Esistono gli italiani?

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LIBRI

L’incerta identità italiana è al centro dell’indagine di Giorgio Zanchini. Attraverso interviste, documenti e testimonianze, l’autore mette a confronto i tasselli di un puzzle di non facile composizione. Un viaggio che muove dalla questione meridionale, dal dualismo Nord-Sud, dal ruolo, talvolta non esercitato appieno, dello Stato

Come nasce questo volume?

Dallo stimolo di Marco Frittella, direttore di Rai Libri, di provare ad affrontare una sfida complicata, quella di rispondere a una domanda che gli italiani si pongono dai tempi di Guicciardini. Abbiamo provato a fare una piccola indagine con gli strumenti di un giornalista radiotelevisivo attorno a una domanda antica.

Cosa unisce e cosa divide gli italiani?

A unirli sono il dato linguistico e quello geografico. Il fatto di parlare la stessa lingua e di abitare lo stesso territorio. A dividerli sono tante cose, a partire dal fatto che l’Italia è un paese molto diverso, gli arabi dicevano che era troppo lungo per essere conquistato. E poi c’è una storia di divisioni che l’ha reso molto diverso da un’area all’altra. Sono quasi più gli elementi che dividono gli italiani di quelli che li tengono assieme. Di qui anche la definizione di “identità debole”.

Un’identità tanto sfaccettata ha in sé aspetti positivi?

Il bello dell’Italia è il policentrismo, le divisioni la rendono un Paese con tanti centri di generazione di cultura. Anche la produzione linguistica è molto ricca, la varietà rappresenta una dote.

Una sfaccettatura che riguarda anche il genio italiano, l’arte, la bellezza…

… ma anche paesaggi diversissimi e variegati, dalle Alpi ai laghi alle pianure del Mezzogiorno.

Cosa potrebbe rendere più solida questa identità fragile?

Se devo rispondere con una parola dico il buon governo. La fragilità nasce dal fatto che l’Italia è un Paese storicamente debole, diviso, e non sempre ben amministrato per mille ragioni. Siccome tutto deriva dalla storia siamo anche migliorabili: governi stabili, un’economia che funzioni, inclusione, potrebbero certamente aiutarci.

La politica sente la necessità di cambiare?

Penso di sì, anche se la realtà, dipendendo da numerosi fattori, è sempre più sfaccettata e mette in difficoltà la politica: penso al quadro internazionale, all’economia. La gestione della cosa pubblica in Italia non è stata all’altezza delle sfide della modernità e della globalizzazione. Altri Paesi ci sono riusciti meglio di noi, ma non dobbiamo essere pessimisti, tutto può migliorare.

Non una sola ma tante Italie, tu Giorgio Zanchini a quale appartieni?

Il mio è un auspicio. Mi riconosco nei nostri presidenti della Repubblica, almeno negli ultimi, che sono sempre stati all’altezza del ruolo.

Che cosa significa raccontare gli italiani?

Provare a dare loro la parola dal basso, come insegna Giuseppe De Rita (sociologo), non solo con analisi teoriche ma con delle inchieste, con viva voce della gente.

La Tv e la radio hanno contribuito a unire il Paese, che cosa succede oggi con i social?

I social acuiscono alcune tendenze alla frammentazione e all’indebolimento di un racconto comune. La televisione svolgeva la funzione di orologio sociale, che oggi svolge in modo diverso. La televisione ha ancora alcune ritualità che vengono molto seguite: le conversazioni pubbliche di chi non è più giovanissimo sono ancora molto legate ai mezzi di comunicazione di massa. I social creano mille nicchie e faglie generazionali abbastanza impressionanti. Non sono però convinto che non esistano più racconti comuni, tutt’oggi definiti dai mezzi di comunicazione di massa dai quali i social si abbeverano spesso. È come se il sistema si fosse complicato ma gli attori del Novecento ancora resistono, ancora costruiscono un racconto comune.

Con gli ascoltatori e i telespettatori hai diverse occasioni di confronto, che cosa hai capito di noi italiani?

Che dipende moltissimo dal luogo in cui ci si ascolta e ci si parla, ma questo è così nella vita. A “Radio anch’io” il pubblico è diverso da quello di Radio 3, da quello di “Quante storie”, da quello di “Rebus”. Mi diverte molto confrontarmi, misurarmi e ascoltare le voci anche di chi non la pensa come me. Ad esempio, a  “Radio anch’io” il dibattito è particolarmente vivo e caldo e lì mi misuro con tanti italiani che la pensano in modo diverso dal mio, ed è sempre interessantissimo.

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Non è più il tempo di “scegliere”

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MONICA SETTA

«Ci siamo concentrati sulle cosiddette “sliding doors”, le famose porte girevoli della vita. È un racconto sul femminile, su quel bivio che cambia per sempre la vita di una persona» afferma la giornalista che dal 5 luglio è al timone di “Storie di donne al bivio”, in seconda serata Rai 2

“Storie di donne al bivio”, un programma che riprende uno storico marchio Rai, come nasce l’idea di questa nuova avventura?

Il programma riprende solo vagamente il titolo dello storico “Donne al bivio”, noi ci siamo concentrati sulle cosiddette “sliding doors”, le famose porte girevoli della vita. È un racconto sul femminile, su quel bivio che cambia per sempre la vita di una persona. Non avremo contributi, né racconti filmati, non attingeremo all’archivio delle Teche Rai, ma tutto si baserà sulla confidenza tra amiche. Le prime ventiquattro donne intervistate sono, infatti, mie amiche che si sono raccontate come non avevano mai fatto prima.

Qual è stata la tua reazione di fronte ai loro racconti?

Ascoltando queste storie, ho chiesto loro se avessero voglia di continuare o se fosse il momento di interrompere un racconto emotivamente molto forte. Ho avuto un approccio quasi contrario a quello che normalmente si fa nel giornalismo, ovvero spingersi fino al limite per avere la notizia a tutti i costi. La mia è stata una chiave narrativa mai invasiva, basata solo sulla libera confidenza dell’intervistata.

