Lino Guanciale

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Ossessione giustizia

 

Il valore umano e professionale di un progetto che porta sul piccolo schermo una pagina cruciale della storia del Paese: «Non si è trattato più soltanto di girare una bella serie, ma di cercare di restituire il respiro di verità di un momento così importante della storia di tutte e di tutti noi». Il protagonista si racconta al RadiocorriereTv

 

 

Quanto è stato importante il contributo dell’Arma al progetto?

A loro va il mio primo ringraziamento, a tutti quei carabinieri del ROS e del GIS che ci hanno fatto da consulenti durante le riprese. Sono stati determinanti per noi, sia da un punto di vista tecnico e professionale, per garantire la massima veridicità, sia da un punto di vista umano, perché incontrarli ha arricchito profondamente questa esperienza. Non si è trattato più soltanto di girare una bella serie, ma di cercare di restituire il respiro di verità di un momento così importante della storia di tutte e di tutti noi.

Portare sullo schermo una vicenda così centrale per la storia del Paese comporta una grande responsabilità. Come l’ha vissuta?

Quando devi mettere in scena qualcosa di così grande per la storia del Paese e per le sue istituzioni, ne avverti immediatamente il peso. Raccontare uomini e donne che nella vita reale rischiano quotidianamente la propria esistenza, spesso compromettendo la stabilità delle loro relazioni personali per il bene collettivo, è forse l’esempio più chiaro di ciò che dovrebbe fare il Servizio Pubblico, come ha giustamente sottolineato la direttrice Maria Pia Ammirati.

Cosa l’ha convinta ad accettare questo progetto?

Il progetto mi ha interessato tantissimo fin da subito, quando il regista Michele Soavi me ne ha parlato. Ci vedevo l’opportunità non solo di raccontare esistenze eroiche impegnate in imprese straordinarie, ma anche di offrire al pubblico la possibilità di riconoscersi in queste figure. Quello che mi ha colpito di più, e spero emerga chiaramente, è la doppia battaglia che queste persone combattono ogni giorno.

In che senso una battaglia su due fronti?

Da un lato c’è la missione vocazionale: portare a termine un’indagine cruciale come la cattura di un boss di tale pericolosità. Dall’altro c’è la vita quotidiana: come accompagnare i figli a scuola? Come trovare il tempo per gli affetti? Come tenere in piedi un’esistenza emotiva? La grande sfida di questo lavoro era proprio restituire la dimensione del sacrificio e dell’investimento umano di chi svolge ruoli così decisivi per la collettività.

Come ha lavorato per costruire il personaggio di Lucio Gamberale?

Ho cercato di restituire la normalità, una parola oggi complessa, ma necessaria. Lucio Gamberale, come i membri della sua squadra, cerca di coltivare la propria vita al di là del lavoro, pur essendo profondamente appassionato alla costruzione della giustizia per lo Stato. In un caso come questo, la passione può diventare ossessione, e forse è proprio quell’ossessione che conduce a risultati così importanti.

La scena della cattura è uno dei momenti più intensi della serie. Che emozioni avete vissuto sul set?

L’emozione che abbiamo provato sul set speriamo arrivi anche al pubblico. Per girare l’intera sequenza del blitz nella clinica ci è voluta una settimana. Quando si è arrivati al momento della cattura, si era creata un’attesa spasmodica, sia da parte nostra, sia da parte dei Carabinieri presenti. Eravamo felici per tre motivi: perché avevamo concluso la settimana di set più impegnativa, per l’immedesimazione totale nel personaggio e, soprattutto, perché vedere le persone dietro le macchine da presa commuoversi e abbracciarsi è stato profondamente toccante. Era esattamente ciò che ci avevano raccontato fosse accaduto nella realtà.

Quanto è difficile conciliare dedizione assoluta al lavoro e vita privata?

La vera sfida è integrare tutte le parti di sé, dare spazio agli affetti. Il copione era molto chiaro nel raccontare l’indagine, ma suggeriva anche la fatica di tenere insieme i frammenti delle proprie relazioni personali. È su questo che ho cercato di concentrarmi di più: mostrare forza e determinazione, ma anche fragilità e capacità di mettersi in discussione, sia sul lavoro sia in famiglia.

Il tema della fuga di notizie viene affrontato con grande delicatezza. Che riflessione propone la serie?

Il tema è trattato in modo laico e intelligente. Gli investigatori, e Lucio in testa, non si fanno illusioni: è un’eventualità che può accadere. Il male ha un potere seduttivo enorme, sia su larga scala sia nella quotidianità. Questa storia può essere letta come un appello alle coscienze, perché la connivenza non passa solo dai grandi tradimenti, ma anche dall’accettazione silenziosa di certe logiche nella vita di tutti i giorni.

Come ci si oppone alla mancanza di etica della criminalità organizzata?

Semplicemente testimoniando che un altro modo di vivere è possibile. Il racconto mostra come, con la stessa oggettività con cui si analizzano i problemi investigativi, si possa affrontare anche il dubbio, superarlo e continuare a scegliere la responsabilità e la giustizia.

Francesco Giorgino

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Indaghiamo (probabili) futuri

 

I fatti e i personaggi della politica e dell’economia, degli esteri, della cronaca, della società. Su Rai 1 torna l’approfondimento del lunedì. «Non ci sono argomenti che possono essere trattati e altri no, serve la capacità di rendere accessibili a tutti anche le cose complesse» dice il popolare giornalista, in onda dal 2 febbraio, in seconda serata con “XXI secolo”

 

 

 

Osservare e analizzare il presente per capire dove stiamo andando. Un esercizio che sembra essere di giorno in giorno più complesso…

È esattamente così. Proprio l’iper-complessità del nostro tempo, di quel tempo che le scienze sociali definiscono postmodernità, impone al giornalismo l’adozione di chiavi interpretative nuove, multidisciplinari, ma soprattutto in grado di connettere il passato al presente e il presente al futuro. Viviamo in un tempo che, purtroppo, è connotato dalla presenza di tanti segnali di incertezza. E quando si percepisce l’incertezza c’è anche paura nei confronti del futuro. Il compito di chi fa giornalismo, specie di chi fa approfondimento, non è quello di raccontare esattamente il modo in cui il futuro si realizzerà, perché non siamo indovini, ma quello di indicare, sulla base di evidenze empiriche, e attraverso il ricorso a esperti dei singoli temi, non tanto i futuri possibili, quanto i futuri probabili. Ed è quello che vuole fare “XXI secolo”, una sfida ambiziosa, un compito non facile: siamo nati fin dalla prima edizione con questa funzione specifica.

I nuovi equilibri mondiali, i grandi interessi economici, le guerre, l’Europa che si interroga sul proprio futuro. C’è una chiave che aiuta a capire, a interpretare meglio delle altre, quello che sta accadendo?

Chiave obbligata è la connessione della geopolitica alla geoeconomia e viceversa. Tra questi due ambiti c’è un’interrelazione molto stretta. Ciò che accade in ambito internazionale, sulla base di spinte di chiara matrice politica, ha delle conseguenze dirette e immediate in ambito economico. E parlo della macro e della microeconomia. Ma vale anche il concetto opposto: gli interessi economici stanno sempre più condizionando anche la ricerca di soluzioni e la definizione di nuovi assetti a livello globale. Non so se in questo momento stiamo vivendo più una fase di disordine globale o il presupposto per la definizione di un nuovo ordine globale. Si tratta di una doppia chiave di lettura che siamo obbligati ad applicare proprio partendo dall’attualità internazionale.

