AL CINEMA

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Il mago del Cremlino – Le origini di Putin

 

Dal 12 febbraio nelle sale il film di Olivier Assayas con Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen con Jeffrey Wright e con Jude Law

 

 

Basato sul romanzo di Giuliano da Empoli, “Il mago del Cremlino – Le origini di Putin” di Olivier Assayas arriva nelle sale italiane giovedì 12 febbraio. La pellicola porta lo spettatore nella Russia dei primi anni ‘90. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese in ricostruzione, Vadim Baranov, un giovane uomo dall’intelligenza brillante, si sta facendo strada. Ex artista d’avanguardia nonché produttore di un reality show televisivo, Baranov diventa il braccio destro di un uomo che ha lavorato nel KGB e che è destinato a conquistare il potere assoluto: Vladimir Putin, altrimenti detto «lo zar».  Profondo conoscitore del sistema politico, Baranov diventa lo spin doctor della nuova Russia: confeziona discorsi, crea scenari, cattura percezioni. Tuttavia, c’è un’unica persona che sfugge al suo controllo: Ksenia, uno spirito libero, una donna indipendente e avulsa dai meccanismi del potere e del controllo politico. Dopo quindici anni di silenzio, lontano dalla scena politica, Baranov accetta di parlare. Le sue rivelazioni confondono i confini fra verità e finzione, realtà e strategia. “Il mago del Cremlino” esplora gli oscuri meandri del potere, in cui ogni parola diventa lo strumento di un preciso disegno politico. Nel cast Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen, e con Jeffrey Wright e con Jude Law. Di seguito l’intervista proposta dal portale di 01 Distribution al regista Olivier Assayas.

Secondo Lei, questo film è più un thriller politico, un’opera incentrata sui personaggi o una riflessione sul potere?

Secondo me, è tutte e tre le cose insieme! Il film mira a dare forma umana a realtà politiche complesse e a sintetizzarle in questioni accessibili al pubblico a cui non è richiesta per forza la conoscenza della storia. Volevamo ridurre i fatti alla loro essenza, mostrare la loro rilevanza nella loro universalità. Non si tratta solo di Vladimir Putin o della odierna Federazione Russa, ma di questioni più ampie e universali. Quando ho conosciuto Giuliano, gli ho detto che trovavo il suo libro avvincente e che immaginavo avesse attinto a fonti di alto livello all’interno dello Stato, per poter restituire un resoconto tanto dettagliato dei meccanismi interni del potere. Ma lui mi ha risposto: «Niente affatto. Sono stato in Russia quattro o cinque volte e non ho mai avuto una talpa all’interno del governo. Però ho ricoperto il ruolo di Assessore alla Cultura del Comune di Firenze nella giunta guidata da Renzi, continuando a collaborare con lui anche quando è diventato Presidente del Consiglio. In fondo le modalità del potere, il suo linguaggio e i suoi metodi, sono sempre gli stessi, sia in Russia che in Italia. Ho capito come funziona il potere russo mentre osservavo, giorno dopo giorno, il modo in cui operava il potere italiano”.

 

Si è sentito in dovere di attenersi strettamente agli eventi storici o qualche volta ha volutamente confuso realtà e finzione?

In alcuni momenti c’è una leggera accelerazione, in altri ho giocato con la cronologia per ottenere un effetto drammatico, ma non mi sono mai permesso di barare. L’obiettivo era restare il più possibile fedele ai fatti, anche se stavamo adattando un romanzo che a sua volta si prendeva alcune libertà, seppur moderate. Con Emmanuel non solo abbiamo cercato costantemente di conferire verità e autenticità nella storia, ma anche di affinare, per quanto possibile, la critica sui compromessi morali e le scorciatoie democratiche dei leader russi, presenti e passati.

 

Putin viene ritratto come un personaggio profondamente complesso.

Secondo me tutta la politica appartiene al regno della complessità, senza semplificazioni o demagogia; qui non siamo al telegiornale. È un mondo difficile da afferrare e da comprendere, un mondo in cui spesso la spiegazione più contorta è quella più autentica e vera. Le sfumature delle strategie politiche variano da paese a paese, da un’epoca all’altra, ma in fondo l’essenza del potere resta sempre la stessa. Giuliano, come tutti i politici, ha letto Machiavelli e Baltasar Gracián, e anche se non applica i loro principi alla lettera, ne comprende i meccanismi e le costanti che gli consentono di costruire tutto il resto. È questo il criterio attraverso il quale ho considerato la politica e riflettuto sul mio tempo.

 

Come ha scelto gli attori del film?

La parte più difficile è stata quella di Putin, perché è al potere da così tanto tempo e lo vediamo ogni giorno nei vari notiziari. Tutti conoscono il suo volto. In un certo senso, era questa la scommessa del film: Jude Law sarebbe riuscito a interpretare un Putin credibile? Conosco Jude da anni: nel 2011 abbiamo fatto parte della stessa giuria a Cannes, siamo diventati amici e col tempo mi ha persino proposto di produrre un paio di progetti. Purtroppo però, non sono andati in porto. Continuando a seguire la sua carriera come spettatore, ho avuto la sensazione che fosse sempre più attratto dalla trasformazione, che avesse sviluppato una grande abilità di cambiare pelle. E nonostante non sia così simile fisicamente a Putin, ero convinto che lo avrebbe impersonato in modo molto convincente. Infatti è riuscito a trasmettere molto di Putin ma, nonostante l’accurata trasformazione, dobbiamo ammettere che Jude conserva più umanità del suo personaggio, il che in effetti non è molto difficile. Per tutti gli altri ruoli, reali o immaginari, non c’era l’obbligo di puntare sulla somiglianza fisica, poiché il grande pubblico non avrebbe necessariamente riconosciuto i volti degli altri protagonisti. L’unico criterio che ho seguito è stato trovare gli attori migliori soprattutto perché questo film è proprio incentrato sulle performance. E alla fine sono riuscito a scritturare un cast incredibile. Paul Dano, che interpreta un personaggio di fantasia, è stato immediatamente convincente. È un attore straordinario, ricco di sfumature, che grazie al suo talento e alla sua meticolosa attenzione ai dettagli riesce a trovare, in ogni circostanza, la chiave più intima del suo personaggio. Il suo straordinario autocontrollo può persino confondere. In sala montaggio, di solito si cerca di trovare la ripresa giusta. Con Paul, ogni ripresa è giusta e, in un certo senso, ognuna racconta una storia leggermente diversa, come se il suo lavoro consistesse nell’offrire al regista un caleidoscopio di espressioni che abbraccia l’intera gamma emotiva della scena. Alicia Vikander è stata la scelta più naturale per interpretare Ksenia. Avevo appena lavorato con lei nella serie HBO Irma Vep, c’è molta sintonia fra noi e quindi ho immaginato da subito che sarebbe stata lei a interpretare Ksenia. In realtà è stata proprio Alicia a ispirare questo personaggio.

