La
prima della Scala in 4K. Con il Direttore musicale Riccardo Chailly sul podio e
la regia di Lluis Pascal, l’opera di Giuseppe Verdi in diretta su Rai 1, Radio
3, Rai 1 HD canale 501 e RaiPlay, giovedì 7 dicembre a partire dalle 17.45
Per la prima volta Rai
Cultura riprende in 4K una prima della Scala per trasmetterla come ormai di
consueto in diretta su Rai 1 a partire dalle 17.45. Avrà quindi una definizione
quattro volte superiore rispetto agli standard televisivi a cui siamo abituati
il Don Carlo di Giuseppe Verdi che inaugura la stagione del
Teatro alla Scala giovedì 7 dicembre 2023, con il Direttore musicale Riccardo
Chailly sul podio e la regia di Lluis Pascal. Dieci
telecamere in alta definizione, 45 microfoni nella buca d’orchestra e in
palcoscenico, 15 radiomicrofoni dedicati ai solisti. Un gruppo di lavoro di 50
persone tra cameraman, microfonisti, tecnici audio e video. Una preparazione
che vede lo staff di regia seguire fin dalle prime prove la messa in scena
dello spettacolo, e un numero crescente di addetti lavorare nelle due settimane
precedenti il debutto. Lo spettacolo, con la regia televisiva di Arnalda
Canali, sarà trasmesso in diretta anche su Radio 3, su Rai 1 HD canale 501 e su
RaiPlay, dove potrà essere visto per 15 giorni dopo la prima. Oltre tre ore di
trasmissione, completa di sottotitoli, per portare il capolavoro di Verdi nelle
case degli italiani, perché la grande musica è di tutti, come ha dimostrato il
milione e mezzo di telespettatori del Boris Godunov del 7 dicembre 2022. Oltre
a trasmettere l’opera, con grande attenzione per la ripresa audio e video
curata dal Centro di Produzione TV di Milano, come di consueto la Rai
racconterà anche ciò che accade attorno allo spettacolo più atteso della
Stagione. Su Rai1 Milly Carlucci e Bruno Vespa, con collegamenti di Serena
Scorzoni dal foyer, condurranno la diretta televisiva incontrando, prima
dell’inizio e durante l’intervallo, i protagonisti e gli ospiti presenti. Per
Radio 3 seguiranno la diretta Gaia Varon e Oreste Bossini. Saranno coinvolte
anche le diverse testate giornalistiche della Rai con dirette, servizi e
approfondimenti, con ospiti in studio e dal foyer della Scala. Come per il
Boris Godunov del 2022, anche quest’anno
la trasmissione dell’opera sarà corredata dall’audiodescrizione in diretta,
grazie alla quale anche le persone cieche e ipovedenti potranno avvalersi di
tutte quelle informazioni visive non trasmesse verbalmente – costumi, aspetto e
mimica dei personaggi, azioni non parlate, location, scenografia e luci –, tale
accessibilità sarà estesa anche a tutto ciò che accadrà intorno allo spettacolo
e verrà trasmesso in TV prima dell’inizio e durante l’intervallo. Il servizio è
realizzato da Rai Pubblica Utilità – Accessibilità. L’audiodescrizione,
attivabile dal televisore sul canale audio dedicato – e fruibile anche in
streaming su RaiPlay – fa parte del percorso di inclusione intrapreso con
impegno e determinazione dalla Rai, con l’obiettivo di rendere sempre più
concreta e ampia l’offerta di vero servizio pubblico.
Sei storie di vita vera, racconti a cuore aperto di persone affette da disturbi del comportamento alimentare. L’autrice incontra Martha, Benedetta, Giulia, Valentina, Marco e Anna, lo fa guardando, insieme a loro, all’interno del buco nero in cui sono caduti mentre rincorrevano un mito, un ideale di perfezione, la considerazione degli altri, un bisogno d’amore. Sei interviste intime e potenti in cui le parole sono strumenti centrali per riflettere sui motivi di un dolore che punisce e trasfigura il corpo, mettendo a repentaglio serenità e futuro. Il volume, scritto con lo psichiatra Leonardo Mendolicchio, propone una riflessione sull’uso delle parole nell’affrontare temi come l’anoressia, la bulimia, il bindge eating, con la consapevolezza di come proprio il linguaggio sia alla base delle nostre relazioni, proponga un’immagine di noi stessi e dia forma alle nostre ansie e paure più profonde
Martha, Benedetta, Giulia, Valentina,
Marco, Anna. Sei persone che hanno deciso di aprire la loro tana al suo
sguardo, alla sua narrazione, come è andata?
È stata una specie di immersione in
acque profonde. E come in ogni immersione bisogna saper prendere il respiro e
lasciarsi portare negli abissi. Ciascuno di loro mi ha condotto nelle
profondità del proprio animo, delle proprie paure, del proprio spirito, e anche
della propria intelligenza. Chi di solito inizia a sviluppare i disturbi del
comportamento alimentare è una persona particolarmente intelligente e
particolarmente sensibile. Ma come ogni immersione fa delle promesse, come
quella di garantirti una visione nuova delle cose, anche in questo libro,
dentro le loro storie, credo che si possa trovare un panorama meraviglioso. Però,
bisogna appunto saper respirare.
Quali sono i tratti che uniscono le
storie di queste persone?
