KIRK WISE

L’animazione ha bisogno di nuove storie

A “Cartoons on the Bay” il regista de “La Bella e la Bestia” racconta l’emozione del lavoro con Angela Lansbury, il successo del capolavoro Disney, il rapporto con l’intelligenza artificiale e la fiducia nei giovani artisti, tra disegno tradizionale, stop motion e nuove sfide creative

 

A “Cartoons on the Bay” lei incontra il pubblico e tanti professionisti dell’animazione internazionale. Che effetto le fa essere qui?

È straordinario incontrare così tante persone coinvolte nel mondo dell’animazione internazionale. Sono molto orgoglioso del fatto che i miei film vengano ricordati e celebrati qui. Davvero una bella esperienza.

Quali sono i ricordi più belli legati alla lavorazione de “La Bella e la Bestia”?

Ero molto giovane. Era la mia prima esperienza come regista di un lungometraggio animato, quindi fu molto emozionante lavorare con una squadra così grande e incontrare tanti animatori. Uno dei ricordi più belli riguarda Angela Lansbury, che prestava la voce a Mrs. Potts, la teiera.

Era la sua prima volta alla direzione di una grande attrice?

Sì, era la prima volta che mi trovavo a dirigere un’attrice così famosa in una sessione di doppiaggio. Ero molto nervoso. Angela Lansbury lo capì e mi mise subito a mio agio. Prima della sessione mi disse che era assolutamente disponibile a ricevere indicazioni, che sarebbe stata felice di provare una battuta in modi diversi e che non dovevo sentirmi intimidito solo perché davanti a me c’era Angela Lansbury.

Un gesto di professionalità.

Sì, la sua gentilezza e la sua professionalità mi colpirono molto. Mi permisero di fare meglio il mio lavoro e di sentirmi più tranquillo.

Durante la lavorazione avevate già la sensazione che stavate realizzando qualcosa di così importante?

Mentre lavoravamo al film sentivamo che stavamo facendo qualcosa di speciale, ma allo stesso tempo ogni giorno era una sfida. C’erano giornate in cui pensavo che tutto stesse andando bene e altre in cui ero disperato, convinto che niente funzionasse e che il film non sarebbe piaciuto a nessuno.

Quando avete capito che il pubblico lo stava accogliendo in modo diverso?

Quando fu presentato al Festival del Cinema di New York. La reazione del pubblico fu fortissima. Le persone applaudivano alla fine di ogni numero musicale. Non avevo mai visto una cosa del genere per un film d’animazione. Io e Gary Trousdale, il mio co-regista, ci guardammo e pensammo: forse funziona davvero. E alla fine ha funzionato.

Le è piaciuta la versione live-action de “La Bella e la Bestia”?

Io sono un animatore, quindi il mio primo amore resta sempre l’animazione. Preferisco la versione animata, perché è quella più vicina al mio cuore. Però sono felice che il pubblico ami anche altre forme e altri adattamenti.

Quindi considera queste nuove versioni come estensioni del film originale?

Sì, un po’ come le attrazioni nei parchi a tema, i personaggi nei parchi, gli spettacoli e tutte le altre forme che permettono al pubblico di continuare a vivere quella storia. Se il lavoro è fatto bene e il pubblico si emoziona, è bello vedere un film trovare nuove strade. Anche se, personalmente, resto legato alla versione animata.

Oggi però molti spettatori hanno la sensazione che i grandi studi puntino troppo sui sequel, su rifacimenti e idee già conosciute. È così?

È nella natura degli studi di Hollywood essere prudenti rispetto al rischio. Per questo cercano film che il pubblico conosca già, con personaggi e mondi già riconoscibili. Capisco la necessità economica di puntare su progetti che sembrano più sicuri, ma non si può continuare a riciclare sempre le stesse idee. Il pubblico vuole anche essere sorpreso. Ha bisogno di incontrare nuove storie. Penso che sarebbe importante investire di più nei film originali, perché senza nuove idee non si costruisce il futuro dell’animazione.

Durante la sua carriera ha visto cambiare molte tecnologie. Come vive questa trasformazione?

Quando ho iniziato, nell’animazione si lavorava ancora in modo molto simile agli anni Trenta: i disegni venivano ripassati e dipinti sui rodovetri. Poi ho visto il passaggio al digitale, alla computer grafica e ora all’intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale la preoccupa?

Non ho paura dei cambiamenti tecnologici. Credo però che l’artista debba restare al centro. Credo nel potere degli artisti e dei narratori. Non esiste un pulsante magico che puoi premere e che ti restituisce “La Bella e la Bestia”. Non succederà. L’arte, la storia e i personaggi devono venire prima.