Che cosa rappresenta questo programma per un conduttore del Servizio Pubblico?

È un modo per raccontare a che punto si è oggi sul tema della conciliabilità, che troppo spesso obbliga una donna a scegliere tra famiglia e carriera, tra figli e cura dei genitori, situazione emersa in maniera ancora più evidente dopo il Covid. Il prezzo più alto, ricordiamo, anche dal punto di vista occupazionale, lo hanno pagato proprio le donne. Sono stata una delle prime giornaliste economiche, a trent’anni ero caposervizio de “La Voce” di Montanelli e uno dei filoni che seguivo era proprio quello dell’empowerment femminile. La narrazione comune era proprio quella che una donna in carriera doveva sacrificare qualcosa della sua vita. Oggi però, grazie ai modelli maggiormente rappresentativi – da una parte Giorgia Meloni, prima premier donna, dall’altra Elly Schlein, la prima segretaria di un partito – la questione può essere approfondita meglio. Allo slogan “famiglia o carriera”, “figli o lavoro”, abbiamo voluto sostituire la “o” con una “&”, mettendoci in ascolto, sciogliendo questa matassa di vita per lasciare spazio alle storie e alla possibilità di comprendere che, oltre alla tesi e alla antitesi, è possibile anche una sintesi. La nostra è certamente una piccola testimonianza, seppur importante, di donne che, in un modo o nell’altro, questa sintesi l’hanno realizzata.

Qual è invece la testimonianza delle donne che hai incontrato?

Da parte mia non c’è alcuna valutazione, ho diviso come sempre in maniera estremamente rigorosa i fatti dalle opinioni, limitandomi al lavoro di cronista, portando così in tv storie di donne che pur occupando posti importanti nella politica, nell’economia e nel management, sono madri, hanno una famiglia, non hanno rinunciato all’amore e alla cura dei propri cari. La lunga marcia di avvicinamento alla possibilità di “armonizzare” tutto è iniziata, la strada è ovviamente molto lunga, non si può non tenere conto del gender gap salariale, del welfare state o dell’occupazione femminile, però ci sono piccoli segnali importanti di cambiamento.

E su questo bisogna lavorare…

Nella prima parte del programma, quella estiva, abbiamo incontrato donne famose, giornaliste come Emma D’Aquino e Candida Morvillo, la dottoressa Emma Borrelli, Paola Ferrari De Bendetti e tante altre, prevalentemente volti noti. Nel secondo ciclo, che partirà a metà ottobre, andremo ad approfondire le storie di eroine della porta accanto, di chi, per esempio, è riuscita a organizzare la propria vita, privata e professionale, pur essendo plurimamma. Emerge uno spaccato sociale interessante, dopo anni in cui si poneva l’attenzione sull’impossibilità di operare una sintesi.

Nel rapporto intervistatrice-intervistata come si ottiene la fiducia?

Ci sono vari metodi, tutto dipende, secondo me, dal dato anagrafico. C’è una classe di colleghe giovani che, proprio per l’età, hanno un approccio più aggressivo. È assolutamente fisiologico, lecito e deontologicamente corretto. È il mestiere. Io, invece, appartengo a una classe anagrafica più agée, sono abituata a essere molto più paziente, entrante. Il mio metodo si è sempre basato sul creare un rapporto di fiducia, è successo anche per questo programma. In questa relazione il mio intervistato sa perfettamente che può tirarsi indietro in qualsiasi momento, che non è in trappola. Penso che dipenda dall’esperienza maturata negli anni, i giovani giornalisti della Generazione Z sono veloci, puntano allo scoop, alla notizia a tutti i costi, cercano di strappartela. Io preferisco portare a casa una notizia sempre con il consenso, senza creare alcuna rottura.

Un bivio è spesso un momento di ripartenza, quanto è più difficile per una donna?

Assolutamente sempre più difficile che per un uomo, è una strada in salita, ma ci sono degli spiragli. Anche se lentamente, l’economia sta ripartendo, l’Italia sta facendo meglio dei nostri partner europei, Germania in testa, diciamo che l’occupazione femminile se ne sta avvantaggiando. È solo l’inizio di una inversione di tendenza, i numeri sono ancora troppo piccoli, ma è la strada giusta. Si deve spingere, per esempio, sulla natalità, aiutare le donne a non avere rimpianti, a non dover più scegliere tra la propria carriera e tutto il resto.

In un universo così complesso come quello femminile, qual è la caratteristica che più apprezzi di una donna?

La sincerità, la schiettezza e la concretezza. Ritengo che una grande dote femminile sia il pragmatismo, l’uomo si fa più illusioni, sogna più in grande, una donna ha un’umiltà di fondo. Nel mio caso specifico, per esempio, aver mantenuto un simile atteggiamento, mi ha consentito di attraversare una vita professionale molto ricca, ma anche complessa, con alti e bassi a volte destabilizzanti. Io ce l’ho fatta perché sono riuscita a rimanere con i piedi per terra, senza mai farmi nessuna illusione.

Abbiamo parlato di donne, come pensi possano accogliere questo programma gli uomini, il pubblico maschile?

È una bellissima domanda ed anche uno dei grandi punti interrogativi che ci siamo posti con il direttore Paolo Corsini, un uomo molto concreto che guarda al risultato. Prima di confermare il programma ha aspettato che “Generazione Z” ottenesse una media del 5 per cento di share. Convincerlo non è stato facile perché si tratta di un programma di genere, come esempio posso citare “Ciao maschio” di Nunzia De Girolamo, un’amica, una professionista che stimo moltissimo e che ha saputo raccontare in maniera originale le dinamiche emotive degli uomini. Vedremo quale sarà la reazione del pubblico maschile.

Hai pensato mai se fossi stata tu dalla parte delle intervistate?

