IN LIBRERIA

Carlo III e le donne della sua vita

 

Rai Libri presenta “Le donne di Carlo” di Ilaria Grillini, un viaggio nel profilo umano e istituzionale del sovrano britannico attraverso i rapporti con le figure femminili che ne hanno segnato il percorso. Un ritratto inedito tra affetti, scelte difficili e visioni moderne, che restituisce un Carlo III complesso, anticipatore sui temi ambientali e impegnato a guidare la monarchia tra tradizione e cambiamento

 

 

 

Nel suo libro emerge un Carlo III molto diverso da quello spesso raccontato dai media: qual è l’aspetto che più l’ha sorpresa durante la scrittura?

Emerge un Carlo diverso, ma non perché sia cambiato lui. Piuttosto, perché lo scopo del libro è proprio quello di far conoscere meglio una figura sulla quale, forse, in pochi si sono soffermati davvero a riflettere e a studiare. Anche perché accanto a lui ci sono sempre state donne molto forti, presenti, in alcuni casi persino ingombranti, che inevitabilmente hanno finito per sovrastarlo nel racconto pubblico. E così nessuno, o quasi, ha mai dedicato abbastanza tempo a capire davvero che uomo fosse.

Nel racconto emerge anche un lato meno visibile, più intimo e quasi anticipatore dei tempi: quanto pesa questa dimensione nel ritratto che ne viene fuori?

In realtà, Carlo è una persona estremamente intelligente. È uno che affrontava temi come l’ambiente, la sostenibilità e il cambiamento climatico già cinquantacinque anni fa, in un’epoca in cui nessuno ne parlava con la consapevolezza di oggi. Questo, secondo me, basta già a far capire quanto valga la pena fermarsi un momento su di lui. Mi auguro che chi leggerà il libro arrivi alla fine con una sensazione precisa, quasi di sorpresa, e pensi: “Ah, però… non sapevo fosse così”.

Le figure femminili sono state centrali nella vita del sovrano: quale tra queste ha avuto, secondo lei, l’influenza più profonda sul suo carattere?

Direi senza dubbio la madre. Innanzitutto perché è la madre, e già questo, per chiunque, la rende una figura decisiva. Ma nel suo caso parliamo anche della Regina, di quella che per tutti è stata la Regina per antonomasia: impeccabile, perfetta, totalmente dedita al dovere. Nel suo ordine di priorità veniva prima il ruolo, poi l’essere moglie e solo dopo l’essere madre.

Quanto ha inciso il rapporto con Elisabetta II, tra distanza affettiva e senso del dovere, nella costruzione personale di Carlo?

Probabilmente, se ci sono state delle mancanze, sono nate proprio lì, nel rapporto materno. Ma questo non toglie nulla al peso enorme che Elisabetta II ha avuto nella formazione di Carlo. Del resto, ciascuno di noi è il risultato di tante influenze, di tutte le persone con cui cresce e si confronta. E lui, nella sua vita, ha avuto accanto davvero molte donne importanti.

Quanto è stata determinante la presenza di Camilla nella vita di Carlo?

Lei è un’altra figura fondamentale. Perché è stata la donna della sua vita. L’ha amata da ragazzo, e con lei ha attraversato periodi durissimi, scegliendo alla fine di andare contro tutto e tutti pur di poterla sposare. Sappiamo bene com’è andata: il matrimonio precedente era sbagliato fin dall’inizio. Oggi, probabilmente, un’unione del genere non durerebbe quindici anni, forse nemmeno uno. Ma allora lui fece quelle scelte per ragion di Stato. Camilla, però, è rimasta sempre accanto a lui. È stata la sua roccia. Così come la Regina definiva Filippo, ecco, secondo me Camilla è stata e continuerà a essere questo per Carlo.

Quanto è cambiata nel tempo la percezione pubblica di questa figura?

Moltissimo, direi radicalmente. Per anni Camilla è stata odiata. Le tiravano oggetti nei supermercati, la insultavano sotto casa, veniva considerata la donna che aveva distrutto una famiglia e rovinato una favola. In quel racconto pubblico, Diana era la vittima assoluta, quasi una santa, mentre Camilla era il simbolo della colpa. Con il tempo, però, la percezione è cambiata. E questo è accaduto anche perché la realtà era molto più complessa di come veniva raccontata. Camilla è stata molto intelligente: non ha mai parlato. Ha scelto il silenzio, al contrario di Diana che invece ruppe gli schemi con la celebre intervista alla BBC. Camilla ha aspettato. E nel tempo le persone hanno iniziato a conoscerla meglio, a capire quanto fosse importante per Carlo e quanto il loro legame fosse autentico.

Alla luce di ciò che oggi sappiamo, come cambia il confronto tra Diana e Camilla nella percezione pubblica?

