LINO GUANCIALE

Poeta della mente

 

Un rapporto attore – regista che si consolida con “L’invisibile”, miniserie – di successo – sulla cattura di Matteo Messina Denaro, e la scelta di rendere l’attore abruzzese protagonista di “Le libere donne” e raccontare la storia di Mario Tobino: «La sua migliore letteratura si è nutrita del suo impegno medico e, allo stesso tempo, la sua capacità di psichiatra umanista — portatore di una visione nuova all’interno dei manicomi in cui ha lavorato — si è nutrita moltissimo della sua sensibilità artistica»

 

 

Come hai incontrato la figura di Mario Tobino e cosa l’ha colpita di più nel prepararsi a questo lavoro?

Io conoscevo Tobino perché avevo letto alcune sue cose da ragazzo e avevo ammirato la sua scrittura, ma non come psichiatra, come medico. Prepararmi per questo lavoro mi ha portato a comprendere come in realtà non sia scindibile il poeta, il letterato, dal medico. In Tobino queste due dimensioni sono state profondamente legate: la sua migliore letteratura si è nutrita del suo impegno medico e, allo stesso tempo, la sua capacità di psichiatra umanista — portatore di una visione nuova all’interno dei manicomi in cui ha lavorato — si è nutrita moltissimo della sua sensibilità artistica. La prima cosa che mi ha colpito è stata quindi conoscere più a fondo questo grande protagonista della cultura italiana, che per primo ha squarciato il velo su quello che accadeva negli ospedali psichiatrici, soprattutto alle donne. Raccontare cosa succedeva alle donne nei manicomi significava in realtà raccontare la condizione femminile in generale. Le donne non avevano potere: gli uomini avevano l’appoggio della legge, avevano la potestà quasi totale sulla vita delle proprie mogli. Questo significava che il manicomio diventava, brutalmente, una soluzione, a volte un’alternativa al femminicidio. Donne che non avevano nulla a che fare con la follia venivano rinchiuse lì dentro e dimenticate da tutti, cancellate probabilmente perché erano troppo libere o tentavano di esserlo più di quanto il mondo permettesse loro.

All’epoca l’idea di follia era molto diversa da oggi. Quanto conta questo contesto nella storia che raccontate?

Allora l’orizzonte della follia era ancora più misterioso di quanto non lo sia adesso. Non esisteva l’universo terapeutico e diagnostico che abbiamo oggi. Bastava che una persona fosse scomoda e il manicomio diventava un baratro perfetto dove farla sparire, senza lasciare traccia. Il lavoro di Tobino apre uno sguardo nuovo su tutto questo. Offre finalmente una possibilità di conoscenza e di visibilità che prima non esisteva. Non è un caso che quel libro diventi il suo primo grande libro: è un’opera che formalizza la sua voce poetica ma è anche un gesto civile di enorme importanza. Questo progetto mi ha conquistato proprio per questo: è una storia che oggi parla ancora di affettività, di libertà, e della necessità di specchiarci in un passato che sembra più brutale del nostro, ma forse lo è solo apparentemente.

Perché questa storia continua a parlarci così tanto anche oggi?

Perché se siamo andati avanti sul piano giuridico, sul piano culturale quello stesso machismo maschiocentrico, che è alla base della mentalità che Tobino denuncia, ce lo portiamo ancora molto addosso. Essere un uomo come Mario Tobino significa anche questo: riuscire a spostarsi da quella visione maschiocentrica e mettere in primo piano delle donne che non avevano dignità, valore, neppure un nome. Restituire loro un valore e mostrarlo alla società. Non so quanto lui fosse consapevole della portata di questo gesto, ma sono sicuro che pensasse fosse semplicemente la cosa giusta da fare: pubblicare un libro simile, che non era mai stato pubblicato nel nostro Paese. E credo che, facendo questo, abbia accumulato un credito enorme nei confronti delle donne e anche nei confronti di noi uomini del XXI secolo.

Cosa ha significato per lei interpretare una figura come Tobino?

