MASSIMO GILETTI

Il coraggio del racconto

Da lunedì 14 settembre in prima serata su Rai 3 torna, per la terza stagione, “Lo stato delle cose”. «Ci ritroviamo con la stessa passione nell’andare a cercare storie e verità che devono essere raccontate» dice il popolare giornalista al RadiocorriereTv

 

Il lunedì sera per capire, insieme ai tuoi ospiti e ai protagonisti della politica e dell’attualità, quale sia lo stato delle cose. Se dovessi scattare al volo una fotografia, cosa vedresti?

Ho sempre amato l’arcobaleno perché mi dà un senso di speranza, ma mi sembra, purtroppo, che il sistema sia al tramonto. È evidente che stiamo perdendo i valori con i quali la mia generazione è cresciuta, il rispetto degli altri, un peso specifico alla parola morale, il concetto di solidarietà. Quella che viviamo è una società sempre più chiusa, arida, egoista. Vedo dunque un tramonto, non più l’arcobaleno. Oggi faccio fatica.

 

Se osservi questo scatto scendendo nel dettaglio cosa emerge?

Sono solito andare al di là delle verità apparenti. Mi sono sempre definito un eretico, uno che cerca la verità, che va oltre l’immagine che la fotografia ci pone. Io già la metto a fuoco la fotografia della nostra società, ed è proprio questo a preoccuparmi, a partire dall’odio continuo che si scatena anche nei comportamenti delle persone, qualcosa che mi sembra difficile da frenare. Ho paura che siamo di fronte a un punto di non ritorno che riguarda tutto il sistema.

 

Anche alla luce dei recenti risultati elettorali tedeschi, cosa sta succedendo in Europa? 

La domanda che ci dobbiamo porre è perché in Germania quasi il 50 per cento della popolazione della Sassonia-Anhalt ha votato l’estremismo. Si tratta di un land abbastanza piccolo, forse a Berlino non andrà così, ma bisogna capire il perché. Quel che è certo è che la politica di potere non dà più risposte alla popolazione, che da un lato non va più a votare e dall’alto vota gli estremi, tutto ciò che non è potere. E questo è un rischio enorme per la democrazia. È evidente che le nostre democrazie sono malate. Se non ci si rende conto che il male è dovuto all’incapacità di dare risposte concrete a quello che sta succedendo, la gente sceglierà l’estremismo. Non perché è nazista o fascista, ma perché non crede più al potere e vota chiunque sia contro il potere.

 

Cosa provi di fronte al ricordo della Prima Repubblica?

Quei politici erano dei giganti, ma sono anche quelli che hanno creato il nostro debito miliardario. Quel buco nero oggi lo abbiamo sul groppone e le giovani generazioni non sanno se potranno avere la pensione. Da un lato vedo quei decenni come tempi straordinari, ma è da lì che è nato il fallimento che siamo oggi. Perché anche lì non si è data risposta.

 

Che cosa ti affascina, e anche che cosa ti fa paura, dei tempi moderni, di questa tecnologia che sta forse già dettando regole alla nostra vita?

Mi fa capire come la fantasia dei fumettisti o dei romanzieri di fine Ottocento e inizi Novecento fosse perfetta. Quella che era sono un’utopia, un’illusione, una follia, oggi è reale. E quando una follia diventa reale mi fa paura. Che la macchina prenda il sopravvento sull’uomo non è un pericolo così lontano. Il problema è che l’intelligenza artificiale sostituirà l’uomo, il lavoro avrà dei buchi neri enormi. Si creeranno certamente molti problemi ma il mondo non lo puoi fermare. La scienza e l’evoluzione sono sempre andate avanti. Forse questa volta è l’uomo a essere a rischio. Quello che mi preoccupa è che il vero potere sia nelle mani di cinque o sei uomini multimiliardari che determinano la politica.

 

Una politica che risponde sempre di più a pochi…

Tutti i grandi nomi del potere economico erano in prima fila all’elezione di Donald Trump, c’erano anche i suoi nemici, perché sanno che gli affari si fanno con il potere. Ma sono loro poi che determinano gli investimenti dopo avere sostenuto campagne elettorali che hanno costi sempre più esorbitanti. È chi paga che diventa uomo di potere. La politica rischia di diventare il burattino di burattinai potenti economicamente.

 

Cosa chiederesti a Trump e a Putin se li avessi di fronte a te nel tuo studio?

Di sedersi con Xi Jinping e di trovare sul serio una nuova Jalta, prima che sia troppo tardi e che il mondo sfugga di mano a qualche ayatollah di turno, nel senso laico del termine, che sono ovunque, a destra e a sinistra.

 

Come è il tuo essere giornalista oggi?

È sapere di dover rischiare per poter raccontare determinati fatti. C’è una bellissima canzone di Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola intitolata “Una storia sbagliata” che dice “È una storia da dimenticare, è una storia da non raccontare…”. Bene, per me quella è la storia da raccontare, con il coraggio che si ha quando sai che rischi nell’affrontare determinate cose. Il contenuto di quella canzone mi rappresenta molto. Raccontare è il mio modo di vivere questo lavoro.

 

Una missione che condividi con la tua squadra…

Ci ritroviamo con la stessa passione nell’andare a cercare storie e verità che devono essere raccontate. È la passione a rendere forte e credibile il programma, che non è ideologico. Ho sempre lottato per non diventare strumento di qualcosa o di qualcuno, per un’indipendenza e un’onestà intellettuale nel racconto. Questa è la mia qualità vera.

 

Che cosa ti senti di dire ai telespettatori che ti seguono da tanto tempo…

A loro dico grazie, perché mi hanno tenuto vivo nei momenti in cui le tempeste che ho attraversato sembrava prendessero il sopravvento nella mia vita. Avere avuto milioni di persone che sono sempre state con me è stato determinante, mi ha permesso di continuare a raccontare.