EVENTO

Ci vediamo da Lucio

 

La musica che unisce generazioni nel segno di Dalla. In onda il 3 marzo in seconda serata su Rai 2, il programma condotto da Elenoire Casalegno racconta la quarta edizione della rassegna dedicata al cantautore bolognese. Tra premi, nuovi talenti e grandi interpreti, il progetto celebra l’eredità artistica del musicista e il valore di una musica che continua a innovare restando autentica

 

 

Che cosa rappresenta oggi questo progetto nel panorama musicale italiano?

Prima ancora del progetto bisogna pensare a che cosa rappresenta Lucio Dalla per la musica italiana. Io ne sento molto la mancanza e non credo di essere la sola. Parliamo di un artista che ha cambiato le regole della musica, della scrittura, dell’arrangiamento. Era un musicista capace di passare dal pop al jazz, dall’elettronica all’opera, muovendosi con naturalezza tra stili diversi. Sicuramente ha lasciato un segno profondo.

Questa edizione si svolge all’interno della casa di Lucio Dalla, un luogo simbolico e molto evocativo. Che atmosfera si respira registrando proprio lì?

Io in quella casa c’ero stata quando avevo vent’anni e mi colpì fortissimo, perché è un luogo pregno d’arte, che ti avvolge, ti abbraccia, ti circonda. Tornarci dopo quasi trent’anni mi ha dato una sensazione particolare: non sembra la casa museo di un artista scomparso. Quella casa è viva, è come se lui non se ne fosse mai andato. È una sensazione difficile da descrivere, ma non c’è tristezza, anzi: è come se la sua presenza fosse ancora lì.

 

La rassegna è dedicata alle forme innovative di musica e creatività. A suo avviso, che cosa significa oggi innovare davvero nella musica?

Significa non cercare di piacere a tutti a ogni costo, non inseguire le mode o usare scorciatoie per strizzare l’occhio al pubblico. Innovare vuol dire essere se stessi, non scendere a compromessi.

Il programma mette a confronto artisti affermati e nuovi talenti. Quanto è importante creare questo ponte tra generazioni diverse?

È un ponte necessario, non solo nella musica ma in qualsiasi settore. Mia nonna diceva sempre: “Se i giovani sapessero e i vecchi potessero”. È un insegnamento prezioso, perché ciascuno può dare molto all’altro. Le nuove generazioni non devono essere messe a confronto, ma tenute per mano. L’esperienza e l’insegnamento da una parte, l’energia e lo sguardo nuovo dall’altra: non deve esserci contrapposizione, ma unione.

Che immagine della musica italiana emerge da questa edizione?

Un’immagine molto aperta. Lucio era un artista che parlava con tutti, che attraversava i generi, dal jazz in poi. Quando la comunicazione è autentica, questo dialogo è possibile.

Il racconto televisivo oggi è spesso molto veloce, mentre questo progetto sembra voler dare spazio anche all’ascolto e alla narrazione. Pensa che il pubblico senta il bisogno di questo tipo di racconto?

Chi ama la musica sente questo bisogno. Non si può amare la musica italiana senza conoscere Lucio Dalla, senza entrare nella sua dimensione, nella sua vita, nella sua arte. Vale per chi la musica la fa, ma anche per chi la ascolta. E poi Lucio è ancora attualissimo: la buona musica non ha tempo, non ha età. Rimane un capolavoro, un’eredità che resta per sempre.

Dalla musica alla sua conduzione: con una lunga esperienza alle spalle, c’è stata una sfida particolarmente stimolante nel guidare un programma come questo?

È stato molto emozionante, soprattutto tornare in quella casa, rivivere certe sensazioni e scoprirne di nuove, anche attraverso gli aneddoti e le reazioni degli artisti ospiti. Ho visto, per esempio, Malika molto emozionata e felice di partecipare a questo omaggio. È riuscita a emozionare tutti, a strapparci una lacrima. È un’artista che, come Lucio, ama spaziare tra molti stili e riesce a toccarti nel profondo. La tecnica conta, certo, ma non basta. Un artista deve emozionare. La storia della musica è piena di interpreti che magari non avevano una vocalità straordinaria, ma arrivavano dritti dentro. Quando succede, capisci che lì c’è qualcosa di vero.