Raffaella Griggi

Una scia luminosa

«Da marinara genovese, credo che “Chi l’ha visto?” sia un’ammiraglia… Le onde sono cambiate, ma il mare è sempre lo stesso. L’equipaggio storico, leale, conosce il vento e la rotta è quella: aiutare gli altri e far conoscere situazioni anche anonime, storie difficili che meritano un ascolto, una seconda possibilità, una seconda verità» racconta la nuova conduttrice al Radiocorrieretv, al timone del programma da mercoledì in prima serata Rai 3

Raffaella Griggi nuova conduttrice di “Chi l’ha visto?”. Come sono risuonate nella tua testa queste parole?

Ho pianto, ma non di gioia. Ho pensato tante cose, ma soprattutto la mia mente è volata al mio papà, che è mancato proprio in quei giorni. Poi è stato un tourbillon di emozioni, qualcosa di davvero molto intenso.

Il senso di “Chi l’ha visto?” è tutto racchiuso in quel punto di domanda finale. Cosa rappresenta?

Andare avanti, andare oltre, finché non si scopre qualcosa in più rispetto a quello che già si sa delle storie, che iniziano in un modo e poi prendono altre direzioni. È un primo conforto, un primo soccorso alle famiglie che chiedono aiuto.

Dal 2017 sei nella redazione del programma. Che pezzo di storia professionale rappresenta per te?

Avrei continuato a fare l’inviata del programma, per me è stata una sorpresa. Ho seguito da lontano le vicende, sia perché sono di Genova, sia perché, per carattere, sono pudica e riservata. Credo che in questo ci siano la delicatezza e anche l’inconsapevolezza dell’outsider. Detto questo, questo ruolo arriva dopo anni in giro, da nomade, tutti i giorni in diretta, a caccia di servizi, sia a “Vita in diretta” sia a “Unomattina”.

Condurre questo programma: qual è l’obiettivo?

L’obiettivo è continuare a raccontare storie, anche e soprattutto quelle meno conosciute, che mettono in luce ingiustizie e fragilità che arrivano dai nostri paesi. Realtà familiari difficili spesso nascondono storie nelle storie. Noi non abbiamo gobbi, non abbiamo nulla di scritto, perché toglierebbe qualcosa alla spontaneità davanti alla telecamera. Da marinara genovese, credo che “Chi l’ha visto?” sia un’ammiraglia, una scia luminosa, dritta, segnata. Le onde sono cambiate, ma il mare è sempre lo stesso. L’equipaggio storico, leale, conosce il vento e la rotta è quella: aiutare gli altri e far conoscere situazioni anche anonime, storie difficili che meritano un ascolto, una seconda possibilità, una seconda verità. Vogliamo raccontare il nostro Paese, i borghi, le periferie, dove si nascondono racconti inimmaginabili.

Come vi siete salutate con Federica Sciarelli?

Ci siamo salutate con affetto durante il brindisi finale, dopo la chiusura del programma per la pausa estiva.

Nessuno sostituisce nessuno, ma lascia un segno forte. Come lo userai?

Federica ha la familiarità della continuità, l’autorevolezza dell’esperienza. Ci lascia la trasparenza e un clima di cordialità, aperto e semplice. È un gigantesco passaparola, un patrimonio prezioso, e Federica lascia a tutti noi il senso profondo della battaglia da compiere per aiutare a ritrovare chi scompare. Le procedure dovrebbero essere più veloci, si dovrebbe costruire una rete più compatta e omogenea tra forze dell’ordine e famiglie. Il sogno sarebbe arrivare a una legge ad hoc che non faccia differenze tra le persone che spariscono: un anziano malato di Alzheimer o un ragazzino che ha problemi. Ne abbiamo visti tanti, e poi non si ritrovano più. Bisognerebbe arrivare velocemente all’acquisizione delle immagini delle telecamere di casa e del vicinato. Ci vorrebbe una task force per queste situazioni, un maggiore coordinamento, nonostante il grande lavoro dei volontari, di “Penelope” e delle associazioni.

Conduttore e redazione: quale sinergia?

Tra noi c’è un contatto continuo, con tutta la redazione, ma soprattutto con gli inviati. Io mi sento ancora una di loro, è un ruolo che ho addosso, ne capisco le difficoltà, la fatica, riesco a mettermi nei panni dei colleghi che sono per strada alla ricerca di spunti, di situazioni, impegnati nelle interviste. E poi c’è il montaggio e, davvero fondamentale, un filo diretto con gli autori del programma.

Quali sono, o devono essere, i valori di un programma di questo tipo?

I valori di questo programma devono essere la volontà di ascolto, il garbo paziente, la delicatezza e il rispetto quando si trattano storie difficili. L’eleganza dei sentimenti e della parola. Ma anche, per chi va fuori a fare i pezzi, la curiosità di capire il contesto, di descriverlo con le parole giuste. Bisogna poi pensare che ci si può aiutare. “Chi l’ha visto?” è un meraviglioso mezzo di primo soccorso, ci lega un filo con i telespettatori.

Fai parte dello zoccolo duro di “Chi l’ha visto?”. Quanto conta conoscere la memoria storica di questo programma per restituirne l’anima al pubblico?

Io sono relativamente giovane, non sono della primissima ora, perché ci sono colleghe e colleghi più anziani di me. Ho lavorato a “Unomattina”, a “Vita in diretta”, alla TGR; il mio percorso è un po’ più vario, avendo fatto anche esperienze fuori dalla Rai. Credo però che l’anima delle storie si possa restituire anche con me, nel racconto, con il cuore, con cura, con l’ascolto, nelle espressioni, nell’eleganza dei sentimenti e della parola. Sono storie di cuore, basta non farle scivolare nel melenso, nella spettacolarizzazione.

Come saluterai mercoledì il tuo pubblico?

Non so dirti come saluterò il pubblico a casa mercoledì, quello che so per certo è che ci sarà molta emozione.