con disciplina e distacco. Dietro l’apparente severità burocratica si nasconde però una sensibilità che la guerra e il regime fascista mettono continuamente alla prova. Consapevole della delicatezza della propria posizione, è costretto a mediare tra le pressioni politiche e il benessere delle pazienti. Si trova spesso a dover bilanciare l’approccio duro del dottor Parisi — sostenitore di elettroshock e lobotomia — e i metodi più umani e anticonformisti di Tobino, che finisce per accettare, seppur con iniziale scetticismo.

 

Gianmassimo Parisi (Massimo Nicolini)

Parisi è uno dei medici del manicomio e rappresenta l’anima più dura e coercitiva dell’istituto. Convinto sostenitore dell’elettroshock, lo utilizza senza esitazione, ignorando spesso le sofferenze delle pazienti. Ambizioso, autoritario e poco incline a mettersi in discussione, è l’antitesi di Tobino. Il suo atteggiamento, unito alla simpatia per il regime fascista, lo rende temuto e poco amato. Più interessato alla propria carriera che alla cura delle degenti, nei rapporti personali si dimostra spregiudicato e manifesta una crescente ostilità nei confronti di Tobino.

 

Dottor Olivieri (Adriano Exacoustos)

Il dottor Olivieri è il più giovane medico del manicomio di Maggiano. Sensibile e idealista, conserva un entusiasmo e una purezza di sguardo che lo avvicinano all’approccio umano di Tobino più che a quello dei colleghi più anziani. È segretamente innamorato di suor Maria — che sembra ricambiare i suoi sentimenti — e questo lo pone di fronte a un conflitto tra sentimento e dovere. Olivieri rappresenta la speranza di una nuova generazione di medici, più aperta al cambiamento e alla compassione.

 

Capoinfermiera Zonin (Francesca Cavallin)

La capoinfermiera Zonin è una donna forte, pragmatica e abituata a gestire la difficile quotidianità del manicomio. All’apparenza severa e inflessibile, nei momenti decisivi rivela grande coraggio e un profondo senso di giustizia. Muovendosi con abilità tra le rigide regole dell’istituto, cerca sempre di proteggere le pazienti più fragili.

 

Filippo Lenzi (Paolo Briguglia)

Marito di Margherita, Filippo Lenzi è un avvocato dall’apparenza rispettabile e irreprensibile. Dietro la facciata integerrima si nascondono però ombre inquietanti nel rapporto con la moglie. È lui a decidere il suo internamento a Maggiano. La sua vicinanza al regime fascista lo rende un uomo potente e temuto, incarnazione dell’abuso di potere che può celarsi dietro una rispettabilità di facciata.

 

Beppe (Riccardo Goretti)

Infermiere del manicomio di Maggiano, Beppe è un uomo ambiguo e pericoloso. Brutale e corrotto, rappresenta il volto più oscuro dell’istituzione. Arruolatosi come squadrista fascista, incarna la violenza e l’arbitrio di un sistema fondato sulla sopraffazione. La sua presenza all’interno dell’ospedale mette continuamente in pericolo le pazienti e chiunque osi opporsi ai soprusi.

 

Suor Maria (Vittoria Gallione)

Suor Maria è una giovane religiosa in servizio a Maggiano, nota per la sua sensibilità e compassione. A differenza di altre figure più rigide, mostra sincera attenzione verso le pazienti e apprezza fin da subito le iniziative di Tobino per migliorare la loro condizione. Novizia prossima a prendere i voti, si trova però a fare i conti con i sentimenti che nascono per il giovane dottor Olivieri, vivendo un intenso conflitto interiore tra vocazione religiosa e amore.

 

Madre Assunta (Paola Sambo)

Madre Assunta è una delle suore che lavorano a Maggiano e rappresenta un punto di riferimento nella vita dell’istituto. Molto legata a suor Maria, si prende cura di lei fin da quando la ragazza è rimasta orfana da bambina. Vive la propria missione spirituale con totale dedizione e rispetto della gerarchia, esercitando la sua autorità con fermezza ma senza perdere un autentico senso di protezione verso chi le è affidato.

 

Le pazienti di Maggiano

Lella (Irene Muscarà); Faina (Dodi Conti); Gabi (Marta Bulgherini); Morena (Filippo Caterino); Margherita (Grace Kicaj); Lilli (Gea Dall’Orto); Galli (Pia Lanciotti); Marta (Ianua Coeli Linhart).

