Una forza che non si spegne
Il racconto “Livatino. Il giudice e i suoi assassini” ripercorre gli ultimi due anni di vita del magistrato, dal 1988 al 1990: «Un taglio narrativo che consente di restituire appieno la grandezza della sua figura», sottolinea il regista Michele Placido. La serie andrà in onda il 9 e 10 novembre, in prima visione su Rai 1 e RaiPlay
Gli ultimi anni di vita del giudice Livatino sono segnati da un impegno costante e coraggioso nella lotta alla mafia, fino al tragico epilogo del 21 settembre 1990, quando Livatino, a soli 37 anni, viene assassinato lungo la strada che percorreva quotidianamente per raggiungere il tribunale da casa. La sua uccisione suscita profonda commozione nell’opinione pubblica italiana e internazionale, mentre il valore del suo impegno viene riconosciuto anche da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con i quali aveva avviato una proficua collaborazione. Ma la violenza non riesce a cancellare l’eredità morale del giudice: la sua testimonianza continua a vivere nel tempo, fino al riconoscimento di Papa Francesco, che nel 2021 lo proclama beato, facendone il primo magistrato nella storia della Chiesa cattolica a ricevere questo titolo. Negli anni Ottanta, nell’agrigentino, si incrociano i destini del magistrato Rosario Livatino e di un gruppo di giovani stiddari, cresciuti nella povertà e attratti dalla criminalità come via di riscatto. Livatino combatte il potere mafioso colpendone patrimoni, interessi economici e radicamento nel territorio, mentre gli stiddari avanzano nella provincia conquistando spazio e consenso. In un chiasmo narrativo che oppone legge e violenza, giustizia e sopraffazione, i due percorsi si avvicinano fino al 21 settembre 1990, quando un commando della Stidda uccide il magistrato. La sua testimonianza di giustizia e fede lo renderà un simbolo della lotta alla mafia e il primo magistrato della storia a essere proclamato beato dalla Chiesa cattolica.
I PERSONAGGI
ROSARIO LIVATINO (Giuseppe De Domenico)
È un magistrato giovane e coraggioso, che sfida la mafia in una terra dove la mafia comanda indisturbata da sempre. Ha un carattere schivo, un legame forte con i genitori, una determinazione sorprendente nel lavoro. Educato a un’etica profonda, è disposto a mettere in gioco qualsiasi cosa pur di vincere la sua battaglia. La giustizia è il suo fine e la legge è l’unico mezzo per raggiungerla. Non ha paura di guardare negli occhi un pericoloso capomafia, ma è capace di provare empatia verso gli uomini che deve giudicare. Per lui il giudice deve essere indipendente: nella sostanza e nella forma. Sente che la Sicilia ha bisogno dei suoi figli e non l’abbandona mai. Quando si rende conto che è in gioco la sua stessa vita, decide di andare avanti, fino alla fine. Parte come un giovane magistrato idealista e solitario e, passo dopo passo, diventa un uomo consapevole della propria missione. La sua crescita coincide con la sua condanna: più si avvicina alla giustizia, più si avvicina al sacrificio.
TANO (Leonardo Maltese)
È il coprotagonista di questa storia. È diverso dagli altri: più silenzioso, più profondo, è il più giovane e il più introverso del gruppo di Palma. Balbuziente, ma con un’intelligenza acuta e uno sguardo che osserva tutto, non parla molto, ma quando lo fa colpisce per lucidità. Cresciuto in una famiglia povera, cerca nella “famiglia” criminale il riconoscimento e il rispetto che non ha mai avuto. Parte come gregario fedele e timido, ma la violenza crescente lo segna profondamente. Diventa il testimone inconsapevole della deriva del gruppo e del proprio destino. Il suo sguardo – lucido e colpevole – è quello che accompagna lo spettatore dentro la tragedia. Parte come un ragazzo timido e osservatore, trascinato dagli altri, ma diventa il testimone della loro rovina. Alla fine, resta solo con il peso della colpa.
VINCENZO (Nino Frassica)
Il padre di Rosario Livatino è un uomo di grande rigore morale, ma cerca di manifestare spesso dolcezza e leggerezza. Tanti anni fa si è laureato in legge, tutti lo chiamano “l’avvocato”, ma in realtà ha sempre lavorato all’esattoria civica. Cerca la complicità del figlio, vorrebbe parlare del suo lavoro, ma Rosario lo terrà sempre all’oscuro dei rischi che corre. Rosalia e Vincenzo sono orgogliosi dell’eccellenza del figlio. Da padre discreto e osservatore diventa un uomo spezzato, che comprende troppo tardi il prezzo del coraggio del figlio. Il suo silenzio finale è la forma più alta d’amore e di orgoglio.
