Lino Guanciale
Ossessione giustizia
Il valore umano e professionale di un progetto che porta sul piccolo schermo una pagina cruciale della storia del Paese: «Non si è trattato più soltanto di girare una bella serie, ma di cercare di restituire il respiro di verità di un momento così importante della storia di tutte e di tutti noi». Il protagonista si racconta al RadiocorriereTv
Quanto è stato importante il contributo dell’Arma al progetto?
A loro va il mio primo ringraziamento, a tutti quei carabinieri del ROS e del GIS che ci hanno fatto da consulenti durante le riprese. Sono stati determinanti per noi, sia da un punto di vista tecnico e professionale, per garantire la massima veridicità, sia da un punto di vista umano, perché incontrarli ha arricchito profondamente questa esperienza. Non si è trattato più soltanto di girare una bella serie, ma di cercare di restituire il respiro di verità di un momento così importante della storia di tutte e di tutti noi.
Portare sullo schermo una vicenda così centrale per la storia del Paese comporta una grande responsabilità. Come l’ha vissuta?
Quando devi mettere in scena qualcosa di così grande per la storia del Paese e per le sue istituzioni, ne avverti immediatamente il peso. Raccontare uomini e donne che nella vita reale rischiano quotidianamente la propria esistenza, spesso compromettendo la stabilità delle loro relazioni personali per il bene collettivo, è forse l’esempio più chiaro di ciò che dovrebbe fare il Servizio Pubblico, come ha giustamente sottolineato la direttrice Maria Pia Ammirati.
Cosa l’ha convinta ad accettare questo progetto?
Il progetto mi ha interessato tantissimo fin da subito, quando il regista Michele Soavi me ne ha parlato. Ci vedevo l’opportunità non solo di raccontare esistenze eroiche impegnate in imprese straordinarie, ma anche di offrire al pubblico la possibilità di riconoscersi in queste figure. Quello che mi ha colpito di più, e spero emerga chiaramente, è la doppia battaglia che queste persone combattono ogni giorno.
In che senso una battaglia su due fronti?
Da un lato c’è la missione vocazionale: portare a termine un’indagine cruciale come la cattura di un boss di tale pericolosità. Dall’altro c’è la vita quotidiana: come accompagnare i figli a scuola? Come trovare il tempo per gli affetti? Come tenere in piedi un’esistenza emotiva? La grande sfida di questo lavoro era proprio restituire la dimensione del sacrificio e dell’investimento umano di chi svolge ruoli così decisivi per la collettività.
Come ha lavorato per costruire il personaggio di Lucio Gamberale?
Ho cercato di restituire la normalità, una parola oggi complessa, ma necessaria. Lucio Gamberale, come i membri della sua squadra, cerca di coltivare la propria vita al di là del lavoro, pur essendo profondamente appassionato alla costruzione della giustizia per lo Stato. In un caso come questo, la passione può diventare ossessione, e forse è proprio quell’ossessione che conduce a risultati così importanti.
La scena della cattura è uno dei momenti più intensi della serie. Che emozioni avete vissuto sul set?
L’emozione che abbiamo provato sul set speriamo arrivi anche al pubblico. Per girare l’intera sequenza del blitz nella clinica ci è voluta una settimana. Quando si è arrivati al momento della cattura, si era creata un’attesa spasmodica, sia da parte nostra, sia da parte dei Carabinieri presenti. Eravamo felici per tre motivi: perché avevamo concluso la settimana di set più impegnativa, per l’immedesimazione totale nel personaggio e, soprattutto, perché vedere le persone dietro le macchine da presa commuoversi e abbracciarsi è stato profondamente toccante. Era esattamente ciò che ci avevano raccontato fosse accaduto nella realtà.
Quanto è difficile conciliare dedizione assoluta al lavoro e vita privata?
La vera sfida è integrare tutte le parti di sé, dare spazio agli affetti. Il copione era molto chiaro nel raccontare l’indagine, ma suggeriva anche la fatica di tenere insieme i frammenti delle proprie relazioni personali. È su questo che ho cercato di concentrarmi di più: mostrare forza e determinazione, ma anche fragilità e capacità di mettersi in discussione, sia sul lavoro sia in famiglia.
Il tema della fuga di notizie viene affrontato con grande delicatezza. Che riflessione propone la serie?
Il tema è trattato in modo laico e intelligente. Gli investigatori, e Lucio in testa, non si fanno illusioni: è un’eventualità che può accadere. Il male ha un potere seduttivo enorme, sia su larga scala sia nella quotidianità. Questa storia può essere letta come un appello alle coscienze, perché la connivenza non passa solo dai grandi tradimenti, ma anche dall’accettazione silenziosa di certe logiche nella vita di tutti i giorni.
Come ci si oppone alla mancanza di etica della criminalità organizzata?
Semplicemente testimoniando che un altro modo di vivere è possibile. Il racconto mostra come, con la stessa oggettività con cui si analizzano i problemi investigativi, si possa affrontare anche il dubbio, superarlo e continuare a scegliere la responsabilità e la giustizia.