PETER GOMEZ

L’Elefante. Nella stanza e con tanta memoria

Sabato 26 settembre alle 20.15 la seconda puntata del nuovo programma d’approfondimento di Rai 3. Pensieri e parole sui nostri tempi: «Un’ora e un quarto che faccia sorridere e riflettere» dice il giornalista conduttore

 

Peter, perché “L’Elefante”?

Per due motivi. Il primo è che l’elefante ha memoria, e io il vizio della memoria ce l’ho. Ti faccio un esempio, non solo per quanto riguarda la storia, ma anche la memoria del nostro paese. In questo momento stiamo discutendo tanto di legge elettorale, le opposizioni, la maggioranza. 1953, la Democrazia Cristiana approva quelle che le allora opposizioni, di destra e di sinistra, definiscono “legge truffa”, ossia il premio di maggioranza per chi prendeva più del 51 per cento. Io ho l’impressione che questo paese viva di corsi e ricorsi storici: buona parte delle cose che oggi vediamo, che ci scandalizzano, hanno non solo le loro radici nella storia ma sono in qualche modo avvenute. Vero è che la storia si ripete la seconda volta in farsa. Secondo motivo è che nel dibattito pubblico c’è quasi sempre un elefante nella stanza, qualcosa di enorme che tutti vedono e che si preferisce non affrontare. Si possono fare mille esempi, parliamo di Hormuz e dell’Iran mentre l’elefante nella stanza è l’evidente declino dell’impero americano. Potremmo farne a migliaia.

Perché tutta questa paura di prendere atto di ciò che è sotto gli occhi di tutti?

Probabilmente perché farlo significherebbe dire che il potere pro tempore, di qualsiasi colore, è essenzialmente nudo. Il re è nudo. Penso al tema del declino dell’Occidente come, per fare un altro esempio, alla questione ambientale: di fronte ad argomenti enormi finiamo per dibattere invece del particolare, del contingente. Questo accade per colpa della classe dirigente ma anche per colpa nostra. Fino a qualche anno fa, ad esempio, c’era un dibattito enorme nel mondo politico sul cambiamento climatico. Ci si chiedeva se esistesse veramente. Direi che quel dibattito è stato superato dalle ultime due estati, dal presente, e ora, invece di chiederci che cosa si possa fare, da domani mattina, perché nelle nostre città la gente non muoia d’estate, ci chiediamo se l’uomo sia causa di ciò che accade oppure no. L’elefante nella stanza era enorme e lo si ignorava perché questo impediva lo sviluppo delle nostre industrie che però non si sono sviluppate lo stesso.

Che anno sarà quello che ci separa dal voto del 2027?

Sarà come tutte le campagne elettorali: brutte, sporche e cattive. Non ricordo una campagna elettorale che non lo sia stata.

In un’epoca in cui tutto è così veloce e spesso sfuggente, cosa ti spinge a raccontare “cosa ci sta sotto”?

Penso che un giornalista debba raccontare il mondo, e farlo significa anche raccontare quello che sta sotto, quello che non si vede. Io non faccio il politico o l’attivista, non è che voglia cambiare il mondo, so però che a volte, quando tu racconti bene la realtà, gli accadimenti, il mondo un pochino cambia. Quando porti alla luce delle questioni, dei problemi, degli scandali, magari poi le cose cambiano, perché qualcuno se ne fa carico o perché prende delle decisioni. Poi se cambiano in meglio… meglio è.

 Quali parole utilizzeresti per convincere un giovane a essere meno frettoloso nella comprensione dei nostri tempi?

Attento ragazzo che ti vogliono fregare! Il potere vuole cittadini ignoranti, cittadini che non sanno e non riflettono, perché così sono meglio controllabili.

Cosa ti incuriosisce, e che cosa invece ti spaventa, dei nostri tempi?

Mi incuriosisce tutto. Faccio questo mestiere perché sono curioso. Mi spaventa però vedere in tutto il mondo le democrazie in crisi, nonostante rimangano ovunque sostanzialmente in piedi. Si va a votare nei paesi democratici, c’è la tripartizione dei poteri, ma c’è la sensazione, e certe volte la prova, che le decisioni importanti non vengano prese lì dove prevede la democrazia, ma altrove. Pensa alla capacità dei social di influenzare l’opinione pubblica, di stabilire l’agenda, pensa soprattutto a come nel mondo 10 mila entità finanziarie amministrino 50 mila miliardi di dollari. Blackrock ha una quantità di denaro che è pari al PIL tedesco e giapponese sommati. Quando hai a disposizione tali somme di capitali hai la possibilità di influenzare pesantissimamente ogni politica pubblica degli stati.

Dove ci porterà l’Intelligenza artificiale (AI)? Che uso ne fai?

La uso molto per attività di ricerca, per la pulizia dei pezzi dai refusi, per trovare titoli che magari si indicizzino meglio in rete. Ma, da lettore di Isaac Asimov, a preoccuparmi è altro, ossia che nell’algoritmo iniziale manchino le “tre leggi della robotica”, a partire dalla prima che dice che nessun robot può danneggiare un essere umano, con la sua azione o la sua inazione. Mai nell’AI, che sin dall’inizio aveva scopi militari, è stato introdotto questo principio. Mentre stiamo discutendo di quello che potrebbe fare o già sta facendo un AI che supera le nostre idee e sfugge di controllo, non ci dobbiamo dimenticare di avere programmato inizialmente delle macchine dando loro la possibilità di uccidere.

Che cosa speri di lasciare a un telespettatore de “L’Elefante”?

Un’ora e un quarto che faccia sorridere e riflettere.