Star e maestranze sul red carpet dei Lumina Studios di Roma per la 68esima edizione del premio. Quattro le statuette a “Le otto montagne”, “Esterno notte” e “La stranezza”. David speciali a Isabella Rossellini ed Enrico Vanzina. Il Capo dello Stato: «Il cinema è un testimone che passa di mano in mano». Intanto il Governo annuncia: «Dal 16 giugno al 16 settembre tutti i film italiani ed europei al cinema si potranno vedere a 3 euro e 50». Di seguito tutti i vincitori
Il
cinema che premia il cinema. Il cinema che riconquista, giorno dopo giorno, le
sale. Il premio David di Donatello è ancora una volta momento di riflessione
sul presente e sul futuro della settima arte. Mercoledì 10 maggio l’Italia ha
onorato il grande schermo, lo ha fatto
prima al Quirinale, di fronte al Presidente della Reppublica, quindi ai Lumina
Studios di Roma, dove è andata in scena la cerimonia di premiazione. «Il cinema è un
testimone che passa di mano in mano – ha dichiarato Sergio Mattarella – questo
patrimonio di invenzioni, di professionalità, di creazione artistica, di
supporto industriale, divenuto col tempo un’importante infrastruttura del
Paese, ha generato sapere, percezioni condivise. Ha prodotto una scuola, ha
ampliato le potenzialità espressive della società. Il cinema ha fornito un
contributo significativo allo sviluppo della nostra civiltà. Il Premio David di
Donatello esprime questo senso della storia. Storia del cinema che è storia
italiana». In apertura della diretta Tv,
condotta da Carlo Conti e Matilde Gioli, è stato il sottosegretario alla
Cultura Lucia Borgonzoni ad annunciare l’impegno del Governo a rinsaldare
ulteriormente il rapporto tra cittadini e sale: «metteremo
a disposizione un finanziamento da 20 milioni per promuovere il cinema in sala.
Dal 16 giugno al 16 settembre tutti i film italiani ed europei saranno fruibili
al cinema a 3 euro e 50. Il resto ce lo metteremo noi. Il cinema va visto in
sala, non c’è storia». Di seguito, categoria per
categoria, tutti i vincitori della 68esima edizione.
Giovane e innamorato del proprio mestiere, della serie di cui è protagonista afferma: «In “Vivere non è un gioco da ragazzi” quel che accade spinge gli adulti a interrogativi difficili, li costringe ad aprire gli occhi sulle difficoltà che i giovani incontrano». Di Lele, il personaggio che ha portato in scena, racconta con affetto: «Lo definisco un romantico d’altri tempi che crede nell’amore a prima vista e, in nome di questo sentimento, farebbe di tutto»
Un
racconto che mette al centro la vita di Lele. Come si è sentito ad affrontare
questo viaggio?
All’inizio
avevo un po’ di paura, era la mia prima esperienza da protagonista e sentivo un
bel peso da portare. Sono stato però affiancato da persone fantastiche, sia
dietro sia davanti alla telecamera. Dopo l’inziale paura, tutto è andato in
discesa, è stato un viaggio divertente.
Chi
è Lele?
Un
giovane come tanti che viene da una famiglia umile, ama il calcio e le ragazze.
Lo definisco un giovane romantico, un ragazzo d’altri tempi che crede
nell’amore a prima vista e, in nome di questo sentimento, farebbe di tutto.
Lele si lascia guidare dalle emozioni, prende decisioni spesso affrettate, al
contrario di me che sono assolutamente razionale e, prima di decidere su qualcosa,
devo pensarci un milione di volte e valutare tutto quello che potrebbe succedere.
Riccardo
e Lele…
Rispetto
al mio personaggio, io per fortuna ho superato il periodo del liceo, le prime
scoperte e i primi amori, ecco perché credo di aver insegnato più io a Lele (ride).
Diciamo che tutti i suoi “errori” e le conseguenze di alcune sue azioni, mi
hanno illuminato, facendomi riflettere su come la troppa superficialità possa
essere deleteria. Ci unisce il bellissimo rapporto con la propria famiglia, una
relazione nel mio caso basata sulla condivisione, la chiave secondo me per un
rapporto sano. La trasparenza rende tutto più bello e più forte.
Parliamo
allora del mondo degli adulti nella serie…
Alcuni
si rendono conto che nascondere ai figli cose ritenute “scomode”, potrebbe rovinare
il rapporto con loro. In “Vivere non è un gioco da ragazzi” quel che accade
spinge gli adulti a interrogativi difficili, li costringe ad aprire gli occhi
sulle difficoltà che i loro ragazzi incontrano.
Quale
aspetto dell’adolescenza l’ha spaventata di più?
Sono
stato un adolescente felice, circondato da persone che mi amavano, amici
stupendi. Il momento forse più brutto è legato a qualche problema fisico che ho
dovuto affrontare, ho sofferto di acne molto pesante, e per un po’ di tempo mi
sono sottoposto a terapie complicate, con controindicazioni forti. Pur essendo
piccolo, avevo iniziato a lavorare nella pubblicità, e quando si entra nel
mondo del lavoro si cresce molto più in fretta. Hai presto a che fare con i
soldi, devi capirne il valore e come metterli via, ti ritrovi a frequentare
molte persone, tutto ovviamente positivo, ma può capitare che si creino nuove
paure.
Come
si è trasformato il suo sogno da bambino oggi?
Da
piccolo non avevo uno scopo preciso, non sapevo di voler fare l’attore, vivevo
giorno per giorno, giocavo a pallavolo, frequentavo la scuola e non pensavo
assolutamente a cosa avrei fatto nel futuro. Alla fine del liceo è arrivato il
mio primo lavoro in televisione e, dal primo giorno di set, ho scoperto che
questa sarebbe stata la mia strada. Questo desiderio, oggi, è ancora più forte.
C’è
qualcuno che l’ha influenzata positivamente, spingendola a crederci ancora di
più?
Sono
stato veramente fortunato, in tutta la mia piccolissima carriera, intorno a me ho
sempre avuto persone che mi hanno fatto amare questo lavoro, aiutandomi a
scoprire la bellezza del cinema, la mia più grande passione oggi. Non posso
dire che un solo incontro abbia contribuito alla mia crescita, tutti in qualche
modo hanno aggiunto un tassello a ciò che mi appassiona: recitare.