Trump, Putin, Von der Leyen, qual è la prima domanda che porresti a ognuno di loro?

A Trump chiederei se ha la consapevolezza dell’esistenza di alcuni limiti alla sua azione e se è disposto davvero a riconoscere all’Europa il ruolo che storicamente merita. A Putin, invece, se vuole veramente la pace con l’Ucraina e a che condizioni reali. Alla von der Leyen chiederei, approfittando del ruolo molto importante che svolge in questo momento l’Italia a livello internazionale, grazie alla determinazione e alla preparazione della premier Giorgia Meloni, come intende rafforzare la presenza dell’Unione Europea per dare ancora più consistenza ad un’azione diplomatica che al momento a livello comunitario si connota ancora per la presenza di elementi di debolezza e di fragilità.

La politica e i politici, come li ha cambiati il nostro tempo?

Credo che questo nostro tempo sia stato connotato, parlo a livello generale e internazionale, da una crisi della rappresentanza a fronte, invece, di una iper-rappresentazione della realtà. Volendo giocare linguisticamente con le parole, vediamo una politica (in quanto politics) molto attenta al potenziamento della rappresentazione di sé nella sfera pubblica mediata e poco attenta di converso alla rappresentanza degli interessi della collettività (policy). In questo momento, in Italia, abbiamo per fortuna una situazione in controtendenza rispetto a quello che ho appena detto, potendo godere della presenza di un governo stabile, forte, credibile e legittimato da un vasto consenso degli elettori. Ecco, credo che le democrazie rappresentative debbano poter beneficiare della presenza di questi meccanismi: una volta che i cittadini hanno deciso a chi affidare la responsabilità della guida del Paese, i governi devono procedere speditamente in direzione del mandato ricevuto.

Quelle di “XXI secolo” sono fondamenta sempre più solide…

Fin dalla sua prima edizione il programma è stato da me pensato con caratteristiche specifiche e distintive, che vogliamo assolutamente mantenere, a partire da una narrazione della realtà che valorizzi anche i fatti positivi soprattutto del nostro Paese e non solo quelli negativi. Credo molto nell’idea del sistema Paese che si garantisce, mettendo insieme e facendo convergere l’azione del pubblico e quella del privato. Secondo elemento del programma è l’uso di un’intonazione narrativa tono pacata e non urlata, come credo si debba fare nel servizio pubblico radiotelevisivo multimediale. Terzo è la vocazione divulgativa del programma: da questo punto di vista si realizza un po’ la convergenza tra le due parti di me, quella più giornalistica e quella più accademica di professore universitario. Credo che tutti i cittadini abbiano diritto di accedere a tutte le informazioni. Non ci sono argomenti che possono essere trattati e altri no. Bisogna rendere accessibili a tutti anche i temi complessi.

La complessità non deve fare paura, dunque…

Assolutamente no e noi di Rai dobbiamo trovare i codici narrativi più giusti per poter restituire il senso di questa complessità: essere capiti da tutti e raccontare il presente con uno sguardo rivolto al futuro.

Come sarà strutturato il programma?

Si parte con un mio editoriale, che può essere la manifestazione di un’opinione, la rappresentazione di un particolare dell’attualità che magari a me piace evidenziare ancora di più agli occhi del pubblico, il racconto di una storia che ci ha colpito particolarmente. La novità di questa edizione è che sarò sempre circondato da un pubblico di giovani universitari, esponenti della cosiddetta Gen Z che potranno rivolgere domande ai nostri ospiti. Nel secondo segmento ci sarà un mio faccia a faccia con personaggi di spicco del mondo della politica nazionale e internazionale, dell’economia, della cronaca. Saranno interviste molto serrate. Ci sarà poi l’approfondimento di un tema che sarà affrontato attraverso la contaminazione di linguaggi diversi: avremo il linguaggio della parola parlato con il talk, quello scritto con le video grafiche, ci saranno le immagini dei reportage dei nostri inviati nei luoghi correlati ai temi della puntata. Ci sarà il linguaggio dei dati, il che significa raccontare la realtà attraverso le evidenze empiriche. Seconda novità di questa edizione è, infatti, l’istituzione di un data media center, che ci fornirà in tempo reale i dati relativi al tema dell’approfondimento, e di un social media center curato da Arcadia, che ci illustrerà gli esiti del parlato digitale sulle questione di cui parliamo in puntata.

C’è un consiglio che, da responsabile di un progetto così importante, non manchi mai di dare ai tuoi collaboratori?

Più di uno (sorride). Essere estremamente rigorosi nella realizzazione del prodotto editoriale, perché è facile incappare in trappole, in insidie. Essere appassionati, perché non credo che la professione del giornalista si possa fare bene se alla base non c’è vera passione. Divertirsi: se ci si diverte viene tutto molto più facile.

Un consiglio che daresti al telespettatore, a chi cerca informazioni chiare e affidabili in questo nuovo mondo mediatico…

In ambito accademico ho sempre sostenuto che in questo frangente storico, in conseguenza della strutturazione dell’ecosistema comunicativo digitale, stiamo assistendo alla separazione, se non talvolta al divorzio, tra le parole informazione e giornalismo. Esiste l’informazione senza giornalismo, qualcosa che viene percepita dal pubblico come informazione anche quando non è prodotta direttamente dal giornalismo in quanto organizzazione professionale, in quanto tale fondata su competenze tematiche, relazionali, tecnologiche e soprattutto deontologiche. Ecco, dico fidatevi dell’informazione fatta dal giornalismo e dall’approfondimento, specie del servizio pubblico, perché noi abbiamo un patto di lealtà col nostro pubblico che si fonda sull’obbligo del pluralismo, della verità, della completezza. Quando parlo di pluralismo non mi riferisco soltanto a quello politico, pur estremamente importante, ma anche a quello sociale, culturale, valoriale e territoriale. La Rai riesce a garantire quotidianamente un racconto della realtà internazionale, nazionale e territoriale.

Direttore, questi nostri tempi moderni, da cittadino e da giornalista, ti fanno più paura o ti danno più curiosità?

In questo momento sicuramente mi producono tanta curiosità intellettuale. Talvolta, c’è la preoccupazione per un futuro che non sempre riesce a essere governato attraverso i parametri e i criteri con i quali abbiamo ragionato finora. Ma la sfida principale è capire che abbiamo bisogno di chiavi ermeneutiche nuove: io sono un ottimista e continuo a pensare che tutti i contesti nei quali si registrano forme di squilibrio o di non perfetto allineamento generano cambiamenti. Il nostro impegno come esseri umani, anche attraverso i comportamenti individuali e non soltanto collettivi, deve portarci a creare i presupposti per un futuro migliore. Ognuno facendo la sua parte.