Mi sono messa spesso nei panni delle intervistate, scoprendo un’altra grande capacità femminile, quella di tenere i tormenti per sé. Una storia, bellissima e molto forte, che il pubblico potrà vivere seguendo il programma, è quella di Paola Ferrari De Benedetti. Per la primissima volta ha raccontato in tv del travaglio vissuto quando aspettava la sua seconda figlia. Durante la gravidanza a un certo punto, dopo l’amniocentesi, l’ospedale le ha comunicato che la bambina avrebbe potuto avere il gene della sordità, probabilmente sarebbe stata anche muta e, se avesse voluto, sarebbe potuta ricorrere all’aborto terapeutico. Il suo racconto è stato emotivamente molto potente, ma non ha mai voluto interromperlo, perché voleva condividere con tutti noi la totale assenza di dubbi sulla scelta, un atto d’amore grandissimo per la sua bambina che oggi è una ragazza e sta bene. Un uomo si sarebbe soffermato di più sulle conseguenze, mentre, come nel caso appena raccontato, la risposta è stata “no, porto avanti la mia vita”.

L’augurio di Monica Setta a chi condividerà questo viaggio…

Di riuscire a perfezionare sempre di più quella che io chiamo “capacità e opera di sintesi”, ovvero arrivare a non dover essere costrette a scegliere tra famiglia e carriera, pretendere sostegno dalla politica e dalle istituzioni e un cambio di passo e di mentalità. Non è più opportuno affermare in maniera assurda e surreale che una donna può tutto, certamente può tenere insieme le cose importanti della propria vita.

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La croce e la svastica

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I cristiani deportati e uccisi a Dachau dai nazisti, al centro del lavoro del regista Giorgio Treves. Giovedì 29 giugno alle 21.20 su Rai 3

Il regista Giorgio Treves, che ha già raccontato la shoah nei suoi documentari, ritorna con “La croce e la svastica”, proposto in prima serata su Rai 3 giovedì 29 giugno, ad affrontare l’argomento, ma questa volta spostando il punto di vista sui cristiani che furono vittime dei nazisti, deportati ed uccisi nel campo di Dachau.

Il documentario in due puntate si sviluppa come un viaggio e una ricerca personale dell’autore che, attraverso le testimonianze di alcuni sopravvissuti e le ricostruzioni degli storici, vuole comprendere e fare chiarezza anche sui rapporti tra la chiesa cattolica, quella protestante e il nazional socialismo.

Giorgio Treves comincia la sua ricerca partendo dall’Archivio Vaticano Segreto, un luogo che è stato oggetto di un recente proposito di Papa Francesco: quello cioè di togliere i sigilli riguardanti il pontificato di papa Pio XII, con lo scopo di chiarire la posizione della chiesa durante la II guerra mondiale.

Le ricostruzioni storiche si alternano a momenti emotivi: le storie personali, i ricordi, gli aneddoti di coloro che vissero in prima persona questa tragedia.

La seconda puntata entra nel vivo dell’ascesa del nazismo, che con il Paragrafo Ariano porterà a compimento lo sterminio ebraico, e si conclude interrogandosi sull’atteggiamento messo in atto dal Vaticano. Cosa avrebbe potuto fare la Chiesa? Cosa, forse, mancò di fare?

Il percorso termina nel lungo viale alberato di Dachau, con un finale che, presentando le recenti manifestazioni neonaziste, è un monito volto a scongiurare la reiterazione di simili atrocità.

I capitoli sono argomentati da storici italiani, francesi e tedeschi, intervallati da materiale inedito dagli archivi: Bundenarchive, Les Ateliers Des Archives, Critica Past e Istituto Luce solo per citarne alcuni.

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L’Italia a passo lento

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LINO ZANI

Alpinista, maestro di sci, profondo conoscitore delle vette più belle d’Italia, il sabato su Rai 1 racconta i sentieri delle nostre montagne

“Linea Verde Sentieri” ha conquistato i telespettatori. Lino è soddisfatto di questa esperienza?

Sono un uomo di montagna, nato e cresciuto sui monti, non potevo che fare un programma sui sentieri, sui quali ho camminato sin da bambino per raggiungere i rifugi, le vette. Camminare sta tornando molto di moda, d’attualità, anche senza una meta precisa, perdendosi nella natura. Quando cammini, in solitudine o in compagnia, la mente va a pieni giri. Questa trasmissione, che ci porta per sentieri, ci sta premiando con gli ascolti: la gente si sta appassionando al cammino e alla scoperta dell’Italia a passo lento.

Dove ci portate in questa seconda stagione?

Abbiamo già registrato puntate in Calabria e in Puglia, adesso siamo in Trentino e saremo presto in Alto Adige. Stiamo risalendo l’Italia per andare poi in Basilicata, in Lombardia, Valle d’Aosta, Piemonte. Proporremo dodici sentieri uno più bello dell’altro. Nei giorni scorsi abbiamo camminato lungo un sentiero che da Otranto porta a Santa Maria di Leuca, è stato un sogno camminare sugli scogli, a bordo mare. Una cosa incredibile, non sarei più venuto via.

Come scegliere il sentiero più giusto per ognuno di noi?

Bisogna sempre informarsi prima di partire. Ci sono sentieri molto belli ma altrettanto difficoltosi, attrezzati, ci sono le vie ferrate. Penso ad esempio al Sentiero dei fiori, che nonostante il nome, ti conduce sopra i 3 mila metri, dove di fiori ce ne sono ben pochi. Il nome ti può ingannare (sorride). Devo dire che i sentieri del CAI sono sempre ben segnati, è difficile perdersi. E poi ci sono i sentieri classici, i cammini come la Francigena. In Trentino stiamo facendo un percorso nei pressi di Folgaria e Lavarone, un sentiero percorso dai soldati durante la Prima guerra mondiale.