Che
cosa le dà la recitazione?
Mi
fa stare bene, allenta tutte le tensioni, mi costringe a spingere le emozioni
al limite, a rilasciare quella energia che nella vita si trattiene. Recitare mi
dà tranquillità e leggerezza. Un po’ come una seduta dallo psicologo (ride).
Com’è
andata con i grandi attori come Claudio Bisio, Stefano Fresi, Nicole Grimaudo?
Vederli
recitare sul set è stato entusiasmante. Sono persone con i piedi per terra, simpaticissime,
con me molto gentili. Ho incontrato attori disposti a darmi consigli che ho
cercato di assorbire come una spugna. Sono queste le persone che aiutano ad
apprezzare il proprio mestiere, ti fanno sperare di essere, anche tra
vent’anni, come loro, innamorati di quello che fanno.
La
verità è al centro della narrazione della serie…
Nella
vita sono ancora in cerca della mia verità, del mio essere e il fatto che stia
scoprendo la mia spiritualità influisce molto in questa ricerca. Io sono una
persona sincera, come dicono gli inglesi, cerco di essere “true to yourself”,
vero rispetto a quello che si è. In
“Vivere non è un gioco da ragazzi” se Lele avesse detto la verità fin da
subito, molti dei problemi che vengono fuori si sarebbero potuti evitare. Dalla
verità non si può fuggire, mai.
Anche
se per finzione, come si è trovato a passare dall’interrogazione all’interrogatorio
con Bisio?
In
questo romanzo di formazione un sassolino smuove una valanga, una piccola
decisione può cambiare la tua vita in un attimo. Per fortuna non è stato
proprio un incubo per me perché avevo Claudio Bisio davanti, ma pensare di
trovarmi in una situazione di questo genere è davvero terrificante. Meglio l’interrogazione
tutta la vita (ride).
Quando
ha scoperto di avere il talento necessario per rischiare?
Le
prime volte che sono stato scelto pensavo a un colpo di fortuna, poi però ho
cominciato ad avere fiducia nelle mie capacità, grazie anche agli
incoraggiamenti di chi, con un complimento, con uno sguardo complice, sentiva in
me qualcosa di profondo. Alla fine, un attore punta a questo, ad avere un
feedback dagli altri. Non c’è stato quindi un momento preciso, è qualcosa che
accade tutti i giorni, cerco di ricordare sempre l’amore che sento per il mio
lavoro.
Quale
messaggio spera possa arrivare dalla serie a un ragazzo come lei?
Parlando
di verità, spero arrivi veramente il motivo per cui è stata realizzata questa
serie, riflettere sul fatto che le cose, spesso, possono avere una doppia
faccia. Pensi alla droga come sballo, stai bene per un attimo e, dopo, tutto il
tuo mondo rischia di crollare. Ecco perché anche questo racconto invita a
razionalizzare le proprie scelte, a prendersi del tempo per valutare quello che
si fa. Si parla di tantissime cose, di amicizia, di amore, del rapporto tra genitori
e figli, ci sono tantissimi topic che spero colpiscano il pubblico.
La
presenza di molte piattaforme digitali e di conseguenza di una elevata
produzione è un’opportunità in più per i giovani attori?
Sono
certamente a favore delle piattaforme, più si produce, maggiori sono le
opportunità professionali, d’altro canto, essendoci un marasma di roba, è
difficile decidere il progetto giusto. Penso che un attore che si affaccia ora
in questa realtà non debba avere la fretta di dire sì a tutte le proposte, se
vuoi rimanere nella legacy del cinema italiano, devi scegliere bene e non avere
la smania di esserci a tutti i costi.
Cosa
le regala nella vita l’adrenalina, la felicità?
Gli
amici, la bella della compagnia. Un sabato pomeriggio al parco, fare un picnic con
le persone che ami. Per me è il massimo di piacere.
Con la spontaneità e il sorriso ha già conquistato il pubblico del venerdì sera di Rai 1. L’attrice romana si racconta al RadiocorriereTv ricordando la sua infanzia spensierata piena di tanta musica: «Da bambina ascoltavo Mina, Celentano e Morandi. Poi sono arrivate le gite e gli 883».
Flora a “I migliori anni”… come sta andando?
Benissimo, non solo per gli ascolti che sono
molto calorosi. La gente ha accolto il programma, tornato dopo sei anni, con
grande affetto. E poi perché mi diverto molto, mi piace riascoltare la musica
di un tempo e commentare con ironia.
Cosa ha pensato quando Carlo Conti le ha
proposto questo viaggio nella nostra storia recente?
La sua chiamata è stata motivo di orgoglio.
Quando Carlo ti chiama per un serale su Rai 1, e per di più il venerdì sera,
c’è sempre entusiasmo. Mi ha detto espressamente che non cercava la “bellona”,
ma un’attrice brillante che sapesse improvvisare e scherzare con lui e con il
pubblico. Diciamo che sono nella mia comfort zone.
Che rapporto ha
con la diretta?
Faccio tanto teatro ed è un po’ come se con
ogni replica si andasse in onda ogni sera. A differenza di chi fa tanto cinema,
dove ci sono tempi lunghi, molte attese e spesso rifai la stessa scena tante
volte, qui hai l’adrenalina del live. Il teatro è stato una grandissima scuola,
ti insegna a convivere con le emozioni e a gestirle.
Cosa la stupisce di più dei messaggi che riceve
dal pubblico?
La parte sentimentale, perché dai social siamo invece soliti aspettarci
qualcosa di superficiale. I messaggi che arrivano in studio hanno qualcosa di
nostalgico, propongono ricordi legati a un amore, all’infanzia o ai propri
figli. Devo dire che mi sorprendono molto.
Ce n’è uno che l’ha colpita più di altri?
Ce ne sono tanti. Uno di questi diceva che la
chat che usiamo oggi sullo smartphone è l’equivalente della mamma che un tempo
si affacciava dalla finestra urlando a tutto il quartiere: “Sali che è pronto!”.
Lei è giovane, ma le chiedo ugualmente quali
siano stati i suoi migliori anni?
Probabilmente questi. Sono una donna risolta,
con due figli, che sta lavorando e che è felice. Dico quindi i miei
quarant’anni.