Rai

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CPTV Milano, la prima pietra

 

Al via i lavori per la realizzazione del nuovo centro di produzione multimediale alla Fiera di Milano che entrerà in funzione nel 2029

 

 

La Rai torna alla Fiera di Milano. Alla presenza di Giovanni Bozzetti, Presidente di Fondazione Fiera Milano, Giampaolo Rossi, Amministratore Delegato Rai, Giuseppe Sala, Sindaco di Milano e Attilio Fontana, Presidente di Regione Lombardia, è stato inaugurato il cantiere nell’area tra via Colleoni e via Gattamelata su cui sorgerà un nuovo centro di produzione televisiva di circa 65.000 metri quadrati di superficie totale; al di sopra di un piano interrato comune adibito prevalentemente a parcheggi, saranno realizzati un edificio per uffici di 15 mila metri quadrati distribuiti su 6 livelli fuori terra e spazi polifunzionali all’avanguardia, che ospiteranno 10 sale di registrazione da 290 a 1500 metri quadrati. Il progetto nasce dall’accordo tra Fondazione Fiera Milano e Rai, siglato nel dicembre 2023, che prevede la locazione del nuovo complesso immobiliare per una durata di 27 anni e consentirà a RAI di concentrare in un unico polo produttivo le attività e di disporre di un asset sviluppato secondo criteri di ecosostenibilità. L’edificio avrà una struttura ad elevate prestazioni termiche ed acustiche. Un progetto ambizioso che torna a dare vita a una continuità storica, professionale e anche culturale, riportando la Rai negli spazi della Fiera e rinnovando una collaborazione cominciata nel secondo dopoguerra. Già per la Fiera Campionaria del 1947 all’ingresso di Porta Domodossola, fra le due palazzine degli Orafi, viene installata la prima antenna per le trasmissioni sperimentali. Nella Campionaria del 1952 iniziarono invece le prime trasmissioni televisive, che furono una vera e propria prova generale del primo sistema radiotelevisivo nazionale, che inizierà a trasmettere regolarmente il 3 gennaio 1954 dagli studi di corso Sempione. Negli anni successivi, agli studi di corso Sempione si affianca un padiglione della Fiera concesso in affitto permanente, dove viene costruito un vero e proprio centro di produzione, che comprendeva 3 studi di registrazione. Storica la frase delle annunciatrici “in diretta dagli studi della Fiera di Milano trasmettiamo…”. Gli interventi di rigenerazione dell’area urbana finanziati da Fondazione Fiera Milano, in cui rientra il progetto del nuovo complesso immobiliare, prevedono come oneri a scomputo anche la riqualificazione degli spazi di Piazza Gramsci e la valorizzazione dell’accessibilità di Piazza Gino Valle. «Una giornata simbolo della grande trasformazione che Rai sta compiendo per affacciarsi al futuro con visione e spinta innovativa. Milano è nella storia della Rai e nella storia della televisione, sin da quel 3 gennaio 1954, giorno in cui furono inaugurate le regolari trasmissioni televisive» ha dichiarato Giampaolo Rossi, Amministratore Delegato Rai. “E la prima pietra che poggiamo oggi per il nuovo Centro di Produzione raccoglie questo testimone storico. Nel solco di questi straordinari decenni oggi ci affacciamo al futuro e lo facciamo interpretando al meglio le esigenze mutate e i cambiamenti in atto: il nuovo Centro di Produzione milanese viene costruito con i più avanzati criteri tecnologici, di sostenibilità, in linea con le nuove modalità di lavoro, per garantire una migliore efficienza economica, funzionale e ambientale. Un’operazione coerente con i grandi obiettivi del nostro nuovo Piano Industriale che consentirà a Rai di confermare la propria centralità tra i grandi broadcaster internazionali”.

 

PILAR FOGLIATI

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Qualcosa di scritto…

 

Tra scienza e immaginazione, il racconto di donne e uomini che osano sognare. L’attrice racconta la nuova stagione di “Cuori”, tra sfide professionali, rivoluzioni culturali e storie d’amore predestinate

 

 

Cuori racconta di medici che hanno immaginato il futuro quando ancora non esistevano né strumenti né certezze. Cosa l’ha colpito di più di questo racconto di coraggio e visione?

Negli anni Sessanta c’era una voglia di immaginare qualcosa di grande, anche solo generare il desiderio di andare sulla luna, fa comprendere quale fosse lo spirito del tempo. Tutto sembrava possibile e l’Italia era un hub di ricerca importante a livello mondiale. Raccontare questa equipe medica alle prese con grandi scoperte scientifiche, nuove sfide, ricerche mediche all’avanguardia, è sempre affascinante. Come quello dell’insegnante, anche quello del medico credo sia un mestiere necessario, e mi ha colpito molto la capacità di questi professionisti di unire scienza ed emozioni. Comunicare ai parenti come sta un paziente richieda molta empatia, non solo competenza.

Come attrice, ma anche come persona, si sente più vicina alla razionalità della scienza o alla follia dell’immaginazione?

Bella domanda! Direi la seconda, è un augurio che faccio prima di tutto a me stessa. Se siamo vivi in terra, vale la pena vivere un po’ così, condizionati dalla follia dell’immaginazione.

Quindi anche nel lavoro si concedi la libertà di osare?

È qualcosa a cui do un gran valore e su cui sto lavorando. Imparare a osare, a essere più coraggiosi, mi sembrano dei buoni propositi per l’anno. Siamo ancora a gennaio, ancora si può (ride)!

In questa nuova stagione arriva un nuovo primario che sposterà gli equilibri alle Molinette. Come si pone Delia nei confronti di questo nuovo assetto?

Delia ha fatto molta fatica ad affermarsi in un ambiente maschile, poco incline ad accettare a una donna di potere. Quando il nuovo primario si rende conto che all’interno dell’ospedale ha una voce autorevole, che tutti l’ascoltano, si chiede, stupito, chi sia questa Delia Brunello. Con Luciano La Rosa (il nuovo primario interpretato da Fausto Maria Sciarappa) deve ricominciare daccapo, lui le taglia inizialmente i fondi della ricerca, ma lei non molla e, alla fine, lo aiuterà nella cura di una malattia rara che ha colpito suo figlio, conquistandosi rispetto e fiducia con competenza e diagnosi azzeccate. Delia non cerca uno spazio femminile dentro un ambiente maschile, ma uno spazio professionale basato sulla qualità del suo lavoro, senza distinzioni di genere. Il suo è un ragionamento molto rigoroso, in linea con la sua personalità.

E riguardo alla rivoluzione culturale degli anni ‘70, come la attraversa il personaggio?

Ogni stagione ha un grande evento storico, in questa stagione si parte dal 1974, l’anno del diritto al divorzio. Delia è una donna moderna, si specializzata negli Stati Uniti; torna in un Paese un po’ più indietro, ma ha una visione chiara del futuro. Affronta tutto con determinazione, dall’ostacolo di pazienti che non vogliono essere visitati da una dottoressa, fino alla conciliazione tra lavoro e maternità.

Quello che ancora accade…

Incredibile! Io immagino la dottoressa Brunello che accende la tv e vede dei servizi sulle lotte femministe, sulla fatica di essere donna, e poi penso a me stessa guardare un telegiornale e sentire, oggi, più o meno le stesse cose.

Secondo lei Delia potrebbe aver mai pensato di tornare negli Stati Uniti?