Quali sono le regole per vivere la montagna, i cammini, e farlo in sicurezza?

È fondamentale avere sempre una bella scorta d’acqua nello zaino e anche qualcosa da mangiare. Quindi vestirsi a cipolla, perché d’estate si cammina sì in maglietta, ma quando arriva un temporale la temperatura cala anche di quindici gradi di colpo e si rischia l’ipotermia, soprattutto se si è bagnati e in quota. Insieme ai temporali c’è anche il rischio dei fulmini, è quindi importante non fermarsi sotto le piante isolate e non stare mai in gruppo. Per quanto riguarda le scarpe devono essere comode per evitare la formazione di vesciche: se sono nuove prima di indossarle in cammino è decisamente meglio provarle a casa.

Come vive la popolarità televisiva raggiunta anche grazie a “Linea Bianca”?

Mi dà grande soddisfazione. Mi è capitato di incontrare persone che stavano facendo un sentiero che ho proposto in Tv, seguendo i miei consigli. Questo significa che la gente si sta appassionando e che sono anche credibile, cosa per me molto importante. Sono un uomo di montagna, ho fatto gli 8 mila metri, ho camminato ovunque. Sono felice di riuscire a descrivere e a fare incuriosire il pubblico, che apprezza anche la spontaneità del nostro racconto.

Quale consiglio ha dato alla sua compagna di viaggio Margherita Granbassi per affrontare al meglio le camminate lungo i sentieri?

Margherita è stata una vera scoperta. Viene dal mondo dello sport, è abituata a soffrire, a impegnarsi. Affronta le camminate serenamente da vera sportiva. Lei soffre un po’ di vertigini e l’ho un po’ aiutata ad affrontare il vuoto e l’arrampicata.

Cos’è per lei la montagna?

Tutto e mi ha dato tutto, non posso che ringraziarla. Ogni volta che sono in montagna mi sento l’uomo più felice del mondo. Per me, come per Margherita, percorrere questi sentieri è più un divertimento che un lavoro.

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Sempre libera e allegra

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NON SONO UNA SIGNORA

Alba Parietti, che sta per tornare sul piccolo schermo con uno show dedicato alle drag queen, incontra il RadiocorriereTv:  «Un viaggio nella fantasia. Il travestimento porta i concorrenti a raccontarsi in una maniera molto affascinante, introspettiva e profonda». Su Rai 2 dal 29 giugno in prima serata

Ha avuto spesso un ruolo di spartiacque, di rottura nel mondo della Tv, fu così con un programma di calcio in anni in cui la conduzione al femminile non era proprio data per scontata, “Galagoal”, è stata la prima donna a condurre “Striscia la notizia”, ha sperimentato un modello di comicità nuova con “Macao”… sarà così anche questa volta?

Speriamo, mi piacerebbe. È sicuramente una sfida, come lo sono state quelle del passato, da “Galagoal” a “Macao”. Sono abituata, e questa è una sfida difficile, un programma su cui potevano accumularsi luoghi comuni, pregiudizi, paure. Invece è un programma molto divertente, leggero, e che potrebbero vedere anche i bambini. È pieno di colore e di fantasia. Al divertimento e allo spettacolo si mischiano delle riflessioni sul fatto che ognuno dei concorrenti, interpretando un ruolo completamente diverso e diventando una drag per una notte, prova delle emozioni, scopre una parte di sé che magari non conosceva e lo diverte.

“Non sono una signora”, un titolo che ci dà alcuni indizi sul mondo in cui ci porterete. Che viaggio sarà?

Un viaggio nella fantasia, se vogliamo siamo tutti abituati alle trasformazioni. In qualche maniera lo facciamo fin da bambini, sempre come un gioco divertente e che appartiene solo a determinate situazioni. Poi, nella realtà, secondo me abbiamo tutti voglia di divertirci trasformandoci. Magari è il sogno per una sera. Devo dire che per tutti i partecipanti è stato un viaggio in una parte inesplorata di loro stessi, ma dietro alla quale non per forza deve esserci chissà quale messaggio subliminale. Semplicemente una parte di fantasia rimasta, magari, inesplorata. La sfida è di diventare una drag, questo porta i concorrenti a raccontarsi in una maniera molto affascinante, introspettiva, profonda.

Con quali criteri sono state scelte le drag che prendono parte al programma?

Dovevano essere persone con il coraggio e la voglia di mettersi in gioco. Fare la drag è un mestiere. Per farlo ti devi sottoporre a ore di trucco, devi saperti muovere sui tacchi, avere una capacità di interpretare. Le drag sono delle artiste. Un tempo gli uomini interpretavano ruoli femminili quando alle donne non era consentito fare teatro, poi c’è stato il movimento a New York. Drag è sinonimo di libertà e di allegria.

Lei è una donna di spettacolo, cosa deve avere una performance per fare centro?

Divertimento e accettazione. Chi non è riuscito nell’impresa, ed è stata cosa rara, è chi ha messo un blocco, aveva paura. È successo forse solo in una occasione, tutti gli altri concorrenti si sono divertiti, hanno capito perfettamente qual era lo spirito del gioco.

Quello dell’identità di genere è un tema molto discusso, in televisione come nei social…

È sicuramente un tema importantissimo, caldo e sentito. Per altro sono sempre stata dalla parte di chi aveva voglia e diritto di essere ciò che voleva, perché il modo migliore per vivere felici è proprio lasciare che ognuno possa assomigliare all’ideale che ha di se stesso. Sono stata fraintesa persino quando ho usato il termine etero per quelli che partecipano al programma, ma sostanzialmente è la verità. L’identità di genere è un tema delicato, ogni parola che utilizzi viene usata per creare una polemica sterile, inutile, quando in realtà il senso è solo quello di divertirsi, di portare uno spettacolo brillante dove ognuno assomiglia a un ideale che ha di se stesso. Lo puoi fare in un giorno  qualsiasi dell’anno e non solo la sera di carnevale o di Halloween perché ti viene data la possibilità. Tutti i concorrenti mi son sembrati più che entusiasti di avere partecipato e di aver vissuto un’esperienza allegra, festosa e divertita.

