Salvo Sottile
Uno sguardo oltre
«Il racconto dei protagonisti, la Procura e la cronaca in tempo reale mi aiutano a immaginare un programma che vive in diretta, ma che poi guarda anche un po’ più avanti» afferma il conduttore, dal lunedì al venerdì alla guida di “Ore 14”. A partire dal 24 settembre ritorna in prima serata “Ore 14 Sera”, il giovedì alle 21.20
TESTO
Come ti sei sentito nel prendere le redini di “Ore 14”?
È stata, ovviamente, una grande emozione, perché comunque è un programma importante della Rai, un marchio storico. È stato un po’ come tornare indietro nel tempo, perché ho già condotto in passato programmi di cronaca, ma tornare in Rai, avere questo incarico e avere sulle spalle il peso di “Ore 14” è una bella responsabilità. Non c’è solo il programma delle due, ma anche quello della sera, che partirà dal 24 settembre.
Hai detto più volte che “dove succedono cose, c’è il giornalista di razza”. Come volete esserci, tu e la tua squadra? Che tipo di luogo volete costruire quando succedono le cose?
Io sto cercando soprattutto di fare un programma in cui non si urla. Non voglio il pollaio, voglio che ci sia rispetto delle opinioni altrui e che gli esperti possano confrontarsi tutti quanti con tranquillità. Ho voluto dare una cifra di garbo e di pacatezza a questa nuova edizione, cercando di portare non solo facce riconoscibili dal pubblico o autorevoli, ma soprattutto persone che abbiano la possibilità di offrire un contenuto in più a una storia che si racconta.
La società, e con lei anche la televisione, è sempre più veloce e polarizzata. Tu sei sul campo: quanto è difficile mantenere l’equilibrio tra i fatti e le opinioni?
Il tema è sempre quello… spesso c’è la tendenza a presentare le opinioni senza conoscere i fatti. Io invece vorrei ribaltare questo principio, vorrei che la gente conoscesse i fatti e poi, magari, si facesse un’opinione, si facesse un pensiero autonomo. Oggi viviamo in un mondo molto veloce, dove i social divorano tutto. Non c’è più il momento dell’approfondimento, magari anche solo per cercare di capire una cosa. C’è la velocità con cui fruisci sul cellulare di una notizia e poi magari sei attirato da quella successiva e lasci perdere una serie di approfondimenti. In “Ore 14”, invece, tutte le storie che esaminiamo vengono sezionate e soprattutto approfondite, ma sempre con un occhio alle vittime e con grandissimo garbo.
Dopo tanti anni di cronaca, e soprattutto di cronaca nera, che cosa ti ha insegnato il racconto delle storie? Che cosa racconta davvero un Paese attraverso i suoi casi di cronaca?
Il racconto della cronaca è anche un pezzo del Paese, perché il Paese è un po’ lo specchio di quello che succede. Se ci sono storie di giovani che magari usano la violenza, forse questo ci racconta molto delle loro storie, delle loro famiglie, anche del loro uso del cellulare, della loro mancanza di rispetto verso l’altro sesso, della mancata educazione sessuale. Noi ovviamente raccontiamo delle storie, ma raccontiamo anche degli spaccati sociali del Paese, magari che non vengono approfonditi da quel punto di vista. Perché ogni storia ti racconta qualcosa. C’è una prima lettura, che magari è quella di un giallo da risolvere, ma c’è anche una seconda lettura che parla delle famiglie, degli amici di queste persone, del loro contesto, del loro vissuto. E questo è importante per capire il Paese in cui viviamo.
Cosa cambia tra “Ore 14” e l’appuntamento della sera?