 

La storia inizia così…

Lucca, 1942. Notte della Vigilia di Natale. Durante la messa solenne nel Duomo, una giovane donna irrompe sul sagrato: è nuda, ferita, sconvolta. Si chiama Margherita Lenzi, moglie di un rispettato avvocato della città. Il suo gesto scandaloso scuote la comunità. Poche ore dopo, su decisione del marito, Margherita viene internata nell’ospedale psichiatrico di Maggiano. Qui incrocia il destino del dottor Mario Tobino, medico e poeta, appena rientrato dal fronte libico. Disilluso dalla guerra ma ancora animato da un profondo senso di giustizia, Tobino si trova a lavorare in un istituto dominato da regole rigide e da un approccio alla malattia mentale più votato al contenimento che alla cura. Il direttore Roncoroni e i suoi colleghi — Anselmi, Parisi e il giovane Olivieri — sono abituati a mantenere l’ordine, non a mettere in discussione il sistema. Fuori dalle mura dell’ospedale la guerra si intensifica, mentre la persecuzione nazista stringe la sua morsa. In questo clima sempre più cupo, Mario ritrova Paola Levi Olivetti, il grande amore della sua giovinezza. Ora Paola è una staffetta partigiana e, in quanto ebrea, vive costantemente in pericolo. Intanto, a Maggiano, il direttore affida a Tobino un incarico delicato: stabilire se Margherita sia davvero malata di mente o se la sua reclusione nasconda qualcos’altro. La donna si chiude in un silenzio ostinato, ma qualcosa nel suo sguardo convince Mario che dietro quel gesto scandaloso si nasconda una storia di violenza e libertà negata. Quando Margherita riceve la visita del marito e della sua famiglia, però, reagisce con un’esplosione di rabbia che sembra confermare i sospetti sulla sua follia. Viene rinchiusa in isolamento e, disperata, tenta il suicidio. Solo l’intervento di Tobino riesce a salvarla. Sempre più coinvolto nel suo destino, Mario decide di andare oltre il ruolo di medico. Mentre cerca di introdurre a Maggiano un approccio più umano alla cura delle pazienti — arrivando a creare un laboratorio creativo che lentamente conquista la fiducia delle degenti — inizia anche a indagare sulla vita di Margherita. Si reca a casa dell’avvocato Lenzi, parla con la sua famiglia, e arriva persino a incontrare il giudice chiamato a decidere del destino della donna. Ma più si avvicina alla verità, più Mario capisce che sfidare il potere di un uomo influente potrebbe costargli tutto: la carriera, la reputazione e forse anche la libertà. E mentre la guerra stringe Lucca nella sua morsa, il destino di Margherita si intreccia sempre più profondamente con quello di Tobino, costringendolo a scegliere fino a che punto è disposto a spingersi per difendere la verità.

 

Michele Soavi, il regista, si racconta

«“Le libere donne” nasce dal diario di Mario Tobino, psichiatra e scrittore, durante la sua permanenza nel reparto femminile nell’ospedale psichiatrico di Maggiano, vicino Lucca. È un diario che nasce dal cuore dell’autore e che offre spunti e riflessioni sulla condizione della donna e la sua libertà. Un percorso impegnativo per superare discriminazioni, sopraffazioni e qualsiasi tipo di violenza, sia fisica che psicologica. In questa storia, datata 1943, non c’è uguaglianza di diritti. Le donne non erano padrone di loro stesse, non avevano l’autonomia del proprio corpo, il diritto alla vita, all’istruzione, al lavoro e alla libertà di espressione. Nel nostro racconto – un libero adattamento del libro – una di loro farà breccia nel cuore di Tobino, che cercherà con tutte le sue forze di salvarla. Spero che questa storia possa offrire spunti di riflessione sulla condizione della donna di ieri e di oggi, e possa toccare il cuore di chi sta dalla parte della giustizia e della libertà.»