Il travestimento, più per nascondersi o per raccontarsi?

Per raccontarsi. Io lo faccio costantemente con il travestimento. Cambio pettinatura, mi piace trasformarmi, giocare. Gli attori hanno la possibilità di farlo ogni giorno interpretando ruoli diversi. Noi, invece, abbiamo la fortuna di poter interpretare il ruolo che ci pare. Che non è essenzialmente solo recitare una parte, ma prendere qualcosa che ognuno ha dentro di sé. Abbiamo tutti una parte schizofrenica in fondo, nel senso buono.

Ha mai rischiato di omologarsi a ciò che non le assomiglia proprio?

Forse solo per un brevissimo periodo, sempre per essere accettata. È stato probabilmente uno dei periodi più bui della mia vita, ma è durato pochi mesi. In genere lo si fa per amore, per non essere emarginati. Ma la verità è che quello è il momento in cui sei più infelice in assoluto.

Che cosa la fa sentire una donna libera?

La mia storia personale, il fatto che ogni giorno ho potuto fare ciò che volevo, pur avendo vissuto grandi successi professionali, e avuto una vita sentimentale molto appagante, anche con sofferenze, come capita a tutti. Ho sempre scelto gli uomini che mi piacevano e di cui ero innamorata, non ho mai fatto scelte di convenienza ma di libertà. Nella vita, nel lavoro, nell’amore, nel non volermi arrendere. Penso alla solita monotona tiritera, alla gente che deve stabilire cosa possa fare o non fare una donna a 61 anni. Questo fa ridere, come se l’età fosse una targa, o come se tu fossi costretta dalla società ad avere un ruolo piuttosto che un altro. Questo accade perché spaventi, mica perché non te lo puoi permettere.

C’è qualcosa che la scandalizza?

La gente che non ha rispetto della dignità degli altri, qualsiasi forma di dignità.

Il fatto che ci siano persone che pensino di poter giudicare la vita degli  altri.

Le è capitato di essere prevenuta nei confronti di qualcosa o qualcuno per poi cambiare idea?

Sì, assolutamente, e mi sono anche un po’ vergognata di me stessa. Mi è capitato e ho reagito riflettendo su quanto fossi stata stupida.

Ha cominciato giovanissima e ha vissuto anche la grande Tv di ieri. Cosa le manca di quegli anni?

Della Tv di ieri mi mancano i grandi professionisti che ci sono stati, eccezionali. Ho lavorato con i più grandi in assoluto, nei grandi show. C’era grande rigore, oggi la televisione è più consumistica, produce ore e ore di programmi e questo spesso va a danno del prodotto. Noi lavoravamo per più tempo su una trasmissione senza l’ossessione di fare tutto in fretta.

Siamo nell’era dei social, proverebbe a descriversi nello spazio di un tweet?

Alba, una persona libera e allegra.

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La Maratona delle Dolomiti

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SPORT E CULTURA

La pedalata sulle strade che hanno fatto e faranno la storia del ciclismo di ieri, di oggi e di domani. In diretta su Rai 2 domenica 2 luglio dalle 6.15 alle 12.00

Un evento imperdibile per ogni appassionato di ciclismo e non solo: è la Maratona delle Dolomiti, giunta alla trentaseiesima edizione, che anche quest’anno sarà trasmessa in diretta su Rai 2, dalle 6.15 alle 12.00, domenica 2 luglio.  La Maratona si snoda tra le montagne Patrimonio dell’Umanità Unesco, con partenza e arrivo in Alta Badia. Tre sono i tracciati proposti, con diversi gradi di difficoltà: il percorso maratona (138 km e 4230 metri di dislivello), un percorso medio (106 km e 3130 metri di dislivello) e il Sellaronda (55 km e 1780 metri di dislivello). Campolongo, Pordoi, Sella, Gardena, Giau, Falzarego e Valparola: pedalare sui passi dolomitici è come ripercorrere l’epica del ciclismo stesso e, per l’occasione, lo si può fare, sulle strade rigorosamente chiuse al traffico. Gli iscritti sono 8000, di cui 4000 sorteggiati e 4000 partecipanti di diritto, ma le richieste totali sono state 27.000 da tutti i continenti. Insomma, un evento sempre più seguito che, al di là della competizione sportiva in sé, diventa l’occasione per mostrare e far conoscere un territorio di straordinaria bellezza. E proprio la diretta della Rai, come di consueto, va in questa direzione. Oltre a seguire le gesta dei maratoneti, si racconteranno storie, si ospiteranno personaggi noti e meno noti, si mostreranno paesi e paesaggi, si parlerà della cultura ladina, che proprio tra queste montagne ha la sua culla, con le sue usanze e le sue tradizioni. Lo farà il vicedirettore di Rai Sport Alessandro Fabretti da uno studio allestito a Corvara in Badia. Con lui, tra gli altri, anche l’ex campione di ciclismo Giovanni Visconti e Beppe Conti, che ricorderà le salite storiche del Giro d’Italia proprio su questi passi e tra queste montagne. La telecronaca della Maratona è invece affidata a Silvano Ploner, sulla moto ci sarà Marco Saligari e per le interviste Marco Tripisciano.

Come di consueto, un tema accompagna e caratterizza la Maratona. Quest’anno il filo conduttore è l’Umanità. Il logo della trentaseiesima edizione, infatti, è un codice a barre in cui si legge Umanitè (Umanità in ladino), un modo per riflettere sul futuro di tutti noi, codificati, classificati, monitorati. Non mancherà poi l’aspetto solidale con due progetti di beneficenza: uno per sostenere percorsi di arrampicata e di avventura per bambini affetti da gravi patologie e uno di formazione e recupero per giovani in Madagascar, a Buenos Aires, in Sud Sudan e in Afghanistan.