NINA RUSSO (Michela De Rossi)
È una giovane insegnante di lettere, originaria di Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. È bella, ironica, intelligente. È lei che fa scoprire a Rosario un’idea della vita più leggera di quella cui lo obbliga il suo lavoro di magistrato. È lei che riesce a creare tra loro una dimensione d’intimità, un rapporto fatto di stima e amicizia e poi d’amore. Presto capiscono di stare bene insieme e che potrebbero costruire una famiglia. Decidono di sposarsi, ma la missione di Rosario interrompe i loro sogni. Comincia come la donna che restituisce leggerezza a Rosario e finisce come la donna che ne custodisce la memoria.
GIUSEPPE CAMPISI (Ninni Bruschetta)
È un capomafia di Canicattì che abita nello stesso palazzo dei Livatino. Incrocia spesso i genitori del giudice e con loro ha un atteggiamento ambiguo. Dietro un’aura rassicurante nasconde una vocazione antica alla violenza. È affiliato alla nuova fazione egemone di Cosa Nostra, i Corleonesi e da loro riceve l’ordine di uccidere il giudice Saetta. Si oppone alle famiglie storiche che comandano in paese; parte come un boss silenzioso, che si muove nell’ombra, ma via via rivela il volto di un uomo spietato e lucido, disposto a tutto pur di difendere l’ordine mafioso.
ROBERTO RIZZO (Brenno Placido)
Il sostituto procuratore è un collega affiatato e un amico fedele, con cui Livatino mette in atto un’azione giudiziaria nei confronti della mafia agrigentina che non era mai stata tentata prima. Sono tutti e due giovani e motivati. Sanno che stanno tentando qualcosa che prima di loro, in quel territorio e in quella piccola Procura, sembrava impossibile. Da giovane magistrato idealista diventa la coscienza inquieta accanto a Rosario: il suo sguardo laico e affettuoso accompagna il cammino del collega fino al sacrificio, trasformandosi in testimone del suo coraggio.
GIULIANO GUAZZELLI (Vito Lopriore)
Lo chiamano “il mastino”, per il suo fiuto e per il coraggio con cui affronta le indagini. Molto solido fisicamente, il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, toscano d’origine, è un investigatore di prim’ordine. Il mastino mette il naso ovunque. Avvertimenti e intimidazioni non lo spaventano. Le sue indagini sono preziosissime per Rosario: Guazzelli è in grado di leggere il territorio, di avere i canali giusti per capire le tensioni sotterranee che scorrono tra le varie cosche mafiose. All’inizio è l’uomo d’azione, il carabiniere che non teme nulla; col tempo si rivela l’unico davvero capace di capire la solitudine di Rosario.
PIETRO MICELI (Francesco Benigno)
Ha vissuto abbastanza per sapere che nella vita comanda chi ha più paura da incutere, non chi ha più ragione. È cresciuto con l’idea che il rispetto si conquista con la forza. È lucido, strategico, ma la rabbia gli mangia la lucidità. Non sopporta l’umiliazione e l’onta di essere stato messo “fuori famiglia” lo divora. Pietro è il tipo che, dopo aver sparato, resta immobile a guardare il corpo a terra, come se volesse capire cosa ha fatto davvero. In fondo sa che la violenza non gli porterà salvezza, ma non ha altro linguaggio. All’inizio è un uomo in cerca di riscatto, ma il disonore e l’umiliazione lo precipitano in una spirale di rabbia e sangue. Alla fine, diventa l’esempio perfetto di come la mafia divora prima di tutto chi le appartiene.