NOVITÀ 

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Tra scienza e “Rieducational Channel”

 

La sfida di Stefano Mancuso e Lillo per un’ecologia del sorriso. “La pelle del mondo”, la nuova proposta di Rai Cultura, il venerdì in prima serata su Rai 3, è un viaggio originale nella biosfera in cui scienza e ironia si uniscono con ospiti d’eccezione, da Corrado Guzzanti a Jovanotti, per raccontare il futuro del pianeta oltre agli allarmismi

 

 

Di fronte alla crisi climatica, la televisione pubblica sceglie una strada nuova, che unisce il rigore accademico alla leggerezza della commedia. Al timone di questo viaggio nella biosfera c’è una coppia inedita e sorprendente: lo scienziato di fama internazionale Stefano Mancuso e l’attore Lillo Petrolo. L’obiettivo è ambizioso: raccontare lo strato sottile di vita che avvolge la Terra, circa 20 chilometri di spessore, dove si consumano i nostri sogni, i nostri viaggi e la nostra stessa sopravvivenza. Il format nasce da un “cortocircuito” creativo. Mancuso rappresenta la guida scientifica, mentre Lillo è l’uomo comune che interroga la natura con curiosità e ironia: “Io sono un appassionato, ma non ne so nulla”, confessa l’attore, che aggiunge: “Tra me e Stefano è nata un’improvvisazione continua. Il messaggio fondamentale è che in natura non esiste gerarchia: siamo una cosa unica.” Un approccio condiviso da Stefano Mancuso: “L’umorismo ha un potere straordinario. Le persone ricordano ciò che emoziona, non solo ciò che è logicamente vero. Vogliamo far capire che prenderci cura di ciò che ci circonda significa curare noi stessi. Come diceva Papa Francesco, non si può essere sani in un mondo malato”.

Il programma non si limita al dialogo tra i due conduttori; coinvolge icone dello spettacolo in ruoli inediti. Corrado Guzzanti torna nei panni dell’indimenticabile Vulvia nel suo “Rieducational Channel”, mentre Maccio Capatonda propone un surreale “Podcast sostenibile”. Chiara Francini darà voce e volto alle storie di alberi straordinari, aggiungendo una dimensione emotiva e simbolica al racconto. Il parterre di ospiti è variegato: nella prima puntata c’è stata una lunga conversazione con Jovanotti, affiancato da Vinicio Capossela, la giornalista Cecilia Sala e Mario Calabresi. Nel corso delle settimane si alternano nomi come Alessandro Barbero, Christian De Sica, Alessandro Gassmann e Serena Dandini. Ogni puntata sarà monografica e dedicata a un pilastro della vita sulla Terra: le piante (protagoniste del debutto), l’intelligenza, le città, la cura, le comunità, e il viaggiare e sarà accompagnata dal suggerimento di Mancuso: “Viviamo in un momento in cui la scienza viene trasformata in posizione politica, ma la scienza non ha appartenenza. Il suo compito è far conoscere il problema, la politica deve trovare le soluzioni. Sono due ambiti che non dovrebbero mescolarsi.” Per la Rai, il programma rappresenta un punto di svolta, come sottolinea il Direttore Fabrizio Zappi: “Il format è una sfida di innovazione che punta su qualità e rigore, ma con il contraltare mai banale di Lillo che rende la narrazione vivace”. Rai Cultura cerca di offrire una divulgazione differente, in cui i volti noti accettano di uscire dalla propria comfort zone per parlare del futuro comune.

“La pelle del mondo” è scritto da Stefano Mancuso e Davide Savelli, con la regia di Graziano Conversano. Una produzione che promette di insegnarci a smettere di “consumare” la Terra per cominciare, finalmente, a proteggerla.

SERIE TV

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Nel cuore e nella memoria di Imma

 

Tra addii commossi e nuove consapevolezze, Barbara Ronchi, Massimiliano Gallo e Alice Azzariti raccontano la quinta stagione di “Imma Tataranni – Sostituto Procuratore”: un viaggio tra radici arcaiche, trasformazioni familiari e il legame indissolubile con una terra che rallenta il tempo. La domenica in prima serata su Rai 1

 

 

Dopo otto anni di successi, indagini e caffè presi al volo tra i Sassi di Matera e dintorni, il mondo di Imma Tataranni giunge al capitolo finale. La quinta stagione non è solo il proseguimento di un racconto poliziesco, ma un bilancio emotivo profondo per i suoi protagonisti. Nelle parole di Barbara Ronchi, Massimiliano Gallo e Alice Azzariti, emerge il ritratto di una “famiglia” cinematografica cresciuta insieme ai propri personaggi, in simbiosi con una Basilicata che non è mai stata un semplice sfondo, ma un’anima pulsante e contraddittoria. Dalla “danza” di complicità tra Diana e Imma, alla rivoluzione tecnologica e personale di Pietro, fino alla maturità di Valentina, questa stagione segna il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dal passato al futuro. Un addio (o forse un arrivederci) che profuma di pazienza, resilienza e di quella bellezza lucana che, come dicono i protagonisti, “è sempre stata lì, aspettando solo di essere vista”.