Per chi non potesse seguire la diretta, la sintesi della Maratona sarà trasmessa sempre domenica 2 luglio in serata su Rai Sport HD.

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Vi aspettiamo sul 2

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HAPPY FAMILY     

In diretta dalla sala B di via Asiago a Roma parte la versione estiva del morning show con Ema Stokholma e i Gemelli di Guidonia. Appuntamento dal lunedì al venerdì dalle 8.35 alle 10.35 su Rai Radio 2 e in contemporanea su Rai 2 dalle 8.45 alle 10.00. Il RadiocorriereTv ha incontrato i protagonisti del programma

Anche quest’anno niente vacanze e di nuovo tutti insieme al lavoro…

EMA: La vera vacanza è quando fai un lavoro che ti piace (sorride).

EDURDO: Parla per lei eh… (ride) ci divertiremo sicuramente come l’estate scorsa.

GINO: Ci divertiremo anche di più!

E come l’estate scorsa si andrà in diretta…

EMA: Su Radio 2 e su Rai 2 tutte le mattine…

EDUARDO: Giochi, interazioni, personaggi…

EMA: Camicie…

PACIFICO: Camicie coloratissime…

EMA: Ospiti non lo sappiamo, perché comunque si sono svegliati presto tutto l’anno per andare da Fiorello e quindi non verranno da noi. Comunque bastiamo noi!

Avete un buon proposito per l’estate?

EMA: Ops, ci cogli di sorpresa…

PACIFICO: Speriamo di divertirci e di divertire il pubblico a casa…

EMA: Falsooo…

In famiglia le bugie sono consentite?

EMA: Quelle bianche sì (sorride). Prometto di essere sempre onesta e sincera con il pubblico. Per questo motivo qualsiasi cosa faranno i Gemelli che non sarà veritiera io dovrò proprio dirlo.

GINO: Dovrà farlo ogni due secondi, perché tutto quello che facciamo, a partire dai personaggi, è invenzione, pur basandoci anche sull’attualità.

A proposito di personaggi imitati, chi ritroveremo? Ci sono novità?

GINO: Non possiamo spoilerare nulla.

EMA: Avremo novità nuove (ride). Ecco, è il momento di essere onesti e dire la verità: dobbiamo ancora fare la riunione (ridono).

EDUARDO: Ma di contenuti nuovi ne avremo tantissimi, li abbiamo tutti in testa…

PACIFICO: Diciamo che saremo in Sala B, ma non sembrerà la Sala B…

Che cosa vi ha insegnato la prima edizione di “Happy family?”

EMA: Che quando sono in onda in radio posso togliermi le scarpe.

GINO: Sempre profonda Ema! Noi invece abbiamo imparato che in Tv è meglio tenere le scarpe.

EMA: Adesso sono seria e dico che nell’ultimo anno ho cambiato ritmo di vita. Ho fatto per molto tempo la dj e svegliarmi presto per venire qua è stata una novità, ma una volta iniziato il programma ho scoperto il piacere di stare qui con voi. Gemelli, ve lo dico sempre che vi voglio bene. Stiamo molto bene insieme.

EDUARDO: Lo stesso vale per noi, in questo siamo stranamente onesti.

Dove sareste andati in vacanza se non ci fosse stato il lavoro? La risposta “in via Asiago” non è consentita…

EDUARDO: Un bel viaggio all’estero l’avrei fatto volentieri…

EMA: Ma vai pure… (ride). Io rispondo da francese che vive in Italia, paese che amo. Per me stare a Roma in agosto è già una vacanza. La vivo un po’ così, nel pomeriggio vado in giro per la città…

GINO: La classica banalità che Roma ad agosto è bellissima…

Gemelli, avete portato Ema a Guidonia?

PACIFICO: Noooooo…

EMA: È vero…

EDOARDO: Ci sono il museo, la torre che pende

EMA: Dobbiamo andare, ci hai dato un’idea geniale…

GINO: Ema a Guidonia…

EMA: E loro a Stoccolma.

(ridono tutti)

Una promessa e un saluto al pubblico del RadiocorriereTv…

EMA: Da parte mia onestà e sincerità sempre per voi, col cuore.

EDOARDO: Ce la metteremo tutta per farvi divertire.

EMA: Non funzionerà!

PACIFICO: Vi aspettiamo perché protagonisti del programma sarete anche voi…

Gemelli, una canzone da dedicare a Ema l’avete?

GEMELLI: “And I will always love you…” (intonano il brano di Whitney Houston)

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Raccolgo la fiaccola di Piero

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Al via da giovedì 29 giugno il nuovo programma di Alberto Angela  in prima serata Rai 1. Ad accompagnare il pubblico in questo viaggio nella scienza anche l’astronauta Samantha Cristoforetti, presente in studio in ogni puntata

Carissimi…è con grande piacere che vi annuncio la nascita di un nuovo programma di divulgazione scientifica. Dopo la scomparsa di mio padre, ho pensato spesso a quello che aveva lasciato a tutti noi.

Sulle orme di Piero Angela

Ho deciso di raccogliere quella fiaccola rimasta a terra e di continuare il cammino della divulgazione. Non è stata una decisione facile. Il peso della responsabilità di un compito così delicato, inevitabili paragoni e un panorama televisivo sempre più difficile per temi così importanti sono da mettere in conto. Ma ho anche pensato che, nei miei oltre trent’anni di televisione, ho quasi sempre affrontato sfide molto difficili, a volte proibitive, con serenità, mettendo in campo concentrazione, umiltà, massima qualità, idee e un gruppo di straordinari collaboratori. Aggiungendo poi, alla fine, l’ottimismo, cioè lanciando il cuore oltre l’ostacolo, a prescindere dalle paure.