GLI STIDDARI
Sono ragazzi cresciuti ai margini, in una Sicilia dove il potere sembra appartenere sempre agli altri: ai boss più anziani, ai proprietari terrieri, agli uomini d’onore, a chi comanda da prima che loro nascessero. Mimmo, Paolo, Gianni e Vincenzo – insieme a Tano – formano una banda feroce, affamata, scomposta, piena di rabbia e desiderio di riscatto. Non hanno la freddezza della vecchia mafia: sono più giovani, più impulsivi, più moderni e più pericolosi, perché nella violenza cercano identità, appartenenza, soldi, rispetto. C’è chi urla per non sentire la paura, chi sogna di diventare capo, chi porta dentro un lutto che si trasforma in vendetta, chi ha imparato a manipolare gli altri e chi sembra già abitato da un buio senza ritorno. La loro fratellanza criminale nasce come promessa di libertà ma diventa presto una trappola. Vogliono prendersi un posto nel mondo, ma l’unico linguaggio che conoscono è quello delle armi. Sono la faccia più giovane e brutale della Stidda agrigentina: ragazzi che credono di scalare il potere e invece vengono inghiottiti da una guerra più grande di loro.
Come nasce il progetto “Livatino. Il giudice e i suoi assassini”?
Con il regista Michele Placido ripercorriamo le tappe più significative della storia
L’INIZIO
«Subito dopo la cerimonia di beatificazione di Livatino ad Agrigento, alcuni suoi ex colleghi mi hanno invitato nei loro uffici, dove lavorava lo stesso giudice, e mi hanno aperto dei fascicoli interessanti. Ho immediatamente capito che questa storia avrebbe meritato di essere raccontata e così, dopo un paio di mesi, ricevo una telefonata da Papa Francesco. Con la sua grande empatia e con un grande sorriso, mi chiese se volessi realmente farlo e io ho risposto così: “Ora che me lo chiede lei Santità, dico di sì”. Tutto è cominciato da lì.»
LA PRESENZA DI MATTARELLA ALL’ANTEPRIMA
La partecipazione del Presidente della Repubblica all’anteprima ha suscitato grande emozione in tutto il cast e soprattutto nel regista: «Lo avevo incontrato al Senato in occasione della commemorazione di Alcide De Gasperi, gli avevo riferito una frase che diceva Livatino: “Quando moriremo non ci chiederanno se siamo stati credenti ma credibili”. Forse se ne è ricordato. La sua presenza alla Festa del Cinema di Roma è stata inaspettata, una grande emozione, una cosa meravigliosa. Poi ho riflettuto sul fatto che lui, da siciliano, nella sua esperienza personale, ha sofferto moltissimo per l’omicidio del fratello Piersanti, allora presidente della Regione Sicilia, ucciso dalla mafia nel 1980.»
LA FIGURA DI LIVATINO
«La figura di Livatino è ancora oggi estremamente attuale. Basti pensare al Ponte sullo Stretto di Messina e ai timori legati a possibili infiltrazioni mafiose negli appalti: forse, oggi, Livatino avrebbe indagato anche su questo. Era un magistrato capace di coniugare il rigore della giustizia con una profonda umanità, tanto da recarsi nelle carceri e abbracciare i detenuti. Nei fascicoli delle sue indagini ho scoperto aspetti straordinari che non conoscevo: da giovane, stava già elaborando un metodo investigativo per contrastare gli stiddari. Inoltre, abbiamo scoperto che aveva incontrato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, confermando quanto il suo lavoro fosse già allora inserito in una rete di impegno e collaborazione nella lotta alla mafia.» Nella serie è stato inserito un cameo d’autore, un omaggio a una scena iconica de “La Piovra”, quella della morte del commissario Corrado Cattanei, interpretato proprio da Michele Placido: «Ho pensato di inserirla perché, durante le ricerche per la sceneggiatura, proprio a casa del magistrato c’erano molte cassette di film, commedie, 007, ma anche “La Piovra”, a cui il magistrato metteva le stellette come Mereghetti. L’impatto emotivo è stato incredibile.»
LE AFFINITÀ RELIGIOSE
«Anch’io, come Livatino, vengo da una famiglia molto credente, a nove anni frequentavo il collegio e volevo diventare santo. Questa cultura cattolica si riflette anche nell’atteggiamento verso la vita, nel restare con i piedi per terra, nel non sentirsi mai arrivato.»
L’IMPEGNO DEL CINEMA ITALIANO
Per Michele Placido, infine, «il cinema italiano dovrebbe tornare a fare più opere che parlano di impegno civile. Una serie come questa può essere d’insegnamento. Ci sono dei giovani registi bravissimi che potrebbero essere più sostenuti anche nel racconto della nostra realtà. Non sono un produttore, ma un modo per farlo si può trovare, anche coinvolgendo di più la Rai. Quando si fa un film o una serie ci metti dentro le tue emozioni. Io ho avuto un maestro come Francesco Rosi sul cinema civile.»