Probabilmente no. Delia è nata con la missione della medicina e, anche se l’Italia va male, il suo romanticismo e patriottismo la farebbero restare. È triste quando i nostri cervelli migliori fuggono all’estero. Esistono grandi competenze e genialità, ma manca un vero sostegno da parte dello Stato, che probabilmente non crede fino in fondo al valore della ricerca, dell’innovazione, del progresso.

Delia e Alberto, sempre divisi tra amore e responsabilità. Secondo lei, è più difficile rinunciare a un sogno o a una persona?

Il sogno senza qualcuno con cui condividerlo non ha lo stesso senso. Rinunciare a una persona che dà senso ai tuoi sogni è più doloroso, credo. Alla fine, come dicevano i Greci, siamo tutti animali egoisti, pensiamo esclusivamente alla nostra costruzione personale.

In questa stagione entra anche un sensitivo che fa vacillare la fede cieca nella scienza di Delia…

Sì, è un paziente ispirato a Gustavo Rol, che riuscirà a diventare amico della Brunello, pur essendo due personalità opposte. Lui le mostra un punto di vista diverso sulle cose umane, quelle del cuore, che non possono essere dimostrate.

C’è un interrogativo che condividi con Delia?

Forse se esistono amori predestinati, quanto sia scritto in amore. Credere nel destino quando si ha a che fare con i sentimenti mi piace molto, una sorta di “serendipity”. Va oltre il romanticismo, è bello abbandonarsi all’idea che ci sia qualcosa di scritto per noi, perché è una coccola per la mente piena di ansie. È molto tematico per Delia e Alberto, due che provano da una vita a stare insieme, tutto è contro di loro, eppure resistono. Perché è scritto (ride).

D’altra parta per la serie potremmo dire “Cuori e batticuori”…

Sarebbe un titolo perfetto! Pensa che inizialmente la serie si sarebbe dovuta chiamare “Cuori coraggiosi”.

Cosa le fa battere il cuore, al di là dell’amore?

Mia sorella piccola che a diciott’anni mi chiede consigli. È un momento concreto che mi rende felice.

Che cosa rimane in lei delle donne della sua vita?

Mia madre è un esempio di resilienza: ha avuto tre figli a 23 anni, quando aveva appena iniziato la sua carriera da giornalista. Quando siamo cresciuti, a quarant’anni ha ricominciato tutto, si è laureata in Bioetica con 110 e lode, lavorando con grande determinazione.

Come si trova a lavorare tra televisione, cinema e teatro?

Mi piace moltissimo essere un volto televisivo, lavorare in Rai, avere una parte “nazional popolare”, perché, come Delia, anche io ho uno spirito romantico, amo lavorare nel mio Paese. Nel cinema ho avuto la fortuna di incontrare Giovanni Veronesi, con cui ho scritto la mia opera prima, che mi ha reso veramente felice. Il cinema italiano ha delle difficoltà economiche e di riconoscimento, ma il genio e il talento non mancano. Bisogna solo crederci e valorizzarlo, pensando che anche questo sia un settore industriale fondamentale, capace di produrre valore. Bisogna prendersene cura.

E come si prendi cura di se stessa?

Sono molto disciplinata e rigorosa, questo è il modo in cui mi prendo cura della mia professione e di me stessa. È un modo per rispettare me stessa, il lavoro e le persone con cui condivido un pezzo di vita.

A quali progetti si sta dedicando ora?

Ho appena iniziato a girare una serie per la Rai, tratta dal libro di Alessia Gazzola, “Una piccola formalità”. Nel cast ci sono anche Lorenzo Richelmi, Alessio Boni, Stefano Rossi Giordani.

GIULIA VECCHIO

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Peperoncino, sorrisi e ironia

 

Al timone della seconda stagione di “Hot Ones Italia” su RaiPlay, l’attrice si racconta al RadiocorriereTv: «Sono curiosa, fare domande è parte del mio modo di essere. Gli ospiti? Cerco di condividere le energie e di trasmettere loro accoglienza»

 

 

Cosa ha pensato quando le è stato proposto di condurre “Hot Ones Italia”?

La proposta mi ha molto gasata da subito… parlo già in maniera giovanile vedendo che andiamo su RaiPlay (sorride). Il programma in America è seguitissimo, e poi il mio predecessore in Italia è Alessandro Cattelan, un conduttore che stimo tantissimo e che ha coltivato bene il terreno. Fare delle interviste con grossi ospiti per me è una novità, il mio riferimento è Francesca Fagnani con il suo “Belve”. Mi chiedo, riuscirò ad essere così piccante?

Come si pone di fronte a un ospite pronto ad assaporare alette e domande?

In ascolto, cerco di coglierne l’energia. Sono un’attrice e non voglio assolutamente snaturarmi, sostituirmi a chi conduce da giornalista o a chi fa conduzione pura.  A prescindere dalla piccantezza delle domande e delle alette, se l’ospite che ho di fronte è a disagio o ha paura, cerco di trasmettergli accoglienza.

E se si accorge che in qualche modo il suo interlocutore “svicola” per non rispondere?

Ne ho avuto uno che era molto bravo, bravo a fare show, ed è stato il suo forte (sorride). In questi casi la cosa importante è tenere il punto su ogni domanda.

Quanto ha deciso di affondare il coltello nel privato dei suoi ospiti?

Il nostro non è un programma di gossip, e proprio per questo cerco sempre di capire quanta disponibilità ci sia dall’altra parte. Ci sono delle cose private che possono anche fare male, deve sempre essere l’intervistato a decidere cosa condividere con il pubblico della propria vita.

Le capita di pensarsi nei panni dell’intervistato, alle prese con risposte da dare e alette da assaggiare?

Quando prepariamo le interviste mi chiedo sempre come risponderei se fossi al posto degli ospiti. Sono una grande curiosona e fare domande è parte del mio modo di essere. Mi succede anche con gli amici a casa, spesso, dopo qualche minuto, mi chiedono: “ma è partito il quiz”? (sorride). Lo faccio sempre con simpatia e ironia.

A Giulia piace più intervistare o rispondere a un’intervista?  

Mi piace molto aprirmi, parlare, sviscerare i sentimenti, ma credo che sia nel ruolo dell’intervistata, che in quello dell’intervistatrice, l’elemento centrale sia l’ascolto. Da intervistata apprezzo che chi sta dall’altra parte sia in reale sintonia con me e segua per davvero quello che sto dicendo.

Peperoncino americano o italiano? Cosa c’è di diverso nelle due versioni del programma?

Le direi peperoncino italiano, ma solo per una questione di gusto. Nella vita non sono una grande fan delle salse, prediligo i sapori caserecci. Per quanto riguarda il programma, credo che quello americano sia molto più strong, i loro ospiti, nonostante l’intervistatore sia abbastanza sulle sue, hanno il senso della performance e reagiscono al piccante in maniera molto esasperata… “oh.. wow… amazing…” (sorride), cosa che in Italia accade più raramente. Aspetto molto positivo della nostra edizione è invece che gli italiani parlano tanto e hanno qualcosa da dire anche quando assaggiano l’aletta più piccante… Non li ferma proprio niente.

Quanto peperoncino c’è nella sua vita?