Da SuperQuark a… una nuova casa

Il nuovo programma di divulgazione scientifica non si chiamerà “SuperQuark” perché è, e rimarrà per sempre, il marchio di mio padre. Era il suo vestito, lo splendido vascello che lui ha governato per decenni nei mari del sapere. È giusto che rimanga suo per sempre. Ho chiesto alla Rai di ritirare questo nome, come si fa con le casacche dei giocatori più amati di una squadra. Rimane, però, la tradizione del programma, non tradiremo i suoi tanti linguaggi. L’intento è di farvi sempre sentire a casa.

Qualche cambiamento…

Alla capacità di raccontare la scienza dell’equipaggio di quel vascello, si aggiunge l’esperienza dei mari di prima serata acquisita da chi con me realizza “Ulisse”, “Stanotte a”, “Meraviglie” e anche “Passaggio a Nord-Ovest”.

Amplieremo i temi della trasmissione, parlando maggiormente di archeologia, geopolitica, antropologia, psicologia, mantenendo sempre vivi e forti gli argomenti tipici di “SuperQuark” legati alla divulgazione scientifica.

La squadra

Si è creata una formidabile e bellissima squadra che darà il massimo per parlare a tutti di scienza e, soprattutto, per diffondere il pensiero scientifico che è il suo vero obiettivo.

Perché questa nuova avventura?

Ci sono almeno tre motivi che mi hanno spinto a realizzare questo progetto.

Innanzitutto, perché non volevo che si interrompesse la rotta che Piero ha tracciato per così tanti anni, una visione che si basa sulla fondamentale intuizione di utilizzare la televisione, che è stata, ed ancora è per molti versi, uno dei mezzi di comunicazione più potente per spiegare la scienza e la cultura. In secondo luogo, perché la rete ammiraglia della televisione pubblica non può non avere un programma di divulgazione scientifica in prima serata. E infine, forse il motivo più importante. In tanti anni, sia mio padre sia io abbiamo incontrato quasi quotidianamente tante persone, da quelle comuni ad archeologi, ricercatori, ingegneri, medici, imprenditori, piloti e persino astronauti che ci hanno detto: “faccio questo mestiere perché da bambino vedevo i programmi di divulgazione di Piero”. Sono stati quei programmi a indicar loro la strada che poi hanno deciso di seguire. E spesso si tratta del mondo della ricerca o delle innovazioni, così cruciali per il nostro Paese e il nostro futuro.

Facciamo la nostra parte…

La nuova trasmissione non vuole abbandonare tutte quelle ragazze e quei ragazzi, le bambine e i bambini che adesso sono a scuola e che, vedendo questo programma, magari, decideranno di fare delle scelte, di intraprendere una professione, di andare in una direzione nella vita, qualunque essa sia. Non solo per quanto riguarda la scuola o l’università, ma per essere in grado di compiere nella vita di tutti i giorni una scelta con la conoscenza, utilizzando l’intelletto. In questo momento, le nuove generazioni hanno bisogno di un aiuto per capire come indirizzare la loro vita, le loro conoscenze, le loro passioni. Noi vogliamo fare la nostra parte, dare strumenti utili per ragionare, lasciando poi la libertà di scegliere i sentieri che si desiderano percorrere nella vita. Raccolgo la fiaccola per terra e la porto avanti, perché è giusto che sia così. Per le nuove generazioni, perché il viaggio della conoscenza non si fermi mai. Mi auguro che vorrete accompagnarci in questo nuovo viaggio.

L’inizio di un nuovo viaggio chiamato…  NOOS

Ho pensato a quale fosse il nome più adatto e la soluzione mi è venuta in mente ricordando con affetto un particolare del programma “Viaggio nel Cosmo”, che con mio padre abbiamo realizzato nel 1998. In quel programma, lui viaggiava tra i pianeti e nel cosmo a bordo di un’astronave chiamata “Noos”. Forma arcaica del termine “nous”, questa parola in greco antico aveva diverse sfumature di significato, ma, sostanzialmente, voleva dire: “intelletto”. E così, viaggiare con l’intelletto automaticamente porta alla conoscenza e al sapere.

Riaccendere l’interruttore “ben più di 9 minuti”

“Noos” è quindi un omaggio alle esplorazioni nel sapere di mio padre e, al tempo stesso, rappresenta la continuazione dei viaggi nello spazio interstellare della conoscenza. Quel pulsante che avete visto in una immagine pubblicata sui social serviva per accendere le luci interne di uno dei modelli di astronavi e stazioni spaziali usati nelle riprese in studio di “Viaggio nel cosmo”: per la tecnologia dell’epoca, non poteva rimanere in funzione più di 9 minuti per evitare sovraccarichi al sistema elettrico. Oggi, fortunatamente, le tecnologie ci consentono di fare molto meglio e realizzare cose allora impensabili. Da quel pensiero, il passo è stato breve: è giunto il momento di “riaccendere”, ma per “ben più di nove minuti”, l’interruttore dell’astronave per un lungo viaggio nella divulgazione scientifica.

Un caro abbraccio a tutti voi,

Alberto

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Tutte le canzoni dell’estate

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Su Rai 2, Rai Radio 2 e RaiPlay torna da domenica 25 giugno l’appuntamento più atteso con la musica. Con Andrea Delogu e Nek, da Piazza del Popolo a Roma e da Piazzale Fellini a Rimini. Tra gli ospiti, attesissimi, Achille Lauro e Rose Villain, Annalisa, Elodie, Emma, Fabio Rovazzi e Orietta Berti, Fedez, Marco Mengoni, Madame, Sangiovanni e Tananai

