Francesco Giorgino
Indaghiamo (probabili) futuri
I fatti e i personaggi della politica e dell’economia, degli esteri, della cronaca, della società. Su Rai 1 torna l’approfondimento del lunedì. «Non ci sono argomenti che possono essere trattati e altri no, serve la capacità di rendere accessibili a tutti anche le cose complesse» dice il popolare giornalista, in onda dal 2 febbraio, in seconda serata su Rai 1 con “XXI secolo”.
Osservare e analizzare il presente per capire dove stiamo andando. Un esercizio che sembra essere di giorno in giorno più complesso…
È esattamente così. Proprio l’iper-complessità del nostro tempo, di quel tempo che le scienze sociali definiscono postmodernità, impone al giornalismo l’adozione di chiavi interpretative nuove, multidisciplinari, ma soprattutto in grado di connettere il passato al presente e il presente al futuro. Viviamo in un tempo che, purtroppo, è connotato dalla presenza di tanti segnali di incertezza. E quando si percepisce l’incertezza c’è anche paura nei confronti del futuro. Il compito di chi fa giornalismo, specie di chi fa approfondimento, non è quello di raccontare esattamente il modo in cui il futuro si realizzerà, perché non siamo indovini, ma quello di indicare, sulla base di evidenze empiriche, e attraverso il ricorso a esperti dei singoli temi, non tanto i futuri possibili, quanto i futuri probabili. Ed è quello che vuole fare “XXI secolo”, una sfida ambiziosa, un compito non facile: siamo nati fin dalla prima edizione con questa funzione specifica.
I nuovi equilibri mondiali, i grandi interessi economici, le guerre, l’Europa che si interroga sul proprio futuro. C’è una chiave che aiuta a capire, a interpretare meglio delle altre, quello che sta accadendo?
Chiave obbligata è la connessione della geopolitica alla geoeconomia e viceversa. Tra questi due ambiti c’è un’interrelazione molto stretta. Ciò che accade in ambito internazionale, sulla base di spinte di chiara matrice politica, ha delle conseguenze dirette e immediate in ambito economico. E parlo della macro e della microeconomia. Ma vale anche il concetto opposto: gli interessi economici stanno sempre più condizionando anche la ricerca di soluzioni e la definizione di nuovi assetti a livello globale. Non so se in questo momento stiamo vivendo più una fase di disordine globale o il presupposto per la definizione di un nuovo ordine globale. Si tratta di una doppia chiave di lettura che siamo obbligati ad applicare proprio partendo dall’attualità internazionale.
Trump, Putin, Von der Leyen, qual è la prima domanda che porresti a ognuno di loro?
A Trump chiederei se ha la consapevolezza dell’esistenza di alcuni limiti alla sua azione e se è disposto davvero a riconoscere all’Europa il ruolo che storicamente merita. A Putin, invece, se vuole veramente la pace con l’Ucraina e a che condizioni reali. Alla von der Leyen chiederei, approfittando del ruolo molto importante che svolge in questo momento l’Italia a livello internazionale, grazie alla determinazione e alla preparazione della premier Giorgia Meloni, come intende rafforzare la presenza dell’Unione Europea per dare ancora più consistenza ad un’azione diplomatica che al momento a livello comunitario si connota ancora per la presenza di elementi di debolezza e di fragilità.
La politica e i politici, come li ha cambiati il nostro tempo?
Credo che questo nostro tempo sia stato connotato, parlo a livello generale e internazionale, da una crisi della rappresentanza a fronte, invece, di una iper-rappresentazione della realtà. Volendo giocare linguisticamente con le parole, vediamo una politica (in quanto politics) molto attenta al potenziamento della rappresentazione di sé nella sfera pubblica mediata e poco attenta di converso alla rappresentanza degli interessi della collettività (policy). In questo momento, in Italia, abbiamo per fortuna una situazione in controtendenza rispetto a quello che ho appena detto, potendo godere della presenza di un governo stabile, forte, credibile e legittimato da un vasto consenso degli elettori. Ecco, credo che le democrazie rappresentative debbano poter beneficiare della presenza di questi meccanismi: una volta che i cittadini hanno deciso a chi affidare la responsabilità della guida del Paese, i governi devono procedere speditamente in direzione del mandato ricevuto.
