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Sport, amore, amicizia, coraggio
Eugenio Monti, per tutti il “Rosso Volante”, come lo soprannominò Gianni Brera. “Rosso” per il colore dei capelli e “Volante” perché il volo, la velocità era la sua stessa vita. È tuttora uno degli atleti più titolati al mondo, e la sua storia diventa un film diretto da Alessandro Angelini, in onda lunedì 23 febbraio su Rai 1. A vestire i panni del campione Giorgio Pasotti, mentre Linda Lee, moglie di Monti, è interpretata da Denise Tantucci
Eugenio Monti, per tutti il “Rosso Volante”, come lo soprannominò Gianni Brera. “Rosso” per il colore dei capelli e “Volante” perché il volo, la velocità era la sua stessa vita. È tuttora uno degli atleti più titolati al mondo. Maria Pia Ammirati, direttrice di Rai Fiction, presenta così l’opera: “Ringrazio chi ha permesso a questa storia di arrivare al pubblico, una vicenda particolare, sembrerebbe di nicchia, perché nasce da uno sport meno seguito, ma che in realtà parla a un pubblico molto più vasto. Un grazie particolare a Giorgio Pasotti, che mi ha fatto scoprire Eugenio Monti e ci ha permesso di portare la sua vita sul piccolo schermo, veicolando valori importanti come solo sa fare servizio pubblico. Ringrazio il Presidente Mollicone per aver ricordato l’importanza della narrativa popolare, che noi portiamo avanti con la televisione e con RaiPlay, raccontando spesso grandi personaggi, eroi e antieroi che hanno fatto la storia d’Italia. Quella di Monti è una storia di grande valore civile, che nasce dal suo genio e da quella lealtà sportiva che forse si è un po’ smarrita negli anni, ma che resta il sale di ogni competizione. Lo sport, in fondo, è empatia: capacità di stare con gli altri, apertura verso il prossimo e impegno totale di corpo, mente e cuore. Il mio ringraziamento va alla squadra: a Silvio Napolitano per la scrittura, ad Alessandro Angelini che, da grande regista, ha interpretato magnificamente il racconto, e al cast, con Giorgio che veste i panni del Rosso Volante. La citazione di Brera è emblematica: una penna straordinaria e intuitiva che, con un solo soprannome, ha saputo tratteggiare non solo un personaggio, ma un intero percorso di vita.”
Giorgio Pasotti
Come ha scoperto questa storia?
È avvenuto tutto per caso, ero ospite a un evento del CONI e, a un certo punto, è stato proiettato un breve filmato d’epoca sulle imprese dei grandi campioni del passato. Tra questi c’era il celebre episodio di Innsbruck 1964, dove Monti smontò un bullone dal proprio bob per darlo ai rivali britannici Nash e Dixon. Ne sono rimasto letteralmente folgorato, mi sono chiesto come fosse possibile che una storia di tale potenza etica fosse quasi dimenticata dal grande pubblico cinematografico. Da quel momento è iniziata una ricerca matta e disperatissima, ho iniziato a scavare negli archivi, a leggere biografie, cercare testimonianze dirette a Cortina d’Ampezzo, dove Monti era una vera leggenda. Mi sono ovviamente rivolto a Rai Fiction, perché non volevo solo interpretarlo, ma desideravo che questo progetto avesse il respiro di un’epopea sportiva che parlasse di lealtà prima ancora che di vittorie.
Chi era Eugenio Monti, oltre lo sport?
Non volevo fare un santino, ma raccontare un uomo spigoloso, un montanaro vero che però aveva una nobiltà d’animo fuori dal comune e un legame indissolubile con le sue Dolomiti.
La velocità era il suo mondo, ma nella vita Eugenio è mai riuscito a rallentare?
Ha rallentato solo quando ha conosciuto sua moglie, Linda Lee, nel ’69. Da quel momento ha diminuito la sua velocità, come spesso accade ai campioni che, quando incontrano un sentimento profondo, iniziano a percepire i rischi in modo diverso. Inconsciamente, non vogliono portare il peso emotivo degli affetti nella competizione, perché può diventare pericoloso. Con l’amore, Monti ha rallentato fisiologicamente fino al ritiro dall’agonismo, ma non ha mai abbandonato lo sport.
In che senso?
Nel senso che non bisognerebbe mai abbandonare l’attività fisica. Lo sport aiuta a vivere meglio, a scoprire i propri limiti e ad alzare l’asticella. Fare piccoli progressi quotidiani aiuta ad avere una mente focalizzata e libera dalle tensioni e dalle preoccupazioni della vita. Lo sport è, prima di tutto, salute.
Se avesse avuto la possibilità di incontrare il vero “Rosso Volante”, cosa gli avrebbe detto?
Forse non gli chiederei nulla. Mi basterebbe stargli accanto e respirare la sua grandezza.
Denise Tantucci
Chi è Linda Lee?
È una donna che non sta solo ‘accanto’ a un campione, ma che ne comprende la solitudine. In quegli anni lo sport era eroico e brutale; il mio compito era portare l’umanità dietro il casco e la velocità. È stata una figura fondamentale per Eugenio. Il film racconta i suoi ultimi anni: quelli paradossalmente più gloriosi, segnati dalla medaglia d’oro per il fair play, ma anche dalla consapevolezza della malattia e dell’età che avanza — un fattore determinante nello sport. Linda arriva e usa l’unica arma a sua disposizione: la sincerità. Quella del medico, che non può tacere sullo stato di salute, ma anche quella dell’essere umano che ne incontra un altro e sente di volerlo amare e proteggere. Nel film traspare la paura, ma anche la forza di restargli accanto; Linda impara a “essere pietra” per sostenerlo, anche quando avrebbe voluto solo essere sabbia e lasciarsi andare.
Com’è stato lavorare con Giorgio Pasotti?
Lavorare con Giorgio è stato naturale. Lui ha portato l’ossessione sportiva di Monti, io ho cercato di portargli la terra ferma. C’è una scena in particolare, girata al tramonto tra le cime, in cui abbiamo sentito davvero lo spirito di quegli anni.
Oltre lo sport, la storia di un campione, cosa deve rimanere?
Oggi siamo abituati a tutto e subito. Questa storia parla di attese, di bulloni svitati, di gesti che valgono più di una medaglia d’oro. Spero che i ragazzi della mia età capiscano che il successo non è nulla senza l’eleganza d’animo.”
La storia
- Eugenio Monti, campione di bob, ha 36 anni, ha vinto quasi tutto, ma gli manca l’oro olimpico ed è deciso a conquistarlo ai Giochi Olimpici invernali di Innsbruck. Monti realizza un tempo eccezionale, ma durante la gara si accorge che il rivale Tony Nash ha perso un bullone. Senza pensarci un attimo, gli dà il suo. Un gesto di grande lealtà sportiva che permette agli inglesi di vincere l’oro, mentre l’Italia deve accontentarsi del bronzo. Per il suo eccezionale esempio di fair play, il Comitato Olimpico Internazionale premia Monti con il trofeo Pierre De Coubertin, considerato la più alta onorificenza per un atleta. L’episodio del bullone è il punto di partenza di un racconto che ripercorre i quattro anni che portano Eugenio Monti (“Rosso Volante”, come lo soprannominerà il giornalista Gianni Brera per la sua audacia e il colore dei suoi capelli) a vincere l’agognata medaglia d’oro alle Olimpiadi di Grenoble nel 1968. Quattro anni di tenacia, cadute e speranze di un campione di grande talento che ha sempre sfidato la vita. Una storia di sport, amore, amicizia, coraggio.