Per certi aspetti Camilla è molto più simile alla Regina di quanto non lo fosse Diana. Hanno interessi comuni, un certo senso della misura, persino passioni condivise come quella per i cavalli, che Diana invece non amava affatto. E poi, col tempo, entra in gioco anche il buon senso. Non si può pensare di costringere una persona a vivere per tutta la vita accanto a qualcuno che non ama. Quel matrimonio era sbagliato fin dall’inizio, e oggi questo lo si riconosce con maggiore lucidità.

Il rapporto con Elisabetta II appare complesso e allo stesso tempo determinante: che tipo di eredità umana e istituzionale gli ha lasciato?

Sono molto diversi, questo è evidente, ma da lei Carlo ha preso il senso del dovere e soprattutto l’esempio. Sa perfettamente come comportarsi, conosce i codici, i tempi, i limiti del ruolo. Da principe ereditario, quando ha espresso opinioni personali, gli è stato subito fatto notare che non poteva farlo, perché la famiglia reale non deve esprimere posizioni politiche. E lui rispose che ne era ben consapevole, ma che si permetteva di farlo proprio perché non era ancora sovrano. Da re non avrebbe più potuto. La madre, infatti, non si esponeva quasi mai. In tutta la sua vita lo ha fatto pochissime volte. Ricordo, per esempio, il G20 di Glasgow, quando sul clima disse: “Speriamo che non restino solo parole”. Aveva un suo linguaggio tutto particolare per comunicare: i gioielli. Le spille erano veri e propri messaggi. Quando arrivò Trump, per esempio, indossò una spilla che le era stata regalata da Obama. In altre occasioni scelse spille legate a momenti specifici, persino a un funerale. Erano messaggi chiarissimi, ma affidati al silenzio. Carlo, invece, è più diretto, più esplicito.

Anche le nuove generazioni, con Kate e Meghan, entrano nel racconto: che impatto hanno avuto sugli equilibri della monarchia contemporanea?

Hanno avuto un impatto enorme, perché rappresentano il futuro. Per molto tempo si è sperato tantissimo nella coppia formata da William e Harry, insieme a Kate e Meghan: i cosiddetti “favolosi quattro”. Sembravano il volto perfetto di una monarchia nuova, più giovane, più vicina alle persone, più internazionale. Poi, però, Meghan non ha accettato il sistema gerarchico della monarchia, le sue regole, i suoi tempi, i suoi vincoli. E Harry, che caratterialmente assomiglia molto a Diana, ha seguito quella strada. Da lì si è aperta una frattura che ha inciso molto sugli equilibri interni.

 

Oggi il futuro della monarchia è chiaramente incarnato da William e Kate, che godono di un consenso altissimo. Accanto al re ci sono anche figure solidissime come Anna, che è di fatto il suo braccio destro, ed Edoardo con Sophie, che svolgono un ruolo importante nella tenuta della famiglia reale. Questa è la monarchia di oggi, ma anche quella che si prepara a diventare la monarchia di domani.

Le tensioni familiari, soprattutto quelle che hanno attraversato negli anni la famiglia reale, quanto incidono sull’immagine pubblica e sulla stabilità della monarchia?

Moltissimo. La storia dei Windsor è stata segnata da momenti molto difficili: basti pensare all’abdicazione di Edoardo VIII o alla morte di Diana. Ricordo un’immagine che per me resta simbolica: il feretro di Diana davanti a Buckingham Palace e la Regina che abbassa il capo. Lo fece perché i sudditi lo chiedevano, perché c’era una pressione fortissima da parte dell’opinione pubblica. Anche l’ingresso di Camilla è stato a lungo un tema delicatissimo. Ma oggi, probabilmente, il problema più pesante è stato quello legato al principe Andrea, perché ha scosso in profondità le fondamenta della monarchia. Gli sono stati tolti titoli e incarichi, facendo ricorso perfino a una legge del 1917. Si è discusso della sua posizione, del danno reputazionale, dell’impatto che tutta la vicenda ha avuto sull’istituzione.

Come si inserisce in questo contesto il ruolo della Regina negli ultimi anni?

La Regina, che aveva novantacinque anni, ha affrontato quella situazione come poteva in quel preciso momento della sua vita e del suo regno. C’era anche un legame personale fortissimo, perché Andrea era il figlio prediletto. Questo elemento umano non può essere ignorato. Molte cose, peraltro, sono emerse o sono diventate più chiare dopo la sua morte. Carlo e William hanno spinto per una linea più dura, più netta, più compatibile con l’idea di una monarchia che doveva cercare di proteggere se stessa. Oggi l’obiettivo è evidentemente contenere il danno, ma il peso di tutta la vicenda resta evidente.

 

Dopo questo lavoro, qual è la chiave di lettura più corretta per comprendere davvero Carlo III e, più in generale, la complessità della monarchia oggi?

Bisogna sempre analizzare tutto con grande attenzione, senza cedere alla tentazione della semplificazione. Da fuori è molto facile giudicare, ma la realtà, soprattutto quando riguarda una famiglia e al tempo stesso un’istituzione, è sempre più complessa di quanto appaia.