Cosa prova quando si ripensa teenager?
La nostalgia di un’epoca spensierata. Il fatto
di avere figli e di essere più grande, più responsabile, fa sì che il tempo
della leggerezza sia venuto meno. Da ragazza il problema più grande era come
vestirsi, a che festa andavi. Mi manca quella spensieratezza lì.
A questo punto una domanda ci sorge spontanea…
da ragazza come si vestiva e a che feste andava?
A differenza dei giovani di oggi avevo degli
orari molto precisi. La sera, alle 11, dovevo essere a casa. Penso che i
quindicenni di oggi escano a quell’ora. Per indole non mi sono mai vestita in
modo particolarmente provocante, preferivo il jeans e un tacchetto o il jeans e
un toppino, non ero da minigonna e stivale. Molto curata, ma il jeans e il
tacco sono sempre stati il mio outfit preferito.
Un
brano che la riporta più di altri agli anni Ottanta…
Penso più ai cantanti che alle canzoni.
Ascoltavo Mina, Adriano Celentano, Gianni Morandi. Ascoltavo la musica con i
miei genitori, mamma amava Marcella Bella, papà i Pooh. Sono ancora molto
legata alla musica di quei tempi…
Ai Novanta…
Direi gli 883, “La regola dell’amico”. Mi
ricorda le gite, le uscite con gli amici.
Degli ultimi anni?
Ultimo, il nostro nuovo Claudio Baglioni.
Cosa si dice in famiglia del fatto che il
venerdì sera è fuori casa?
Mia figlia, che ha sei anni, mi chiede ogni
venerdì se io debba lavorare. Lei non l’ha presa benissimo (sorride). Si
informa se il programma sia in diretta o registrato. Le piacerebbe di più
quest’ultima possibilità per vederlo insieme sul divano. Il piccoletto, invece,
crolla subito e i miei genitori sempre i primi a sostenermi. Questo nonostante
agli inizi il mio mestiere li spaventasse un po’, per quanto incerto. Ora sono
contenti.
Cos’è per lei l’ironia?
Quella cosa che ti permette di vedere una circostanza
o un problema sdrammatizzandolo. Credo che sia un valore aggiunto importante.
Avere la battuta pronta mi ha aiutata in tante situazioni, a volte anche a
uscire da un imbarazzo o a stemperare una situazione nervosa. L’ironia ti salva
la giornata.
Cosa la fa sorridere?
Il piede di mio figlio, piccolo e cicciottello.
Ha le dita che non sembrano far parte del piede, ma attaccate con la colla in
un secondo momento. Quando lo sveglio, siccome non ha neanche due anni, sembra
un muffin caldo. Puntualmente gli tolgo i calzini e mi fa sorridere, è il mio
antistress.
Abbiamo parlato di presente e di passato. E il
futuro?
Mi piacerebbe essere protagonista di una
commedia importante e brillante al cinema e poi condurre un serale in Tv, anche
se non fosse Sanremo (ride).
Perché i telespettatori dovrebbero continuare
a seguirvi?
Questa è facile, perché ci sono io. Scherzi a
parte, perché ci sono io a dire un sacco di corbellerie e poi perché ci sono
buona musica e comicità. In questo periodo storico un programma fatto di musica
e risate penso sia perfetto.
La casa editrice della Rai al Salone Internazionale del Libro di Torino con i propri autori. Da Bruno Vespa a Flavio Insinna, da Marco Varvello a Giorgio Zanchini, Roberto Arditti, Ilaria Amenta, Alessandro Daniele, Beppe Convertini. Si parte giovedì 18 alle 12.15 con Daniela e Luca Sardella
Rai
Libri sarà protagonista con i suoi autori alla 35esima edizione del Salone Internazionale
del Libro di Torino in programma dal 18 al 22 maggio 2023 al Lingotto Fiere. A
ospitare le presentazioni sarà il grande palco della Rai nel padiglione Oval. Si
inizierà giovedì 18 alle 12.15 con Daniela e Luca Sardella e il loro “Una
pianta per amica”, volume che spiega come affrontare al meglio la transizione
ecologica con l’aiuto delle piante. Venerdì 19 sarà la volta di Ilaria Amenta
con “Io sono l’uomo nero”, la storia mai raccontata di Angelo Izzo e dei suoi
crimini (ore 12.15) e di Roberto Arditti con “La guerra in casa”, il libro che
fotografa la corsa globale al riarmo (ore 18.15). A incontrare il pubblico,
sabato 20, saranno Marco Varvello, che presenterà il suo “Passo falso” dedicato
al Regno Unito nel dopo Brexit (ore 11.20) e Alessandro Daniele con il libro
sul padre, “Pino Daniele” (ore 18.15). Doppio appuntamento anche domenica 21.
Alle 12.15 Bruno Vespa presenterà “Kennedy”, ritratto oltre il mito dell’ex
presidente americano, mentre alle 18.15 Giorgio Zanchini, autore di “Esistono
gli italiani?”, dialogherà dell’incerta identità italiana. Lo stand di Rai
Libri ospiterà i firmacopie di Flavio Insinna con il suo “Il gatto del Papa”
(venerdì 19 ore 17.00) e di Beppe Convertini con “Paesi miei” (domenica 21 ore
15.00).
Illustratore e vignettista. Per il pubblico televisivo è anche “L’uomo dimenticato da Dio” di Via Asiago. Lo abbiamo incontrato fuori dal glass-box di Fiorello
Chi
è Valentino Spadoni?
Disegno
da quando ho memoria, ho studiato fumetto in Accademia, dove ho anche insegnato
come assistente. Appena uscito è arrivata la Tv, con “Alle falde del
Kilimangiaro” di Licia Colò, dove con le mie vignette raccontavo i viaggi degli
altri (sorride). Nel mio passato c’è anche tanta illustrazione, digitale
e cartacea, favole in primis.
Cosa
significa raccontare o raccontarsi attraverso una vignetta?
La
vignetta è un linguaggio e disegnarla vuol dire esprimere una propria opinione.
Se non c’è un’idea non si sblocca nulla. Poi entrano in gioco la satira e la
parte grafica. È un lavoro in
più fasi che ti consente di raccontare un punto di vista, a metà tra la
scrittura comica e l’illustrazione.