 

 

Film Tv

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Un passo alla volta

 

Costretto all’esilio da bambino, Abdon Pamich impara prima a resistere e solo dopo a vincere. La marcia è il gesto con cui ricostruisce sé stesso, trasformando la fatica in speranza. Un cammino umano che precede e dà senso alla vittoria olimpica. In onda martedì 10 febbraio su Rai 1

 

 

Abdon Pamich cammina ancora. Anziano, su un altopiano carsico, ripercorre a piedi una strada che appartiene alla sua infanzia. Quel gesto semplice e ostinato apre una frattura nel tempo e riporta lo sguardo a Fiume, città di confine travolta dalla Storia, nel secondo dopoguerra. L’annuncio della liberazione accende una speranza breve e luminosa. Abdon e il fratello maggiore Giovanni credono che la normalità sia finalmente possibile. Ma l’arrivo del nuovo potere jugoslavo spezza l’illusione. Lo zio Cesare, allenatore di pugilato, figura carismatica e guida morale dei ragazzi, viene prelevato “per chiarimenti”. Il padre subisce pressioni politiche che lo rendono sospetto per il nuovo regime e vulnerabile come capro espiatorio. Fiume cambia nome, lingua e volto. Per gli italiani comincia il tempo della paura. Cesare riesce a espatriare. Poco dopo anche il padre di Abdon fugge in Italia, con la speranza di costruire un futuro e richiamare i suoi. L’attesa, però, diventa insostenibile. Arresti e sparizioni si moltiplicano, i confini si chiudono. Abdon e Giovanni, ancora adolescenti, scelgono di non cedere alla disperazione. Partono da soli. La fuga è una corsa disperata verso il confine: perdono il treno, affrontano trenta chilometri a piedi sotto il sole, con scarpe leggere e poche lire in tasca. In Italia li attendono campi profughi, povertà e diffidenza. I fratelli, comunque, riescono a proseguire gli studi. Tutto quello che Abdon ha visto e imparato a Fiume gli apre una porta nella scuola e, poco dopo, nello sport. A Genova incontra un formidabile allenatore Giuseppe Malaspina, il Mago della marcia, che riconosce in quel ragazzo taciturno una qualità rara: la capacità di resistere, di durare. La marcia diventa per Abdon il linguaggio dell’esule: non lo scatto, ma il passo continuo; non la fuga, ma l’andare avanti, sempre. Dopo anni di lavoro silenzioso e sconfitte, arriva l’oro olimpico a Tokyo, coronamento di un percorso umano, prima ancora che sportivo.

 

 

 

I PERSONAGGI

GIOVANNI PAMICH (Adolescente: Tobia De Angelis – Bambino: Gregorio Cattaneo della Volta)

Fratello maggiore di Abdon. Sicuro di sé, brillante, ha già deciso di diventare chirurgo. Simbolo della razionalità e della chiarezza d’intenti. Trascina Abdon nelle decisioni più importanti.

GIOVANNI PAMICH SENIOR (Fausto Maria Sciarappa)

Padre di Abdon e Giovanni Pamich. Imprenditore a Fiume. Uomo razionale, abituato a guidare la famiglia. Vede il suo mondo crollare con la nazionalizzazione delle aziende. Nonostante tutto, resta una figura autorevole e cerca di proteggere i figli, anche sacrificandosi.

ZIO CESARE (Diego Facciotti)

Fratello di Giovanni Pamich Senior, ex pugile e allenatore. Carismatico, diretto, figura guida per i ragazzi. Incoraggia la forza interiore e la tenacia. La sua lezione “segui il cuore” accompagnerà Abdon per tutta la vita.

GIUSEPPE MALASPINA (Michele Venitucci)

Ex marciatore e allenatore di Abdon. Figura paterna e guida spirituale. Vede in lui un talento naturale e lo indirizza, dandogli fiducia e metodo.

MAURA (Gaja Masciale)

La ragazza di cui Abdon si innamora e che presto diventa sua moglie. Simbolo dell’affettività che radica Abdon in una nuova vita. Una donna elegante, voce narrante nel Tv movie.

IRENE (Eleonora Giovanardi)

Madre di Abdon e Giovanni Pamich. Donna forte e coraggiosa. Protegge i figli durante la guerra, soffre in silenzio e si sacrifica per la famiglia. È la voce emotiva che piange e spera, incarnazione dell’attaccamento alla casa e ai valori familiari.

 

 

IL REGISTA ALESSANDRO CASALE RACCONTA

«Quando inizia davvero la storia di un atleta? Non il giorno della prima medaglia, né quando indossa una divisa. Per Abdon Pamich, tutto comincia con un’assenza: quella della sua terra, Fiume, e del senso di appartenenza che gli viene strappato via da ragazzino. Raccontare la vita di Abdon Pamich significa raccontare molto più di una carriera sportiva: è il ritratto di un uomo che ha fatto della costanza, della determinazione e della resilienza il suo stile di vita. La sua marcia non è solo disciplina atletica, ma una metafora esistenziale. Un cammino iniziato tra le macerie della guerra e approdato alla gloria olimpica. Questo film racconta la genesi di un uomo prima che dell’atleta, un cammino interiore che parte dalla perdita, dall’esilio, dall’adattamento in un’Italia che non sa ancora accogliere, ma che lo costringerà a diventare forte, paziente e tenace. Prima ancora di imparare a marciare, Abdon impara a resistere. La scelta registica è quella di un racconto intimo, sobrio, ma visivamente potente. Il film alterna due piani temporali principali: da una parte, la giovinezza segnata dall’esilio da Fiume e dall’arrivo in Italia come profugo; dall’altra, la lunga preparazione come marciatore che lo porterà alla medaglia d’oro delle Olimpiadi di Tokyo 1964 e a tutto ciò che è stato necessario per arrivarci. La marcia è un gesto ripetitivo, ossessivo, quasi ipnotico. Il corpo di Abdon è il nostro paesaggio: sudore, muscoli, calli, sforzo. “Il Marciatore, la vera storia di Abdon Pamich” è il ritratto di un uomo, non solo di un atleta. Pamich non è una figura mitologica, ma un uomo fatto di carne e silenzi, sacrifici e umiltà. Il tono narrativo che abbiamo scelto è intimo e sobrio, evitando ogni trionfalismo retorico. Il nostro film vuole ispirare non solo chi ama lo sport, ma chiunque creda che il tempo, la fatica, la pazienza e il coraggio siano ancora valori possibili. Abdon Pamich non correva per fuggire, ma per costruire qualcosa. E noi, con questa opera, vogliamo seguirlo. Un passo alla volta. Vogliamo raccontare una storia di formazione ambientata in un’Italia del dopoguerra vista dagli occhi di un giovane profugo. Il film si concentra su quegli anni invisibili, marginali, ma essenziali: il trauma della fuga, l’arrivo da profugo in Italia, le difficoltà familiari, la povertà e poi, quasi per caso, l’incontro con la marcia. Non vogliamo raccontare un successo, ma il bisogno profondo di trovarne uno.»

Irene Giancontieri

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Una ricerca continua

 

La giovane attrice racconta il suo esordio in “Don Matteo”, il rapporto con Nino Frassica, la costruzione del personaggio di Caterina, l’importanza del teatro e dello studio, il valore della tecnica e della ricerca costante. Tra ansia, comicità e consapevolezza, emerge il ritratto di una giovane interprete che vede il mestiere dell’attore come un percorso di crescita artistica e umana, oltre la visibilità e i numeri. Il giovedì in prima serata Rai 1

 

 

“Don Matteo” è il suo primo grande ruolo televisivo. Entrare in una serie così amata e longeva, con un pubblico molto affezionato, dev’essere stato un bel salto. Com’è stato?