Il desiderio di trovare qualcuno che
convalidi la loro esistenza. Sembra assurdo, perché viviamo iperconnessi,
concentrati in una comunicazione, ma che è solo fittizia, dopodiché non ci
sentiamo sufficientemente amati, compresi e considerati. Abbiamo bisogno di
convalidare il bene, sentirlo sulla nostra pelle. Come si fa? Con le parole
prima di tutto. Questi ragazzi di cui parlo sono persone alla ricerca di
affetto, di attenzione. Di qualcuno che dica loro: vai bene così!
Come è possibile trovare un rapporto
di equilibrio con il cibo?
Il rapporto con il cibo è uno
specchio. Anche le parole sono uno specchio, un riflesso continuo di come noi
ci vediamo, di come vorremmo essere visti, di come ci interpretiamo gli uni con
gli altri. Questi ragazzi non riescono però più a mettersi a fuoco, e lo stesso
accade con il cibo. Usano il cibo per modificare la propria immagine, e di
riflesso il loro corpo.
Quali sono le parole giuste per
raccontare tutto questo?
Spero di averle trovate, ma non è
detto che ci sia riuscita. Certo è che la cura delle parole è stata
particolarmente attenta e mirata durante questo lavoro. Quella che propongo è
proprio una riflessione sulle parole: quando i media trattano argomenti così
sensibili, come il malessere mentale, il disagio psicologico, i disturbi del
comportamento alimentari, devono essere premurosi. Anche nella velocità del lavoro dobbiamo fare
una riflessione. Queste ragazze, ad esempio, non amano sentirsi fare dei
complimenti, perché hanno un rapporto conflittuale con il loro corpo e con la
loro immagine. Se dici loro “come ti trovo bene!” vanno in allarme. Il loro
pensiero sarà “come mi trovi bene? Vuol dire che sono ingrassata”. Ecco che
inizia una vertigine dentro di loro, per cui rifiuteranno il pasto successivo.
Se vuoi fare un complimento a una ragazza anoressica, potrai dirle “che begli
occhi che hai”, perché gli occhi sono l’unica parte del corpo che non ingrassa
e non cambia. Quando noi in televisione, sui giornali, parliamo di questi
argomenti dobbiamo prestare attenzione alle parole che usiamo. Dobbiamo far
capire davvero le cose come stanno.
Quali finestre le ha aperto questa
esperienza?
Credo che sia una chiave di
comprensione dell’attualità e della realtà sociale del momento, che è diventata
un’emergenza che ci è esplosa tra le mani durante il covid e subito dopo la
pandemia. Adesso si parla del disturbo del disagio giovanile, prima molto meno.
E se lo sapevamo facevamo finta che non ci fosse e che prima o poi ce ne
saremmo occupati. E’ un’emergenza sociale a tutti i livelli, perché attraverso
la vita di un giovane si racconta esattamente lo stato di salute della società
in cui viviamo. Quindi che fine hanno fatto la famiglia e la scuola? Dove è
iniziato il corto circuito nel linguaggio e nella comunicazione? Di che cosa
hanno bisogno i giovani oggi? Perché la disoccupazione è così grande? Perché ci
rifiutano e perché non hanno un rapporto di fiducia con noi? Se parliamo di
loro parliamo del futuro e del presente del nostro Paese.
A chi dedica questo libro?
A loro. A tutti coloro che hanno fame
d’amore. A chi ha un disturbo del comportamento alimentare, ma anche altre
forme di disagio o di disturbo psichico, ma che non trova le parole per dirlo.
Scoperto da Alessandro D’Alatri, il giovane attore romano, tra i protagonisti anche della seconda stagione di “Un Professore”, è ormai stato lanciato nell’Olimpo del cinema e della tv: «È grazie a lui se io sto vivendo una vita così, è grazie al suo coraggio che ho iniziato a fare questo mestiere»
Due artisti in famiglia… come stanno vivendo
tutto questo i suoi genitori?
È
stato molto bello per loro quando mia sorella ha deciso di intraprendere la strada
della recitazione, era una novità per la famiglia. Lea stava studiando
all’università – che ha terminato – e, poco dopo, per caso, anch’io mi sono
ritrovato a frequentare questo ambiente. Diciamo che è stato un po’
destabilizzante, anche perché sappiamo tutti che quello dell’attore è un mestiere
che comporta dei rischi, ci si espone e si vive nell’insicurezza, qualcosa che spaventa
chi cerca di farlo, figuriamoci un genitore. All’inizio, quindi, è stato un colpo,
ora però la vivono benissimo, sono orgogliosi di noi e dei risultati che stiamo
ottenendo. Per “Un Professore” organizzano anche le serate con gli amici, erano
presenti alla prima di “Nuovo Olimpo”, si divertono molto.
Poco
più che ventenne, eppure mostra una maturità, anche professionale, invidiabile.
Il segreto?
Il
fatto che mia sorella faccia questo mestiere da più tempo mi ha certamente
aiutato. Allo stesso tempo, sono sempre stato uno che ha cercato di informarsi
prima di muovere qualche passo, ho provato a capire come funzionava questo
mondo dietro le quinte. Diciamo che ho sempre voluto avere a che fare con il
cinema, mi mancava solo il coraggio di iniziare. Mi ha aiutato molto la
consapevolezza che insieme al fascino del mestiere, è importante non
dimenticare gli aspetti negativi, i no ai provini, le lunghe attese tra un
lavoro e un altro, le critiche…
Non
ha frequentato scuole di recitazione, la sua scuola sembra essere una
straordinaria emotività e spontaneità che si traduce in sensibilità artistica. Si
riconosce?