Quindi la tecnologia può entrare nel processo, ma non sostituire l’artista?

Esatto. Posso immaginare un futuro in cui l’intelligenza artificiale venga incorporata nel processo produttivo, ma l’elemento umano resta fondamentale. L’arte creata dall’uomo, quella in cui senti la mano dell’artista, è ciò che crea il legame più profondo con il pubblico.

Molti pensano che le nuove generazioni arrivino all’animazione soprattutto attraverso la tecnologia. Lei che cosa vede nei giovani artisti?

In realtà ho trovato vero il contrario. I giovani artisti che ho incontrato, sia attraverso Instagram sia di persona, hanno una grande passione per il lavoro manuale e per le tecniche tradizionali. Hanno fame di imparare. Spero ci siano sempre più occasioni per insegnare a questa generazione l’arte dell’animazione tradizionale, così come io ho avuto la fortuna di impararla. Vedo un grande interesse.

Oggi molti maestri dell’animazione insegnano anche attraverso il web. È una risorsa importante?

Sì. Ci sono artisti straordinari, come Aaron Blaise e John Pomeroy, con cui ho lavorato alla Disney, che offrono percorsi e lezioni online. Sono solo due esempi, ma sono maestri del loro mestiere. Vedere giovani artisti seguire quelle lezioni e avvicinarsi alla tecnica tradizionale è molto incoraggiante.

Guarda con fiducia alla nuova generazione?

Sì. So che la tecnologia moderna, compresa l’intelligenza artificiale, entrerà in qualche modo nel lavoro dell’animazione, anche se ancora non sappiamo esattamente come. Ma sono molto curioso ed entusiasta di vedere cosa creerà la prossima generazione, proprio perché è così appassionata anche alle tecniche tradizionali.

Sta lavorando a un nuovo progetto?

Sì, sto sviluppando un film in stop motion con un gruppo molto giovane di animatori indipendenti a Los Angeles. Mi hanno invitato a partecipare al progetto e per me è molto interessante.

La stop motion è forse il linguaggio più lontano dall’intelligenza artificiale.

Sì, infatti loro sono molto contrari all’uso dell’intelligenza artificiale. La stop motion celebra le cose fatte a mano, dove la presenza dell’artista è visibile al pubblico. Mi piace molto imparare da loro e portare la mia esperienza dentro il loro processo creativo.

C’è un film d’animazione recente che avrebbe voluto realizzare lei?

Ogni tanto vedo un’idea in un film e penso: avrei voluto pensarci io. Un film Disney che amo molto è “Zootopia”. È intelligente, divertente e mentre lo guardavo pensavo: questa è davvero una grande idea.

Oggi è difficile proporre un’idea originale nell’animazione?

È molto difficile. I grandi studi sono molto concentrati su proprietà già esistenti, su personaggi e marchi già conosciuti, come “Mario” o “Sonic”. Questo rende più complicato ottenere finanziamenti per un’idea originale.

Però non è impossibile.

No, non è impossibile. Gli studi stanno iniziando a capire che, per mantenere vivo il sistema produttivo, devono continuare a investire anche in idee nuove. Senza storie originali, prima o poi il meccanismo si ferma.

Che rapporto ha con l’Italia?

Questa è la mia terza volta in Italia. Ero già venuto molti anni fa per promuovere “La Bella e la Bestia” e “Il gobbo di Notre Dame”. In passato ho visitato Firenze, Venezia e Milano. Questa volta, invece, è stata la mia prima volta a Roma, dove ho trascorso qualche giorno prima di arrivare a Pescara.

Che impressione le fa il nostro Paese?

Mi piace molto. Mi piacciono le persone, la storia, l’arte e naturalmente il cibo.

C’è un animatore italiano che ricorda con particolare affetto?

Quando ero giovane ero un grande ammiratore di Bruno Bozzetto. Quando “Allegro non troppo” uscì nelle sale negli Stati Uniti, io ero ancora studente e quel film mi colpì molto. Mi ha influenzato.

Che cosa la influenzava da ragazzo?

Amavo i film Disney, ma ero anche un grande appassionato dei cartoni Warner Bros. e MGM. Ero inoltre un grande lettore di fumetti. Per anni il mio sogno era disegnare fumetti. Amavo Charles Schulz, il creatore dei “Peanuts”. Poi, con il tempo, il mio interesse si è spostato verso l’animazione.

Continua a guardare animazione oggi?

Sì, continuo a guardarla, anche se non riesco a vedere tutto. Cerco comunque di restare aggiornato, soprattutto attraverso i festival, dove ho l’occasione di scoprire produzioni diverse, anche europee.