Prima di noi
Una famiglia, sessant’anni di storia: il racconto intimo di un Paese
Una saga famigliare, che attraversa la Storia e che diventa romanzo di formazione di una nazione intera. Da domenica 4 gennaio su Rai 1, “Prima di noi”. Il RadiocorriereTv ha incontrato Daniele Luchetti, regista insieme a Valia Santella, Linda Caridi e Andrea Arcangeli, rispettivamente Nadia Tassan e Maurizio Sartori, capostipiti della grande famiglia protagonista delle serie
Daniele Luchetti, regista
Il film attraversa sessant’anni di storia familiare e collettiva. Qual è stata la bussola narrativa di questo viaggio?
La bussola è stata fin dall’inizio Nadia Tassa, la capostipite di questa grande famiglia. Tutto parte da lei, da una scena quasi mitica: una notte di luna in cui chiede al cielo quale sarà il suo destino. Nadia incarna una forza originaria, un’energia che attraversa generazioni. Accanto a lei c’è però un’altra corrente, più oscura: quella rappresentata da Maurizio, l’uomo di cui si innamora. È un antieroe, in un’epoca in cui gli antieroi non erano ammessi. La sua fragilità, la sua depressione – allora senza nome – diventano una frattura che si propaga nel tempo. Il film nasce proprio dall’attrito tra queste due tensioni: l’euforia del costruire e la fatica di vivere. È un racconto più psicanalitico che politico, che parla delle nostre famiglie e, in fondo, delle origini emotive di questo Paese.
Quando i personaggi passano dalla pagina allo schermo e diventano davvero “vivi”?
Nel momento in cui arrivano gli attori. La scrittura può essere solida, strutturata, ma resta bidimensionale. È l’attore che la rende tridimensionale, che mette il personaggio in crisi, ne scopre le contraddizioni, gli impulsi istintivi. Se poi l’attore riesce anche a sorprenderti, è lì che il racconto prende veramente vita.
Linda Caridi
è Nadia Tassan
Cresciuta in un casale della campagna friulana insieme alla famiglia composta di sole donne perché gli uomini sono al fronte, Nadia Tassan è una sognatrice, crede in un futuro bellissimo nonostante gli orrori della Prima guerra mondiale. Quando si presenta alla sua porta Maurizio Sartori, un giovane soldato stanco e affamato che dice di essersi perso tra le montagne, non può non accoglierlo. Soltanto a lei Maurizio rivela di essere un disertore e questo segreto li unirà per sempre, sancendo l’inizio di una relazione che li porterà ad avere tre figli, Gabriele, Domenico e Renzo. La loro vita insieme non sarà facile, ma Nadia è una “costruttrice” che ripete a ogni crisi la certezza che troveranno “un modo per volersi bene” e continuerà a essere profondamente innamorata di Maurizio anche quando non lo avrà più al suo fianco. Il loro è un legame indissolubile.
Nadia è il motore della storia. Come trova la sua voce all’interno di un racconto così corale?
Nadia non deve trovare la sua voce: ci nasce. È una donna naturalmente a suo agio nel mondo, anche quando il mondo è difficile, ostile o doloroso. Questa sua naturalezza non elimina la fatica, ma le permette di attraversarla senza perdere slancio. È sempre in movimento, e nel muoversi trascina con sé tutto ciò che la circonda. È una forza vitale che non si spegne, nemmeno nei momenti più duri.
La storia inizia in Friuli, terra di confine. Che tipo di confini attraversa il suo personaggo?
Nadia vive costantemente “oltre”. Anche quando la vediamo tra le montagne, il suo sguardo è già proiettato altrove. Supera confini geografici, ma soprattutto emotivi: delusioni sentimentali, difficoltà materiali, solitudine. Eppure ha sempre con sé gli strumenti per affrontare tutto questo. Cerca di trasmettere a figli e nipoti una lezione semplice e potente: esiste il mostro, ma esiste anche la spada; c’è la paura, ma c’è anche il coraggio. In questo continuo equilibrio tra forze opposte, Nadia semina una fiducia che continua a ricadere su chi le sta intorno, come una pioggia leggera.
Andrea Arcangeli
è Maurizio Sartori
La sera in cui arriva al casale Tassan, Maurizio Sartori porta con sé il terrore della guerra e un segreto: l’abbandono dell’Esercito Regio dopo la ritirata di Caporetto, una colpa che lo tormenterà per tutta la vita e che, come un fantasma, perseguiterà i figli che avrà con Nadia e anche i nipoti. Maurizio è un “distruttore” e, pur trovando conforto tra le braccia di Nadia, continuerà a sentirsi un uomo in perenne fuga da tutto, compresi i figli, troppo diversi da lui, dal lavoro che perde in continuazione per colpa del suo brutto carattere e dell’alcol, dalle battaglie politiche a cui non crede, dai compagni. Capirà troppo tardi che solo l’amore, avrebbe potuto salvare lui e la sua famiglia
Maurizio è invece una figura irrisolta. In che modo è allo stesso tempo costruttore e distruttore?
Maurizio è un uomo che ama profondamente. A vent’anni incontra la donna che resterà il centro della sua vita. Ma è anche un uomo che soffre di una depressione che, all’epoca, non aveva strumenti per essere riconosciuta. Il suo conflitto è tutto interno: desidera costruire, ma non riesce a prendersi cura di ciò che ha. Non per cattiveria, ma per mancanza di linguaggio, di consapevolezza. La sua mente lavora contro di lui. Oggi potremmo leggere questa condizione attraverso la terapia o la psicanalisi; allora era solo un uomo perduto, incapace di dare un nome al proprio dolore.
Che tipo di eredità lascia una famiglia così complessa?
Spesso lasciamo un’eredità senza saperlo. A volte non è fatta di esempi positivi, ma proprio del contrario. Essere stati qualcosa fino in fondo, anche quando è stato distruttivo, può offrire a chi viene dopo la possibilità di scegliere un’altra strada. L’eredità, allora, non è imitare, ma avere il coraggio di deviare. Di trovare la propria direzione, senza essere prigionieri di quella che ci è stata consegnata.