Quando
recito cerco di portare in scena i sentimenti del personaggio che interpreto,
nel modo in cui li ho vissuti nella mia vita, attingendo alle mie esperienze.
Senza dubbio, come attore provo a replicare in scena la mia sensibilità, anche
se nel quotidiano nascondo questo lato del mio carattere per proteggermi, per
non apparire troppo vulnerabile. Quello che invece mi ha davvero aiutato, nel
lavoro come nella vita, è stato dare sempre peso alle parole, al loro
significato, per non rischiare di usarle a sproposito.
Il
successo enorme della prima stagione di “Un Professore” ha catalizzato l’attenzione
di tutti per voi nuove leve di attori. Come è riuscito a concentrarsi dopo il successo?
È
una bella sensazione sapere che quello che fai emoziona le persone e che,
quando hanno l’occasione di incontrarti, mostrano il loro affetto, ti
raccontano come il tuo lavoro abbia portato dei frutti nella loro vita. Non avendo cercato all’inizio di diventare a
tutti i costi un attore, so bene cosa significhi essere fan, lo sono anch’io
quando incontro una persona che stimo: faccio di tutto per farglielo capire.
Trovarmi ora dall’altra parte è stimolante, non sento pressione perché ancora
vivo serenamente il mio privato.
Come
la mettiamo con sua “madre” Claudia Pandolfi?
Claudia
dice spesso che sono suo “figlio” veramente (ride), lei è una donna piena
di energia, fuori e dentro il set, una carica per tutti. I rapporti bellissimi
che si sono creati sul set hanno una origine: Alessandro D’Alatri.
Ci
racconta la sua esperienza con il regista che l’ha scoperta?
È
stato un incontro importante per la mia vita e per la mia carriera, nei suoi
confronti sento tanta gratitudine. È grazie a lui se io sto vivendo una vita così,
gli devo il mio presente, è grazie al suo coraggio che ho iniziato a lavorare
come attore. Ha combattuto per avermi nel cast, rappresentavo un rischio,
perché non avevo nessuna esperienza, non avevo mai studiato recitazione, non aveva
idea di come avrei lavorato o di come avrei reagito a tutte quelle luci, alle
macchine da presa, a tutte le persone. A lui devo dire grazie anche per le
meravigliose persone che è riuscito a mettere insieme.
Come
sta Manuel?
È
sempre un po’ sfacciato, tormentato, anche perché a questo povero ragazzo
succede di tutto, deve affrontare situazioni molto complesse per uno della sua
età. Allo stesso tempo Manuel è maturato, come spesso accade quando, dopo tre
mesi di vacanza dalla scuola, dopo aver staccato dall’impegno scolastico per un
lungo periodo, hai vissuto la pausa estiva con più leggerezza, ti ritrovi a
settembre con più esperienza e con una consapevolezza diversa. È stato così
anche per quando ero studente, dopo la scuola era il tempo del riposo e dello
svago totale, ma anche un profondo momento di riflessione in cui sentivi che
qualcosa dentro di te stava cambiando, crescevi tu e quelli che ti stavano
intorno. Manuel è cresciuto fisicamente ovviamente, perché in questi due anni
sono cambiato anch’io (ride), emotivamente è meno impulsivo e indulgente
con chi nella vita è stato costretto a fare delle scelte.
La
filosofia del professor Balestra unisce tutti gli episodi della serie, qual è,
invece, la sua filosofia di vita?
Vivere
giorno per giorno senza farsi troppi problemi su come sarà il domani. Cerco di
non farmi troppe domande, prendo il buono di ogni attimo, perché non c’è mai un
momento vuoto, si impara sempre, sia stando fermi, sia impegnandosi in molte
cose… è un esercizio continuo per comprendere cosa ci fa star bene o cosa ci
rende felici.
Tra
le tante domande esistenziali che l’essere umano si pone, a quale non le
interessa dare una risposta?
Dove
siamo realmente, se ci sono altre forme di vita, lontane, vicine, se viviamo in
una realtà truccata, come vogliono farci credere le teorie complottiste, che
spesso mi fanno ridere, altre volte invece riflettere. In generale, meglio non
avere risposta, mi angoscia troppo.
A
un certo punto della sua vita è arrivato un regista che l’ha portata sull’Olimpo.
Come si sta?
A
Ferzan Ozpetek sono grato tantissimo, mi ha dato un’opportunità enorme, far
vivere sullo schermo la sua storia. Mi sono sentito onorato che lui abbia
riconosciuto in me qualcosa di lui, mi ha fatto venire i brividi. Se avessi
l’opportunità di girare questo stesso film adesso, avrei interpretato Enea in
una maniera totalmente diversa, perché le mie emozioni, il mio vissuto è
diverso.
Nel
film si raccontano molto gli anni Settanta, un periodo storico in cui la parola
d’ordine era libertà. Che valore assume per lei questa parola oggi?
Questa
parola diventa negli anni sempre più complicata, ognuno ha la propria visione
di libertà. Per me significa riuscire tutti a vivere in maniera serena. La
libertà per me è serenità, nell’esprimersi, nel vivere, nell’esporsi… Se mi
guardo attorno, oggi non la trovo e mi viene da pensare che tutta questa
libertà non c’è. Nel mondo ci sono tante persone impegnate in nome di questa
battaglia, vorrei che nessuno smettesse mai di lottare per la propria libertà,
soprattutto noi giovani e il nostro desiderio di esprimere quello che siamo.