Tantissimo, infatti ho costantemente la gastrite…. sono la persona meno indicata a fare questo programma (sorride). A dire il vero la mia gastrite non deriva dal cibo piccante, ma dal tanto peperoncino che devo combattere ogni giorno.

Che cosa significa per lei lavorare nel Servizio Pubblico?

Vengo da una famiglia che ha sempre tenuto acceso la televisione su Rai 1 (sorride). Insieme a mia mamma, da bambina, guardavo “Carramba che sorpresa” di Raffaella Carrà e i programmi dei grandi della tv che sono passati dalla Rai. I miei primi lavori li ho fatti qui, e anche oggi, lavorare in un’azienda che mi ha insegnato tanto, è gratificante.

Tv o piattaforme, da spettatrice cosa preferisce?

Sono più una da tv perché sulle piattaforme rischio di perdermi. Amo la televisione anche per la compagnia che fa, certo, facendo questo mestiere e sapendo come si fanno i programmi, la guardo con senso critico.

Un programma che non può perdere?

“I Simpson”, li seguo sempre all’ora di pranzo quando mi metto a tavola. Mi divertono le loro contraddizioni, le loro storie, il senso di libertà.

Giulia e le imitazioni, cosa deve avere un personaggio perché lei decida “di farlo suo”?

Deve avere tridimensionalità, devo poterlo immaginare ovunque, come va a fare la spesa, cosa fa a casa, e poi deve avere una forma di grottesco, qualcosa per cui non si rende conto di essere veramente molto buffo.

Perché non perdere una puntata di “Hot Ones Italia”?

Perché tutti gli ospiti si sono veramente aperti e il piccante li ha fatti entrare in uno stato parallelo di libertà e di scioglimento. Ci saranno dichiarazioni molto belle.

 

GIACOMO GIORGIO

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Il coraggio della scelta

 

Nella serie ispirata a una storia vera, ambientata durante il rastrellamento del ghetto ebraico di Roma, l’attore interpreta un giovane medico coinvolto nel salvataggio di centinaia di famiglie grazie all’invenzione del “Morbo K”. Un racconto di memoria, responsabilità e scelte estreme che riafferma il valore del servizio pubblico. «Raccontare questa storia oggi significa assumersi una responsabilità: tenere viva la memoria e ricordare che scegliere il bene è sempre possibile»

 

 

 

Ci presenta il suo personaggio?

Nella serie interpreto il dottor Pietro Prestifilippo, un giovane medico che entra a far parte dell’équipe del professor Prati, interpretato da Vincenzo Ferrera. La storia che raccontiamo prende spunto da fatti realmente accaduti e ripercorre la vicenda umana e professionale di due medici del Fatebenefratelli di Roma che, durante il rastrellamento del ghetto ebraico del 1943, riuscirono a salvare centinaia di famiglie ebree grazie a un inganno geniale: l’invenzione di una malattia altamente contagiosa e letale, il cosiddetto “Morbo K”.

Raccontare storie come questa rientra pienamente nella missione del servizio pubblico: farlo oggi ha un valore fondamentale per tenere viva la memoria collettiva. Cosa rappresenta per lei tornare indietro nel tempo e rivivere quei fatti?

È una delle caratteristiche più profonde del mestiere dell’attore: attraversare epoche lontane o dare voce a chi ci ha preceduto. Un po’ come accade a teatro, quando si riportano in scena testi del passato, classici o meno. In questo caso, oltre a essere un gioco meraviglioso, il lavoro assume un significato ancora più forte: raccontare una storia vera, trasmettere emozioni e farsi carico di una responsabilità sociale importante.

Al di là della tematica, quale atmosfera avete voluto ricreare sul set?

Il set ci ha aiutato enormemente, perché abbiamo girato nei luoghi reali. Le scene ambientate sull’Isola Tiberina sono state girate proprio al Fatebenefratelli originale, così come l’ingresso dell’ospedale che si vede nella serie è il vero cortile dove entrarono i nazisti guidati da Kappler. L’entrata attuale dell’ospedale, infatti, è stata spostata solo successivamente. Essere fisicamente nei luoghi in cui la storia si è svolta ha reso tutto più autentico e ci ha permesso di restituire al pubblico una verità palpabile. Un altro elemento fondamentale è stato il grande affiatamento tra i membri del cast: molti di noi si conoscevano già e con alcuni esiste un legame di amicizia profondo, come con Vincenzo Ferrera o Francesco Patierno. Questo clima di fiducia ci ha permesso di lavorare con serenità, divertendoci anche, ma sempre alla ricerca di qualcosa di vero.

I medici protagonisti di questa vicenda ebbero il coraggio di prendere posizione, rischiando la propria vita. Che valore ha per lei questo gesto?

Per me questo ruolo è stato uno dei più complessi dal punto di vista interpretativo. Ho dedicato moltissimo tempo allo studio del personaggio, concentrandomi soprattutto sulla straordinaria capacità di questi uomini di scegliere ciò che è giusto, anche a costo della propria vita. Oggi non è affatto scontato: spesso l’egoismo prende il sopravvento. Proprio per questo credo che l’amore sia l’unica forza davvero capace di smuovere le persone, quella che ti fa “lanciare il cuore oltre la staccionata” e compiere scelte che vanno oltre te stesso.

AL CINEMA

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Le cose non dette

 

Dal 29 gennaio nelle sale il nuovo film di Gabriele Muccino con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini

 

 

Carlo ed Elisa, coppia affermata e brillante, vivono a Roma tra successi, abitudini e un amore che, forse, non è più quello di una volta. Lui è un professore universitario e scrittore in crisi creativa, lei una giornalista brillante e stimata anche all’estero. In cerca di nuovi stimoli, partono per il Marocco insieme ai loro amici di sempre, Anna e Paolo, e alla loro figlia adolescente, Vittoria. Tra dinamiche irrisolte, segreti e sguardi che confondono i confini e mettono in discussione certezze acquisite, il gruppo si trova a fare i conti con ciò che nessuno avrebbe mai voluto affrontare. E poi arriva Blu, giovane studentessa di filosofia di Carlo, misteriosa presenza che accende interrogativi e tensioni. In un paesaggio lontano, caldo e immobile, i rapporti si tendono, si rivelano, si trasformano. Perché a volte basta una crepa minuscola per far crollare tutto ciò che sembrava stabile. E perché forse non conosciamo mai davvero chi ci sta accanto.  Il film è diretto da Gabriele Muccino ed è tratto dal romanzo “Siracusa” di Delia Ephron, autrice della sceneggiatura insieme allo stesso Muccino. Accanto ai protagonisti Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini, completano il cast Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo. Il direttore della fotografia è Fabio Zamarion, il montaggio è di Claudio di Mauro. La scenografia è curata da Massimiliano Sturiale e i costumi da Angelica Russo. La colonna sonora è composta, prodotta e diretta da Paolo Buonvino; la canzone originale “le cose non dette” vanta la firma di Mahmood, uno degli artisti più influenti della scena contemporanea. “Le cose non dette” è prodotto da Lotus Production, una società Leone Film Group, con Rai Cinema in associazione con Asa Nisi Masa. Il film uscirà nei cinema il 29 gennaio distribuito da 01 Distribution.

