Lunetta Savino

Tra giustizia, sentimenti e nuove sfide

 

Ritrovare una squadra affiatata, lasciarsi avvolgere dal fascino di Trieste e affrontare un caso delicato che intreccia giustizia e sentimenti. Per la seconda stagione, Libera Orlandi torna con la sua determinazione, senza rinunciare all’ironia e a uno sguardo sempre attento alle relazioni umane

 

Con quale sentimento ha vestito per la seconda volta i panni di Libera Orlandi?

Prima di tutto, con il grande piacere di ritrovare la stessa squadra di lavoro della prima stagione, a cominciare dal cast e da Matteo Martari, ma anche Monica Drugo, Claudio Bagagli e David Sebasti. Voglio nominarli perché sono tutti attori straordinari, così come le new entry, come il bravissimo Gaetano Bruno, che sarà un bel antagonista per me. E poi c’è Trieste, una città che ho imparato a conoscere e ad amare. Avere la possibilità di trascorrere un periodo così lungo in questa città è come ritrovare un’amica, lasciarsi coccolare dal suo mare e dal suo vento, che sento appartenermi molto. Forse perché vengo da una città di mare dove la tramontana tira forte, a volte quasi quanto la bora.

Una bella storia riesce a dare valore alle relazioni…

Libera è immersa nelle relazioni e fa un po’ fatica a gestirle tutte, anche perché, in questo secondo capitolo, si intrecciano terribilmente con il processo, tra l’altro molto delicato, che sta seguendo. Lo dirà anche in una battuta molto divertente: la sorella, la nipote, Pietro, chi per un motivo e chi per un altro, finiscono tutti coinvolti in questa situazione. È interessante vedere come le questioni amorose si intreccino perfettamente con la dimensione crime e legal della serie. Libera non ha tempo per l’amore: lo afferma chiaramente alla sorella, che continua a incalzarla sull’argomento, e all’ex marito, interpretato da Claudio Bigazzi, che goffamente prova a corteggiarla in un timido tentativo di riavvicinamento. Ma quel tempo per lei è davvero passato? Vedremo. Devo aggiungere che il tono del racconto e la confezione sono stati curati alla perfezione, grazie alla maestria del regista Gianluca Mazzella, che ho ritrovato con grandissimo piacere, e del direttore della fotografia Duccio Cimatti. È stata una squadra eccezionale, dalla troupe ai costumi, dal trucco al parrucco.

Se Libera non ha più tempo per l’amore, quello intimo e personale, la sua vita è però dedicata alla nipote. Che modello vuole essere per lei?

Desidera sicuramente educarla al senso della giustizia. Ogni tanto le fa dei blitz, delle domande flash per capire se sta andando nella direzione giusta, e prova a darle suggerimenti anche sulle questioni amorose, ma da donna appartenente a un’altra generazione. Tra loro ci sono scambi molto divertenti: la nipote usa un gergo inglese americano che Libera non comprende e lei risponde con motti di saggezza antica, come «si chiude una porta e si apre un portone». Ho voluto inserire questa frase come una sorta di tormentone, soprattutto quando c’è di mezzo una delusione amorosa.

Al centro del dibattito pubblico c’è il tema del femminicidio. Come viene affrontato nella serie?

È il caso che coinvolgerà Libera in questa seconda stagione, come anticipa il sottotitolo, Il caso di Elena Palma. Una giovane donna è stata uccisa e c’è un imputato. Libera non è convinta: sente che la giustizia ha probabilmente imboccato una strada sbagliata e farà di tutto per arrivare a una sentenza giusta. A maggior ragione perché la giovane vittima le ricorda vagamente la figlia tanto amata che non c’è più, ma soprattutto perché Libera è una donna che non si arrende assolutamente. Non credo, però, che sia il fatto che la vittima sia una ragazza a spingerla a impegnarsi di più. Questo aspetto non viene sottolineato, perché è proprio la sua totale dedizione al lavoro e la sua ricerca della verità a condurla alla scoperta del vero colpevole.