Sappiamo
che è anche un appassionato di musica, in questo periodo della sua vita che
musica, che canzone si sente?
La
musica mi aiuta spesso, ci sono canzoni che per qualche mese ascolto almeno tre
volte al giorno, e poi le metto completamente da parte, ma che sono associate a
periodi precisi della mia vita. In questa fase, anche per motivi di lavoro,
seguo il ritmo di Jim Croce, in particolare il disco – “You don’t mess around
with Jim”, ritmi country e blues anni Settanta.
Il lunedì in prima serata su Rai 3 debutta “Farwest”, ultima creatura della Direzione Approfondimento della Rai. «Un racconto immersivo per entrare dento le cose, un programma che approfondisce nel segno della qualità» dice il giornalista siciliano
Che programma vedremo?
“Farwest” è un programma d’approfondimento, di
inchieste. Un programma diverso dagli altri che ha la possibilità di proporre
un’inchiesta giornalistica con il racconto in studio, con l’analisi di esperti
e di testimoni che ci aiuteranno a fare luce sugli angoli più bui del nostro
Paese. Cercheremo di portare una luce lì dove le istituzioni non esistono,
cercheremo di occuparci di tutti i farwest, delle piccole e delle grandi
truffe. Ci occuperemo anche di cronaca nera, di sociale, cercando di fare un
programma giornalistico puro, che sia di servizio pubblico e nello stesso tempo
di approfondimento.
Quali saranno i temi della puntata del
debutto?
Ci occuperemo di un caso che porto nel cuore,
quello dell’attentato a Paolo Borsellino. Cominciai proprio così, a 19 anni,
facendo la diretta della strage di via d’Amelio. Ci occuperemo quindi di una
grandissima truffa che ha creato una voragine nei conti pubblici dello Stato e
di un ricatto sessuale fatto da un calciatore ai danni di due ragazze che
intervisteremo in esclusiva.
Tanti farwest in lungo e in largo per lo
Stivale… e la speranza?
Non vogliamo dipingere l’Italia come se fosse
tutta un farwest. Il compito che ci diamo è quello di dare voce, e appunto una
speranza, a chi non ce l’ha. Ma per farlo dobbiamo immergerci nel farwest
quotidiano.
Questo programma segna un tuo ritorno alla
cronaca, alla strada…
Sono molto contento che la Rai e Paolo Corsini
(Direttore dell’approfondimento Rai) mi abbiano dato la possibilità di
tornare alle origini, al mio mestiere di cronista. Io e tutta la squadra cerchiamo
di fare il nostro lavoro in maniera onesta, puntando alla qualità. Sono molto
orgoglioso del mio gruppo di lavoro e dei giovani inviati che mi aiuteranno nel
racconto.
Qualità e buoni ascolti, questo l’obiettivo?
Gli ascolti sono importanti ma fino a un certo
punto, ci sarà tempo per crescere. Questo programma ha bisogno di un tempo fisiologico
per strutturarsi: cominciamo sapendo che sarà una sfida non facile, partiamo
con le migliori intenzioni e con la certezza di fare un programma di servizio
pubblico.
È uno dei giovani attori del momento, apprezzato dal cinema e dalla tv, amato dal pubblico come una rockstar. Due le serie di cui è protagonista, la seconda stagione di “Un Professore” e il fantasy “Noi siamo leggenda”: «Mi sarebbe piaciuto volare. Tra i tanti poteri, quello che non è proprio indispensabile, almeno per me, è leggere nel pensiero delle persone. Un rischio che potrebbe fare molto male»
Sta vivendo un momento d’oro, questo mestiere
non è più un sogno, le cose si stanno facendo molto serie…
È diventato il mio mestiere con annesse responsabilità, paure
e il grande impegno che ci vuole. Ancora oggi, però, recitare rappresenta una
grandissima opportunità, i sogni non sbiadiscono, al contrario si moltiplicano
e si riproducono da soli. Quando hai la fortuna di fare il lavoro che ami, conquisti
un sogno e se ne creano immediatamente altri. Spero di continuare a sognare a
lungo…
Una seconda stagione molto attesa, come siete riusciti a
conquistare il cuore delle persone?
“Un Professore” è un progetto estremamente sincero, genuino
nel quale si raccontano tante fasi della vita, dall’adolescenza all’età più
matura, si parla di famiglie e del dialogo tra ragazzi e adulti. È una serie
nella quale il pubblico riesce a trovare sempre una parte di sé, un lato del
proprio carattere, una sfaccettatura che permette a chiunque di immedesimarsi
nella drammaticità della storia. È un racconto che ti fa sentire a casa e dove
puoi ritrovare casa.
Il pubblico vi ama, avete fan che vi considerano delle
rockstar. Che effetto le fa tutta questa attenzione?
Fa un po’ paura, ma c’è anche la contentezza di
ricevere l’affetto delle persone. Ho ricevuto un’educazione familiare che mi fa
stare tranquillo, so di dover mantenere i piedi per terra.
Tra Manuel e Mimmo c’è Simone. Questo nuovo
ingresso come sposta il baricentro tra i due protagonisti?
Mimmo è una di quelle incognite che entra nella vita di
Simone e lo invade di molte domande, alle quali il mio personaggio cerca di dare
delle risposte. Più si va avanti con le puntate, più i due ragazzi imparano a
conoscersi meglio, i rapporti si fanno più stretti, le storie si intrecciano.