Quanto
conta l’osservazione della realtà?
È alla base della comicità, è la
materia prima che va elaborata.
Cosa solletica la sua
fantasia?
Sono
una persona curiosa e vado costantemente alla scoperta, camminando per strada,
osservando le persone. L’essere umano si esprime in un’infinità di modi anche
molto diversi tra loro. Ho un’ottima memoria per i dettagli, gli aneddoti. E
sono proprio loro a fornire una visione sfaccettata e alternativa delle cose.
Grazie all’ironia si giunge poi a ottenere una sintesi.
Com’è
stato l’incontro con Fiorello?
Sono
da sempre un suo fan, anche se a dire il vero è impossibile non esserlo. Mi
aveva incuriosito molto “Edicola Fiore”, per il format, perché fatto con il
telefonino. Quando ho saputo di “Viva Rai 2!” mi sono presentato al glass box
di via Asiago, come fanno molti artisti. Ho proposto una vignetta, è piaciuta,
e Rosario mi ha chiesto di tornare.
Come
deve essere una vignetta per piacere a Fiore?
Sono
le più difficili da fare (sorride). Devono essere scritte in maniera
chiara, suonare bene e creare un’immagine comica nuova. Lui macina battute,
l’idea di fare qualcosa che riesca a stupirlo è una sfida che colgo ogni giorno
volentieri.
Appartiene
a una famiglia di artisti, suo padre Lorenzo ha fatto parte dei 4+4 di Nora
Orlandi, anche sua mamma, Maríka Paris, è una cantante, cosa si dice in
famiglia della sua arte?
Mi
hanno sempre sostenuto e incoraggiato a fare ciò che mi piace. Al tempo stesso
sono i primi a dirmi ciò che pensano dei miei lavori, sempre con la massima
sincerità. Mamma mi ha anche insegnato a cantare. Sono contenti dei miei
traguardi.
Con “Viva Rai 2!” ha dato nuova linfa a un genere da molti considerato superato. Il varietà ricetta Fiore gode invece di ottima salute, capace di portare a sé un pubblico trasversale ed eterogeneo, sul piccolo schermo come sui computer, sui tablet e sugli smartphone: perché una risata, in Tv o sul telefonino, è sempre una risata. La sfida del re degli showmen è ancora una volta vinta: «Sono così come mi vede il pubblico. E credo che questa sincerità sia parte della empatia che si è creata»
Chiudi per un istante gli occhi e ripercorri questi lunghi mesi in via
Asiago, qual è la prima immagine che ti viene in mente?
La sveglia alle 4.00 del mattino,
l’alba, il silenzio, il caffè lungo al bar di Guerre stellari. Vedere poi come
lentamente, con le prime luci del giorno, il programma prende vita, iniziano ad
arrivare i tecnici, il cast, i ballerini e come per magia alle 7.15 tutto è
pronto per iniziare lo show e la festa.
Hai dimostrato che il varietà non è morto e che per dargli un futuro è
necessario rivedere la formula tradizionale. Possiamo dire che “Viva Rai 2!”
rappresenta un momento di passaggio nel mondo della Tv?
Il varietà è vivissimo, ha solo
cambiato orario. Abbiamo cercato di portarlo alle 7 del mattino, con una satira
non convenzionale. Ho sempre provato a fare cose nuove, e lo show al mattino mi
mancava. Avevo fatto cose simili, che mi hanno preparato a questo, come “Viva Radio 2” o “Edicola Fiore”, che man mano, negli anni,
sono cresciute fino a diventare “Viva Rai 2!”. Lo stesso programma, in prima
serata il sabato sera non funzionerebbe. Con “VivavRai 2!” abbiamo di certo
fatto conoscere anche in Italia, sulla rete pubblica, il morning show
all’americana, che noi facciamo con più varietà… neanche negli Stati Uniti ce
n’è uno come questo, in mezzo alla strada.
Il pubblico ti ha premiato, come sempre. Cosa ti ha insegnato questa
esperienza?
Che il pubblico sempre più, oggi, si
appassiona alle storie, ai personaggi. Da qui la grande offerta di serialità. E
poi, che la “globalizzazione” è anche
dello spettacolo. Si va in televisione, ma allo stesso tempo ti guardano anche
sul cellulare, sul tablet, o anche in radio e sulla piattaforma, come è
successo a noi. Abbiamo iniziato sui social, per poi andare in diretta e su RaiPlay
e poi su Rai Radio Tutta Italiana e su RaiPlaySound. Ormai questa è televisione
totalmente inclusiva, non c’è più il programma fine a se stesso, è tutto
correlato. Tutto parte da una diretta e poi vive su altri media fino alla
puntata successiva. La crossmedialità oggi non è più una scelta.
Cosa diverte, più di ogni
altra cosa, Fiorello?
Le situazioni imprevedibili, quello
che nasce spontaneo e mi sorprende. Biggio mi diverte, quando io sorprendo lui
con una battuta. Mi piace provocare, con leggerezza, lanciare quelle che io
chiamo “le bombette”.
Quante volte hai dovuto frenare la tua voglia di improvvisazione?
Mai. Io sono così come mi vede il
pubblico. E credo che questa sincerità
sia parte della empatia che si è creata.
Uno show che nasconde tanta conoscenza dello strumento televisivo e che
crea un innesto perfetto con tutti gli altri mezzi a disposizione… Come si
gestisce tutta questa “abbondanza” di strumenti?
Si gestisce, ad esempio, “tagliando”
i contenuti, perché siano giusti e adatti al nuovo linguaggio. Segmenti brevi,
che formano un varietà concentrato di 45 minuti tra gag, filmati, balletti,
servizi, inchieste, notizie, canzoni. Questo ritmo ti permette poi di adattare
il contenuto agli altri media – web e social – agganciando il pubblico,
diversificato, perché ognuno troverà i suoi minuti di gradimento. La prova di ciò è che negli ultimi dieci anni, tutto
si è accorciato, e in questo la GenZ ci fa da maestra perché sono i più giovani
che ci hanno abituato ai formati brevi e veloci.
Dopo lo show, incontri ogni giorno il tuo pubblico, cosa pensi di queste
persone che fanno anche centinaia di chilometri per scambiare quattro
chiacchiere con te?
