Nicola Savino

Un Dopofestival libero, imprevedibile e allegramente disordinato

 

Entusiasmo, responsabilità e voglia di sorprendere: per il presentatore, è come una convocazione in Nazionale. In questa nuova edizione punta su leggerezza, improvvisazione e una squadra affiatata per raccontare il Festival in modo spontaneo, mantenendo ritmo, attenzione e uno spazio di confronto aperto, mai prevedibile

 

 

 

Che effetto le fa tornare al “Dopofestival” e cosa ha in mente per questa nuova edizione?

Tornare al “Dopofestival” è qualcosa di bellissimo. Il Festival di Sanremo è un po’ come la convocazione in Nazionale per un calciatore, sono i nostri mondiali. Quest’anno vorrei fare, sulla scorta delle esperienze precedenti, qualcosa di abbastanza spericolato: preparare il meno possibile. Il “Dopofestival” è un dopo-partita, quindi bisogna registrare quello che accade e non costruire troppo prima. L’importante è preparare un buon cast, una buona compagnia di giro, guardare con attenzione la serata del Festival e invitare più amici possibile tra i cantanti. Mi piacerebbe che fosse qualcosa di allegramente disordinato, con un’atmosfera rilassata ma piena di allegria, un po’ come i “Dopofestival” degli anni Ottanta che ricordo da spettatore.

È un dopo-partita, ma qual è la sfida più grande nel gestire un programma così libero e imprevedibile notte dopo notte?

La sfida è mantenere l’attenzione. Come in una conversazione vera, serve avere il cervello sempre acceso. Bisogna tenere vivo il ritmo e far capire al pubblico che si tratta di qualcosa che sta accadendo in quel momento, quindi imperdibile. Se c’è un aggettivo da temere, è “prevedibile”: non dobbiamo esserlo.

Che dinamica di squadra immagina e che ritmo vuole dare al programma?

La squadra è fondamentale. Con me ci saranno Aurora Leone dei The Jackal, che considero un talento straordinario, molto preparata sulla musica e con un linguaggio comico che apprezzo molto, e Federico Basso, stand-up comedian e vincitore dell’ultima edizione di LOL, capace di improvvisare con grande intelligenza e misura. Ci sarà poi la musica del maestro Enrico Cremonesi. Questo è il punto di partenza, ma il “Dopofestival” sarà uno spazio molto aperto: ai giornalisti, agli artisti, ai comici, agli esperti del Festival e a chiunque sia a Sanremo e abbia qualcosa da raccontare. I punti fermi sono la squadra di base, tutto il resto deve restare aperto e vivo.

Quando gli artisti arrivano subito dopo l’esibizione, cosa emerge che il pubblico non ha visto?

Dipende molto dall’orario in cui hanno cantato. Se si sono esibiti presto, spesso arrivano con l’adrenalina già scesa; se invece hanno cantato tardi, l’adrenalina è ancora molto alta. In entrambi i casi colpisce la tenuta psicologica dei cantanti, soprattutto di quelli un po’ più esperti. I più giovani, invece, a volte sono spaesati, perché conoscono meno il mondo della televisione e la televisione conosce meno loro. In quei casi diventa importante studiare bene il cast, capire chi sono e metterli a loro agio.

Quanto è importante avere uno spazio in cui il Festival possa essere raccontato e discusso senza filtri?

La missione che mi ha dato Carlo Conti è proprio questa: uno spazio libero, nei limiti dell’educazione. Tutti possono fare domande, anche provocatorie, ma senza scadere nell’insulto. È un principio in cui credo molto, soprattutto quando si parla dei ragazzi più giovani, che vanno sempre rispettati e, se necessario, difesi.

Porta qualcosa delle esperienze televisive precedenti in questa nuova avventura?

Ogni programma, ogni esperienza, anche quelle meno fortunate, ti fa crescere e ti lascia qualcosa. Sicuramente porterò anche l’imitazione di Carlo Conti, che ormai è quasi il mio sistema operativo.

Che rapporto aveva con il Festival quando lo guardava da ragazzo?

Ricordo il Festival visto in famiglia, commentato per settimane, e le classifiche dei dischi invase dalle canzoni di Sanremo. Persino le gite scolastiche di primavera avevano come colonna sonora i brani del Festival. Nella mia memoria, dalla fine degli anni Settanta in poi, con artisti come Anna Oxa e con le edizioni di Pippo Baudo, il Festival è rifiorito.

C’è un momento della storia di Sanremo che per lei rappresenta davvero il Festival?

Penso sempre a Pippo Baudo che, dopo la vittoria tra i giovani, fa notare al pubblico un dettaglio tecnico di Laura Pausini: il modo in cui avvicinava e allontanava il microfono per modulare la voce. Lei era emozionatissima, e quel piccolo particolare, apparentemente insignificante, raccontava la cura, il talento e l’emozione. Ecco, per me anche questo è Sanremo.