Dal punto di vista professionale, è stato molto interessante, dopo “Mare
Fuori”, lavorare di nuovo con Domenico Cuomo.
Avere come “maestro” Alessandro
Gassmann, Prof. e padre per fiction, fuori dal set, cosa le ha trasmesso?
Alessandro
ha uno stile comunicativo molto simile a quello di Dante, ha la generosità di
spirito. È una persona estremamente generosa, disponibile a dare a noi attori
più giovani consigli importanti sulla professione, su come ampliare le nostre
conoscenze, quali film guardare o quali libri leggere. È un essere umano
attento all’altro, che prende a cuore le persone. È un uomo buono, buono,
buono… e poi fa veramente ridere.
“Noi siamo leggenda”, ci racconta la sua
esperienza in questo fantasy?
Un teen drama corale nel quale l’elemento
fantasy rappresenta una bella scommessa, una sfida anche per noi attori che
abbiamo lavorato con il VFX (Visual Effects), con la fantasia o con elementi
non proprio canonici del mestiere. Meno nuovo per me è stato avere a che fare
con un ruolo che ha delle caratteristiche molto simili ai personaggi che ho
interpretato fino adesso. La sfida è stata, però, proporlo in una maniera
completamente nuova. Dal punto di vista drammatico, Jean è davvero molto
carico, ci sono tante lacrime, tanta incomprensione, si rappresenta, ancora una
volta, una fase dell’adolescenza un po’ cieca.
E i poteri?
Non sono i protagonisti, piuttosto delle metafore. Il
pubblico non troverà la spettacolarizzazione, ma il tema è “cosa fanno questi
ragazzi una volta che acquisiscono dei poteri”, come reagiscono, quali saranno
le loro azioni, che tipo di responsabilità sono in grado di assumere. Ma
soprattutto quali paure sono in grado di vincere o quali nuovi timori sorgono
dopo la scoperta di questi poteri.
Se avesse avuto un potere…
… mi sarebbe piaciuto volare. Tra i tanti
poteri, quello che non è proprio indispensabile, almeno per me, è leggere nel
pensiero delle persone. Un rischio che potrebbe fare molto male. Non tutte le
cose vanno dette, meglio lasciarle nascoste… scoprire qualcosa in più
dell’altro non è per forza sempre un bene.
In questa serie si esplorano le radici delle proprie paure e
le proprie insicurezze. Qual è la sua paura più grande?
È una domanda molto difficile… credo di averne di molto
umane, paura dell’abbandono, della solitudine, di ferire o essere ferito da
qualcuno, di perdere le persone a me care.
Quando non lavora, a quali altre
passioni si dedica? Il disegno è una attività che mi
piace e riesce a rilassarmi, poi c’è sicuramente la musica… adoro fare delle
ricerche, spulciare nelle playlist e scovare ritmi nuovi.
Sempre più di frequente ci sono attori che si cimentano con
la macchina da presa. Si vede nel futuro come regista?
Sì, è un’altra aspirazione.
Con quale ruolo vorrebbe mettersi alla prova?
Mi piacerebbe fare il cattivo, non ho mai
provato e sarebbe una bella prova per uscire dalle mie corde, sporcare un
pochino di più questo viso così pulito… ho anche provato a farmi crescere la
barba, ma ho dovuto tagliarla perché i commenti erano molto negativi (ride).
Lorena
Bianchetti conduce il primo game show tutto dedicato ai sentimenti. Dal 2
dicembre, il sabato alle 14.00 su Rai 2
Al
via “Mi presento ai tuoi”, una nuova sfida televisiva per Lorena
Bianchetti che, a partire dal 2 dicembre alle 14.00 su Rai2, proverà a
raccontare le famiglie e le loro dinamiche, attraverso una serie di giochi che
porteranno alla scelta di un possibile partner per il proprio familiare,
protagonista della puntata. “Mi presento ai tuoi” è un’alternativa
giocosa al dating tradizionale, un game show dedicato alle relazioni e ai
sentimenti. Ogni settimana un ragazzo o una ragazza,
accompagnato dalla propria famiglia, incontra un gruppo di persone tutte
diverse tra loro, ma che possiedono almeno una caratteristica che possa colpire
il suo interesse. Ed è proprio la famiglia a selezionare le persone da
proporre, mentre al figlio spetta il compito di scegliere con chi approfondire
la conoscenza. Ma come fare a capire quale sia
la persona giusta? In “Mi presento ai tuoi” sono stati messi a punto una serie
di giochi con lo scopo di far emergere le caratteristiche di ognuno dei
partecipanti e di mostrare ai familiari i lati ancora nascosti del proprio
figlio. Si parte da una rosa di sei possibili
pretendenti, tra cui i familiari selezionano i quattro con cui giocare. Al
figlio la possibilità di cambiarne uno. Da questo momento al termine di ogni
gioco, il cerchio si restringe sempre di più, fino ad arrivare alla scelta
finale. Qui, però, non ci sono consigli che tengano: la decisione è tutta nelle
mani del figlio. Farà bene la sua scelta? Ma soprattutto, sarà ricambiato?
Presente in studio la psicologa Flaminia Bolzan, che analizzerà alcuni
meccanismi che muovono gli atteggiamenti più comuni in famiglia, provando a
dare piccole soluzioni e spunti di dialogo. In
ogni puntata, inoltre, un personaggio noto del mondo dello spettacolo
racconterà in un’intervista il proprio rapporto famiglia/sentimenti che, da
qualunque lato lo si guardi, è speciale e a suo modo complesso.
