FEDERICA PALA

Quella forza nascosta


«Nicole non guarisce completamente, ma riesce a cambiare mentalità» racconta la giovane attrice protagonista del film “Qualcosa di lilla”, che porta in scena su Rai 1 il percorso di crescita interiore e di consapevolezza di una ragazza nella sua battaglia contro un disturbo alimentari. Il 2 aprile in prima serata

 

 

Ci presenta Nicola, la protagonista del film?

Nicole è una ragazza di 15 anni che, nel pieno dell’adolescenza, si trova a vivere un periodo particolare. È molto introversa, non ha tanti amici, a scuola ha praticamente solo un’unica amica con cui condivide la passione per la matematica. A casa, invece, i suoi genitori sono divorziati, quindi l’ambiente familiare è abbastanza scomodo, perché Nicole non ha mai veramente accettato fino in fondo questa separazione. Ha un rapporto conflittuale con la mamma, mentre con il papà condivide ancora il gioco, come se fosse un po’ bambina, anche se, nel corso della storia, questi rapporti evolveranno e cambieranno molto. Sembra una giovane scontrosa, un po’ fredda, non sempre disposta ad aprirsi agli altri, ma in realtà nasconde una grandissima fragilità ed è, fondamentalmente, ancora molto infantile. È proprio per questo che con il papà trova una grande complicità. Questa fragilità emerge poi con l’evolversi del disturbo alimentare.

Cosa l’ha colpito di più di questa ragazza e della sua storia?

Mi ha colpito tanto la forza che la caratterizza, soprattutto nella parte del film in cui vive il suo momento più buio, quando tocca il fondo, e non è scontato. E invece affronterà la sua battaglia, contando sull’amore e sull’appoggio delle persone a lei vicine, ma soprattutto dentro se stessa. Lei non guarisce completamente, ma riesce a cambiare mentalità, a scegliere di affrontare la malattia invece di subirla.

Qual è stato l’aspetto più difficile da mettere in scena?

Io non ho mai vissuto un disturbo alimentare, non so cosa si possa provare in una situazione di questo genere. È una malattia importante e, pur avendo 18 anni, l’ho conosciuta solo attraverso esperienze vicine, per questo è stato quindi complicato rappresentare e dare credibilità a qualcosa che non mi apparteneva. Volevo farlo nel miglior modo possibile, con delicatezza. Per questo, la fragilità fi Nicole non è stata tanto difficile da interpretare, piuttosto da studiare. Poi, lavorando sul personaggio, ho trovato anche dei punti in comune tra me e il personaggio, ed è stato fondamentale.

Ha avuto modo di confrontarti con chi ha vissuto questa esperienza?

Ho avuto delle amiche che hanno affrontato questo percorso, ma è stato molto importante il confronto con Maruska Albertazzi, la sceneggiatrice del film, che ha raccontato la sua storia personale, un confronto che mi ha aiutato a comprendere meglio cosa provi una persona con un disturbo alimentare. Non è una scelta, spesso è un comportamento che viene frainteso, interpretato come un capriccio o una richiesta di attenzione, ma non è così. È una forza molto più potente della volontà della persona, è una vera malattia e serve tempo per affrontarla.

Come viene rappresentato il mondo degli adulti nel film?

Il mondo degli adulti viene mostrato nelle sue difficoltà pratiche, quasi come in un film di denuncia sociale. I genitori, come tutte le persone attorno a chi soffre di un disturbo alimentare, si sentono impotenti e anche colpevoli, quando in realtà non c’è una colpa. Nel film viene detto chiaramente: non è un tribunale. Si evidenziano anche problemi concreti, come le lunghe liste d’attesa per le visite o le difficoltà economiche, non tutte le famiglie possono permettersi cure adeguate, uno psicoterapeuta per esempio. I genitori si sentono impotenti, ma devono comunque essere un punto fermo per una ragazza che non sa dove andare.

Come ha lavorato con gli altri attori, in particolare con i “genitori” Tersigni e Rea?

Con loro ho avuto un rapporto bellissimo, si è subito creato un feeling forte, anche fuori dal set. Con Alessandro, che interpreta mio padre, non mi veniva difficile essere sua “figlia”, anche mio padre nella vita reale ha notato quanto fosse naturale questa relazione. Per me è importante osservare attori più esperti e imparare da loro, ed è stato così anche in questo caso.

E con la regista?

Mi ha affascinato molto il metodo di lavoro della regista Isabella Leoni, si è creata una forte sintonia. Abbiamo lavorato molto sull’ascolto reciproco, cercando di tirare fuori anche cose non scritte. Recitare significa ascoltare l’altro: se ci si concentra solo su se stessi, vengono fuori monologhi e si perde autenticità.

La sua famiglia come ha reagito vedendola in questo ruolo?

Sono rimasti molto colpiti e anche scossi, soprattutto dai numeri legati al disturbo alimentare. Si sono sensibilizzati molto, hanno iniziato a fare più attenzione ai dettagli, e allo stesso tempo si sono sentiti fortunati che non abbia colpito me o mia sorella.

Cosa si aspetta da questo mestiere?

Non so ancora se sarà il mio futuro, sto studiando psicologia all’università, perché credo sia importante costruirsi più strade. Certo, il mio sogno è continuare a recitare, ma ho solo 18 anni e non so cosa succederà domani. Quello del cinema è un mondo che mi affascina tantissimo, ti fa viaggiare, conoscere persone e crescere come individuo.

Cosa significa per lei mettersi alla prova con i provini?

All’inizio era difficile, soprattutto quando ero più piccola, perché sembrava sempre un giudizio su di me. Oggi ho capito che è un giudizio sul personaggio e non sulla persona, anche se resta sempre tanta agitazione: lo vivo come un esame. Allo stesso tempo è un’occasione per imparare, confrontarsi e crescere.