 

Massimiliano Gallo (Pietro De Ruggeri)

Come cambia la “danza domestica” tra Pietro e Imma in questa stagione? Cambia il contesto: c’è una casa nuova, piena di tecnologia straordinaria con cui Pietro litiga spesso. Ma cambia soprattutto la vita rispetto alla figlia, dopo l’uragano che ha colpito la famiglia. Pietro in questa stagione è rivoluzionario: cambia look, cambia tutto. Non trattiene nulla della vecchia casa, vuole voltare pagina.

Pietro sembra mostrare sfumature diverse in questi nuovi episodi…

Mi sono divertito molto perché le dinamiche sono scritte benissimo. I personaggi sono evoluti rispetto alle prime stagioni perché è cambiata la loro storia d’amore. Ho avuto la possibilità di esplorare sfumature diverse, passando con naturalezza dalla commedia ai momenti più emozionali.

La serie racconta una Basilicata reale, lontana dalle cartoline. Come si riflette questo in Pietro?

Pietro è l’emblema di quella terra. Ha una forte identità territoriale, un legame viscerale con i valori arcaici ma anche lo slancio verso il futuro. Quando vado a Matera, nel centro storico, sento la “centralità della terra”: il silenzio ti costringe a rallentare. Pietro incarna questo ritmo.

Cosa vi siete detti con il cast l’ultimo giorno di riprese?

Ci siamo guardati e abbiamo realizzato di aver vissuto sette anni intensissimi. Abbiamo girato durante la pandemia, in una Matera blindata e deserta che attraversavamo da soli. Ne esco arricchito: lavorare con professionisti di questo livello ha trasformato il cast in una vera famiglia.

 

Barbara Ronchi (Diana De Santis)

Nella quinta stagione riparte la “danza” tra Imma e Diana. Che tipo di ballo dobbiamo aspettarci?

È un ballo estremamente felice. Sono innamorata di questa amicizia così immediata, fatta di un passato lungo che affonda le radici nel liceo, ma nutrita oggi di ascolto e fiducia. Sono donne adulte che continuano a crescere e cambiare, quasi fondendosi. Diana è l’altra metà di Imma; in questi anni si sono donate tantissimo.

Diana sembra aver trovato la sua dimensione ideale, quasi “dietro le quinte”. È così?

Sì, ha fatto un percorso importante. A un certo punto ho pensato che la crescita professionale dovesse definirla come donna realizzata in modo autonomo, ma lei ha capito — e in fondo lo sapeva già — che il suo posto è dove ama essere: nel dietro le quinte. Diana brilla di luce riflessa ed è felice di farlo. Ama aiutare la “front woman” perché vede in Imma una forza capace di fare del bene a Matera.

A proposito di Matera e della Basilicata: terra di contraddizioni arcaiche ma aperta al progresso. Quale tratto di questa terra appartiene a Diana?

Direi la pazienza. È il tratto che più la unisce alla sua terra: una terra che ha sofferto, che è risorta e che oggi è bellissima, anche se forse lo è sempre stata e non sapeva come dirlo.

Come ha salutato Diana alla fine di questo lungo viaggio?

È stata una separazione consensuale. Non ci siamo dette addio, perché lei sarà sempre lì, sugli schermi, ogni volta che vorrò rivederla. Porto con me otto anni di memoria e il regalo più grande: l’amicizia profonda con Vanessa (Scalera), un legame che è andato di pari passo con quello dei nostri personaggi.