In alcune puntate, al posto del nucleo familiare, sono previsti
gruppi di amici, coinquilini, colleghi di ufficio, compagni di squadra,
ecc.
Una vicenda epica, un protagonista, che crede in quello che fa e cerca di farlo a tutti i costi, pur restando nei confini che lui stesso si è scelto. E questi confini si chiamano Legge. Da lunedì 27 novembre, in prima serata su Rai 1, Alessandro Casale dirige la nuova serie crime con Alessio Boni
25 ottobre 2023
IL METODO FENOGLIO
“Il Metodo Fenoglio” racconta
una vicenda epica nella storia italiana con toni intimi e delicati, un viaggio
all’interno di una “zona grigia” dove diventa difficile, se non impossibile,
distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il
maresciallo piemontese Pietro Fenoglio si muove nella Bari degli anni Novanta,
è uno degli esponenti di spicco del Nucleo Operativo dell’Arma dei Carabinieri,
dotato di acuto istinto investigativo e spinto nelle sue azioni da un profondo
rispetto per la legge e la verità, anche quando la sua apertura umana nei
confronti dei criminali lo porta in diretto conflitto con i superiori. Durante
le sue ultime indagini Fenoglio ha cominciato a nutrire un sospetto che lo sta
ossessionando. È, infatti, convinto che la criminalità locale non sia più
composta solo da un manipolo di bande rivali, ma che sia nata una vera e
propria mafia barese. Eppure, le sue indagini personali non trovano ancora
riscontri pratici e vedono l’opposizione del suo superiore, il colonnello
Valente. Nei giorni successivi all’incendio doloso del Teatro Petruzzelli,
cuore pulsante della città di Bari, la tensione è alle stelle: agguati,
uccisioni e casi di lupara bianca creano un clima di terrore che rende
impossibile la vita in città. E Fenoglio non riesce a decifrare le ragioni di
quell’esplosione di violenza senza precedenti. Fino a quando non emerge un fatto inatteso e sconvolgente: il
figlio di Nicola Grimaldi, il boss più potente e spietato del territorio, è
stato sequestrato. Durante le indagini svolte in collaborazione con l’appuntato
Pellecchia, i cui modi spicci si scontrano con l’atteggiamento legalitario del
suo superiore, e guidate dalla scontrosa e carismatica PM Gemma D’Angelo,
Fenoglio vuole vederci chiaro. Scopre che il boss ha pagato un riscatto per
riavere suo figlio, ma che il bambino non è mai tornato a casa.
I sospetti di tutti si concentrano su Vito Lopez, ex braccio destro del boss
Grimaldi: la fortissima amicizia che li ha legati per anni è ormai entrata in
crisi e si è risolta in una lotta fratricida e mortale. Ma è davvero Lopez
l’artefice della faida, oppure è solo un ennesimo capro espiatorio in una
guerra criminale senza vincitori né vinti? Una domanda che tormenta Fenoglio,
mentre sul livido orizzonte delle vicende nazionali si consuma l’attacco di
Cosa Nostra al cuore dello Stato con i massacri mafiosi di Giovanni Falcone,
Paolo Borsellino e delle rispettive scorte. La risposta arriverà da un’indagine
diversa da tutte le altre, che porterà a scoprire una verità sorprendente.
Alessandro Casale, regista
Trasporre per immagini in una serie televisiva il
romanzo di Gianrico Carofiglio “L’estate fredda” è stato un grande privilegio e
allo stesso tempo una sfida elettrizzante. Il mio obiettivo è stato ricostruire
il più fedelmente possibile le atmosfere che caratterizzavano Bari, capoluogo
pugliese, teatro delle vicende criminali dei primi anni ‘90 del secolo scorso
che si dipanano nella serie. Una città in cui il nostro protagonista affronta
importanti e delicate indagini nei mesi più caldi della lotta alla criminalità
organizzata italiana di quegli anni. Pietro Fenoglio è un personaggio raro,
crede in quello che fa e cerca di farlo a tutti i costi, pur restando nei
confini che lui stesso si è scelto. E questi confini si chiamano Legge. Per
accompagnare il Maresciallo nelle sue complesse indagini ho scelto attori e
ambientazioni estremamente legati al territorio, atti a rendere la sua attività
investigativa assolutamente credibile, una scelta, per me, necessaria per
calare gli spettatori nella cruda realtà di quel periodo. Ho scelto una
grammatica di ripresa classica, elegante e decisamente cinematografica per
impreziosire questo racconto anche con accenni epici, avvalendomi della
collaborazione di ottimi capi reparto artistici per restituire il sapore e il
calore della realtà barese di quell’epoca, così affascinante e controversa.
