FABRIZIO BRACCONERI
Il talento oltre la disabilità
Con “Lo Spazio Dei Talenti”, in onda su Rai 2 il sabato alle 17.05 e la domenica alle 15.40, l’attore-conduttore racconta la disabilità partendo dalle capacità, dalle famiglie, dalle associazioni e dai percorsi di autonomia. Un viaggio umano e televisivo che accende l’attenzione su storie spesso poco raccontate, senza dimenticare il suo percorso tra cinema, fiction e grande popolarità
Raccontate la disabilità partendo dalle capacità. Quanto è importante cambiare lo sguardo prima ancora del linguaggio?
È fondamentale. Bisogna cominciare a guardare le persone per quello che riescono a fare, per il talento che hanno, per il desiderio di esserci, di partecipare, di sentirsi parte del mondo. Spesso non conosciamo abbastanza queste realtà e proprio per questo è importante raccontarle. Il programma serve anche a dare visibilità a luoghi, associazioni, famiglie e persone che ogni giorno costruiscono qualcosa di concreto. Se attraverso una storia riusciamo ad aiutare qualcuno a sentirsi meno solo, abbiamo già fatto qualcosa di importante.
Nel programma c’è un forte racconto delle famiglie. Quanto pesa e quanto va sostenuto questo amore quotidiano?
Pesa moltissimo, perché quando in una famiglia c’è una persona con disabilità, la vita cambia per tutti. L’assistenza significa mettere la propria vita a disposizione di un’altra persona, spesso ventiquattr’ore su ventiquattro. Anche quando dormi, non sei mai completamente tranquillo, perché il pensiero resta sempre lì. Le famiglie fanno un lavoro enorme, spesso silenzioso, e andrebbero sostenute molto di più. Non basta dire che sono brave o coraggiose: bisogna riconoscere concretamente quello che fanno.
Che cosa ha capito in più, viaggiando, incontrando persone, territori e associazioni?
Ho visto tante realtà straordinarie. Ci sono associazioni che non si limitano ad assistere, ma creano percorsi veri: laboratori, attività commerciali, esperienze di lavoro, luoghi in cui le persone con disabilità possono imparare, partecipare e sentirsi utili. Questo è decisivo, perché l’inserimento nel mondo lavorativo e sociale aiuta a non sentirsi emarginati. Quando una persona entra in un contesto reale, con responsabilità e relazioni, cambia tutto: per lei, per la famiglia e anche per la comunità.
Secondo lei servono più punti di riferimento sul territorio?
Assolutamente sì. Servono strutture, centri, associazioni, persone preparate. In alcune città ci sono realtà che funzionano, in altre le famiglie sono molto più sole. Non tutti hanno la possibilità di accedere agli stessi servizi e questa è una grande differenza. Sarebbe importante creare più luoghi stabili, capaci di accompagnare le persone con disabilità e le loro famiglie nel tempo, non solo in occasioni speciali. La continuità è fondamentale.
Lei ha debuttato al cinema con Carlo Verdone. Che cosa conserva di quell’inizio?
Conservo un ricordo bellissimo. Ero giovane, avevo entusiasmo, incoscienza e tanta voglia di fare. Lavorare con Carlo Verdone è stata una grande occasione e anche una grande scuola. Quando inizi con un’esperienza così importante, ti porti dietro qualcosa per sempre: il modo di stare sul set, il rispetto per il lavoro, l’attenzione ai tempi, alle persone, al pubblico.
Poi sono arrivati anche “I ragazzi della 3ª C”, una serie entrata nell’immaginario di tanti spettatori. Quel personaggio le ha dato molto, ma le ha tolto anche qualcosa?
Mi ha dato tantissimo. Quando un personaggio entra nel cuore del pubblico è sempre una fortuna. Certo, può capitare che la gente continui a identificarti con quel ruolo e faccia più fatica a vederti in altri contesti. Però io preferisco guardare al lato positivo: se dopo tanti anni le persone ricordano ancora quel lavoro con affetto, vuol dire che qualcosa è rimasto. E per chi fa questo mestiere è un regalo enorme.
Dopo tanto cinema e tanta televisione, che cosa cerca oggi in un progetto?
Cerco qualcosa che abbia senso. Un progetto deve lasciarmi qualcosa e, possibilmente, lasciare qualcosa anche a chi guarda. “Lo Spazio Dei Talenti” è un programma diverso, perché parla di vita reale, di famiglie, di difficoltà, ma anche di possibilità. È un programma di servizio, e credo che di questi temi si debba parlare di più, non di meno. Più se ne parla, più cresce la consapevolezza. E quando cresce la consapevolezza, forse si riesce anche a costruire qualche risposta concreta in più.
Qual è il messaggio che vorrebbe arrivasse al pubblico attraverso queste storie?
Vorrei arrivasse l’idea che la disabilità non può essere raccontata solo attraverso le difficoltà. Dietro ogni persona ci sono capacità, desideri, carattere, talento, voglia di esserci. E dietro ogni famiglia c’è un impegno quotidiano enorme, spesso invisibile. Se il programma riesce a far guardare queste storie con più attenzione, più rispetto e meno distanza, allora ha già raggiunto un risultato importante.