FULVIO PAGLIALUNGA
Una fede che resiste alle sconfitte
Dagli stadi come templi ai campioni che diventano simboli, fino alla passione tramandata da padre a figlio. In “Nel nome del pallone”, edito da Rai Libri, l’autore racconta il calcio come un credo collettivo, tra riti, memoria e appartenenza. «È uno dei pochi “per sempre” che possiamo permetterci nella vita»
Da dove nasce l’idea di raccontare il calcio come una religione?
Frequento abitualmente gli stadi e questo mi permette di capire che cosa provano le persone che vivono il calcio. Lo stadio è proprio questo: tante persone che guardano nella stessa direzione, che non si conoscono ma si riconoscono come fratelli perché indossano la stessa sciarpa, tifano per la stessa squadra e hanno lo stesso obiettivo. Io lo vivo così, ma non sono solo: chi segue il calcio con trasporto sente un’appartenenza fortissima.
Che cosa rende il legame con una squadra uno dei pochi “per sempre” della nostra vita?
È un’appartenenza che ci accompagna e coinvolge la nostra quotidianità. Il risultato di una partita può condizionare il nostro umore, la nostra giornata. Poi, al massimo entro una settimana, arriva un’altra partita. Sostanzialmente non ho creato un’idea: me la sono vista sbattere in faccia entrando regolarmente allo stadio, come amo fare perché amo il calcio.
Nel libro gli stadi diventano templi: quanto conta il luogo in cui si vive il tifo?
Praticamente tutto. Già entrare allo stadio ha una sua prassi, una successione di riti: la macchina parcheggiata nello stesso posto, la vestizione, la sciarpa, il posto occupato. È lì che si svolge il rito, quindi quella è la chiesa. È lì che capisci di essere dentro una storia molto più grande di te: una storia collettiva, anche se le altre persone che ne fanno parte potresti non conoscerle affatto.
Lo stadio è anche il luogo in cui si trasmette una passione da padre a figlio…
Quel luogo è probabilmente quello in cui sei andato con tuo padre e in cui hai portato tuo figlio. È dove si passa il testimone, si consegna anche un’eredità di sofferenza, perché il tifo è una forma estrema di sofferenza.
Come si diventa “santi” del pallone? Bastano i risultati o serve qualcosa che vada oltre il talento?
Si diventa santi quando la propria storia, il proprio carisma e il proprio impatto nel mondo del calcio superano l’appartenenza a una squadra. Non basta l’adorazione della propria tifoseria: quella è una forma di fanatismo che racconto anche nel libro. Gaetano Scirea è stato sicuramente il libero storico della Juventus, ma è anche il libero della Nazionale, il libero di tutti. Tommaso Maestrelli non è stato soltanto l’allenatore della Lazio: è stato di tutti. Oppure si diventa santi attraverso il mistero, che caratterizza anche le religioni canoniche. Penso a Carlovich, “El Trinche”, un calciatore argentino che quasi nessuno ha visto giocare, ma intorno al quale si è costruita un’aura mistica: forse era il giocatore più forte del mondo, eppure pochissimi l’hanno visto. Queste figure appartengono a chi nel calcio vede storie, persone, uomini. In quei casi si dimentica l’appartenenza, perché appartengono al calcio prima ancora che a una tifoseria, che naturalmente ha tutto il diritto di rivendicarle.
Quale storia incontrata durante la scrittura del libro l’ha colpita di più, e perché?
Ce ne sono tantissime. Le ho scelte, raccolte e sono particolarmente affezionato a tutte. Naturalmente c’è anche la mia storia, perché il libro nasce da uno stato d’animo personale che è poi quello di molti. È la storia di un ex ragazzo che tifa per una squadra che non ha mai vinto niente: il Taranto. Per molto tempo Taranto è stata la città più grande d’Italia a non aver mai visto la Serie A. La mia squadra ha un suo santo patrono: Erasmo Iacovone. Era l’attaccante che stava portando il Taranto verso la Serie A quando, nel febbraio del 1978, morì in un incidente: la sua auto fu travolta da quella di un ladro in fuga dalla polizia.
Che cosa rappresenta ancora oggi Iacovone per la città e per le nuove generazioni di tifosi?
È la nostra grande tragedia, che però compie anche un miracolo. Taranto è una città che tende a dividersi su tutto, ma il 6 febbraio di ogni anno si ritrova unita in un lutto che coinvolge tutte le generazioni. Chi lo ha visto giocare, come mio padre, che era al suo funerale; chi non ha fatto in tempo a conoscerlo, come me, che avevo poco meno di un anno quando morì; e chi non l’ha mai visto, come mio figlio, che attraverso il racconto ha capito quale eredità e quali storie gli stessi consegnando.