 

Alice Azzariti (Valentina Tataranni)

Crescere tra bilanci e nuove consapevolezze

Valentina è cresciuta molto. Cosa rappresenta per lei questa nuova stagione? Valentina non è più una bambina. Questa è la stagione dell’importanza dell’unione familiare, un tema centrale proprio mentre i suoi genitori, ormai separati, decidono di vendere la casa di famiglia. Inizialmente prova a farsela andare bene, ma emergeranno tristezza e dispiacere. Inoltre, verrà ammaliata da una “guru spirituale”, Barbara Piacentini, in una fattoria ecosostenibile. Scoprirà presto che non è tutto oro quel che luccica.

Quali tratti dei genitori convivono nel carattere di Valentina?

Dal padre ha preso la tenacia, l’essere testarda e il credere fermamente in ciò che fa. Dalla madre, invece, una certa sensibilità e, paradossalmente, la capacità di essere accondiscendente a volte, nonostante tiri dritto per la sua strada.

Dopo tutti questi anni sul set, che bilancio fa di questa esperienza?

Sono cresciuta letteralmente con il personaggio. Ho iniziato a 17 anni e ora ne ho 24. È stato un percorso bellissimo che porterò sempre nel cuore; Valentina è parte della mia vita e finisco questa avventura con il cuore pieno.

NUOVA STAGIONE

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Illuminate

 

 

La domenica in seconda serata su Rai 3 la docu-serie sulle vite esemplari di quattro grandi donne italiane. Dopo la prima puntata su Tina Lagostena Bassi, in arrivo quelle dedicate a Lea Pericoli, Eleonora Giorgi e Rosita Missoni

 

 

 

Ci sono le protagoniste del Novecento italiano al centro della settima stagione di “Illuminate”, la docuserie in quattro puntate di Rai Cultura, in onda la domenica in seconda serata su Rai 3. Se nella prima puntata, disponibile su RaiPlay, Cristiana Capotondi ha raccontato Tina Lagostena Bassi, una delle pioniere della giustizia femminile in Italia. Nel secondo docu-film, Sveva Alviti dà voce e corpo a Lea Pericoli, “La Divina” icona del tennis femminile italiano tra gli anni ‘50 e ’60, prima telecronista donna e pioniera di uno stile che ha cambiato per sempre l’eleganza in campo. Il racconto si struttura come una partita di tennis: scambio dopo scambio, set dopo set, l’attrice attraversa le tappe decisive della sua vita. Dall’infanzia in Africa alla determinazione di diventare una campionessa, dal ritiro dall’attività agonistica alla lunga carriera come giornalista di moda e commentatrice sportiva, fino alla battaglia contro il cancro, che la rese la prima testimonial italiana per la ricerca e la prevenzione oncologica. Ironica, colta e combattiva, Lea Pericoli è stata tra le prime sportive a imporsi anche fuori dal campo, lasciando un’eredità di libertà, grinta e modernità. Nel terzo episodio, a un anno dalla sua scomparsa, il docu-film dedicato a Eleonora Giorgi, icona del cinema italiano, si costruisce come un omaggio intimo e sincero che intreccia due storie e due sguardi: quello di Eleonora e quello di Ornella Muti, altra diva senza tempo, collega e amica. È proprio Ornella Muti a guidare gli spettatori in un viaggio nel ricordo della vita e dell’arte di Eleonora, ma anche nella stagione d’oro del cinema italiano degli anni ’70 e ’80, che entrambe hanno attraversato da protagoniste assolute. Il racconto ripercorre gli esordi di Eleonora, la consacrazione con “Borotalco” – che le valse il David di Donatello e il Nastro d’Argento come miglior attrice protagonista – fino al debutto alla regia con “Uomini & donne, amori & bugie”, che segna simbolicamente l’incontro artistico tra le due dive, con Ornella Muti nei panni della protagonista. Infine, Greta Ferro intraprende un viaggio intimo e simbolico alla scoperta di Rosita Missoni, eccellenza della moda e del design italiano nel mondo. Accolta dalla famiglia Missoni nella storica casa-atelier a Sumirago (Varese), l’attrice condivide una giornata speciale con le persone più vicine alla stilista, scoprendone un volto inedito: non solo l’artefice di un successo internazionale, ma anche la donna, la creatrice e la custode di un’eredità fatta di affetti, visione e memoria. Il racconto si snoda anche attraverso i luoghi che hanno fatto da sfondo alle vicende delle protagoniste. “Illuminate” si conferma un importante appuntamento del racconto al femminile della Rai, che ha portato sullo schermo, attraverso altrettanti docu-film originali, ben ventotto storie di donne italiane esemplari, talentuose e appassionate che, con la potenza di un uragano, hanno rivoluzionato gli ambii in cui si sono distinte – dalla scienza al cinema, dalla letteratura alla moda, dal canto all’imprenditoria – raggiungendo importanti traguardi anche a livello internazionale e diventando un modello di determinazione e coraggio per generazioni di donne. “Illuminate” è una produzione Anele in collaborazione con Rai Cultura.