Penso che siano adorabilmente folli… ma che è bello e mi fa sentire ancora
di più la responsabilità di regalare loro bellezza e gioia. A modo mio. Dopo ogni puntata mi fermo a firmare gli
autografi con tutti. Incontro gente di ogni tipo, che porta roba da mangiare,
dalla zizzona di Benevento, al casatiello, ai pasticciotti pugliesi. Qualche
settimana fa sono venuti un signore vestito come nell’800 e un fan della foca
monaca, che mi parlava di questo mammifero mentre facevo colazione. E poi c’era
un certo signor Picone che, con una chitarrina si è messo a cantare: «Se
bruciasse la città, da te, da te, con un volo low cost io arriverei». Gli ho
chiesto cosa fosse quel brano e mi ha risposto: «Una canzone di Massimo
Ryanair».
Con i tuoi compagni di viaggio sembri spesso un fratello maggiore, cosa
ti mancherà di loro nei prossimi mesi?
Siamo un bel gruppo. Nella nostra
redazione in questi mesi sono nati tutti i giorni idee, spunti, personaggi, con
la complicità di un gruppo di autori fantastico: Francesco Bozzi, Pigi
Montebelli, Federico Taddia, Fabrizio Biggio, Mauro Casciari, Enrico Nocera ed
Edoardo Scognamiglio. Penso al lavoro unico di Luca Tommassini, e ringrazio i
tanti ospiti che puntano la sveglia presto, ben prima dell’alba, per
partecipare. E poi alla curiosità e alla passione di tutta la squadra che ha
lavorato: il reparto costumi, con sarte bravissime che hanno reso possibili suggestioni
folli dell’ultima ora, il trucco, i parrucchieri, tutte le maestranze Rai che
ci hanno seguiti in questa avventura. Senza questa partecipazione vera, un
programma come “Viva Rai 2!” non si fa. Faccio un esempio tra tanti, quello dei
ballerini di Luca Tommassini che hanno ballato a petto nudo, con tre gradi, di
notte e di giorno, in mezzo alla strada, e sono sempre stati entusiasti e
contenti di farlo.
Un solo errore basta per rovinare la propria vita e quella di chi ti sta accanto. Arriva l’8 maggio su Rai 1 per tre puntate la fiction tratta dal libro “Il giro della verità” di Fabio Bonifacci e diretta da Rolando Ravello
Un
sassolino che diventa una valanga inarrestabile, una storia che gira intorno al
concetto di verità, offrendo al pubblico le diverse direzioni che questa può prendere.
Un argomento che riguarda ciascuno di noi perché, in questo gioco spietato che
è la vita, basta un gesto, anche
innocente, per compromettere tutto. È
quello che accade a Lele, un adolescente con tutte le carte in regola per
condurre una vita serena al riparo dai pericoli. Eppure, un solo errore, molto
comune tra i ragazzi – passare una pasticca a un amico – spezza una giovane
vita e ne schiaccia un’altra sotto il peso della colpa. Un dramma che travolge
le famiglie, gli amici e si allarga a macchia d’olio a tutto il piccolo mondo
intorno, rivelando un disagio comune. Quello della droga «è un tema molto scomodo,
soprattutto per l’ammiraglia della Rai, a cui va dato atto del coraggio… Con
mia figlia adolescente ho scoperto un mondo completamente diverso da quello che
frequentavo alla sua stessa età. Il nostro trasgredire era la canna, lo
spinello, oggi ci sono le droghe chimiche, costano poco, ti sballano per tutta
la notte, ma sono molto pericolose»
afferma Rolando Ravello, il regista che maneggia con estrema cura il prezioso
materiale offerto da Fabio Bonifacci, autore del romanzo “Il giro delle verità”
(ed. Solferino) e sceneggiatore della serie. Il filo conduttore di questo
racconto, che vede coinvolto un cast di altissimo livello, è certamente quello
della droga “ricreativa”, percepita ormai come “quasi normale”, ma che spalanca
le porte al centro della storia, “la fuga da se stessi e dalle proprie emozioni”,
il sempre più fragile rapporto tra adolescenti e genitori di questa
generazione. «Non è vero neanche un po’ che i
ragazzi del 2020 sono fuori controllo o stupidi o vuoti o chissà che altro.
Credo invece che manchi il tessuto familiare, con genitori pieni di sensi di
colpa e un mondo Teen, parola che detesto, che non ha più neanche quel barlume
di ideali che ha salvato molto di noi a quella età. Non hanno qualcosa con cui
identificarsi di solido. Hanno invece i social, una piazza globale rischiosa e
faticosa» continua Ravello, che porta in
scena una serie ricca di colpi di scena e di svolte, utilizzando un tono
drammatico nel dolore e nella colpa, ma che lascia comunque aperta la via della
commedia e della leggerezza, con un finale aperto alla speranza. Se non scappi
da ciò che sei, se stai lì e affronti quel che devi, ce la puoi fare.
TRAMA
Lele
ha diciotto anni, è un bravo ragazzo di umili origini, frequenta il liceo con i
figli dell’élite bolognese. È innamorato di Serena, bellissima, intelligente e
perfetta reginetta della scuola. Invitato una sera in discoteca da Serena e dal
suo gruppo di amici, Lele per fare colpo su di lei prende una pasticca di Mdma.
Risucchiato nel mondo delle discoteche e della droga, Lele rimane però presto
senza soldi e, per continuare a frequentare Serena, si ritrova a comprare le
pasticche nel suo quartiere e a rivenderle in discoteca al doppio del prezzo.
Una sera vende una pasticca al suo amico Mirco, che viene trovato morto il
giorno dopo proprio a causa della droga. Per Lele, corroso dai sensi di colpa
perché convinto di essere l’assassino di Mirco, inizia un calvario che
stravolge il rapporto con Pigi, suo migliore amico, con Serena e con i
genitori. Anche il resto del gruppo, legato da un patto di omertà volto a
custodire il segreto sull’uso di droghe, vive una profonda crisi che porta
ciascun membro a fare i conti con la verità e con i propri fantasmi interiori.
Dopo molte vicissitudini, dolori e scoperte, Lele decide di liberarsi dal peso
delle menzogne e del senso di colpa. Perciò confessa tutto prima al padre e poi
al poliziotto Saguatti. La sua confessione scatenerà una sorta di “epidemia di
verità” che porta tutti i principali personaggi a fare i conti con i propri
segreti.
