NOVITÀ
Attenzione… c’è Uno sbirro in Appennino!
Una serie poliziesca “alla nostra maniera”, come racconta il regista Renato De Maria, che intreccia il poliziesco, il comico, la storia d’amore, la saga familiare. Al centro lo “sbirro” Claudio Bisio, volto e anima del nuovo racconto Rai che, per la prima volta, ci porta nel cuore dell’Appennino, la spina dorsale dell’Italia. Dal 7 aprile in anteprima su RaiPlay, e dal 9, per quattro giovedì, in prima serata Rai 1
Un poliziesco che combina mistero, dramma e relazioni, ambientata nel suggestivo scenario di Muntagò, un paese immaginario che rappresenta l’intero Appennino, con la sua bellezza, le tradizioni, l’anima popolare e il fenomeno dello spopolamento. Dopo aver risolto brillantemente un caso in modi non proprio ortodossi, il commissario Vasco Benassi viene trasferito nel suo paesino d’origine nell’Appennino bolognese. Il trasferimento diventa l’occasione per affrontare ferite dolorose, recuperare vecchi rapporti e costruirne di nuovi, mentre si destreggia tra casi di omicidio che lo mettono di fronte a difficili scelte etiche.
La storia
Il commissario Vasco Benassi, conosciuto a Bologna come “il miglior sbirro”, viene trasferito a Muntagò in seguito a un errore. Il ritorno nel paese natale, che aveva lasciato anni prima, riapre ferite mai davvero rimarginate. Le indagini lo condurranno a confrontarsi con il proprio passato e a riscoprire le sue radici, in un percorso di lenta “riapertura del cuore” che lo renderà meno solitario e più disposto a creare legami. Intorno a lui si muove una rete di relazioni complesse: la cugina Gaetana, ispettore di polizia; suo marito Bruno, un tempo suo rivale; e il giovane agente Fosco, che lo affianca con sincera ammirazione. Determinante è anche il ritorno di Nicole Poli, amore platonico della sua giovinezza, oggi sindaca di Bologna. Parallelamente si sviluppa la vicenda dei più giovani: Macchio, figlio di Gaetana, e Magico, figlio di Nicole, entrambi innamorati della nuova agente Amaranta. Proprio Amaranta diventa una figura centrale anche per Benassi: tra loro nasce un rapporto profondo e sfumato, sospeso tra mentorship e una sorta di intensa, inattesa “genitorialità dell’anima”.
I personaggi
Vasco Benassi (Claudio Bisio)
Commissario sessantenne, esperto ma impulsivo, poco incline alle regole. Il ritorno a Muntagò lo costringe a confrontarsi con il proprio passato.
Amaranta Palomba (Chiara Celotto)
Giovane agente ambiziosa e determinata. Nonostante l’inesperienza, dimostra grande intuito e coraggio.
Nicole Poli (Valentina Lodovini)
Sindaca di Bologna, forte ma vulnerabile. Madre preoccupata, spesso in conflitto con Benassi.
Il Magico (Lorenzo Minutillo)
Figlio di Nicole, idealista e inquieto. Sogna un Appennino sostenibile ma si avvicina ad attività illegali.
Gaetana (Elisa D’Eusanio)
Cugina di Benassi e collega. Pragmatica e diretta, è una figura di sostegno ma anche critica.
Fosco (Michele Savoia)
Agente giovane e timido, ma preciso e affidabile. Cresce molto nel corso della serie.
Bruno (Ivan Zerbinati)
Marito di Gaetana. Gestisce un bar, punto nevralgico della vita del paese e osservatorio privilegiato.
Macchio (Jacopo Dei)
Figlio di Gaetana e Bruno. Sensibile e curioso, alla ricerca della propria identità.
La storia inizia così…
Episodio 1 – Delitto o pregiudizio?
Benassi arriva a Muntagò, vivendo il trasferimento come una punizione, che riaccende ricordi dolorosi. Indaga sulla morte sospetta di Renato Pinardi, anziano trovato morto nella sua casa. La principale sospettata è la badante Karina, donna bielorussa dal passato oscuro. Nel frattempo, si riavvicina a Nicole, che lo coinvolge nei problemi del figlio Magico.
I segreti del pozzo
Amaranta si avvicina a Magico fingendo interesse e scopre una piantagione di marijuana nei boschi. Lo arresta, creando tensioni tra Benassi e Nicole. Le indagini sulla morte di Renato prendono una piega inaspettata.
Il regista Renato De Maria racconta…
«”Uno sbirro in Appennino” è una serie poliziesca interpretata da Claudio Bisio. Lo sbirro è Claudio di cui ho cercato di sfruttare e possibilmente ampliare le doti di attore empatico, sincero, emotivo, imprevedibile e un po’ folle. Ho usato il carisma e la sapienza recitativa costruita in anni di cinema, tv e palcoscenico per ridefinire in chiave pop una figura atipica di poliziotto. Poliziotto sì, ma alla nostra maniera. E quindi, anche “Uno sbirro in Appennino” va letta come una serie poliziesca certo, ma “alla nostra maniera”. La sceneggiatura di Bonifacci offre una scrittura a strati che include diversi generi: il poliziesco, il comico, la storia d’amore, la saga familiare. Ma quello che mi ha sorpreso di più e mi ha affascinato è l’amore e la conoscenza profonda per una terra cinematograficamente sconosciuta: l’Appennino. Non a caso è la parola che completa il titolo e dà un significato e un tono preciso al nostro lavoro. L’Appennino è un territorio ricco di storia e miracolosamente intatto. La civiltà lo ha graziato scegliendo di devastare le pianure. In Appennino esiste una spettacolare e incredibile bellezza intatta, dove lo sguardo può correre verso l’infinito incontrando solo boschi, laghi, fiumi e creste che lambiscono il cielo. Piccoli paesini punteggiano le valli senza mai disturbare lo sguardo, tutto è immerso in un’armonia naturale e spettacolare. Abitato dai tempi degli etruschi, territorio di passaggio, le tradizioni qui non sono svanite e resistono al tempo. La mia regia ha cercato di rispettare i miei due protagonisti allo stesso modo. Lo sbirro e l’Appennino. L’uomo e lo scenario naturale. Trattandosi di un poliziesco con momenti comedy è chiaro che intorno a Claudio andava costruita una squadra di attori bravi, empatici, con i tempi naturali per competere con Claudio. Sono molto orgoglioso del cast: in ogni ruolo c’è un attore credibile e un personaggio forte, vero, umano. Anche in quei ruoli minori che devono raccontare il territorio, ho avuto la fortuna di incontrare e scegliere attori locali di ottimo livello. Insomma, il cast prima di tutto, ma poi è stato importante anche il lavoro visivo: la fotografia con viste ampie, colori caldi, e capace di cogliere il racconto delle facce e del territorio come un unico quadro. Le musiche di Pivio e De Scalzi hanno seguito questo andamento tra il western e il folk, declinato con ironia in una chiave stile “Appennino”. Ho cercato ispirazione nel racconto popolare proprio della tradizione dei cantastorie e nel cinema ambientato in territori di frontiera, come il nostro Appennino.»