Nelle sale dal 30 novembre il terzo capitolo della saga diretta dai Manetti bros. Con Giacomo Gianniotti, Miriam Leone e Valerio Mastandrea
Chi è veramente Diabolik? Le sorelle
Giussani nel marzo del 1968, a cinque anni dalla pubblicazione del primo numero
del leggendario fumetto, provarono a rispondere a questa domanda, scrivendo e
poi pubblicando quello che probabilmente è l’albo del Re del Terrore più famoso
di sempre: “Diabolik chi sei?”. «Dopo due film, e qualche anno di completa dedizione al nostro antieroe
preferito, abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di prendere il toro
per le corna e di far diventare un film il mitico albo del ’68 – affermano i
Manetti bros. – Le Giussani, con la capacità di suggestione che le ha rese tra le autrici
di fumetti più importanti d’Italia e probabilmente del mondo, sono riuscite,
ancora una volta, a trovare la quadra magica, a spiegare il personaggio e le
sue origini senza veramente spiegarlo o, quantomeno, senza svelarlo
completamente, lasciandolo misterioso e affascinante». Un lavoro che trasferisce al cinema
la suggestione dalla pagina disegnata. «Nel primo film abbiamo raccontato Diabolik dal punto di
vista di Eva Kant, la donna che si innamora di lui e che affiancandolo lo
completerà – proseguono i registi – nel secondo attraverso quello
dell’ispettore Ginko, l’uomo che gli dà la caccia e alza costantemente il
livello della sfida. Nel terzo film abbiamo deciso di raccontare Diabolik dal
punto di vista di Diabolik stesso. Chi è Diabolik? E soprattutto: il Re del
Terrore è completamente conscio delle sue origini e della sua misteriosa
identità? Da lettori abbiamo visto Diabolik attraversare gli anni con quella
capacità magica, che hanno sempre i fumetti, di restare identico, e
apparentemente della stessa età, mentre passano i decenni. Abbiamo voluto
mettere anche questa caratteristica nel film, facendo un balzo in avanti di un
decennio». Dopo gli anni 60 del primo e del secondo
capitolo, la pellicola ci porta improvvisamente negli anni 70. Scenografie,
costumi e fotografia sono cambiati in modo piuttosto radicale: dalla fredda
razionalità ed eleganza che caratterizza gli anni 60, il passaggio alla follia
eccentrica e rivoluzionaria del decennio successivo, cosa che ha dato un taglio
completamente diverso al film, anche dal punto di vista cinematografico e di
ritmo del racconto. «Se
non bastasse, – aggiungono i registi – nella seconda parte, quando raccontiamo
la sorprendente infanzia di Diabolik, abbiamo fatto un tuffo in dei non ben
definiti anni 40, cambiando ancora una volta lo stile, in maniera ancora più
repentina, passando a un immaginario espressionista rigorosamente in bianco e
nero». «Il terzo film è pieno di canzoni e di straordinarie interpretazioni di
grandi cantanti italiani e non – concludono i Manetti bros. – Per il brano dei titoli di testa, dopo
l’oscurità di Manuel Agnelli e l’eleganza di Antonio Diodato, siamo passanti al
funky frizzante e stiloso dei Calibro 35 in coppia con Alan Sorrenti. Questa
canzone rappresenta la profonda differenza di questo film rispetto ai
precedenti». Nel cast di “Diabolik, chi sei?”, coprodotto
da Rai Cinema, ritroviamo Giacomo Gianniotti (Diabolik), Miriam Leone (Eva
Kant) e Valerio Mastandrea (Ginko). Nel cast anche Monica Bellucci (Altea),
Pier Giorgio Bellocchio (Sergente Palmer) e Chiara Martegiani (Elisa Coen). «Già durante il primo incontro, con i
Manetti avevamo scelto a quale albo si sarebbe ispirato il terzo film della
saga – afferma la casa editrice Astorina – Non soltanto perché il più amato dai
lettori, non soltanto perché il più ristampato (a grande richiesta), non
soltanto perché affascinava tutti e tre l’idea di trasferirlo dalla carta alla
pellicola… ma soprattutto perché eravamo certi che il pubblico delle sale,
dopo aver visto il Re del Terrore un paio di volte in azione, si sarebbe
chiesto: Diabolik, chi sei?. Lo stesso era successo tanti anni fa ai lettori
del fumetto e all’epoca le sorelle Giussani avevano risposto con poche
informazioni e molti misteri sul passato del loro personaggio. Lo stesso vale
per il terzo film, come i precedenti rispettoso della storia da cui è tratto,
che ha scelto come simbolo lo sguardo inquietante della pantera nera. Come fece
il fumetto».
Una panchina rossa in tutte le trasmissioni della Rai, il nastrino rosso nei loghi delle reti Tv, uno spot per invitare tutti, e in particolare gli uomini, a riflettere sul tema, un promo per “correggere” i luoghi comuni sessisti e la sede di Viale Mazzini, a Roma, illuminata di rosso. La Rai è scesa in campo con forza e determinazione nella Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne
La
televisione e la radio, RaiPlay e RaiPlay Sound. I vertici aziendali, gli
artisti, i giornalisti, le maestranze. La Rai, unita, ha fatto di sabato 25
novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le
donne, la propria bandiera. «La
violenza di genere è la più drammatica e visibile piaga di una cultura della
non parità che viene da lontano – afferma la Presidente Rai Marinella Soldi – Rai,
come prima azienda culturale del Paese, deve essere protagonista di racconti
che promuovano la ricchezza della diversità, della parità di opportunità e di
una raffigurazione femminile moderna, reale e aspirazionale, specialmente per i
giovani. Per questo, oltre alla campagna contro la violenza sulle donne, il Servizio
Pubblico si impegna in progetti concreti per favorire la partecipazione delle
donne e per premiarne il merito e le competenze: No women no panel, sui
territori, e 50/50 nei nostri contenuti. La Rai oggi, come sempre nella sua
storia, è determinante per il progresso sociale e culturale del Paese».
