Roberto Inciocchi

“Patù” siamo tutti noi

Dal greco “pathos”, emozioni, passioni, ma anche sacrifici, quelli di tutti gli italiani. È poi il nome di un piccolo comune salentino, è molto evocativo e, nel nostro racconto, rappresenta quasi 8.000 comuni italiani: «La passione che intendiamo noi è quella del racconto» afferma il conduttore, impegnato nella prima serata del mercoledì su Rai 2

 

Arriva “Patù – La passione delle idee”. Perché questo titolo?

Cercavo un titolo televisivo e, alla fine, ci è venuto in mente “Patù”: una parola che deriva dal greco “pathos”, le emozioni, le passioni, ma anche i sacrifici, in questo caso quelli di tutti gli italiani. È poi il nome di un piccolo comune salentino, è molto evocativo e, nel nostro racconto, rappresenta quasi 8.000 comuni italiani. Insomma, “Patù” siamo tutti noi.

Quali sono le novità che cercate di proporre attraverso questo programma?

La prima cosa che abbiamo pensato, quando abbiamo deciso di lavorare a questo programma, era di allontanarci dai modelli “tradizionali” e, in una trasmissione di tre ore e mezza, dalle 21.30 all’una, dove c’è veramente molto, provare, almeno in alcuni tratti, a realizzare un prodotto un po’ diverso. Tutte le puntate apriranno con un piccolo film di un quarto d’ora, un viaggio attraverso il nostro Paese, in cui al centro c’è il racconto di una storia italiana. Nella prima puntata abbiamo parlato dei circa 22 milioni di ulivi salentini annientati dalla Xylella, soprattutto per capire come sarà il nuovo Salento, la sua economia, il nuovo skyline di questo territorio. Nella prossima, invece, saremo nelle zone terremotate del Centro Italia, nella terza a Milano, a raccontare San Siro e così via. Insomma, da nord a sud, il nostro focus sono le piccole o grandi storie nelle quali tutti potranno immedesimarsi. La nostra attenzione è rivolta anche alla tecnologia, perché, in modo molto didattico, racconteremo l’intelligenza artificiale. Io mi trasformo in un avatar, con la voce sintetica, che intervista personaggi del passato, anche loro degli avatar, ma che si legheranno alla nostra cronaca. Centrale sarà anche la politica, sempre più calda in questo periodo con l’avvicinarsi delle elezioni. Poi spazio alla cronaca nera e, verso la fine del programma, tra mezzanotte e l’una, chiuderemo sempre con una grande storia italiana. La prima è stata quella, emozionante, di Borsellino; probabilmente, nella seconda, torneremo sulla vicenda della Achille Lauro. Ho voluto che “Patù” fosse, il più possibile, una trasmissione di storie, perché è vero che, con i talk, in questo momento complicato, la gente ha voglia di capire cosa stia succedendo e quindi ha bisogno di tante parole, ma credo fortemente che il successo della televisione si leghi a un prodotto televisivo fatto bene.

Il titolo del programma contiene due parole bellissime e molto complesse: “passione”, “idee”…

La passione che intendiamo noi è quella del racconto. Ai miei inviati ho detto di non preoccuparsi di nulla, nemmeno del minutaggio. Quello che conta è che, se la storia è bella, ben raccontata, ha del contenuto e chi la racconta la sente nel profondo, da tre minuti si può passare tranquillamente a otto. Cerchiamo storie che possano interessare tutti, che riescano a incollare i telespettatori alla tv. Speriamo che le nostre idee siano dunque abbastanza intelligenti (ride). È stato faticoso mettere in piedi tutta la trasmissione, perché, come sempre, i tempi erano abbastanza stretti, ma tutta la squadra ha aderito al progetto con passione e noi siamo soddisfatti.

E invece, che cosa ti regala pathos, emozione profonda, nella vita e nel lavoro?

Io mi diverto molto di fronte alle sfide e questa è una bella sfida, forse la più importante nella mia carriera. Ogni giorno tento di vedere questo lavoro sempre in maniera diversa: nulla deve essere mai uguale. Io sono un creativo impaziente, devo cambiare, devo fare, devo creare con la mia squadra.

A proposito di passione, perché gli italiani hanno perso quella per la politica?

In generale, la comunicazione social ha cambiato e cambierà sempre di più tutto. È fisiologico, perché ogni tempo ha il suo modo di comunicare. Credo, però, che gli italiani non abbiano affatto perso la passione per la politica, ma abbiano perso la passione per il racconto noioso della politica, sia da parte dei mezzi di comunicazione, sia da parte di alcuni suoi interpreti. La politica è l’esercizio più alto che un uomo può svolgere nel corso della sua vita, se decide di farlo. Se la si racconta con chiarezza e con passione, ma soprattutto con idee, la gente capisce quando qualcosa è artefatto e allora ha voglia di partecipare. Ci stiamo avvicinando alle elezioni e il clima diventerà sempre più caldo. Ci accorgeremo di quanto, invece, la gente abbia ancora bisogno della politica, delle idee, del confronto. Quando conducevo “Agorà”, fino all’anno scorso, che è stata una stagione bella, di ottimi ascolti, preferivo spiegare, senza urlare, far capire le cose. La gente ha voglia di ascoltare cose intelligenti, ha voglia di passione, di idee.

