PAOLA SEVERINI MELOGRANI

Con responsabilità e sorriso

 

Un viaggio di oltre quattrocento puntate per raccontare la disabilità, nel segno della solidarietà, dell’inclusione e del Servizio Pubblico. L’ideatrice e conduttrice di “O anche no!” al RadiocorriereTv: «Lo facciamo usando il buon senso e bandendo il sensazionalismo, sempre pronti ad abbassare il microfono e a spegnere le telecamere di fronte al dolore». L’appuntamento con la trasmissione è la domenica alle 10.15 su Rai 3  

 

 

 

Il racconto della disabilità in Tv è un viaggio che parte da lontano…

Questo lavoro la Rai lo ha cominciato negli anni Sessanta, la nostra azienda è stata la battistrada. È un percorso di inclusione, di conoscenza, a partire dai termini, che la televisione pubblica ha largamente anticipato. Quello che facciamo ogni giorno è un lavoro impegnativo e gratificante, nel quale è indispensabile avere le giuste competenze, oltre alla sensibilità di un giornalista che fa bene il proprio mestiere.

Come e quando nasce “O anche no!”?

Nasciamo a settembre del 2019 grazie a una scelta coraggiosa di Carlo Freccero, allora alla guida di Rai 2. Fu lui a decidere di scommettere su di me e sui miei collaboratori con “O anche no!”. Ed è proprio il caso di dire che il nome racchiude il senso del programma stesso. Ti aspetti che una persona sia in un certo modo, o anche no. Da allora abbiamo realizzato circa 400 puntate, praticamente senza mai fermarci. Nessuna televisione in Europa ha mai fatto uno sforzo di questo genere.

Dalla trasmissione madre sono nati numerosi spin-off…

Come i talk in occasione delle Paralimpiadi (Tokyo 2021, Parigi 2024, Milano Cortina 2026) e gli spazi di “Stravinco per la vita” all’interno di “Uno Mattina”, in questo caso per fornire a chi ci seguiva gli strumenti necessari per affrontare i problemi dati dalla disabilità, che è un grande imbuto nel quale prima o poi finiamo tutti. Ci siamo occupati di caregiver, di badanti, di diritti e difficoltà, sempre con un forte senso di responsabilità. Tra i tanti speciali che abbiamo realizzato ci sono quelli sulla Giornata mondiale dell’handicap, sulla Giornata nazionale dell’autismo e su quella delle persone con trisomia 21 (sindrome di Down). Siamo stati oltre confine per raccontare cosa fanno gli italiani all’estero per il sociale, la disabilità, i diritti, le persone fragili. Siamo andati in Kosovo, nel Kurdistan iracheno con Emergency, e in Senegal dove abbiamo costruito una scuola per bimbi disabili, siamo stati in Palestina, in Ucraina. Abbiamo anche valorizzato il lavoro del nostro esercito di pace, dei nostri ETS (Enti terzo settore), delle ONG (Organizzazioni non governative), dei soldati, dei carabinieri. Tra gli spin-off c’è anche il Festival del Calcio Comunità Educante, con tutto il mondo dello sport sociale, dagli oratori alla Lega di Serie A, partito nel 2024 e quest’anno in programma a settembre. Lo sport, il calcio in particolare, è grande strumento di inclusione.

Il suo incontro con il mondo del sociale ha radici profonde e lontane…

Risale agli anni Ottanta, tutto è partito dalla radio, con Adriano Mazzoletti, poi è arrivata la televisione, dove i miei maestri sono stati Sergio Zavoli, Luciano Rispoli, Gianfranco Funari. “O anche no!” è il punto d’arrivo di un lungo percorso.

Sociale e disabilità sono temi sempre più attuali…

I disabili, se li volessimo contare, sarebbero la terza nazione del mondo, dopo la Cina e l’India. L’talia è il paese più vecchio d’Europa. I nostri vecchi diventano dei grandi disabili, persone che hanno bisogno di aiuto.

Qual è il linguaggio più giusto per raccontarli?

Dobbiamo evitare le iperboli, non creare supereroi, stigmatizzando al tempo stesso l’ipocrisia. Il linguaggio si adegua alla realtà, alle diverse situazioni che ti trovi ad affrontare e a raccontare. Regola della nostra squadra è bandire sempre il sensazionalismo, senza mai rincorrere lo share, agire invece nel segno del rispetto, del buon senso. Siamo sempre pronti ad abbassare il microfono e a spegnere le telecamere di fronte al dolore.

La disabilità è una materia che prevede preparazione, competenza. Un presidio da difendere?

Lo studio e il lavoro sul campo ti forniscono le chiavi per affrontare con equilibrio e rispetto una materia complessa e delicata, le tematiche sociali, la disabilità, i diritti fondamentali. L’improvvisazione è un errore grave, ed è sempre estremamente pericolosa: capita di vedere talk-show con opinionisti che credono di sapere tutto, ma che in realtà non sono preparati e fanno danni incommensurabili. Su questi temi servono regole rigide e immensa cautela. Anche questo significa fare Servizio Pubblico.

Uno sguardo che non si ferma alla disabilità quello di “O anche no!”. È di novembre scorso lo speciale sulle cure palliative, su cosa significa accompagnare una persona nella fase più fragile, quella della malattia e del fine vita…

Quello speciale, che è ancora oggi disponibile su RaiPlay, è motivo di grande soddisfazione per tutto il nostro gruppo di lavoro. Si tratta di un racconto che dà voce a chi ogni giorno tutela la dignità delle persone, rendendo più umano il percorso della malattia. Dopo la messa in onda il programma è stato utilizzato come strumento di tutoraggio per i formatori degli hospice. Abbiamo ricevuto il ringraziamento di medici e infermieri e questo ci dà gioia.

È possibile raccontare la disabilità anche attraverso l’arte, cosa accaduta a Sanremo con il maestro Ezio Bosso…

… che portai al Festival grazie a Carlo Conti, facendolo incontrare con la grande platea Tv, cambiando in quel modo il paradigma. L’anno successivo tornammo al festival di Carlo con i Ladri di carrozzelle, nella certezza che il sorriso e la musica possono essere grandi alleati nella comunicazione di messaggi importanti.

Cosa chiede il sociale a “O anche no!”?

Le persone ci scrivono oltre duecento mail a settimana, ci fermano per strada. Ci chiedono risposte e ci sottopongono emergenze. Siamo diventati un po’ uno sportello del cittadino, ma con tutta la buona volontà non ci possiamo sostituire allo Stato, alle amministrazioni. Noi siamo pochi, vorremmo essere molti di più, e per questo motivo cerchiamo di stimolare la crescita di reti e di associazioni di famiglie. Ci diamo da fare anche attraverso la nostra rete territoriale e gli “Amici di O anche no!” che ci supportano sui social. Siamo una grande famiglia.