La
storia inizia così…
Lele
ha diciassette anni, è un bravo ragazzo che vive in periferia con la famiglia, ma
frequenta il liceo del centro coi figli dei ricchi. È innamorato di Serena e per
conquistarla deve affrontare uscite che superano la sua paghetta. Così Lele,
che fino a due mesi prima non usava droghe, inizia a vendere una pasticca a
settimana per pagarsi i sabati. Una sera ne dà una all’amico Mirco che il
mattino dopo viene trovato morto per una “pasta” tagliata male. Lele si sente
un assassino e vorrebbe confessare, ma il compagno di banco Pigi, figlio di un
penalista, lo convince a non farlo. Iniziano così i tormenti della sua
coscienza, uniti a pericoli molto più concreti: un poliziotto ambiguo sospetta
di lui e vuole farlo confessare, mentre gli spacciatori da cui ha comprato la
pasticca minacciano di ucciderlo se parla. E due genitori che già hanno grossi
problemi economici e personali, vedono sparire il loro figlio in un tunnel di
angosce di cui nulla è dato sapere.
Alla 27esima edizione di Cartoons On The Bay, a Pescara dal 31 maggio al 4 giugno, il produttore e leggenda della stop motion
Grande attesa per “Cartoons On The Bay 2023”, la
ventisettesima edizione dell’International Festival of Animation, Transmedia
and Meta-Arts, che assegnerà al produttore e leggenda della stop
motion Ian Mackinnon e allo Studio Mackinnon & Saunders, il premio Studio
of the Year 2023. Cartoons, promosso dalla Rai e organizzato da Rai Com, si
terrà a Pescara dal 31 maggio al 4 giugno. Mackinnon farà anche parte della
giuria internazionale del Festival, che assegnerà i Premi Pulcinella delle
varie categorie del concorso. Ian Mackinnon è uno dei direttori creativi e
co-fondatori della Mackinnon & Saunders, azienda leader nel mondo nello sviluppo dei
personaggi nell’animazione e produttori nello stop motion di alta
qualità e nell’animazione digitale in 2D. Per oltre trent’anni il team della Mackinnon
& Saunders ha dato vita ad alcuni dei personaggi più conosciuti nel mondo
in film, serie tv, pubblicità e cortometraggi. Tra le creazioni, i puppets per
il recente “Pinocchio” di Guillermo del Toro, realizzato per Netflix e
vincitore nella categoria del Miglior Film d’Animazione del Premio Oscar e del
Golden Globe, ma anche quelli per “Fantastic
Mr.Fox”
di Wes Anderson, per “Mars Attacks!” e “Frankenweenie” di Tim Burton e per “La
sposa cadavere”, di Mike Johnson e dello stesso Burton. Lo studio Mackinnon
& Saunderscollabora attivamente all’animazione nel mercato inglese
con la BBC e non solo. Tra i titoli realizzati negli anni, figurano “Il Postino
Pat”, “Wanda e l’Alieno”, “Twirlywoos”, “Moon
& Me”, “Raa Raa the Noisy Lion”, e, recentemente, l’antologia “The House”,
90 minuti di stop motion e animazione per Netflix e la serie “The Sound Collector”,prodotta da EagleVsBat. A “Cartoons on the Bay” saranno ospiti anche il regista e
produttore cinematografico britannico Peter Lord e il regista e produttore
israeliano Ari Folman che riceveranno il Premio alla Carriera.
Un legame antico e profondo, quello tra uomo e natura, da riscoprire e rinsaldare giorno dopo giorno. Il volume di Daniela e Luca Sardella sensibilizza il lettore al rispetto e alla cura delle piante, alla salvaguardia ambientale e affronta il tema della gestione del verde in tempi di crisi idrica e climatica, spiega come annaffiare utilizzando poca acqua, descrive le specie che meglio purificano l’aria e quelle adatte ai climi caldi. Non mancano poi consigli pratici di giardinaggio e di concimazione e suggerimenti su come prevenire e combattere le malattie delle nostre “amiche”
Luca Sardella, il libro
si apre con questa frase: “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri Padri,
ma un prestito da restituire ai nostri figli”. Iniziamo da qui…
Quando parlo ai bambini, paragono la terra ad un giocattolo
perfetto. Chi lo ha ideato ha fatto prima il sole, gli oceani, la terra, gli
animali, l’uomo e la sua intelligenza affidandogli la custodia di questa
biodiversità perfetta, da tramandare a figli e nipoti. Ma l’uomo non ha tenuto
fede al patto e ha iniziato a costruire cose, correndo molto, senza girarsi e
capire il disastro che lasciava dietro di sé. Siamo arrivati ad un punto in
cui, girandoci, ci siamo accorti che la natura non ci può più dare una mano.
Il suo è un legame
profondo con la natura e con le piante in particolare. Come nasce e si
sviluppa?
Sono un agronomo ma ho iniziato ad incuriosirmi sin da
bambino. Le mie passioni erano la musica e le piante. Nasco come cantautore
legato all’ambiente e, quando ho parlato con Bob Dylan o con Pippo Baudo, mi
hanno detto di non mollare né l’una né l’altra passione. Faccio tutte e due le
cose con amore. Ho curato i giardini di Michael Jackson, ho dedicato una rosa a
Papa Francesco, questa è la mia vita.
Il libro è scritto a
quattro mani con sua figlia Daniela. Le ha trasmesso questa passione per le
piante?
Daniela è un avvocato e fa altre cose, ma sin da piccina ha
visto me e si è innamorata di questo mondo. Lavoriamo insieme in televisione e
addirittura sulle nostre piante, mi consiglia lei perché è molto attenta
all’ecologia e all’ambiente.
Le piante ci aiutano a
vivere meglio?
Io ho chiamato il libro “Una pianta per amica” prendendo
spunto da Mogol con “Una donna per amico”. Gli scienziati ci spiegano che le
piante, per i malati, hanno un ruolo importante, ma anche i bambini che
crescono nel verde ne beneficiano rispetto a quelli che vivono nel cemento che
sono meno creativi. L’ambiente interno di casa è inquinato più di quello
esterno. Chi ci può aiutare? Solo le piante. Ad esempio, l’orchidea cattura le
onde elettromagnetiche del computer, ci sono piante idonee al bagno, altre alla
cucina e alla camera anche per addormentarci con più facilità. Ci aiutano a
vivere meglio perché catturano inquinanti e raccolgono i gas serra.
