Mariana Lancellotti

Quando l’arte cura l’anima

Un racconto intenso di rinascita, seconde possibilità e libertà interiore. L’attrice, protagonista con Lorenzo Richelmy del film “Meglio tardi che mai”, titolo della collana “Purché finisca bene”, riflette sul valore del teatro come strumento di salvezza personale e sull’importanza di restare fedeli a se stessi: «Il teatro ci insegna a metterci nei panni degli altri e a capire meglio anche noi stessi.» Domenica 31 maggio in prima serata Rai 1

Chi è Arianna e in quale momento della sua vita la incontriamo?

Arianna è una ragazza che si è fidata tanto, e che continua a fidarsi fino a quando, grazie anche al teatro che ritroviamo nel film, riesce finalmente a guardarsi dentro e a trovare delle risposte concrete. Capisce davvero chi è e riesce a salvarsi. A un certo punto della storia dice: «Adesso voglio decidere io per me. Voglio riprendermi le redini della mia vita.» Ed è lì che Arianna si rivela per quella che è davvero.

Quali sono gli elementi che la portano, almeno all’inizio, ad avere una forte diffidenza verso le persone e verso la vita?

Lei si è fidata, ma si è sentita tradita. Si ritrova in carcere, anche se poi nel film scopriremo che le cose non sono esattamente come sembrano. Per questo inizia a chiudersi in se stessa. Inoltre, aveva già vissuto un tradimento anni prima, da parte di una persona che riteneva importante e speciale. La troviamo quindi in un momento molto buio della sua vita, in un posto che non sente adatto a lei, con certezze spezzate e sentimenti non ricambiati — o forse ricambiati, ma non nel modo in cui lei avrebbe voluto. È come se le mancasse la terra sotto i piedi.

Come reagisce Mariana a un tradimento o a un imprevisto del destino?

Io sono molto impulsiva. Il sentimento arriva subito, di pancia. Poi, però, cerco sempre di fermarmi un attimo, respirare e riflettere sulle cose che succedono. Dopo quel primo impatto emotivo, elaboro la situazione e cerco di capire come reagire.

Nel vostro lavoro vi trovate spesso davanti a dubbi e scelte. Come supera la diffidenza di fronte a un personaggio o a un progetto?

È vero, anche noi attori a volte siamo diffidenti, ma succede anche nella vita quotidiana. Ho imparato però che la diffidenza rischia di bloccarci e di impedirci di andare avanti. Con i personaggi faccio quello che provo a fare anche con le persone: tengo la guardia bassa. Accolgo il personaggio per quello che è, senza giudicarlo, cercando di comprenderlo fino in fondo.

Torniamo alla coppia Marco e Arianna. Cosa rivelerà questa storia al pubblico?

Che è importante concedersi delle seconde possibilità. È una storia che parla di riscatto: personale, sociale e anche sentimentale. A volte la vita non va come ce l’eravamo immaginata, ma questo non significa che tutto sia perduto. Credo che il messaggio più importante sia proprio questo: avere il coraggio di ricominciare.

Lei crede nelle seconde possibilità?

Sì, soprattutto nelle relazioni importanti e con le persone a cui tengo. Può capitare di fraintendersi o di non capirsi, ma la cosa fondamentale è fare chiarezza e ascoltare davvero ciò che abbiamo nel cuore.

Nel film il carcere e il teatro diventano strumenti di rinascita. Quanto può essere salvifica l’arte?

Per me l’arte è sempre salvifica. La lettura è salvifica. Il teatro nasce proprio dalla lettura, così come il cinema nasce dalla sceneggiatura. Nelle storie ci ritroviamo sempre, perché i sentimenti umani restano universali. Cambiano le epoche e le situazioni, ma l’essere umano rimane lo stesso. Il teatro, in questo senso, è una forma di terapia. Attraverso un personaggio possiamo capire meglio anche noi stessi: chiederci come reagiremmo in quella situazione, oppure osservare punti di vista diversi dal nostro. Credo che il teatro sia fondamentale perché ci insegna a metterci nei panni degli altri. E questo ci rende anche più predisposti all’ascolto. Oggi vedo tanta violenza in giro, una società che reagisce immediatamente e spesso con aggressività. Se imparassimo tutti a fare un lavoro interiore attraverso il teatro, forse saremmo più empatici.

Quindi un buon corso di teatro farebbe bene a tutti?

Assolutamente sì. Lo inserirei persino nelle scuole.

Si è mai chiesta come avrebbe reagito se quello che accade ad Arianna fosse successo a lei?

Sì, inevitabilmente me lo sono chiesta. Arianna ha un istinto di sopravvivenza molto forte. In situazioni del genere è facile perdere completamente la testa o lasciarsi andare. Lei invece riesce a resistere, anche grazie alla convinzione della propria verità. È quello che le permette di non perdersi.

La sua è anche una ricerca di libertà. Lei invece dove si senti davvero libera?

È una bella domanda, perché in fondo non siamo mai completamente liberi. Io mi sento libera soprattutto a casa mia e con le persone che amo. Con loro posso essere davvero me stessa, senza vergognarmi di ciò che provo. A volte quando le persone stanno male o piangono tendono a nascondersi. Io invece sono felice di avere un posto sicuro dove poter essere fragile.

Questa è una storia destinata al lieto fine. Lei ama i finali felici?

Moltissimo, sono una romanticona. Quando vedo un film che finisce male ci resto malissimo anche dopo essere tornata a casa. Per me il cinema, come la lettura, ha qualcosa di salvifico e il lieto fine lo pretendo.

Che spettatrice è?

Adoro i film romantici, ma amo molto anche le storie che raccontano la vita di grandi personaggi. E poi adoro il fantasy. Mi piacerebbe tantissimo lavorare un giorno in un film di questo genere, perché ti porta in mondi lontani dal nostro, pieni di magia e immaginazione. Sono cresciuta con “Le Cronache di Narnia” e “Il Signore degli Anelli”. Quel mondo continua ad affascinarmi tantissimo.

Da quello che racconta si capisce che è anche una grande lettrice. Com’è arrivata alla recitazione?

Ci sono arrivata da ragazzina. Sono cresciuta negli anni ’90 con i film Disney e consumavo le videocassette: guardavo gli stessi film continuamente, imparando a memoria dialoghi e canzoni. Giocavo con le mie sorelle: loro facevano le registe e io l’attrice. Poi sono arrivate le recite a scuola, quelle in parrocchia e infine un corso di teatro nella mia città. Da lì ho iniziato a studiare seriamente. Dopo il corso entrai in una compagnia teatrale che stava preparando una tragedia greca. Interpretavo Fedra e girammo diversi teatri e siti archeologici. Alla fine di quell’esperienza mi sono resa conto che non potevo più lasciare il teatro. Così ho iniziato a cercare accademie, mi sono trasferita a Roma e ho continuato a studiare.

Che cosa ha scoperto di sé grazie alla recitazione?

Ho scoperto che posso essere tante cose diverse e che mi piace sperimentare. Attraverso i personaggi puoi vivere aspetti di te che nella vita quotidiana magari non emergono mai: interpretare qualcuno di più aggressivo o più tranquillo, fare scelte che nella realtà non faresti. È un perfetto corso di esplorazione di sé.

Dove la vedremo prossimamente?

C’è qualcosa che bolle in pentola, ma per ora non posso ancora dire nulla. Intanto il 31 maggio andrà in onda su Rai 1, intorno alle 21:30, questo nuovo progetto. Nessuno deve mancare (ride).