È il mio primo ruolo in assoluto davanti a una telecamera, un’emozione enorme. All’inizio ero molto spaventata, venivo dall’Accademia e mi trovavo accanto a colleghi con molta più esperienza di me. Alcuni arrivavano dal Centro Sperimentale, altri dalla Silvio D’Amico… insomma, avevano tutti già fatto qualcosa prima. Ero l’unica davvero “alla prima volta”, ma questa differenza non si è mai sentita, non me l’hanno mai fatta pesare. Mi sono inserita in modo molto naturale, quasi camaleontico, grazie a un gruppo di lavoro incredibilmente accogliente. Tutti i reparti – attori, regia, troupe – sono stati calorosissimi. Questo mi ha aiutata tantissimo a sentirmi tranquilla e a prendere confidenza.

Ha condiviso molte scene con Nino Frassica ed Eugenio Mastrandrea…

Sì, soprattutto le scene in caserma. Ho iniziato subito, dai primi ciak con loro e questo mi ha aiutato molto, perché mi sono adattata, ho seguito il loro ritmo. Anche il personaggio di Caterina è nato così, nel confronto con loro. All’inizio è stato un vero vortice televisivo, sei scene al giorno sono tante, un tour de force massacrante (ride). Ero tesissima, ma piano piano mi sono sciolta. Loro sono stati carinissimi fin da subito.

Nino Frassica è un artista a 360 gradi. Com’è stato lavorare accanto a quello che possiamo definire un maestro?

È stato stupendo. Il percorso di Caterina è molto simile al mio: lei esce dall’Accademia dei Carabinieri, io dall’Accademia di recitazione. Entrambe ci ritroviamo in un mondo nuovo, piene di paure. E c’è Nino che, in scena e fuori, mi guidava, ha creduto in me immediatamente. Il provino l’ho fatto proprio con lui, è stato il primo a respirare la mia attorialità, sul set, poi, lavoravamo sempre insieme: trucco, prove, cambiamenti alle scene. Questo ha creato un legame fortissimo, io non faccio ridere “di mio”, la comicità nasce dalla reazione a lui. Nino è l’istrionico, io la spalla. È una dinamica che si è creata in modo naturale e che poi è diventata anche un rapporto umano molto bello.

Parliamo di Caterina Provvedi…

Caterina è una giovane marescialla, appena uscita dall’Accademia. È alle prime armi, non solo professionalmente ma anche emotivamente. Ha 25 anni, ma dentro è molto più piccola: è ansiosa, emotivamente “accesa”, per niente fredda. Nelle situazioni di panico perde il controllo. All’apparenza sembra avere una vita lineare, ma in realtà ha un passato che verrà svelato nel corso della serie. È un personaggio molto umano.

Cosa l’ha legata a lei?

Tantissimo. Mi ricorda me durante l’adolescenza: ansiosa, forse più di me (ride), ambiziosa, fragile. Interpretarla mi ha permesso di esplorare una parte di me anche buffa e comica. Giocare sulle sue fragilità, sulla sua purezza, sul suo essere candida mi ha divertito molto. È un personaggio tridimensionale: può essere agitata, ma anche calma, forte e vulnerabile. Mi sono rivista molto in lei.

Che cosa ha rappresentato “Don Matteo” in questo momento della sua vita?

È stato fondamentale. È un codice molto specifico, quello della fiction, e “Don Matteo” ha ritmi serratissimi. Imparare a stare dentro questo meccanismo mi ha dato una sicurezza enorme, che secondo mi sarà molto d’aiuto anche quando dovrò affrontare ruoli al cinema. Ora il mio rapporto con la macchina da presa è cambiato: non mi spaventa più, so bene dove guardare, sento la luce, sono più consapevole tecnicamente. È un’esperienza immersiva che mi porterò dietro per sempre. E poi non avrei mai pensato di esordire con un ruolo comico. Uscivo dall’Accademia con un’idea molto “pesante” del mestiere, mentre questo lavoro mi ha insegnato che si può essere leggeri senza essere superficiali. Dare spessore alla leggerezza è difficilissimo, ma bellissimo.

Nella sua formazione c’è molto teatro. Quanto è importante?

È fondamentale. Il teatro dà struttura, rigore, consapevolezza, non basta avere solo un viso carino: recitare significa saper dire bene le battute, saper reagire, saper costruire una scena. Il lavoro sulle battute, sul ritmo, sullo sguardo… tutto questo viene dallo studio. L’Accademia ti lascia delle competenze che poi si vedono, anche in televisione e al cinema.

Cosa cerca dal suo lavoro?

La ricerca continua. Un attore non deve mai smettere di cercare, anche le più grandi, come Cate Blanchett o Meryl Streep, non smettono mai. Mi auguro di poter interpretare ruoli sempre diversi, anche lontani da me. Sarebbe bellissimo se qualcuno mi dicesse: “Secondo me puoi fare anche questo”, magari un villain, rompendo gli stereotipi. Preferisco sentirmi dire “che bel lavoro” piuttosto che “che bella sei”. Il resto viene dopo.

E il rapporto con la visibilità e i social?

La visibilità aiuta, è inutile negarlo, ma non deve essere il fine. Io spero sempre di incontrare persone che abbiano fiducia nell’attore che hanno davanti, come è successo a me con “Don Matteo”. Se ci si concentra solo sull’immagine, ci si limita. L’immagine è importante, certo, ma deve essere al servizio del lavoro.

È anche una persona molto sportiva. Quanto conta lo sport per un’attrice?

Tantissimo, perché il corpo è fondamentale, ancor prima della parola. Un fisico allenato è vivo, e si vede anche in camera. Se un giorno dovessi fare un film d’azione, sarei pronta.

La sua famiglia come ha reagito alla scelta di fare l’attrice?

L’hanno sempre saputo. Da piccola volevo fare musical, quindi erano preparati. Quando il sogno si è avvicinato davvero, un po’ di paura c’è stata, ma mi hanno sempre sostenuta.

Progetti futuri?

Sto facendo un po’ di provini, come tutti, spero di tornare presto a teatro e di non abbandonarlo mai.

Fausto Maria Sciarappa

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La responsabilità della vita


L’attore racconta il suo ingresso nella serie cult, il personaggio di Luciano La Rosa e le tensioni che porta alle Molinette: dalla modernizzazione dell’ospedale ai conflitti personali, passando per la medicina pionieristica degli anni Settanta, il ruolo delle donne, il teatro oggi e le sfide dell’intelligenza artificiale nel mestiere dell’attore. La terza stagione di “Cuori” è in onda la domenica su Rai 1

 

 

 

“Cuori” è diventata nel tempo un piccolo gioiello, quasi una serie cult, grazie a una narrazione molto curata e a un alto livello di realizzazione. Com’è iniziato il suo viaggio all’interno della serie?

Il mio viaggio è cominciato con una telefonata del regista, Riccardo Donna, con il quale avevo già lavorato per molti anni nella serie “Fuoriclasse”, iniziata nel 2009, tre stagioni girate a Torino. Quando mi ha chiamato dicendomi che aveva un ruolo per me, quello del nuovo primario, non ho avuto alcun dubbio. Conoscevo già “Cuori”, la struttura del cast e quella narrativa, e poi tornare a lavorare a Torino, città alla quale sono molto legato anche per ragioni familiari, e ritrovare Riccardo, gran parte della troupe e alcuni attori che conoscevo già, è stato un grande piacere. Quando poi ho letto la sceneggiatura, la prima impressione è stata più confermata. La storia è molto forte e il personaggio del nuovo primario ha un peso narrativo importante.

