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Un passo alla volta

 

Costretto all’esilio da bambino, Abdon Pamich impara prima a resistere e solo dopo a vincere. La marcia è il gesto con cui ricostruisce sé stesso, trasformando la fatica in speranza. Un cammino umano che precede e dà senso alla vittoria olimpica. In onda martedì 10 febbraio su Rai 1

 

 

Abdon Pamich cammina ancora. Anziano, su un altopiano carsico, ripercorre a piedi una strada che appartiene alla sua infanzia. Quel gesto semplice e ostinato apre una frattura nel tempo e riporta lo sguardo a Fiume, città di confine travolta dalla Storia, nel secondo dopoguerra. L’annuncio della liberazione accende una speranza breve e luminosa. Abdon e il fratello maggiore Giovanni credono che la normalità sia finalmente possibile. Ma l’arrivo del nuovo potere jugoslavo spezza l’illusione. Lo zio Cesare, allenatore di pugilato, figura carismatica e guida morale dei ragazzi, viene prelevato “per chiarimenti”. Il padre subisce pressioni politiche che lo rendono sospetto per il nuovo regime e vulnerabile come capro espiatorio. Fiume cambia nome, lingua e volto. Per gli italiani comincia il tempo della paura. Cesare riesce a espatriare. Poco dopo anche il padre di Abdon fugge in Italia, con la speranza di costruire un futuro e richiamare i suoi. L’attesa, però, diventa insostenibile. Arresti e sparizioni si moltiplicano, i confini si chiudono. Abdon e Giovanni, ancora adolescenti, scelgono di non cedere alla disperazione. Partono da soli. La fuga è una corsa disperata verso il confine: perdono il treno, affrontano trenta chilometri a piedi sotto il sole, con scarpe leggere e poche lire in tasca. In Italia li attendono campi profughi, povertà e diffidenza. I fratelli, comunque, riescono a proseguire gli studi. Tutto quello che Abdon ha visto e imparato a Fiume gli apre una porta nella scuola e, poco dopo, nello sport. A Genova incontra un formidabile allenatore Giuseppe Malaspina, il Mago della marcia, che riconosce in quel ragazzo taciturno una qualità rara: la capacità di resistere, di durare. La marcia diventa per Abdon il linguaggio dell’esule: non lo scatto, ma il passo continuo; non la fuga, ma l’andare avanti, sempre. Dopo anni di lavoro silenzioso e sconfitte, arriva l’oro olimpico a Tokyo, coronamento di un percorso umano, prima ancora che sportivo.

 

 

 

I PERSONAGGI

GIOVANNI PAMICH (Adolescente: Tobia De Angelis – Bambino: Gregorio Cattaneo della Volta)

Fratello maggiore di Abdon. Sicuro di sé, brillante, ha già deciso di diventare chirurgo. Simbolo della razionalità e della chiarezza d’intenti. Trascina Abdon nelle decisioni più importanti.

GIOVANNI PAMICH SENIOR (Fausto Maria Sciarappa)

Padre di Abdon e Giovanni Pamich. Imprenditore a Fiume. Uomo razionale, abituato a guidare la famiglia. Vede il suo mondo crollare con la nazionalizzazione delle aziende. Nonostante tutto, resta una figura autorevole e cerca di proteggere i figli, anche sacrificandosi.

ZIO CESARE (Diego Facciotti)

Fratello di Giovanni Pamich Senior, ex pugile e allenatore. Carismatico, diretto, figura guida per i ragazzi. Incoraggia la forza interiore e la tenacia. La sua lezione “segui il cuore” accompagnerà Abdon per tutta la vita.

GIUSEPPE MALASPINA (Michele Venitucci)

Ex marciatore e allenatore di Abdon. Figura paterna e guida spirituale. Vede in lui un talento naturale e lo indirizza, dandogli fiducia e metodo.

MAURA (Gaja Masciale)

La ragazza di cui Abdon si innamora e che presto diventa sua moglie. Simbolo dell’affettività che radica Abdon in una nuova vita. Una donna elegante, voce narrante nel Tv movie.

IRENE (Eleonora Giovanardi)

Madre di Abdon e Giovanni Pamich. Donna forte e coraggiosa. Protegge i figli durante la guerra, soffre in silenzio e si sacrifica per la famiglia. È la voce emotiva che piange e spera, incarnazione dell’attaccamento alla casa e ai valori familiari.

 

 

IL REGISTA ALESSANDRO CASALE RACCONTA

«Quando inizia davvero la storia di un atleta? Non il giorno della prima medaglia, né quando indossa una divisa. Per Abdon Pamich, tutto comincia con un’assenza: quella della sua terra, Fiume, e del senso di appartenenza che gli viene strappato via da ragazzino. Raccontare la vita di Abdon Pamich significa raccontare molto più di una carriera sportiva: è il ritratto di un uomo che ha fatto della costanza, della determinazione e della resilienza il suo stile di vita. La sua marcia non è solo disciplina atletica, ma una metafora esistenziale. Un cammino iniziato tra le macerie della guerra e approdato alla gloria olimpica. Questo film racconta la genesi di un uomo prima che dell’atleta, un cammino interiore che parte dalla perdita, dall’esilio, dall’adattamento in un’Italia che non sa ancora accogliere, ma che lo costringerà a diventare forte, paziente e tenace. Prima ancora di imparare a marciare, Abdon impara a resistere. La scelta registica è quella di un racconto intimo, sobrio, ma visivamente potente. Il film alterna due piani temporali principali: da una parte, la giovinezza segnata dall’esilio da Fiume e dall’arrivo in Italia come profugo; dall’altra, la lunga preparazione come marciatore che lo porterà alla medaglia d’oro delle Olimpiadi di Tokyo 1964 e a tutto ciò che è stato necessario per arrivarci. La marcia è un gesto ripetitivo, ossessivo, quasi ipnotico. Il corpo di Abdon è il nostro paesaggio: sudore, muscoli, calli, sforzo. “Il Marciatore, la vera storia di Abdon Pamich” è il ritratto di un uomo, non solo di un atleta. Pamich non è una figura mitologica, ma un uomo fatto di carne e silenzi, sacrifici e umiltà. Il tono narrativo che abbiamo scelto è intimo e sobrio, evitando ogni trionfalismo retorico. Il nostro film vuole ispirare non solo chi ama lo sport, ma chiunque creda che il tempo, la fatica, la pazienza e il coraggio siano ancora valori possibili. Abdon Pamich non correva per fuggire, ma per costruire qualcosa. E noi, con questa opera, vogliamo seguirlo. Un passo alla volta. Vogliamo raccontare una storia di formazione ambientata in un’Italia del dopoguerra vista dagli occhi di un giovane profugo. Il film si concentra su quegli anni invisibili, marginali, ma essenziali: il trauma della fuga, l’arrivo da profugo in Italia, le difficoltà familiari, la povertà e poi, quasi per caso, l’incontro con la marcia. Non vogliamo raccontare un successo, ma il bisogno profondo di trovarne uno.»