RAFFAELE DI PLACIDO
Dentro le tribù d’Italia
Un viaggio tra comunità, passioni, riti e appartenenze, dai Camalli di Genova ai Sorcini, dagli scacchisti ai sommergibilisti, per scoprire quanto sia ancora forte il bisogno di riconoscersi negli altri. Nell’intervista al Radiocorriere Tv il conduttore racconta il nuovo programma factual in onda dal lunedì al venerdì alle 20.10 su Rai 3
Come nasce “Tribù”?
Era un format già pronto, bisognava solo trovare il modo giusto per portarlo in onda. Ho accettato molto volentieri perché ho capito subito che era nelle mie corde. Non è un programma giornalistico in senso stretto: io sono laureato in biologia marina e poi mi sono avvicinato alla televisione, alla regia, al lavoro autoriale, non sono giornalista. Dai programmi di natura sono passato a quelli più storici e antropologici. “Tribù” mi è sembrato un percorso molto vicino alla mia esperienza.
Che cosa avete cercato dentro queste comunità?
La parte più difficile è stata trovare comunità che rappresentassero davvero l’idea di “tribù” che avevamo in mente. Abbiamo cercato di evitare i gruppi legati soltanto al lavoro, perché è vero che anche in un ambiente professionale possono nascere amicizie forti e appartenenze profonde, ma lì si va prima di tutto per necessità. Non era quello il senso del programma. Volevamo raccontare comunità scelte, desiderate, vissute. Una volta chiarito questo, grazie a una redazione fantastica e a un reparto autoriale molto valido, abbiamo iniziato a immaginare mondi diversi. Il programma, alla fine, parla di tutti noi: del desiderio di non restare soli e di sentirci parte di una comunità concreta, più ampia, che riconosciamo come nostra.
Che cosa significa oggi sentirsi parte di una tribù?
Dopo venti puntate girate in tutta Italia, direi che significa soprattutto non sentirsi soli. Vuol dire sapere che esiste qualcuno che condivide con noi una passione, delle regole, un modo di stare al mondo. Nella puntata dedicata ai sommergibilisti, per esempio, c’è certamente la passione per il mare, ma c’è anche una tribù fondata sulla disciplina. Si sa che il proprio compagno condivide le stesse regole e le apprezza. Sentirsi parte di una tribù significa avere qualcuno dalla propria parte, qualcuno che capisce fino in fondo ciò che siamo e ciò che amiamo fare. Quando questa dimensione personale viene condivisa, diventa collettiva.
Quale comunità l’ha sorpresa di più?
Mi sono piaciute tutte, è difficile fare una classifica. Una comunità che volevo conoscere da tempo era quella dei Camalli di Genova. È vero, sono lavoratori, scaricatori di porto, ma rappresentano una realtà antichissima, nata prima del Medioevo, tramandata di generazione in generazione. Essere Camallo non significa soltanto svolgere un mestiere: significa appartenere a una comunità di uomini duri, forti, legati da una storia profonda. Se si fermano loro, si ferma il porto di Genova, uno dei più importanti d’Italia. Era un mondo che mi affascinava molto e grazie a questo programma ho avuto la possibilità di conoscerlo da vicino.
Ce n’è stata una che l’ha divertita in modo particolare?
Sì, quella degli scacchisti. Siamo stati in un circolo di scacchi a Roma ed è stato sorprendente. C’erano persone di tutte le età, dai bambini di sei o otto anni fino ad adulti di ottant’anni, e tutti giocavano contro tutti. È un mondo in cui non vale la regola che chi è più grande sa di più o vince. Ho visto un ragazzo di quattordici anni spiegare il gioco a persone molto più adulte di lui. È stato come entrare in un universo rovesciato, e mi ha divertito molto scoprirlo.
Che cosa hanno in comune tribù così diverse tra loro?
Hanno in comune un senso profondo di appartenenza. Cambiano le passioni, cambiano i linguaggi, cambiano i riti, ma il sentimento è lo stesso: la volontà di restare insieme, di aiutarsi, di riconoscersi, di apprezzarsi. È un senso universale di fratellanza. In tutte queste tribù si toccano sentimenti profondi: comunità, generosità, bisogno di relazione. C’è del bello in ognuna di loro, ed è un bello che appartiene anche a tutti noi.
Entrando nel mondo dei “Sorcini”, i fan di Renato Zero, che cosa ha scoperto?
Ho scoperto che per molte persone Renato Zero non è solo un cantante. È legato a ricordi, affetti, momenti decisivi della vita. Questa cosa mi ha colpito moltissimo. Parlando con le persone prima del concerto, molte si commuovevano appena iniziavano a raccontare il loro rapporto con lui. A qualcuno ricordava la madre, a qualcun altro un fratello, a qualcuno un momento felice. Una signora mi ha raccontato che, quando è arrivato il bambino che avevano adottato, in macchina c’era una canzone di Renato Zero: da quel momento quella musica è rimasta legata a uno dei momenti più importanti della sua vita. È una passione che va molto oltre il semplice rapporto con un artista. Ci sono persone che rinunciano alle vacanze per seguire una tournée, giovani che preferiscono comprare i biglietti di un concerto invece di organizzare una festa. È un’appartenenza molto forte, che non mi aspettavo in queste dimensioni.
Quanto è stato importante vivere ogni esperienza dall’interno, senza giudicare?
È stato fondamentale. Ce lo siamo imposti fin dall’inizio: non dovevamo giudicare, ma neanche fare un’apologia. Non volevamo dire semplicemente che era tutto bello. L’idea era andare a scavare, fare anche domande scomode, cercare di capire davvero. Con i culturisti, per esempio, la domanda era: perché dedicare tutta la vita al perfezionamento del corpo? Che cosa dà in più? Con i sommergibilisti: perché scegliere di vivere dentro una scatola di metallo a centinaia di metri di profondità, quando fuori c’è il mondo? Ho imparato che ciascuno sceglie il proprio modo di cercare la felicità. Alcune scelte possono sembrarci estreme, strane o lontane da noi, ma nessuno ha il diritto di giudicarle. Possiamo non condividerle, ma possiamo provare a capirle.
Che Italia viene fuori da questo viaggio?
Viene fuori un’Italia piena di mondi, di passioni, di comunità vive. Un Paese in cui le persone cercano ancora legami reali, esperienze concrete, appartenenze profonde. In un tempo in cui sembriamo sempre più individualisti, “Tribù” racconta invece che il bisogno di comunità è ancora fortissimo.
Lei è il volto del programma, ma dietro “Tribù” c’è anche una grande squadra. Quanto conta questa “tribù” di lavoro?
Conta moltissimo. Io sono soltanto la punta che si vede, ma dietro c’è una squadra ampia, numerosa e formidabile. Ci sono gli autori, il regista, la redazione, i produttori, i cameramen, il fonico: tutti fanno parte della “tribù di Tribù”. A un certo punto avevamo anche pensato di raccontare proprio la nostra comunità, quella dei lavoratori della televisione. Perché anche noi, in fondo, siamo una tribù: ognuno con il proprio ruolo, le proprie competenze, le proprie fatiche, ma tutti dentro lo stesso racconto.