Chi è Luciano La Rosa? Quali sono gli elementi più forti di questo personaggio?

Luciano La Rosa arriva alle Molinette e cambia completamente gli equilibri dell’ospedale. È un professionista serissimo, un neurochirurgo specializzato nella gestione dei reparti, questo gli permette di diventare primario anche di cardiochirurgia. Vince il concorso grazie alle sue capacità e a un obiettivo molto chiaro: far funzionare al meglio il reparto. Fin dal suo arrivo si rende conto che in passato ci sono state dinamiche che non lo convincono e decide di intervenire con decisione, rivoluzionando molte cose. Questo avrà un impatto forte sugli affezionati della serie, perché inizialmente il personaggio può risultare spiazzante. Mostra subito una grande stima per il dottor Ferraris, interpretato da Matteo Martari, mentre ha più difficoltà nei rapporti con la dottoressa Brunello e con altri colleghi. Una delle sue decisioni più forti, dichiarata apertamente già nella prima puntata, è quella di modernizzare l’ospedale, rendendolo laico e togliendo alle suore il ruolo di gestione del reparto.

Oltre all’aspetto professionale, c’è anche una dimensione più intima e personale…

Luciano porta con sé un senso di colpa enorme, legato a un errore del passato che ha creato una frattura profonda nella sua famiglia, in particolare nel rapporto con la moglie. Questo peso lo accompagna per tutta la stagione e lui farà di tutto per cercare una forma di redenzione. È una parte molto delicata del personaggio, che verrà sviluppata nel corso degli episodi.

“Cuori” racconta anche una medicina pionieristica, fatta di visione e di coraggio, in un’epoca – gli anni Settanta – in cui mancavano molti strumenti e certezze scientifiche. Che riflessione le suscita questo aspetto?

Mi viene da pensare che in quegli anni ci fosse forse più libertà di sperimentare, meno controllo politico e burocratico. Non voglio dire che oggi non esistano medici straordinari, perché ci sono eccome, ma probabilmente allora c’era una maggiore meritocrazia e una visione più orientata al bene comune. Oggi temo che, in alcuni casi, la visione sia più legata al profitto o agli interessi di pochi. Detto questo, sono convinto che anche oggi esistano menti illuminate, ma spesso sono limitate da chi detiene il potere politico ed economico.

Indossare il camice, anche solo per finzione, l’ha fatto riflettere sulla responsabilità emotiva di un medico?

Moltissimo. Ho sempre paragonato medici come cardiochirurghi o neurochirurghi ai piloti di Formula 1, uno fra tutti Michael Schumacher: devono avere una freddezza assoluta. L’esperienza aiuta, certo, ma bisogna riuscire a isolarsi completamente dall’emotività. Parliamo di millimetri, o anche meno, da cui può dipendere una vita. Immaginare un medico che opera un proprio familiare è qualcosa di quasi inconcepibile. Non so davvero come si possa affrontare una situazione del genere. Io, nel mio piccolo, già a una partita di calcio perdo la calma facilmente: con un bisturi in mano sarebbe impossibile.

La terza stagione ci porta negli anni Settanta, un periodo di grandi trasformazioni sociali. Come entra questa rivoluzione culturale nella serie e nel suo personaggio?

Entra molto, soprattutto nel rapporto tra Luciano La Rosa e la dottoressa Brunello. Lui è un uomo intelligente, ma inevitabilmente figlio di una cultura patriarcale. A un certo punto toglie i fondi alla ricerca della dottoressa perché teme che, essendo donna, prima o poi possa fermarsi per maternità. È una visione che oggi riconosciamo come sbagliata, ma che purtroppo non è del tutto superata nemmeno adesso. Personalmente sono sempre stato un femminista convinto, ho sempre trovato assurdo che certi comportamenti siano accettati negli uomini e stigmatizzati nelle donne. E ancora oggi, sentire certi discorsi da parte di persone che ricoprono ruoli istituzionali è davvero sconfortante.

Se potesse viaggiare nel tempo, ci sarebbe un’epoca che le piacerebbe attraversare?

Mi piacerebbe vedere il mondo prima dell’invasione delle automobili. Anche solo la fine dell’Ottocento, con le città piene di persone a piedi, qualche carrozza, un tram. Guardare quelle vecchie foto di Roma mi affascina moltissimo.

Oggi invece viviamo l’era dell’intelligenza artificiale. Come la vede, soprattutto per il suo lavoro?

Credo che ci sia da avere paura finché non interviene il legislatore. Il rischio che vengano utilizzati volto e voce di un attore senza consenso è enorme. Bisogna tutelare la proprietà dell’immagine e dell’identità artistica. Spero davvero che si arrivi presto a regole chiare.

Ha attraversato teatro, cinema e televisione. Come vive questi tre mondi?

Il teatro, purtroppo, è fermo da un paio d’anni, ed è un grande dispiacere. Con Gianmarco Tognazzi e Renato Marchetti stavamo portando in giro “L’onesto fantasma”, uno spettacolo che avevamo commissionato a Edoardo Erba come omaggio a un amico che era mancato, che oggi però ha un problema di distribuzione. Quella del palcoscenico dal vivo è un’emozione unica, irripetibile.

A cosa sta lavorando ora?

Ho appena finito di girare un film per la Rai, “Il Marciatore”, che andrà in onda in occasione del Giorno del Ricordo. Racconta la storia di Abdon Pamich, campione olimpico e figlio di esuli istriani. È un progetto a cui tengo molto. Poi dovrebbe andare in onda anche la terza stagione de “I casi di Teresa Battaglia”, ma i palinsesti sono ancora in fase di definizione. Per il resto, torno a casa a fare il papà: è il lavoro più impegnativo di tutti (ride).

A proposito de “Il Marciatore”…

Dal punto di vista sportivo, i risultati di Abdon Pamich parlano da soli. È stato più volte campione europeo nel corso della sua carriera, oltre che campione italiano, raggiungendo l’apice con la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo del ’62. Dal punto di vista umano, si rimane letteralmente a bocca aperta quando si ascolta ciò che ha dovuto subire in prima persona. Noi raccontiamo la sua storia, ma è anche la storia di tutti gli esuli, di tutti coloro che sono stati costretti a fuggire dalla propria terra — Fiume, l’Istria, la Dalmazia — per sfuggire all’oppressione del potere politico di quel momento. È una storia che spesso non conosciamo abbastanza e che ha bisogno di essere raccontata.

#MilanoCortina2026

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XXV Giochi Olimpici Invernali

 

Emozioni, immagini, lacrime di gioia e di dispiacere, timer che scorrono, traguardi, urla come carica agonistica o come sfogo di rabbia, e poi le luci, i suoni, il podio, l’inno, l’ansia dell’attesa. È tutto parte di un racconto globale costruito frame su frame, curato evento dopo evento dalla prestigiosa squadra Rai dal 6 al 22 febbraio. L’AD Rai Giampaolo Rossi: «L’identità tra Rai e sport italiano continua ed è tra i valori fondanti della televisione»

 

 

Dal 6 al 22 febbraio, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Presentato a Roma il viaggio della Rai ai XXV Giochi Olimpici Invernali, alla presenza dell’Amministratore Delegato Rai Giampaolo Rossi, del Ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi, del direttore di Rai Sport Paolo Petrecca, del direttore del Giornale Radio e Rai Radio 1 Nicola Rao, della vicedirettrice di Rai News e responsabile di RaiNews.it Francesca Oliva. Per la Rai, un impegno editoriale, cultuale e di Servizio Pubblico.