Il tifo può unire, ma anche creare divisioni profonde. Dove passa il confine tra appartenenza e fanatismo?
Il fanatismo porta alle conseguenze estreme. Quello per un calciatore può far sì che la sua immagine superi quella della squadra: si finisce quasi per tifare più per lui che per la squadra. È un aspetto che affronto nel libro. Poi esistono forme estreme di fanatismo dei tifosi che superano l’appartenenza e, purtroppo, generano quelli che nel libro definisco i “martiri del calcio”.
Chi sono i “martiri del calcio” e perché ha scelto di raccontarli?
Sono persone morte per una partita di calcio senza averne la responsabilità, mentre andavano a vivere la propria passione. Penso a Gabriele Sandri, Antonio De Falchi, Vincenzo Paparelli e alle due ragazze vittime del rogo del treno a San Benedetto del Tronto. Non erano persone violente, non vivevano la partita come uno scontro. La vivevano come appartenenza e, andando incontro a quell’appartenenza, hanno incontrato la morte. Esiste quindi un confine che non va oltrepassato. Nel libro ricostruisco una sorta di dieci comandamenti in chiave calcistica. Per “non uccidere” non c’è spazio per reinterpretazioni: nel calcio resta un comandamento vero e proprio.
Tra interessi economici e nuove abitudini del pubblico, sta cambiando questa “religione” collettiva?
Secondo me la religione non sta cambiando. Il calcio naturalmente si adegua ai tempi: non è uno sport che si svolge su un altro pianeta. Quello che oggi chiamiamo “calcio moderno”, usando quasi un’espressione dispregiativa, è ciò che il calcio della nostra giovinezza rappresentava per i nostri genitori. Si evolve insieme al mondo. A garantire la sopravvivenza di questa religione sono l’appartenenza e la fede. Quando dodici squadre europee hanno cercato di creare la Superlega, un campionato internazionale riservato alle più ricche, i primi a ribellarsi sono stati i tifosi, anche quelli delle società coinvolte. Volevano che il calcio restasse uno sport nel quale è sempre più difficile che Davide batta Golia, ma dove Davide possa almeno sfidarlo e, ogni tanto, vincere. È questa imprevedibilità che tutti desiderano.
Nel libro racconta anche la vittoria dell’Argentina ai Mondiali del 2022. Che cosa rappresenta quella festa collettiva?
Messi solleva la Coppa del Mondo, la prima vinta dall’Argentina senza Maradona, ripetendo il gesto che l’ultima volta aveva compiuto proprio Maradona. Lo fa indossando un abito tipico del Qatar: per me è l’immagine del potere politico che cerca di vestire il calcio. Intanto, in Argentina, milioni di persone sono in strada e cantano la stessa canzone, adottata come una preghiera. Festeggiano, pur vivendo in un Paese che in quel momento non aveva molti altri motivi per essere felice. Ma il calcio basta. Finché ci sono quelle persone in piazza, finché c’è qualcuno che canta e sogna, neppure un abito estraneo al calcio, che a mio giudizio ha imbrattato una fotografia storica, può far finire questa religione.
Che cosa vorrebbe che le nuove generazioni custodissero di questo mondo?
Quello che abbiamo custodito noi. Il calcio è uno straordinario strumento di trasmissione di un’eredità. È anche crudele, perché quando facciamo appassionare i figli alla nostra squadra portiamo loro in dote una grande sofferenza: il tifo è anche questo. Ma è una grande condivisione. Quando un padre porta suo figlio allo stadio e gli racconta del centravanti che giocava quando aveva la sua età, gli sta raccontando un pezzo della propria biografia. Sta condividendo la propria storia semplicemente portandolo a vedere una partita. È ciò che potranno fare anche i figli, se avranno ereditato i giusti valori. Significa riconoscere nelle persone che tifano per la tua squadra dei fratelli, fedeli e devoti come te. Significa sapere che quel calciatore storico è il tuo simbolo e che i colori che indossi sono i tuoi colori. La promessa fatta da bambino, spesso inconsapevolmente, magari già nella prima fotografia nella culla con la maglia della squadra, è una promessa che non tradisci a prescindere dal risultato. Anche quando la tua squadra perde, quello resta un patrimonio personale.