 

ALESSANDRO GASSMANN

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A tu per tu con Guerrieri

 

L’attesa è finita: uno dei personaggi più amati della letteratura giudiziaria italiana approda finalmente sul piccolo schermo. Il RadiocorriereTv ha incontrato l’attore protagonista che dà corpo e voce all’avvocato penalista nato dalla penna di Gianrico Carofiglio. La serie diretta da Gianluca Maria Tavarelli è in onda il lunedì in prima serata su Rai 1

 

 

Finalmente Guerrieri arriva in Tv. Come si affronta un personaggio così radicato nell’immaginario dei lettori? È stato un lavoro di addomesticamento”?

Non l’ho addomesticato, perché un uomo così va vissuto, non domato. Siamo partiti da una base di scrittura altissima, quella dei romanzi di Carofiglio. Il nostro compito era restituire cinematograficamente la bellezza di quelle pagine. È stata la sfida interpretativa più impegnativa della mia carriera: Guido è un uomo complesso, un bravissimo penalista di Bari che affronta casi di omicidio, ma di cui seguiamo soprattutto le mille sfaccettature della vita privata.

Com’è stato lavorare con Gianluca Maria Tavarelli alla regia?

Sono felice di aver affrontato questo viaggio con lui. Gianluca è uno dei registi più forti che abbiamo; ha il dono di portare il cinema in TV senza snaturarlo. Ha creato una serie appassionante, emozionante e, a tratti, anche divertente. Ha saputo scegliere il cast giusto per rendere la serie corale: qui non c’è un “eroe” perfetto, ma un gruppo di persone che mostrano i propri difetti.

Nella serie vediamo Guerrieri tornare a boxare. Che valore ha questo sport per lui? È solo una questione di forma fisica?

Assolutamente no. La boxe è il suo specchio, il suo modo di parlare con se stesso. È lo sfogo necessario per elaborare le ingiustizie che deve superare quotidianamente. Sul ring, Guido dialoga con la propria persona e cerca di migliorarsi. È una metafora del suo stare al mondo: un uomo che non è un mero esecutore di leggi, ma uno che “parteggia” per le persone che difende.

Che ruolo gioca la città di Bari in questa produzione?

Bari ne esce bellissima, misteriosa, quasi magica, specialmente nelle scene notturne. È a tutti gli effetti la seconda protagonista della serie.

Tra i faldoni dello studio, l’aula di tribunale e i vicoli della città, quale dimensione di Guerrieri ha preferito interpretare?

Come attore, ho amato profondamente la parte giuridica. Essendo Carofiglio un uomo di legge, era necessaria una precisione assoluta. Volevo essere credibile per chi fa questo mestiere davvero. Durante il dibattimento avevamo sul set veri avvocati penalisti che seguivano la costruzione dei processi; ricevere i loro complimenti è stato il regalo più grande.

Carofiglio dice spesso che “la verità è un’idea complessa”. Cosa rappresenta per lei e per il suo personaggio?

Per Guerrieri la verità è essenziale, vive per perseguirla. Personalmente, io sono uno che tende a dire sempre quello che pensa; mia moglie mi rimprovera spesso per questo, ma credo sia il modo migliore di vivere. Mi affascinano le fragilità di Guido: non nasconde i suoi errori, non si vergogna di chiedere scusa o di piangere. In un mondo che insegue la perfezione, io cerco personaggi fallaci, imperfetti. Sono i più interessanti da raccontare.

Cosa si augura per il futuro di questo progetto?

Un attore deve rappresentare una vita. Io fingo di essere altri e spero che la gente ci creda. Guerrieri mi ha regalato l’orgoglio di portare in scena un uomo dedito alla giustizia ma profondamente umano. Continuerò a farlo finché avrò storie così potenti da raccontare.