Quello della Rai è un impegno “in linea con la funzione di Servizio Pubblico, con quello che la Rai fa da sempre per lo sport. Un racconto popolare, un racconto nazionale, di valori, stili di vita. Ed è soprattutto il racconto della maglia azzurra, delle nostre Nazionali – afferma l’Amministratore Delegato Giampaolo Rossi –.  La Rai investe da sempre tantissimo nello sport e nei diritti sportivi. Negli ultimi cinque anni oltre un miliardo di euro sono stati investiti sia nei grandi eventi sportivi come le Olimpiadi sia nei diritti sportivi cosiddetti ordinari, e questo ci consente di essere uno dei broadcaster in Europa più attivi nella produzione dello sport. La struttura di Rai Sport è all’avanguardia, fatta da tantissimi colleghe e colleghi che conoscono lo sport e le tante discipline sportive che in questo caso si muovono all’interno di una Olimpiade. Raccontare un evento come le Olimpiadi è molto più complicato che non un singolo evento sportivo, perché richiede un livello di competenze e una macchina produttiva estremamente diffusa sul territorio, e questo forse la Rai è uno dei pochi broadcaster in Europa ad averlo”. Per il Ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi “una parte rilevante del successo delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi dipende dallo sforzo produttivo straordinario che la Rai sta mettendo in campo. L’Italia sarà al centro del mondo – afferma – sarà importante raccontarla anche attraverso le immagini, le voci, le storie, le esperienze e le vittorie, anche le delusioni, di tutti gli atleti, in particolare di quelli italiani ai quali facciamo, naturalmente, in bocca al lupo. Quello che chiediamo non è soltanto la vittoria e la medaglia, ma il comportamento esemplare per i messaggi che dobbiamo mandare perché lo sport sia davvero un elemento educativo e sociale rilevante. Le Olimpiadi e le Paralimpiadi sono l’eccellenza”. Un racconto trasversale, che vivrà in televisione come in radio, sulle piattaforme RaiPlay e RaiPlay Sound, su tutte le testate giornalistiche del Servizio Pubblico. “Siamo pronti, la squadra è pronta – afferma Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport – spero che l’Italia vinca tante medaglie. Saranno circa 250 ore di trasmissione divise tra Olimpiadi e Paralimpiadi. Rai Sport sarà su Rai 2, che diventerà rete olimpica e stravolgerà tutto il palinsesto. Dalle 8.30 della mattina fino alla sera alle 24. Nel weekend, a mezzanotte, continueranno gli appuntamenti calcistici, con  gli studi che si trasformeranno passando dalle Olimpiadi al calcio, sarà un bell’esperimento, anche tecnologico”. Pronta alla diretta anche la radio. “Se pensiamo a un viaggio immaginario nello spazio e nel tempo ritorniamo esattamente nel posto dove settant’anni fa tutto è cominciato, quando l’Italia, per la prima volta, ospitò un’Olimpiade – dice Nicola Rao, direttore del Giornale Radio Rai e di Rai Radio 1 – Radio 1 è da sempre la radio dello sport, la radio olimpica, anche in questa occasione racconteremo nel dettaglio continuamente quello che accadrà, non a caso abbiamo intitolato questo nostro impegno ‘Tutta l’Olimpiade invernale minuto per minuto’, mutuando il nome di una trasmissione che definirei leggendaria. Per fare questo abbiamo rimodulato il nostro palinsesto, l’impegno sarà totale, importante. Da sempre il racconto per voce delle imprese sportive in generale e delle Olimpiadi in particolare ha riempito l’immaginario di intere generazioni di italiani”.

 

Musica

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Riccardo Cocciante, la musica che attraversa il tempo

 

Un ritorno dal vivo che unisce luoghi simbolo, memoria collettiva e una scrittura musicale capace di parlare ancora al presente, trasformando un anniversario importante in un racconto condiviso

 

 

Ci sono artisti che non seguono le stagioni della musica ma le attraversano, lasciando segni profondi e riconoscibili. Il ritorno di Riccardo Cocciante sui palchi italiani nel 2026 si colloca esattamente in questa dimensione: non un semplice giro di concerti, ma un percorso emotivo che mette al centro le canzoni, le persone e i luoghi. Nell’anno in cui compie ottant’anni, il cantautore sceglie la scena aperta, gli spazi carichi di storia e bellezza, per ritrovare un contatto diretto con il pubblico e ripercorrere una carriera che ha segnato più generazioni senza mai smettere di evolvere. Il progetto nasce nel solco di un successo recente, ma guarda avanti con lucidità e misura. Ogni data è pensata come un incontro, non come una celebrazione autoreferenziale. Le canzoni diventano materia viva, capaci di rinnovarsi a ogni esecuzione, di cambiare insieme a chi le ascolta. In questo dialogo continuo tra passato e presente si ritrova il senso più autentico del suo percorso artistico: una scrittura che non ha mai avuto paura della profondità emotiva, della fragilità, dell’intensità. La tournée si muove attraverso scenari che amplificano il valore del racconto musicale. Piazze storiche, anfiteatri, parchi e architetture cariche di memoria diventano parte integrante dello spettacolo, non semplice cornice ma elemento narrativo. È qui che la voce di Cocciante incontra lo spazio, il silenzio, l’ascolto, costruendo un’esperienza che va oltre il concerto e si avvicina a un rito laico condiviso. A rendere ancora più significativo questo ritorno è il dialogo naturale con il mondo del teatro musicale, che da sempre accompagna la sua produzione artistica. Le nuove rappresentazioni di Notre Dame de Paris, pronte a tornare in scena, si intrecciano idealmente con le date dal vivo, ribadendo una visione coerente della musica come racconto totale, capace di fondere parola, melodia e interpretazione. Non si tratta di nostalgia, ma di continuità: la stessa tensione creativa che ha portato alla nascita di opere popolari entrate nell’immaginario collettivo oggi si ritrova in una dimensione più essenziale, diretta, profondamente umana. Questo ritorno sul palco è quindi una conferma, non un bilancio. È la dimostrazione che alcune voci non appartengono a un’epoca precisa, ma al tempo lungo delle emozioni. E quando una musica riesce ancora a parlare così chiaramente, a distanza di decenni, significa che ha saputo toccare qualcosa di vero.

Matteo Martari

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Quando l’amore mette alla prova la medicina

 

 L’attore, protagonista della terza stagione di Cuori, racconta un equilibrio sempre più fragile tra sentimenti e professione. Ambientata nella Torino dei primi anni Settanta, la serie torna da domenica 1° febbraio in prima serata su Rai 1, intrecciando storie personali, passaggi storici realmente accaduti e una grande storia d’amore

 

 

Siamo alla terza stagione, in che momento umano e professionale troviamo Alberto Ferraris?