VINCENZO FERRERA

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Diverso da me

 

«Mio padre mi voleva medico, ma ho scelto di fare l’attore. A quasi 53 anni mi godo l’affetto del pubblico e un ruolo da protagonista». L’attore siciliano, che in “Morbo K” su Rai 1 veste i panni del professor Matteo Prati, si racconta al RadiocorriereTv: «Ho avuto la fortuna di incontrare ruoli bellissimi»

 

 

Come è stato il suo incontro con questa storia vera?

Sono rimasto stupito, quella che portiamo sullo schermo è una storia realmente accaduta che non conoscevo e che in pochi conoscono. Nessun libro di storia ne ha mai parlato. Insieme allo stupore, ho provato grande gioia perché si tratta di un fatto assolutamente incredibile. Quando guardiamo i film sull’Olocausto sappiamo che il finale, purtroppo, sarà tragico. Quello raccontato da “Morbo K” è un unicum, in cui i protagonisti riescono a salvare un centinaio di vite.

Lei interpreta il professor Prati, un medico coraggioso e dal grande cuore…

La storia ci porta ai giorni, drammatici, del rastrellamento del Ghetto di Roma nel 1943. Gli ebrei si trovano a scappare alla deportazione cercando rifugio anche al Fatebenefratelli, ospedale sull’Isola Tiberina a poca distanza dalle loro case. Lì trovano un gruppo di medici che, guidati dal mio personaggio, il professor Matteo Prati, pur di difenderli decide di inventare una malattia, una sorta di covid ante litteram, chiamato morbo k. È un nome di fantasia, forse una provocazione ai gerarchi nazisti di stanza a Roma, generale Herbert Kappler in primis. I fatti, come la nostra storia, ben raccontano il grande coraggio di medici che anche in un momento tragico riescono a prendere in giro i tedeschi. Con l’aiuto dei loro assistenti, convincono gli ebrei a fingersi malati, affetti da gravi problemi gastrointestinali e respiratori. Nel timore di rimanere contagiati, i nazisti non si avvicinarono al Fatebenefratelli.

Cosa prova di fronte ai medici protagonisti della vicenda?

Li guardo con grande umiltà e rispetto. Raramente nascono persone che possono diventare dei santi e degli eroi. Quegli uomini hanno messo a rischio la propria vita pur di salvarne altre, per fare del bene al prossimo. Mi sono chiesto come avrei reagito al loro posto e credo che non avrei avuto il loro stesso coraggio.

Quale tassello rappresenta questo progetto nella sua carriera?

La possibilità e la responsabilità di interpretare un ruolo da protagonista: spero di avere dimostrato di poterlo fare. Beppe di “Mare fuori” è senza alcun dubbio un personaggio tremendamente importante per me, mi ha cambiato la vita, ma è un personaggio corale all’interno di un contesto in cui ci sono più persone che hanno la responsabilità della narrazione.

L’educatore Beppe o il professor Prati sono personaggi che trasudano umanità. Cosa deve avere un ruolo perché lei decida di farlo suo?

Sarei veramente poco obiettivo se le dicessi che mi offrono migliaia di sceneggiature e di ruoli, e che io decido in maniera oculata a quale prendere parte. Posso però dire di avere avuto, sino a ora, la fortuna di incontrare personaggi bellissimi. Penso anche alla serie “Per Elisa – Il Caso Claps”. Quello di papà Antonio è stato un ruolo estremamente silenzioso, lui aveva poche battute, ma ho capito che anche in quel silenzio avrei potuto dire la mia. Paradossalmente, è uno dei personaggi che più fanno rumore all’interno di quella storia. Penso anche al maestro Crescenzi in “Belcanto”. Sono un musicista e mi divertiva essere, sulla scena, un professore cattivo. Ho avuto la fortuna di vestire pelli molto diverse tra loro, cambiare è un privilegio. Mi diverte moltissimo anche il fatto di poter essere diverso da me.

Cosa c’è nell’attore che lei è oggi del ragazzo che tanti anni fa, a Palermo frequentava la scuola del Teatro Biondo…

La voglia, la vocazione, la scelta di questo mestiere, perché ero convinto di saperlo fare e di poterlo fare. Una “vittoria” anche sui miei genitori che non credevano che questa potesse essere la strada giusta. Mio padre era un medico e voleva che seguissi la sua. Porto con me l’orgoglio di avercela fatta con le mie forze, con i miei sacrifici. Ho trent’anni di teatro alle spalle, sono diventato medio-popolare quando ne avevo quarantotto.

Com’è cambiato, negli anni, il suo essere attore?

Sono quello di sempre, a essere cambiata è la mia consapevolezza. So di essere un bravo attore, ma sono soprattutto orgoglioso del modo con cui ho fatto questo percorso, della purezza con cui ho affrontato il mestiere.

C’è un complimento del pubblico che le fa particolarmente piacere?

Quando mi dicono che i miei occhi esprimono verità, che sono credibile nei ruoli che interpreto. Accade spesso con il personaggio di Beppe, un educatore. Pensi che in passato mi chiamavano nei dibattiti nelle carceri per parlare proprio di quella importante professione e che molte persone erano convinte che lo facessi per mestiere. Ma il mio mestiere è quello dell’attore (sorride).

Teatro, tv, cinema, che spettatore è?

Il teatro preferisco farlo sul palco. Sono invece uno spettatore assiduo di serie televisive. Amo il crime, i documentari crime, in questo caso sono molto esterofilo.

Chi è Vincenzo Ferrara fuori dal set?

Una persona normalissima (sorride), umile e simpatica, nonostante oggi, a quasi 53 anni, cominci ad appropriarmi un po’ di quella presunzione che avrei dovuto avere già prima. Non amo gli attori che si prendono sul serio, che credono che questo mestiere sia incredibilmente trascendentale, quando invece è un mestiere come un altro. Insomma, vivo il mio lavoro come un lavoro.

Cosa la rende felice?

Sapere che mio figlio è in salute e che non starò, non sarò, mai solo.

Cosa dice suo figlio del papà attore?

Penso sia orgoglioso. I ragazzi non dicono mai niente, anche per timidezza, ma la scuola intera sa che suo padre è Beppe di “Mare fuori” (sorride). Detto questo l’unica cosa positiva è che non vuole fare l’attore: probabilmente farà il medico come il nonno. Insomma, tutto torna.

GIORGIO CALCARA

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Nell’universo di Franco Battiato

 

“Battiato svelato” racconto un artista che ha attraversato musica, filosofia e sperimentazione senza mai fermarsi a una sola definizione. Edito da Rai Libri, il volume mette insieme ricordi, visioni ed episodi di musicisti, intellettuali e amici che hanno condiviso con il maestro siciliano pezzi di strada: da Vincenzo Zitello e Gianfranco D’Adda, da Simone Cristicchi a Vittorio Sgarbi, Marco Travaglio, Michele Lobaccaro, Pietrangelo Buttafuoco, Syusy Blady e altri ancora.

 

 

Qual è stata la domanda che si è posto prima di curare un libro su Franco Battiato?