Nella tua storia professionale c’è una predilezione per il racconto, il confronto. Da dove nasce questo interesse?

Ho cominciato con la radio e qui si deve raccontare con la voce, senza l’ausilio delle immagini. È un interesse che è nato più o meno da qui. Poi, venticinque anni fa, ho iniziato con la televisione e ho capito la straordinaria forza delle immagini. Talvolta si fa un errore: si parla molto sulle immagini, ma questa è la televisione, non è la radio. Spesso le immagini parlano da sole e i rumori della televisione li abbiamo dimenticati, togliamo l’audio di fondo, ma quelle immagini devono vivere. Ho girato tanti documentari in giro per il Paese e mi è rimasta questa forte propensione al racconto, anche ad “Agorà” facevo dei piccoli raccontini di sette minuti e vedevo che la curva degli ascolti schizzava. Mi sono convinto che questo modo di raccontare dentro la comunicazione moderna, un pochino più lento per lasciare il tempo di capire, sia apprezzato dal pubblico e ho perciò deciso di farlo in apertura anche a “Patù”.

In questo viaggio tra le storie italiane, tra i luoghi italiani, qual è il “rumore di fondo” che avete percepito?

Il film di apertura lo giro io, conduco e ogni settimana, con i miei colleghi, mi sposto, parlo. Credo che il rumore di fondo sia una grande voglia, da parte di tutti, che questo Paese possa, come dire, tornare grande. In mezzo a mille difficoltà, alle guerre, tutti sono convinti, anche se poi lo disprezziamo a parole, che questo sia un luogo straordinario e che gli italiani siano migliori di quello che spesso viene raccontato, anche da noi media. L’Italia è tra i Paesi più belli del mondo, ma intendo di anime. Quando giro, le persone si avvicinano, hanno voglia di parlare, di partecipare. È vero che siamo anche un popolo di arruffoni, belli anche per questo (ride), però è palese il desiderio di sentirsi parte di qualcosa, e questo discorso si lega anche alla voglia della buona politica.

Qual è il tuo luogo del cuore?

Il Salento e la Puglia tutta, perché trent’anni fa ci sono arrivato e mi sono sentito bene, ho messo radici, ho tanti amici. È il riparo dove mi rifugio quando le cose non vanno. E poi c’è la Sardegna, Carloforte, quando devo staccare un po’ la spina: un posto tranquillo dove rilassarmi, più calmo rispetto ad altre zone più gettonate.

Sei un giornalista del servizio pubblico: come ci si muove dentro questo senso di responsabilità?

Per natura sono una persona responsabile, ma fin dal primo giorno, quando sono arrivato in Rai, ho avvertito il peso. La Rai è la Rai, non c’è niente da fare. Ogni giorno è come indossare la maglia della Nazionale e giocare la finale di Coppa del Mondo. Cosa più bella non poteva capitarmi, non potevo chiedere di più. È ovviamente anche difficile, perché il carico di responsabilità è grande, ma si deve sempre dimostrare di essere fieri di quella maglia e che gli altri siano fieri del fatto che tu giochi. Io venivo da Sky, un altro modo di fare televisione, subito ho capito che dovevo imparare in fretta a fare la tv generalista e penso di essermela cavata.

Viviamo in un mondo che cerca di fare sintesi su tutto. Non c’è il rischio di perdere il gusto, invece, dell’approfondimento?

Esattamente! Io sono un conduttore che va per sottrazione: devo far girare la palla in studio e tutti devono sapere che so tutto, perché devo intervenire ogni volta che qualcuno esce dal seminato. Diciamo che il mondo va per sottrazione, spesso nel modo sbagliato, basta vedere i social. C’è una cosa che mi fa impazzire: i video social traducono le parole con programmi automatici e sono sempre pieni di errori grammaticali, e nessuno ci fa più attenzione. Va bene scrivere “a” senza acca, per esempio. Un’aberrazione che viene ormai accettata. Gianni Agnelli una volta disse una cosa molto intelligente: “Non mi disturba un errore di grammatica dentro un pensiero sviluppato, perché l’errore di grammatica si può correggere, un idiota no”. Mi è sempre rimasta in mente questa frase, però di errori di grammatica ce ne sono troppi (ride). Anche a “Patù” si va per sottrazione, ma ci prendiamo il tempo per guardare e ragionare insieme. Il film d’apertura è un po’ questo.

Quale spazio occupa nella tua vita la leggerezza?

Io ho una conduzione molto “british”: basta un’occhiata, una faccia, quando mi viene una battuta, la faccio senza problemi. Nella vita privata vivo di ironia. E, in un momento difficile della mia vita, dissi a un’altra persona: “Ricordati che si esce da questa situazione solamente sorridendo”. Lo faccio anche al lavoro, anche nei momenti più difficili. Sono quello che fa la battuta, fa ridere la gente, perché questo atteggiamento fa gruppo, ma soprattutto mette le persone in condizione di lavorare meglio.