All’inizio della stagione Alberto si trova in un momento di apparente realizzazione. È ormai noto che Delia e Alberto si sposano, li incontriamo in una fase di equilibrio, felici. Dal punto di vista professionale, però, Alberto resta un uomo in continua ricerca. Ma è solo l’inizio: entrambi dovranno affrontare nuove situazioni che rimetteranno tutto in discussione. Sarà interessante vedere come cercheranno di risolvere i nuovi quesiti che la vita porrà loro davanti.

Quanto un’esperienza forte come la malattia, che entra anche nella sfera familiare, cambia il modo di essere medico?

Esiste un protocollo reale, sia in medicina sia in chirurgia, secondo cui i medici non possono curare persone a cui sono emotivamente molto legati. Questo proprio per evitare un coinvolgimento emotivo che potrebbe compromettere la lucidità tecnica e professionale. Già all’inizio della stagione il rapporto tra Alberto e Delia entra infatti in una fase nuova, più complessa e meno idealizzata.

Che tipo di coppia diventano?

Una coppia appassionata, che segue i passaggi tipici di molte relazioni. Tentano di avere dei figli e cercano di costruire una famiglia, che rappresenta per loro un progetto importante. Alberto, però, sarà turbato anche dall’incontro con una giovane paziente.

Difficile tenere separati cuore e professione…

Per Alberto è difficile fin dall’inizio. Nelle prime due stagioni lo abbiamo visto diviso tra la professione, l’amore per Delia e, contemporaneamente, il matrimonio con Karen e il figlio avuto con lei. Mantenere un equilibrio tra vita privata e vita professionale è complesso, ed è qualcosa in cui credo tutti possiamo riconoscerci. Anche Alberto non è immune da questo conflitto.

La serie è ambientata negli anni Settanta, in un’Italia in piena trasformazione sociale e culturale. Quanto questo contesto influenza il personaggio?

Il contesto influenza tutta la serie. È sempre stato un grande desiderio del regista Riccardo Donna e della produzione raccontare un’epoca e, all’interno di essa, entrare nel dettaglio delle dinamiche umane. L’epoca influisce su tutto: sui personaggi, sul racconto, sulla storia, sul costume.

Come si trova a vivere questa ambientazione anni Settanta? Cosa ritrova di sé e cosa le piace di più?

È una fortuna poter assaporare un periodo che, nella mia vita personale, non ho vissuto, perché sono nato almeno una decina d’anni dopo. È un’occasione di scoperta, un piacere calarsi in un’epoca a noi sconosciuta. In un certo senso funge anche da vettore culturale, perché permette di riscoprire un modo di stare al mondo, un costume. La società si muoveva in un certo modo e, di conseguenza, anche i personaggi.

Anche l’arrivo del nuovo primario avrà un peso?

Con il suo arrivo alcuni passaggi storici verranno scanditi in modo molto chiaro. Sarà curioso vedere come questo influenzerà il racconto.

Dopo diverse stagioni, cosa sente di avere in comune con Alberto Ferraris e cosa invece vi divide nettamente?

In realtà ci divide tutto. È un personaggio a cui voglio bene, al quale sono legato dal punto di vista interpretativo, ma non c’è altro che ci accomuni. Abbiamo fatto scelte di vita completamente diverse, in epoche diverse. L’unico vero punto di contatto è il fatto che sono io a interpretarlo.

Se dovesse raccontare “Cuori” a chi non l’ha mai vista, perché vale la pena seguirla…

Perché è un racconto romantico bellissimo e affascinante, una storia d’amore travolgente. È anche un lavoro corale, e in ogni linea narrativa ciascuno può ritrovare qualcosa di sé. Questa è una delle grandi forze della serie. Inoltre, all’interno della cornice ospedaliera, vengono affrontati passaggi storici realmente accaduti. Nella prima stagione, ad esempio, il racconto del primo trapianto di cuore è stato molto fedele ai fatti storici. “Cuori” permette allo spettatore non solo di emozionarsi, ma anche di scoprire e conoscere. Tutto ciò che oggi viene utilizzato nelle sale operatorie nasce in quegli anni. Macchinari e strumenti sono ancora in uso, magari con materiali e tecniche più evolute, ma l’invenzione risale a quel periodo. La serie racconta tutto questo attraverso grandi storie d’amore, e quella tra Delia e Alberto è scritta davvero a lettere maiuscole.

Lino Guanciale

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Ossessione giustizia

 

Il valore umano e professionale di un progetto che porta sul piccolo schermo una pagina cruciale della storia del Paese: «Non si è trattato più soltanto di girare una bella serie, ma di cercare di restituire il respiro di verità di un momento così importante della storia di tutte e di tutti noi». Il protagonista si racconta al RadiocorriereTv

 

 

Quanto è stato importante il contributo dell’Arma al progetto?

A loro va il mio primo ringraziamento, a tutti quei carabinieri del ROS e del GIS che ci hanno fatto da consulenti durante le riprese. Sono stati determinanti per noi, sia da un punto di vista tecnico e professionale, per garantire la massima veridicità, sia da un punto di vista umano, perché incontrarli ha arricchito profondamente questa esperienza. Non si è trattato più soltanto di girare una bella serie, ma di cercare di restituire il respiro di verità di un momento così importante della storia di tutte e di tutti noi.

Portare sullo schermo una vicenda così centrale per la storia del Paese comporta una grande responsabilità. Come l’ha vissuta?

Quando devi mettere in scena qualcosa di così grande per la storia del Paese e per le sue istituzioni, ne avverti immediatamente il peso. Raccontare uomini e donne che nella vita reale rischiano quotidianamente la propria esistenza, spesso compromettendo la stabilità delle loro relazioni personali per il bene collettivo, è forse l’esempio più chiaro di ciò che dovrebbe fare il Servizio Pubblico, come ha giustamente sottolineato la direttrice Maria Pia Ammirati.

Cosa l’ha convinta ad accettare questo progetto?

Il progetto mi ha interessato tantissimo fin da subito, quando il regista Michele Soavi me ne ha parlato. Ci vedevo l’opportunità non solo di raccontare esistenze eroiche impegnate in imprese straordinarie, ma anche di offrire al pubblico la possibilità di riconoscersi in queste figure. Quello che mi ha colpito di più, e spero emerga chiaramente, è la doppia battaglia che queste persone combattono ogni giorno.

In che senso una battaglia su due fronti?

Da un lato c’è la missione vocazionale: portare a termine un’indagine cruciale come la cattura di un boss di tale pericolosità. Dall’altro c’è la vita quotidiana: come accompagnare i figli a scuola? Come trovare il tempo per gli affetti? Come tenere in piedi un’esistenza emotiva? La grande sfida di questo lavoro era proprio restituire la dimensione del sacrificio e dell’investimento umano di chi svolge ruoli così decisivi per la collettività.

Come ha lavorato per costruire il personaggio di Lucio Gamberale?

Ho cercato di restituire la normalità, una parola oggi complessa, ma necessaria. Lucio Gamberale, come i membri della sua squadra, cerca di coltivare la propria vita al di là del lavoro, pur essendo profondamente appassionato alla costruzione della giustizia per lo Stato. In un caso come questo, la passione può diventare ossessione, e forse è proprio quell’ossessione che conduce a risultati così importanti.

La scena della cattura è uno dei momenti più intensi della serie. Che emozioni avete vissuto sul set?