Come si stanno
comportando le piante nel cambiamento climatico?
Molte scappano. Le piante si muovono e, come nei tempi addietro,
molte spariranno e alcune le chiamiamo aliene perché prima vivevano in altre
aree. C’è un movimento continuo e, quando le piantiamo, dobbiamo saperle
scegliere in base ai cambiamenti del clima. In questo libro spieghiamo le strategie
rispetto anche al surriscaldamento della terra. Un uomo immette nell’aria 5,5
mila tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Un albero riesce ad assorbirne
solo 167 kg. Quanti alberi servono a persona?
Il suo libro è anche un
modo per sensibilizzare il lettore?
Certamente. Ho scritto tanti altri libri editi Rai e hanno
avuto molto successo. Ma ormai sono vecchi, non perché la carta si sia
ammuffita, ma perché la pianta descritta non ha più le stesse esigenze. Questo
libro spiega come comportarsi con le piante oggi, serve a stimolare le persone
a rinverdire il proprio ambiente. Perché anche una pianta di basilico o di
rosmarino in casa ci aiuta a vivere meglio, anche la più piccola. E poi dobbiamo
fare un appello ai Governi per piantare gli alberi e per prevedere per ogni
palazzo un’area verde, perché prima o poi non si potrà più tornare indietro.
C’è un esempio virtuoso
nel mondo rispetto alla tutela delle piante e al cambiamento climatico?
Città del Capo è la numero uno. Ha ridotto a zero la plastica
e sta riducendo l’anidride carbonica, ha dato uno stop alla deforestazione e ha
creato piste ciclabili ovunque. In Italia le città green al top sono Pordenone,
Trento e Bolzano. Dobbiamo cambiare tutti, andando di più in bicicletta e
mettendo da parte la macchina, creando tante oasi verdi, perché non basta un
posto solo. Ad esempio, il Brasile, che viene definito “il polmone” del pianeta,
sta diventando un polmone di carbonio. L’inquinamento si sposta e arriverà
anche qui e con incendi, deforestazione, stanno modificando tutto.
La sua passione è anche
la musica. A cosa sta lavorando in questo momento?
Ho creato tante canzoni e continuo sempre a produrre. Anche gli
spot televisivi con miei brani sono stati di grande successo. Mogol ha scritto
due poesie per due mie musiche. Un mio lavoro sta per uscire, ma sarà
anticipato da una canzone che Fiorello mi ha fatto scrivere per il suo
programma su Re Carlo. Sono certo che diventerà un tormentone estivo. Mogol era
un mio sogno e l’ho realizzato.
A proposito di sogni,
ce n’è un altro che non ha ancora realizzato?
Tornare in Rai e dimostrare come gli ascolti potranno
promuovermi. I miei programmi sono stati grandi successi con ascolti alti.
Vorrei portare un progetto rinnovato, innovativo, futuristico dimostrando che
sono forte, credibile e che mi impegno seriamente per un programma. Intanto voglio
ringraziare il RadioCorriereTv per questa intervista. Ho collaborato con il
giornale alcuni anni fa e ne conservo un bellissimo ricordo.
Attore, musicista, doppiatore: «Il gioco della vita è difficile. Ci vuole impegno, ti spettina continuamente, ma per ogni insidia che c’è, ci sono dieci bellezze». Del suo mestiere afferma: «Per me è linfa vitale». E’ tra i protagonisti della serie tv “Vivere. Non è un gioco da ragazzi”
Parliamo
di “Vivere. Non è un gioco da ragazzi”, cosa l’ha spinta ad accettare
questo progetto?
Una serie di motivi. In primis la fiducia totale che nutro
nei confronti di Rolando Ravello, un attore e un regista strepitoso. È una storia
interessante, ben scritta da Fabio Bonifacci, un grande romanziere, e poi sono
papà di un bambino che sta per compiere tredici anni, molto attento a questo
tipo di argomenti. Raccontiamo di problemi con i quali, spero, di non dovermi
scontrare, ma che probabilmente, in qualche modo, sfioreranno la vita di mio
figlio tra un paio d’anni. Penso che sia bello mettersi addosso un messaggio
per i ragazzi.
Dal romanzo alla trasposizione televisiva, che “giri” fanno
nella serie le “verità”?
Nella storia che raccontiamo le “verità” sono
condivise solo fra i ragazzi, a un certo punto però la situazione li costringe
a metterle sul tavolo delle famiglie. Le cose cominciano ad avere troppo peso e
cresce la paura del giudizio delle famiglie. Abbiamo un bravo ragazzo che, per un
problema di droga, rischia di distruggere l’immagine che i suoi genitori
avevano di lui e comincia a mentire, o peggio si sente solo. È questo un errore
che spesso commettiamo quando siamo in difficoltà, invece di condividere un
problema, lo nascondiamo, lo teniamo segreto, nella speranza che si risolva
prima di essere scoperto. Quando poi, nel peggiore dei modi, la verità viene
fuori, saltano tutti gli equilibri.
Qual è la fotografia della società che emerge da questo
racconto?
Le cose nella società sono cambiate fino a un certo punto,
chi ti parla, per esempio, è un ragazzo cresciuto a Centocelle, un quartiere
negli anni ‘80 “difficile”. Se si legge “Romanzo criminale”
si capisce quanto fosse una tra le più importanti piazze di spaccio. Da giovane
ho visto molto, ma la famiglia vigile, il ragazzo coscienzioso, le amicizie
giuste mi hanno consentito di difendermi da un mondo nel quale sarei potuto
cadere. Adesso i canali di condivisione del bene e del male sono molto più
numerosi, ma non sempre efficaci. Pensiamo a quanto sia distorto oggi per gli
adolescenti il rapporto con la sessualità… noi sapevamo che esisteva la
pornografia, ma dovevi andare a rimediare quello che ti serviva in edicola,
adesso invece c’è un’immediata disponibilità in rete di cose allucinanti, che
rischiano di alterare il senso della personalità di un ragazzo. La fotografia
che restituisce quindi questa serie è di un mondo pieno di insidie,
amplificate, come nel caso della droga, dalla paura di non avere una
possibilità di crearsi un futuro. Io ho quasi cinquanta anni e da giovane non
immaginavo che ci fosse così tanto precariato, siamo cresciuti con la
convinzione che se ti fossi laureato avresti fatto un determinato lavoro. In
molti, però, siamo rimasti delusi, ma i ragazzi di oggi non hanno nemmeno questo
sogno. Loro sanno già che, nella maggior parte dei casi, per avere delle chance,
sarai costretto ad andartene dal tuo Paese. Con questa mancanza di una visione
di futuro certo è molto più facile cadere in errore, nelle distrazioni e negli
stordimenti che vediamo tra i giovani.