Cambia moltissimo. Innanzitutto “Ore 14” è un orario di mezzo, l’ora di pranzo, in cui hai tutto quello che è successo la sera prima, quello che è successo la mattina e poi tutto quello che magari potrebbe succedere nel pomeriggio. La mia impostazione è quella di stare sui fatti nel momento in cui succedono e, nello stesso tempo, avere la voglia di raccontare una cronaca in tempo reale, che evolve. Molte delle storie che raccontiamo, infatti, poi si evolvono anche nel primo pomeriggio. Magari c’è un interrogatorio particolare, magari c’è l’assunzione di un piccolo giallo. Oggi, per esempio, abbiamo dato la notizia del piccolo Domenico Caliendo (il bambino di due anni e mezzo di Napoli deceduto il 21 febbraio 2026 all’ospedale Monaldi). Il bambino è morto e abbiamo scoperto oggi di essere stato “ucciso”, perché nessuno ha pensato di dargli un cuore artificiale. Ecco, tutte queste cose, attraverso il racconto dei protagonisti, la Procura e la cronaca in tempo reale, mi aiutano a immaginare un programma che vive in diretta, ma che poi guarda anche un po’ più avanti.
Hai alle spalle una carriera molto lunga, ancora in costruzione. Hai iniziato presto e hai fatto esperienze molto diverse. Quanto del Salvo degli inizi c’è ancora nel professionista di oggi?
Tantissimo. Oggi conduco un programma, ma sono rimasto il giornalista che andava in giro da ragazzino a cercare notizie. La curiosità è quella che avevo quando, a 19 anni, ho cominciato a fare questo mestiere. Io credo che ogni telespettatore si affezioni alla voglia di capire le cose, alla curiosità di sapere, un particolare che magari può essere rivelatore di qualcosa. La cronaca, a volte, la guardi perché ti senti migliore della persona di cui stai parlando oppure perché è come se osservassi un temporale da dietro una finestra: hai la voglia di guardare, ma sentendoti nello stesso tempo al sicuro. La stessa cosa succede a me nel momento in cui mi avvicino a un caso, cerco sempre di essere distaccato, di non entrare troppo dentro, di guardarlo in maniera asettica, perché cerco di raccontarlo nel migliore dei modi ai telespettatori.
Ci sono storie che ti sono rimaste addosso?
Sono tante, sicuramente. Le più drammatiche sono ancora quelle della morte di Falcone, degli agenti di scorta, e di Borsellino e dei suoi agenti di scorta. Avevo 19 anni, ero veramente un ragazzino. Quello fu un pezzo di storia che ancora oggi è un giallo irrisolto: non sappiamo ancora chi siano i mandanti e tutti gli esecutori materiali. Quella storia l’ho vissuta sulla mia pelle, nel senso che io sono palermitano e sono andato lì a raccontare questa cosa. Mi rivedo ancora nella mente le immagini di quando arrivai e trovai quella devastazione, come se fosse Beirut.
Esiste uno stile “Sottile”?
Non so se sono un modello, ma ciascuno ha il proprio stile di racconto. Io penso che ognuno di noi, quando si approccia a questo mestiere, abbia il suo mondo, il suo modo di parlare al pubblico, il suo modo di essere e di approcciarsi alle cose. Non so se esiste uno stile Sottile, però so che ho cercato sempre di essere, nel bene e nel male, riconoscibile. A chi mi ascolta è chiaro il mio modo di raccontare le cose.
Guardando al domani, senti il desiderio di esplorare territori professionali completamente lontani da te?
Io sono una persona curiosa, quindi tutto ciò che è lontano da me mi attrae. Oggi sto facendo questo perché mi diverte farlo e perché è il mio mestiere e cerco di farlo al meglio. Domani, ovviamente, questa professione avrà mille sfumature. Alcune le ho già battute nel corso degli anni, cercando di fare cose un po’ più leggere e altre no. Però mai dire mai.
E pensi che queste sfumature, questo modo personale di raccontare, riusciranno a sopravvivere all’intelligenza artificiale?
Questo è un problema. L’intelligenza artificiale adesso noi la conosciamo forse per un millesimo di quello che potrebbe diventare. Chissà se domani avremo un’intelligenza artificiale che non avrà più bisogno di conduttori televisivi che abbiano uno stile, ma sarà l’utente a scegliere lo stile del conduttore, piuttosto che il modo in cui parla o il modo in cui gesticola. È ovvio che l’intelligenza artificiale sia una grande opportunità, però poi la differenza passa per l’uomo.