L’emozione che abbiamo provato sul set speriamo arrivi anche al pubblico. Per girare l’intera sequenza del blitz nella clinica ci è voluta una settimana. Quando si è arrivati al momento della cattura, si era creata un’attesa spasmodica, sia da parte nostra, sia da parte dei Carabinieri presenti. Eravamo felici per tre motivi: perché avevamo concluso la settimana di set più impegnativa, per l’immedesimazione totale nel personaggio e, soprattutto, perché vedere le persone dietro le macchine da presa commuoversi e abbracciarsi è stato profondamente toccante. Era esattamente ciò che ci avevano raccontato fosse accaduto nella realtà.

Quanto è difficile conciliare dedizione assoluta al lavoro e vita privata?

La vera sfida è integrare tutte le parti di sé, dare spazio agli affetti. Il copione era molto chiaro nel raccontare l’indagine, ma suggeriva anche la fatica di tenere insieme i frammenti delle proprie relazioni personali. È su questo che ho cercato di concentrarmi di più: mostrare forza e determinazione, ma anche fragilità e capacità di mettersi in discussione, sia sul lavoro sia in famiglia.

Il tema della fuga di notizie viene affrontato con grande delicatezza. Che riflessione propone la serie?

Il tema è trattato in modo laico e intelligente. Gli investigatori, e Lucio in testa, non si fanno illusioni: è un’eventualità che può accadere. Il male ha un potere seduttivo enorme, sia su larga scala sia nella quotidianità. Questa storia può essere letta come un appello alle coscienze, perché la connivenza non passa solo dai grandi tradimenti, ma anche dall’accettazione silenziosa di certe logiche nella vita di tutti i giorni.

Come ci si oppone alla mancanza di etica della criminalità organizzata?

Semplicemente testimoniando che un altro modo di vivere è possibile. Il racconto mostra come, con la stessa oggettività con cui si analizzano i problemi investigativi, si possa affrontare anche il dubbio, superarlo e continuare a scegliere la responsabilità e la giustizia.

Francesco Giorgino

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Indaghiamo (probabili) futuri

 

I fatti e i personaggi della politica e dell’economia, degli esteri, della cronaca, della società. Su Rai 1 torna l’approfondimento del lunedì. «Non ci sono argomenti che possono essere trattati e altri no, serve la capacità di rendere accessibili a tutti anche le cose complesse» dice il popolare giornalista, in onda dal 2 febbraio, in seconda serata con “XXI secolo”

 

 

 

Osservare e analizzare il presente per capire dove stiamo andando. Un esercizio che sembra essere di giorno in giorno più complesso…

È esattamente così. Proprio l’iper-complessità del nostro tempo, di quel tempo che le scienze sociali definiscono postmodernità, impone al giornalismo l’adozione di chiavi interpretative nuove, multidisciplinari, ma soprattutto in grado di connettere il passato al presente e il presente al futuro. Viviamo in un tempo che, purtroppo, è connotato dalla presenza di tanti segnali di incertezza. E quando si percepisce l’incertezza c’è anche paura nei confronti del futuro. Il compito di chi fa giornalismo, specie di chi fa approfondimento, non è quello di raccontare esattamente il modo in cui il futuro si realizzerà, perché non siamo indovini, ma quello di indicare, sulla base di evidenze empiriche, e attraverso il ricorso a esperti dei singoli temi, non tanto i futuri possibili, quanto i futuri probabili. Ed è quello che vuole fare “XXI secolo”, una sfida ambiziosa, un compito non facile: siamo nati fin dalla prima edizione con questa funzione specifica.

I nuovi equilibri mondiali, i grandi interessi economici, le guerre, l’Europa che si interroga sul proprio futuro. C’è una chiave che aiuta a capire, a interpretare meglio delle altre, quello che sta accadendo?

Chiave obbligata è la connessione della geopolitica alla geoeconomia e viceversa. Tra questi due ambiti c’è un’interrelazione molto stretta. Ciò che accade in ambito internazionale, sulla base di spinte di chiara matrice politica, ha delle conseguenze dirette e immediate in ambito economico. E parlo della macro e della microeconomia. Ma vale anche il concetto opposto: gli interessi economici stanno sempre più condizionando anche la ricerca di soluzioni e la definizione di nuovi assetti a livello globale. Non so se in questo momento stiamo vivendo più una fase di disordine globale o il presupposto per la definizione di un nuovo ordine globale. Si tratta di una doppia chiave di lettura che siamo obbligati ad applicare proprio partendo dall’attualità internazionale.

Trump, Putin, Von der Leyen, qual è la prima domanda che porresti a ognuno di loro?

A Trump chiederei se ha la consapevolezza dell’esistenza di alcuni limiti alla sua azione e se è disposto davvero a riconoscere all’Europa il ruolo che storicamente merita. A Putin, invece, se vuole veramente la pace con l’Ucraina e a che condizioni reali. Alla von der Leyen chiederei, approfittando del ruolo molto importante che svolge in questo momento l’Italia a livello internazionale, grazie alla determinazione e alla preparazione della premier Giorgia Meloni, come intende rafforzare la presenza dell’Unione Europea per dare ancora più consistenza ad un’azione diplomatica che al momento a livello comunitario si connota ancora per la presenza di elementi di debolezza e di fragilità.

La politica e i politici, come li ha cambiati il nostro tempo?

Credo che questo nostro tempo sia stato connotato, parlo a livello generale e internazionale, da una crisi della rappresentanza a fronte, invece, di una iper-rappresentazione della realtà. Volendo giocare linguisticamente con le parole, vediamo una politica (in quanto politics) molto attenta al potenziamento della rappresentazione di sé nella sfera pubblica mediata e poco attenta di converso alla rappresentanza degli interessi della collettività (policy). In questo momento, in Italia, abbiamo per fortuna una situazione in controtendenza rispetto a quello che ho appena detto, potendo godere della presenza di un governo stabile, forte, credibile e legittimato da un vasto consenso degli elettori. Ecco, credo che le democrazie rappresentative debbano poter beneficiare della presenza di questi meccanismi: una volta che i cittadini hanno deciso a chi affidare la responsabilità della guida del Paese, i governi devono procedere speditamente in direzione del mandato ricevuto.

Quelle di “XXI secolo” sono fondamenta sempre più solide…

Fin dalla sua prima edizione il programma è stato da me pensato con caratteristiche specifiche e distintive, che vogliamo assolutamente mantenere, a partire da una narrazione della realtà che valorizzi anche i fatti positivi soprattutto del nostro Paese e non solo quelli negativi. Credo molto nell’idea del sistema Paese che si garantisce, mettendo insieme e facendo convergere l’azione del pubblico e quella del privato. Secondo elemento del programma è l’uso di un’intonazione narrativa tono pacata e non urlata, come credo si debba fare nel servizio pubblico radiotelevisivo multimediale. Terzo è la vocazione divulgativa del programma: da questo punto di vista si realizza un po’ la convergenza tra le due parti di me, quella più giornalistica e quella più accademica di professore universitario. Credo che tutti i cittadini abbiano diritto di accedere a tutte le informazioni. Non ci sono argomenti che possono essere trattati e altri no. Bisogna rendere accessibili a tutti anche i temi complessi.

La complessità non deve fare paura, dunque…

Assolutamente no e noi di Rai dobbiamo trovare i codici narrativi più giusti per poter restituire il senso di questa complessità: essere capiti da tutti e raccontare il presente con uno sguardo rivolto al futuro.

Come sarà strutturato il programma?