La prima cosa che mi sono chiesto è stata se servisse davvero un altro libro su Battiato. Ci sono già biografie, saggi, interviste, materiali televisivi e online. Io non avevo autorizzazioni per una biografia ufficiale e non volevo farne un’altra. Allora mi sono chiesto che tipo di libro potesse avere davvero senso. La risposta è arrivata pensando a tutte le persone che con lui avevano lavorato, studiato, vissuto esperienze: musicisti, collaboratori, amici. Ho pensato che forse, invece di raccontarlo “da fuori”, fosse più interessante lasciare che fossero loro a raccontarlo, senza mediazioni, senza filtri.

C’è stato un confine che ha scelto consapevolmente di non attraversare in questo libro?

Non ho voluto imporre una mia interpretazione. Ho lasciato liberi tutti gli intervenuti di parlare attraverso il cuore. Senza forzarli in una direzione, senza guidarli. Ed è stato sorprendente scoprire che, pur arrivando da mondi diversi, tutti restituivano più o meno la stessa immagine: quella di una persona profondamente generosa, curiosa, attenta alla vita, all’esistenza, agli altri. Questo mi ha molto colpito, perché da tante voci emergeva un’unica figura.

Qual è il tratto umano che l’ha sorpresa di più raccogliendo queste testimonianze?

Mi ha colpito la molteplicità delle sue vite. Battiato non era solo un autore o un cantante: era poeta, musicista, sperimentatore, cineasta. Nel libro emergono anche aspetti meno noti: per esempio il fatto che disegnasse, che fosse stato illustratore, che cantasse in dialetto salentino, che avesse attraversato linguaggi e territori culturali molto diversi. Tutto questo compone un universo creativo molto più ampio di quello che normalmente si conosce.

Ed era anche un grande sperimentatore…

All’inizio degli anni Settanta portò in Italia strumenti elettronici come il sintetizzatore VCS3, prima ancora di artisti come Brian Eno. Le sue ricerche sonore, i collage musicali, le strutture sperimentali lo collocano pienamente dentro l’avanguardia. Ma la cosa più interessante è che ha sperimentato non solo i generi, ma se stesso. Per decenni ha messo in discussione la propria identità artistica, cercando continuamente la bellezza in forme nuove. Ed è questo, forse, il vero significato della parola “maestro”.

Qual è l’aspetto meno noto che nel libro può sorprendere il lettore?

Ci sono moltissimi racconti personali, viaggi, episodi umani e ironici. Emergono lati molto quotidiani, a volte teneri, a volte spiazzanti. C’è anche un ricco apparato iconografico che mostra un Battiato diverso, più intimo, più domestico, lontano dall’immagine pubblica. È un’occasione, per chi lo conosce già, di scoprirlo di nuovo. E per chi non lo conosce, di avvicinarsi a un uomo prima ancora che a un’icona.

È stato spesso percepito come misterioso, criptico. Secondo lei lo era davvero?

Aveva un grande progetto: proteggere la propria anima. Usava linguaggi complessi, simboli, riferimenti filosofici e spirituali non per confondere, ma per custodire la sua intimità. Portava temi profondi e talvolta “occulti” dentro la canzone popolare. E così facendo ha alzato enormemente il livello della cultura musicale italiana.

Dopo aver lavorato a questo libro, sente di conoscere meglio Battiato o di percepirne ancora di più l’insondabilità?

Entrambe le cose. Più lo racconti, più ti avvicini, ma resta sempre qualcosa che non si lascia afferrare. E forse è giusto così. Questo libro mostra alcuni aspetti che lui avrebbe forse voluto tenere nascosti, ma sempre con rispetto.

Cosa cambia quando un artista smette di appartenere solo a una biografia e inizia ad appartenere a una comunità?

Ritengo che oggi, più che mai, l’esempio e l’opera di Franco Battiato sono da considerare come un bene culturale italiano, da custodire, difendere e promuovere con amore, verità e giustizia, e credo che questo bene appartenga definitivamente al mondo ed essendo quindi di tutti non è esclusiva di nessuno.

Se questo volume dovesse essere letto da chi scopre oggi Battiato per la prima volta, cosa spera resti al lettore dopo l’ultima pagina?

Il senso del sacro, della profondità. La percezione che Battiato non è stato solo un artista, ma una presenza che ha avuto un impatto reale sulla vita delle persone.

 

Bruno Vespa

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Semplicità, trasparenza, passione

 

Dal 1996 alle grandi svolte della politica e della cronaca, il conduttore ripercorre la nascita e l’evoluzione di “Porta a Porta”: le emozioni degli inizi, la costruzione di una squadra solida, il rapporto con la politica italiana e i momenti che hanno segnato la storia del Paese e del mondo. Un racconto fatto di semplicità, trasparenza e passione, che spiega come il programma sia diventato un punto di riferimento della televisione italiana

 

Il debutto il 22 gennaio 1996, “Porta a Porta” di Bruno Vespa ha rivoluzionato la seconda serata televisiva e, dopo trent’anni continua a essere un punto di riferimento della televisione italiana. In onda il martedì, mercoledì e giovedì in seconda serata su Rai 1

 

 

Il 22 gennaio 1996 debuttava il programma di Bruno Vespa che ha cambiato la seconda serata televisiva. Non solo politica, in quella che venne subito ribattezzata la Terza Camera del Parlamento, ma anche il racconto dell’attualità, della cronaca, delle guerre e dei grandi fatti internazionali di questi anni, garantendo tempestività ed equilibrio. Diciassette Governi, undici Presidenti del Consiglio (tutti ospiti della trasmissione, con l’eccezione di Mario Draghi), quattro Papi, tre Conclavi, cinque elezioni presidenziali e tre Presidenti della Repubblica — Ciampi, Napolitano (entrambi ospiti del programma) e Mattarella.

Il segreto del successo? Rendere comprensibile a tutti la complessità degli avvenimenti, grazie a servizi, approfondimenti, esperti autorevoli e al contributo degli ormai celebri plastici. Tante le “prime volte”, a cominciare dalla telefonata in diretta di un Papa che sarebbe poi diventato Santo. È “Porta a Porta” il programma scelto da Beppe Grillo per il suo ritorno in Rai dopo 21 anni. In onda per 3.566 puntate, il programma di Bruno Vespa ha raccontato tutto: i piccoli fatti di costume e le grandi crisi mondiali, dall’11 settembre all’epidemia di Covid. Ma è stato anche il palcoscenico dello spettacolo italiano e internazionale: da Pavarotti a Bocelli, da Claudio Abbado a Riccardo Muti, da Mike Bongiorno a Stefano De Martino, da Alberto Sordi a Gigi Proietti, da Franco Zeffirelli a Vittorio Gassman, da Raffaella Carrà a Fiorello. Sulle celebri poltrone bianche si sono seduti Gianni Agnelli, Valentino, Farah Diba, Liza Minnelli, Michael Schumacher.

Martedì 9 settembre prende il via l’edizione del trentennale che accompagnerà, anche quest’anno, le serate degli italiani dal martedì al giovedì, fino al 28 maggio 2026. Una puntata speciale celebrerà le trenta candeline il prossimo 21 gennaio.

Una lunga storia, accompagnata dall’inconfondibile musica di “Via col Vento”, che ha ancora molte sorprese in serbo. Perché, come insegna il suo tema musicale, “domani è un altro giorno”.

 

Ventidue gennaio 1996, parte l’avventura di “Porta a Porta”. Ricorda le emozioni di quella prima volta?

