GIACOMO GIORGIO

Il coraggio della scelta

 

Nella serie ispirata a una storia vera, ambientata durante il rastrellamento del ghetto ebraico di Roma, l’attore interpreta un giovane medico coinvolto nel salvataggio di centinaia di famiglie grazie all’invenzione del “Morbo K”. Un racconto di memoria, responsabilità e scelte estreme che riafferma il valore del servizio pubblico. «Raccontare questa storia oggi significa assumersi una responsabilità: tenere viva la memoria e ricordare che scegliere il bene è sempre possibile»

 

 

 

Ci presenta il suo personaggio?

Nella serie interpreto il dottor Pietro Prestifilippo, un giovane medico che entra a far parte dell’équipe del professor Prati, interpretato da Vincenzo Ferrera. La storia che raccontiamo prende spunto da fatti realmente accaduti e ripercorre la vicenda umana e professionale di due medici del Fatebenefratelli di Roma che, durante il rastrellamento del ghetto ebraico del 1943, riuscirono a salvare centinaia di famiglie ebree grazie a un inganno geniale: l’invenzione di una malattia altamente contagiosa e letale, il cosiddetto “Morbo K”.

Raccontare storie come questa rientra pienamente nella missione del servizio pubblico: farlo oggi ha un valore fondamentale per tenere viva la memoria collettiva. Cosa rappresenta per lei tornare indietro nel tempo e rivivere quei fatti?

È una delle caratteristiche più profonde del mestiere dell’attore: attraversare epoche lontane o dare voce a chi ci ha preceduto. Un po’ come accade a teatro, quando si riportano in scena testi del passato, classici o meno. In questo caso, oltre a essere un gioco meraviglioso, il lavoro assume un significato ancora più forte: raccontare una storia vera, trasmettere emozioni e farsi carico di una responsabilità sociale importante.

Al di là della tematica, quale atmosfera avete voluto ricreare sul set?

Il set ci ha aiutato enormemente, perché abbiamo girato nei luoghi reali. Le scene ambientate sull’Isola Tiberina sono state girate proprio al Fatebenefratelli originale, così come l’ingresso dell’ospedale che si vede nella serie è il vero cortile dove entrarono i nazisti guidati da Kappler. L’entrata attuale dell’ospedale, infatti, è stata spostata solo successivamente. Essere fisicamente nei luoghi in cui la storia si è svolta ha reso tutto più autentico e ci ha permesso di restituire al pubblico una verità palpabile. Un altro elemento fondamentale è stato il grande affiatamento tra i membri del cast: molti di noi si conoscevano già e con alcuni esiste un legame di amicizia profondo, come con Vincenzo Ferrera o Francesco Patierno. Questo clima di fiducia ci ha permesso di lavorare con serenità, divertendoci anche, ma sempre alla ricerca di qualcosa di vero.

I medici protagonisti di questa vicenda ebbero il coraggio di prendere posizione, rischiando la propria vita. Che valore ha per lei questo gesto?

Per me questo ruolo è stato uno dei più complessi dal punto di vista interpretativo. Ho dedicato moltissimo tempo allo studio del personaggio, concentrandomi soprattutto sulla straordinaria capacità di questi uomini di scegliere ciò che è giusto, anche a costo della propria vita. Oggi non è affatto scontato: spesso l’egoismo prende il sopravvento. Proprio per questo credo che l’amore sia l’unica forza davvero capace di smuovere le persone, quella che ti fa “lanciare il cuore oltre la staccionata” e compiere scelte che vanno oltre te stesso.