Settanta tra i più importanti artisti italiani e internazionali animeranno il “Tim Summer Hits 2023” di Rai 2, Rai Radio 2 e RaiPlay. A ospitare le prime tre serate dello show musicale dell’estate sarà la romana Piazza del Popolo. La carovana della musica si sposterà quindi a Rimini, in Piazzale Fellini, a pochi metri dalla spiaggia, per altre tre serate all’insegna del divertimento. Ad affiancare Andrea Delogu, conduttrice, attrice e scrittrice, ci sarà Nek, artista con trent’anni di carriera e successi e ormai anche apprezzato volto televisivo. Ad accogliere gli artisti nel backstage e a raccontare le emozioni del dopo esibizioni, saranno Gli Autogol. Sul palco Achille Lauro e Rose Villain, Ana Mena, Angelina Mango, Annalisa, Ariete, Arisa, Articolo 31, Ava, Anna e Capo Plaza, Baby K, Boomdabash, Boro e Oriana, Bresh, Carl Brave, Clara, Colapesce Dimartino, Coma_Cose, Dargen D’Amico, Elodie, Emis Killa, Emma, Fabio Rovazzi e Orietta Berti, Fabrizio Moro, Fedez, Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Gaia, Gianmaria, Giorgia, Irama e Rkomi, Leo Gassman, LDA, Levante, Madame, Mara Sattei, Marco Mengoni, Matteo Romano e Luigi Strangis, Max Pezzali, M¥ss Keta, Mr.Rain, Paola & Chiara, Piero Pelù e Alborosie, Pinguini Tattici Nucleari, Raf, Renga Nek, Rhove, Rocco Hunt, Rosa Chemical, Sangiovanni, Shade e Federica Carta, Sophie and The Giants, Tananai, Tedua, The Kolors, Tommaso Paradiso, Tony Effe, Wax, Wayne e ancora altre sorprese.

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Voce del verbo integrare

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Le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale tra sperimentazione e integrazione. Il RadiocorriereTv incontra la giornalista e conduttrice di “Codice”

Barbara Carfagna,2023

Quale viaggio faremo nel corso delle sette puntate?

Siamo andati a vedere l’impatto in diverse società anche abbastanza inedite, del digitale e dell’intelligenza artificiale. Abbiamo scelto anzitutto di osservare quei governi in cui l’intelligenza artificiale non è tanto temuta quanto già integrata. Penso all’esperimento che si sta facendo in Romania, dove l’intelligenza artificiale raccoglie i pareri dei cittadini e li sintetizza in una risposta univoca ai ministri. Siamo andati anche a Singapore, dove c’è una startup che governa insieme all’esecutivo con un super computer, abbiamo sondato l’impatto del digitale tra le società indigene, quelle che passano direttamente dalla cultura orale a Youtube, che registra la loro lingua. Sempre su Singapore abbiamo cercato di capire come diventa green una città nata sul digitale, e poi in Amazzonia come un ambiente green viene digitalizzato. Abbiamo analizzato varie soluzioni di intelligenza artificiale sulla salute, abbiamo esplorato il tema del sesso, per capire come è cambiata la sessualità sul digitale, come sono cambiate le relazioni. E poi abbiamo dedicato un’intera puntata alle nuove organizzazioni, ossia a capire come le aziende sono state costrette a modificarsi e a cambiare.

Il dibattito è aperto, c’è chi è entusiasta e chi la teme. Tu da che parte stai?

Sono dell’idea che si debba comprenderla e cambiare completamente i paradigmi. Smontando il modo in cui siamo abituati a pensare, ripensando in una maniera completamente diversa che include i sistemi di intelligenza artificiale generativi.

Potrebbe arrivare a condizionare l’informazione?

Già l’ha condizionata, innanzitutto perché non si parla d’altro. E poi perché la paura di perdere l’attività di mediazione, in Italia sta purtroppo superando la sperimentazione. Io sono sempre per sperimentare e integrare.

Sette stagioni, come è cambiato, se è cambiato, il tuo approccio al digitale, alla tecnologia?

Il mio approccio non è cambiato. A essere cambiata è la velocità con cui ogni innovazione può modificare l’intero sistema. Mi domando, ed è il quesito sotteso a tutte le puntate, se questa velocità di innovazione ci porti al progresso.

Tra digitale e analogico c’è un punto di equilibrio virtuoso?

C’è la nostra capacità di discernimento. “Codice” nasce anche per rendere le persone consapevoli affinché possano disegnare il loro futuro e non essere disegnate dai sistemi e dal digitale. Con la consapevolezza puoi decidere quando uscire dal digitale e rientrare nell’analogico, cosa portare nel digitale e cosa lasciare nell’analogico e viceversa.

L’Italia e il digitale. A che punto siamo in rapporto agli altri Paesi europei e a quelli più avanzati del mondo?

Essendo l’Italia un Paese mediterraneo siamo un po’ più frenati nell’abbracciare anche solo le tematiche relative al digitale, anche a differenza di quanto fatto dall’Inghilterra, che si sta facendo un po’ pioniera dal punto di vista regolatorio. La nostra chiave è un po’ quella della ricerca di come il digitale possa aumentare l’esistente.

Tra boomer e giovani le distanze si accorciano o si allungano?

Dipende di quali generazioni parliamo. Secondo me i giovani nati adesso, che hanno cinque anni, non li recupereremo più, non li capiremo neanche. Mentre tra un boomer e un 25-30 enne cambia poco, certo, cambiano alcuni stili, alcune cose, ma non troppo di più che in passato, nonostante la differente percezione della vita e della società. I bambini vivranno come gli indigeni dell’Amazzonia, passeranno direttamente dalla cultura orale a quella digitale.

Quanto digitale e quanto analogico ci sono nella tua vita?

Nella mia vita ho conservato moltissimo di analogico, in termini di sapori, di voler essere in presenza specialmente nei posti belli. Vivo a Roma, una città splendida, in questo momento sono a Villa Torlonia e preferisco anche continuare a incontrare le persone. Penso che l’intelligenza e la comunicazione passino anche per il corpo, non solo per la testa, e questo non lo baratterei mai. Come non baratterei mai la possibilità di condividere le esperienze con i tanti amici lontani che ho utilizzando la tecnologia digitale.

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