Ricordo ancora l’emozione di vedere Romano Prodi seduto sulla poltrona di “Porta a Porta” durante la sigla del programma, mentre io dovevo fare il mio ingresso in studio. È stato in quel momento che ho realizzato che stava davvero iniziando una nuova avventura. Ero stato direttore del Tg1 per tre anni, ma quando nel 1996 è cominciato tutto capii che avrei dovuto imparare un altro mestiere. La televisione non è tutta uguale: fare il conduttore di un telegiornale è una cosa, fare il direttore del telegiornale o l’inviato è un’altra, condurre un programma di rete segue regole diverse. Ho dovuto imparare tutto da capo. Allora non sapevamo nemmeno se saremmo durati oltre il mese di giugno e invece, dopo trent’anni, sono ancora qua.

Come nacque l’idea del programma?

Avrei dovuto fare un programma di prima serata, che però non mi fecero fare, e fu una fortuna. Su Rai 1 un programma politico non può ottenere grandi ascolti in prima serata, è meglio collocarlo in seconda serata. Così, mentre ero a Palermo per il processo Andreotti, vidi per caso uno spot in televisione: “Seconda serata con Carmen Lasorella, da lunedì al venerdì”. Quando rientrai andai da Letizia Moratti, allora Presidente della Rai e di fatto capo azienda, e le chiesi: “Che devo fare, me ne vado?”. Alla fine, diedero tre serate a Carmen e due a me. Cominciammo così: io il lunedì e il mercoledì, lei gli altri giorni.

Trent’anni fa avrebbe mai scommesso su un successo di proporzioni così grandi?

Non ci avrebbe scommesso nessuno. In una presentazione dissi che la politica veniva fatta con la spada, con l’ascia. In televisione c’era Michele Santoro con “Samarcanda” e la politica era molto agguerrita, dura. Noi invece giocavamo di fioretto. “Porta a Porta” ha avuto successo perché ha puntato tutto sulla semplicità e sulla trasparenza. Può piacere o no, ma non abbiamo mai imbrogliato nessuno: nessuno può dire “mi hanno teso una trappola, un agguato”.

Uno dei grandi successi di “Porta a Porta” è anche quello di aver creato nel tempo una squadra solida…

Ci sono persone che lavorano con me fin dal primo numero e il grosso della squadra è con noi da almeno venti, venticinque anni. È un gruppo di lavoro fidelizzato, inoltre, chi è uscito dal programma è poi andato a lavorare al Tg 1, al Tg 2 o in altri programmi di successo.

Cosa ha dato la politica italiana a “Porta a Porta” e, viceversa, cosa ha dato “Porta a Porta” alla politica?

La politica italiana ha dato a questo programma la sua ragione di vita, perché anche se ci siamo occupati di spettacolo, cronaca e costume, l’atto di nascita di “Porta a Porta” è la politica. Noi, secondo me, abbiamo aiutato la politica a farsi capire, costringendo i politici a esprimersi con semplicità e soprattutto mettendoli a confronto, permettendo allo spettatore di farsi un’idea propria.

È così anche adesso?

La politica italiana è cambiata e di conseguenza anche “Porta a Porta”. All’inizio, per parecchi anni, abbiamo fatto numeri monografici, in un’ora e mezzo di programma ci dedicavamo a un solo tema, di politica o di costume. A un certo punto, però, dalla sera alla mattina dissi alla redazione che questa formula non reggeva più, perché troppo lunga. Abbiamo quindi deciso di spezzare il programma e affrontare due temi. Spesso iniziamo con la politica, ma anche con altro. A volte capita che la cronaca abbia la prevalenza sulla politica, negli ultimi tempi, per esempio, ci siamo dedicati molto al caso di Garlasco e a Trans-Montana (l’incendio del locale in Svizzera durante i festeggiamenti di Capodanno).

Le sfide elettorali e i grandi fatti di cronaca, dall’omicidio di Cogne alle Torri Gemelle, dalla Concordia al Covid. Quali fatti restano più vivi in lei di queste tre decadi di racconto italiano e internazionale?

Io ho avuto professionalmente due vite. La prima dal 1969, quando sono entrato al telegiornale, fino al 1996: quasi ventisette anni in cui ho attraversato un pezzo importante della storia italiana, dal caso Moro a Piazza Fontana, dall’annuncio dell’elezione di Papa Wojtyla nel 1978 alla morte di Pertini, fino a Tangentopoli. Nel trentennio di “Porta a Porta” posso citare l’attentato alle Torri Gemelle, ventisette anni dopo ho dato l’annuncio della morte di Wojtyla, un Papa al quale sono stato personalmente molto legato. Ma anche la telefonata di Giovanni Paolo II nel 1998, quando volle ringraziarmi per aver ricordato il ventennale della sua elezione, e poi ancora l’attentato di Nassiriya, il terremoto de L’Aquila, la mia città, dove sto andando proprio ora perché si inaugura l’anno della Capitale della Cultura. Ci sono stati tantissimi momenti di grande coinvolgimento, senza dimenticare i grandi casi di cronaca, da Cogne a Garlasco, che restano ancora in parte inesplorati, grandi misteri.

In trent’anni il Paese e il mondo sono cambiati…

Mai avremmo pensato di avere un Presidente degli Stati Uniti così imprevedibile e spiazzante.

Immagini Donald Trump nel suo salotto: cosa gli chiederebbe?

Gli chiederei, in termini garbati, di usare un linguaggio più educato, perché a volte, anche sulle cose in cui ha ragione, si esprime in modo talmente forte da mettere a disagio l’interlocutore.

Che emozioni prova nei confronti dei tempi che viviamo e cosa la incuriosisce di quelli che verranno?

Se alla mia età, dopo oltre sessant’anni di mestiere, sono ancora qui appassionato, è perché la mattina non so cosa farò la sera. Il futuro è imprevedibile e in questo sta la bellezza di questo mestiere: raccontare le cose mentre succedono, senza avere la più pallida idea di ciò che avverrà dopo.

È possibile sorprendere Bruno Vespa?

Assolutamente sì, perché le sorprese arrivano anche dalle piccole cose. A volte ci sono personaggi che si rivelano all’ultimo momento, in modo imprevedibile. Le sorprese possono essere positive o negative: ci sono persone, politici per esempio, molto preparate che in televisione rendono poco, e altre più modeste che invece sembrano Churchill. È un grande classico. Reagan è stato un grande Presidente degli Stati Uniti e possedeva una capacità comunicativa straordinaria: anche quando diceva cose banali sembrava stesse leggendo la Bibbia.

Che cosa insegna Bruno Vespa con “Porta a Porta” alla televisione?

Bruno Vespa non insegna niente, perché il ruolo della televisione è informare, non insegnare. Quello che cerco di dire è che semplicità e trasparenza sono la chiave di tutto. Ciò di cui sono da sempre più orgoglioso è che, come ho detto spesso, noi venivamo guardati da Agnelli e dal suo cameriere, nel senso che siamo leader sia nella fascia più alta per livello di istruzione sia in quella più bassa. Ci capiscono tutti e questo, per chi fa televisione in una rete generalista come Rai 1, è un grandissimo orgoglio.