Grace Kicaj

Libere di esistere


«Spero che le persone possano essere consapevoli di quello che per molte donne è stato e di quello che ancora è, di quanto i tempi non siano cambiati davvero. Anche se in piccola parte, sarebbe una grande vittoria» racconta l’attrice che nella serie di Michele Soavi interpreta Margherita. L’ultima puntata de “Le Libere donne” in onda martedì 24 marzo su Rai 1

 

 

 

Il suo personaggio entra nella storia delle “Libere donne” con un gesto molto forte e provocatorio. Cosa rappresenta questo gesto?

Quando ho letto inizialmente la sceneggiatura, mi ha subito colpito il rapporto malato con il marito di Margherita, vittima di un uomo violento emotivamente, fisicamente ed economicamente, che pensa solo a impadronirsi di tutta l’eredità di questa ragazza. Mettendosi nuda in piazza, dando scandalo proprio durante la Vigilia di Natale, penso che lo faccia per dire: “è arrivato il momento di porre fine a tutto questo”. Lei sa che è un punto di non ritorno e che così facendo lui l’avrebbe ammazzata. Questa è la conclusione alla quale siamo arrivati anche con il regista, anche se poi le cose non andranno come aveva pensato.

Margherita vive momenti di grande fragilità ma anche di grande forza. Qual è stata la sfida più grande nell’interpretarla?

Margherita è un personaggio molto complesso, perché per tutta la storia è in bilico tra la follia e l’essere presente a se stessa. Quindi c’è il dare e restituire questo senso di follia, di libertà, di tutto, però mantenendo la lucidità e la consapevolezza. Poi, dal punto di vista più personale, ci sono state tante scene di nudo nel corso della storia; quindi, questa è stata una sfida importante per me. Ma principalmente è stato proprio questo: rendere la follia mantenendo la lucidità.

Dal punto di vista emotivo, che tipo di lavoro ha fatto?

Ci ho pensato anche di recente, perché in questi tre mesi e mezzo in cui abbiamo girato la serie sono andata molto di pancia. Non ho pensato tanto, mi sono fidata del mio istinto. Ripensandoci, penso di aver lavorato con tantissima rabbia, talmente tanta che qualsiasi cosa dovessi fare, mi buttavo. È una rabbia che mi smuove fisicamente ed emotivamente, dei sentimenti che forse conoscevo. Mi ha portato anche a fare cose che non pensavo mai di poter fare.

Questa donna entra come Signora Lenzi, ma vuole uscire semplicemente come Margherita…

Vero. C’è una scena all’inizio della serie in cui lei mette proprio il punto su questa cosa: non vuole essere associata a quel cognome. Per tutta la serie andrà alla ricerca di questa libertà, riavere quello che è suo, non essere associata a questo uomo violento. È proprio un’anima pura.

Quando una donna è scomoda?

Una donna che esiste, sembra che basti questo. Una donna che esiste con una propria dignità, che abbia una vita costruita da lei, che vada alla ricerca della propria libertà, che abbia diritto al suo denaro, che si faccia sentire, che alzi la voce, che non voglia essere associata a niente se non a se stessa. È tutto attuale, ed è terribile. È il diritto di esistere.

Cosa vuol dire esprimere la propria libertà?

Avere la possibilità di scegliere della propria vita, e in questo io mi sento davvero una persona fortunata, perché ho potuto esserlo senza problemi. Non mi sono mai fatta dire cosa dovessi fare, né dalla famiglia, né dall’amore o da altro. Penso che questo sia rimanere fedeli alla propria verità, essere padroni di sé. È un discorso molto ampio, ma spero di aver reso l’idea.

Che rapporto si crea tra Margherita e il suo medico?

L’incontro con Mario Tobino, in un luogo dove sembrava impossibile, è il momento cruciale della storia. Lei arriva in manicomio piena di ferite e l’ultima cosa che vuole è fidarsi di qualcuno: tutti per lei sono dei nemici. Quando però incontra questo medico, che non dà per scontato che sia pazza, ma al contrario le dà la possibilità di esistere, si fida totalmente. Questo la travolge, perché diventa anche una storia d’amore che non pensava di poter vivere.

Com’è stato lavorare con Lino Guanciale?

È un attore che stimo molto, una fortuna lavorarci insieme. È una persona umanamente meravigliosa, generosissima. Ci siamo incontrati al provino e abbiamo lavorato subito molto bene, anche senza conoscerci. Quando siamo arrivati sul set c’era già fiducia, come tra Margherita e Tobino. Questo ha reso tutto più facile sul set, mi sono lasciata trasportare.

Cosa spera arrivi al pubblico?

Spero che arrivi consapevolezza. Prima di iniziare ho letto i diari di Virginia Woolf e Sylvia Plath, donne straordinarie, segnate da una grande sofferenza. Le loro storie, le loro parole mi hanno colpito tantissimo, così come quelle di Tobino nel suo libro. Spero che le persone possano essere consapevoli di quello che per molte donne è stato e di quello che ancora è, di quanto i tempi non siano cambiati davvero. Anche se in piccola parte, sarebbe una grande vittoria.

Cosa vuole conservare di Margherita?

L’approccio con cui ho vissuto questa vita, con verità e con fiducia. Spero di conservarli sempre, perché è stato il lavoro più bello che abbia fatto finora.

Ha mai pensato cosa avrebbe fatto al suo posto?

Penso sia inevitabile. Io do molto di me al personaggio, e credo di aver dato tanto a lei e viceversa. La rabbia di cui parlavo è qualcosa di personale che è entrato anche nel personaggio.

Cosa deve colpirla in un progetto?

Un personaggio costruito bene, con una storia concreta da raccontare, per me è fondamentale avere chiaro il suo percorso. Spero di rimanere sempre curiosa e di interpretare ruoli sempre diversi.