CLAUDIO BISIO

Attore come sostantivo, comico come aggettivo

 

Un personaggio costruito su misura che unisce ironia e fragilità, tra sfide attoriali, legame con il territorio e passione per la comicità, il RadiocorriereTv incontra il protagonista di “Uno sbirro in Appennino”, il giovedì su Rai 1

 

 

 

Vasco Benassi è un uomo che sbaglia ma resta profondamente umano. Cosa l’ha affascinata di questa sua “umanità imperfetta”?

È la prima volta che interpreto un commissario protagonista in una serie così lunga, per di più su Rai 1: una bella responsabilità, ma anche una grande sfida. La cosa interessante è che il personaggio è stato costruito su di me: è una storia originale, che non è tratta da nessun romanzo. Con un pizzico di orgoglio posso dire che lo sceneggiatore, Fabio Bonifacci, mi conosce molto bene, abbiamo lavorato insieme a diversi film e ha scritto Vasco tenendo conto del mio carattere, delle mie corde, persino delle mie passioni. Per esempio, io sono cintura nera di karate, uno sport che ho praticato quando ero ragazzino, e lo è anche Vasco. Ma soprattutto ha inserito aspetti del mio modo di essere: l’ironia, la leggerezza, ma anche storie forti e più drammatiche.

Quindi anche nelle puntate successive il tono cambia?

Sì, le storie diventano più intense: si va da vecchi casi irrisolti a vicende più cupe, come quelle legate ai serial killer. Però tutto resta filtrato da una certa ironia, che è anche il mio modo di vedere la vita.

Se dovesse descrivere Benassi con un difetto che le appartiene?

Direi la tendenza a fare gaffe. Mi succede spesso anche nella vita reale (ride). Lo si capisce fin dalla prima puntata, durante l’incontro con Amaranta, la giovane poliziotta interpretata da Chiara Celotto, e con altri personaggi in questura, oggetto di tutta una serie di supposizioni sbagliate… Ecco, questa è una situazione “alla Bisio”.

La serie è ambientata nell’Appennino. Cosa racconta questa scelta?

Racconta qualcosa di molto attuale: il ritorno dei giovani nei piccoli borghi. Secondo Bonifacci, che conosce molto bene quelle zone, in particolare quella dove abbiamo girato la serie, dopo lo spopolamento del dopoguerra oggi c’è una riscoperta di questi luoghi. Circa il 60% degli italiani vive in piccole realtà come il nostro “Muntagò”. E nella serie lo vediamo, per esempio, con il giovane figlio della sindaca, il Magico, che decide di tornare a vivere in campagna, nella vecchia casa abbandonata dai genitori, scegliendo così le radici e una vita più autentica.

Cosa rimane addosso a Benassi di questa terra?

All’inizio la odia: torna lì quasi per punizione o per dare spazio a un collega “raccomandato”, il mio rivale interpretato da un bravissimo Antonio Gerardi, nella vita un pezzo di pane, in scena credibilissimo nel ruolo dell’antipatico (ride). Benassi arriva a Muntagò, suo paese d’origine, arrabbiato e deluso, con un passato pesante e sensi di colpa, come si intuisce già nella prima puntata, nella quale si accenna che sua sorella è morta in un incidente stradale mentre lui era alla guida. Pian piano qualcosa cambia e, come spesso accade, quello che inizialmente rifiuti può diventare ciò che impari ad amare. Mi ricorda un po’ il mio personaggio in “Benvenuti al Sud”, Alberto Colombo, prima diffidente e carico di pregiudizi verso il Meridione, poi completamente conquistato dal luogo. Lo stesso accade a Vasco, folgorato dalla bellezza di quelle colline, dei tramonti… e questa non è finzione, è la realtà.

Se Benassi dovesse giudicare Claudio Bisio?

Credo che gli starei simpatico. Ci incontreremmo nel gusto per le battute ciniche, se possibile, e nella ricerca di un’ironia mai scontata, banale o retorica. Come Benassi, anche io amo dire quello che penso.

Ha attraversato teatro, cinema, TV e comicità. Dove si sente più a suo agio oggi?

Mi definisco prima di tutto un attore. La comicità è parte di me, non vi rinuncerei mai: è il mio imprinting, anche se rientra in qualcosa di più grande. Anche quando conduco, come a Zelig, interpreto un ruolo, quello del “bravo conduttore”, come diceva Nino Frassica ai tempi della TV di Renzo Arbore. Qualcuno ogni tanto mi chiede se abbia voglia di mettermi alla prova anche in ruoli drammatici: magari sarebbe una sfida interessante, ma a me piace così tanto far ridere (ride). Direi: attore come sostantivo, comico come aggettivo. Io amo nel profondo gli attori – e le attrici ancora di più (ride) – amo il mio mestiere. Quando a Zelig qualcuno fa una battuta e porta a casa il risultato, io godo proprio. Ho avuto la fortuna di non provare né subire l’invidia, e questo mi piace molto.

Si fida più dell’istinto o dell’esperienza?

Dell’istinto: andando a memoria, mi sembra non mi abbia mai tradito. Ogni tanto provo a uscire dalla mia comfort zone, anche su consiglio di persone fidate, ma quando lo faccio poi me ne pento subito (ride). Ma poi, se questa è la mia caratteristica e mi riesce anche abbastanza bene, perché dovrei farlo?