Tobino ha vissuto trentacinque anni dentro il manicomio. Non faceva solo il medico: viveva con le persone che erano lì dentro, con i malati di mente o con quelli che venivano considerati tali. Era un uomo che viveva con una coerenza totale rispetto alla propria vocazione. Michele Soavi, il regista della serie — un grande regista — racconta che Tobino era una figura familiare nella sua storia personale. Per anni, infatti, è stato il compagno di sua nonna, Paola Lelli, vedova di Adriano Olivetti e sorella di Natalia Ginzburg, e lo ha considerato un secondo nonno. Ce lo ha descritto come una persona molto serena, felice della vita che aveva scelto, aveva persino comprato casa in centro a Lucca, ma non ci ha mai voluto vivere: ha preferito restare accanto ai suoi pazienti. Qualcuno potrebbe leggere in questa scelta una specie di ossessione, ma io penso sia semplicemente la scelta libera di un uomo che ha deciso di vivere in totale integrità con la propria missione. E questa integrità, questa spina dorsale morale così forte, oggi può essere una grande fonte di ispirazione.

Parliamo del personaggio di Margherita. Cosa rappresenta il legame con Tobino?

Margherita è una grande invenzione letteraria della sceneggiatura. L’altra donna presente nella serie, Paola Olivetti, interpretata da Gaia Nanni, è stata davvero la donna della vita di Tobino. Margherita invece è una figura simbolica, un personaggio in cui confluiscono tante donne che Tobino ha incontrato nel suo percorso negli ospedali psichiatrici. Donne che erano finite lì dentro per motivi che con la follia non avevano nulla a che fare. Io credo che Margherita rappresenti metaforicamente l’amore immenso che Tobino ha per la giustizia. Conoscerla e liberarla diventa la sua grande missione. Liberando lei sente di liberare anche se stesso, di rendere il mondo un po’ più giusto. Dentro questa missione c’è anche una storia di innamoramento e di fascinazione, che io ho sempre letto come una grande allegoria: il fascino che la follia esercita su chi cerca di comprenderla e, più in generale, l’amore per la giustizia.

Perché secondo lei abbiamo ancora così tanta paura della malattia mentale, mentre normalizziamo la violenza?

Credo dipenda molto dall’abitudine ad accettare l’idea che il mondo funzioni così. Le guerre ci sono sempre state, esiste un ordine mondiale che mette l’uomo al centro e la donna da un’altra parte. E spesso ci diciamo: un motivo ci sarà. Io faccio parte del collettivo “Una Nessuna Centomila”, e negli ultimi anni hanno iniziato a entrarne a far parte anche gli uomini. È un passaggio molto importante. Stiamo lavorando anche con filosofi come Lorenzo Gasparrini per capire cosa ci impedisce di superare certi modelli culturali. E ci rendiamo conto che noi uomini siamo spesso le prime vittime di una visione maschile rigidissima. Ci viene insegnato a non chiedere aiuto, a non prenderci cura di noi stessi, a dimostrare continuamente la nostra forza, ma così facendo diventiamo incapaci di prenderci cura anche degli altri. Accettare la propria vulnerabilità non significa essere deboli, ma iniziare a costruire un’idea diversa di benessere e di relazione. Ed è anche il primo passo per costruire una vera parità tra uomini e donne.

Chiudiamo con una nota più leggera… com’è stato lavorare con Fabrizio Biggio?

La serie affronta temi molto duri, ma è anche una grande storia di amicizia e di umanità. In mezzo a un contesto violento e a un periodo storico terribile, questi personaggi cercano comunque allegria, libertà, bellezza. E in questo Fabrizio Biggio è stato fondamentale. Il suo personaggio non è solo quello che alleggerisce la storia: è un personaggio a tutto tondo, molto bello sia nelle note più leggere sia in quelle più profonde. Lavorare con lui è stato meraviglioso. Ha aiutato tutti noi a trovare il tono giusto per raccontare una storia così drammatica con una leggerezza profondamente umana. E ora che ho detto tutto il bene possibile — anche perché lui mi ha pagato per farlo (ride)— posso dirlo con sincerità: è stato davvero un compagno di lavoro straordinario.