AL CINEMA

Il mago del Cremlino – Le origini di Putin

 

Dal 12 febbraio nelle sale il film di Olivier Assayas con Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen con Jeffrey Wright e con Jude Law

 

 

Basato sul romanzo di Giuliano da Empoli, “Il mago del Cremlino – Le origini di Putin” di Olivier Assayas arriva nelle sale italiane giovedì 12 febbraio. La pellicola porta lo spettatore nella Russia dei primi anni ‘90. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese in ricostruzione, Vadim Baranov, un giovane uomo dall’intelligenza brillante, si sta facendo strada. Ex artista d’avanguardia nonché produttore di un reality show televisivo, Baranov diventa il braccio destro di un uomo che ha lavorato nel KGB e che è destinato a conquistare il potere assoluto: Vladimir Putin, altrimenti detto «lo zar».  Profondo conoscitore del sistema politico, Baranov diventa lo spin doctor della nuova Russia: confeziona discorsi, crea scenari, cattura percezioni. Tuttavia, c’è un’unica persona che sfugge al suo controllo: Ksenia, uno spirito libero, una donna indipendente e avulsa dai meccanismi del potere e del controllo politico. Dopo quindici anni di silenzio, lontano dalla scena politica, Baranov accetta di parlare. Le sue rivelazioni confondono i confini fra verità e finzione, realtà e strategia. “Il mago del Cremlino” esplora gli oscuri meandri del potere, in cui ogni parola diventa lo strumento di un preciso disegno politico. Nel cast Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen, e con Jeffrey Wright e con Jude Law. Di seguito l’intervista proposta dal portale di 01 Distribution al regista Olivier Assayas.

Secondo Lei, questo film è più un thriller politico, un’opera incentrata sui personaggi o una riflessione sul potere?

Secondo me, è tutte e tre le cose insieme! Il film mira a dare forma umana a realtà politiche complesse e a sintetizzarle in questioni accessibili al pubblico a cui non è richiesta per forza la conoscenza della storia. Volevamo ridurre i fatti alla loro essenza, mostrare la loro rilevanza nella loro universalità. Non si tratta solo di Vladimir Putin o della odierna Federazione Russa, ma di questioni più ampie e universali. Quando ho conosciuto Giuliano, gli ho detto che trovavo il suo libro avvincente e che immaginavo avesse attinto a fonti di alto livello all’interno dello Stato, per poter restituire un resoconto tanto dettagliato dei meccanismi interni del potere. Ma lui mi ha risposto: «Niente affatto. Sono stato in Russia quattro o cinque volte e non ho mai avuto una talpa all’interno del governo. Però ho ricoperto il ruolo di Assessore alla Cultura del Comune di Firenze nella giunta guidata da Renzi, continuando a collaborare con lui anche quando è diventato Presidente del Consiglio. In fondo le modalità del potere, il suo linguaggio e i suoi metodi, sono sempre gli stessi, sia in Russia che in Italia. Ho capito come funziona il potere russo mentre osservavo, giorno dopo giorno, il modo in cui operava il potere italiano”.

 

Si è sentito in dovere di attenersi strettamente agli eventi storici o qualche volta ha volutamente confuso realtà e finzione?

In alcuni momenti c’è una leggera accelerazione, in altri ho giocato con la cronologia per ottenere un effetto drammatico, ma non mi sono mai permesso di barare. L’obiettivo era restare il più possibile fedele ai fatti, anche se stavamo adattando un romanzo che a sua volta si prendeva alcune libertà, seppur moderate. Con Emmanuel non solo abbiamo cercato costantemente di conferire verità e autenticità nella storia, ma anche di affinare, per quanto possibile, la critica sui compromessi morali e le scorciatoie democratiche dei leader russi, presenti e passati.

 

Putin viene ritratto come un personaggio profondamente complesso.

Secondo me tutta la politica appartiene al regno della complessità, senza semplificazioni o demagogia; qui non siamo al telegiornale. È un mondo difficile da afferrare e da comprendere, un mondo in cui spesso la spiegazione più contorta è quella più autentica e vera. Le sfumature delle strategie politiche variano da paese a paese, da un’epoca all’altra, ma in fondo l’essenza del potere resta sempre la stessa. Giuliano, come tutti i politici, ha letto Machiavelli e Baltasar Gracián, e anche se non applica i loro principi alla lettera, ne comprende i meccanismi e le costanti che gli consentono di costruire tutto il resto. È questo il criterio attraverso il quale ho considerato la politica e riflettuto sul mio tempo.

 

Come ha scelto gli attori del film?

La parte più difficile è stata quella di Putin, perché è al potere da così tanto tempo e lo vediamo ogni giorno nei vari notiziari. Tutti conoscono il suo volto. In un certo senso, era questa la scommessa del film: Jude Law sarebbe riuscito a interpretare un Putin credibile? Conosco Jude da anni: nel 2011 abbiamo fatto parte della stessa giuria a Cannes, siamo diventati amici e col tempo mi ha persino proposto di produrre un paio di progetti. Purtroppo però, non sono andati in porto. Continuando a seguire la sua carriera come spettatore, ho avuto la sensazione che fosse sempre più attratto dalla trasformazione, che avesse sviluppato una grande abilità di cambiare pelle. E nonostante non sia così simile fisicamente a Putin, ero convinto che lo avrebbe impersonato in modo molto convincente. Infatti è riuscito a trasmettere molto di Putin ma, nonostante l’accurata trasformazione, dobbiamo ammettere che Jude conserva più umanità del suo personaggio, il che in effetti non è molto difficile. Per tutti gli altri ruoli, reali o immaginari, non c’era l’obbligo di puntare sulla somiglianza fisica, poiché il grande pubblico non avrebbe necessariamente riconosciuto i volti degli altri protagonisti. L’unico criterio che ho seguito è stato trovare gli attori migliori soprattutto perché questo film è proprio incentrato sulle performance. E alla fine sono riuscito a scritturare un cast incredibile. Paul Dano, che interpreta un personaggio di fantasia, è stato immediatamente convincente. È un attore straordinario, ricco di sfumature, che grazie al suo talento e alla sua meticolosa attenzione ai dettagli riesce a trovare, in ogni circostanza, la chiave più intima del suo personaggio. Il suo straordinario autocontrollo può persino confondere. In sala montaggio, di solito si cerca di trovare la ripresa giusta. Con Paul, ogni ripresa è giusta e, in un certo senso, ognuna racconta una storia leggermente diversa, come se il suo lavoro consistesse nell’offrire al regista un caleidoscopio di espressioni che abbraccia l’intera gamma emotiva della scena. Alicia Vikander è stata la scelta più naturale per interpretare Ksenia. Avevo appena lavorato con lei nella serie HBO Irma Vep, c’è molta sintonia fra noi e quindi ho immaginato da subito che sarebbe stata lei a interpretare Ksenia. In realtà è stata proprio Alicia a ispirare questo personaggio.