VINCENZO FERRERA

Diverso da me

 

«Mio padre mi voleva medico, ma ho scelto di fare l’attore. A quasi 53 anni mi godo l’affetto del pubblico e un ruolo da protagonista». L’attore siciliano, che in “Morbo K” su Rai 1 veste i panni del professor Matteo Prati, si racconta al RadiocorriereTv: «Ho avuto la fortuna di incontrare ruoli bellissimi»

 

 

Come è stato il suo incontro con questa storia vera?

Sono rimasto stupito, quella che portiamo sullo schermo è una storia realmente accaduta che non conoscevo e che in pochi conoscono. Nessun libro di storia ne ha mai parlato. Insieme allo stupore, ho provato grande gioia perché si tratta di un fatto assolutamente incredibile. Quando guardiamo i film sull’Olocausto sappiamo che il finale, purtroppo, sarà tragico. Quello raccontato da “Morbo K” è un unicum, in cui i protagonisti riescono a salvare un centinaio di vite.

Lei interpreta il professor Prati, un medico coraggioso e dal grande cuore…

La storia ci porta ai giorni, drammatici, del rastrellamento del Ghetto di Roma nel 1943. Gli ebrei si trovano a scappare alla deportazione cercando rifugio anche al Fatebenefratelli, ospedale sull’Isola Tiberina a poca distanza dalle loro case. Lì trovano un gruppo di medici che, guidati dal mio personaggio, il professor Matteo Prati, pur di difenderli decide di inventare una malattia, una sorta di covid ante litteram, chiamato morbo k. È un nome di fantasia, forse una provocazione ai gerarchi nazisti di stanza a Roma, generale Herbert Kappler in primis. I fatti, come la nostra storia, ben raccontano il grande coraggio di medici che anche in un momento tragico riescono a prendere in giro i tedeschi. Con l’aiuto dei loro assistenti, convincono gli ebrei a fingersi malati, affetti da gravi problemi gastrointestinali e respiratori. Nel timore di rimanere contagiati, i nazisti non si avvicinarono al Fatebenefratelli.

Cosa prova di fronte ai medici protagonisti della vicenda?

Li guardo con grande umiltà e rispetto. Raramente nascono persone che possono diventare dei santi e degli eroi. Quegli uomini hanno messo a rischio la propria vita pur di salvarne altre, per fare del bene al prossimo. Mi sono chiesto come avrei reagito al loro posto e credo che non avrei avuto il loro stesso coraggio.

Quale tassello rappresenta questo progetto nella sua carriera?

La possibilità e la responsabilità di interpretare un ruolo da protagonista: spero di avere dimostrato di poterlo fare. Beppe di “Mare fuori” è senza alcun dubbio un personaggio tremendamente importante per me, mi ha cambiato la vita, ma è un personaggio corale all’interno di un contesto in cui ci sono più persone che hanno la responsabilità della narrazione.

L’educatore Beppe o il professor Prati sono personaggi che trasudano umanità. Cosa deve avere un ruolo perché lei decida di farlo suo?

Sarei veramente poco obiettivo se le dicessi che mi offrono migliaia di sceneggiature e di ruoli, e che io decido in maniera oculata a quale prendere parte. Posso però dire di avere avuto, sino a ora, la fortuna di incontrare personaggi bellissimi. Penso anche alla serie “Per Elisa – Il Caso Claps”. Quello di papà Antonio è stato un ruolo estremamente silenzioso, lui aveva poche battute, ma ho capito che anche in quel silenzio avrei potuto dire la mia. Paradossalmente, è uno dei personaggi che più fanno rumore all’interno di quella storia. Penso anche al maestro Crescenzi in “Belcanto”. Sono un musicista e mi divertiva essere, sulla scena, un professore cattivo. Ho avuto la fortuna di vestire pelli molto diverse tra loro, cambiare è un privilegio. Mi diverte moltissimo anche il fatto di poter essere diverso da me.

Cosa c’è nell’attore che lei è oggi del ragazzo che tanti anni fa, a Palermo frequentava la scuola del Teatro Biondo…

La voglia, la vocazione, la scelta di questo mestiere, perché ero convinto di saperlo fare e di poterlo fare. Una “vittoria” anche sui miei genitori che non credevano che questa potesse essere la strada giusta. Mio padre era un medico e voleva che seguissi la sua. Porto con me l’orgoglio di avercela fatta con le mie forze, con i miei sacrifici. Ho trent’anni di teatro alle spalle, sono diventato medio-popolare quando ne avevo quarantotto.

Com’è cambiato, negli anni, il suo essere attore?

Sono quello di sempre, a essere cambiata è la mia consapevolezza. So di essere un bravo attore, ma sono soprattutto orgoglioso del modo con cui ho fatto questo percorso, della purezza con cui ho affrontato il mestiere.

C’è un complimento del pubblico che le fa particolarmente piacere?

Quando mi dicono che i miei occhi esprimono verità, che sono credibile nei ruoli che interpreto. Accade spesso con il personaggio di Beppe, un educatore. Pensi che in passato mi chiamavano nei dibattiti nelle carceri per parlare proprio di quella importante professione e che molte persone erano convinte che lo facessi per mestiere. Ma il mio mestiere è quello dell’attore (sorride).

Teatro, tv, cinema, che spettatore è?

Il teatro preferisco farlo sul palco. Sono invece uno spettatore assiduo di serie televisive. Amo il crime, i documentari crime, in questo caso sono molto esterofilo.

Chi è Vincenzo Ferrara fuori dal set?

Una persona normalissima (sorride), umile e simpatica, nonostante oggi, a quasi 53 anni, cominci ad appropriarmi un po’ di quella presunzione che avrei dovuto avere già prima. Non amo gli attori che si prendono sul serio, che credono che questo mestiere sia incredibilmente trascendentale, quando invece è un mestiere come un altro. Insomma, vivo il mio lavoro come un lavoro.

Cosa la rende felice?

Sapere che mio figlio è in salute e che non starò, non sarò, mai solo.

Cosa dice suo figlio del papà attore?

Penso sia orgoglioso. I ragazzi non dicono mai niente, anche per timidezza, ma la scuola intera sa che suo padre è Beppe di “Mare fuori” (sorride). Detto questo l’unica cosa positiva è che non vuole fare l’attore: probabilmente farà il medico come il nonno. Insomma, tutto torna.