Qual è il ruolo degli adulti, anche nella serie?
Gli adulti devono essere vigili, consapevoli e pronti a
intervenire preventivamente. Credo che l’educazione di un ragazzo sia il passo
più importante da compiere per un genitore che deve essere presente, parlare con
i propri figli, instaurare una conversazione profonda con loro. Se un figlio si
sente ascoltato sa che può raccontarti qualsiasi cosa, se è consapevole di
avere al proprio fianco un genitore attento, che non nasconde le cose, ma instaura
un rapporto di fiducia, al primo problema correrà immediatamente a casa.
Veniamo allora al suo personaggio, Marco…
È un uomo semplice, un grande lavoratore che ha messo su una
famiglia meravigliosa, ma sta attraversando un periodo economicamente faticoso.
Gli devono dei soldi, ha comprato una macchina che fatica a pagare, e questo
gli genera un grandissimo senso di colpa quando il figlio si trova in
difficoltà. Pensa immediatamente che se avesse potuto dare la giusta paghetta
al ragazzo, questo non avrebbe dovuto comprare quella pasticca farlocca. Marco
è un uomo che a un certo punto pensa di dover prendere le redini della famiglia
da maschio alfa, facendo però la cazzata, mettendo da parte la moglie e
trovando soluzioni inadatte, senza parlare mai veramente con il figlio. Questo
è il suo errore, pur essendo un padre amoroso, amorevole, dolcissimo, è un uomo
tutto d’un pezzo che pensa “figurati se mio figlio si droga”. Quando invece
tutto questo accade, il figlio non va da lui, perché sa che avrebbe preso un
altro schiaffone e non una parola di comprensione, un tentativo di aiutare. Quando
il dramma accade, l’equilibrio della famiglia è fragile, marito e moglie faticano
ad avere una connessione, prendono due strade diverse sulla gestione del
problema, lo scontro con il figlio diventa ancora più grande.
Nella serie però ci lasciamo con una porta aperta alla
speranza?
Ma certo, sempre! Le cose si risolvono in questa storia come
nella maggior parte delle storie in cui si mette in atto una strategia per
risolverle. Il messaggio è proprio questo, nel momento in cui si interviene
attivamente, con energia, dove è possibile, tutto può essere affrontato.
Com’è andata con “suo” figlio Riccardo (De Rinaldis)?
Un ragazzo bravissimo, vergognosamente alto e longilineo.
Deve aver preso tutto dal nonno (ride). Riccardo è di una dolcezza
incredibile, lavorare con lui e misurarmi con la sua età e purezza è stato
bellissimo. Ha fatto davvero un ottimo lavoro.
Quando tutto vacilla, dove si trovano i punti fermi per non
perdersi, ritrovare il baricentro?
Nel recupero del senso della famiglia, che non è
semplicemente un luogo dove si costruisce una casa, ma è soprattutto un luogo
dell’anima nel quale si è scelto di condividere tutto, male compreso. Non è che
uno prende le redini della situazione e fa tutto da solo, bisogna decidere
insieme il da farsi, perché altrimenti, se ci si separa, si è tutti più deboli.
Ma è davvero così difficile vivere il gioco della vita?
Il gioco della vita è difficile, come tutti i giochi belli. Qualcuno
conosce un gioco bello che sia facile? Ci vuole impegno, perché la vita è
complicatissima, ti spettina continuamente, ma per ogni insidia che c’è, ci
sono dieci bellezze.
Siamo sempre tutti molto distratti però…
La distrazione è il male di questo tempo. Nessuno sa più
annoiarsi, quando invece la noia è necessaria per tirare fuori l’immaginazione.
Oggi non c’è più il tempo per questo, è tutto rapidissimo, anche la musica. L’introduzione
delle canzoni dura al massimo tre secondi e poi si deve cominciare subito a
cantare, altrimenti uno fa lo swipe e manda via. Non riusciamo più a goderci le
cose. Se invece prestassimo più attenzione, ascoltassimo veramente chi si ha davanti,
se si guardasse meglio quello che ci circonda, la vita sarebbe migliore.
E lei dove poggia la sua attenzione?
Sul mondo tutto. Sono stupefatto dalla bellezza della natura,
mi esalta in maniera incredibile vedere mio figlio crescere, percepire nei suoi
occhi il desiderio di scoperta, la mia ansia di fargli assaggiare di questa
vita più cose possibili. Io mi sento un uomo fortunato, un privilegiato perché
da bambino avevo una passione e oggi questa passione è un lavoro bellissimo che
mi consente di vivere. Questo non lo scordo mai e, per quanto possa essere
faticosa una giornata sul set, torno a casa con un sorriso da un orecchio all’altro
che mi consente di guardare tutto con serenità.
E poi nella sua vita c’è la musica…
Tanta musica. Nasco da lì e ho pensato bene di sposare una musicista
(ride) e di far frequentare al figlio una scuola con l’indirizzo
musicale.
Attore, musicista, doppiatore… una vita così piena la si
gestisce o la si lascia scorrere assaporando tutta la bellezza che c’è?
La gestisco lasciandola scorrere (ride) perché alla
fine si riesce a fare tutto, sono supportato da una donna che fa il mio stesso mestiere
e ha le stesse esigenze. Entrambi sappiamo qual è il senso di una tournée, la
lontananza da casa e il distacco. Abbiamo un figlio che è cresciuto all’interno
di queste dinamiche familiari e ha un grande spirito di adattamento. Questo
lavoro per me è linfa vitale, non mi sgonfia, mi dà la carica.
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