In onda un
palinsesto articolato che ha attraversato, nel segno delle donne e contro la
violenza di genere, tutti i canali radiofonici, televisivi, digitali e social. Per
l’amministratore delegato della Rai, Roberto Sergio, «la
Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è
stata l’occasione per il Servizio Pubblico di ribadire il proprio impegno a
combattere e a vincere a tutti i costi una battaglia che è prima di tutto di
civiltà, di rispetto della dignità, di rifiuto convinto e senza sconti di ogni
forma di violenza, anche la più subdola. La Rai è stata totalmente coinvolta,
per estirpare, senza se e senza ma, una piaga indegna del nostro Paese. Lo ha
fatto assumendo come simbolo, nelle sue trasmissioni, la panchina rossa, per
ricordare il colore del sangue femminile versato, che interpella ciascuno di
noi. Lo ha fatto tingendo dello stesso colore i loghi di tutte le reti e
l’esterno di Viale Mazzini, a Roma. La programmazione tv, radio e digital dedicata alla Giornata;
gli spot, in onda più volte durante il giorno: uno per cancellare i luoghi
comuni sessisti, l’altro per invitare soprattutto gli uomini a riflettere sulla
violenza. Perché la violenza contro le donne è
un orrore da cancellare».
«Ho sentito il peso della responsabilità, ma anche la consapevolezza di vivere una opportunità importante. Mi sono sentita molto fiera di avere avuto la possibilità di interpretare una donna che, seppure nel dramma, ha contribuito a un cambiamento epocale nella società italiana» racconta al RadiocorriereTv la giovanissima attrice, protagonista con Greta Scarano di “Circeo”, il martedì in prima serata su Rai 1
Quanta
fatica c’è stata per entrare nei panni di Donatella Colasanti, una donna che ha
avuto un vissuto così pesante?
Dal
punto di vista emotivo è stato un viaggio davvero impegnativo, non potevo mai
perdere di vista il rispetto verso una persona realmente esistita. Non ho
avvertito fatica, certamente sentivo il peso della responsabilità, ma anche la
consapevolezza di vivere un’opportunità importante. Mi sono sentita molto fiera
di avere avuto la possibilità di interpretare Donatella Colasanti, una donna
che, seppure nel dramma, ha contribuito a un cambiamento epocale nella società
italiana.
Dal
provino al set, che esperienza è stata “Circeo”?
Ricordo
che avevo mandato un video per partecipare ai provini, senza però pensarci più
di tanto. Mi hanno richiamato per vedermi dal vivo, per un provino con il
regista, e mi sono resa conto che per questo ruolo stavano provinando
tantissimi ragazzi. Più andavo avanti nella selezione, più mi rendevo conto che
mi stavo affezionando alla storia. Alla fine, ho cominciato anch’io a credere che
avrei potuto farcela. E così è stato. Alla mia carriera auguro di prendere
parte sempre di più a progetti come “Circeo”, una tappa importante del mio percorso
professionale.
Quali
sono state le indicazioni del regista per entrare nella vita di Donatella Colasanti?
Sono
stati mesi molto intensi sul set, il regista Andrea Molaioli mi ha lasciato
molta libertà, si è sempre preso cura di me, aveva a cuore la mia opinione
sulle scene, mi chiedeva sempre come volessi raccontarle. Sono stata seguita e
sostenuta passo dopo passo sia da Andrea che da Greta, da loro ho ricevuto
molti consigli, non solo a livello attoriale, ma su come affrontare il lavoro dal
punto di vista emotivo. Tutto questo è stato fondamentale, mi ha
tranquillizzato molto.
Spesso si accusano le
donne di non fare squadra, Greta Scarano ha invece parlato di “sorellanza”…
Con Greta non abbiamo
avuto bisogno di dire niente, è stato tutto naturale. Il carattere di entrambe
ha reso possibile stringere un legame molto stretto tra noi, che ha certamente permesso
di rendere veritiero il rapporto tra Donatella e Teresa. Quando nella vita
reale si va d’accordo, il resto va da solo…
Una serie al femminile…
Lo sguardo femminile è
presente ovunque nella serie, a partire dalla sceneggiatura. Raccontiamo il
movimento femminista e la sua capacità di scendere in campo e lottare per i
diritti delle donne, la stessa Donatella non rinunciare alla sua battaglia, e
la sua avvocata, Teresa Capogrossi, porta la voce delle donne nelle aule dei
tribunali.
Conosceva la storia del
massacro del Circeo e quello che è accaduto dopo?
Vivendo a Roma ne avevo
sentito parlare anche dai miei genitori, ma non sapevo molto di Donatella
Colasanti. La serie mi ha dato l’opportunità di conoscerla, di entrare nella
sua vita, nelle sue emozioni. Ha fatto una scelta forte, nonostante tutto
quello che le era capitato, è andata avanti, non come una vittima o una
sopravvissuta, ma come una persona che voleva giustizia. Ha sempre combattuto
in prima persona, dentro e fuori dai tribunali.
Una ragazza così giovane…
…così coraggiosa. La sua
forza mi ha colpito molto, mentre tutti le consigliavano di lasciar perdere,
lei che era una “sempliciotta” di borgata, ci ha messo la faccia e il suo coraggio ha cambiato la storia
italiana. Spero che il pubblico voglia vedere la serie, che i giovani possano
comprendere il valore di storie come quella di Donatella, così drammaticamente
attuale. Questa donna è un esempio per tutte le donne, il suo gesto ha
insegnato che, di fronte alla violenza, ai soprusi non bisogna far finta di
niente, si deve rispondere, si deve lottare per affermare se stesse e non farsi
mai dire cosa si può o non può fare.
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