Si parte con un mio editoriale, che può essere la manifestazione di un’opinione, la rappresentazione di un particolare dell’attualità che magari a me piace evidenziare ancora di più agli occhi del pubblico, il racconto di una storia che ci ha colpito particolarmente. La novità di questa edizione è che sarò sempre circondato da un pubblico di giovani universitari, esponenti della cosiddetta Gen Z che potranno rivolgere domande ai nostri ospiti. Nel secondo segmento ci sarà un mio faccia a faccia con personaggi di spicco del mondo della politica nazionale e internazionale, dell’economia, della cronaca. Saranno interviste molto serrate. Ci sarà poi l’approfondimento di un tema che sarà affrontato attraverso la contaminazione di linguaggi diversi: avremo il linguaggio della parola parlato con il talk, quello scritto con le video grafiche, ci saranno le immagini dei reportage dei nostri inviati nei luoghi correlati ai temi della puntata. Ci sarà il linguaggio dei dati, il che significa raccontare la realtà attraverso le evidenze empiriche. Seconda novità di questa edizione è, infatti, l’istituzione di un data media center, che ci fornirà in tempo reale i dati relativi al tema dell’approfondimento, e di un social media center curato da Arcadia, che ci illustrerà gli esiti del parlato digitale sulle questione di cui parliamo in puntata.

C’è un consiglio che, da responsabile di un progetto così importante, non manchi mai di dare ai tuoi collaboratori?

Più di uno (sorride). Essere estremamente rigorosi nella realizzazione del prodotto editoriale, perché è facile incappare in trappole, in insidie. Essere appassionati, perché non credo che la professione del giornalista si possa fare bene se alla base non c’è vera passione. Divertirsi: se ci si diverte viene tutto molto più facile.

Un consiglio che daresti al telespettatore, a chi cerca informazioni chiare e affidabili in questo nuovo mondo mediatico…

In ambito accademico ho sempre sostenuto che in questo frangente storico, in conseguenza della strutturazione dell’ecosistema comunicativo digitale, stiamo assistendo alla separazione, se non talvolta al divorzio, tra le parole informazione e giornalismo. Esiste l’informazione senza giornalismo, qualcosa che viene percepita dal pubblico come informazione anche quando non è prodotta direttamente dal giornalismo in quanto organizzazione professionale, in quanto tale fondata su competenze tematiche, relazionali, tecnologiche e soprattutto deontologiche. Ecco, dico fidatevi dell’informazione fatta dal giornalismo e dall’approfondimento, specie del servizio pubblico, perché noi abbiamo un patto di lealtà col nostro pubblico che si fonda sull’obbligo del pluralismo, della verità, della completezza. Quando parlo di pluralismo non mi riferisco soltanto a quello politico, pur estremamente importante, ma anche a quello sociale, culturale, valoriale e territoriale. La Rai riesce a garantire quotidianamente un racconto della realtà internazionale, nazionale e territoriale.

Direttore, questi nostri tempi moderni, da cittadino e da giornalista, ti fanno più paura o ti danno più curiosità?

In questo momento sicuramente mi producono tanta curiosità intellettuale. Talvolta, c’è la preoccupazione per un futuro che non sempre riesce a essere governato attraverso i parametri e i criteri con i quali abbiamo ragionato finora. Ma la sfida principale è capire che abbiamo bisogno di chiavi ermeneutiche nuove: io sono un ottimista e continuo a pensare che tutti i contesti nei quali si registrano forme di squilibrio o di non perfetto allineamento generano cambiamenti. Il nostro impegno come esseri umani, anche attraverso i comportamenti individuali e non soltanto collettivi, deve portarci a creare i presupposti per un futuro migliore. Ognuno facendo la sua parte.

Rai

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CPTV Milano, la prima pietra

 

Al via i lavori per la realizzazione del nuovo centro di produzione multimediale alla Fiera di Milano che entrerà in funzione nel 2029

 

 

La Rai torna alla Fiera di Milano. Alla presenza di Giovanni Bozzetti, Presidente di Fondazione Fiera Milano, Giampaolo Rossi, Amministratore Delegato Rai, Giuseppe Sala, Sindaco di Milano e Attilio Fontana, Presidente di Regione Lombardia, è stato inaugurato il cantiere nell’area tra via Colleoni e via Gattamelata su cui sorgerà un nuovo centro di produzione televisiva di circa 65.000 metri quadrati di superficie totale; al di sopra di un piano interrato comune adibito prevalentemente a parcheggi, saranno realizzati un edificio per uffici di 15 mila metri quadrati distribuiti su 6 livelli fuori terra e spazi polifunzionali all’avanguardia, che ospiteranno 10 sale di registrazione da 290 a 1500 metri quadrati. Il progetto nasce dall’accordo tra Fondazione Fiera Milano e Rai, siglato nel dicembre 2023, che prevede la locazione del nuovo complesso immobiliare per una durata di 27 anni e consentirà a RAI di concentrare in un unico polo produttivo le attività e di disporre di un asset sviluppato secondo criteri di ecosostenibilità. L’edificio avrà una struttura ad elevate prestazioni termiche ed acustiche. Un progetto ambizioso che torna a dare vita a una continuità storica, professionale e anche culturale, riportando la Rai negli spazi della Fiera e rinnovando una collaborazione cominciata nel secondo dopoguerra. Già per la Fiera Campionaria del 1947 all’ingresso di Porta Domodossola, fra le due palazzine degli Orafi, viene installata la prima antenna per le trasmissioni sperimentali. Nella Campionaria del 1952 iniziarono invece le prime trasmissioni televisive, che furono una vera e propria prova generale del primo sistema radiotelevisivo nazionale, che inizierà a trasmettere regolarmente il 3 gennaio 1954 dagli studi di corso Sempione. Negli anni successivi, agli studi di corso Sempione si affianca un padiglione della Fiera concesso in affitto permanente, dove viene costruito un vero e proprio centro di produzione, che comprendeva 3 studi di registrazione. Storica la frase delle annunciatrici “in diretta dagli studi della Fiera di Milano trasmettiamo…”. Gli interventi di rigenerazione dell’area urbana finanziati da Fondazione Fiera Milano, in cui rientra il progetto del nuovo complesso immobiliare, prevedono come oneri a scomputo anche la riqualificazione degli spazi di Piazza Gramsci e la valorizzazione dell’accessibilità di Piazza Gino Valle. «Una giornata simbolo della grande trasformazione che Rai sta compiendo per affacciarsi al futuro con visione e spinta innovativa. Milano è nella storia della Rai e nella storia della televisione, sin da quel 3 gennaio 1954, giorno in cui furono inaugurate le regolari trasmissioni televisive» ha dichiarato Giampaolo Rossi, Amministratore Delegato Rai. “E la prima pietra che poggiamo oggi per il nuovo Centro di Produzione raccoglie questo testimone storico. Nel solco di questi straordinari decenni oggi ci affacciamo al futuro e lo facciamo interpretando al meglio le esigenze mutate e i cambiamenti in atto: il nuovo Centro di Produzione milanese viene costruito con i più avanzati criteri tecnologici, di sostenibilità, in linea con le nuove modalità di lavoro, per garantire una migliore efficienza economica, funzionale e ambientale. Un’operazione coerente con i grandi obiettivi del nostro nuovo Piano Industriale che consentirà a Rai di confermare la propria centralità tra i grandi broadcaster internazionali”.