LAURA CHIMENTI

Talento e passione

Un viaggio che ripercorre le storie di grandi imprenditori, insigniti dal Capo dello Stato dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, che con le loro attività hanno contribuito alla crescita del Paese. Il martedì, in seconda serata su Rai 3 c’è “Onore al merito”. «Raccontiamo aziende che danno occupazione a tantissime persone, che esportano nel mondo in un momento storico difficile – racconta la giornalista al RadiocorriereTv – per loro è una vera e propria sfida»

Sin dal titolo il programma propone una riflessione sul concetto di merito, di capacità, di impegno. Ci racconti il viaggio che state facendo con questa seconda edizione?

È una seconda edizione bellissima, ancora più ricca della precedente, perché anziché raccontare un unico imprenditore a puntata, ne raccontiamo due. Sono 16 Cavalieri del Lavoro, uomini e donne che io definisco dei motivatori, perché con il loro saper fare, il saper vedere, il saper costruire, danno un esempio bellissimo a chi vuole fare impresa, a partire dai giovani. Non parliamo di semplici imprenditori, è giusto definirli Cavalieri del Lavoro anche per la nobiltà d’animo, per il loro essere generosi nei confronti del territorio, della comunità. Hanno un fortissimo senso di responsabilità etica e morale.

 

Imprenditori la cui azione va oltre il semplice profitto…

Sono imprenditori e ovviamente pensano al profitto, ma lavorano con un obiettivo ancora più nobile, quello di fare di più per chi sta con loro, per chi lavora con loro. Tutti mi raccontano di come sentano i loro collaboratori parte della loro famiglia. Parlo di aziende che hanno anche molte migliaia dipendenti.

 

Che Italia emerge dai ritratti che proponi?

Un’Italia bella, del fare, che ce la fa per i propri meriti, per le proprie capacità. È un’immagine positiva del Paese, raccontiamo aziende che danno occupazione a tantissime persone, che esportano nel mondo in un momento storico difficile. Per loro è una vera e propria sfida. Lo scorso anno abbiamo fatto 647 miliardi di export, più 3,3 per cento sull’anno precedente. Nonostante tutto, questi imprenditori sono stati capaci di diversificare, di andare in altri paesi. Di fronte a una difficoltà il grande imprenditore deve trovare la via d’uscita.

 

Al di là delle motivazioni istituzionali, quali tratti comuni riconosci tra questi imprenditori?

Li unisce la passione per il lavoro, sono sempre sul pezzo. Alle 8 di mattina sono i primi a entrare in azienda e alla sera gli ultimi a uscire.

 

Tra le tante storie di vita imprenditoriale che propone il programma, ce n’è una che ti ha colpito più delle altre?

Quella di Fabrizio Di Amato, proprietario del Gruppo Maire. A 19 anni aprì una società di impiantistica, lo fece da solo non ereditando l’azienda di famiglia, oggi ha 11 mila dipendenti ed è presente in 89 paesi. Certo, ci vuole anche fortuna, devi capitare al momento giusto, nel posto giusto, però la capacità è determinante. Se non hai quel quid, se non hai talento, può passarti davanti qualsiasi treno e tu non lo prendi.

 

Chi è, in sintesi, un Cavaliere del Lavoro?

Un imprenditore speciale, che ha fatto qualcosa di bello o di buono.

 

Come si trasferisce ai giovani, ai nostri ragazzi, il concetto di impegno?

Sicuramente va insegnato, ma personalmente mi fido del detto “dubito di quello che dici, mi fido di quello che fai”. Quando un figlio vede un genitore che lavora, che porta a casa un risultato, che è una persona stimata, avrà un esempio da seguire. L’insegnamento nei confronti dei giovani deve essere pratico, concreto. Esempi concreti come quelli che proponiamo con il programma. Se un ragazzo sogna di fare l’imprenditore e vede Giampaolo Dallara che ha creato un impero delle macchine, può pensare, “allora mi impegno pure io”.

 

Che cosa significa essere giornalista del Servizio Pubblico?

Fare il giornalista è sempre fare Servizio Pubblico, significa raccontare quello che vedi e sai, arricchendoti di quello che impari. Il giornalista è per me il più grande specchio della realtà, un bravo giornalista ti fa vedere la realtà in maniera coerente.

 

Cosa pensi di aver imparato in questi quasi trent’anni di giornalismo?

Mi sono fatta le ossa e continuo a farmele tutti i giorni. Ti capita sempre qualcosa di nuovo con cui confrontarti, quella del giornalista è una professione che ti avvicina alle persone.

 

Se potessi ricominciare professionalmente, rifaresti tutto da capo?

Sì. Con tutti sì che ho detto e tutti i no che ho detto. Rifarei tutto ciò che ho fatto.

 

Da 30 anni in Rai, che cosa rappresentano per te il Tg1 e quest’azienda? L’azienda è casa, cioè mamma Rai, il Tg1 pure. Ho avuto tante proposte lavorative fuori dal telegiornale ma ho sempre detto di no perché sono nata qui, sono affezionata alla mia relazione, al mio direttore. Tu cambieresti madre? (sorride).

 

Cosa rappresenta e quanto vale per te il consenso del pubblico?

Quando vado in giro e le persone mi fermano, mi fanno i complimenti, sono contenta. Quando possibile cerco di entrare nelle case dei telespettatori con il sorriso, capita poi ci siano occasioni in cui, per le notizie trattate, non puoi farlo. Credo nell’empatia e sono felice quando il pubblico la ritrova nel mio modo di pormi.