Quelle di “XXI secolo” sono fondamenta sempre più solide…
Fin dalla sua prima edizione il programma è stato da me pensato con caratteristiche specifiche e distintive, che vogliamo assolutamente mantenere, a partire da una narrazione della realtà che valorizzi anche i fatti positivi soprattutto del nostro Paese e non solo quelli negativi. Credo molto nell’idea del sistema Paese che si garantisce, mettendo insieme e facendo convergere l’azione del pubblico e quella del privato. Secondo elemento del programma è l’uso di un’intonazione narrativa tono pacata e non urlata, come credo si debba fare nel servizio pubblico radiotelevisivo multimediale. Terzo è la vocazione divulgativa del programma: da questo punto di vista si realizza un po’ la convergenza tra le due parti di me, quella più giornalistica e quella più accademica di professore universitario. Credo che tutti i cittadini abbiano diritto di accedere a tutte le informazioni. Non ci sono argomenti che possono essere trattati e altri no. Bisogna rendere accessibili a tutti anche i temi complessi.
La complessità non deve fare paura, dunque…
Assolutamente no e noi di Rai dobbiamo trovare i codici narrativi più giusti per poter restituire il senso di questa complessità: essere capiti da tutti e raccontare il presente con uno sguardo rivolto al futuro.
Come sarà strutturato il programma?
Si parte con un mio editoriale, che può essere la manifestazione di un’opinione, la rappresentazione di un particolare dell’attualità che magari a me piace evidenziare ancora di più agli occhi del pubblico, il racconto di una storia che ci ha colpito particolarmente. La novità di questa edizione è che sarò sempre circondato da un pubblico di giovani universitari, esponenti della cosiddetta Gen Z che potranno rivolgere domande ai nostri ospiti. Nel secondo segmento ci sarà un mio faccia a faccia con personaggi di spicco del mondo della politica nazionale e internazionale, dell’economia, della cronaca. Saranno interviste molto serrate. Ci sarà poi l’approfondimento di un tema che sarà affrontato attraverso la contaminazione di linguaggi diversi: avremo il linguaggio della parola parlato con il talk, quello scritto con le video grafiche, ci saranno le immagini dei reportage dei nostri inviati nei luoghi correlati ai temi della puntata. Ci sarà il linguaggio dei dati, il che significa raccontare la realtà attraverso le evidenze empiriche. Seconda novità di questa edizione è, infatti, l’istituzione di un data media center, che ci fornirà in tempo reale i dati relativi al tema dell’approfondimento, e di un social media center curato da Arcadia, che ci illustrerà gli esiti del parlato digitale sulle questione di cui parliamo in puntata.
C’è un consiglio che, da responsabile di un progetto così importante, non manchi mai di dare ai tuoi collaboratori?
Più di uno (sorride). Essere estremamente rigorosi nella realizzazione del prodotto editoriale, perché è facile incappare in trappole, in insidie. Essere appassionati, perché non credo che la professione del giornalista si possa fare bene se alla base non c’è vera passione. Divertirsi: se ci si diverte viene tutto molto più facile.
Un consiglio che daresti al telespettatore, a chi cerca informazioni chiare e affidabili in questo nuovo mondo mediatico…
In ambito accademico ho sempre sostenuto che in questo frangente storico, in conseguenza della strutturazione dell’ecosistema comunicativo digitale, stiamo assistendo alla separazione, se non talvolta al divorzio, tra le parole informazione e giornalismo. Esiste l’informazione senza giornalismo, qualcosa che viene percepita dal pubblico come informazione anche quando non è prodotta direttamente dal giornalismo in quanto organizzazione professionale, in quanto tale fondata su competenze tematiche, relazionali, tecnologiche e soprattutto deontologiche. Ecco, dico fidatevi dell’informazione fatta dal giornalismo e dall’approfondimento, specie del servizio pubblico, perché noi abbiamo un patto di lealtà col nostro pubblico che si fonda sull’obbligo del pluralismo, della verità, della completezza. Quando parlo di pluralismo non mi riferisco soltanto a quello politico, pur estremamente importante, ma anche a quello sociale, culturale, valoriale e territoriale. La Rai riesce a garantire quotidianamente un racconto della realtà internazionale, nazionale e territoriale.
Direttore, questi nostri tempi moderni, da cittadino e da giornalista, ti fanno più paura o ti danno più curiosità?
In questo momento sicuramente mi producono tanta curiosità intellettuale. Talvolta, c’è la preoccupazione per un futuro che non sempre riesce a essere governato attraverso i parametri e i criteri con i quali abbiamo ragionato finora. Ma la sfida principale è capire che abbiamo bisogno di chiavi ermeneutiche nuove: io sono un ottimista e continuo a pensare che tutti i contesti nei quali si registrano forme di squilibrio o di non perfetto allineamento generano cambiamenti. Il nostro impegno come esseri umani, anche attraverso i comportamenti individuali e non soltanto collettivi, deve portarci a creare i presupposti per un futuro migliore. Ognuno facendo la sua parte.